Girolamo Clemente Tomei – L’uno di maggio – Edizione Liber Liber

– Avete preparata la camera di Germano?

– Pronta; tutto in ordine.

– Come l’altra volta! E poi, mancavano l’asciugamano ed il sapone.

– La gatta frettolosa ha messo al mondo i gattini ciechi. La sollecitudine, la sveltezza che sono un merito, qualche volta possono parere un difetto.

– Nena! Nena! Voi ci siete sovente alle sbadataggini. Eppure gli anni della pazzia sono passati.

– Eh, cara padrona, egli è che son venuti gli anni, ma non la pazzia. È Germano che ha il cuore ne le rose. Dio glie lo mantenga.

In un retrobottega ampio e pulito, illuminato da una finestra e da una porta a vetri che metteva in giardino, avveniva questo dialogo fra la signora Armanda, padrona, agiata bottegaia, e Nena, la vecchia serva confidente, per la quale, si può dire, non erano nè segreti, nè cassetti, tanto le due donne che s’eran viste giovanette, avevano finito a lungo andare per farsi intime.

La signora Armanda, vedova da parecchi anni, seguitando a tenere il figlio Germano in continente agli studi, s’era messa arditamente a capo d’ogni cosa e la bottega rizzata con tante pene e tante abnegazioni dal marito, ora assortita di tutti i generi, era diventata la prima del paese.

Chi per altro le riusciva di validissimo appoggio era Pierotto, il commesso; un gobbo astuto insieme ed onesto, che avendo la mania della speculazione s’era messo a capofitto negli affari e sapeva sì bene destreggiarsi da non esser cosa che non gli venisse d’incanto.

Il figlio di Armanda, ormai da un anno ingegnere, ogni volta che veniva a trovare la madre, ispezionava, controllava, si rendeva ragione di tutto, così per le domestiche bisogne che per quelle di campagna, giacchè possedevano a qualche chilometro dal paese un vasto appezzato di terreno.

Continuavano ad agucchiare, Nena ed Armanda, sedute attorno un deschetto da lavoro e parlavano dell’imminente arrivo di Germano, allorquando Pierotto si presentò e disse colla sua voce di canarino

– Signora, è di là il sindaco, che vorrebbe parlarvi.

– Venga…. venga…. – rispose Armanda alzandosi premurosa. – Passate sindaco.

E mentre questi avanzò, gli porse una sedia.

– Mi porrò da questo lato per non istare nel riscontro d’aria – disse Ignazio il sindaco, e sedette rimpetto ad Armanda, che ilare in volto, come appunto una madre che stia per riabbracciare il figlio, dimandò:

– Ed Albertina? Sarà contenta! Oggi arriva lo sposo. Via, non c’è da lamentarsi. Non è un bel genero quel che vi do io?

– Ecco…. a questo riguardo… – fece l’altro a mo’ di titubante e furbesco in una. – Anzi sono venuto apposta…. Sono cose che mi rincrescono….

– Ma che è?… Spiegatevi. Avete una cera, che propriamente, oggi, non è indicata affatto.

– E sapete perchè? Perchè disgusta dir certe cose. Io sono un uomo di cuore e, prima di dare un dispiacere, perchè capisco che sarà un dispiacere, ci penso.

– Ma sindaco, non mi tenete sulla corda! Parlate.

– Se non mi lasciate dire! Oggi arriva vostro figlio, non è vero?

– Almeno, salvo disgrazie. Speriamo. Il vapore è in vista….

– Ebbene, dovreste prepararlo….

– A che? – fece Armanda sorpresa.

– Badate che io sono sempre un uomo di cuore, veh!

– Ma a che, dico io! A che prepararlo?

– A lasciare…. la sua idea. Fargli capire che non è il suo destino….

– Ma di che mi parlate? – scattò l’altra.

– Lasciatemi dire…. Che il destino è scritto in cielo, come dice l’arciprete e…. sapete che a lui dobbiamo credere, e che infine, quando si perde una donna, gli è come quando muore un papa. Se ne fa un altro…. Anzi, un papa e un cardinale.

– Ma tutto questo vorrebbe significare….

– ….che saremo sempre amici; ma quanto a quell’affare…. diciamo così, del matrimonio, siamo perfettamente liberi….

– E Albertina?!

– Albertina è mia figlia…. ed io sono il babbo…. capirete….

– Dunque si rifiuta mio figlio?! – esclamò concitata la signora Armanda.

– Germano? – fece Nena, che non si potè più tenere.

– Gesù! Gesù! Rifiutare mio figlio? Questa è troppo grossa, troppo nuova, sindaco!… e, improvvisa! Ci è qualche cosa qua sotto. E come lo dirò a mio figlio? Parlate. Parlate.

Tutto questo fu detto dalla signora Armanda con accento esasperato che veniva dal cuore.

– Voi non vi dovete alterare – disse il sindaco in aria di rabbonirla e stendendo verso lei la destra. – Sopratutto non gridate….

– Non griderò – rispose l’altra frenandosi a stento.

– Come le ciambelle non riescono tutte col buco, vedete, così non tutti i figliuoli riescono a bene. Ed è una disgrazia, vedete, e mi rincresce, che la disgrazia sia toccata a voi…. Proprio a voi, donna Armanda, che non la meritate. Ci siamo conosciuti da ragazzi e so chi siete.

– Ma che disgrazia è la mia? Parlate. Parlate.

– Ecco! Voi avete un figlio. Lo avete, non è vero? Quello che avrebbe in capo di diventare mio genero! Io, ne ho uno pur io. Francesco, il mio, senza tante spese, senza tanti studi, col solo ingegno (quello è tutto me!) si è lanciato nelle alte sfere e, buona notte. Lui parla con tutti, s’intende dei grossi. Prefetti, senatori, deputati e, anche più in su, perchè lui è birbo l’amico. Il vostro, ho detto che la disgrazia è toccata a voi, il vostro è diventato un….

– Un?… ripigliò la madre allungando il collo.

– Non sono io che lo dico, sono i giornali….

– Un?…

Spiccicando malamente le sillabe il sindaco disse:

– Un…. soci …. a…. lis….ta. Leggete. – Levò di tasca un giornale e lo porse ad Armanda.

– Non lo sapete che non so leggere? Leggete voi.

– Io? Io ho dimenticato gli occhiali – disse dopo di essersi seriamente palpato, com’era solito fare e dire, semprechè gli capitasse dover leggere. – E non avevo altro in testa che portarli….

– Ebbene? O quella parola che vuol dire? Come avete detto?

– Socialista? – e seguitò sottovoce: – Vuol dire…. vuol dire…. basta! ve lo dirò io. Uomo senza religione…. senza costumi…. un mala vita che non vuol lavorare, che non vuol legge, che all’occorrenza avvelena, stiletta! Gente che gira di notte, che vuole il denaro di tutti e poi…. e poi spartirlo colla combriccola; gente che ne fa di tutti i colori, che adopera il petrolio…. che spara le bombe…. Le bombe capite?

– Il petrolio? Le bombe? – fece Nena sbarrando gli occhi meravigliata, mentre Armanda intrecciò le dita, chiedendo sbigottita e pietosa:

– Possibile tutto questo?

– Possibilissimo!… E lui è da poco tempo uno dei capi…. Ora, domando io: Posso buttar via una figliuola? Io sono un sindaco, volere o volare, e…. oggi o domani qualche altra cosa (ed accennò cavaliere toccandosi l’occhiello), perchè, se non per tutti, almeno per i sindaci, bisogna che ci sia giustizia…. In queste condizioni, posso io tenermi al fianco un genero che…. che da un momento all’altro mi va in prigione?

– In prigione! E dire che saranno anche scomunicati costoro! Si avvicinano i tempi della profezia – concluse commossa Nena.

Pensi il lettore quale effetto abbiano avuto nell’animo di Armanda le parole del sindaco. Avrebbe voluto mettersi a gridare, a piangere lì per lì; ma si rattenne; seppe far violenza a se stessa e chiese:

– Ma chi è che ve le ha dette? Chi ve le ha dette tutte queste cose? Mi pare incredibile, sì! che il mio Germano sia fra codesti, come avete detto?

– Domandatelo al segretario. Lui è un uomo istruito. Lui sa tutto. Non è patentato, ma non vuol dire. Quella della patente, è una calunnia che gli tirano fuori di tanto in tanto; ma il mestiere lo conosce. Vi persuaderete dalla sua bocca, saprete bene da lui chi è vostro figlio. O povero amico Pietro, se tu non fossi morto, tuo figlio non sarebbe così!

Al figlio, s’era aggiunto in Armanda la memoria del marito, più dolorosa ancora in quel punto per le parole ascoltate, sicchè non ebbe più modo a tenersi e ruppe in lagrime.

– Siamo intesi – disse il sindaco alzandosi. – Preparatelo, preparatelo. E…. sopratutto giudizio. Evitiamo una scena per voi, che è bene, non siate in piazza; per me, che sono il sindaco e, come ho detto, presto qualche cosa d’altro, per mio figlio, per Francesco che appartiene al gran mondo, e parla colle persone più alte….

Questa, o giù di lì, fu la conclusione del sindaco, il quale ripassando per bottega se ne uscì.

*

* *

– Pierotto! Pierotto! – addimandò Armanda tutta agitata, non appena fu sola.

Il gobbetto comparve frettoloso.

La padrona gli porse il giornale, lasciato dal sindaco:

– Leggi. Leggi dove trovi il nome di Coralti Germano. Leggi. Levami di sulle spine. Voglio vedere da per me; tutta la verità, sia pur dolorosa!…

Pierotto diede un’occhiata alle colonne, poi lesse:

“Ieri ebbe luogo la splendida conferenza del giovine ingegnere Germano Coralti, agli operai. Egli è quello stesso, che raccolse domenica le lire duecentocinquanta per la vedova del muratore caduto dai ponti. Affollatissimo il teatro dell’Arte Sapiente. Parlò in modo stupendo, e, con validissimi argomenti e facili parole, precisò come si debba intendere e quale debba essere il socialismo. Egli lo fece sinonimo d’una carità illimitata che, nella fratellanza rispettosa delle classi, vuol essere esplicata col lavoro che è pane, e diritto e dovere insieme, e dignità. Non risparmiò pertanto l’operaio; ne svelò coraggiosamente i difetti comunque avessero riscontro di molte virtù che non tacque, anzi esaltò. Disse che la moderazione, la sobrietà, l’economia, sarebbero la sua forza avvenire.

Confrontando gli operai delle diverse epoche mostra che vi è un grande avviamento al meglio e non dispera di vedere presto redenta una classe, per tanto tempo vilipesa ed oppressa. Starsi nelle pagine del Vangelo, il segreto di quell’avvenir migliore, nel quale e a malgrado delle umane ignavie onde lo invadente scetticismo, pure hanno fede le coscienze tutte.

“Toccò delle Cooperative, della Camera del lavoro, e, soprattutto esaltò la libera e forte vita dei campi. “Italiani! – disse – io vi esorto all’onor della zappa. Coltivatela tutta, verdeggi tutta l’Italia. Chiedete alla terra e la terra darà.” ” Solcare la terra, solcare il mare, ecco il segreto.”

“Nella chiusa, ispirata, energica, grandiosa, incuorò i grandi intelletti a cercare la vera gloria attraverso le spine dei problemi sociali; con animo deliberato di lasciare ai rovi le vive carni, non un atomo della coscienza.

“Frequentissimi gli applausi, in ultimo davvero frenetici al valente e convinto oratore.

“Malgrado il travestimento, si notarono parecchie guardie. Calma perfetta ed imponente.” – È finito.

– Ma, che finito? Seguita, seguita fino ai pugnali, fino ai ladri….

– Ma che ladri? – chiese Pierotto guardando il giornale. – Dopo viene il parlamento nazionale, l’attentato allo czar che c’è tutti i giorni, l’orribile tragedia della serva col padrone. Qui non c’è nulla di quel che dice.

