Giovanni Boccaccio – Sotto spezie di confessione e di purissima conscienza una donna innamorata d’un giovane induce un solenne frate, senza avvedersene egli, a dar modo che ‘l piacer di lei avesse intero effetto

Taceva già Pampinea, e l’ardire e la cautela del pallafreniere era dà più di loro stata lodata, e similmente il senno del re, quando la reina, a Filomena voltatasi, le ‘mpose il seguitare; per la qual cosa Filomena vezzosamente così incominciò a parlare.

Io intendo di raccontarvi una beffe che fu da dovero fatta da una bella donna ad uno solenne religioso, tanto più ad ogni secolar da piacere, quanto essi, il più stoltissimi e uomini di nuove maniere e costumi, si credono più che gli altri in ogni cosa valere e sapere, dove essi di gran lunga sono da molto meno, sì come quegli che per viltà d’animo non avendo argomento, come gli altri uomini, di civanzarsi, si rifuggono dove aver possano da mangiar come il porco. La quale, o piacevoli donne, io racconterò non solamente per seguire l’ordine imposto, ma ancora per farvi accorte che eziandio i religiosi, à quali noi, oltre modo credule, troppa fede prestiamo, possono essere e sono alcuna volta, non che dagli uomini, ma da alcuna di noi cautamente beffati.

Nella nostra città, più d’inganni piena che d’amore o di fede, non sono ancora molti anni passati, fu una gentil donna di bellezze ornata e di costumi, d’altezza d’animo e di sottili avvedimenti quanto alcun’altra dalla natura dotata, il cui nome, né ancora alcuno altro che alla presente novella appartenga, come che io gli sappia, non intendo di palesare, per ciò che ancora vivono di quegli che per questo si caricherebber di sdegno, dove di ciò sarebbe con risa da trapassare.

Costei adunque, d’alto legnaggio veggendosi nata e maritata ad uno artefice lanaiuolo, per ciò che ricchissimo era, non potendo lo sdegno dell’animo porre in terra, per lo quale estimava niuno uomo di bassa condizione, quantunque ricchissimo fosse, esser di gentil donna degno; e veggendo lui ancora con tutte le sue ricchezze da niuna altra cosa essere più avanti che da saper divisare un mescolato o fare ordire una tela o con una filatrice disputare del filato, propose di non volere de’ suoi abbracciamenti in alcuna maniera se non in quanto negare non gli potesse; ma di volere a soddisfazione di sé medesima trovare alcuno, il quale più di ciò che il lanaiuolo le paresse che fosse degno, e innamorossi d’uno assai valoroso uomo e di mezza età, tanto che qual dì nol vedeva, non poteva la seguente notte senza noia passare.

Ma il valente uomo, di ciò non accorgendosi, niente ne curava; ed ella, che molto cauta era, né per ambasciata di femina né per lettera ardiva di fargliele sentire, temendo de’ pericoli possibili ad avvenire. Ed essendosi accorta che costui usava molto con un religioso, il quale, quantunque fosse tondo e grosso uomo, nondimeno, per ciò che di santissima vita era, quasi da tutti avea di valentissimo frate fama, estimò costui dovere essere ottimo mezzano tra lei e il suo amante; e avendo seco pensato che modo tener dovesse, se n’andò a convenevole ora alla chiesa dove egli dimorava, e fattosel chiamare, disse, quando gli piacesse, da lui si volea confessare.

Il frate, vedendola, ed estimandola gentil donna, l’ascoltò volentieri; ed essa dopo la confessione disse:

– Padre mio, a me convien ricorrere a voi per aiuto e per consiglio di ciò che voi udirete. Io so, come colei che detto ve l’ho, che voi conoscete i miei parenti e ‘l mio marito, dal quale io sono più che la vita sua amata, né alcuna cosa disidero che da lui, sì come da ricchissimo uomo e che ‘l può ben fare, io non l’abbia incontanente, per le quali cose io più che me stessa l’amo; e, lasciamo stare che io facessi, ma se io pur pensassi cosa niuna che contro al suo onore e piacer fosse, niuna rea femina fu mai del fuoco degna come sarei io.

