Giovanni Verga – Semplice storia

Balestra era arrivato da poco al reggimento, insaccato nel cappotto; Femia stava bambinaia in via Cusani: così incontravansi spesso in piazza Castello, davanti alla banda, Femia leticando coi bambini della padrona, lui perso nella baraonda di Milano, e pensando al suo paese, colla mano sulla daga. Un bel giorno finirono col mettersi a sedere allato, sotto i castagni d’India in fiore, e scambiarono qualche parola intorno alla folla che vi era quella domenica, ai bambini della Femia i quali le davano di quelle paure col tramvai lì vicino. Carletto l’altro giorno s’era ammaccato il naso cadendo lungo disteso. – Ella baciava il fanciullo che non voleva saperne, e strillava. – Quando si è soli al mondo ci si attacca anche alle pietre. – Tale e quale come lui! Al reggimento non aveva né amici né parenti.
Da principio non si capivano; perché Balestra era di quelle parti là del Mezzogiorno dove parlano che Dio sa come facciano ad intendersi. Alle volte, dopo aver chiacchierato e chiacchierato, conchiudevano col guardarsi in faccia, grulli, e si mettevano a ridere.
Ma ci avevano preso gusto lo stesso a stare insieme. Ogni giorno, mentre Balestra aspettava la ritirata sul sedile, colle gambe ciondoloni, Femia arrivava col suo grembiale bianco, correndo dietro i marmocchi, e si davano la buona sera. Egli, chiacchierone, a poco a poco le narrò ogni cosa dei fatti suoi; che era di Tiriolo, vicino a Catanzaro, e ci aveva casa e parenti laggiù, all’estremità del paese, dove cominciano i prati, come quel pezzetto di verde che si vedeva verso l’Arco del Sempione, – quattro fratelli, e il padre carrettiere; l’avrebbero voluto in cavalleria per questo motivo, se non era il deputato che aveva da fare con suo padre – un ricco signore. Ma Balestra non vedeva l’ora di tornarsene a casa, quando piaceva a Dio, perché ci aveva l’innamorata, Anna Maria della Pinta, che gli aveva promesso d’aspettarlo, se tornava vivo. – E tirava fuori dal cappotto anche le lettere sudice e logore di Anna Maria – sapeva di lettere – un pezzo di ragazza così. Femia, che non aveva avuto mai un cane intorno, s’inteneriva, gli guardava commossa gli occhietti lustri di quelle memorie, e il naso a trombetta che sembrava parlare anch’esso, tanto aveva il cuore pieno, e acconsentiva del capo. Anche lei ci aveva in testa un cristiano delle sue parti là del Bergamasco, il quale era andato fuori regno a cercare fortuna. Erano vicini di casa e lo vedeva andare e venire ogni giorno; null’altro. Prima di partire egli l’aveva pregata di tenergli d’occhio la casa, mentr’era via. Quando non se ne ha, bisogna ingegnarsi. Ella si era messa a servire per raggranellare un po’ di corredo. Ora aveva il bisognevole e ogni cosa meglio di prima; ma pensava sempre al suo paese, quantunque non ci avesse più nessuno.
Un giorno il caporale si alzò colle lune a rovescio, e appioppò otto giorni di consegna a Balestra, per un bottone che mancava alla stringa del cappotto. – E al superiore non si risponde nemmeno che non si possono avere gli occhi di dietro. – Femia, inquieta, si avventurò sino alla porta del castello, in mezzo alle carrette degli aranci, e ai soldati di cavalleria che strascinavano le sciabole. Allorché lo rivide finalmente la domenica, coi guanti di bucato, fu una vera festa.
– O come?
– Ma già! – rispose lui. – Questo vuol dire militare! –
Alle volte le dava del tu, all’uso del suo paese. Ma ella si faceva rossa dalla contentezza, come se fosse per un altro motivo. Allora si lagnò che stesse zitto, se aveva bisogno che gli attaccassero un bottone, o altro, quasi gli amici non ci fossero per nulla.
Balestra grato la regalò di sorbetti, lei ed i bambini, schierati dinanzi alla carretta, che ficcavano le mani nella sorbettiera; e Femia leccava il cucchiarino, adagio adagio, guardandolo negli occhi. Lui pagava da principe, coi guanti di cotone, e la treccia al chepì. Come suonava la banda, lì in piazza, si sentiva dentro il petto quelle trombe e quei colpi di gran cassa. Poi la ritirata si mise a squillare con una gran malinconia, davanti al castello tutto nero, in fondo alla piazza formicolante di lumi. Egli non sapeva risolversi a lasciare la mano di Femia, che gli stringeva le dita di tanto in tanto, anch’essa senza parlare. I bambini che si seccavano strillavano per andare alla giostra.
