Giovanni Pascoli – Accestisce

I

Egli parlava; e vennero i pisani:
presero Dore, adagio su le braccia:
– Vi si riporterà, gente, domani! –

Nando riprese allora la sua caccia.
Viola lo seguì con la Turella
pascendo i timi giù per la Pianaccia.

Ma gli occhi aperti Rosa, la sorella
bionda, teneva. Ella tra sé romita
faceva e disfaceva una mannella.

Sembravano un veloce aspo le dita
silenzïose. Rigo s’era fatto
più presso: “Ed ora, sola è la mia vita!”

S’udiva solo quel parlare. Un gatto
ronfava. La lucerna ora dimessa
sfriggeva, ora guizzava alto d’un tratto,

come in un sogno: ché dormiva anch’essa.

II

“… E fate a modo!” Rigo uscì. Non c’era
per la campagna bianca che lui solo
e l’ombra sua che lo seguiva nera.

Splendea la luna su quel gran lenzuolo
candido, come, accanto un letto, il lume
dimenticato; e scricchiolava il suolo

sotto i suoi passi; e brontolava il fiume
là là: le giravolte sue lontane
mostrava appena un vago fior di brume.

Pestava un altro su la neve: un cane;
Po: gli strisciò le gambe. Ecco che intese
un arrochito suono di campane.

Mezzanotte. Ogni casa, ogni paese
dormiva. Egli era nella via maestra:
guardava in alto, donde già discese:

c’era un lume, un lumino, alla finestra.

III

E c’era un’ombra. Egli vedeva. Ed ella
vedeva. E fece un segno colla mano.
L’ombra sparì: si spense la fiammella.

E la sua strada seguitò pian piano,
e ripensava dentro sé: che cosa?
Ch’era gennaio… ch’accestiva il grano…

ch’era già tardi… ch’eri bella, o Rosa!