Giovanni Pascoli – La canzone del carroccio

I.
I BOVI

Mugliano i bovi appiedi dell’Arengo.
Sull’alba il muglio nella città fosca
sparge l’odor del sole e della terra.
L’aratro appare che ricopre il seme,
appare il plaustro che riporta il grano.
Torri Bologna più non ha, che pioppi:
tra i suoi due fiumi, tremoli alti pioppi.
Più non ha case, che tra il verde, rare,
con le ben fatte cupole di strame;
più non ha piazze, che grandi aie bianche
su cui vapora un polverìo di pula.
Vi son gli stabbi sotto i tamarischi;
le cavedagne all’ombra dei vecchi olmi;
e il sonnolento macero, che pare
quasi ronfare il canto delle rane.
Il muglio parla d’opere e ricolti,
parla di solitudine e di pace
e d’abbondanza. Il muglio desta i falchi
lassù, prigioni: ch’empiono la muda
d’un loro squittir rauco.

I falchi d’Eristallo e Solimburgo,
vedeano in sogno brighe zuffe stormi.
Narrano desti l’uno all’altro il sogno.
Sognava Buoso d’essere a Dovara,
nel suo castello, e di sognar l’inferno…
Quieti a basso ruminano i bovi.
L’anno è finito delle lor fatiche.
Finita è l’ansia di tirare il plaustro
per l’ampia via del console romano.
Traean pur ieri alla città turrita
le castellate dal lucente usciolo;
fasci traean di canapa e di stoppa,
a cui nel verno esercitar le ancelle;
e bianche sacca turgide di grano,
e scabri ciocchi e fragili sarmenti:
hanno provvisto il pane, il vino, il fuoco,
e il saldo filo onde si tesse il drappo
rude e sincero. E ruminano gravi
di maraviglia, ad or ad or mugliando
nella città che dorme.

Il bianco e il rosso stanno sotto un giogo:
i due colori della tua bandiera,
forte Bologna. I rossi magri bovi,
dalle ampie corna e dai garretti duri,
fendean gemendo la saturnia terra,
allor che madre grande era di biade,
grande d’eroi. Rapidi aravano. Era
forse alla bure un dittator di Roma.
Rapidi vanno: ne’ pelosi orecchi
risuona ancora il grido dell’impero.
Ma poi dall’Alpe scesero, tranando
le case erranti d’Eruli e di Goti,
i bovi bianchi, a cui restò negli occhi
lo stupor primo della Terra sacra,
i monti, i laghi, i prati, i campi, i fiumi.
Ella giacea sotto la mano stesa
del condottiere; e i piccoli e le donne
gli occhi celesti confondean nel cielo.
Stendea la mano il Barbaro esclamando:
Italia! Italia! Italia!

Ed ora i pigri bovi bianchi a terra
piegan le gambe e sdraiano le membra.
Ma resta in piedi il fulvo lor compagno,
così ch’è il giogo a tutti e due più grave.
L’un capo e l’altro appressa torvi il giogo
comune, e gli umidi aliti stranieri.
Ma il rosso alfine le ginocchia ponta
e piega a terra: e in pace, a paro, entrambi
girano poi la macina dei denti.
Comincia l’anno delle lor fatiche:
a paro, in pace, romperanno il campo:
tra poco al campo porteranno il concio
tiepido e nero; e poi faranno i solchi,
i lunghi solchi per la pia sementa,
per grano e lino, canapa orzo spelta.
L’aratro è fondo, ma il biolco preme
la stiva più. «Là, Bianco!» urla; «Qua, Rosso!»
Fumano insieme il fiato della terra
rotta e dei bovi e del nebbioso cielo
e del seminatore.

II.
IL CUSTODE DELL’ARENGO

Sul limitare siedono i biolchi,
mangiano pane. E quali son manenti,
quali arimanni, del contado, astretti
al suolo altrui come le quercie e gli olmi.
Ma dietro loro stridono le chiavi
e i chiavistelli, ed apparisce il vecchio
ch’ha in sua balìa le porte delle stalle:
Zuam Toso. Il lume ha grave ormai degli occhi
traguarda e dice: «Uomini, dove siete?»
Cala il cappuccio, stringe a sé la cappa
con pelli agnine, ch’ebbe dal Comune
ad Ognissanti per il suo lavoro.
Zuam Toso trema, abben che sia d’ottobre.
Guarda a’ suoi piedi, sulla soglia, e dice:
«Traete dentro, uomini, i bovi: è l’ora.
Già Bonifazio monta al bitifredo».
Dice il custode dell’Arengo; e i servi
taciti in piedi s’alzano, e del piede
tentano i lombi a gl’indolenti bovi
che s’alzano soffiando.

