Giovanni Pascoli – Nei campi

I

Il capoccio avea detto: “Odimi, moglie.
Senti le rare tremule tirate
che fanno i grilli? Cadono le foglie;

e tristi i grilli piangono l’estate.
L’altra notte non chiusi occhio, tanto era
quel gridìo! – Seminate! Seminate! –

credei sentire. Poi, sentii ier sera
passar su casa un lungo rombo d’ale:
l’anatre vanno per la notte nera.

C’è sopra il verno. Il primo temporale
cova nell’aria. Sai che, per il grano,
presto è talora, tardi è sempre male.

Domani voglio il mio marrello in mano;
ché chi con l’acqua semina, raccoglie
poi col paniere; e cuoce fare in vano

più che non fare. Incalciniamo, o moglie”.

II

E per due giorni consegnava il grano
alle soffici porche. Seminare
volle la costa, seminare il piano.

E per due giorni non uscì da mare
pure una nube; e il garrulo vicino,
“Il tempo è in filo,” gli dicea, “compare!”

Ma egli arava tutto il giorno, chino
sopra le porche. Il terzo dì, cantava
al buio il gallo, prima di mattino.

Ed egli al buio sorse, ed aggiogava
le brune vacche (uscirono mugliando
e rugumando la lor verde bava),

e seminava. Dore al giogo, Nando
era alla coda: Nando, il suo maggiore,
che ammoniva le bestie a quando a quando,

tarde, e la forza pargola di Dore.

III

Forza di Dore, le divincolanti
vacche reggevi; ma tuo padre il grano
pulverulento si gettava avanti.

La sementa spargea con savia mano;
altri via via copriva la sementa.
L’aratro andava, nell’ombrìa, pian piano:

qualche stella vedea l’opera lenta.