Giovanni Pascoli – I filugelli

CANTO PRIMO

I

Con chi partisci quell’esigua messe?
La deve qualche luccioletta avere,
che ti fa lume? o il ragno, che ti tesse?

o la formica? Le formiche nere
t’han fatto il mucchio, che somiglia un poggio?
E mezzo devi il grano del podere,

e lo misuri: e il tuo ditale è il moggio.

II

T’han fatto, o Rosa, le formiche il mucchio.
Ora partisci, benché sia d’aprile;
San Marco, appunto; quando il gelso è in succhio.

E il tuo grano è una polvere sottile
e sembra nato tutto in una zolla…
Lo tribbiò il grillo dentro il suo cortile,

e la vanessa ventilò la lolla.

III

Te lo tribbiò le lunghe sere il grillo
trillando acuto… Oppur codesto grano
tu l’hai mietuto al regamo e al serpillo?

O scosso t’hai nel cavo della mano
l’urna del fiore dell’oblio, del fiore
del dolce sonno? Vi s’udiva un vano

scrosciar di pioggia in un lontano albore…

IV

E tu vuoi dunque seminare il sogno
del rosso fiore? Non è tardi? È molto
che cadde il fiore al melo ed al cotogno.

Fiorisce il grano già da te sepolto.
Pendono ai rami i pomi verdi e lazzi.
Fiorisce l’uva; e dal ciliegio folto

pendono bianche le ciliege a mazzi.

V

Ma tu ti sganci il candido corsetto,
o bionda Rosa. Fuori è chiaro il sole,
e due colombi tubano sul tetto

Ti slacci il busto. Odore di vïole
bianche è nell’orto. Oh! lascia come prima.
Bello è come è. Non altro fior ci vuole.

Ci son due bocci ch’hanno il rosso in cima.

VI

Non chiudere entro il bianco petto, o Rosa,
il fior del sonno. Non la notte e il giorno
costì si veglia e mai non si riposa?

Ma senti a un tratto scalpicciare intorno
alla tua casa… Ora le lievi trine
tu lieve agganci, ed il corsetto adorno

richiudi, a un grido delle tue vicine.

VII

Chiamano: Rosa! A doppio le campane
suonano. Andate! Va con l’altre a schiera:
prega da Dio la cara pace e il pane.

Peregrinando suoni la preghiera
per campi e selve, e per le vigne e gli orti.
Ristate, o litanie di primavera,

avanti a croci, qua e là, di morti!

VIII

Appiedi, o Rosa, delle vecchie croci
prega anche tu: che venga alle su’ ore
il grano e l’uva, e le gioconde noci

e le castagne; per il dolce amore
tuo, per quei morti, che non sai chi sono…
Prega! Pregate che sfiorisca il fiore,

che il bello passi ma che lasci il buono.

IX

Ai morti ignoti hanno pensato, ed anche
al seme chiuso che lor è sul cuore,
covato già da due lievi ale bianche…

E vanno via le vergini canore
e il canto lor si perde nella valle.
Cantano lontanando: Non si muore!

E poi: Lo sanno insino le farfalle!…

CANTO SECONDO

I

Nati! Son nati nel tuo petto i semi!
Ah! che son bruchi, squallidi di pelo,
neri, infiniti! Ma tu già non temi.

Tu cauta e pia nel piccolo suo telo,
in un paniere, adagi il tuo tesoro;
e su vi spargi lievemente un velo

di foglie trite e di germogli d’oro.

II

Ché savio il gelso come se c’intenda,
ha messo a tempo. Ed ora ogni quattro ore
tu recherai la piccola profenda,

al lor presepe, nell’ugual tepore
della tua stanza; ed essi pasceranno.
Ma ecco, un dì, non toccano più fiore:

noia li prende; alzano il capo, e stanno.

III

Dormono. Or tu non romperai quel sogno
che forse fanno. Non portar più frasca;
ché non d’altro che d’aria hanno bisogno.

Un giorno; e par che il gregge tuo rinasca.
Par nuovo. E tu gli porgi qualche cima
fresca a cui salga il nuovo gregge, e pasca;

e lo tramuti dal panier di prima.

IV

Cerca tre volte tanta una canestra:
prendi i germogli con sur ogni foglia
appeso un branco, e ponili giù destra.

Tre volte tanto mangiano. E tu spoglia
per loro i rami e spicca verdi i germi.
Mangino. In capo de’ sei dì la voglia

del cibo è queta: alzano il capo, e fermi!

V

Dormono. Il corpo a qualche cosa attorno
hanno legato con sottili bave
come di seta; e dormono un gran giorno.

