Giovanni Pascoli – La calandra

I

Galleggia in alto un cinguettìo canoro.
È la calandra, immobile nel sole
meridïano, come un punto d’oro.

E le sue voci pullulano sole
dal cielo azzurro, quando è per tacere
la romanella delle risaiole;

e non più tintinnìo di sonagliere
s’ode passare per le vie lontane;
ché già desina all’ombra il carrettiere.

Né più cicale, né più rauche rane,
non un fil d’aria, non un frullo d’ale:
unica, in tutto il cielo, essa rimane.

Rimane e canta; ed il suo canto è quale
di tutto un bosco, di tutto un mattino;
vario così com’iride d’opale.

Canta; e tu n’odi il lungo mattutino
grido del merlo; e tu senti un odore
acuto di ginepro e di sapino,

senti un odore d’ombra e d’umidore,
di foglie, di corteccia e di rugiada;
un fragrar di corbezzole e di more.

Vai per un bosco e senti, ove tu vada,
quei fischi uscir più liquidi e più ricchi;
poi, come colpi da remota strada

di spaccapietre, il martellar de’ picchi.

II

Ma no: dib dib: è il passero. Ricopre
la nebbia i campi, dove è dall’aurora
de’ bovi il muglio e il viavai dell’opre.

Fuma la terra, fuma il cielo; ancora
fuma il camino e, tra le tamerici,
fuma il letame e grave oggi vapora.

Vaniscono laggiù le zappatrici;
di qua l’aratro emerge per incanto,
tra un pigolìo di passeri mendici.

Ma donde viene chiaro e dolce il canto
or della quaglia? È in fior lo spigo; tondo
s’apre nei campi il fior dell’elïanto.

È sera forse? e dentro il ciel profondo
il crepuscolo indugia? e nel sereno
canta la quaglia di tra il grano biondo?

E pieno il prato è già di trilli, e pieno
il grano è già di lucciole, e su l’aie
bianche s’esala il buon odor del fieno.

E no, ch’è l’alba: è sotto le grondaie
tutto un ciarlare. Sono intorno al nido
le rondinelle garrule massaie.

La casa dorme. Niuno ancor nel fido
bricco il caffè, nemico al sonno, infuse.
Vola e rivola il mattutino strido

lungo le verdi persïane chiuse.

III

Un torvo strillo di poiana… muta
solitudine… roccie irte, malvage…
qualche cesto d’assenzio e di cicuta…

Il cielo sfuma in un rossor di brage.
Solo un torrente urlare odo: russare
d’un ebbro in mezzo una sua muta strage.

E la poiana strilla. Ecco mi appare
una rovina, una deserta chiesa,
da cui te, solitario, odo cantare.

Canti come una dolce anima presa
da’ suoi ricordi, tu, dalla rovina
dove è già la pietosa edera ascesa,

passero azzurro! O donde mai, vicina
cincia, m’inviti in vano a te? Da un orto
rosso, cui cinge il bosso e l’albaspina.

Pendono rosse tra il fogliame smorto
le dolci mele, e ingiallano le pere.
Nel mezzo un fico, nudo già, contorto.

E vi cantano cincie e capinere…
Ma no, sei tu che, immobile nel sole,
canti, o calandra, sopra le brughiere.

E le tue voci pullulano sole
dal cielo azzurro, con virtù segreta,
come veggenti limpide parole,

o grande su le brevi ali poeta!