Giovanni Pascoli – La lodola

I

Cantar gli uccelli Rigo udì su l’alba.
Parlavan piano di bambagia e piume
e fili e peli e pappi di vitalba.

Dei lor lettini essi garrian tra lume
e scuro. E venne il sole. E frullò via
ciascuno, al bosco, al prato, al campo, al fiume.

– Casa mia! – pensò Rigo – una badia
tu sei davvero, con un fraticello
romito e solo, o trista casa mia!

E ci sarebbe pure tanto bello,
se lei vedessi tutte le mattine
girare in pianellette ed in guarnello… –

Così pensava, e, passo passo, alfine,
vide i cipressi neri della Pieve…
Rosa piegava una sua tela fine

che avea tessuta i giorni della neve.

II

Aveva i pésti, aveva pianto. “O Rosa!
Rosa, avete le guance scolorate,
avete pianto, Rosa. Per che cosa?

Voi fate troppo, autunno verno estate.
Rosa, se non lavate, voi stendete!
Rosa, se non tessete, voi filate!

Per voi non c’è momento di quïete.
Tutto tenete lindo netto asciutto,
lustrate ogni solaio, ogni parete.

Parete un uccelletto, biondo, sdutto,
snello, che cala becca salta frulla
in un minuto. E sola fate il tutto!

E siete sempre piccola fanciulla…”
“Povera mamma, è lei che non ha posa!
Senza mia madre non saprei far nulla”.

A lui così tu rispondesti, o Rosa.

III

E’ ritornò più tristo, a capo chino.
Ed ecco, in mezzo al grande ciel sereno,
la lodoletta, uguale ad un puntino,

cantava; e poi, come venisse meno
dalla dolcezza, si gittò nel piano:
s’abbandonò sul nido suo terreno,

s’abbandonò sul nido suo tra il grano.