Giovanni Pascoli – Rossini

PRELUDIO

Di sghembo entrò, cantarellando roco,
nella sua stanza, e s’avviò pian piano
alla finestra. Aveva, dentro, il fuoco.

Nella via scura, ormai deserta, un coro
ebbro e discorde si perdea lontano.
Ma il cielo pieno era di note d’oro.

Era la Lira, appesa al cielo, in riva
della Galassia, sovra il monte santo.
Al soffio eterno ella da sé tinniva.

Al suo tinnir cantava il Cigno immerso
nell’onde bianche, e col suo grande canto
placido navigava l’Universo.

Ma no: Rossini non udia che quelle
voci ebbre e scabre. L’uggiolìo terreno
velava tutto il canto delle stelle.

Prese una carta e la lasciò cadere.
S’alzò, sedé, non la guardò nemmeno.
La carta piena era di note nere.

Imprecò muto. Minacciò per aria
Otello e Iago. Prese un foglio, e disse:
“Che altro occorre? una romanza? un’aria?

Assisa a piè…” Rise, e piantò nel cielo
della sua stanza due pupille fisse.
Pensava a un roseo fiore senza stelo…

Poi sbadigliò, poi chiuse pari pari
gli occhi, e nella dolcezza di quell’ora
dormì, sbuffando il sonno dalle nari.

Quegli stridori come d’aspra sega
stupì la Lira risonante ancora
del cilestrino tremolìo di Vega;

e sobbalzò dall’angolo solingo
il clavicembalo, e ronzava a lungo…

CANTO PRIMO

I

E si levò la Parvoletta in pianto.
Piangea, la povera anima, e mirava
il suo fratello rauco gramo franto…

“Se tu crescesti, se, qual ero, io resto,
piccola, perché farne la tua schiava,
di me che nacqui, tu lo sai, più presto?”

Piangea la semplice anima fanciulla:
“Sono più grande! Quando tu, smarrito
del mondo immenso, pigolavi in culla,

io era là, tra l’ombre mute e sole,
fui io che il tenero umido tuo dito
guidai ver’ gli occhi di tua madre e il sole!

Fui io che prima, per un tuo gran male,
ti dissi, St! ascolta!… Una soave
nenia sonava presso il tuo guanciale.

E tu la udisti, e ti chetavi, attento
attento, di sulla tua lieve nave
che uguale uguale dondolava al vento…

Io, che così, con una piuma, il viso
ti vellicai, che tu torcesti alquanto
le labbra, e nacque il primo tuo sorriso!

Io, che picchiando sulla sponda un giglio,
battevo il tempo, e tu movesti al canto
la bocca, e nacque il tuo primo bisbiglio!

Io, che girai, per darti gioia, il talco
d’una stellina, che agitai gli squilli
d’un sistro, onde stridivi come un falco

di nido; e quando, solo, in mano a Dio,
restavi, a sera, in casa, coi gingilli
tuoi, bono bono, era che c’ero anch’io!”

II

Lagrime salse le piovean dagli occhi.
Piangea la povera anima, una mano
sul tenue seno e l’altra sui ginocchi.

“Oh! la tua buona Parvola, che chiudi
sola, laggiù, nel carcere lontano,
pieno di spettri e di fantasmi nudi!

E mi spaura, chiusa in fondo anch’ella
come son chiusa io così pura e saggia,
fragrante ancora dell’odor di stella,

la Bestia, ahimè! che mangia e ringhia e freme
sopra il presepe, e scalpita selvaggia
tutta la notte! Noi vegliamo insieme,

la Bestia e io! così che i dolci modi
che ti cantai, che andavi zingarello
di fiera in fiera, ora non più tu li odi.

Allor, sul carro, io ti mutava in note
d’una viola e d’un violoncello
lo strido assiduo delle trite rote.

A cui, crescendo, s’aggiungean fanfare
di trombe e corni, ed, ecco, un infinito
coro di voci alte nel cielo e chiare.

Giungeva sempre più canoro il nembo
sopra il tuo capo pendulo, sopito,
ch’allor tua madre s’accostava al grembo.

Passava il nembo, lontanava l’inno
con le grandi ali tremole e sonore,
lasciando alfine un sol, di sé, tintinno,

piano, più piano… era dell’arpa mia…
e tu la udivi con l’orecchio al cuore
della tua madre, per la lunga via…”

III

Poi disse: “Pensa al giorno, così lento,
quand’eri messo a lavorare il ferro.
Movevi tu da striduli otri il vento.

E quattro fabbri mezzo neri e nudi
traeano il masso dal carbon di cerro
e lo battean sull’echeggiante incudine.

Ero con te. Battevo lieve l’ale
assecondando quell’ansar concorde
e quello squillo de’ martelli uguale.