E parla il Toso, volto a gli arimanni,
volto ai manenti: «Io vedo ormai più poco.
Ben converrà che il frate mio m’aiuti,
buon uomo e savio: ch’io non son quel ch’ero
quando il passaggio feci in Terra Santa.
Oh! mi ricordo Orso Cazanimici,
Pietro Asinelli, Scappa Garisendi,
pro’ cavalieri: io, piccolo ragazzo.
Io, sì, tornai: niuno tornò, di loro,
sì che in Bologna ne fu poi gran pianto.
Poi l’altra volta mi crociai. Ricordo
il Lambertazzo e il Geremeo seduti
placidi all’ombra, all’ombra d’una palma.
Era in Soria. Tenevo io per le briglie
i due cavalli: si mordean rignando…»
Quivi un biolco avanti trae la coppia
prima de’ bovi, e dice: «Misèr Toso…»
E quei dà luogo, ed esce nella piazza.
Sotto l’Arengo vi son già fanciulli
con gli occhi aperti al cielo.

Vogliono il re. Dice Zuam Toso: «Andate!
Quando ero putto come voi, ben altro
io vidi! Vidi, grande, alto a cavallo,
l’imperatore dalla barba rossa.
Lì!» Gli occhi tondi vanno dietro al dito.
«Egli solcava col suo grande aratro
le piazze e vie delle città romane:
seguiano il solco nugoli di corvi».
Più lungi è un crocchio di donzelle e donne;
chinano gli occhi all’appressar del Toso.
E il Toso dice: «E quale di voi, donne,
quello ch’io vidi, poté qui vedere?
Santo Francesco. Trito, macilento,
piccolo; in veste disusata e vile.
Ma e’ parlò così soavemente,
che tutti quanti furono in Dio ratti.
– Niuno è sì grande, che gli sia promesso –
diceva – uno palagio pieno d’oro,
che non portasse un sacco di letame
per un aver sì grande! -»

Poi Zuam aggiunge: «Ed era quello il tempo
che Dio sgrollava la città partita,
piena d’invidia. Ed e’ parlò di pace,
Santo Francesco, e non facea guadagno.
Ecco e d’un soffio scosse Dio le torri.
tra lor nimiche, e ignuna versò fuori
le sue colombe; e stettero sull’alie,
e poi scesero al frate poverello,
quali sul capo, quali sulle spalle,
alquante in grembio, alquante sulle braccia.
Allor sì venne la divina grazia,
in veder quelle l’alie aprire e i becchi,
semplici e caste, sotto la sua mano!»
Ma quivi il Toso muove inver l’Arengo,
ché alcun lo chiama; e le donzelle e donne
levano gli occhi verso le finestre.
Cercano il re. Vanno da torre a torre,
da torri guelfe a torri ghibelline,
e sopra i merli e sopra le baltresche
tubano le colombe.

III.
I BIOLCHI

Sotto le grandi volte dell’Arengo
ora i biolchi hanno attaccato al carro
il primo paio, hanno fermato il giogo
con lo statoio dal sonante anello.
Hanno al timone l’altre paia aggiunte
con lunghe zerle e lucide catene.
Sono addobbati a bianco ed a scarlatto
ora i biolchi, gli otto bovi e il carro.
Giace su questo un albero da nave,
alto, ferrato. Attendono nell’ombra
uomini e bovi il cenno della squilla.
Guardano in tanto. Attorno lor non sono,
nella rimessa, acute vanghe e zappe,
falci e frullane, non il curvo aratro,
né coreggiati né pennati appesi
alle pareti o flessili crinelle:
sì lancie e scudi e selle e cervelliere,
balestre grosse e loro saettame,
guanti di ferro, elmi di ferro, e trulli,
trabucchi e manganelle.

Dice Zuam Toso: «Il carro, non di concio
credo vi sappia, non di grano e mosto.
Non uve frante egli portò; sì morti,
grandi e bei morti, e sente forse il sangue.
Io l’amo, o genti, ch’io nell’anno nacqui
ch’egli fu fatto. Ahimè! com’egli ha salde
le membra sue di rovere e di faggio!
Io sono invece canna di palude…
Ma non fui sempre. Non tremiamo al vento
noi! Come ha scritto il savio Rolandino.
Dicea mio padre, che Dio l’abbia in gloria,
che Barbarossa minacciò Bologna.
E noi facemmo questo greve carro
per uscir fuori, lenti lenti, al lento
passo dei bovi; e c’era un grande abeto
in cime all’Alpe, vecchio come Roma:
noi ne facemmo questa lunga antenna,
ch’ei la vedesse; e suvvi la campana;
che pur lontana egli la udisse chiara
tra il trotto dei cavalli».

Tacciono, all’armi guardano i biolchi.
Chi guarda è un altro che in lor è: l’Antico.
Fermo sul suo pungetto, uno è un astato
che avea seguito l’aquile di Druso.
Ei campeggiò sul Reno e sul Visurgi.
Franse i giganti Cauchi e Langobardi.
Portò, trent’anni, l’armi il vallo e il vitto.
Cenò la pulte con l’aceto e il sale.
Ebbe ferite e un ramuscel di quercia.
Poi vecchio arò due iugeri di terra.
Le glebe allora ei debellava, e gli era
pilo la vanga e gladio la gombiera.
Spiò nel volo degli uccelli il tempo
della sementa e della mietitura.
Piantò gli alberi a file di coorte.
Non trombe all’alba altre sentì, che il gallo.
Non fu nel campo altro ronzìo, che d’api.
Poi, di quel campo, in un de’ suoi nepoti,
servo rimase. E portò lino al Duddo
e vino allo Scafardo.

