Giuseppe Cesare Abba – Da Quarto al Volturno – Sezione 2 – Da Calatafimi a Palermo

Alcamo, 17 maggio

Sulla soglia d’una chiesetta, quasi in riva al mare.

Da Calatafimi a qui fu una camminata allegra, per campagne fiorenti. Ma dappertutto vi era traccia della sconfitta che facemmo toccare ai regi: zaini, berretti, bende insanguinate buttate lungo la via. All’alba partendo si cantava; poi, tra per quella vista e per il sole che si alzò a schiacciarci, si tacque e si tirò innanzi come ombre. Verso le dieci, ci abbattemmo in certe belle carrozze, mandate ad incontrarci come gran signori. Alcamo era vicina. Nelle carrozze v’erano gentiluomini lindi e lucenti, che fecero le accoglienze al Generale; mentre, allo sbocco dei sentieri, si affollavano dai campi molte donne campagnuole, confidenti e senza paura di noi. Alcune si segnavano devotamente; una ne vidi con due bambini sulle braccia inginocchiarsi quando il Generale passò; e uno dei nostri ricordò le Trasteverine d’undici anni or sono, che lo chiamavano il Nazzareno.

Entrammo in Alcamo alle undici. È bella questa città, sebbene mesta; e all’ombra delle sue vie par di sentirsi investiti da un’aria moresca. Le palme inspiratrici si spandono dalle mura dei suoi giardini; ogni casa pare un monastero; un paio d’occhi balenano dagli alti balconi; ti fermi, guardi, la visione e sparita.

Prima che noi giungessimo, si diceva che i regi erano sbarcati numerosi e furibondi a Castellamare, ma che subito erano tornati a imbarcarsi. Non si parla più di questa mossa, ma si vedono laggiù in alto due navi. Potrebbero essere da guerra.

* * *

Fummo in cinque da un signore che ci volle a forza in casa sua, e vi desinammo. Che gentilezza d’uomo in quest’isola solitaria: ma che ingenua ignoranza delle cose d’Italia! Egli non ci tenne nascoste le sue figliuole, che ci guardavano ansiose e ci parlavano come a conoscenti antichi.

– Di dove siete? chiedeva il loro babbo a Delucchi.

– Genovese.

– E voi? volgendosi a Castellani.

– Da Milano.

– Ed io da Como, – rispondeva senza aspettare d’essere interrogato Rienti, che ha la testa come uno di quegli angeloni ricciuti e paffuti, che si veggono scolpiti, coll’ali aperte, ai corni degli altari.

– Che bei paesi devono essere i vostri! Ma perché siete vestiti così da paesani? Via, dite la verità, siete soldati piemontesi. No? E allora come avete fatto a vincere tanti Napoletani? Passarono di qui che era una pietà a vederli. Non arriveranno a Palermo la metà.

Poi il discorso cadde sulla guerra dell’anno scorso. Quel signore pareva nato ieri. Credeva appena che Vittorio Emanuele fosse davvero al mondo. Intanto s’era bevuto, e qualcuno menzionò Ciullo d’Alcamo, e la dolce canzone, e si parlò, anche di Bari, di Puglia, e della sfida di Barletta. L’ospite trasecolava a sentirci parlare di tante cose: non ci voleva più lasciar uscire; e quando potemmo andarcene senza disgustarlo, le sue figliuole ci porsero la mano. Baciammo rispettosi e timidi, e ce ne venimmo via con un po’ di scompiglio nel cuore.

* * *

Il tuono brontolava cupo di là dai monti; tutti si affollavano giù al mare, credendo che fosse il rombo del cannone. “Palermo è insorta, corriamo a Palermo!”. Ma poi sovra i monti si levarono certi nuvoloni scuri, un temporale che svanì.

* * *

Si diceva misteriosamente, dall’uno all’altro, che il Generale ha perduto la speranza di riuscire contro i trentamila soldati che il Borbone ha nell’isola; che la nostra colonna sarà disciolta; che ognuno sarà lasciato libero di cavarsi come potrà da questo passo. L’annunzio fu un lutto. Ma era una falsa voce, o forse un gioco che ci viene dal nemico.

* * *

Quel frate che ci segue sin da Salemi, vuole spandere un’aura di religiosità sopra di noi. Lo vidi poco fa partirsi per tornare a Calatafimi. – “Colonnello Catini, disse passando al mio Comandante, domani dirò messa sovra un avello tricolorato! Dopo tornerò con voi”.

* * *

Alcuni che rimasero addietro, per ferite leggere toccate a Calatafimi, ci raggiunsero qui. Narrano le sofferenze dei nostri compagni ricoverati a Vita. Non si sa come, le piaghe ingangreniscono; i medici si struggono intorno ai sofferenti, ma la morte li toglie loro di mano. Francesco Montanari da Mirandola, quell’amico del Generale che celiava con lui a Talamone, è morto dei primi.

E se è vero, capisco le parole che disse il frate partendo per Calatafimi, fa un’ora. Mi fu detto che i nostri morti giacciono ancora insepolti sui colli del Pianto Romano!

18 maggio. Tra Partinico e Burgeto.

Era meglio rompersi il petto, ma varcare la montagna, scansare Partinico.

Si saliva l’erta su cui sorge il villaggio, e il po’ di vento che rinfrescava l’aria ci portava già a ondate un fetore insopportabile. Appena in cima, ci affacciammo alla vista della città, arsa gran parte e fumante ancora dalle rovine. La colonna da noi battuta a Calatafimi s’azzuffò cogli insorti di Partinico, gente eroica davvero. Incendiato il villaggio, i borbonici fecero strage di donne e di inermi di ogni età. Cadaveri di soldati e di paesani, cavalli e cani morti e squarciati fra quelli.

19 maggio. Passo di Renna.