Ora uno, del quale nel vero io non so il nome, ma per sona dabbene mi pare, e, se io non ne sono ingannata, usa molto con voi, bello e grande della persona, vestito di panni bruni assai onesti, forse non avvisandosi che io così fatta intenzione abbia come io ho, pare che m’abbia posto l’assedio, né posso farmi né ad uscio né a finestra, né uscir di casa, che egli incontanente non mi si pari innanzi; e maravigliom’io come egli non è ora qui; di che io mi dolgo forte, per ciò che questi così fatti modi fanno sovente senza colpa alle oneste donne acquistar biasimo.

Hommi posto in cuore di fargliele alcuna volta dire à miei fratelli; ma poscia m’ho pensato che gli uomini fanno alcuna volta l’ambasciate per modo che le risposte seguitan cattive, di che nascon parole e dalle parole si perviene à fatti; per che, acciò che male e scandalo non ne nascesse, me ne son taciuta, e diliberami di dirlo più tosto a voi che ad altrui, sì perché pare che suo amico siate, sì ancora perché a voi sta bene di così fatte cose, non che gli amici, ma gli strani ripigliare. Per che io vi priego per solo Iddio che voi di ciò il dobbiate riprendere e pregare che più questi modi non tenga. Egli ci sono dell’altre donne assai le quali per avventura son disposte a queste cose, e piacerà loro d’esser guatate e vagheggiate da lui, là dove a me è gravissima noia, sì come a colei che in niuno atto ho l’animo disposto a tal materia.

E detto questo, quasi lagrimar volesse, bassò la testa.

Il santo frate comprese incontanente che di colui dicesse di cui veramente diceva, e commendata molto la donna di questa sua disposizion buona, fermamente credendo quello esser vero che ella diceva, le promise d’operar sì e per tal modo che più da quel cotale non le sarebbe dato noia; e conoscendola ricca molto, le lodò l’opera della carità e della limosina, il suo bisogno raccontandole.

A cui la donna disse:

– Io ve ne priego per Dio; e s’egli questo negasse, sicuramente gli dite che io sia stata quella che questo v’abbia detto e siamevene doluta.

E quinci, fatta la confessione e presa la penitenza, ricordandosi de’ conforti datile dal frate dell’opera della limosina, empiutagli nascosamente la man di denari, il pregò che messe dicesse per l’anima dei morti suoi; e dai piè di lui levatasi, a casa se ne tornò.

Al santo frate non dopo molto, sì come usato era, venne il valente uomo, col quale poi che d’una cosa e d’altra ebbero insieme alquanto ragionato, tiratol da parte, per assai cortese modo il riprese dello intendere e del guardare che egli credeva che esso facesse a quella donna, sì come ella gli aveva dato ad intendere.

Il valente uomo si maravigliò, sì come colui che mai guatata non l’avea e radissime volte era usato di passare davanti a casa sua, e cominciò a volersi scusare; ma il frate non lo lasciò dire, ma disse egli:

– Or non far vista di maravigliarti, né perder parole in negarlo, per ciò che tu non puoi; io non ho queste cose sapute dà vicini; ella medesima, forte di te dolendosi, me l’ha dette. E quantunque a te queste ciance omai non ti stean bene, ti dico io di lei cotanto, che, se mai io ne trovai alcuna di queste sciocchezze schifa, ella è dessa; e per ciò, per onor di te e per consolazione di lei, ti priego te ne rimanghi e lascila stare in pace.

Il valente uomo, più accorto che ‘l santo frate, senza troppo indugio la sagacità della donna comprese, e mostrando alquanto di vergognarsi, disse di più non intramettersene per innanzi; e dal frate partitosi, dalla casa n’andò della donna, la quale sempre attenta stava ad una picciola finestretta per doverlo vedere, se vi passasse. E vedendol venire, tanto lieta e tanto graziosa gli si mostrò, che egli assai bene potè comprendere sé avere il vero compreso dalle parole del frate; e da quel dì innanzi assai cautamente, con suo piacere e con grandissimo diletto e consolazion della donna, faccendo sembianti che altra faccenda ne fosse cagione, continuò di passar per quella contrada. Ma la donna, dopo alquanto già accortasi che ella a costui così piacea come egli a lei, disiderosa di volerlo più accendere e certificare dello amore che ella gli portava, preso luogo e tempo, al santo frate se ne tornò, e postaglisi nella chiesa a sedere à piedi, a piagnere incominciò.