Femia non aveva soldi, e la mamma era tirchia. La prima volta che sgridarono Carletto perché s’era fatto uno strappo ai calzoncini, il ragazzo accusò Femia che si faceva regalare il sorbetto dal militare col quale andava a spasso.
– Cos’è questa storia del militare? – chiese la padrona. – Mi avevi assicurato d’essere una ragazza onesta -. Il padrone invece scoppiò a ridere. – La Femia, con quella faccia lì?!… –
La poveraccia si mise a piangere. Eppure del male non ne facevano. Ma adesso, quando Balestra voleva condurla verso l’Arco del Sempione, ella diceva di no, che non stava bene. Per acchetare i bambini, che non volevano allontanarsi dalla banda, gli toccava spendere; e non ostante, a ogni pretesto, la minacciavano di dir tutto alla mamma.
– Così piccoli! – diceva la Femia. – E hanno già la malizia come i grandi! –
A quei discorsi la malizia spuntava anche nel Balestra, il quale cercava sempre i posti all’ombra sotto gli alberi, e voleva menarla alla Cagnola nel tramvai, e inventava dei pretesti per levarsi d’attorno i bimbi, che sgranavano gli occhi, neri così. Di soppiatto le stringeva la mano, dietro la schiena; o faceva finta di nulla, lasciandosi poi andare sulla spalla di lei, mentre camminavano passo passo, guardando in terra, e spingendo i ciottoli col piede, sentendo un gran piacere a quella spalla che toccava l’altra. Una volta arrivò a darle una strappata alla gonnella, di nascosto, colla faccia rossa e gli occhi che fingevano di guardare altrove, ma gli schizzavano dalla visiera del chepì. Infine spiattellò: – Mi vuoi bene, neh? – E non sapeva come l’amore fosse venuto.
Femia gli voleva bene. Ma terminata la ferma egli se ne sarebbe andato via, e perciò era meglio lasciar stare. Balestra pensava che quando sarebbe tornato a casa, avrebbe trovato l’Anna Maria che l’aspettava, se Dio vuole.
Non importa. Intanto c’era tempo. Piuttosto lei, che pensava ancora a quell’altro, di là fuori regno. Gli faceva delle scene di gelosia per quel cosaccio. Femia giurava che non ci pensava più, davanti a Dio!
– Così farete anche voi, quando ve ne andrete via di qua.
– Intanto abbiamo tempo, – rispondeva lui. – Ho ancora trenta mesi da star soldato -.
Gli pareva che da soldato dovesse sempre stare a Milano. Però un giorno arrivò dalla Femia tutto sossopra, coll’annunzio che partiva per Monza tutto il battaglione. Ella non voleva crederci, lì sull’uscio della portinaia, la quale fingeva di non veder nulla. Poi osservò che almeno Monza non era lontana; ma al risalir le scale sentì al tremore delle gambe la gran disgrazia che l’era piombata addosso. La padrona, non si sa come, venne a sapere del militare che bazzicava in portineria e le diede gli otto giorni per cercarsi un’altra casa. Femia sbalordita com’era dall’angustia, non sentì nemmeno il colpo. Il domani, a qualunque costo, volle andare a salutare Balestra alla stazione.
Erano tutti sul piazzale, coi sacchi in fila per terra, pigiandosi attorno alle carrette dei fruttivendoli. Balestra le corse incontro, coi suoi arnesi da viaggio a tracolla, e il chepì foderato di bianco. Che crepacuore, al vederlo così! Andavano su e giù pel viale, col cuore stretto; e quando fu il momento di partire, egli la tirò in disparte e la baciò.
Per fortuna Monza non era lontana. Ella gli aveva promesso di andarlo subito a trovare. Ma quegli otto giorni in piazza Castello pareva che non ci fosse più nessuno, e ogni soldato che passava i bambini, poveri innocenti, chiedevano: – Balestra perché non viene? – Infine i padroni la mandarono via tutta contenta, col suo fardelletto di roba e quel gruzzolo di salario che aveva raggranellato. Gli rincresceva solo pei ragazzi, che avevano fatto male senza saperlo. Arrivò a Monza il sabato sera; ma lui non poté vederlo, perché era di guardia. Allora si sentì sconfortata, in quella città dove non conosceva nessuno.
Per Balestra il rivederla fu una festa. Desinarono insieme, e la condusse a vedere il Parco, che ognuno poteva andarci. Là gli pareva di essere nei campi del suo paese, coll’Anna Maria, e Femia si lasciava baciare come voleva lui, tutta contenta che gli volesse bene. – Peccato che non si possa star soli insieme! – diceva Balestra. Ella non rispondeva nulla.