Ieri Burgeto mi parve un agguato. Dalle case bieche, mezzo nascoste tra gli olivi giganti, i paesani ci guardavano muti, come una processione di spettri. Ho notato una cosa. Se un popolo ci accoglie con gioia, l’altro che troviamo subito dopo ci sta contegnoso e freddo.

Passammo.

Per una via scavata nella montagna arida, traversammo una gola, dove ci fu sopra il vento freddo del crepuscolo, a minacciarci una brutta nottata. Sul tardi riposammo su questa montagna. Un vero anfiteatro. Quando si giunse eravamo stanchi, stanchi assai. Da Alcamo a questo, che si chiama Passo di Renna, corrono molte miglia. Ma noi le abbiamo percorse senza contarle, anzi si cantò sino a Partinico. Là cessarono i canti e l’allegrezza.

Non ho più dormito come stanotte, da quando lasciai le panche della scuola. La testa sulla sacca, la sacca sovra una pietra, il corpo supino lungo il margine della via. Ma stamane che gioia! Alla punta del giorno, la banda di non so che villaggio vicino venne a svegliarci, suonando un’aria dei Vespri siciliani. Io balzai, corsi sulla rupe più alta, questa dove scrivo, e il mio sguardo si perdé nella Conca d’oro. Palermo! Era laggiù incerta tra la nebbia e il mare. Si vedevano le navi lungo la rada, tante come se vi si fossero date convegno tutte le marinerie d’Europa, per vederci il giorno in cui piomberemo improvvisi sulla città. O cacciatori dell’Alpi benedetti!

Tutti corrono ad una grande cisterna là in fondo, e si lavano i panni e le persone. Come una scena della Bibbia, nelle valli della Giudea.

* * *

Dimenticavo che ieri sera verso le dieci, mentre ci eravamo appena accampati e accendevamo i fuochi, alcuni signori palermitani, venuti traverso a chi sa quanti pericoli, capitarono quassù. Io li vidi, quando si incontrarono col colonnello Carini. Egli che torna in patria, coll’armi in pugno, dopo dieci anni d’esiglio, e quei signori amici suoi d’antico, si abbracciarono d’affetto, dicendosi cogli occhi e coi singhiozzi un mondo di cose. Poi intesi da loro che in Palermo tutto è pronto che appena saremo alle porte, la cittadinanza irromperà dalle case, a sopraffare i ventimila soldati che tengono la città. E narrarono ancora che la polizia vuol dar a credere al popolo che noi siamo saccheggiatori, l’ira di Dio, come si dice qui. Parlavano dei birri. Ah! i birri di Palermo debbono essere una gran laidezza. A sentire quei signori, i birri si vantano che uno di questi giorni dovranno far un eccidio di patriotti; e le trecce delle dame palermitane, dicono di volerle a far cuscini per le loro mogli.

Dei soldati si sa che portarono da Calatafimi un’impressione profonda. Ne sono ancora sbalorditi, ma si tengono compatti e fedeli al Re. Di noi, del continente, di quel che fuori dell’isola si sa sulle operazioni nostre, sulla nostra vittoria, nulla.

Prima di partirsi da noi, quei signori ci vollero baciare, e ci diedero convegno a Palermo, nelle loro case. Benedini dottore tirò fuori il taccuino, e alla luce del fuoco ne volle scrivere gli indirizzi.

– “Che fate? – esclamò uno di loro afferrandogli la mano, – quelle cose lì si tengono a memoria!”.

Previdenti i Siciliani, ed esperti nelle cospirazioni.

Nessuno di noi avrebbe pensato al pericolo in cui uno può essere posto, per un indirizzo trovato indosso ad un altro. Terremo a memoria quello di quei signori e li cercheremo; purché nel ritorno non siano caduti in mano dei regi.

* * *

Il tenente colonnello Tuköry cavalca su e giù per la strada, esercitando un morello, che non tocca la terra da tanto che è vispo. Giovanissimo per il suo grado, quest’ufficiale mi parve l’immagine viva dell’Ungheria, sorella nostra nella servitù. La sua faccia, d’un pallido scuro, è fina di lineamenti e illuminata da un par d’occhi fulminei e mesti. Egli era a quelle battaglie di dieci anni or sono, i cui nomi strani ponevano a me fanciullo uno sgomento indicibile in cuore. Vide i reggimenti italiani al servizio dell’Austria dare il colpo di grazia alla patria sua. Ma l’amore di quella generosa nazione per noi sopravvisse. Soltanto non sappiamo quanto la nostra guerra fortunata dell’anno scorso, le sia stata funesta. Essa ha qui due rappresentanti degni, Tuköry e Türr, oltre a due gregari; quel selvaggio che vidi a bordo e il sergente Goldberg della mia compagnia, soldato vecchio, taciturno, ombroso, ma cuore ardito e saldo. Lo vedemmo a Calatafimi!

* * *

Ho saputo di Tuköry che fu aiutante del generale Bem, che è un vero ingegno militare e che ha menato vita d’esule a Costantinopoli, dal quarantanove in qua, onoranda come quella di tutti i nostri fuorusciti del ventuno, primavera sacra d’Italia.

* * *

Tra poco saremo alla pioggia. “Fortunato chi potrà avere un cantuccio laggiù, nel Ministero della guerra!”, disse Giusti, un astigiano sempre gaio d’umore, come gli corresse pel sangue il vino de’ suoi colli. Il Ministero della guerra poi, è una carrozza mezzo sconquassata, che ci viene dietro menando I’Intendenza, le carte e il tesoro militare, a quel che intesi un trentamila franchi. Ma in quella carrozza ve n’hanno due dei tesori; il cuore di Acerbi e l’intelletto di Ippolito Nievo. Nievo è un poeta veneto, che a ventott’anni ha scritto romanzi, ballate, tragedie. Sarà il poeta soldato della nostra impresa. Lo vidi rannicchiato in fondo alla carrozza, profilo tagliente, occhio soave, gli sfolgora l’ingegno in fronte: di persona dev’essere prestante. Un bel soldato.