– Nulla? O se l’ha detto il sindaco! Nulla; ma intanto Germano è diventato socialista. Queste sono finzioni; sono tutti d’accordo….

Chinò il mento sul petto e ruppe in un nuovo e violento scoppio di pianto.

– Ah, povero padrone! – fece Nena anch’essa. – Gesù, Maria, che disgrazia! Come faremo adesso? – e diede in pianto; mentre Pierotto, che non si spiegava il perchè di quella scena deposto il foglio, e conghietturando e vedendo di aggruppare le idee, si tornò senz’altro dire di là in bottega fra il banco.

Poteva essere trascorsa poco più di un’ora. Le due donne, rabbonite alquanto, s’erano, dirò così, vicendevolmente consolate nel pensiero che Germano sarebbe per giungere ed ogni cosa avrebbero dalla sua bocca; lo consiglierebbero loro, non lo lascerebbero più partire.

Ad un tratto, sporgendo il capo, Pierotto annunziò allegramente:

– Ecco il signor Germano! Eccolo!

Udire e piangere di nuovo, fu tutt’una. Specie la povera signora Armanda.

– Mamma! Mamma! Eccomi qua. Un bacione…. Ma tu, e tu? Piangete?

Così, con foga precipitandosi e con foga chiedendo, disse Germano, un bel biondo scuro capelli e pizzo, di ventisette anni, piuttosto alto, incotticcio per sole, ed appena leggermente pingue.

– Piango? E devo ridere, dopo quel che mi si dice di te? No, figlio mio, no, torna indietro – e lo abbraccio come esasperata – tu sei su d’una strada che conduce alla perdizione. Sentimi figlio mio; se vuoi bene a tua madre, non essere più… me l’hanno detto che è poco… io non sapeva niente…. Ho pianto fin’ora….

– Ma tu….

– ….non essere socialista – seguitò in supplicanti lagrime la madre.

– Ma tu….

– Tu non devi rubare, tu! Qual vergogna; tu che non hai nemmeno la scusa della miseria; tu non devi uccidere…. tu…. M’hanno detto che nelle grandi città, fate d’ogni erba un fascio….

– Ma io…. senti….

– Germano, Germano, ti perdono per questa volta! È Iddio, Iddio, benedetto, che t’ha messo in cuore di venir qui! Ma tu, cambia, cambia…. promettilo a tua madre!…

– Ed è questo, mamma – disse – il benvenuto che mi dài dopo sette mesi di lontananza? E tu, tu che mi hai fatto col tuo sangue, puoi credere che tuo figlio sia diventato….

– Un socialista? Si, sì, me l’hanno detto. Ti hanno indotto al male i cattivi compagni. In paese lo sanno tutti e quelli che capiscono lo vedono anche qui dal giornale.

– Lo conosco il giornale – rispose Germano respingendolo – e di quel che dice, dovresti andare orgogliosa…. Ma dimmi chi è che ti ha ingannato in questo modo? Chi è stato in questa casa? Parla, mamma, e anche tu Nena, parlate. Ho capito il principio, fatemi capire la fine.

– C’è stato il sindaco – disse in fretta Armanda – e lui ha avuto spiegazioni di tutto dal segretario, che di queste cose se ne intende, perchè è vecchio; e poi nulla sta nascosto sotto il sole.

– Oh, vecchia coll’anima candida di una fanciullina, di’? non hai penetrato il fondo di tutte queste cose?

– Eppure – entrò in mezzo Nena – un sospetto è frullato pel capo anche a me, ora è una certezza, dopo quel che sento….

– Egli, il segretario, se nol sapete ancora, vorrebbe darmi la figlia, e tutti i mezzi gli giovano, pur di riuscire, o di credere di riuscire all’intento. Egli vuol nimicarmi col sindaco, ma no! non riuscirà. Io sono per Albertina, essa è mia! Ed ora, mamma, contento d’averti vista e perdonandoti la sfuriata, corro subito a baciare la mia Albertina.

Durante queste parole, gli occhi della madre, non s’erano staccati un momento da quelli del figlio, nei quali a lei pareva di tornare a leggere, come una volta, tutte le bellezze d’un’anima bella.

– Dunque è una calunnia tutto quello che m’han detto?

– Sì; e male… male architettata. Dei principî che sono dovere di ogni uomo onesto, hanno voluto, travisandoli, fare un’arma contro di me? Ti pare? dillo tu, mamma, se il contatto degli uomini che soffrono, macchia l’anima di chi infonde loro coraggio, additando l’alba di giorni migliori! Ti pare che se la luce d’una grande idea ti rischiara la mente, disegno meraviglioso della Provvidenza, tu non abbia a folgorarne il raggio sulla fronte dei fratelli? Ho parlato agli operai, e che ho detto che un uomo onesto, a virtuosi fini inteso, non potesse e non dovesse lor dire?

– I mentitori! Come ti avevano dipinto!

– Quel segretario De Neri – s’intromise la Nena – è proprio la coda del diavolo.

– O mamma, tu fossi stata a vedermi! Quattromila persone in quel teatro. Un silenzio di tomba. Quattromila cuori che martellavano col mio…. E fra loro, quanti miserabili, derelitti, affamati, incerti del domani!… Se qualche volta trascendono, è la mancanza del lavoro che è…. pane. L’animo tristo, no! È il freddo, la fame…. perchè, vedi , mamma, anche la prigione tante volte, non è il più squallido degli asili. Ed io non le cercavo le parole, mi venivano infocate dal petto alle labbra. Esortai alla calma, all’ordine, all’economia nei giorni di lavoro, alla concordia, alla fiducia nei ricchi e sopratutto a non li inasprire…. a non li inasprire, capisci? colla violenza….

A queste parole, a questo dire concitato e vivo del figlio, la madre, intenta degli occhi, incantata del cuore, divinamente piangeva, perchè piangea sorridendo….

– Ma tutto questo, se è vero, figlio mio, non è male. Questa è carità, questo è bene, questa è opera santa….

– Tu l’hai detto: Santa! Santa! Santa! – rispose Germano, serrandola a sè con amorevole violenza. A Nena tornò un sospirone e lo disse:

– Ora respiro. Poteva essere mai? Il nostro Germano?…

In questa, una voce chiese dalla bottega:

– È permesso?

Alla quale Germano:

– Avanti il segretario – e molto sotto voce: – eccolo, il farabutto!

De Neri si lanciò precipitoso ad abbracciare Germano:

– Come stai, caro ingegnere? Hai fatto buon viaggio? Sei sempre stato bene?

– Tutto bene e voi?

– Contentiamoci. C’è però la Luisa, la mia Luisa un pochino infreddata…. ma cosa da nulla, sai? Quella benedetta figliuola, s’alza per tempo, è sempre attorno; lavora, suda e poi…. le conseguenze sono l’infreddatura. Troppo attiva. Però non c’è confronto a vederla da quando partisti. È più ingrassata…. più colorita.

– E prometteva anche da piccina di diventare un bel tocco di figliuola.

– Ora si è sviluppata; ora è donna perfettamente, ecco…- ma, tutto inutile, bontà, bellezza, virtù, per modo di dire….

– Perchè?…

– Perchè non c’è sorte. E una fanciulla, quel po’ di terra, quei quattro soldi che mi son levati dalla bocca e un po’ d’appoggio, ognuno li vorrebbe dare ad un giovine meritevole; ne convenite, donna Armanda? Chi è fortunato è il sindaco. Egli ha te….

– Caro segretario – rispose l’ingegnere – Luisa non ha che diciassette anni e già vi disperate?

– Tutt’altro! Ma non so nemmeno io come mi dire…. basta, tronchiamo questi discorsi che tu non avessi a supporre…. sai? Siccome sei sempre giovanotto, cioè ancora in tempo per mutare idea, e nessuno può darvi torto, non vorrei…. Piuttosto, giacchè t’ho conosciuto ragazzo e, sa Dio se ti voglio bene, debbo avvisarti che…. (Nena, voi siete di casa).

– Che?

– Che il sindaco è un pò mal disposto a tuo riguardo. Pare che si tratti di quell’affare…. pare che tu sia, che so io? come un pò…. sai ?… Socialista…. Egli non ne vuol sentire. Da qualche giorno è scuro, tenebroso, arrabbiato e credo che abbia delle idee piuttosto brutte. Chissà, chi glie le ha messe pel capo!… Dev’essere il figlio Francesco, che appartiene ai pezzi grossi…. Io ho cercato, ho fatto del mio meglio per rabbonirlo, ma…. posso anche ingannarmi; però tu sai che se il padre si lascia trasportare, il figlio…. il figlio ha istruzione, ingegno, mezzi, relazioni…. Basta, ti ho messo sull’avviso perchè ti voglio bene e…. all’occorrenza bada, piuttosto che essere rifiutato…. rifiuta tu.

A questa conclusione gli era importato venire e poichè v’era giunto, a non isciuparne l’effetto, co’ discorsi che le avrebbero potuto tener dietro, s’alzò.

– Io ti saluto, caro ingegnere. Ho piacere che tu stia bene. Ho avuto fretta di vederti; ma io son così cogli amici. Non voglio essere più importuno.

– Addio! Addio! – fece Germano alzando ed abbassando lentamente la testa.

*

* *

– Hai capito, mamma? Poteva essere più chiaro e più falso? Poveri sindaci, con a fianco simili….

Frattanto Nena, ponendosi in orecchi disse sottovoce:

– Chi parla di là? Mi pare Luisa…. Luisa che compra dei bottoni. Proprio oggi, in questo momento ne ha bisogno. Come le sa combinare tutte il segretario!

– La bottega è pubblica – rispose a lei sottovoce anche Germano. – Nena, non fate giudizi temerari. Piuttosto, mamma, ti sei convinta che sul conto mio hanno detto un mondo di menzogne? Ed ora, vado dalla cara Albertina e, t’avverto, mamma, che vogliamo essere presto sposi…. Le cose lunghe, hanno tutto il tempo d’andare a male.

Alle quali parole, la mamma rimase tutta seria ed impensierita:

– Devi sapere – disse quasi tremando – ma sii buono, non fare strepiti, chè a tutto si ripara; devi sapere che stamani stesso è venuto il sindaco a dirmi che egli non ne vuol sapere più del vostro matrimonio, che non può dare una figliuola ad un uomo, guarda! che da un momento all’altro, lo disonorerebbe colla prigione!

– Tutto questo e…. tacevi?

– Non ne avevo il coraggio, non mi decidevo, aspettavo il momento buono…. Però non temere, appianeremo tutto. Ignazio ha parlato così perchè lo hanno ingannato…. Egli è un pover’uomo e, non arriva. Lascia fare a me, andrò io a parlare colla Checca. Essa lo gira per tutti i versi….

– E il segretario li gira tutti e due.

In questo punto entrò frettoloso Pierotto e porse una lettera a Germano.

– È d’Albertina – disse appena visto il carattere. Dissuggellò e lesse:

“Mio caro Germano,

“Tutti e tre in casa, non vogliono più assolutamente il nostro matrimonio. Tu non temere. Sii fedele chè io pure sarò. Sta di buon animo ed il tempo muterà le cose. Piuttosto ti esorto a darti di proposito alla tua professione, e non ti immischiare colle società; non fare discorsi agli operai, perchè ti rovineresti e faresti piangere la tua Albertina. Dunque non venire, chè saresti male accolto. Ci vedremo in chiesa e per ora basterà. Io intanto, su nella mia stanza, piango.”

“Tua per sempre

ALBERTINA.”

– Questa Poi! Ed io, posso quietarmi così? Io non vedere Albertina? Ma no, no, no. Io sventerò la calunnia, l’intrigo di quel tristo. Voglio vederci chiaro ad ogni costo – così risolutamente disse Germano, e vinta la violenza dell’amoroso contrasto de la mamma e di Nena, fu sulla via e si diresse alla casa di Albertina, mentre le due donne, commosse per quella smaniosa risoluzione, portando le mani alle tempia, simultaneamente, dominate dall’istesso pensiero, esclamarono:

– Gesù! Gesù! Gesù!