Il frate, questo vedendo, la domandò pietosamente che novella ella avesse.

La donna rispose:

– Padre mio, le novelle che io ho non sono altre che di quel maledetto da Dio vostro amico, di cui io mi vi ramaricai l’altr’ieri, per ciò che io credo che egli sia nato per mio grandissimo stimolo e per farmi far cosa, che io non sarò mai lieta né mai ardirò poi di più pormivi a’ piedi.

– Come! – disse il frate – non s’è egli rimaso di darti più noia?

– Certo no, – disse la donna – anzi, poi che io mi vene dolfi, quasi come per un dispetto, avendo forse avuto per male che io mi ve ne sia doluta, per ogni volta che passar vi solea, credo che poscia vi sia passato sette. E or volesse Iddio che il passarvi e il guatarmi gli fosse bastato, ma egli è stato sì ardito e sì sfacciato, che pure ieri mi mandò una femina in casa con sue novelle e con sue frasche, e quasi come se io non avessi delle borse e delle cintole, mi mandò una borsa e una cintola; il che io ho avuto e ho sì forte per male, che io credo, se io non avessi guardato al peccato, e poscia per vostro amore, io avrei fatto il diavolo, ma pure mi son rattemperata, né ho voluto fare né dire cosa alcuna che io non vel faccia prima assapere.

E oltre a questo, avendo io già renduta indietro la borsa e la cintola alla feminetta che recata l’avea, che gliele riportasse, e brutto commiato datole, temendo che ella per sé non la tenesse e a lui; dicesse che io l’avessi ricevuta, sì com’io intendo che elle fanno alcuna volta, la richiamai indietro e piena di stizza gliele tolsi di mano e holla recata a voi, acciò che voi gliele rendiate e gli diciate che io non ho bisogno di sue cose per ciò che, la mercé di Dio e del marito mio io ho tante borse e tante cintole che io ve l’affogherei entro. E appresso questo, sì come a padre mi vi scuso che, se egli di questo non si rimane, io il dirò al marito mio e a’ fratei miei, e avvegnane che può; ché io ho molto più caro che egli riceva villania, se ricevere ne la dee, che io abbia biasimo per lui: frate, bene sta.

E detto questo, tuttavia piagnendo forte, si trasse di sotto alla guarnacca una bellissima e ricca borsa con una leggiadra e cara cinturetta, e gittolle in grembo al frate; il quale, pienamente credendo ciò che la donna diceva, turbato oltre misura le prese, e disse:

– Figliuola, se tu di queste cose ti crucci, io non me ne maraviglio né te ne so ripigliare; ma lodo molto che tu in questo seguiti il mio consiglio. Io il ripresi l’altr’ieri, ed egli m’ha male attenuto quello che egli mi promise: per che, tra per quello e per questo che nuovamente fatto ha, io gli credo per sì fatta maniera riscaldare gli orecchi; che egli più briga non ti darà; e tu colla benedizion d’Iddio non ti lasciassi vincer tanto all’ira, che tu ad alcuno dei tuoi il dicessi, ché gli ne potrebbe troppo di mal seguire. Né dubitar che mai di questo biasimo ti segua, ché io sarò sempre e dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini fermissimo testimonio della tua onestà.

La donna fece sembiante di riconfortarsi alquanto, e lasciate queste parole, come colei che l’avarizia sua e degli altri conoscea, disse:

– Messere, a queste notti mi sono appariti più miei parenti, e parmi che egli sieno in grandissime pene, e non domandino altro che limosine, e spezialmente la mamma mia, la quale mi pare sì afflitta e cattivella, che è una pietà a vedere. Credo che ella porti grandissime pene di vedermi in questa tribulazione di questo nemico d’Iddio, e per ciò vorrei che voi mi diceste per l’anime loro le quaranta messe di san Grigorio e delle vostre orazioni, acciò che Iddio gli tragga di quel fuoco pennace; – e così detto, gli pose in mano un fiorino.

