Giovanni Pascoli – Il torcicollo

I

E dicea – Cincin… pota Cincin… pota –
la cinciallegra; e un canto uscì dal prato
d’erba lupina: un’altra voce nota.

Potava il babbo; lasciò star pennato
forbici e torchi, e poi seguì, fischiando
anch’esso un po’, l’altro messaggio alato.

Prese la vanga (questo era il comando
dell’altro uccello) dalla punta d’oro;
andò la bricia a tirar su, con Nando.

Poi spicciolò nel campo il suo tesoro
di chicchi d’oro; e gli dicea, Fa piano!,
quell’incessante piagnisteo canoro.

Dicea: – Bada! Il granturco non è grano:
ben altra rappa nascerà da un chicco! –
Quasi parea glieli contasse in mano,

dicendo: – A uno a uno! Non sei ricco! –

II

Poi l’ammoniva ch’era giunta l’ora
di seminar la canipa. Ma poca!
E tristo a lungo ripetea, Lavora!

Ei t’ubbidiva, o poverella fioca
canipaiola: e seminò ben fitto,
dicendo: “Non mai vince, chi non gioca.

Il più del seme ai passeri lo gitto
per certo! È il meno che doventa tela”.
Però d’intorno non s’udiva un zitto.

Ma il torcicollo a cui nulla si cela,
avanti o dietro, e che giammai non erra,
cantava pur la lunga sua querela.

Ei li vedeva, i figli della terra,
color di terra, che tendean, gl’ingordi!
Forse pensava: – E l’uomo muove guerra,

per via di loro, ai torcicolli e a’ tordi! –

III

Ma l’uomo fece un uomo d’una cappa
e d’un cappello. “E’ vi darà buon conto!”
diceva: e se n’andò con la sua zappa.

Scesero allora i passeri. Il tramonto
era dorato. Erano cento e cento…
– Oh! il poveruomo! Ha l’ali, al volo è pronto;

ma è confitto, e lo patulla il vento! –