*

* *

Aveva detto bene Germano, che il segretario li girava tutti e due; tant’è vero che De Neri si era subito recato in casa del sindaco, a tastare il terreno e a preparare Checca, la moglie d’Ignazio.

– Lo so; – le diceva astutamente il segretario – mi metto nei vostri panni; ma non posso darvi ragione. Sarebbe come volere che io tenessi mano a rovinare il sindaco. Posso farlo? Bella gratitudine, allora! Se ho lo stipendio netto di ricchezza mobile, non lo debbo a lui?

– Veramente, che quel Germano perchè è ingegnere, sia una gran cosa, non lo credo neanche io…. Poi si immischia coi muratori e, su per giù si può argomentare…. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei. Faccio per la ragazza. Quella si dispera, piange e… capirete? Se fosse mia figlia; ma io sono matrigna ed ho bisogno di stare in pace. Peggio per lei. Tanto quel che è suo, è suo.

– Vuol dire, che se dipendesse da voi?…

– Li farei sposare, guardate che idea! Sarebbe un pensiero di meno e, se le cose riuscissero a male: L’hai voluto? Tientelo. Io ci ho la mia creatura da pensare.

– Dunque il vostro voto per farli sposare ci sarebbe?!

– Sì.

– Brava Checca! E siete la moglie del sindaco? La prima donna del paese? L’avreste fatta la frittata! e, come! Dunque voi per un capriccio, diciam cosi, di vostra nipote, rovinereste il sindaco? E dove lascio Francesco? perchè una cosa tira l’altra. Sentite, Checca, voi non avete bisogno de’ miei consigli, perchè il sindaco è un uomo, poi c’è vostro nipote… basta. Lasciate fare a loro. Diversamente, volete sapere quel che accade? Badate ch’io veggo lontano.

– Che accade, dite!

– Voi vi mettete in casa un individuo che sarà un bravo giovine, anche! ma di cui i connotati son presi. Crederanno, si capisce, che il capo d’un paese, il capo dico, la pensi come lui. Che il figlio, nientemeno! sia della combriccola. Checca, cominceranno i guai. Sarà un pretesto per quelli che vorranno far sangue nuovo in comune. Alla prima occasione, addio sindacato! Addio rispetto! Voi diventerete una donna come tutte le altre, e Ignazio, un uomo giudizioso come Ignazio, finirebbe…. Io non lo so come finirebbe! Ma guardate che lassù, non perdonano, e… il prefetto è un osso duro!

– Ah, no, no, no! – rispose l’altra scattando – Ero lontana le mille miglia dal pensare che le cose potessero arrivare a questi estremi! Non è per la croce, no, ma per il punto d’onore. C’è stato tanti anni sindaco e ci dovrà rimanere. Avete fatto bene ad avvisarmi. Gli darò un consiglio io….

– E notate; l’appaltino, per quella bega dell’orario, non vorrebbe altro; Peppino Cinghia, ora persuaso che della figliuola non se ne fa nulla con Francesco, non vorrebbe altro. Il maestro di scuola poi, in urto con mezzo mondo, non vorrebbe altro…. E lo sapete che scrive sui giornali invece di papparsi in pace le sue quattrocentocinquanta lire l’anno!…

– Non dubitate! Germano non riuscirà, ed Albertina avrà giudizio. Ella vuol bene a suo padre.

In questa tintinna il campanello, – Devono esser qui. – Checca corse sollecitamente ad aprire.

Diciamolo di volo.

Alta, pingue d’un grasso giallo e floscio, un talpoco cascante al basso de le mascelle, Checca aveva la fronte stretta, e diritta quasi sul naso. Di occhi piccoli, infossati, d’un bluastro cinereo, con un certo non so che sul volto, di malaugurale, di funereo, di egoista, di goffamente ambizioso e di prepotente freddezza nella linea diritta della bocca e nella candidezza smagliante dei canini aguzzi, quando, e molto sovente li scopriva, in un riso quanto più smascellato, e tanto meglio artefatto.

Entrarono gli attesi Ignazio e Francesco, sindaco l’uno e figlio del sindaco l’altro.

– Ecco il sindaco che torna di piazza – fece a mò di presentazione la moglie.

– Sindaco, evviva! – disse con l’abituale cerimonia il segretario – Francesco….

– Che diavolo di paese! – rispose questi lasciandosi cadere sur un divano. – Sono mortalmente annoiato.

– Sfido – fece il sindaco, volgendosi con aria intelligente al segretario. – È nato pei grandi centri. Quì non trova i suoi pari. Può mettersi a contatto con Tizio e Sempronio?

– Abbiamo in paese il grrande agitatore, il tribuno della plebe – soggiunse ironico Francesco forbendo la caramella colla pezzuola. – Non l’avete anche visto, caro segretario?

– Io?… Dirò… Siccome…. Eppure dovrebbe essere già qui. Un innamorato, appena arriva, corre, corre… corre qui, ecco!

– Già qui nella sala… dei passi perduti.

– Perduti? Volete dire? – chiese De Neri.

– Io? Io sono uomo da parlare invano? Ma non sapete che quando impegno il mio onore… Egli (scattando) non l’avrà Albertina, nè ora nè mai.

– È fatto tutto… cioè è tutto disfatto – entrò in mezzo il padre. Ho avvertito io la madre. È stata una parte difficile; ma l’ho persuasa donna Armanda; l’ho persuasa.

– S’intende che quanto a me – disse De Neri, non mi avete mentovato affatto. Come avete detto? Raccontate.

– Come ho detto non lo so più; ma devo avere imbroccato nel segno, perchè s’è messa a piangere.

– Il segretario, capite, non bisogna mai metterlo di mezzo. Io do un parere nell’interesse del sindaco… il sindaco poi, pensa lui. Questo bene inteso, quando non vi siano persone della famiglia…. Da qualche giorno avete Francesco… Francesco, il quale ne sa più di me, anzi, giudichi lui se ho avuto ragione di mettervi in guardia contro il socialismo. È come dei topi nel granaio. Ce ne entra uno? Ce ne son mille. Accarrezzate(1) un socialista, dategli come sindaco una figliuola e, tutto il paese diventerà…

– Nemmeno per sogno! – interruppe la Checca voltandosi al marito. – E voi non farete nulla senza mio ordine.

– Non c’è bisogno che vi riscaldiate tanto – parlò gravemente Francesco. – Il matrimonio non si farà. Son qua io e, basta!

– Ha ragione – fece convinto, bene inteso in apparenza, il segretario. C’è lui. – Come si conoscono le persone dell’alta società. Se poi avessimo sbagliato tutti e due, allora… – punse nuovamente e dolcemente lasciando la frase in sospeso.

– Ma che diavolo? Sbagliare io?

– Dico per dire…. Non devo distinguere il bene dal male? – parlò timidamente il segretario. – Voi siete contraria….

– Sicuro – s’affrettò la Checca.

– Lui è contrario… – ed accennò Francesco. – Io, nel vostro interesse, sono contrario; il sindaco….

– Io? E quanto tempo è? Non lo sono già da diversi giorni?

– Se poi, nel caso che venisse qui, qui…. il socialista…. chiamiamolo così, e vi persuadesse, non so come dire, a mutare idea, allora….

– Allora?! – esclamarono tutti, mentre immoto fra di loro, col dito alzato De Neri studiava l’effetto.

-… allora… allora, perchè non crediate che io abbia dei secondi fini…. allora è lo stesso, ecco! Anzi farò subito le pubblicazioni….

Quest’ultimo del segretario, era stato un colpo da maestro, tanto vero che Francesco al quale veniva principalmente diretto, lo sentì proprio nel vivo del cuore, onde si levò infuriato:

– Ma voi, mi pigliate in giro?! Dunque io non ho più proposito? Non ho più parola? Non son più gentiluomo? Ma come? Sono ascoltato e riverito dovunque, e qua…. in un paese che non meritava l’onore di darmi i natali, un individuo, un ingegnere, un essere incalcinato dalla testa ai piedi, oserà competere con me? Come! È stato a scuola fino all’età di ventisei anni, doveva essere la scienza in persona e poi, mi diventa…. mi diventa…. e vuole essere cognato a me? Io abbassare la famiglia? Io perdere il decoro? E i prefetti, i deputati, i senatori, i banchieri, i nobili, mi aprirebbero le loro sale? Io lo so; dal basso vogliono comandare; ma è dall’alto che si comanda; dall’alto, dall’alto. Tutta questa canaglia che grida lavoro, giustizia, eguaglianza, tutti pretesti! non troverà che manette. Quelli che se ne fanno i caporioni, poi….

– Quel che mi dà un po’ da pensare – interruppe De Neri – è che il fidanzato d’Albertina è istruito.

– Istruito? Istruito perchè è ingegnere? – domandò con sorpresa Francesco. – Eppure lo sapete che siamo stati compagni di scuola. Io, se volevo, potevo essere avvocato.

– È vero – sentenziò il padre – lui non ha voluto ed io l’ho contentato.

– È inutile l’istruzione. Non serve a niente. Ci vogliono relazioni, appoggi, denari… allora si va su… oppure, ingegno, ingegno, ingegno. Come ho fatto io? Con questo! – E si battè la palma sulla fronte.

Checca ed Ignazio, nemmeno se ne fossero data l’intesa, dissero assieme:

– È un fatto!

– Ma tu – continuava Ignazio senza smettere, anzi accentuando l’aria d’ammirazione – ma tu, propriamente, senza voler sapere i tuoi fatti, tu fuori di qui, nel continente, che cosa fai? che posto occupi?

– Io? Io… bisognerebbe esserci in quel mondo là. Non è questo miserabile paese, no!

– Tu sei coi cani grossi – parlò furbescamente il padre – e, non lo vuoi dire. Lui è modesto. È come me che, se….

– Che se vi danno la croce di cavaliere (pronta la Checca!) non avrete il coraggio di portarla. Eppure l’avete guadagnata. Sono sedici anni che fate il sindaco. Sarebbe quasi il tempo di un ricorso…. Se non fate i passi necessari….

– Penserò io a questo – sentenziò Francesco. – In continente per esempio la disprezzano; ma chi disprezza… compra…

– Ed Albertina, dov’è Albertina, che non la vedo?

Una specie di freddezza silenziosa, successe alla domanda ingenuamente lanciata dal segretario. Rispose Francesco.

– Albertina? Dev’essere su nella sua camera, su a piagnucolare, si capisce. Ma… lagrime di donne.

– D’altronde? – fece la Checca.

– Povera figliuola – soggiunse il segretario scuotendo la testa e, si sarebbe detto, commosso – quanto me ne fa pena!…

– Al diavolo anche il campanello! – spazientò la sindachessa, udendo la seconda suonata, e mosse per aprire senonchè il segretario la prevenne.

– Apro io. Se fosse lui, che non credo, non mi mettete in ballo. Si tratta di cose private. Per amor di Dio! – E mise l’indice attraverso la bocca quasi, starei per dire, con satanica solennità.

*

* *

Si ripresentò nella sala, ilare nel volto, e come per incanto trasmutato De Neri, annunziando:

– Il signor ingegnere. Il desiderato da tutti. Il ben venuto.

Germano, abbracciò e baciò il sindaco e chiedendogli “Come state?” e senza attendere risposta si volse ad abbracciare Francesco…. Il quale al “come stai?” affrettato e cordiale di Germano, rispose freddamente:

– Bene abbastanza.

– E Albertina? Dov’è Albertina?

Era tanto impreveduta, o meglio inaspettata la domanda, per quanto avesse del naturale, che ebbe in risposta…. il silenzio. Il quale, non è una risposta, per modo che, quasi lasciando trapelare la eccitazione dell’animo Germano chiese nuovamente

– Albertina, dov’è?

– Albertina, è nella sua camera che piange e la colpa l’ha lei….

