Giovanni Pascoli – L’alba

I

Allor che Rosa dalle bianche braccia
aprì le imposte, piccola e lontana
dal cielo la garrì la cappellaccia.

Dalla Pieve a’ Cipressi la campana
sonava l’alba: in alto, sul Mongiglio
erano bianchi bioccoli di lana.

Raspava una gallina sopra il ciglio
d’un fosso. Po s’alzò, scosse la brina,
scodinzolando, con uno sbadiglio.

Ed al frizzar dell’aria mattutina,
nel comun letto si svegliò Viola,
all’improvviso, e mormorò: “Rosina!

Rosina!”. E già taceva la chiesuola
lasciando udire un canto di fringuello,
e, per i campi ombrati di viola,

lo squillar de’ pennati sul marrello.

II

E Rosa in tanto, al davanzale, i semi
coglieva d’una spiga d’amorino,
e mondava dal secco i crisantemi.

Si sfumò d’oro un bioccolo argentino:
oh! una mandra, tutta oro, tranquilla
pasceva in alto in mezzo al cilestrino.

Corsero come guizzi di pupilla;
tutto via via razzava: un fil di paglia
nel concio nero, un ciottolo, una stilla.

Ma il sole entrava come in una maglia
sottil di nubi d’un color d’opale,
e traspariva dalla nuvolaglia.

Rosa si ravviava al davanzale:
or luce, or ombra si sentìa sul viso;
ché il sol montando per il cielo a scale

appariva e spariva all’improvviso.

III

Appariva e spariva; e venìa meno
la terra all’occhio, e poi, come in un fiato,
tutto balzava su verso il sereno.

A monte, a mare, ella guardò: guardato
ch’ebbe, ella disse (udiva sui marrelli
a quando a quando battere il pennato):

“Aria a scalelli, acqua a pozzatelli”.