Giovanni Pascoli – Il soldato di San Piero in Campo

I

Era poc’anzi nella valle il ronzo
dell’altre sere. Ogni campana prese
poi sonno in una lunga ansia di bronzo.

Si dicevano Ave! Ave! le chiese,
e i vecchi preti, che ristanno un poco
con le mani alla fune anco sospese.

Ave! tra uno scampanìo più fioco
dai monti, che, lassù, pare una voce
che dian quei cirri e cumuli di fuoco…

Ave! tra uno scoppiettìo veloce
di balestrucci, che nel cielo intorno
gettan ombre di pii segni di croce…

segni di croce, sul morir del giorno,
nel campo, nella via, nel casolare
dove sospira i passi del ritorno

il nonno, solo… E già venian più rare
le squille delle Avemarie lontane;
e s’alzò dalla valle, di tra un mare

di foglie, un suono a morto, a tre campane.

II

Oh! Piangi… Pensa… Dormi… Piangi… Pensa…
Dormi… echeggiava in ogni cuor San Piero
nell’ora dolce in cui fuma la mensa:

nell’ora in cui risuona ogni sentiero
di piedi scalzi, e anche di novelle
e di ragioni dette con mistero:

San Piero in Campo sperso là tra quelle
file di pioppi, garrulo, ai tramonti,
di rane gravi e allegre raganelle.

Echeggiava tra i monti. Erano i monti
tutti celesti; tutto era imbevuto
di cielo: erba di poggi, acqua di fonti,

fronda di selve, e col suo blocco acuto
la liscia Pania, e con le sue foreste
il monte Gragno molle di velluto.

Sfiorava il sole tuttavia le creste,
toccando qua e là nuvole vane
e di laggiù, tra tutto quel celeste,

veniva il suono delle tre campane.

III

E Dormi… Piangi!… Chi piange, lo sanno
tutti: sua madre. Come era contenta!
Egli le ritornava ora, nell’anno,

tra pochi mesi. Ognuno lo rammenta,
buono! bello! ma il dito alza alla bocca,
come sua madre sia per lì, che senta.

Quel dolore ha una lunga ombra che tocca
tutte le case. Col cucchiaio in mano
resta, come la veda, una che imbocca

il suo piccino, al fuoco. – Era a Milano,
credo, a Modena… – Dove la via sale,
due calessini vanno su pian piano,

al passo: intorno suona il disuguale
tonfo degli otto zoccoli, ed, appena,
il cigolìo leggiero delle sale.

Dolce il ritorno! Dolce essere a cena
spartendo ai bimbi irrequïeti il pane…
Vanno; e nell’aria concava e serena

rimbomba il suono delle tre campane.

IV

E Pensa… Dormi… È limpida la sera:
si vede sempre, e non s’accende il lume.
C’è nelle selve fumo qua, che annera,

là, che biancheggia: bruciano il pattume:
presto si coglie. E l’uva ingrossa, e invaia
i chicchi già. La canapa è nel fiume.

È già stesa a capretta su la ghiaia,
via via: dura ha la tiglia, alta la canna.
Ecco che già si mazzola in qualche aia.

Vengono all’aia, avanti la capanna,
i giovinotti, e ognuno si promette
con la ragazza che gli tien la manna.

Il sessantino ha messo i crini, mette
la rappa. Già si sguscia. Nelle stalle
le manse vacche mangiano le vette.

È uno splendore di pannocchie gialle
per tutto, alle finestre, nelle altane.
La sera è dolce: solo nella valle

suonano a morto quelle tre campane.

V

E Piangi… Pensa… Dormi… Egli, sotterra
dorme! ed in terra appena benedetta!
dorme sotterra, e non nella sua terra!

Fuori è restato un po’ di lui, che aspetta;
chiama i rettori del suo vicinato;
chiede la messa della sua chiesetta;

vuol l’acquasanta ch’ebbe appena nato,
che le sue fasce già bagnò, che bagni
or la sua cassa; vuol esser portato

al camposanto suo, tra i suoi castagni,
sotto il suo panno dalla frangia nera,
sopra le spalle de’ suoi pii compagni,

tra il calpestìo de’ suoi compagni a schiera,
tra il muto calpestìo che, dove passa,
lascia nel timo un morto odor di cera;

e il cataletto or s’alza, ora s’abbassa:
si va pian piano ma per vie non piane:
e dolcemente il capo nella cassa

si culla al suono delle sue campane.

VI

E dice Mamma… Mamma… Mamma… Vuole
sua madre. Ahimè! che voglia, quella voglia
di mamma! quel dolore, quanto duole!

Ora, più nulla. Stride qualche foglia;
si chiamano e rispondono tranquilli
due chiù; va la Corsonna che gorgoglia.

Tu su la bruna valle alta sfavilli,
Barga, coi cento lumi tuoi. Rimane
l’orma del pianto tra un gridìo di grilli

e un interrotto gracidar di rane.