Giovanni Pascoli – Il vecchio castagno

E Viola tornò per coglitora,
dopo sementa, dal suo zio d’Albiano.
Ed ecco, i cardi non cadeano ancora.

E dava nel frattempo ella una mano
all’altre donne, e lungo il Rio con esse
facea brocche di càrpino e d’ontano.

Ora sfogliava le seconde mèsse,
dei gelsi, ora segava erba e trifoglio,
che la brinata non gliele cocesse.

Perché la bestia dice all’uomo: “Io voglio
l’ultime frasche, s’altri ebbe le prime.
A me l’avanzo, s’è di te il rigoglio!

Le pigne tu, le pampane io: le cime
io, tu le rappe. Io do, se tu mi desti.
Fin che c’è verde, non mi dar guaime.

Padrone, c’è del verde, che tu pesti.
Menami alle covette della strada,
menami un poco nella selva ai cesti:

ai cesti ch’ora a tutto ciò che cada,
aprono i lor fioretti color carne;
e cade brina, che attendean rugiada”.

Ed ella andava qualche volta a farne
per loro, e qualche volta, ch’era bello,
menava là le vaccherelle scarne.

E con loro godeva il solicello
di fin d’ottobre, tra i castagni, sotto
il re di tutti, un vecchio mondinello.

Sotto il re dei castagni, sur un grotto
pieno di musco, si sedea Viola,
col gomitolo, i ferri e un calzerotto.

E gettava alle bestie una parola,
anco un toffo di terra, anco due ghiare
con le sue mosse di canipaiola.

Ora un giorno che stava a lavorare
sotto il castagno, e che sotto i suoi sguardi
pendean le vacche dalle stipe amare,

dei tonfi udì, come se quei bastardi
fosser lì con sassetti e con pinelle,
chiotti, per darle briga… Erano i cardi.

Cadeano giù con le castagne belle
e nere in bocca, che sul musco arsito
ruzzolavano fuori della pelle.

Udiva; e il gran castagno ecco sul dito
le picchiò con un cardo, anzi un pallone,
piccolo, giallo, chiuso. Era un invito:

l’albero volea dir la sua ragione.
Alzò Viola, come se capisse,
gli occhi, poi li voltò: vide un piccone;

vide un’accétta. E il vecchio re le disse:
le disse il re:

I

…Viola!… Violetta!…
Non la vedi costì? C’è da stamani.
Ce l’ha lasciata il caro zio. L’accétta!

La piglia su, domani, oggi, a due mani,
e picchia giù. Dove ella picchia, guai
a quei frassini! tristi quelli ontani!

e quei castagni! Non credevi mai,
Violetta? Lo credo! Ero il più grande!
Sono il più vecchio. Ella è per me: vedrai.

Si sa: la quercia deve dar le ghiande,
e il fico i fichi, ed il castagno i cardi.
Vivande, noi; solo il rosaio, ghirlande!

E i cardi son più pochi, ora, e se guardi,
non son più pieni, ch’io non ho più forza.
Io ho la lupa. Ho messo poco e tardi.

Il vecchio re sente impassir la scorza!

II

E mi ricordo ch’ero il più piccino
del branco, quando venni qua; di tutto
quello d’allora. Io, sai, nacqui a bacino,

di là del Rio. Di là crescevo sdutto,
lungo, con molta frasca e molte polle.
All’ombra, messa tanta e poco frutto!

Qui, posto al sole, in cima in cima al colle,
mi dava noia, i primi anni, l’asprura.
Bramavo quel bel fresco, quel bel molle.

Ma poi con gli anni feci tiglia dura,
e il sole amai, che vaporava il fiato
nella florida mia capellatura.

A un fin di verno, un uomo col pennato
mi cuccò tutto per filo e per segno!
E io restai pulito e dicapato,

con due mazzette tra la buccia e il legno.

III

Vedi i due rami dalle mille vette,
anzi il doppio grande albero che porto
sul tronco? Sono quelle due mazzette.

Ché venne aprile, e io sentiva, assòrto,
dalle mie fibre risalire il succhio
cercando in alto ciò che m’era morto:

ciò che non era, là di lì, che un mucchio
di verghe dalla lunga acqua percosse,
cui s’attorceva l’ellera e il vilucchio.

Ma io sognava tuttavia che fosse
sopra il mio fusto, e che mettesse i fiocchi
verdicci dalle sue vermelle rosse.

Io mi spingeva tutto verso gli occhi
che non avevo; io mi gettava verso
il mio passato. C’era quei due brocchi.

Li empii di me: ma mi sentii diverso.