* * *

E là cinque grandi botti di vino, e sigari a ceste, e un monte di ferraioli, mandati da non so che Municipio, per coprirci e scaldarci. Carità!

20 maggio. Passo di Renna.

Cadde acqua tutta la notte. Raccolti attorno a un gran fuoco, ci riparavamo alla meglio, ascoltando i racconti dei Siciliani, su questo luogo di mala fama. Un ammazzatoio. Chi arriva ad uno degli imbocchi del passo di Renna, prima di avventurarvisi si segni e pensi mesto a casa sua. La testa d’un masnadiero potrebbe apparire tra qualcuna di queste rocce irte, e tra le foglie dei fichi d’India balenare spianata una carabina. Sovente i malfattori fanno brigata, si piantano qui; e allora chi capita si raccomandi a Dio. Quelli sono giorni di grasso, l’oro non basta, vogliono il sangue.

Il colonnello Carini che parla con tanto garbo, narrava anch’egli le storie dei masnadieri cavallereschi, che tennero passo in questa Conca. Io mi sforzava per tenere gli occhi aperti, sebbene non potessi reggere dal gran sonno, ma i più si addormentarono. Quando se ne avvide, Carini si tirò il mantello sul capo e sorridendo disse: “Come Mazzeppa, nell’ultimo verso del poema di Byron”.

* * *

Odo dire che su d’un certo monte, di cui non mi riesce. scrivere il nome, si adunano a migliaia i Siciliani sotto il La Masa. Fosse vero! Perché sino ad ora siam pochi, e ancora mancano i buoni che abbiam perduti a Calatafimi.

21 maggio. Sopra il villaggio di Pioppo,

Grande allegrezza ieri sera verso il tramonto!

Ci fecero levare il campo all’improvviso, e si susurrò che si andava a Palermo. Discendendo per la via che serpeggia, con isvolte strette, sin laggiù dove comincia la Conca d’oro, femmo la più gaia camminata che sia mai stata. Doveva venire una notte così piena d’avventure! A un tratto ci fermammo. – Che c’è? – Nulla. Si ha a dormire qui. – Come si chiamano queste quattro casupole? – Pioppo. – E seguitando per questa via, dove si va? – Prima a Monreale, poi a Palermo. – Tanto valeva restare al Passo di Renna – mugolò Gaffini, che trova sempre a ridire su tutto. Ma entrò anche lui colla compagnia sotto quel gran portico, dove fummo chiusi come una greggia. Ci coricammo e zitti.

Prima dell’alba, eravamo già su, colle armi in ispalla.

Un’alba così bella, che uno, avrebbe voluto disfarsi per andar confuso in quei colori di cielo e in quelle fragranze.

Alla nostra sinistra, avanti, verso Monreale, sui colli di San Martino, si udiva una moschetteria fitta, crescere, avvicinarsi; poi vedemmo il fumo, e i nostri combattere indietreggiando pei greppi. I borbonici usciti da Monreale gli avevano assaliti, e tentavano di girare la nostra sinistra, spingerci per i monti al Passo di Renna.

Riuscendo ci avrebbero schiacciati.

– Che oggi si debba avere la peggio? – dicevamo noi.

Passarono alcune Guide di galoppo, tornando di verso Monreale. – Che c’è di brutto? – Nulla. –

Passò il Generale collo Stato Maggiore di mezzo trotto; e la moschetteria lassù continuava. Quelli che si ritiravano pel monte, lenti, ostinati, erano i Carabinieri genovesi. Ma più in là, anche oltre il colle, dove essi facevano quella bella resistenza, si combatteva. Chi era là? Qualche nostra compagnia staccata? O qualche squadra d’insorti? Non si sapeva nulla.

Intanto il sole era già alto e cocente, e noi un po’ avanti, un po’ indietro, sostando, movendo, collo spettacolo negli occhi di una fila di muli tardi che portavano le barelle per i feriti, durammo un’ora in quel passo, finché tornammo qui allo sbocco del Passo di Renna, senza aver avuto molestia. Schioppettate non se ne sentono più. Due dei nostri cannoni, piantati là sul ciglio, guardano Pioppo e il campo che i regi hanno messo laggiù negli orti, numerosi e ordinati.

Di qui veggo Palermo e la mole immensa, verde, su Monte Pellegrino. Quelle linee bianche, sfumate su per quei dossi, devono essere muriccioli di riparo a qualche via che mena sul culmine. Vi è una pace in tutto quel che appare laggiù, un silenzio così profondo in tutta quella vita, che si indovina a guardare. Eppure siamo aspettati.

* * *

Eccolo tornato il frate che partiva da Alcamo, per andare a dir messa sul campo di Calatafimi. Cavalca una vecchia giumenta, sicuro in sella, come uno che sotto la tonaca, vestisse da soldato: è lieto, è giovane, si chiama fra Pantaleo da Castelvetrano. Anche un frate non è di troppo tra noi; dà risalto al nostro piccolo campo. Salvator Rosa avrebbe pagati un occhio que’ sette, che combatterono a Calatafimi. Forse, buttata la tonaca, sono ancor qui.

* * *

Dianzi, mentre me ne andava giù, cantando un’arietta da cacciatori, a portare un ordine del mio capitano, incontrai un picciotto armato, che mi fermò gridando: – Qui si canta e lassù si muore! – E mi narrò, che nel combattimento di poche ore prima, era morto Rosolino Pilo lassù; e mi additava i colli sopra Monreale. Morto d’una palla nel capo, mentre scriveva due righe per Garibaldi. Quel povero picciotto piangeva, narrandomi il fatto; e come capi alla parlata che io non sono siciliano, mi chiese mille perdoni per avermi fermato. Mi pregò di alcune cartucce, ma io, delle undici che mi rimangono non ne volli donare, e lo lasciai la incerto e mortificato.