L’altro a cavallo dietro il suo Sculdascio
giunto era qui con la selvaggia fara:
rasa la nuca, la capellatura
attorno al viso mista alla gran barba.
Vide i gasindi dar la lancia a Clefi,
vide ferir nella colonna Autari.
Quindi nel nome del suo Dio, nel nome
della sua spada, ebbe una casa e il bosco.
Tenne il cavallo, serbò scudo e lancia,
se lo chiamasse all’eribanno il Duca.
Ed avventò contro le sacre quercie
la vecchia scure delle sue battaglie.
Ed allevò gli utili porci, e trasse
ai fòri antichi le grugnenti greggi.
Poi si trovò, ne’ suoi nepoti, schiavo,
esso arimanno! Né più v’era attorno,
chi la saetta gli ponesse in mano,
chi lo adducesse al libero quadrivio.
Ora, egli ammira l’armi del Comune,
fermo sul suo pungetto.

IV.
L’INSEGNA DEL COMUNE

E suona la campana del Comune.
La Patria intima il breve suo decreto,
di bronzo. Tutta la città ne ondeggia.
S’odono cozzar armi,
squillar trombe. Póntano i piedi, e il duro collo i bovi
stirano, e sbalza sulle selci il carro.
Tuonano le alte volte dell’Arengo.
E il re si desta. Il re sognava danze
di Saracine del color d’ulivo…
Scoteano lieve il cimbalo sonoro.
Sognava il re di falconar nel greto
d’un grande fiume, sul suo bel ginnetto…
Seguia lassù la ruota dell’astore.
Sognava le foreste di Gallura:
era nel folto, al guato del cignale…
Udia sonare alla lontana il corno.
Sognava guerra, e colpi e sangue e morte,
su vivi e morti alto l’imperatore…
Vedeva… Il sogno ecco gli rompe il cupo
strepito del Carroccio.

Esce il Carroccio e sta sotto l’Arengo.
Par che si levi un pianto dalle donne.
– Quando tu parti, nulla qui rimane:
restano solo i morti nelle chiese.
Tu rechi gli altri a non sappiam che terre:
felici i morti presso il loro altare!
Tu vai per via coi lenti bovi al passo:
ecco i ladroni sopra gran cavalli.
Forse hai le ruote prese dentro il fango:
scagliano frecce con le gran balestre.
O forse è afa, polvere, sudore…
Che fresco sotto gli archi di San Pietro!
Non più consigli nella bella chiesa,
vicino ai morti ed alle pie reliquie:
dove son più le compagnie dell’arti?
dove son più le compagnie dell’armi?
Non ci son più, che donne inginocchioni;
chi sa, se mogli, se ancor madri, o nulla?
e fanciulletti; e fanno male al cuore,
ché giocano al Carroccio! –

Resta il Carroccio all’ombra dell’Arengo.
Ora s’adorna dei suoi scudi in giro:
l’Aquila, il Pardo, il Grifo, il Toro, il Cervo
ed il Leone; Spade, Schize, Sbarre.
Fiorisce il carro di color di cielo,
di sangue e d’oro. Fascie bianche e nere
paion da un canto ricordare un lutto.
Guardano i vecchi, rissano i fanciulli,
ché in cuore ognuno ha una di quelle arme,
forse la Branca, oppur la Stella d’oro.
Anche i Lioni, senza più criniera,
lioni vecchi, odiano il Grifo alato,
o chiusi nel turrito lor Castello,
sdegnano i Vari e schifano i Balzani.
Uomini in tanto drizzano l’antenna
sopra il suo piede, e funi tese e nervi
tengono fermo l’albero sul carro.
Un lieve tocco dà la Martinella,
e bianca e rossa ondeggia in alto al vento
l’insegna del Comune.

Guardano, or sì, vecchi e fanciulli, in alto.
Le donne in cuore hanno finito il pianto.
– Quando tu parti, teco viene il tutto:
poniam su te tutte le vite nostre.
Le nostre vite porti uguali unite:
carico vai di grappoli e di spighe.
Quello che fummo e quello che saremo,
tranano i lenti e forti bovi al passo.
Carro, tu sei l’arca del nostro patto,
tu sei l’altare della nostra legge.
La messa e il vespro sovra te si canta,
squillano a morte di su te le trombe.
No, non con noi restano nelle chiese
i Santi d’oro: escono teco in campo!
Nemmeno i morti nei muffiti chiostri
sono con noi: vengono teco al sole!
Vengono ai tocchi della Martinella,
che suona all’alba, a sera, a morto, a gloria,
o bel Carroccio, o forza arte ricchezza
e libertà comune! –

V.
LE COMPAGNIE DELL’ARMI

Il popolo – ecco dalle quattro porte,
dai quattro venti, il popolo che viene.
Viene seguendo i quattro gonfaloni
coi quattro santi e con la rossa croce.
Hanno l’osbergo tutti e le gambiere,
hanno il roncone e la mannaia lombarda.
Hanno lasciato i ferri del lavoro
sull’oziosa incudine e sul banco,
e preso il ferro. Vengono a cavallo,
guardando in su, cattani e valvassori,
domini e conti, in cui poder castella
son, del contado, ed, in città, tubate.
Son gli Andalò, signori di più terre,
con cinquecento servi della gleba,
Alberto de’ Cazanimici grandi,
la mala volpe, ed Albari e Galluzzi
e il conte reo da Panico e il cattano
di Baragazza, i re della montagna,
ch’hanno il lor covo in venti castellacci,
e rubano alle strade.

