Giovanni Pascoli – Il cuculo

I

Rigo, mentr’era buona ancor la luna,
potava. Aveva, a raccattar le brocche,
la bionda Rosa e la Viola bruna.

Allegre. Oh! d’un viticcio tra le ciocche
ridean mezz’ora! e poi dicean, ridenti,
col fascio in capo: “Siamo o no due sciocche?”

Rigo seguiva il loro andar con lenti
sguardi, col tralcio che torceva in mano,
ed un vinchietto tremolo tra i denti.

Ché s’affrettava. Era già alto il grano,
avean le gemme l’uva in bocca. – O vigna! –
pensava: – il cucco già non è lontano! –

Pensava: – Il ben nel presto non alligna. –
Ma sì, potava, poi torceva a modo
il capo buono, quel che fa la pigna;

e lo legava con vie più d’un nodo.

II

Sì: presto e bene. E già finiva il tutto,
quasi; e non s’era inteso il doppio accento
del cucco: – Un giorno molle, un giorno asciutto; –

non s’era inteso annoverar tra il vento
dolce le viti ancora da potare,
cuculïando il contadino lento.

Era all’ultima vite del filare
Rigo, e le donne all’ultimo fastello;
e venne il canto da di là del mare.

Con la sua mucca risalìa bel bello
la mamma, e il babbo la scontrava in via.
Dore si ritrovò col suo fratello.

“L’ultimo nodo!” Rigo gridò: “Via!”
Rosa premeva il fascio coi ginocchi…
C’erano tutti, in pace e compagnia,

col sol morente, che splendea, negli occhi.

III

Avea finito. E stettero alcun poco.
E teste bianche e teste bionde e nere
splendean sotto le nuvole di fuoco.

Udiano le due voci delle sere
di primavera, limpide e sonore,
così lontano che parean non vere,

così vicine che parean del cuore.