– Io, Francesco?! In che modo? Perchè? Chiamatela!

– Albertina la ringrazia. Essa è giudiziosa e rinunzia all’avvenire che lei può darle. Una volta, tutti amavano lei con trasporto…. Non è vero segretario?

– Per pacco!

– Allora… – arrischiò timidamente la Checca.

– … non erano anche inventati i socialisti – credette bene compiere la frase Ignazio; ma lo ripigliò in buon tempo Francesco:

– …allora, non si sospettava che l’orfano studioso, il figlio del bottegaio sì; ma per bene, diventasse un tumultuante di piazza, un tribuno dei facinorosi, un aspirante a salire con mezzi pericolosi ed illeciti. Acconsentirebbe lei di dare una sorella ad un individuo tenuto d’occhio? Segnato a dito? Sempre in procinto di essere imprigionato? Mia sorella piange; si capisce! Un affetto non si strappa là per là; ma si è già uniformata, e noi, giacchè s’è compiaciuto farci visita, la ringraziamo.

Non meravigli il lettore, se Francesco potè dir tanto, senza essere da Germano interrotto mai, senza che questi, non iscattasse violentemente a mozzargli le parole. Fino ad un certo punto l’amore può operare di questi miracoli, e mostrarci freddamente calmo un uomo, che per suo carattere non è.

Calma nera, presagio di tempesta.

– Alle tue parole, alle tue provocazioni, un altro uomo, Francesco, avrebbe già perduto la testa. Io sono calmo e costante…. Io mi spiego già il motivo di tutto questo improvviso cambiamento; io mi spiego già che fingete d’essere atterriti dal socialismo, parola che può essere buona e trista…. voi….

– Signor Germano, la lingua nei termini….

– Non ti alterare, osservò pacatamente il sindaco al figlio.

– Quella parola “socialismo” è un pretesto a rimuovervi dal primo proposito…. Non è vero che Albertina rinunzi a me. Chi lo dice, mente.

– Nessuno mentisce in questa casa!! – urlò Francesco, con mal piglio ed occhi sbarrati.

Germano più calmo ancora:

– Mentite tutti, meno quella che piange.

– Se ho la bontà di permettervi uno sfogo, signor ingegnere, non ne imbaldanzite.

– Io non trascendo. Io mi serbo calmo e costante, perchè è proprio l’amore che domina il carattere, che vince la miseria dell’offesa, che calpesta i rettili…. Vuoi ch’io ti dica il perchè? Il modo di questo vostro mutamento? Che si fosse lasciato abbindolare questo vecchio, e, sia!. Ma tu? Vuoi ch’io ti provi, anzi, voglio provartelo, come un egoista per sua vendetta, abbia saputo suscitarne altri tre?

– È tutto inutile!… rispose con gesto solenne e sprezzante insieme, Francesco. – È tutto inutile!…

– Anche davanti alla verità?! Lo vedremo. Segretario, da buon amico, si tratta di cose intime, vi dorrebbe lasciarci un momento?

– Dici a me? Come vuole il sindaco – fece De Neri coll’aria d’un uomo che si svegliasse allora ed a cui tornasse indifferente sì lo stare che il partire.

– Perchè mandarlo via? – interrogò premurosa e previggente la Checca, alla quale, come presa l’imbeccata, tenne dietro il sindaco:

– Già, perchè riandarlo via?

– Non ho detto così, ho detto….

Ma Francesco:

– Ingegnere! La verità sfida la luce del sole: può parlare.

– Davanti a questo testimone, no.

– Vuol dire che lei non lo reputa persona d’onore?

– È inutile, tu tenti incitarmi. Questi mezzucci, non mi toccano. L’onore del segretario, per l’onore del comune lasciamolo lì…. Vi prego De Neri, lasciateci un momento….

– Ma se non vogliono….

Germano, con forza, piantandogli l’indice in faccia:

– Non volete voi!!

Il segretario tacque. Egli era troppo sopraffino per non capire che a lui toccava assolutamente tacere, onde s’imbrogliassero le cose, e non per sua colpa.

– Signore, bando alle chiacchere – disse Francesco avanzando di un passo verso Germano. – Troppe ne faceste. Non voglio rodomonti in casa mia. Il segretario resti, voi uscite!

– Io non esco, se prima non vedo Albertina.

Queste parole furono pronunciate con quell’accento che denota la convinzione imperturbata della propria forza.

– E lo dite? E l’osate davanti a me? Se voi calpestate i rettili, io calpesto i rodomonti. I gentiluomini discutono meno ed operano più. Signore! i vostri modi hanno violato il domicilio. Io vi sfido!

Germano, calmo, sorridente, finemente ironico:

– Ed io…. non accetto. Chiamami vile.

– Che cosa è stato? Per carità! Chi è che grida? – disse tutta concitata Albertina, precipitandosi in mezzo alla sala dalla scaletta che metteva alla sua camera, soprastante in parte alla sala, e da dove tutto aveva udito e sopportato fino a quel punto. Ma intanto ch’io sto dicendo questo, anzi in meno ch’io lo dica, Germano abbraccia d’un balzo Albertina e la bacia, mentre Francesco afferratala brutalmente per la vita la strappa da lui, gridando fra lo scompiglio degli astanti:

– Lasciatela, lasciatela, perdio! Guai a voi! Uscite! Uscite! Mascalzone da capestro, non l’avrete mai! Piuttosto l’ammazzo io!…

– Che impertinente! – aggiunse la Checca, tutta esasperata colle mani a’ capelli. – Davanti a noi.

– Socialisti! – balbettò tremante Ignazio.

– Vigliacchi! modificò Francesco.

– Non ti alterare. Frena le ire. Io volevo abbracciarla e ci sono riuscito. Albertina, coraggio! Chi la dura la vince…. O me, o nessuno.

E la fanciulla, bruna, ma bella e smarrita e resoluta a un punto:

– O te, o….

– Alla galera! – urla Francesco. – Nè ora, nè mai! – e s’avventa contro Germano, che lo fissa, che non indietreggia, che lo atterrisce quasi, con isguardo di fuoco.

Successe un momento di pausa, quasi di quadro. Una pausa terribile e solenne, rotta primamente da la voce bassa, di Germano

– Io me ne vado. Vinca la prudenza oggi…. ma ritornerò.

– Mai più!

– Ritornerò.

Questa l’ultima sua parola, indi Germano uscì.

– Saprà farlo Iddio! – disse fiduciando in Lui la fanciulla.

Che frase fu quella! Francesco cieco d’ira, da questo contegno fatto bestiale e dall’altro di Germano, si scaglia cò le pugna in faccia a la sorella….

– Germano! Germano! – gridò Albertina correndo alla porta; ma la rattengono tutti per la vita e pei polsi. Lotta, sola, per isvincolarsi da quattro, finchè vinta cade ginocchio davanti al fratello esclamando nella smania dell’ira e nell’émpito della passione:

– È meglio morire che non amarlo!… Ammazzami!

Immota, le braccia aperte, gli occhi negli occhi del fratello, pareva aspettare da lui, un pugnale nel petto.

*

* *

Uscito Germano, il segretario lasciò scorrere qualche minuto, poi s’accomiatò, prima ancora che lo si chiamasse a dare il suo parere, ad esprimere la propria opinione, intorno a quanto era accaduto ed intorno al modo che si aveva a tenere per l’avvenire, ora che la cosa accennava a pigliare per colpa stessa di Francesco, una piega, la quale non era affatto da desiderarsi.

Checca, andò in giro per casa attendendo alle sue faccenduole, sempre meravigliata del contegno “da sfacciato” di Germano, l’uomo che bazzicando i muratori aveva dovuto guastarsi fino a quel punto.

Rimasero il padre ed il figlio; Francesco ed Ignazio, i quali s’ingolfarono in un discorso serio, molto serio che noi riporteremo.

Albertina seduta accanto al suo letto, col capo abbandonato su di esso, stava immobile in quello stato di lagrimosa sussultante atonìa che segue ad una forte commozione e più specialmente nella donna, e più specialmente ancora nella fanciulla.

Perdere Germano! Ma poteva essere? Ma era possibile? Proprio da fanciulli se l’eran detto e stesso da fanciulli avevali fascinati un trasporto che sentiva di cielo: l’amore!

E se amore non fosse stato, come avrebbe ella potuto soffrir tanto al presente?

Ma perchè dovevano essere così crudeli i suoi? Ed era mai possibile che Germano si fosse reso indegno di loro e di lei?

Germano, quel suo Germano che la possedeva tutta, che aveva un così forte ascendente sopra di lei?

– Non vogliono che lo sposi? Me lo vietano coll’arte e colla forza? Ebbene, sia, ma non venga un altro…. Un altro no; mi darebbe di volta il cervello. Soffro solo a pensarlo; come non impazzirei a vederlo? E se alla fine si stancassero loro?

Ma se non si stancassero? Se piccati maggiormente per quanto era avvenuto accanissero contro lei e contro Germano di più?

S’alzò, che le pareva di sentirsi stretta da una mano diaccia, e soffocare. Guardò la Madonna, la pregò mutamente, poi si buttò attraverso il letto nel pianto soffocato:

– Gesù, rendetemi il mio Germano! Fatelo, Madonna, pei vostri dolori! Non vedete come soffro?

Ma fra questi spasimi, non tacevano, anzi le si affacciavano in più vivida luce, le immagini dolcissime del passato.

Molli di pianto gli occhi, riabbandona la testa scompigliata su la sponda del letto e coi pensieri suoi parla e sospira.

Torniamo ad Ignazio e Francesco.

– Hai veduto? Hai veduto, babbo, come si trattano i rodomonti? Questi pezzi grossi del socialismo? L’avresti avuto tanto coraggio, tu? Dovrei essere io il sindaco in questo paese! Egli credeva d’essere in piazza, dove quattro cenciosi affamati, l’ascoltano a bocca aperta.

– Quelli sono individui disgraziati. Credi che tutti abbiano il tuo criterio?

– È la parte di Albertina che non mi va. Troppo ardita. Troppo coraggio. E… state in guardia perchè è capace di qualche scappata. Ma ci sono io, però! E dire che ho già un partito in mano per lei! Un partito… quello sì, che onora.

– E non me ne dicevi niente? Niente a tuo padre?

– Non bisogna precipitare. Volevo condurre a fine questo fatto, poi, cominciar l’altro; ed è perciò che son venuto. Albertina diventerebbe una delle più cospicue dame dell’aristocrazia del denaro. Altro che socialismo!

– Chi è? Chi è questo genero? – domandò come trasfigurato il vecchio spalancando gli occhi e protendendo le mani.

– Il direttore generale della banca del Nord, commendatore Gisvall.

– Nientemeno?!

– Nientemeno.

– E… dove l’hai conosciuto?

– Dove si conoscono i grandi personaggi? Ad un banchetto.

– Ed egli, senza conoscerla ti ha chiesto Albertina?

– Ecco…. Io l’ho messo in trappola a questo modo. Egli ha seco una sorella, bruttina e con sicuro, cinque annetti più di me. Bene inteso compitissima, spiritosa, elegante. Ora il direttore, pur di vederla maritata, la manderebbe a nozze vestita di biglietti bianchi…. Io capii che non gli dispiaceva ch’io facessi la corte a la brutta, ed a poco a poco entrammo tanto in dimestichezza che egli stesso, il direttore generale mi disse: – La vostra assiduità presso mia sorella è già notata in tutti i circoli dell’aristocrazia, vi prego….

– Ti pregò?

– ….vi prego, decidetevi, il mondo nobiliare, bancario, politico ci guarda….

– E tu?

– Io preso alle strette prima del tempo che avrei voluto risposi: Ho una sorella; quando sarà maritata, farò io pure questo passo.

– Allora?

– Stette un momento a sè pensoso e poi: Quanti anni ha?

– E lui?