Pensano i Grandi: «O buoni callegari
e bisilieri, non vi pesa in groppa
il nostro ferro? Il ferro a voi fa d’uopo
per ganci e graffi e raspe e seghe e morse.
L’azza… vi resti, pei beccai per l’arti!
Ma quel ronciglio abbinlo i boattieri».
Il popol va, pensano ognuno e tutti:
«Conti, v’abbiam graffiato dagli scudi
l’orso e il leon rampante con la rosa,
e pinti su l’aquile nostre e i pardi.
Voi cavalcate dietro i gonfaloni
nostri, Colonna, Grifo, Angelo e Branca.
Ma voi covate sotto la gaiferia
astio tra voi, spregio per noi cattivi.
Tempo verrà che, ricchi noi, daremo
castella ai gufi e torri alle cornacchie.
Vi abbiamo preso l’azze e le corazze,
l’aste e gli scudi. Verrà tempo, e forse
per l’armi vostre vi darem le nostre:
pettini, cardi ed aspi».

Vedono all’ombra dell’Arengo il carro
come galea ch’è per uscir dal porto.
S’alza il nitrito d’un cavallo al cielo.
Più ferreo tuona il passo de’ pedoni.
I cavalieri, ognuno oblia sua parte:
Comazzo parla amico ad Uspinello.
«Chi pari a lui? Che Berte o Bertazzole!»
Un marangone, vecchio, delle Schize,
ricorda i tempi di vent’anni addietro,
che lo raddusse un angelo a Piumazzo.
«Egli parava i bovi con un fiore.
Fu l’anno che i cavalli ghibellini
bevvero al Reno: e che le manganelle
furono prese…» Un valvassore aggiunge:
«Ne restò una, che gittò l’altr’anno
l’asino…» Un riso corre grandi e plebe.
«Chi pari a te, Carroccio bianco e rosso?
Forse il Blancardo? Forse la Buira?
Quando ella va, con le sue vacche, intorno
gridando: Chi to’ latte? «

Le lunghe spade ignude sulle spalle
sono i Lombardi ai lati del Carroccio.
Sembrano usciti allora da un convento,
d’aver giurato sopra l’evangelia;
aver negli occhi fiamme di covoni
e fumigare lento di macerie.
In lor città vedono andar l’aratro:
passa l’aratro e rompe ossa di morti.
Serpeggia il rovo dove fu la Chiesa,
l’edera monta dove fu l’Arengo.
Non hanno più la lor città di pietra:
questa di legno hanno, e ramenghi vanno.
Poservi su quanto è più dolce al mondo,
quanto è più sacro, quanto è suo per sempre.
Poservi il dritto, che vivente e sano
da fiamme e da rovine esce e da mucchi
di morti: il dritto della nuova Italia.
E però stanno ai mozzi delle ruote,
guardia e scorta, con le lunghe spade i
ignude sulle spalle.

VI.
IL PRIMO CARROCCIO

Che fu da prima? Il carro del convento,
che usciva ai campi, al tempo delle messi.
Squillava il suono della campanella,
per l’erme vie, con le cicale a gara.
Vennero al trebbio ove sostava il carro,
gli schiavi agresti col formento e l’orzo.
Vi si accoglieano i grami e nudi intorno,
come a sperare; e non sapean che cosa.
Sedeano a lungo, il viso tra le pugna,
quel suono udendo lontanar nel sole.

E poi tornò tra il canto degli uccelli,
un dì di maggio. Era la terra in fiore.
La Martinella risonò nel nome di Dio,
che fece il servo e il valvassore.
Sonava a stormo, e i servi della gleba
corsero con le falci e con le ronche.
V’era un altare, dove ardea l’incenso;
salìa l’incenso e si mutava in nubi.
V’erano angeli con le lunghe trombe,
e dalle trombe vento uscì di guerra.

E poi fiammeggiò rosso nei carrobbi
della città, chiamando l’Arti all’armi.
«Le lancie in pugno, o voi che le foggiate!
Le spade in pugno, o voi che le temprate!
Voi che le torri a pietra a pietra alzate,
chi fa, disfà: gettate giù le torri!»
Venne la plebe antica. Allato al carro
stava un uscito dall’oblìo dei tempi;
grande; come ombra al vespro ed all’aurora.