IV

Più dolce, o bimba, mi sentii: più manso.
Con gli anni feci le castagne. Alcuna
ce n’è nei cardi. Cerca. A te le canso.

Le canso a te, mia pastorella bruna
che vieni qui per cogliere, e due volte
in cielo fare qui vedrai la luna.

Son mondinelle; tu le sai, n’hai colte.
Mòndano bene. Esce da sé pulita
la carne, il buono, dalle vesti sciolte.

Tu le mondi per gli altri con le dita
svelte, seduta al fuoco, sul pannello.
Gli uomini stanno muti alla partita.

Quei giorni di novembre, che fa bello,
che si colma la botte del buon vino,
che, con indosso mezzo il suo mantello,

mezzo tra freddo e caldo è San Martino!…

V

Da quanti inverni vivo qui sublime!
E vidi tante creature bionde
venir su l’alba a cogliere le prime,

che poi con gli anni, esciti non so donde,
io li vedeva curvi bianchi tristi
ruspare lì, nei mucchi delle fronde,

l’ultime. All’ultimo, io non li ho rivisti.
Non ne so nulla. So che i coglitori
vengono e vanno, come tu venisti

e… Ma quello che sempre, ai dì peggiori,
anche ho veduto, sia che nella bruma
la pioggia scrosci e che la neve sfiori,

è il fiato che nell’aria fredda fuma
dalla lor casa, il caldo alito, quando
il vecchio tramontano anche lui ruma

qua ne’ frondai gridando e farfugliando…

VI

O fiamma allegra, che scricchioli e schiocchi,
scaldando i mesti vecchi, i bimbi savi,
da noi li avesti cioccatelle e ciocchi!

O casa buona, messa su dagli avi,
che pari il freddo, e brilli nella notte,
da noi li avesti travicelli e travi!

O mamma, che il laveggio ora o le cotte
metti all’uncino o sopra i capitoni,
da noi li avesti i necci e le ballotte!

O babbo, che nel mezzo al desco poni
il vinetto che sente un po’ di rame,
da noi li avesti i pali ed i forconi!

E tu che mugli, mugli tu per fame
o per freddo, vacchina dello stento?
E da noi abbi i vincigli e lo strame…

mentre noi qui rabbrividiamo al vento.

VII

Io ne godeva. Io amo chi mi coglie.
Ora, capanna casa fuoco vigna,
non do più frutto né legna né foglie.

Ora l’accétta scoprirà maligna
i miei segreti. Ho dentro me dei bruchi
d’oro, che fanno, come uva, la pigna.

Aveva dentro, qua e là, nei buchi,
altri alati che nero di tra il musco
sporgeano il capo allo svolar dei fuchi.

Oh! da quanti anni sento nel mio rusco
sempre ronzare, e sempre nella state
cantarellare odo tra lusco e brusco!

Oh! scoprirà l’accétta, abbandonate
sopra lane di pioppi e ragnatele,
ovine acquide, avanzi di covate

di cinciallegre, e un gran favo di miele.

VIII

Quanto a me… Quanto a me, mi schiapperanno
per il metato. Prima lì nel mezzo
due ciocchi soli col pulacchio d’anno;

poi tutto v’entrerò pezzo per pezzo.
Le castagne seccate col castagno
vengono bianche e sono di più prezzo.

Ecco, il nostro fruttato io l’accompagno
anche in morte, morendo a poco a poco,
e di me l’uomo ha l’ultimo guadagno.

Mi sfarò piano, non sprizzerò fuoco
non farò vampa; adagio, come deve
un buon castagno vecchio che sa il giuoco.

Poi nel dì che si canta che si beve
che si picchia su l’aia del metato,
non sarò più. Sarò cenere, lieve

cenere, buona per il tuo bucato.

IX

E il ceneraccio, al prato!… Odimi. Il fusto
è marcio, e non può darsi che ributti.
Gli dia l’accétta e l’accettino. È giusto.

Ma vedrai, nella ceppa, che tra tutti
lo zio ralleverà qualche novello
che viva e cresca, che riscoppi e frutti.

Fa che salvi codesto, così snello,
che se tu venga quando avrai marito,
tu dica: È come il padre; anzi più bello!

Codesto, sì, costì, presso il tuo dito,
dove ho picchiato il cardo… Oh! tuo zio!… Digli:
Questo novello come cresce ardito!

che speriamo, io e tu, che mi somigli!
che dia su me, non dia su lui, l’accétta!
Ti farà le mondine pe’ tuoi figli.

Diglielo!… su… Viola! Violetta!