– Lui cinquantatre… ma li porta bene. Diciotti risposi. Il domani gli portai il ritratto. Ne rimase cotto. Fu combinato. Diventai di casa. Prima sposerà lui, capite? Io poi… ci penserò. Purchè lo intrappoli lui… Quanto a me, il denaro mi piace; ma il sagrifizio?… ci penserò. Una moglie contro genio? Ma nemmeno sognarlo. Del resto siamo in rapporti più che buonissimi…. Ora facciamo degli affari bancari assieme. Anzi, giorni scorsi ebbe bisogno d’una mia firma per un effetto, ed oggi appunto, attendo lettera.

– Capisco. Dev’essere come in comune che se non c’è il mio nome, una carta non vale. Eppure l’ha scritta il segretario! Son tutte opinioni.

– Lasciamo andare queste miserie di municipio. Il risultato di quella firma saranno diecimila lire… un’inezia del resto….

– Diecimila lire? Tutte in un colpo?

– E che verranno oggi, che anzi devono essere già arrivate con questo piroscafo; in denaro o in obbligazione.

– Allora – fece Ignazio con serietà riflessiva – allora bisogna conchiudere, con cortese sollecitudine, come dice il segretario.

– Lasciamo calmare Albertina….

– Perbacco! Che cose accadono nel gran mondo! Io sono sindaco e, con un genero simile sarò anche presto cavaliere; eppure mi ci troverei imbrogliato. Invece tu… tu è un’altro paio di maniche…. E dire che Germano poteva essere come te!

– Quello è un disgraziato! Si è buttato a far l’apostolo alla poveraglia…. Per avere il mondo in pugno ci vogliono i guanti gialli… gialli… gialli…

Dalla porta socchiusa di quella specie di studio, s’udì una voce:

– È permesso?

– Avanti.

Cosimino Bombetta soprannominato l’imbuto, campanaro, usciere e procaccio nello stesso tempo, spinse l’uscio ed entrò.

Consegnò, dopo aver goffamente salutato, varie lettere e varii giornali al sindaco e a Francesco, che si diede a dissuggellare, dopo aver sorriso all’andatura impacciata del procaccio.

– Come?! Non ha scritto? – esclamò Francesco guardando le lettere. E spalancò gli occhi, e si fece pallido pallido, e cominciò a tremare.

– Chi, non ha scritto? – chiese il padre. – Chi?

*

* *

A capo scoperto e basso, le mani dietro la schiena, Germano passeggiava concitatamente su e giù pel terrazzo di casa, che s’affacciava a un lato sul paese, all’altro sul mare.

Germano spasimando fremeva, ferito due volte, nell’amore e nell’amor proprio.

Che cosa farebbe Albertina se quello sconsigliato di Francesco (il padre non lo contava) persistesse nel diniego? Che cosa farebbe Albertina? Piangerebbe, ma avrebbe l’amorosa costanza di pianger sempre, ancorchè le sue lagrime non riuscissero ad ispirare pietà? E poteva egli pretendere da lei la virtù di tanto sagrifizio? Con quali diritti? Con quelli dell’amore? Ma no! Non basta. Un amore basato sull’amore, non dà diritto alla libertà stessa di questo amore e… sarebbe troppo gran ventura e troppa altezza di virtù nella umana società, se legge altra non avesse amore, all’infuori di sè stesso.

Albertina mi vuol bene. Albertina non amerà altri che me. La sevizierà con ogni suo potere il fratello; ma saprà resistere! Sì, saprà resistere Albertina…. Quel segretario…. quel De Neri, quale abisso ha saputo scavare! Ed io… che imbecille, sono stato io! Perchè tanti riserbi, tante prudenze, tante delicatezze con un simile rettile? Perchè non dirgli sulla faccia, quel che gli leggo nell’anima? Dirglielo? E, sopra di una supposizione a me era lecito tutto ciò? Ma di quante cose al mondo si ha la certezza…. eppure, eppure? bisogna tacere. La mancanza di prove! Ecco la feroce forza mostruosa del male, che s’infinge del diritto, e spesso impera!

E poi, è proprio vero che il segretario abbia abbindolato Francesco? O meglio…. Francesco non coglie partito, non si giova di tutto ciò che il segretario ha infiltrato nell’animo del sindaco, per una idea diversa, sua, unicamente sua e se più trista magari, o almeno più logica e più…. e…. più…. Ma che idea potrebbe essere questa?! Da che? Perchè?

Tacque immoto e, fu in un istante d’inferno.

– Tutta così! Tutta così, questa canaglia rifatta dei paesi piccoli! Tutta colla smania del fasto cittadino, fasto di pezzenti, inorpellate miserie quasi sempre! Miserie? Ma qualche volta non sono miserie…. Delle vere fortune si fanno, presentando un appetitoso boccone di provincia a qualche buon gustaio di asino vecchio che appetisce l’erba tenera e lascia ricca la vedova. Se tutto(2) questo lo vedessi, lo sentissi, se ne avessi la certezza…. Dio, Dio, Dio!…

No; non l’aveva venduta ad un cospicuo offerente la sorella, per appoggiarsi ad un denaroso del continente, che appieno si rimettesse a lui e da lui si lasciasse governare e condurre…. no.

L’avevan lasciata con molta arte sfogare. Albertina, finchè aveva finito come suol dirsi, per darsi pace e…. per dimenticarlo. E la vedeva, felice, o almeno in apparenza felice, tra le braccia di un altro uomo…. Di un altro uomo che tacitamente e calcolatamente ella tradiva e…. n’era per ricambio amata!

Sposa, moglie, madre, e lui abbandonato! Saperla di un altro? Vederla di un altro?

A questo punto uno spasimo acuto di gelosia, un martirio d’amor proprio e d’amore, gli trapassò l’anima…. Alzò i pugni, cieco d’amore e d’ira come per imprecare; ma non imprecò. Rimase colle mani orrizzontalmente in avanti…. Gli parve di veder passare Albertina col marito allato…. e, che fosse quel marito, felice e superbo…. Gli parve di essere da lui squadrato con disprezzo…. quasi parve gli dicesse sfiorandolo: Ho vinto! È mia! Allora, ebbe un riso di scherno terribile, Germano…. volle frenarsi; ma non riuscì. Traboccarono la passione e l’ira…. – Chi hai vinto, disgraziato? È tua? Ma di chi è stata prima? Tua moglie è stata la mia fidanzata…. sappilo! Fu il primo fidanzamento d’entrambi, il nostro, fu quello inenarrabile e divino primo amore che nasce da sè, che coi baci ragiona…. e che conculcato dagli uomini può nascondersi, è vero, ma estinguersi, no! Mia la ineffabile soavità, la divina primizia del bacio, veramente primo! Caste come quelle degli angioli, io m’ebbi le sue labbra ed il suo bacio prezioso e puro…. Poi da quel giorno, me l’ho stretta, oh, quante volte! al petto; e quante volte le mie tempia, pulsarono sopra il suo cuore, e, muti, assorti, tremando in un intima gioia, sognammo, sognammo, non isvegliandoci che pel paradiso di nuovi, più ferventi umidi baci.

Da quei pensieri, da quelle torture morali, egli si districò d’un tratto, ed una forte speranza lo riprese e si pentì quasi dell’aver potuto dubitare dell’amorosa perseveranza di Albertina.

– Albertina, dev’essere mia! Sì, sì lo sarà! E s’acchetò in parte; e pensò che il tempo avrebbe mutato il doloroso presente, in quello avvenire vagheggiato da anni, splendido e sereno, sogno di giorni e di notti, sospiro dell’anima!

*

* *

Il padre ed il figlio erano rimasti in silenzio diversamente sospesi.

– Come?! Non ha scritto? – sclamò di nuovo Francesco, battendo le palpebre su gli occhi stralunati.

– Chi, non ha scritto? – chiese di nuovo il padre – Chi?

– Il Direttore generale….

– Mio genero?

– Non ha scritto?! – ed aperta febbrilmente un’altra lettera, si caccia le mani ne’ capelli gridando: – Dio!! Dio!!

– Ma che è? Parla. Parla.

– Non rispose Francesco; ma con crescente agitazione tremando a verga, aperse una terza lettera:

– Sono perduto!! Sono perduto!

Grida scomposte, singhiozzi, rantoli uscirono confusamente dalla sua bocca.

– Francesco! Francesco!

– Che è? – dimandò la Checca sopravvenendo.

– Francesco!… Francesco! … -Chiamò pure Albertina, che tratta alle grida, accorreva in quel punto.

Francesco abbandonato sul divano, in preda alla più nera disperazione, urla, piange, impreca, maledice, torna a piangere, tutto in una volta. Par che un grande mistero si agiti dentro di lui, par che un estremo dolore lo strazi, par che una vilissima vergogna stia per venire alla luce del sole.

Albertina, che soffre, che spasima con lui, senza che ancora ne traspaia appieno per l’atto del viso, gli butta le braccia al collo e parla

– Ma Francesco…. di’, dillo a tua sorella…. E voi, babbo non sapete niente?

– Niente del tutto – fece il vecchio stringendosi nelle spalle. – Un minuto fa ridevamo del procaccio…. ora…. Tutto ad un tratto…. Francesco hai avuto qualche notizia da quella lettera? Fosse morta….

– Chi?! – chiesero insieme Checca ed Albertina; quest’ultima avanzando verso il tavolo. – Chi?!

Il vecchio sindaco, ponendo le mani alla testa semicalva e spalancando gli occhi rispose:

– La sua fidanzata, che è ricca a milioni.

– Possibile?! – rispose Albertina guardando le lettere. – Qua non ve n’è di abbrunate. – Ma così dicendo, abbassando ancora il capo, cominciò a leggere mentalmente, impallidì, atterrita insieme e commossa. – Francesco…. Francesco….

– Sono rovinato! Sono perduto! Il banchiere non ha scritto, scadono le cambiali…. sono rovinato!! Sono rovinato! Nemmeno il duello! Nemmeno il duello! Che rovina! Che rovina! Dio, demonio, chi sei, spalanca un abisso!…

– Ma dunque c’è proprio qualche cosa di straordinario? Parla…. Parla….

– È inutile! È inutile! – rispose il figlio disperatamente. – Sono guai che non si rimediano più. Mai più!

– Ma calmati – fece la Checca ponendogli la mano su la spalla – calmati; è alla morte che non si ripara più.

– È al disonore!! – urlò Francesco – Dio che vergogna!…

S’alzò, corse alla finestra, vi stette un minuto, indi tornò concitato al tavolo. Prese agitato un giornale che spiegò stracciando:

– Dove sono le partenze? America! America! Al 15; al 15! Dio! Questa è tremenda! Ecco perchè non ha scritto. – E in quella concitazione, in quell’orgasmo, come potè, come seppe, lesse: – Il direttore generale…. Banca Nord…. commendatore…. Gisvall è fuggito… asportando cassa…. Vuoto calcolato, presunto…. per ora…. tre milioni…. La donna ch’egli presentava nell’alta società come sorella, è una disgraziata di facili costumi…. che per denaro lo aiutava nelle sue truffe, di giorno in giorno crescenti … . Messa alle strette…. abile interrogatorio…. confessò di cambiali…. firmate…. Dio! Dio! da un giovine che conoscerebbe vedendolo…. di cui non rammenta il nome…. Italiano è…. Dio! Dio! Mi sento morire…. Molti arresti…. seguitano indagini…. I complici ingannati dallo stesso…. fuggitivo…. sono parecchi..,. Cittadinanza impressionata…. Si prevedano molti…. crak….

– Ma questo direttore – disse Ignazio, come esponendo una gran trovata – questo direttore era dunque socialista segretamente? E tu, hai perduto così, diecimila franchi? Pazienza…. pazienza…. tanto non ti costavano che una firma….

– Ma con quelli – irruppe Francesco – dovevo pagare un debito di giuoco!!

– Ma tu fuori giuocavi?