Parea che avesse i fasci con le scuri.
E poi tornò sotto il gran cielo il carro
fulgente d’armi. Avea con sé gli artieri
e i ferrei conti e i sacerdoti assòrti:
il Popolo era, intorno al suo Carroccio.
La città era, che possente, augusta,
usciva con la Chiesa e con l’Arengo
e col suo Santo e col suo Dio; con tutto.
Giunta al nemico, ella dicea col bronzo
della sua squilla: – È presso te Milano,
che mutò luogo: al modo delle stelle. –

E venne tempo, e patria sola il plaustro
restò. Giaceva la città di pietra.
E il plaustro parve il Gran Carro di stelle
che intorno a un punto sempre va nel cielo.
Ma vennero altri plaustri, altre vaganti
città tranate dai muggenti bovi,
altri raminghi popoli. Fu il mese
d’aprile, il mese che aprono le gemme.
Di fiori in boccia sorridea l’altare.
Le Martinelle sonavano a gloria.

E il doppio a festa si faceva immenso
e percotea nell’avvenir profondo.
Misto era a scrosci, a voci, a urla, a rombi.
Forse tonava sopra la Redorta.
Era d’aprile. Il figlio della lupa
quel mese arò con la giovenca e il toro.
Era d’aprile. Dalle tue macerie
nascean, Milano, l’erbe ancora e i fiori.
Vi aveva arato l’arator selvaggio:
dal solco fondo germinò l’Italia.

E fu l’Italia giovinetta, eterna,
su te, con te, Carroccio di Milano,
quel fin di maggio! Già sfiorian le rose.
Andava lento in val d’Olona il plaustro.
Il distruttore di città lo scorse:
gli si avventò coi cavalier di ferro,
ruppe le schiere, i sacri bovi attinse,
l’azza scagliò contro la sacra antenna.
Allor su lui con novecento spade,
splendide al sole, si gettò la Morte.

E quella sera il carro del convento,
il santo carro di Pontida, attese.
Reddiano stanchi i falciatori a vespro,
rossi di sangue, e rosso era di sangue
il carro, e i bovi, che muggian sommesso.
Ma il canto andava, delle trombe, al cielo.
Rosso era il cielo, che s’empìa di stelle.
Lucean le stelle ai morti. In mezzo, eretto,
si riposava su l’enorme spada
Alberto da Giussano.

VII.
LA VIA EMILIA

Il Podestà coi giudici e’ notari
scendono, in ricchi sciamiti velluti.
Vanno lor contra gli Anziani artieri:
lento è lor passo e lor parola è breve.
È scura omai la piazza di Bologna,
scura di ferro. Al chiaro sol d’ottobre
lucono punte d’aste e di roncigli.
I gonfaloni tremano come ale
d’uccelli incerti di spiccare il volo.
Percuote l’ugna dei destrier le selci.
La gente ammira il suo Carroccio adorno:
i trombettieri con le lunghe trombe
in cui la guerra mugge come il mare
nella conchiglia; e i più valenti in guerra,
che ad uno ad uno son mostrati a dito,
gli ultimi, eletti a non morir che a sera;
e il sacerdote con pianeta e stola,
che deve a notte benedire i morti.
Le madri in capo alzano i bimbi, come anfore
andando al fonte.

Va! Che tu vada dove cade il sole
o il timon duro volga al sol che nasce,
va per la piana e larga via romana,
con sull’antenna il ramo dell’ulivo.
Non sei de’ carri che seguiano a tergo
legioni mosse a propagar l’imperio,
non sei de’ carri, ove dormian le donne
dei Goti scesi a metter fuoco a Roma.
Placido e forte per l’antica strada
va, che attraversa le città munite,
le città belle; ed erano già fòri e
còmpiti e quadrati accampamenti,
e vi sonò, misto alle gaie voci
rustiche, il grave accento dei triari.
Sorgon per tutto agili tremoli alti
pioppi del Po, scolte del re dei fiumi.
Nelle vigilie parlano tra loro,
sommessamente per la bianca strada,
che va sui ponti eterni dall’Eridano
a un Arco trionfale.

Strada non è, ma grande fiume anch’essa.
È la sua fonte appiedi d’una rupe
di Roma, presso il tempio di Saturno,
il vecchio Dio. Nasce a una pietra d’oro.
E prima specchia urne d’antichi morti,
di cui non sanno che i cipressi il nome!
Poi sbocca ai campi, sale ai monti, fende
le roccie, inoltra per le sacre selve;
finché dall’Arco del trionfo sgorga,
Po, nel tuo regno, ch’ha per guaite i pioppi.
Né più ravvisa le città d’un tempo.
Ora riflette aspri serragli, torri
merlate, cerchi di massicce mura
e chiese ed inquieti battifredi.
Tutto è mutato. Pure il sacro fiume
che nasce appiè del Campidoglio, ancora
porta notturno le memorie a flutti
con cupa romba… Va pel fiume eterno,
o nave nostra, con la vela nuova
all’albero maestro!