Toccavo un poco l’arpa tra il lavoro
sonante, e il suono tu delle mie corde
udivi sotto il muto gesto loro.

Io nel gran bosco ch’urla al nembo ignoto,
fo che tu senta il canto d’un uccello
che gonfia il collo ed apre il becco a vuoto.

Io fo che in mezzo ad un crosciar di frane
e di valanghe, là, d’un paesello
soavi e piane oda le tre campane.

Io per te colgo il suono d’ogni cosa.
Su tutte io picchio le mie tenui dita,
stelle del cielo o petali di rosa.

Di tutte io sento il dolce flutto occulto,
il cadenzato palpito di vita,
la gioia e il pianto, il riso ed il singulto.

E tu mi scacci! E chiudi me che volo!
che senza me, per te sarebbe il mondo
tutto silenzio! un grande fragor solo!

Ma, non so come, tutto quel fragore
interminabile, io te lo nascondo
dietro il ronzio d’un’ape attorno un fiore”.

Parlava; e l’altro udiva in sogno; anch’esso,
il clavicembalo; e fremea sommesso.

CANTO SECONDO

I

La Parvoletta volse gli occhi muta
alle sue stelle. Erano nuove ancora,
ancora ansanti della lor venuta:

come quand’ella dirigea la prora
tra queste e quelle, stando presso al bianco
timonier cauto che attendea l’aurora;

o quando sola era a vegliar tra il branco
ed i pastori: ella sentìa crosciare
le foglie secche ad un mutar di fianco.

Sola vegliava la crepuscolare
pia fanciulletta sulla terra oscura,
soletta sull’irrequieto mare.

Mirava in alto, alta gentile e pura.
Ed era pieno anche lassù d’erranti,
navi sull’onde, greggi alla pastura;

di lenti carri, d’uomini giganti,
pieno di draghi, pieno di chimere;
e risonava anche lassù di pianti.

Vedeva dietro sartie nere o nere
quercie passare il cielo a poco a poco.
Nascean le stelle al puro suo vedere.

Poi si spegneano come in terra il fuoco.
Raggiava allora qualche striscia viva
come gli stami dentro fior di croco.

Era l’eternamente fuggitiva…
– Son come te: la prima: avanti giorno:
rorida e fresca anche nell’afa estiva –

dicea fuggendo. – Fuggo sì, ma torno
sempre! – Ed il sole ecco appariva truce
e solo; e tutti, con un guardo intorno,

traeva dietro il gran carro di luce.

II

E si scopriva, il mondo, a lei! Ma quanto
ella vedeva, ella voleva, piena
di meraviglia, e lo chiedea col canto.

Tutto chiedeva l’esile Sirena
con dolci lodi: anche, prendeva andando
una conchiglia od uno stel d’avena;

e vi soffiava l’alito suo blando,
che ciò che amava e trascorrea veloce,
sostasse un poco, udisse il suo dimando.

Tutto fluiva verso la sua foce.
Ella ascoltava, ella cantava a prova
gittando lor di terra la lor voce.

In mezzo a tanta meraviglia nuova
era quaggiù come l’uccello, attento
da un ramo o di sulle sue tepide ova:

studia e rifà le querule acque, e il vento
cupo, e la pioggia stridula, e, nel fine,
lo sgocciolare cristallino e lento,

il crepito di scorze aspre e di pine,
i sussulti dell’eco ultimi, il frale
fruscìo di frondi e sgrigiolìo di brine;

che impara a volo il sibilo dell’ale
sue stesse aperte… Anch’ella, sì, la romba
dell’ale sue, la vergine immortale!

Fermava il volo sopra la sua tomba,
tremulo; appiè, gli accordi avea del mare
che sciacqua, stride, squilla, urla, rimbomba.

Cantava ella, chiamando al lor passare
lo sciame, a sé, degli attimi disperso,
e nel ronzante piccolo alveare,

libero, e suo, chiudeva l’Universo!

III

Ed ora è ancora, l’esile fanciulla,
quella che fu. Tutto le par novello.
Ancor non parla: canta; e non sa nulla.

Tutto è fanciullo, tutto è suo gemello,
nato con lei; perciò le piace, e l’ama;
e perché l’ama, è così buono e bello!

Ell’è terrena verginetta grama,
ma il sole è pure della sua famiglia;
e quando va, lo piange e lo richiama.

Sbocciano, dopo, sotto oscure ciglia
occhi ridenti. Sono le sue suore;
tutta la notte ella con lor bisbiglia.

Qualcuna scende fino a lei: ne muore.
Ma le ritrova in mezzo alle corolle,
essa, dei fiori, ancor tremanti il cuore.

Tra fiori e fiori, in cielo e in terra, molle
di guazza anch’ella, muove tra il frastuono,
de’ quattro fiumi, all’ombra del bel colle.