– È la società…. la società in cui si vive…. Si finge il divertimento; ma si fa la speculazione. Ho perduto sulla parola sette mila lire, e quelle che dovevo ricevere oggi, avrebbero saldato…. ma…. ma disgraziato! c’è di peggio!… – seguitò, male spiccicando le parole fra’ singhiozzi.

– Vergine Santissima! – esclamò colle mani al capo Albertina – che giornata è questa?

– Per pagare al più presto…. tutti mi riputavano ricchissimo…. andai in un’altra sala…. in un altro luogo…. giuocai…. con carte preparate; vinsi, vinsi ancora, poi… fui scoperto. Ora un ufficiale rifiuta di battersi con me…. non volendo i padrini che si contamini…. dicono…. con un baro. Ah, mondo assassino! Mondo di ladri! Società bugiarda! L’America! L’America! Il 15 partirò. Quella donna non rammenta il mio nome…. forse non ha voluto manifestarlo sperando ch’io le sia grato un giorno!… La speculazione dentro il delitto…. il delitto dentro la speculazione!… Per carità, datemi tutto quello che avete…. oro…. denari…. aiutatemi per l’ultima volta…. sia finita

– Io casco addirittura dalle nuvole – disse esasperato il vecchio, alle donne lagrimose, allargando le braccia – io casco addirittura dalle nuvole. Calmati, pensiamo…. Albertina, fammi chiamare il segretario…. Con lui, ci siamo sempre cavati d’impiccio. Non ha patente, ma la sa lunga. Domanderemo consiglio a lui.

– Ma che deve saperne – disse Francesco – che deve saperne di queste cose quell’uomo? Che deve saperne? Son cose d’onore….

– Quando vuole, s’intende anche di quello.

– E come! – ribattè la Checca, alla quale l’idea del segretario aveva allargato il cuore.

– E per me – riconfermò il sindaco – per me poi, farebbe miracoli. Si tratta di denari? Se ne intende. Noi ora siamo confusi e scoraggiati…. lui, chissà?

Albertina s’affacciò alla finestra attendendo che alcuno passasse per incaricarlo dell’ambasciata al segretario. Passò proprio Bombetta:

– Bombetta, cercate del segretario e che venga subito chè lo vuol babbo.

– Vado, vengo e torno! – gridò l’altro di sotto.

Dopo di che Albertina tornò al fratello:

– Via non farti vedere esasperato così. Un po’ di coraggio…. un po’ di coraggio…. Faremo qualunque sacrifizio. Io do tutto per te…. Non lo credere, non lo pensare che io non ti voglia bene….

– Ci vuole un po’ più di calma – sentenziò il sindaco.

– Questa, non me l’aspettavo davvero! – conchiuse la Checca.

Ansante a modo di cui era corso con assai premura, si presentava all’uscio semiaperto, il segretario De Neri, il quale non aspettò che altri parlasse; ma lui stesso per primo parlò:

– Che mi dite, sindaco?… Ma che è? Francesco, Albertina, Checca, siete rimasti così abbattuti da quella scena con Germano? Non ci si bada a coteste cose…. Capisco, direte, perchè tu non ci entri….

– Si tratta di altro – rispose Ignazio commosso – di altro, anche peggio….

– Davvero?

E gli occhi piccoli, infossati, semichiusi, ma scrutatori, del segretario, si posarono insistenti su Francesco il quale sentì rimescolarsi il sangue addosso.

– Io ti ho sempre fatto del bene… Non puoi negarlo…. ora….

A questo punto Francesco si parte e va nella propria stanza attigua.

Lo mise al fatto di tutto in breve Ignazio, ed ansiosamente aspettava il parere del segretario che in un attimo ebbe il suo piano.

Per prima cosa si mostrò contrario alla partenza di Francesco.

– Vuoi proprio dire? Può far a meno di partire?

– Perchè no? Per un lato ci vuole un sagrifizio. Bisogna spendere…. per l’altro lo faremo passare come pazzo…. quindi irresponsabile, una specie di esaltazione continua, manìa di lusso…. Già una manìa…. C’è appunto il medico che aspetta l’aumento di cento lire…. Lui che l’ha visto ragazzo può parlare con vera cognizione di causa. Un po’ di chiasso è naturale, ci sarà. Un po’ di scandalo è inevitabile…. ma roba di tre giorni, poi tutto passa…. tutto. Certo, ora è il momento di mostrarvi veramente…. non saprei come dire…. capite? capite?… perchè sarebbe…. come un’aggravante…. Anche Albertina….

– Ebbene?

– ….anche Albertina, dico, se non vuoi dare l’ultimo tracollo…. Se vi vuol bene…. se vuol bene al fratello…. non sono momenti questi, da mettersi in casa un socialista… ecco…. bisogna che coraggiosamente rinunzi a Germano….

– Ma non è cosa fatta? – domandò non senza l’atto della meraviglia la matrigna.

– Germano?! – scattò chè non seppe più frenarsi Albertina. – E che vi ha fatto Germano, che mi par che l’odiate?

– Con questa rinunzia d’Albertina – riprese calmo il segretario – si darebbe nuova materia alle chiacchiere. In paese, preoccupati più del fatto dell’amore, che dell’altro del quale poco capiscono, quello che è per noi, anzi per voi più grave, rimarrebbe soffocato. Se rinunziare a Germano fosse un male; questo male ne smorza dirò così, un altro. Questo il mio povero consiglio e, bisogna, per distaccarlo recisamente Germano, che…. rinunzi lei….

– È il consiglio di Satanasso!! Voi avete una figlia!… – gridò fuor di sè Albertina, saltando alla porta di casa.

– Dove vai? Dove vai? – disse concitato il vecchio.

– A chiamare Germano! Il cuore mi dice ch’egli ci salverà.

– Ben pensato! – disse vivamente approvando De Neri – ma vado io…. non uscire così.

– Nulla! Nulla! Vado io.

Sulla soglia della camera comparve come un fantasma Francesco che disse alzando la destra:

– Germano, no – e scomparve.

– Germano, sì! – ripetè accesa in faccia Albertina vincendo il segretario ed il padre che le contendevano il passo – Germano, sì! Questo è un serpente!

Colla foga della passione che prorompe, coll’eccitamento d’un animo fra due spasimi e fra due amori, quel “serpente” fu lanciato a De Neri in faccia, con un supremo disprezzo di sputo.

Albertina si precipitava per la scala mentre impassibile il segretario diceva al sindaco ed alla sindachessa:

– L’amore l’ho sempre compatito. È come il vino. C’è chi lo porta bene e chi se ne fa accorgere….

Di dentro intanto, geme lamentosamente Francesco:

– Quante vergogne, quante umiliazioni! Io non lo voglio vedere Germano. Piuttosto la morte.

– Vergine addolorata! – disse la Checca alzando le mani colle dita intrecciate. – Oggi poi, questo non me l’aspettavo. Non si può vivere un giorno in pace!…

– E fosse finita! – aggiunse come continuando il vecchio. – Dio!… Dio!… Poveri miei capelli bianchi! – E levò le mani alle tempia con un tremito ch’avea del solenne, come toccando qualche cosa di sacro, qualche cosa che doveva scendere immacolata nella tomba: la sua canizie. – Signore, per la vostra corona di spine!… E come mai, mi hanno ingannato sempre? – Le mani, dalle tempia scesero agli occhi…. per bagnarsi di lagrime.

– Ora ci vuol coraggio; coraggio, sindaco. E tu – avanzando un poco verso la camera – dove l’hai lasciata, Francesco, la tua energia? Le lagrime, i lamenti, a nulla approdano. Bisogna riflettere ed operare…. Intanto voi ritiratevi e lasciatemi concertar da solo con Germano. Ritiratevi pure… – ed accennava dalle mani e dal viso si ritirassero, mentre la Checca scoteva amaramente la testa.

– Che figura! Che figura! Dopo di averlo rifiutato…. E se ora si rifiutasse lui?

– Chi me l’ha fatta fare! Segretario, sono un povero padre…. mi raccomando.

– State tranquillo, ma ritiratevi nella vostra stanza.

La Checca precedette, il sindaco seguì, singhiozzando; ma giunto al primo gradino, si voltò e, nuovamente disse con rauca voce di pianto:

– Mi raccomando.

E un’altra volta rispose De Neri:

– State tranquillo.

*

* *

Solo soffriva e solo si confortava Germano, poichè spesso amore è ferita e balsamo ad un punto, quando, cosa che gli seppe di prodigio si vide innanzi Albertina.

Questo momento sel pensi il lettore. Albertina e Germano. Due anime e due volontà. Due caratteri ed un amore.

De Neri intanto, che è rimasto solo, accennando alla porta per cui è passato Ignazio pensa con ghigno beffardo:

– Quello è un babbeo; questo – accennando alla camera di Francesco – un farabutto…. e non lo sa fare; travolto da altri più farabutti di lui! L’altro è un uomo! Lui bello, sano, studioso, lavoratore, economo, giudizioso…. – A questo punto il ghigno beffardo si trasformò come in un estasi di ammirazione sincera e profonda. – Egli deve essere mio. Per la mia Luisa; ma lo distaccherò di qui? Se è mio, lo adoro, gli dò tutto…. se nò – oscurando di nuovo la faccia, aggrinzando i tratti – li perdo quanti sono! Da trent’anni vinco; vinco sempre. Solo Germano mi si ribella? Guai! Ma perchè non ti pieghi? Io t’amo quanto mia figlia. Qui ci siete tutti e due – e si premeva il cuore. – Germano e Luisa! E lei che non lo dice, ma io ti leggo nell’anima! impazzirebbe dalla gioia.

Francesco, uscito dalla sua camera, interruppe il corso di quei pensieri:

– Segretario, egli farà di tutto, per salvarmi. Lo farà per mia sorella…. Voi fate prò di ogni suggerimento. Concertate. Lusingatelo. Tenetegli fissa la mente ad Albertina, al nostro rifiuto e poi, se riesco a rimediare, a salvare le apparenze…. perchè, capite, il mondo… sono le apparenze. Ma che non lo vegga! Non lo devo vedere, se nò…. Sia tutto come a mia insaputa. Lo conosco anch’io che ho perduto tutto…. ma la mia superbia…. quella c’è sempre…. Non mi chiamate, non entri qui, nella mia stanza, dite che sono in giardino…. se lo vedo….

– Se lo vedi?

– L’ammazzo!…

– E la ragione? La ragione di tutto quest’odio che hai tu verso di lui? Pazienza altri; ma tu? Forse perchè ha delle idee….

– Queste le facciamo bere a mio padre. A quel disgraziato di vecchio…. che non mi ha saputo educare…. Io l’odio…. l’odio…. – gridò scattando – perchè è migliore di me… – E precipitate le parole fuggì nella sua camera colle mani al capo, sbattendo l’uscio col piede.

De Neri (fu un lampo) ratto come a vent’anni, afferra la maniglia, chiude a chiave e la chiave si pone in tasca, mentre l’altro di dentro:

– Che fate? Aprite! Mi imprigionate? Aprite, aprite! – e calciava forte all’uscio, e forte percoteva coi pugni.

– Zitto! Zitto! Egli è qui; fai l’uomo. Così eviterete di vedervi, potresti non resistere, saltar di qua…. rovinarti….

Francesco rantolò ancora una volta:

– Apri che l’ammazzo….

Tratti dal rumore, s’affacciarono paurosamente Ignazio e Checca.

– Che è? Che è? – chiese titubando il primo – l’hai chiuso?

– E perchè? – dimandò l’altra.

Ai quali De Neri, con quella prontezza diabolica che in lui non veniva mai meno; anzi s’acuiva ne’ momenti più difficili:

– Di lì, si va in giardino, dalla sua camera…. Vada a prendere dell’aria. Gli farà bene. E poi se ci occorresse la pazzia, per far correre la cosa in paese, al primo che capita si fa vedere che è chiuso.

Si ritirarono così appagati i due, e successe un momento di silenzio durante il quale, s’udirono del rinchiuso Francesco i singhiozzi rantolosi.