Non per un fiume; per un mar tu varchi,
nave fornita d’ogni fornimento
per il passaggio. Un mare ti circonda,
uguale, immenso, e sempre a gli occhi ondeggia:
un mare biondo e tremulo di spighe
d’onde s’esala già l’odor del pane,
un rosso mare di trifoglio, un mare
verde di folta canapa, un celeste
mare di lino, cielo sotto cielo,
e bianche in mezzo nuotano le culle.
E varca, o nave, pel fecondo mare
che muta vista ogni filar di viti,
tra cui si spande il pero e il pesco, e il melo
colora i pomi del color dei fiori.
E ti saluti, non la procellaria,
bensì la quaglia che tra il grano ha il nido.
E i bimbi ver’ te strillino, e dai solchi
parlino a te col lieto muglio i bovi.
E gioia all’alba dica, e dica a sera
pace, la Martinella.

VIII.
IL RE

Ma uno squillo suona al ciel, di guerra,
come uno strillo d’aquila sul monte.
I cavalieri levano la spada
ed i gonfalonieri il gonfalone.
Levano il duro pungolo i biolchi,
e i trombettieri imboccano le trombe.
Tutti si son branditi dentro l’arme.
Per tutto è corso un brivido di ferro.
Spiccia dagli occhi a donne e vecchi il pianto.
Sboccia tra i labbri de’ fanciulli un grido.
O patria! O grande, forte, unica! I cuori
sbalzano al primo cigolìo di ruote,
già; quando gli occhi dei fanciulli, quando
le donne e i vecchi, quando tutti, a piedi
ed a cavallo, con le trombe in bocca,
coi gonfaloni, con le spade in mano
o sulle spalle, e i pungoli e le lancie,
tutti, ma uno, in suo pensiero, ognuno,
come ad un cenno, nel silenzio grande,
si volgono all’Arengo.

Pare che passi un soffio di grandi ale.
Forse è il lor tacito ànsito che s’alza.
Premono in cuore l’ululo i biolchi,
i trombettieri tengono lo squillo.
I cavalieri appoggiano alle groppe
de’ lor cavalli la ferrata mano.
Son tutti gli occhi volti in su, son volti
tutti ad una finestra dell’Arengo.
Non più diritte sono lancie e spade:
mandano un vario scintillìo confuso.
Alla finestra è il vinto di Fossalta,
il Re. Gli luce d’oro il capo, i biondi
capelli istesi insino alla cintura.
Guarda il Carroccio coi grandi occhi azzurri,
là in mezzo al duro mareggiar del ferro.
Guarda la rossa croce sull’antenna.
Re Enzio sta, come sulle rembate
d’una galea. Sotto, gli fiotta il mare;
e il vento salso gli enfia le narici
e tra i capelli fischia…

È l’ànsito del Popolo, che passa
come un gran vento tra la sua criniera
fulva. Il leone vivo del Comune.
il bello e forte suo leone in gabbia,
esso è. Ma esso ha ben fratelli al mondo,
ch’escono armati d’oro come stelle,
dalla serenità di Federigo
Cesare Augusto! O nati dall’Aguglia!
O re Currado! O principe Manfredi!
O dritti stanti a guardia dell’impero
giovani figli dell’imperatore!
E conti e duchi e principi e landgravi
tutti d’un sangue! Dritto sta re Enzio,
re di Sardegna e di Gallura e Torri,
conte degli aspri monti del Mollese,
e delle cupe selve in Val di Serchio,
e delle terre apriche al Mar di Luni,
signor della Versilia e di Varresso.
Gli occhi del Re s’incontrano con gli occhi
del Popolo, in silenzio.

E scoppia acuto il suono delle trombe,
e grave romba il suon delle campane,
e vi si mesce il grido de’ fanciulli
e le femminee voci di preghiera;
e i cavalieri spronano, e i cavalli
partono sfavillando sulle selci,
e i duri artieri partono col croscio
della gragnola; e tutti i gonfaloni
tremano al vento, e tutte l’armi al passo
dànno bagliori, e ferro è che si muove,
ferro che va con un clangor di magli
su forti ancudi da cui raggia il fuoco:
e i bovi il capo curvano alle grida
del lor biolco, e tirano, e il Carroccio
va: crolla, crolla, la sublime antenna,
e la bandiera si disnoda in cielo.
Suonano in cielo tutte le campane
sopra il Carroccio. È la città che parte:
parte levando un lento aereo canto
con tutte le sue torri.

IX.
I PRIGIONI

Volge all’occaso, volge a Porta Stiera,
volge il Carroccio per la via del sangue.
Non trenta volte trenta dì son corsi
da che re Enzio combatté, fu preso,
per quella via, come un astor maniero
preso alla pania. Or ei ricorda il giorno
che passo passo in groppa d’un muletto
seguì quel carro e i bovi dell’aratro.
O sacro impero! O aquile di Roma!
Ma Enzio a un tratto si riscuote, e parla.
Parla a Marino d’Ebulo, a Currado
di Solimburgo ora loquace or muto.
Siede cruccioso Buoso da Dovara.
«Credete voi che dorma la possanza
del sacro impero?» Il conte apre la bocca.
Buoso tentenna il capo e non risponde.
S’odono i duri passi de’ custodi
fuor delle porte, e il busso de’ ronconi
sul pavimento. La città par vuota.
Esclama il Re: «No: veglia!»