E` il tempo primo, il primo tempo buono,
ch’è buona anche la Morte che deforme
segue la vita come l’eco il suono.

Buona anche lei, la nera ombra senz’orme,
la vecchierella che sa dir le fole,
trista bensì, ma che con quelle addorme!

Ognun la schifa. E la fanciulla suole,
benché la tema, esserle pia: s’attarda
spesso a sentire lunghe sue parole:

– C’è buio, sì. Non c’è che un lume, ch’arda.
Son io la guida del meandro vano;
io cieca. E brutta… Non guardarmi! Guarda

solo il lumino. Io vo con quello in mano. –

CANTO TERZO

I

Fioriva il cielo azzurro già di stami
di fior di croco. “Io era innamorata
di te, ma tu, che amai, non mi riami!

T’amai più che nessuno, più che tutti.
Doni ti feci meglio che una fata:
ma non li prendi: a’ piedi te li butti!

Fui la tua schiava e t’ebbi come sire;
eppur ti feci, povera fanciulla,
doni immortali: e tu li fai morire!

Io t’ho donato i canti dell’aurora,
quando sbocciava il tutto su, dal nulla:
eppure al mondo niuno li ode ancora!”

Piangea la pura vergine: “Io so molti,
molti altri canti, ma perché li canto,
se tu sei come un morto, e non m’ascolti?

Io ne so uno così tristo e pio,
dolce come l’amore dopo il pianto…
Ma tu non odi, tu non mi ami, addio!

Io voglio andare, e più con te non resto.
Che è? Gli occhi mi pungono. Non voglio…
Salice! Salice! oh! il mio canto mesto!

Un vecchio canto. E non l’udrai, mio bene!
E sembra fatto per il mio cordoglio.
E questa notte sempre al cor mi viene.

Cantate il verde salice! Non t’amo,
ché t’amo sola. E sola io parto. Avanti,
pur mi farò ghirlanda d’un suo ramo.

E non so fare ch’io non pieghi, o caro,
da un lato il capo, e che tra me non canti
il vecchio canto dell’amore amaro…”

II

Ecco… le stelle chine sullo stelo
si richiudean nei bocci rosa ed oro:
trascolorava in oro e rosa il cielo…

l’uomo la vide! Ella sedeva in riva
d’un ruscel fresco, presso un sicomoro.
L’acqua gemeva, l’albero stormiva.

E delle stelle aperte era la bella
sola. Il suo florido alito lontano
giungeva all’aspra terra, alla sorella.

Alla fanciulla, le cadea dagli occhi
dentro il ruscello il pianto. Ed una mano
tenea sul petto e il capo sui ginocchi.

Erano i suoi sospiri che le fronde
facean brusire, e le lagrime amare
facean or sì or no risonar l’onde.

Come era grande, il suo dolore, e grave!
Ma ella lo sentiva tramutare
in un accordo tinnulo e soave.

Ella piangea l’aurora senza giorno,
ella piangea l’amore senz’amore,
e la felicità senza ritorno.

Piangeva sotto il sicomoro, in riva
del bel ruscello. Al grande suo dolore
l’acqua cantava, l’albero brusiva.

Soltanto luce ed ombra era a mirarla,
e la sua voce era esile, di morta,
di morta quando torna in sogno, e parla.

Apriva un po’ le palpebre come ali
d’una farfalla, un po’ la bocca smorta:
salice… salice… salice…

III

E balzò su, come di sé stupita,
e levò alto e vie più alto un canto,
toccando l’arpa con le lievi dita.

Filò, guizzò nel cielo azzurro ed oro
il puro canto e rimbalzò rinfranto
in un immenso singultìo sonoro.

Sfavillò. Si spegneva… era già spento
No: riviveva e distendea le bianche
ali nel cielo e palpitava al vento.

Risaliva con palpiti e sussulti
alto, più alto, per rinfrangersi anche
in un’onda, in un’ansia di singulti.

Gridò. Morì. Sola le cristalline
lagrime l’arpa ora stillava; quando
risorse la dolcezza senza fine,

riprese il canto, alto tra cielo e mare,
a plorar forte, ad implorare blando,
spezzarsi, unirsi, sospirare, ansare;

un grido, e pace. Ecco le goccie d’oro
tinnir sull’arpa, dalle corde mosse
di quell’acuta gioia di martòro;

e il canto alzarsi e i palpiti argentini
piovere giù, poi risalire a scosse,
a spiri, a strida…
E balzò su, Rossini.

Tacita l’alba, tacita la strada.
Sul mare alcune lievi nubi rosse.
Sopra la terra fresco di rugiada.

Ronzava quella voce di preghiera
e di dolore, quasi ancora fosse
con lui la povera anima; e sì, c’era!

Molle di pianto, egli percosse i tasti
tuoi, clavicembalo, e tu palpitasti…

ASSISA A PIE` D’UN SALICE…

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