21 maggio. Parco.

Mentre i miei panni stanno asciugando al fuoco, scrivo colla testa intronata dalla gran fatica di questa notte. La padrona di casa, buona vecchierella, che ci accolse compassionandoci con atti e voci da madre, cuoce un po’ di maccheroni per noi, sfiniti dalla fame.

Ieri, sino a sera, un tempo di Dio, bello e tranquillo: ma quando ripigliammo le armi, il cielo parve corrucciarsi. Il sole era tramontato. Si partì. – Almeno questa volta si andrà davvero a Palermo! – No, si va a San Giuseppe. – E dov’è San Giuseppe? – Qui a destra, oltre i monti parecchie miglia.

Fatti pochi passi per la strada militare, si arrivò ad una casetta solitaria, scura, mezzo ruinata, casa da ladri. Là ci si faceva uscir dalla strada, a misura che si arrivava, e infilavamo un sentiero angusto e sassoso. Dinanzi alla casetta, due uomini si sbracciavano a cavar pani da grossi cestoni, e ne davano tre a ciascuno di noi che passava. Era come a ricevere tre punte nel cuore. Dunque dovremo camminare i monti deserti per tre giorni? E questi pani come portarli? Inastammo le baionette, e gli infilzammo l’uno sull’altro. Lo schioppo, così equilibrato, rompeva le spalle.

In quel momento, mi toccò il dolore di vedere Delucchi da Genova seduto su d’una pietra, abbracciandosi le ginocchia, tormentato da un malore che gli toglieva le forze. “Torna indietro ai nostri carri, gli dissi, in qualche luogo ti meneranno. Che vuoi fare qui? Noi non ti si può portare: fra mezz’ora saranno passati tutti, verrà la notte e rimarrai solo”. Lo aiutai a levarsi, e lento s’avviò verso la coda della colonna, guardando noi che pareva gli portassimo via il cuore. A pensare che potrebbe essere caduto in mano ai regi!.. Ma spero che avrà raggiunto i carri e che sarà in salvo.

Colla prima oscurità, cominciò la pioggia a darci nel viso i suoi goccioloni grossi e impetuosi: parevano chicchi di grandine che ci si spezzasse sulle guancie. Il vento era freddo; dinanzi a noi, la terra e l’aria furono presto come a entrare in gola a un lupo. Tuttavia il tenente Rovighi camminava a cavallo da disperato. Ma un tratto una schioppettata, scaricatasi per disgrazia a uno della mia compagnia, lo fece rotolare a terra. La toccò appena come un gatto, e si rizzò, balzando su senza dire una parola. Era illeso. Ma la sua povera bestia aveva una gamba spezzata. Passammo, lasciando Rovighi a dolersi sull’animale che strepitava nell’oscurità.

Ci avanzammo alla meglio, tastando la terra cogli schioppi, come una processione di ciechi. Il buio non poteva più crescere; il sentiero veniva mancando; camminavamo da due ore, non si era fatto un miglio: e non uno che potesse dire di non aver ruzzolato in quel macereto.

– Animo! Issa! Da bravi!

Così sentimmo susurrare, arrivando a un punto, dove un viluppo d’uomini si affaccendava con corde e stanghe. Volevano tirar su da un pantano quella colubrinaccia sciagurata che portammo da Orbetello. “O lasciatela a giacere lì per sempre, che tanto, se capita di scaricarla, scoppia e ci ammazza mezzi!”. Così stava per gridare in un impeto di buon umore, ma la parola mi rientrò. In quel gruppo v’era il Generale, vi era Orsini, vi era Castiglia, occupati a far portare a dorso d’uomini tutta la nostra artiglieria. Udii il Generale incaricare Castiglia di provvedere al trasporto di quella roba, a qualunque maniera; poi il gruppo si diradò, e tornammo a camminare per quelle tenebre.

Volgendoci a guardare addietro, vedevamo i fuochi del campo di Renna, vivi come se ancora vi fossimo stati noi a goderli: sulla nostra sinistra, giù nella profondità, splendevano altri fuochi allineati, il campo nemico presso Pioppo: dinanzi a noi, lontano, lontano, un gran disco di luce immobile, come un occhio sovrannaturale che ci guardasse, splendeva, forse acceso a posta, per dare la direzione alla nostra marcia.

E la pioggia non cessava. Eravamo fracidi fino alla pelle: e il vento colle sue buffe portava dalla testa della colonna un nitrito, che pareva uno scherno. Verso mezzanotte si udì un colpo d’arma da fuoco, che scosse tutti sino all’ultimo della fila. “Ah! almeno sarà finita!” sclamò qualcuno, immaginando che la vanguardia si fosse imbattuta nei nemici. Sarebbe stata una sventura, in quel buio, così malconci. Ma va, va, tira innanzi, non si udì più nulla, si cadeva, si tornava ritti, e nessuno si lagnava. Che cosa era stato quel colpo? Trovammo un cavallo disteso morto sul margine del sentiero, e si disse che era di Bixio: il quale irato, perché coi nitriti poteva scoprirci al nemico, gli aveva scaricata nel cranio la sua pistola. Byron, sempre Byron! Lara l’avrebbe fatto anche lui.

Verso l’alba passammo vicino a quel disco di luce, che era la bocca di una fornace. Dinanzi a quella bocca, una figura alta e nera stava a guardarci. Forse era un inconscio attizzatore; ma mi piace di immaginarmi che fosse uno messo a posta, a tenerci viva quella fiamma, come la colonna di fuoco agli Ebrei del deserto.

Alla prima luce la pioggia cessò. E vedevamo Palermo lì innanzi, e Monreale appena lontano quanto è larga la Conca d’oro. Guardandoci tra noi avevamo facce di spettri: i panni laceri e fangosi: molti erano quasi a piedi nudi. Stanchi, sfiniti, se ci fosse capitata addosso una compagnia ci avrebbe disfatti.