Dalla città par la città lontana.
Non s’ode più di tante squille e trombe
che una campana, e il busso de’ ronconi
sul pavimento e il passo de’ custodi.
Aggiunge il Re: «Per una nube credi,
o Buoso, tu, non sia più cielo il cielo?»
Tentenna il capo Buoso da Dovara.
«Conte Currado, ben mio padre ha detto,
come tu sai, bene il sereno Augusto
scrisse: – Faceste corna, o voi, di ferro,
con cui credete ventilare il mondo!
Alcuno ascese per cader più d’alto.
Voi fate feste e vanti coi fratelli
vostri Lombardi: ripensate al nostro
grande avo; addimandatene i fratelli… –
Conte, e’ le corna frangerà di ferro!»
Il conte un poco apre le labbra, e tace.
Stanno i custodi, è ferma la campana.
Non s’ode più che il paternostro, in piazza,
d’un cieco senza guida.

Enzio a sé ode i battiti del cuore.
Pensa a suo padre. Federigo Augusto
è come Dio, tacito sì ma insonne.
Forse e’ s’aggira col possente stuolo
presso la cerchia di città ribelli.
Cesare in armi scorre per l’impero.
Vengono al suon de’ timpani gli arcieri
arabi snelli, e grandi cavalieri
monaci assòrti ne’ lor tetri voti;
Normanni biondi della Conca d’oro
con gli occhi incerti tra verzieri e fiordi;
conti e cattani scesi d’Apennino,
e col suo stormo cavalcando chiuso,
solo Ecellino; e leopardi e tigri,
e con l’andar di nave i dromedari,
e il leofante con la torre quadra
da cui s’alza il vessillo imperiale
con la grande aquila; e l’imperatore.
Egli cavalca, né tristo né lieto,
con un gerfalco al pugno.

Enzio a sé ode i battiti del cuore
giovane. – E s’Egli fosse alla Scultenna?
Se campeggiasse intorno alla Fossalta?
volesse su quella oste di manenti
trar sua vendetta dove fu lor vanto?
Sono, in lor cieca oltracotanza, in campo
forse ora usciti per sentor che ne hanno…
– Ed Enzio parla: «Or di’, conte Currado
di Solimburgo! Se d’un tratto, andando
coi tardi bovi e i tardi artieri il carro,
l’oste sentisse sibilar le freccie
dei Saracini, rimbombar l’assalto
dei cavalieri, calar mazze e spade
ed azze e lancie, ed apparir, ruggendo,
il nero capo d’Ecellin d’Onara,
e stormi e stormi correre in tempesta
sopra il Carroccio, e d’ogni parte il grido
alzarsi: Roma! Roma! Imperatore!…»
«Ma egli è morto,» grida il conte: «morto
morto, l’Imperatore!»

X.
L’IMPERATORE

Sì. Egli dorme in una Cattedrale,
entro l’eterno porfido dell’arca.
E’ non sa più di stormi e cavalcate,
e’ non sa più di timpani e di trombe,
nel dolce tempo quando foglia e fiora,
ch’egli tendea nei prati i padiglioni.
Non più dai geti libera l’astore,
delle canzoni perse il motto e il suono.
Non suono più di corni o di leuti,
ma pii bisbigli e il canto della messa.
Anche ha dimenticato gli anatemi,
e il bando a lui nel giorno dell’ulivo,
e i giorni d’ira, i giorni di sventura
coi ceri accesi e le campane a festa.
Dorme nell’arca rossa l’Anticristo
nato alla vecchia monaca, e nudrito
da sette preti. Presso, il mare aspira
col lento succhio tutto il cielo azzurro:
al cielo dà Gennet-ol-ardh l’olezzo
dei cedri e delle rose.

Al morto grande imperador di Roma
dissero pace i vescovi di Cristo.
Di lui parlò ‘l rabbino al Dio d’Abramo,
a braccia spante volto all’Oriente.
Per lui, girando attorno al minareto,
le cinque volte il muezzin cantò.
Or egli giace nell’oscura cripta,
coi mali e i buoni. Oh! avessero favella!
Direbbe forse alcuno dal sepolcro:
– Qual sei disceso presso noi Ruggero?
Noi padre il vento e madre avemmo l’onda. –
Risponderebbe: – O figli di Vikinghi!
Anch’io fui vento, figlio anch’io di vento!
Né Skaldo mai cantò sull’arpa un canto
più grande e bello, né più bello e grande
mondo mai vide Re del mare in corsa,
del sogno mio… – Ma più non ha favella
ora, e il coperchio è sceso omai per sempre
sull’arca fiammeggiante.

Dorme, ma i sogni non saprà narrare,
s’egli pur sogna, e si ritrova a Roma
sulla quadriga di cavalli bianchi
per la Via Sacra andando al Campidoglio.
Placato è il Mondo. Seguono, al guinzaglio,
Cesare Augusto leopardi e tigri,
vengono sopra il dosso d’elefanti
l’armi e i trofei delle città ribelli…
O lascia il Mondo veleggiando al Regno
santo di Dio. Distendono le vesti
e ramuscelli per le vie, ch’e’ viene.
Cantano Osanna! Osanna negli eccelsi!
Tutti hanno in mano i rami delle palme.
Cristo ritorna al suo sepolcro vuoto.
Cristo ritorna a dare la sua pace.
Sta sulle porte di Gerusalemme.
Sta tra le nubi. Ha virtù molta e gloria.
Gli angeli a lui congregano le genti
dai quattro venti; ch’Egli a tutti franga
il pane, e mesca il vino.