La sera, in caserma, i camerati che l’avevano visto con quella marmotta si burlavano di lui e gli dicevano: – Che ti pareva non ce ne fossero di meglio a Monza? – Ma egli era un ragazzo costante. Piuttosto gli rincresceva che Femia ci avesse a patire negli interessi, per star dove era lui. Ei non voleva far del male ad alcuno; no davvero! Femia invece era contenta di lavorare alla filanda, lì vicino. Che gliene importava di un boccone di più o di meno? – Già non ho altri al mondo, ve l’ho detto! – Almeno si vedevano ogni domenica, perché lei esciva dal filatoio quando era già suonata la ritirata, e ci entrava appena giorno.
Balestra progettava di affittare una stanza, dove potessero vedersi in santa pace, giacché in caserma non poteva condurla, e non era un bel divertimento star sempre a passeggiare nel Parco. Ella non disse di no; ma lo guardava timorosa, con quell’innocenza che le era rimasta perché non aveva trovato mai un cane che la volesse. Nel frattempo le capitò la disgrazia d’ammalarsi. Fu un pezzo più di là che di qua, e la portarono all’ospedale di Milano. Balestra scrisse due volte. Poi seppe che aveva il vaiuolo.
Dopo circa due mesi Femia guarì, ma col viso tutto butterato; talché si vergognava a farsi vedere da Balestra in quello stato. Passarono giorni e settimane prima che si decidesse a tornare al filatoio. A poco a poco il gruzzolo di denari se n’era andato, ed era proprio necessario! Però in cuor suo era contenta che fosse necessario, perché voleva vedere cosa ne dicesse lui. Andò a Monza un sabato, come l’altra volta, per aspettare la domenica all’albergo. Il cuore le batteva, mentre vedeva i soldati che escivano dalla caserma a schiere di quattro o cinque. Balestra era dei primi, e quasi non la riconosceva. Poi disse: – Oh, poveretta, come siete ridotta! –
Andarono insieme al Parco, come al solito, discorrendo dei casi loro. Egli stava per terminare la ferma, e aspettava il congedo. – Ora, – disse, – me ne vado al mio paese -.
Femia domandava se avesse notizie dell’Anna Maria. – No, da un gran pezzo – lo sapete il proverbio: lontan dagli occhi lontan dal cuore. – Non importa, – conchiuse. – Son contento ad ogni modo di tornarmene a casa -.
Da che non s’erano più visti, egli si era trovata un’altra amante, lì nelle vicinanze. Femia lo vide insieme a lei qualche giorno dopo, che camminavano a braccetto pel viale.
Balestra era stato zitto. Quando Femia gliene parlò la prima volta, gli venne un risolino furbo, fra pelle e pelle, sotto il naso a trombetta.
– Ah, la Giulia? come lo sapete? –
Ella glielo disse. Balestra voleva sapere pure che gliene sembrava. – E così – conchiuse Femia, – se partite, lasciate anche lei?
– Già, non posso mica tirarmi dietro tutti quelli che vorrei. A questo mondo, si sa!… Ma ancora non le ho detto nulla -.
Femia andava a cercarlo, ogni volta che poteva, timidamente, per chiedergli se gli occorresse qualche cosa. Lui, grazie, non gli occorreva nulla. Quando si vedevano parlavano anche della Giulia e del congedo che non arrivava, e del poco lavoro che ci era al filatoio. Poi Balestra scappava per correre dall’altra, la quale era gelosa. Guai se lo sapesse! Questa era la sola carezza che toccasse a Femia: – guai se Giulia sapesse! –
Infine venne il giorno della partenza. Femia almeno desiderava accompagnarlo alla stazione, se si poteva… – Perché no? – disse Balestra. – Ormai, quell’altra… me ne vado via! – Del resto se pure la vedeva, si capiva che erano butteri venuti dopo, come può capitare a tutti, ed egli non l’aveva presa con quella faccia. Discorrevano sotto la tettoia, aspettando il treno, Balestra guardando di qua e di là se spuntava la Giulia. – Ma si sa, a questo mondo!… Specie ora che la Giulia era certa di non vederlo più. – Inoltre si erano un po’ guastati perché lei aspettava che Balestra le lasciasse un regaluccio. Femia ci pensava, e non osava dirgli che gli aveva comperato apposta un anellino colla pietra. Balestra intanto accennava che Anna Maria, dopo tanto tempo, chissà?… Femia domandava da che parte fosse il suo paese, e quando contava d’arrivare.
In questa sopraggiunse il treno, sbuffando. Balestra raccattò in fretta le sue robe, zaino, sacco, cappotto. – Doveva tenerli di conto pel debito di massa. – Intanto ella facendosi rossa gli aveva cacciato in mano l’anello messo nella carta. Egli non ebbe il tempo di domandare cosa fosse, né perché avesse gli occhi pieni di lagrime. – Partenza! partenza! – gridava il conduttore.