Discendemmo a questo piccolo villaggio che si chiama Parco.

I Carabinieri genovesi instancabili, si sacrificano e vegliano fuori negli orti, perché noi si riposi tranquilli. Per la piazza ampia, pare un incendio o un inferno. Tutti asciugano i loro panni stando mezzo nudi. Non una finestra aperta.

Non si sa dove sia il Generale, ma Egli veglia per tutti.

22 maggio. Ancora a Parco.

Mi son fatto un amico. Ha ventisette anni, ne mostra quaranta: è monaco e si chiama padre Carmelo. Sedevamo a mezza costa del colle, che figura il Calvario colle tre croci, sopra questo borgo, presso il cimitero. Avevamo in faccia Monreale, sdraiata in quella sua lussuria di giardini; l’ora era mesta, e parlavamo della rivoluzione. L’anima di padre Carmelo strideva.

Vorrebbe essere uno di noi, per lanciarsi nell’avventura col suo gran cuore, ma qualcosa lo trattiene dal farlo.

– Venite con noi, vi vorranno tutti bene.

– Non posso.

– Forse perché siete frate? Ce n’abbiamo già uno. Eppoi altri monaci hanno combattuto in nostra compagnia, senza paura del sangue.

– Verrei, se sapessi che farete qualche cosa di grande davvero: ma ho parlato con molti dei vostri, e non mi hanno saputo dir altro che volete unire l’Italia.

– Certo; per farne un grande e solo popolo.

– Un solo territorio…! In quanto al popolo, solo o diviso, se soffre, soffre; ed io non so che vogliate farlo felice.

– Felice! Il popolo avrà libertà e scuole.

– E nient’altro! – interruppe il frate: – perché la libertà non è pane, e la scuola nemmeno. Queste cose basteranno forse per voi Piemontesi: per noi qui no.

– Dunque che ci vorrebbe per voi?

– Una guerra non contro i Borboni, ma degli oppressi contro gli oppressori grandi e piccoli, che non sono soltanto a Corte, ma in ogni città, in ogni villa.

– Allora anche contro di voi frati, che avete conventi e terre dovunque sono case e campagne!

– Anche contro di noi; anzi prima che contro d’ogni altro! Ma col Vangelo in mano e colla croce. Allora verrei. Così è troppo poco. Se io fossi Garibaldi, non mi troverei a quest’ora, quasi ancora con voi soli.

– Ma le squadre?

– E chi vi dice che non aspettino qualche cosa di più?

Non seppi più che rispondere e mi alzai. Egli mi abbracciò, mi volle baciare, e tenendomi strette le mani, mi disse che non ridessi, che mi raccomandava a Dio, e che domani mattina dirà la messa per me. Mi sentiva una gran passione nel cuore, e avrei voluto restare ancora con lui. Ma egli si mosse, salì il colle, si volse ancora a guardarmi di lassù, poi disparve.

* * *

È sera, e ancora non pare che il nemico sappia che sia stato di noi. Deve esservi gran confusione nel campo borbonico. Ci hanno perduti di vista, e nessuno dice loro dove siamo. Gloria a questo popolo; non ha dato ai nemici una spia!

23 maggio. Sopra Parco. Dopo mezzodì.

Alla fine l’han saputo dove eravamo, e nella notte i borbonici si sono avvicinati. All’alba, in fretta in furia, fummo messi in movimento e salimmo quassù. Un buon braccio potrebbe scagliare una pietra di qui sui tetti di Parco. Abbiamo sotto di noi il Calvario e il cimitero a mezza costa; veggo le pietre sulle quali sedemmo ieri, con frate Carmelo. Quel monaco mi ha lasciato un non so che turbamento; vorrei rivederlo.

Staremo a campo qui, tutto il giorno, e forse anche domani. Che cosa si attende? Che significa questo aggirarsi intorno a Palermo, come farfalle al lume?

Maestose le rupi che abbiamo a ridosso e a destra. Indescrivibile la vista di faccia. Chi nasce qui non si lagni d’essere povero al mondo, che anche con una manata d’erba è un bel vivere, se si hanno occhi per vedere e cuore per sentire.

* * *

È giunto un giovane gentiluomo Palermitano, che all’aspetto crederei fratello del colonnello Carini. Alto, biondo, robusto come lui. Si chiama Narciso Cozzo. Venne ben armato e ci seguirà, mettendosi nella mia compagnia. Anch’egli parla della città impaziente, è pronta ad insorgere. Se la gioventù di Palermo è del suo sentire, non v’ha dubbio che non ci attenda il trionfo.

* * *

Coi cannocchiali si scoprono grossi drappelli di soldati, accampati sotto le mura di Palermo. A vederli muoversi in quel silenzio laggiù, uno dice: “Ma non verranno essi un dì o l’altro ad assalirci?”.

* * *

Una colonna di regi si avanza cauta, per la pianura, sino alle falde del monte che abbiamo a destra, diviso da noi solo dal letto asciutto d’un torrentello gramo. Dalla altissima vetta della montagna si udì uno straziante grido d’allarmi, e un gran fumo montò nero dal culmine nell’aria pura e calda del tramonto. Noi pigliammo le armi. Ed ecco laggiù, laggiù, dove la pianura finisce, cominciarono le schioppettate.

Una squadra d’insorti, appiattati tra le rocce, faceva testa ai regi, che tentavano guadagnare la falda del monte. Garibaldi stette un po’ a guardare, poi fece discendere Bixio colla sua compagnia fino al cimitero lì sotto a noi; e comandò a Carini di occupare la vetta di questo colle, che, disse, sarebbe luogo di grande combattimento. Noi eravamo pronti; la scaramuccia laggiù si faceva via via più viva; sulla rupe lassù quel fumo si alzava ancora, ma sottile e bianco.

