Giovanni Boccaccio – Rinaldo d’Esti, rubato, capita a Castel Guiglielmo ed è albergato da una donna vedova e, de’ suoi danni ristorato, sano e salvo si torna a casa sua | classicistranieri.com

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Giovanni Boccaccio – Rinaldo d’Esti, rubato, capita a Castel Guiglielmo ed è albergato da una donna vedova e, de’ suoi danni ristorato, sano e salvo si torna a casa sua

Degli accidenti di Martellino da Neifile raccontati senza modo risero le donne, e massimamente tra’giovani Filostrato, al quale, per ciò che appresso di Neifile sedea, comandò la reina che novellando la seguitasse. Il quale senza indugio alcuno incominciò.

Belle donne, a raccontarsi mi tira una novella di cose catoliche e di sciagure e d’amore in parte mescolata, la quale per avventura non fia altro che utile avere udita; e spezialmente a coloro li quali per li dubbiosi paesi d’amore sono camminanti, né quali, chi non ha detto il paternostro di san Giuliano, spesse volte, ancora che abbia buon letto, alberga male.

Era adunque, al tempo del marchese Azzo da Ferrara, un mercatante chiamato Rinaldo d’Esti per sue bisogne venuto a Bologna; le quali avendo fornite e a casa tornandosi, avvenne che, uscito di Ferrara e cavalcando verso Verona, s’abbattè in alcuni li quali mercatanti parevano ed erano masnadieri e uomini di malvagia vita e condizione, con li quali ragionando incautamente s’accompagnò.

Costoro, veggendol mercatante e stimando lui dover portar danari, seco diliberarono che, come prima tempo si vedessero, di rubarlo; e perciò, acciò che egli niuna suspezion prendesse, come uomini modesti e di buona condizione, pure d’oneste cose e di lealtà andavano con lui favellando, rendendosi, in ciò che potevano e sapevano, umili e benigni verso di lui; per che egli di avergli trovati si reputava in gran ventura, per ciò che solo era con uno suo fante a cavallo. E così camminando, d’una cosa in altra, come né ragionamenti addiviene, trapassando, caddero in sul ragionare delle orazioni che gli uomini fanno a Dio; e l’un de’ masnadieri, che erano tre, disse verso Rinaldo:

- E voi, gentile uomo, che orazione usate di dir camminando?

Al quale Rinaldo rispose:

- Nel vero io sono uomo di queste cose assai materiale e rozzo, e poche orazioni ho per le mani, sì come colui che mi vivo all’antica e lascio correr due soldi per ventiquattro denari; ma nondimeno ho sempre avuto in costume camminando di dir la mattina, quando esco dell’albergo, un paternostro e una avemaria per l’anima del padre e della madre di san Giuliano, dopo il quale io priego Iddio e lui che la seguente notte mi deano buono albergo. E assai volte già de’ miei dì sono stato camminando in gran pericoli, de’ quali tutti scampato, pur sono la notte poi stato in buon luogo e bene albergato; per che io porto ferma credenza che san Giuliano, a cui onore io il dico, m’abbia questa grazia impetrata da Dio; né mi parrebbe il dì ben potere andare, né dovere la notte vegnente bene arrivare, che io non l’avessi la mattina detto.

A cui colui, che domandato l’avea, disse:

- E istamane dicestel voi?

A cui Rinaldo rispose:

- Sì bene.

Allora quegli che già sapeva come andar doveva il fatto, disse seco medesimo: “Al bisogno ti fia venuto; ché, se fallito non ci viene, per mio avviso tu albergherai pur male”; e poi gli disse:

- Io similmente ho già molto camminato, e mai nol dissi, quantunque io l’abbia a molti molto già udito commendare, né giammai non m’avvenne che io per ciò altro che bene albergassi; e questa sera per avventura ve ne potrete avvedere chi meglio albergherà, o voi che detto l’avete o io che non l’ho detto. Bene è il vero che io uso in luogo di quello il Dirupisti, o la ‘ntemerata, o il Deprofundi, che sono, secondo che una mia avola mi soleva dire, di grandissima virtù.

E così di varie cose parlando e al lor cammin procedendo, e aspettando luogo e tempo al loro malvagio proponimento, avvenne che, essendo già tardi, di là da Castel Guiglielmo, al valicare d’un fiume, questi tre, veggendo l’ora tarda e il luogo solitario e chiuso, assalitolo, il rubarono, e lui a piè e in camicia lasciato, partendosi dissero:

- Va e sappi se il tuo san Giuliano questa notte ti darà buono albergo, ché il nostro il darà bene a noi; – e, valicato il fiume, andaron via.

