Giovanni Pascoli – La cinciallegra

I

E poi cantò la cinciallegra, e Rigo
tornò. T’avea sognata sul mattino,
t’avea sognata tra un odor di spigo,

sognata, o Rosa, in un candor di lino,
candor di fiori prima della foglia,
senza una foglia, o candido armellino!

Avevi i piedi ignudi su la soglia,
tremavi come un armellino in fiore,
che trema tutto al vento che lo spoglia.

Era rimasto a Rigo, quel tremore;
nel cuore suo, che per due cuori accanto
avea battuto un attimo… o quante ore?

Gli era rimasta una dolcezza, un pianto
per lei come pel bimbo che non parla!
Or pregherebbe come avanti un santo…

E vide Rosa, e non ardì guardarla.

II

Cantava a lei, ch’era a ronzar nell’orto,
la cinciallegra, e l’era Rigo a mente,
quando lo vide, lieto insieme e smorto.

“Rigo!” E lasciò cadere la semente
che aveva in grembo; e vide sé, smarrita,
tutt’arruffata, con le vesti scente…

Si ravviò con le veloci dita:
pareano i segni che si fanno in chiesa.
Sfiorò d’un tratto fronte spalle vita.

Come pareva anche più bella, accesa
in viso, sfatto il nodo biondo, un piede
ignudo fuor della gonnella tesa!

“Oh! quant’è mai che non vi si rivede!”
“Il babbo è indietro con le sue faccende:
gli legherò due viti o tre, se crede…”

Poi mormorò: “Ben rende chi ben prende”.

III

Squittian nel sole sopra la fanciulla,
chiedeano a lui le rondinelle nere,
chiedeano: – Ed ora non le dici nulla? –

Ma Rigo, no; perché volea vedere.
– Sei tu che vieni a me tutte le aurore?
Sei tu che torni a me tutte le sere?

Fa, quando s’apre, un fiore più rumore… –