Ma col dormente è il sogno suo sepolto,
tra il Mondo e Dio, nell’isola del Sole.
Ed una voce è corsa per la terra,
che quella è stata l’ultima possanza,
l’ultima vasta raffica di vento
che dileguò lasciando ansante il mare.
Forse la voce viene dal profeta
che ha barba grigia come vecchio musco,
dal vecchio bardo errante nella selva
di quercie brulle in cui verdeggia il vischio.
E poi verrà chi povero e ramingo,
errante anch’esso in un’antica selva,
nei luoghi dove spento fu, la prima
volta, l’imperio, sognerà quel sogno
che tace là sepolto dentro l’arca.
La selva sta, sublime cattedrale,
su mille e mille aeree colonne.
E il peregrino v’ode il soffio eterno
dell’Infinito, che lo tocca in fronte
come soave vento..

XI.
IL PAPA

E il vento soffia, dell’autunno, e stacca
le foglie ai pioppi della strada e a gli olmi,
di quando in quando. Cadono le foglie
stridule sopra le armi e sul Carroccio.
Ecco e il Carroccio e il Popolo s’arresta;
e lancie e spade sono volte a terra.
Sonate, o trombe! Squilla, o Martinella!
Inchina a lui la pertica il Carroccio.
Son là di contro i sacerdoti rossi,
vescovi, preti, diaconi di Roma.
Guatano appena, parlano tra loro
sommesso e grave, o coi marchesi e conti
lor lancie e spade. Vinsero. Per loro
Dio combatté. La fronte atterra e gli occhi
muto solleva il Popolo di ferro,
lassando i suoi ronconi e talavazzi.
Tra il rosso delle porpore, tra il lampo
d’armi dorate, alto tra terra e cielo,
in faccia a lui ravvolto nel suo pallio,
è, tacito, il Gran Prete.

È il successore di Simon Bar Iona
che a Gesù disse primo: «Tu se’ Cristo!»
di Pietro a cui lasciò le chiavi in terra,
del cielo, il Dio che ritornava al cielo.
È il Cristo che rimuore e che risorge
perennemente, è il Cristo del Signore,
l’Unto nel capo, il Verbo che rimase
in terra Carne, e che tra noi dimora.
Di qua da Dio, di là dall’Uomo, è l’Uno
degli invisibili angeli più grande,
poi ch’egli in terra è giudice del cielo,
dei Troni e delle Dominazioni.
É il Dio che Dio creò su Faraone
dal duro cuore, e lo mandò coi segni
del suo giudicio, e gli affidò la verga
che si fa serpe e si disnoda e fischia
appiè dei re; che dove si distende,
i laghi in sangue, muta i fiumi in sangue,
ogni acqua in sangue, e nella terra intiera
fa che non sia che sangue.

Ora il Gran Prete alza la mano, e parla:
«La terra esulta e si rallegra il cielo:
dov’è colui ch’era nemico al Cristo?
dov’è il gigante di Babel, possente
in faccia a Dio, saettator dei giusti?
dove il Nerone, dove il nuovo Erode?
dove il Soldano me’ che imperadore?
Scendeva un maglio ad or ad or sul mondo.
Non s’ode più. Cadde di mano al Fabbro.
Spada di Pietro, lancia di Maurizio,
e’ si voltò contro la Croce e Pietro.
E Dio lo franse. Egli dovea le notti
schiarar, del sonno e degli errori, Luna,
che da noi Sole ha, quant’ella ha, di luce;
né volle; e invase, ombra deforme, il giorno.
La notte eterna or lo riprese e cinse.
Noi pose in Roma trionfal suo carro
Dio! Pose a noi Dio stesso nelle mani
destra e sinistra, le due briglie lunghe
del cielo e della terra!»

Torna il Carroccio e il Popolo nel chiaro
lume d’ottobre. Splendono le rosse
pampane intorno, splendono le vesti
rosse e l’argento delle curve mazze.
Dice Innocenzio: «E voi sterpate il seme
del reo Nembròd ch’e’ non rimetta ancora».
Dice Innocenzio: «Buoso da Dovara
vuo’ che da voi, per amor mio, sia sciolto».
E un Anziano: «Noi teniam due terre
di Santa Chiesa. Averle amiamo in dono».
«No» dice il Papa. Alcun de’ Lambertazzi
stringe più forte il pomo della spada.
Presso è Bologna; e già si son rideste,
tra grida e canti, tutte le campane.
Splende lassù, per un momento, a oro,
nel sol morente il capo del re Enzio.
Poi cala il grido e il murmure: poi cessa.
Parla ai biolchi, tetri, sulla porta,
ilare Zuam. Mugliano stanchi i bovi
appiedi dell’Arengo.