Le schioppettate a un tratto si diradarono, e la colonna che voleva forzare quella squadra di insorti indietreggiò per i campi; poi disparve nel fitto di aranci e di olivi che si stende fino a Palermo.

* * *

Si fa notte. Sovra ogni vetta di questo immenso semicerchio, si accendono fuochi fino a Monte Pellegrino; tanti, che pare la notte di San Giovanni. E Palermo li vede, e forse spera che questa sia l’ultima notte della sua servitù.

24 maggio. Piana dei Greci.

Sulla porta d’un convento, come un mendico! La città sembra desolata dalla pestilenza. Qualche cencioso gironza per le vie e chiede l’elemosina a noi. Il nostro campo è là fuori, ma oggi non allegro come gli altri giorni.

Stamane mi destai che tutti si alzavano, e in quella luce crepuscolare, pareva la risurrezione dei morti.

In fondo all’orizzonte quietava il mare plumbeo. Palermo accennava appena d’essere, contro la massa scura di Monte Pellegrino; e in faccia a noi una nebbiolina bianca da Palermo al Pioppo. Quando spuntò il sole alle nostre spalle, rovesciando lunghe per il pendio del monte l’ombre dei nostri corpi, tutto parve provasse un fremito, e ci abbracciavamo tra noi.

La nebbia sfumò. Allora si vide uscire da Monreale una colonna di soldati; avanzare densa e sicura per la via che mena a Pioppo; occuparla tutta quanta è lunga. E non finiva mai, sebbene la testa fosse già entrata nei boschi, per venire a Parco.

A questa volta verranno davvero! si diceva; e intanto i nostri del genio cominciarono a lavorare frettolosi, per costruire una batteria. Le compagnie furono schierate sulla strada.

Si aspettava in silenzio, e pareva di sentire il passo di quella schiera infinita, lontana.

La moschetteria cominciò laggiù sotto Parco. Sostennero il primo urto i Carabinieri genovesi: ma mentre tutto pareva preparato per tener fermo là dove eravamo, passò il Generale collo Stato Maggiore, colle Guide, di galoppo, un turbine, e noi subito dietro di loro a passo di corsa.

Si camminava così a rotta un tratto, poi si rallentava un poco, poi si ripigliava. Vidi molti per l’affanno buttarsi a terra disperati, altri piangevano dal dolore: qualcuno narrava che i borbonici, incendiato Parco, e rotti i Carabinieri genovesi, ci venivano alle spalle furiosi colla cavalleria, e che presto ci sarebbero stati addosso. S’aggiungeva che il nerbo di quella colonna sono Bavaresi, mercenari briachi, che vogliono farla finita. La ritirata era un lutto, e quasi pareva una fuga.

La strada che da Parco conduce qui alla Piana dei Greci, serpeggia lungo tratto in mezzo a montagne scoscese. Divorammo quel tratto sin dove, cessando di salire, la strada porta piana a scoprire questa città in seno alla valle. Trafelati, sfiniti dal digiuno, arsi dal sole, riposammo cogli occhi in questo fondo; ma a un punto stavano tre Guide a cavallo, piantate in mezzo alla via, e arrivando là ci fecero pigliare a destra il monte grigio, squallido, a petto. Altre Guide appostate su per i greppi, gridavano, per animarci, che il Generale era in pericolo: e noi a salire, a salire verso la vetta, donde s’udiva una tromba suonare la diana con angoscia.

Arrivammo a cinque, a dieci, come si poteva: il Generale era lassù da un pezzo. In faccia, su d’un altro monte, quello che sovrasta il nostro campo di ieri, i cacciatori napoletani schierati sparavano contro di noi, e i loro proiettili ci fischiavano sopra come serpenti. Alcuni Carabinieri genovesi rispondevano a quel fuoco; noi, coi nostri schioppi inutili, stavamo a guardare.

Durò quel gioco di schioppettate forse un’ora; poi i cacciatori napoletani cominciarono a ritirarsi, e sparirono di là dalla cresta della montagna.

Allora ci ritirammo noi pure, per la stessa via fatta a salire, augurando a monte Campanaro che possa sprofondare tanto giù nell’abisso, quanto sorge alto e sfacciato nell’aria.

Si dice che il generale nemico avesse ideato di varcare i due monti, sperando di far a tempo, occupare Piana dei Greci prima che noi vi arrivassimo, e di qui ributtarci, perseguitandoci fino a Palermo. Ma Garibaldi lo prevenne con miracolosa prontezza. Ora si pensa che smessa l’idea, ci verrà dietro, per la strada militare, percorsa da noi quasi fuggendo.

Ho inteso che alcuni dei nostri rimasero prigionieri al Parco, e che uno d’essi è Carlo Mosto, fratello del Comandante dei Carabinieri. Pare che sia anche ferito, e si teme che tutti saranno fucilati!

Marinco, 25 maggio.

I frati della Piana dei Greci furono cortesi. Ci diedero pane, cacio, vino e sigari, ne avessimo voluto. E ci fecero visitare il convento, e le sale dove i loro morti se ne stanno addossati alle pareti, come gente che dorma, o preghi sprofondata nel pensieri dell’altra vita. Da quei luoghi lugubri udimmo suonare a raccolta, e volando fummo al campo. Le compagnie erano già in fila, e l’artiglieria si era mossa la prima. “Arrivano i regi, saranno diecimila!”. Così si diceva dall’uno all’altro, e si capiva che la nostra ritirata era decisa di nuovo. Dove si finirà?

– Ma… forse a Corleone dove ci porterà la strada percorsa dall’artiglieria. – Con questi discorsi ci ponemmo in marcia che il sole andava sotto.

