Giovanni Pascoli – L’Angelus

I

Sì: sonava lontana una campana,
ombra di romba; sì che un mal vestito
che beveva, si alzò dalla fontana,

e più non bevve, e scongiurò, di rito,
l’impazïente spirito. Via via
si sentì la campana di San Vito,

si sentì la campana di Badia
e gli altri borghi, di qua di là, pronti
cantando si raggiunsero per via.

C’era di muti spiriti nei fonti
un palpitare al tremolìo sonoro
ch’empieva l’aria e percotea nei monti.

La donna andava con le figlie; e loro
squillò sul capo, subito e soave,
dalla lor Pieve un gran tumulto d’oro.

E tu nascesti Dio da un piccolo Ave…

II

– Tu che nascesti Dio dal piccolo Ave,
dalla sorrisa paroletta alata
(disse la voce tremolando grave):

tu che nell’aia bianca e soleggiata
eri e non eri, seme che vi avesse
sperso il villano dalla corba alzata;

ma poi l’uomo ti vide e ti soppresse,
t’uccise l’uomo, o piccoletto grano;
tu facesti la spiga e poi la mèsse

e poi la vita: fa’ che non in vano
nei duri solchi quella gente in riga
semini il pane suo quotidïano.

O Dio, neve raffrena, pioggia irriga,
sole riscalda quei futuri steli;
fa’ che granisca la futura spiga,

o tu cui l’uomo seminò nei cieli! –

III

Così diceva tremolando grave
la voce d’oro su l’aerea Pieve;
e gli aratori l’Angelus e l’Ave

dissero; e in mezzo alla preghiera breve
la dolce madre a lui venìa; non sola:
l’erano accanto con andar più lieve

bionda la Rosa e bruna la Viola.