Alfine ecco si svolgono dal grave
sonno, rifatti. Ed ecco a cento a cento
li cogli a un ramo, poni giù soave

in una stuoia il tuo cresciuto armento.

VI

Tre volte tanto brucano foraggio
così cresciuti. Ma tre volte tanto
verdeggia il gelso al puro sol di maggio.

Due rose aperte tu porrai da un canto.
Sognino nella stanza solitaria
d’essere in Cina, i bachi, e per incanto

errar sui gelsi tra il color dell’aria!

VII

Dormono… Ebbene: tristo sogno è il loro.
Ma no: vegliano, e sembrano, all’aspetto,
in doglia grande od a crudel lavoro.

Non vedi come il torvo capo eretto
per tutto un giorno dondolano stanchi?
Póntano i pie’ di dietro, alzano il petto,

e di sé stessi escono puri e bianchi.

VIII

Ora in tre stuoie li porrai, né ora
più dalle rame sgrapperai le fronde.
Porgi la rama florida, che odora.

Non le hai deposte ancora, eccole monde.
Ma tu gli alunni muterai dal primo
letto, più volte, o almeno all’ultimo, onde

l’ultimo sonno non s’invii sul fimo.

IX

Dormono… O Rosa, siediti; ché giova.
Dormono alfin la grossa i filugelli
che tu tenesti, nel tuo seno, in cova.

Ma tu mondi olivagnoli, e fastelli
scuoti, di cesti; vieni e vai; ti spicci,
ti studi, entri, esci, apri, alzi, e sui castelli

tacita e grave stendi altri cannicci…

CANTO TERZO

I

Or sì, conviene ai gelsi bianchi, ai mori,
dare il pennato e portar foglia a fasci,
con fruscìo grande e il fresco odor di fuori!

Ma su le prime indugi un po’; né lasci
che il gregge impingui, e se ne perda il frutto:
attenta, accorta, a man a man li pasci

più largamente, fin che indulgi il tutto.

II

Ed ecco allora, nell’opaca loggia
piena di verde, uno scrosciare uguale,
un grosso allegro strepito di pioggia.

Sembra l’oscurità d’un temporale
che fa fuggire con le falci in pugno
le villanelle… Invece le cicale

cantano al sole, al nuovo sol di giugno.

III

Canta, nel sole immersa, la calandra
che inebbria il cielo. Tu tra i tuoi castelli
nella fresca ombra vegli sulla mandra.

Di quando in quando vengono i fratelli
portando rami striduli a bracciate:
entra con loro il canto degli uccelli,

entra con loro il soffio dell’estate.

IV

Ma sazi alfine i tuoi voraci allievi,
or l’uno or l’altro, lasciano la foglia.
Erano pigri, agili sono e lievi.

Vagano spinti da non so qual voglia.
Talvolta alcuno qua e là s’arresta.
Sembrano ciechi che da soglia a soglia

vadano tentennando con la testa.

V

Tu sai, tu vegli: a tempo tu facesti
nella tua selva, o Rosa, quando c’eri
pei primi funghi, irsute stipe e cesti.

Rami d’ulivi, anche di meli e peri,
anche di viti, tu serbasti insieme,
e, quali alberi, piccoli ma veri,

gambi di rape, dopo colto il seme.

VI

Di questi rami ed alberi minori
alzi in un tiepido angolo tranquillo
un bosco secco senza foglie e fiori.

– Che rifiorisca? – par che rida il grillo.
Non ride il ragno: egli fa pur le tele!
Né l’ape ch’ama il regamo e il serpillo:

tutto può darsi; ella fa pure il miele!

VII

Vanno inquïeti, contro lor costume.
Qual monta i ritti, qual s’appende al muro.
Traspare il corpo se si spera al lume.

Più nulla è in loro, che non sia futuro.
Par che la bocca un fil di luce aneli.
Il verme è mondo, il verme è tutto puro…

O Rosa, è puro, e cerca ove si celi.

VIII

Prendili, o Rosa, con le rosee dita:
portali al bosco. Dentro pochi giorni
l’arida selva rivedrai fiorita.

Vai dal castello al bosco, poi ritorni
dal bosco lieta al tuo castello: lieta,
che l’un si vuoti e l’altro già s’adorni

di biondi grandi bozzoli di seta.

IX

Non più castelli, o Rosa: altro non resta
che il bosco brullo. Or tu siedi romita,
pensi all’amore, un po’ lieta un po’ mesta.

Dal bosco morto viene un’infinita
romba nel gran silenzio sonnolento.
Tra le sue rame odi un ansar di vita…

le già sue foglie odi stormire al vento.