De Neri, si chinò, spiando alla toppa; indi dove gli occhi, rialzando un po’ il capo, mise la bocca.

– Non piangere; non piangere. Fa cuore Francesco – e si staccò di lì pensando: – Non sei tu, sono io che devo perderlo. E sta a lui. Qui lo attendo all’ultima decisione. Oggi, oggi stesso, bisogna toccare la fine. Ecco! Bisogna operare in modo che…. che se quell’angelo di Germano non può averlo Luisa, non l’abbia Albertina e, nessuno. Ci penserei ben io, a farlo innamorare dopo il distacco…. anzi sarebbe un principio di vendetta. Io butterei giù il sindaco…. perchè sono io che muovo tutti questi burattini del comune e poi, Germano…. Germano, sindaco. Tutti questi che credono di avermi il piede sul collo, mi portano invece sul dorso. Il cane arrabbiato è là…. quell’asino di personaggio…. Attento, Germano, io l’aizzo ed apro…. lui s’avventa e morde.

– Eccovi finalmente! – disse De Neri all’entrare dei fidanzati. – Hai tardato tanto, Germano, che credevo perfino tu non volessi venire.

– Ma son venuto, come vedete.

– Sarebbe bene, se tu credi, per discutere con più raccoglimento e per non esasperarla, discutendo proprio la condotta del fratello alla di lei presenza, che Albertina ci lasciasse un po’ soli. Non è vero Albertina? Sei tanto buona!

Albertina guardò fissamente Germano, che rispose:

– Lo avevo già pensato da me.

– Sì, sì – fece Albertina persuasa da lui.

E Germano stringendole la destra: – L’amore mi dia coraggio e consiglio.

– In amore anche tu, come gli altri – non seppe tenersi De Neri.

– In amore e in odio siam tutti uguali. Cessiamo di esserlo, quando l’amore e l’odio ci conducono davanti alla legge.

– Sempre risposte di fuoco. Eppure non le merito.

– Io vado; ma per carità, per amor mio Germano, ti raccomando, salvami Francesco. Me lo prometti?

– E se non lo potessi mantenere? Calmati, poverina, vedremo.

Dopo queste parole, Albertina anche lei ascese la scala che conduceva alle stanze superiori e che già la matrigna ed il padre avevano asceso.

I due rimasti si guardarono un momento in silenzio. Si guardarono negli occhi, quasi volessero leggervi l’uno la determinazione dell’altro. Poi De Neri condusse Germano presso la finestra e con dimessa voce e non senza una certa solennità, prese a dire così:

– Siamo in un bell’impiccio! Pazienza per me che posso sempre lavarmene le mani: ma tu? Vedi? Se tu mi avessi ascoltato! Prima un giovine par tuo lo hanno trattato come han fatto, con un rifiuto, ora…. ora…. hanno bisogno del tuo consiglio…. perchè sei tu, tu la prima testa del paese…. Non ti dico che tu faccia vendetta, no! ma per tua madre, tronca, allontanati, saresti coinvolto in un mare di guai. Capisco, Albertina, ma, ma in fin dei conti le donne… ce n’è dell’altre, son tutte uguali.

– Dev’essere l’abitudine di registrare le nascite, che vi fa giudicare dal sesso…. Segretario, non un minuto invano. Quattro persone soffrono angosce terribili; aspettano da noi la parola consolatrice, se Dio vorrà farcela dire. Venite al tavolo, leggiamo, discutiamo. Io, sentite, vi domando che una volta sola in vita vostra, questa, mettiate al servizio d’una carità che sempre si chiede, benchè spesso non si meriti, la vostra infernale malizia.

– E dagli, con questa malizia! – sclamò ridendo sardonico De Neri. – Sarebbe una gran cosa in vero; ma se l’avessi io solo…

Germano sedette chiedendo:

– Dove sono le lettere?

– Ecco la prima: Signor Conte….

– Chi conte?! – domandò con sorpresa Germano stendendo la destra verso la lettera come per vedere co’ propri occhi.

L’altro rispose colla più affettata indifferenza come se si trattasse della cosa più naturale e più ovvia del mondo:

– Lui…. Francesco.

– Povera vanità umana! Tirate innanzi….

Ed il segretario seguitò la lettura:

– “Voi sapete pure che io per salvarvi in un brutto momento, ho fatto fronte per voi con lire settemila al vostro debito di giuoco. La vostra cambiale scade fra breve. Sono certo che pagherete entro il termine stabilito e che quindi non avrà seguito fra noi nessuna dispiacevole conseguenza. Nella fiducia che farete onore al vostro blasone mi rassegno….

Germano levando di tasca un taccuino segnò dicendo:

– Abbiamo detto settemila. Gli interessi saranno già computati nel totale…. Generalmente fanno così, tutto un conto. Settemila!…

– Di’ la verità, non te l’aspettavi, questa cifra? Come si rimedia?

– So che le lettere sono tre. Vediamo la seconda. Leggete.

– Eccellentissimo Signor Conte….

– Saltate, saltate! – interruppe con fastidio l’ingegnere. – La lettera è il mezzo, il poscritto, qualche volta, l’esordio e la chiusa, sono menzogne sempre….

– Non saprei…. Dunque: “Voi avete barato giuocando la sera del ecc., ecc. nel locale ecc., ecc. in via ecc., ecc. O rimborsatemi le lire duemila che io perdetti, o io svelo tutto. Come vedete vi ho scovato, so chi siete, e seguito a darvi del conte; ma badate che i conti li aggiusto io.”

– Che spirito di biscazziere insolente! Forse da baro fortunato. Vediamo appresso.

– Questa è di un amico, il quale gli scrive che col capitano di artiglieria non avrà più luogo il duello.

– Anche un duello?! – chiede scattando Germano. – Ma questo, non me lo ha detto Albertina…. capisco, in quella sua esasperazione, in quella sua confusione di idee….

– E tu la credevi una cosa liscia? È un affar serio, seriissimo, questo!

Leggete… Leggete.

“Amico mio. – Mi affretto a scriverti in uno stato d’animo che lascio pensare a te. Avrei fatto un telegramma addirittura; ma la cosa è di per sè così delicata, ed i telegrammi sono così poco segreti ne’ paesi piccini che mio malgrado dovetti indugiare due giorni attendendo la posta.

“Credi che soffro, soffro veramente per cagion tua. Figurati: Ho la certezza che i padrini non vogliono più lo scontro col capitano di artiglieria, asserendo e pare che ne abbiano già steso verbale, che tu non solo mentisci la qualifica di conte, ma hai barato al giuoco ed è notorio, e sei indegno d’incrociare un ferro.

“Scrivi immediatamente. Io sto sulle spine per te. Non ti si potrebbe far torto maggiore di quello, di abbandonarti al disprezzo dei gentiluomini…. Scrivi immediatamente. Chiariscimi di tutto ecc.”

– Baro? – disse sgranando gli occhi Germano – Baro? – Come, senza attendere risposta, mancando alla promessa fatta volontariamente, quel birbante delle duemila lire, ha già propalato quanto voleva tacere? Dopo un rifiuto, capisco una vendetta; ma senza pure attendere risposta? Questa è una cosa che….

-… che l’ho pensata anch’io; ma l’ho spiegata. Guarda le date. L’altra lettera è stata scritta nove giorni prima, ed è giunta oggi con questa del duello. Il signore delle duemila lire, non vedendo risposta ha cantato. E che ha cantato lo prova la lettera dell’amico, questa del duello. Diversamente come si sapevano certe cose? Anche questo che po’ po’ di scandalo lassù nelle alte sfere…. E tutto per un ritardo postale! Uno dei soliti casi rari… dei quali non risponde nessuno.

– Ed ora a voi…. Ora a voi per salvare il sindaco ed il figlio…. Pensate.

E s’alzò Germano, come per lasciarlo tutto solo alle sue riflessioni che venivano ad essere di tanto momento in quel punto.

– Pensare io? In verità se si trattava di comune, di prefettura, allora… allora facile sbrogliarsi. Uno piglia la legge e guarda. E siccome ciò che dice un articolo l’altro disdice, tra il sì dell’uno ed il no dell’altro, si trova la scappatoia. Ma qui si tratta di denaro, di onore, di sangue….

*

* *

La sua stanza metteva in un’altra, che a sua volta metteva in giardino. In questa seconda era passato Francesco, in punta di piedi, e frenando i sussulti. Poteva immaginarlo così, così avvilito(3), così accasciato Germano; ma come non vederlo, udirlo tanto meno doveva.

Ora con quel terribile colpo, Francesco riceveva la prima e grande e tremenda lezione della vita. Ora tutto quel passato d’orpello e di splendide miserie, quell’inane decoro del titolo, la ridicolaggine stessa di quell’onore da strapazzo che s’afferma coi duelli, di quel puntiglio meschino anzi, che troppi ancora chiamano onore, tutto, tutto cadeva infranto d’attorno a lui, e l’orrenda realtà di quel suo presente, lo accasciava a momenti, a momenti gli metteva addosso una smania inesplicabile….

Qual vita aveva vissuto fino allora? quale scopo aveva prefisso alla vita?

Una catena non interrotta di menzogne per parere, non essendo, ed al fine di brillare e di godere, o meglio a fine ch’altri si avvedesse ch’egli compariva e godeva.

Tutti aveva ingannati, sapendo d’ingannare. I genitori, i parenti, gli amici. La menzogna era diventata la sua seconda, e dirò cosi, la sua più vera natura.

Ma come mai a lui solo, si può dire, era toccato tutto quel rovescio di cielo, mentre tanti, tanti avrebbero meritato peggio, prima di lui? Dunque era stata una folle speranza, era stato un miraggio traditore, un’allucinazione della sua mente, quel reputarsi il più furbo tra quella canaglia inguantata che si larva d’ogni onesta parvenza?

Ma come mai alla scuola di coloro, egli scolaro, non aveva saputo superare i maestri, ed ora, proprio ora in mal tempo se n’avvedeva?

Ed ora avrebbe dovuto abbandonare quella vita che senza beni gli conferiva il fasto, quella sua da tanti invidiata ignoranza doveva deporre, che lo metteva al disopra della sapienza, con quel suo sproloquiare di tutto e di tutti, impettito, sprezzante, sentenzioso. Ora doveva perdere l’onore; ma ahimè! non il vero, chè di quello non aveva concetto e l’aveva da pezza senza pure addarsene perduto; ma quell’altro onore, quello dei gentiluomini; quella casacca di seta candida soprammessa ad un giustacuore schifoso.

La prigione in tutto l’orror suo gli stava davanti, anzi, lo imprigionava già. Il terrore che gli possedeva l’animo, ingigantiva a’ suoi occhi tutte le cause e tutti gli effetti; e la superbia mal doma, e l’amor proprio e l’ira gli dilaniavano il cuore.

Quasi vinto sotto il peso di quella desolazione si lasciò cadere sur un vecchio divano; si prese il capo fra le mani, e stette, piangendo no, chè ormai non aveva più lagrime, cupo, quasi impietrito, mentre la fantasia gli errava da una immagine lugubre ad una più lugubre ancora, come una nave che si trabalza fra i muggiti delle onde, e più avanza, più scopre tempesta.

Di sopra il padre – il padre non lo descrivo, no – sul suo seggiolone, colla fronte appoggiata alla palma sinistra… aspettava. Ormai Germano ed il segretario dovevano esser tutto per lui. Aspettava da loro l’ultima parola. Contava i minuti, con lunghi rantolosi sospiri, solo esclamando ogni tanto:

– Poveri capelli bianchi!…

Checca ed Albertina, inginocchiate pregavano piangendo.

Se non che Albertina, con quello spasimo febbrile che aveva addosso, non potè resistere a lungo, s’alzò, ridiscese, schiuse l’uscio, sporse il capo e domandò:

– Ebbene Germano?

– Aspetta ancora.

– Germano, c’è babbo che è inebetito dal dolore, Germano….