Era già quasi notte, quando, abbandonata la strada militare, ci posero per sentieri angusti, in mezzo, a un bosco, zitti, umiliati, pieni di malinconia. Verso le dieci fummo fermati, e ci si comandò di coricarsi ognuno dove si trovava; vietato il fumare, il parlare, il muoversi. Mi coricai accanto ad Airenta, guardando un gran fuoco che brillava lontano nei monti; e quella vista mi ridestò la memoria dei fuochi, che s’accendono nelle mie valli, la vigilia delle sagre. Provai una passione dolcissima, e in essa mi addormentai.

Quando mi destai era l’alba. Le compagnie si ordinavano silenziose. Seppi che nella notte i regi che c’inseguono, passarono poco discosti, per la strada militare, e che le nostre sentinelle gli hanno veduti. Vanno innanzi sicuri e fidenti di raggiungerci, e ci hanno alle spalle. Ora si comincia a capire la nostra ritirata di ieri e l’allegrezza rinasce.

* * *

Mezzo nudo e mezzo coperto di pelli come un selvaggio, smunto, colla fame nelle guance e colla passione negli occhi, il povero giovinetto ci moriva addosso di voglia stando a guardarci schierati fuori del sobborgo.

– Come ti chiami?

– Ciccio.

– Che cosa fai qui?

– Sono venuto con voi dalla Piana dei Greci.

– E dove vai?

– Con voi.

– Così scalzo e malandato?

Si mise a sedere e non rispose. Gli trovammo da coprirsi e da calzarsi, e così rifatto lo pigliammo con noi. Allora, allegro che parve un altro, avrebbe voluto uno schioppo; dopo mezz’ora conosceva già tutta la compagnia e ci chiamava a nome.

– T’insegneremo a leggere e a scrivere.

– Oh!… signorino, non ne sono degno.

25 maggio. Sui monti di Gibilrossa.

Questo nome di Gibilrossa mi si accozza alla mente con quello di Gelboe mi fa parere tragico tutto quanto veggo d’intorno. Vorrei avere una Bibbia, per leggere quel canto dove è pregato, che mai più rugiada bagni i colli di Gelboe maledetti.

Malinconie fuori di luogo, perché le nostre venture volgono a bene, e queste alture dovremmo benedirle. Tuttavia sarà prudenza non istarvi a lungo. Ci finiremmo tutti o disseccati dal sole, o pazzi. Pare d’avere in capo una cuffia di fuoco.

Dov’è andato il venticello fresco di ieri sera? Partimmo da Marineo all’improvviso che erano le sei. Sulla montagna suonavano le voci dei pastori, che raccoglievano le capre.

Eravamo fuori del borgo ad aspettare di essere messi in marcia. Passò il Generale a cavallo, e il capitano Ciaccio comandò di presentare le armi. Il Generale fece un atto di stizza, come a far capire che non era tempo di cerimonie.

Pigliammo la via che scende da Marineo nella valle profonda. Si camminava lenti e quetamente; alcuni gruppi cantavano a mezza voce. Solo un Friulano, confuso nella settima compagnia, cantava alto con una voce d’argento, quattro versi d’un’aria affettuosa e dolente, che andavano al cuore.

La rosade da la sere
Bagna el flor del sentiment,
La rosade da mattine
Bagna el fior del pentiment.

Uscii dalle file e mi avanzai fino a quel cantore, immaginandomi che dovesse essere un Osterman da Gemona, amico mio dell’anno scorso. Invece era uno studente di matematica, che si chiama Bertossi da Pordenone.

– Bertossi! Era a San Martino in un reggimento piemontese?

– Sì, – mi rispose il compagno che interrogai.

– Allora deve essere quello, che pel suo valore fu fatto ufficiale, sul campo di battaglia?

– È quello, ma non lo dire; perché se lo sapesse se ne avrebbe a male.

– Perché?

– Perché è fatto cosi!

Guardai quel giovane che ha vent’anni, e, alla barba nera e piena, pare di trenta. Stentava a credere che con quella fisionomia severa fosse stato lui a cantare, ma i versi del canto non erano indegni di lui.

Che tesori di giovani in quella settima compagnia!

A un tratto, mentre era già buio da un pezzo, la colonna si fermò. Eravamo nel punto più basso della valle; si bisbigliò che la vanguardia aveva incontrato il nemico; ma per fortuna non era vero, che se mai eravamo schiacciati. Ripresa la via, uscimmo presto dalle sinuosità paurose di quel terreno, e innanzi a noi, in alto, vedemmo una miriade di luci. Era Missilmeri illuminato, a quell’ora, per farci festa. A mezzanotte vi entrammo. Non vi era casa che non avesse un lume ad ogni finestra, ma gente per le vie poca. Si seppe di La Masa e delle squadre da lui raccolte quassù numerose, e ci parve di poter riposare tranquilli.

All’alba ci raccogliemmo, e ci fu detto che entro un’ora si sarebbe pigliata la montagna, per venire qui a campo.

Entrai in un bugigattolo per bere una tazza di caffè e vi trovai Bixio d’un umore sì nero, a vederlo, che me ne tornai indietro. E andai sulla piazza, dov’era un acquaiolo che andava dondolando la sua botticella come una campana, e vendeva bevande ai nostri che gli affollavano il banco. Egli guardava quei che bevevano con certi occhi, con certo riso, che mi pareva volesse avvelenare i bicchieri. M’allontanai anche di là, e incontrai il giovanetto, che conducemmo con noi da Marineo, trionfante con una scodella di latte per me. Mi porse quel latte, colle mani che gli tremavano dal piacere di avermelo trovato.

Uno squillo di tromba fece saltar fuori da ogni banda i nostri, dispersi per le case; ci mettemmo in marcia e si venne qui. Si vede a destra un formicolio di gente: sono le squadre di La Masa. A dar un’occhiata intorno, scopriamo tutti i luoghi visitati dacché partimmo dal Passo di Renna, un giro che par nulla e che ci è costato tanta fatica. Marineo è la, e la sua rupe, a vederla di qui, pare più minacciosa che da vicino. Se si staccasse dal monte rotolerebbe giù sul borgo, sventrandolo come un mostro.