Il santo frate lietamente il prese, e con buone parole e con molti essempli confermò la divozion di costei e, datale la sua benedizione, la lasciò andare.

E partita la donna, non accorgendosi ch’egli era uccellato, mandò per l’amico suo; il qual venuto, e vedendol turbato, in contanente s’avvisò che egli avrebbe novelle dalla donna, e aspettò che dir volesse il frate. Il quale, ripetendogli le parole altre volte dettegli e di nuovo ingiuriosamente e crucciato parlandogli, il riprese molto di ciò che detto gli avea la donna che egli doveva aver fatto.

Il valente uomo, che ancor non vedea a che il frate riuscir volesse, assai tiepidamente negava sé aver mandata la borsa e la cintura, acciò che al frate non togliesse fede di ciò, se forse data gliele avesse la donna.

Ma il frate, acceso forte, disse:

– Come il puo’tu negare, malvagio uomo? Eccole, ché ella medesima piagnendo me l’ha recate; vedi se tu le conosci! Il valente uomo, mostrando di vergognarsi forte, disse:

– Mai sì che io le conosco, e confessovi che io feci male, e giurovi che, poi che io così la veggio disposta, che mai di questo voi non sentirete più parola.

Ora le parole fur molte; alla fine il frate montone diede la borsa e la cintura allo amico suo, e dopo molto averlo ammaestrato e pregato che più a queste cose non attendesse, ed egli avendogliele promesso, il licenziò.

Il valente uomo, lietissimo e della certezza che aver gli parea dello amor della donna e del bel dono, come dal frate partito fu, in parte n’andò dove cautamente fece alla sua donna vedere che egli avea e l’una e l’altra cosa; di che la donna fu molto contenta, e più ancora per ciò che le parea che ‘l suo avviso andasse di bene in meglio. E niuna altra cosa aspettando se non che il marito andasse in alcuna parte per dare all’opera compimento, avvenne che per alcuna cagione non molto dopo a questo convenne al marito andare infino a Genova.

E come egli fu la mattina montato a cavallo e andato via, così la donna n’andò al santo frate e dopo molte querimonie piagnendo gli disse:

– Padre mio, or vi dico io bene che io non posso più sofferire; ma per ciò che l’altr’ieri io vi promisi di niuna cosa farne che io prima nol vi dicessi, son venuta ad iscusarmivi, e acciò che voi crediate che io abbia ragione e di piagnere e di ramaricarmi, io vi voglio dire ciò che ‘l vostro amico, anzi dia volo del ninferno, mi fece stamane poco innanzi mattutino.

Io non so qual mala ventura gli facesse assapere che il marito mio andasse iermattina a Genova, se non che stamane, all’ora che io v’ho detta, egli entrò in un mio giardino e venne sene su per uno albero alla finestra della camera mia, la quale è sopra il giardino, e già aveva la finestra aperta e voleva nella camera entrare, quando io destatami subito mi levai, e aveva cominciato a gridare e per Dio e per voi, dicendomi chi egli era; laonde io, udendolo, per amor di voi tacqui, e ignuda come io nacqui corsi e serragli la finestra nel viso, ed egli nella sua mal’ora credo che se ne andasse, perciò che poi più nol sentii. Ora, se questa è bella cosa ed è da sofferire, vedetel voi; io per me non intendo di più comportargliene, anzi ne gli ho io bene per amor di voi sofferte troppe.

Il frate, udendo questo, fu il più turbato uomo del mondo, e non sapeva che dirsi, se non che più volte la domandò se ella aveva ben conosciuto che egli non fosse stato altri.

A cui la donna rispose:

– Lodato sia Iddio, se io non conosco ancor lui da un altro! Io vi dico ch’e’fu egli, e perche’egli il negasse, non gliel credete.