Il fante di Rinaldo veggendolo assalire, come cattivo, niuna cosa al suo aiuto adoperò, ma, volto il cavallo sopra il quale era, non si ritenne di correre sì fu a Castel Guiglielmo, e in quello, essendo già sera, entrato, senza darsi altro impaccio, albergò. Rinaldo rimaso in camicia e scalzo, essendo il freddo grande e nevicando tuttavia forte, non sappiendo che farsi, veggendo già sopravvenuta la notte, tremando e battendo i denti, cominciò a riguardare se dattorno alcun ricetto si vedesse, dove la notte potesse stare, che non si morisse di freddo; ma niun veggendone (per ciò che poco davanti essendo stata guerra nella contrada v’era ogni cosa arsa), sospinto dalla freddura, trottando si dirizzò verso Castel Guiglielmo, non sappiendo perciò che il suo fante là o altrove si fosse fuggito, pensando, se dentro entrare vi potesse, qual che soccorso gli manderebbe Iddio.

Ma la notte oscura il soprapprese di lungi dal castello presso ad un miglio; per la quale cosa sì tardi vi giunse che, essendo le porti serrate e i ponti levati, entrar non vi potè dentro. Laonde, dolente e isconsolato, piagnendo guardava dintorno dove porre si potesse, che almeno addosso non gli nevicasse; e per avventura vide una casa sopra le mura del castello sportata alquanto in fuori, sotto il quale sporto diliberò d’andarsi a stare infino al giorno; e là andatosene e sotto quello sporto trovato un uscio, come che serrato fosse, a piè di quello ragunato alquanto di pagliericcio che vicin v’era, tristo e dolente si pose a stare, spesse volte dolendosi a san Giuliano, dicendo questo non essere della fede che aveva in lui. Ma san Giuliano, avendo a lui riguardo, senza troppo indugio gli apparecchiò buono albergo.

Egli era in questo castello una donna vedova, del corpo bellissima quanto alcuna altra, la quale il marchese Azzo amava quanto la vita sua, e quivi ad instanzia dila facea stare. E dimorava la predetta donna in quella casa, sotto lo sporto della quale Rinaldo s’era andato a dimorare. Ed era il dì dinanzi per avventura il marchese quivi venuto per doversi la notte giacere con essolei, e in casa di lei medesima tacitamente aveva fatto fare un bagno, e nobilmente da cena. Ed essendo ogni cosa presta, e niun’altra cosa che la venuta del marchese era da lei aspettata, avvenne che un fante giunse alla porta, il quale recò novelle al marchese, per le quali a lui subitamente cavalcar convenne; per la qual cosa, mandato a dire alla donna che non lo attendesse, prestamente andò via. Onde la donna, un poco sconsolata, non sappiendo che farsi, deliberò d’entrare nel bagno fatto per lo marchese, e poi cenare e andarsi al letto; e così nel bagno se n’entrò.

Era questo bagno vicino all’uscio dove il meschino Rinaldo s’era accostato fuori della terra; per che, stando la donna nel bagno, sentì il pianto e ‘l tremito che Rinaldo faceva, il quale pareva diventato una cicogna. Laonde, chiamata la sua fante, le disse:

- Va su e guarda fuor del muro a piè di questo uscio chi v’è, e chi egli è, e quel ch’el vi fa.

La fante andò, e aiutandola la chiarità dell’aere, vide costui in camicia e scalzo quivi sedersi come detto è, tremando forte; per che ella il domandò chi el fosse. E Rinaldo, sì forte tremando che appena poteva le parole formare, chi el fosse e come e perché quivi, quanto più brieve potè, le disse; e poi pietosamente la cominciò a pregare che, se esser potesse, quivi non lo lasciasse di freddo la notte morire.

La fante, divenutane pietosa, tornò alla donna e ogni cosa le disse. La qual similmente pietà avendone, ricordatasi che di quello uscio aveva la chiave, il quale alcuna volta serviva alle occulte entrate del marchese, disse:

- Va, e pianamente gli apri; qui è questa cena, e non saria chi mangiarla, e da poterlo albergare ci è assai.

La fante di questa umanità avendo molto commendata la donna, andò e sì gli aperse, e dentro messolo, quasi assiderato veggendolo, gli disse la donna:

- Tosto, buono uomo, entra in quel bagno, il quale ancora è caldo.

Ed egli questo, senza più inviti aspettare, di voglia fece; e tutto dalla caldezza di quello riconfortato, da morte a vita gli parve essere tornato. La donna gli fece apprestare panni stati del marito di lei, poco tempo davanti morto, li quali come vestiti s’ebbe, a suo dosso fatti parevano; e aspettando quello che la donna gli comandasse, incominciò a ringraziare Iddio e san Giuliano che di sì malvagia notte, come egli aspettava, l’avevano liberato, e a buono albergo, per quello che gli pareva, condotto

Appresso questo la donna alquanto riposatasi, avendo fatto fare un grandissimo fuoco in una sua camminata, in quella se ne venne, e del buono uomo domandò che ne fosse. A cui la fante rispose:

- Madonna, egli s’è rivestito, ed è un bello uomo e par persona molto da bene e costumato.