– Vattene…. Vattene su, Albertina. Ho bisogno di tutta la mia calma… aspetta… spera….

Albertina risocchiuse l’uscio, salendo lentamente e pesantemente.

– Dio che strazio! – disse Germano come parlando a se stesso. – Che strazio in quel povero cuore messo a brani da due amori così diversi e così profondi!… Dunque? – mutando viso si rivolse al segretario che indifferente all’aspetto; ma profondamente pensoso, si guardava le unghie.

– Dunque….

– …siamo incapaci a salvare questo…. questo disgraziato…. che, alla fin fine è un disgraziato di moda? Francamente, segretario, devo essere io a condannarlo? Aiutatemi; salviamo le apparenze che sono l’onore di una casta corrotta e corrompitrice che, degli antichi non ha le grandi passioni, dei moderni, non sente la febbre del lavoro, e semina il mondo di vittime come la nostra….

– Incapaci?! Incapaci, per parte mia…. La volontà ci sarebbe; ma davanti all’impossibile….

– Impossibile? Si ammette l’impossibile, quando il possibile è umano? Segretario….

– Ma come li trovi, novemila franchi, in paese, da oggi a domani?

Germano squadrandolo calmo:

– Rinunziando alla dote di Albertina. Sono cartelle.

– Quand’è così…. E pel giuoco? Li c’è non solo il danno; ma la vergogna, ma la….

– Segretario, – rispose l’altro accigliato. – Non dimenticate mai, che novanta volte su cento, chi reclama i denari del giuoco, ha bisogno di quelli e chi fa il mestiere di vincere, fa anche quello di vendersi, di disdirsi, di mentire. È doloroso perchè è vero…. Si presentano dei casi nella vita, in cui… capite, segretario? guai! se tutti gli uomini fossero onesti! Guai, se quando si cerca vizio si trovasse virtù! Si trovano… le troverò io…. Anch’io ho degli amici fuori…. Commercianti, industriali che non hanno titoli di nobiltà; ma di rendita sudata, onesta. Ricchezza che, non è retaggio d’aviti incliti masnadieri, di guelfe o ghibelline ruberie; ma lavoro e risparmio, risparmio e lavoro.

– De Neri, scosse la testa e disse:

– Ed anche a questo è provveduto… a quanto pare. E… pel duello?

– Germano scattando, energicamente:

– Mi batto io! – Poi dimesso: – Il codice della cavalleria, non diciamo dell’onore, lo consentirebbe se fossi padrino. Perchè non potrei diventarlo? Un uomo che ne trovi un’altro, veramente presentabile, il quale si batta per lui, forse non è perduto del tutto. Mi batto io!

– Tu? O generoso! o pazzo! E vuoi cimentare la tua vita (molto sottovoce) per l’uomo… che…. Io, non ti ho detto tutto. Non sai che in questo momento, tu, vivi per me? Tu venisti a salvarlo ed egli ti aspettava per ammazzarti…. era esasperato, fuori di sè; temetti per la tua vita…. L’ho rinchiuso…. Ecco la chiave….

– Ed egli è qui?

– O qui, o in giardino dove l’ho consigliato di scendere…. oppure, ascolterà…. tenterà di ascoltare….

– A me quella chiave….

– Senti: Tu hai trionfato ogni ostacolo. Hai fatto forse più di quello che dovevi…. Ora, vattene, vattene, vattene! Non restar qui, fuggi questo trionfo, e sarai più grande. Temi che Albertina non sia tua? Hai vinto; ma va, resto io…. io per disporli e concretare.

– A me la chiave.

– Nulla! Vorresti aprire? – gridò allora fuggendo per la stanza. – Vorresti aprire per umiliarlo? Per dirgli che hai comprato la sorella, pagando i suoi debiti e battendoti per lui? No, no, non sarà mai! Egli non è vile, malgrado la sua disgrazia…. Tristo te, se vuoi umiliarlo colla tua presenza, oggi a ferita sanguinante…. Egli è uomo di coraggio e d’onore…. Coraggio! Onore! – gridò ancora come se non in direzione di Germano; ma di Francesco parlasse.

– Infame! Taci! – replicò Germano, poi accostatosi all’uscio: – Non gli dar retta, Francesco!… Io non ti credeva qui. De Neri come sei infernale!… A me la chiave, a me!

De Neri, giunse le palme e supplicò:

– No, povero figlio!… Non lo umiliare.

– A me!

– Avrei giurato che tu avessi più cuore! – Gli buttò la chiave indignato e si fece in disparte.

Germano la raccolse frettoloso e tutto gioia fu appiè della scala in cima alla quale in apprensione ed in orecchi, scosse alle nuove grida, stavano la matrigna ed Albertina:

– Albertina! Sindaco! Checca! Venite, venite! Mio cognato è salvo! Penso io, penso io!

Scendono a precipizio i chiamati, mentre Germano seguita:

– Corriamo in giardino a dirglielo. Presto, presto.

– Zitti, zitti – saltò in mezzo Albertina, – Tocca a me, non è vero Germano? mutargli l’animo in petto? Salto io in giardino. Signore, come vi ringrazio!

– Sì, a te tocca – disse Germano porgendole la chiave. – Il presente male ha deciso del nostro amore ed ha smascherato un tristo, vedetelo De Neri, che mi odia, perchè mi ama invano….

Albertina intanto, girò la chiave ne la toppa e frettolosa scomparve.

– Tu sei un angelo! Io lo vedo ora – disse il sindaco veracemente commosso. – M’ingannavano tutti. Albertina è tua…. tua come prima. Oggi invece che di pianto è giorno d’allegria….

– D’allegria! d’allegria! – ribattè la Checca alla quale s’era come tolto un gran peso di sullo stomaco. – E sposi presto, presto i confetti… Ma è proprio vero, Germano che non avremo più a temere dispiacere per Francesco? – E volgendosi a De Neri livido, muto; – È proprio certo; sicuro? Ditelo anche voi….

– Ma sì, ma sì – le rispose invece Ignazio. – Due cervelli così fini e due cuori d’oro… – ed accennava prima Germano e poi De Neri, che chinata la testa, folgorato dall’occhio di Germano, pettinava convulsamente, colle dita ossute la sua barba rada e grigia, che sotto un gran naso adunco fra due zigomi sporgenti e gialli, dava a quel ceffo un non so che di Iscariotte.

In questo, uno strido acutissimo ferì l’orecchio di tutti; e tutti, come scattando in un moto comune si precipitarono nella prima stanza.

Deserta. Corsero alla seconda: Deserta. Corsero in giardino.

Deserto il viale. Corrono in fondo e a destra vedono Albertina distesa col capo nel sangue e sopra di lei, fra lei e un ramo, Francesco appeso per la…. fune del pozzo.

Terrorizzati e muti, Checca, Ignazio, Germano, mentre De Neri fugge gridando:

– Tornerò col medico! tornerò col medico!

Ripassò nelle due stanze e come fu in sala quasi afferrando a volo, un nuovo satanico pensiero:

– Un anno di lutto, un altro anno di tempo. Siete tutti qui. Qui. – E sotto la palma destra pose l’indice sinistro.

*

* *

Il velo nuziale, sfarzoso e prolisso oltre lo strascico di raso bianco, l’ascondeva a un punto e la faceva più bella col far che gli occhi la cercasser di più. Traspariva e s’annebbiava dal fluttuar del velo nello incedere, come sotto mussola rosa, il volto di lei. Volto e velo, due espressioni di verginale candore, sotto una sola corona….

E gli astanti, che si partiano prima, per far codazzo dopo, all’apparir degli sposi, guardavano ammirando…. e le voci proruppero all’uscir di chiesa.

– Pare un angelo! – dicevan gli uni.

– È la più bella sposa del paese! – dicevan gli altri.

– È una coppia d’oro! – dicevan tutti.

Ed ella, umile si direbbe, in tanta gloria d’ammirazione e d’amore, lieta, accorata, sospirosa, nella dolcezza ineffabile dell’intima commozione, ad ogni voce che udiva levarsi dalla folla abbassava, direi così, involontariamente la testa e sapea di saluto regale nello sfarzo candido, quell’atto soave e santo del divino pudore. Ella precedeva alla destra del padre.

Lo sposo a fianco della madre la seguiva. Alto e biondo e florido era, e bello. La interna compiacenza gli parea diffusa serenamente sul volto, da’ cui tratti s’annunziava un’amabile energia, ed una penetrazione fissa, ma dolce, mentre negli occhi brillava il raggio dell’interno pensiero.

Tenevan dietro parenti e amici….

Il corteggio entrò nella sala municipale dove il segretario attendeva….

Il segretario, se avessero dovuto giustiziarlo, avrebbe sofferto meno di quanto sofferse, all’apparir della sposa. La quale entrò prima e mosse diritta al tavolo, intanto che la folla pigiandosi, non le fece siepe e non gremì l’ampia sala del consiglio. Albertina di fronte a De Neri in un così solenne momento! Un aspide ed una colomba. Un amore che non avrebbe mai potuto diventare odio; un odio ch’era stato un amore.

Donna Armanda accostò la fanciulla e, come sacra cosa toccasse, lentamente ne sospese il velo e ripiegato lo abbandonò a fluttuar su gli omeri. La sposa, apparve qual era, ammirabile, agli sguardi di tutti.

Gli occhi di De Neri infossati e bigi, non ebbero tanta maligna forza di resistere, ai larghi, innocenti, luminosi di Albertina. Quelle belle luci di amore, vincevano vincevano.

De Neri sedette come affranto….

Quando compiuta la cerimonia civile, quando usciti gli sposi e i parenti e gli amici, e la curiosa folla che aveva gremita la sala, e De Neri sospirando, come tolto a un incubo, si credette solo, vide invece dinanzi a sè la sua Luisa, che ne’ dimessi abiti giornalieri, era venuta a curiosare in comune, come gli altri.

Luisa si fece alla finestra; il padre s’alzò, le fu accanto e muti seguirono collo sguardo gli sposi, finchè scomparvero(4) allo svoltar della via, e la folla scomparve con loro. Ritornò silenzio nella strada.

– Me ne vado – disse Luisa ritraendosi – Era proprio bella la sposa, e…. anche lui.

Le mani di De Neri, che non aveva parlato fin allora, si levarono alle tempia della figlia; di Luisa, e tirandone la testa a sè:

– Oggi dovevi esser tu; tu la sposa! …

– Pazienza!… – rispose soavemente languida Luisa.

A un tratto, si levarono in alto le mani di De Neri.

– Dovevi esser tu; ma non temere, poichè quello che si è impiccato non è morto, farò un uomo di lui, e sarà per te! Germano m’aiuterà…. Non per nulla, è onesto, è generoso….

E nella fiamma del nuovo pensiero sfolgorarono i suoi occhi. Ma fu un lampo.

Luisa, colle braccia al collo di lui, più languidamente soave che mai domandò:

– Babbo, perchè piangi?

– Senti Luisa, vatti a mutare e fatti bella, figlia mia…. Non volevo; ma ho pensato meglio, andiamo anche noi al festino degli sposi….

Parve un riso a la fanciulla sull’ingenuo volto, serenandolo d’un tratto.

– Avvìati intanto, che io ti raggiungo – disse il padre richiudendo una finestra e poi un’altra.

Dopo che, prima di uscire, diede come al solito un’occhiata, per vedere se tutto in ordine.

Tutto in fatti, meno una piccolezza. Aveva avuto la testa troppo confusa al mattino per badarvi.

S’accostò alla parete, convinto ormai che un filo misterioso ci debba essere fra la terra ed il cielo….

Alzò la destra al calendario, staccò il foglietto….

Che caso, pel matrimonio di Germano! Che data in quel giorno!

– I Maggio –

NOTE

(1) Così nel testo. [nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(2) “utto” nel testo. [nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(3) “avvilitito” nel testo. [nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(4) “scamparvero” nel testo. [nota per l’edizione elettronica Manuzio]

www.liberliber.it