– Figliuola, qui non ha altro da dire, se non che questo è stato troppo grande ardire e troppo mal fatta cosa, e tu facesti quello che far dovevi di mandarnelo come facesti. Ma io ti voglio pregare, poscia che Iddio ti guardò di vergogna, che, come due volte seguito hai il mio consiglio, così ancora questa volta facci, cioè che senza dolertene ad alcuno tuo parente lasci fare a me, a vedere se io posso raffrenare questo diavolo scatenato, che io credeva che fosse un santo; e se io posso tanto fare che io il tolga da questa bestialità, bene sta; e se io non potrò, infino ad ora con la mia benedizione ti do la parola che tu ne facci quello che l’animo ti giudica che ben sia fatto.

– Ora ecco, – disse la donna – per questa volta io non vi voglio turbare né disubidire; ma sì adoperate che egli si guardi di più noiarmi, ché io vi prometto di non tornar più per questa cagione a voi; – e senza più dire, quasi turbata, dal frate si partì.

Né era appena ancor fuor della chiesa la donna, che il valente uomo sopravenne e fu chiamato dal frate, al quale, da parte tiratol, esso disse la maggior villania che mai ad uomo fosse detta, disleale e spergiuro e traditor chiamandolo. Costui, che già due altre volte conosciuto avea che montavano i mordimenti di questo frate, stando attento, e con risposte perplesse ingegnandosi di farlo parlare, primieramente disse:

– Perché questo cruccio, messere? Ho io crocifisso Cristo?

A cui il frate rispose:

– Vedi svergognato! Odi ciò ch’e’dice! Egli parla né più né meno come se uno anno o due fosser passati e per la lunghezza del tempo avesse le sue tristizie e disonestà dimenticate. Etti egli da stamane a mattutino in qua uscito di mente l’avere altrui ingiuriato? Ove fostù stamane poco avanti al giorno?

Rispose il valente uomo:

– Non so io ove io mi fui; molto tosto ve n’è giunto il messo.

– Egli è il vero, – disse il frate – che il messo me n’è giunto; io m’avviso che tu ti credesti, per ciò che il marito non c’era, che la gentil donna ti dovesse incontanente ricevere in braccio. Hi meccere: ecco onesto uomo! è divenuto andator di notte, apritor di giardini e salitor d’alberi. Credi tu per improntitudine vincere la santità di questa donna, che le vai alle finestre su per gli alberi la notte? Niuna cosa è al mondo che a lei dispiaccia, come fai tu; e tu pur ti vai riprovando. In verità, lasciamo stare che ella te l’abbia in molte cose mostrato, ma tu ti se’molto bene ammendato per li miei gastigamenti. Ma così ti vo’ dire: ella ha infino a qui, non per amore che ella ti porti ma ad instanzia de’ prieghi miei, taciuto di ciò che fatto hai; ma essa non tacerà più ; conceduta l’ho la licenzia che, se tu più in cosa alcuna le spiaci, ch’ella faccia il parer suo. Che farai tu, se ella il dice à fratelli?

Il valente uomo, avendo assai compreso di quello che gli bisognava, come meglio seppe e potè con molte ampie promesse racchetò il frate; e da lui partitosi, come il mattutino della seguente notte fu, così egli nel giardino entrato e su per lo albero salito e trovata la finestra aperta, se n’entrò nella camera, e come più tosto potè nelle braccia della sua bella donna si mise. La quale, con grandissimo disidero avendolo aspettato, lietamente il ricevette, dicendo:

– Gran mercé a messer lo frate, che così bene t’insegnò la via da venirci. E appresso, prendendo l’un dell’altro piacere, ragionando e ridendo molto della simplicità del frate bestia, biasimando i lucignoli e’pettini e gli scardassi, insieme con gran diletto si sollazzarono. E dato ordine à lor fatti, sì fecero, che senza aver più a tornare a messer lo frate, molte altre notti con pari letizia insieme si ritrovarono; alle quali io priego Iddio per la sua santa misericordia che tosto conduca me e tutte l’anime cristiane che voglia ne hanno.

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