- Va dunque, – disse la donna – e chiamalo, e digli che qua se ne venga al fuoco, e sì cenerà, ché so che cenato non ha.

Rinaldo nella camminata entrato, e veggendo la donna, e da molto parendogli, reverentemente la salutò, e quelle grazie le quali seppe maggiori del beneficio fattogli le rende’. La donna, vedutolo e uditolo, e parendole quello che la fante dicea, lietamente il ricevette e seco al fuoco familiarmente il fè sedere e dello accidente che quivi condotto l’avea il domandò. Alla quale Rinaldo per ordine ogni cosa narrò.

Aveva la donna, nel venire del fante di Rinaldo nel castello, di questo alcuna cosa sentita, per che ella ciò che da lui era detto interamente credette; e sì gli disse ciò che del suo fante sapeva e come leggiermente la mattina appresso ritrovare il potrebbe. Ma poi che la tavola fu messa, come la donna volle, Rinaldo, con lei insieme le mani lavatesi, si pose a cenare.

Egli era grande della persona e bello e piacevole nel viso e di maniere assai laudevoli e graziose e giovane di mezza età; al quale la donna avendo più volte posto l’occhio addosso e molto commendatolo, e già, per lo marchese che con lei dovea venire a giacersi, il concupiscibile appetito avendo desto nella mente, dopo la cena, da tavola levatasi, colla sua fante si consigliò se ben fatto le paresse che ella, poi che il marchese beffata l’avea, usasse quel bene che innanzi l’avea la fortuna mandato. La fante, conoscendo il disiderio della sua donna, quanto potè e seppe a seguirlo la confortò; per che la donna, al fuoco tornatasi, dove Rinaldo solo lasciato aveva, cominciatolo amorosamente a guardare, gli disse:

- Deh, Rinaldo, perché state voi così pensoso? Non credete voi potere essere ristorato d’un cavallo e d’alquanti panni che voi abbiate perduti? Confortatevi, state lietamente, voi siete in casa vostra; anzi vi voglio dire più avanti, che, veggendovi cotesti panni in dosso, li quali del mio morto marito furono, parendomi voi pur desso, m’è venuto stasera forse cento volte voglia d’abbracciarvi e di baciarvi; e, se io non avessi temuto che dispiaciuto vi fosse, per certo io l’avrei fatto.

Rinaldo, queste parole udendo e il lampeggiar degli occhi della donna veggendo, come colui che mentecatto non era, fattolesi incontro colle braccia aperte, disse:

- Madonna, pensando che io per voi possa omai sempre dire che io sia vivo, a quello guardando donde torre mi faceste, gran villania sarebbe la mia se io ogni cosa che a grado vi fosse non m’ingegnassi di fare; e però contentate il piacer vostro d’abbracciarmi e di baciarmi, ché io abbraccerò e bacerò voi vie più che volentieri.

Oltre a queste non bisognar più parole. La donna, che tutta d’amoroso disio ardeva, prestamente gli si gittò nelle braccia; e poi che mille volte, disiderosamente strignendolo, baciato l’ebbe e altrettante da lui fu baciata, levatisi di quindi, nella camera se n’andarono, e senza niuno indugio coricatisi, pienamente e molte volte, anzi che il giorno venisse, i lor disii adempierono.

Ma poi che ad apparire cominciò l’aurora, sì come alla donna piacque, levatisi, acciò che questa cosa non si potesse presummere per alcuno, datigli alcuni panni assai cattivi ed empiutagli la borsa di denari, pregandolo che questo tenesse celato, avendogli prima mostrato che via tener dovesse a venir dentro a ritrovare il fante suo, per quello usciolo onde era entrato, il mise fuori.

Egli, fatto dì chiaro, mostrando di venire di più lontano, aperte le porti, entrò nel castello e ritrovò il suo fante; per che, rivestitosi de’ panni suoi che nella valigia erano, e volendo montare in su ‘l cavallo del fante, quasi per divino miracolo addivenne che li tre masnadieri che la sera davanti rubato l’aveano, per altro maleficio da loro fatto poco poi appresso presi, furono in quel castello menati, e per confessione da loro medesimi fatta, gli fu restituito il suo cavallo, i panni e i danari, né ne perdé altro che un paio di cintolini, dei quali non sapevano i masnadieri che fatto se n’avessero.

Per la qual cosa Rinaldo, Iddio e san Giuliano ringraziando, montò a cavallo e sano e salvo ritornò a casa sua; e i tre masnadieri il dì seguente andarono a dar de’ calci a rovaio.

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