* * *

Alfine sappiamo che il mondo esiste ancora! Eravamo nel Limbo da quindici giorni e un po’ di notizie ci parvero luce.

Dunque il Governo di Napoli ci ha battezzati Filibustieri; le sue Gazzette hanno scritto che fummo battuti a Calatafimi; che uno dei nostri capi è stato ucciso; che siamo dispersi e inseguiti, affinché non ci possiamo buttare alle strade ad assassinare.

Queste notizie ce le hanno portate alcuni ufficiali delle navi americane e inglesi ancorate nel porto di Palermo. Un atto di amicizia che ci ha fatto gran bene. Hanno parlato col Generale, poi si sono messi a girare pel campo. Che strette di mano franche e fraterne!

Uno di loro, giovanissimo, con un par d’occhi d’azzurro marino e due mani rosee di fanciulla, schizzò alla lesta tre o quattro figure dei nostri e quella del colonnello Carini. Aveva già nell’album un capo-squadra di Partinico, che io conobbi e che mi parve un modello da farne uno Spartaco. Gli altri si mescolarono a noi raccogliendo e dando notizie. E si mostravano lieti d’averci trovati gente civile e colta.

Gli abbiamo caricati di lettere, di foglietti strappati qua e là e scritti a matita; saluti, gridi d’affetto, che essi faranno capitare alle nostre famiglie, col primo legno che salperà da Palermo. Si trattennero un’ora. Dissero che la città è una caserma, ma ci hanno fatto sperare nella buona riuscita. Si sa che hanno portato al Generale la pianta di Palermo, co’ segni dove sono barricate o posti di regi. Ora che se ne sono andati, il Generale sta a consiglio coi Comandanti delle compagnie.

* * *

Non più a Castrogiovanni, per attendere rinforzi dal continente: pochi o assai, fra mezz’ora si partirà per Palermo. Bixio lo ha detto: “O a Palermo o all’inferno!”.

Il colonnello Carini ha parlato alla compagnia. Ha detto che domani l’alba sarà gloriosa, ma ci raccomandò di non romperci se saremo caricati dalla cavalleria. Intanto tutte le altre compagnie erano raccolte a circolo, intorno ai loro capitani. Si sciolsero rallegrandosi con alte grida.

Di qui al campo delle squadre, che è più innanzi, un andirivieni di cavalieri continuo. Si dice che i siciliani hanno chiesto d’essere fatti marciare i primi.

La battaglia di Palermo

31 maggio. Palermo. Nel Convento di San Nicola.

Tre giorni durò la bufera infernale, che scatenammo sopra Palermo; più di tre giorni! Chi non fu nella lotta deve essersi sentito al punto di venir pazzo. E noi eravamo partiti da Gibilrossa allegri, come ci fossimo incamminati a portar qui una festa!

Ho riveduto, da Porta Sant’Antonino, la montagna da cui scendemmo la sera del 26: e a un dipresso seppi dire il punto dove sostammo, per aspettare la notte. Fu un’attesa solenne. L’allegrezza si era mutata in raccoglimento; pareva che sopra di noi soffiasse uno spirito dall’infinito. Io mi era coricato tra due rocce calde ancora della grande arsura del giorno; e mi sentiva nelle membra un tepore così dolce, che, stando in quella specie di bara, colla faccia rivolta là dove il sole se n’era andato, mi colse un malinconico desiderio d’essere bell’e morto. Poi mi invase una gioia fanciullesca e soave, a pensare che l’indomani doveva essere il giorno della Pentecoste; e mi tornò a mente, confuso ricordo di cose lette da giovinetto, che i Normanni assalirono Palermo appunto la vigilia di quella festa. Gli immaginai giganti coperti di ferro, scintillanti nella tenebrosa antichità, pronti a marciare come eravamo noi, pochi, fidenti, condotti bene; deliziosa mezz’ora di fantasticherie.

Potevano essere le sette pomeridiane, quando ci riponemmo in via, e a notte chiusa, uno dietro l’altro, ci trovammo a scendere giù per un sentiero, appena tracciato di balza in balza. Poco prima, avevamo gridato: “O a Palermo o all’inferno!” e quella ne pareva senz’altro la via. Il cielo era sereno e quieto; vietato il parlare; si aveva fame e sonno. Qualcuno, scivolando, precipitava sul compagno che aveva di sotto, questi sopra un altro, e via, tanto che, otto o dieci, ci trovammo talvolta in un fondo; e fortuna se non ci offendevamo colle nostre armi. Dopo la mezza notte eravamo nella pianura, lontano poche miglia da Palermo. I cani latravano dai casali sparsi per la campagna, e sulla nostra destra sentivamo il rumore del mare. Alcuni lumi apparivano oltre il fitto d’olivi antichi, che spandevano i rami contorti come provassero tormenti; forse erano lumi di pescatori. A sinistra, sulle alture di Monreale, splendevano fuochi innumerevoli; dinanzi a noi, nell’oscurità, udivo il passo pesante della colonna che ci precedeva. “Chi sarà all’avanguardia?” ci domandavamo a vicenda; e pregavamo che fossero i migliori tra noi, i più rotti alla guerra, affinché potessero giungere improvvisi sui primi posti del nemico e sopraffarli.

A un tratto la colonna li, dov’ero io, si commove. Si grida: “La cavalleria!”. Infatti il suolo ghiaioso ripercuote un galoppo di cavalli. Ci risovvenimmo delle raccomandazioni fatteci nel partire dal campo; ma sì…! uno, due, tre si sgomentano: balenammo, rompemmo le file, e ognuno si gettò come poté nei campi, a ridosso dei muriccioli che facevano riparo alla via, o rimase cavalcioni su quelli. E nella confusione furono sparate alcune schioppettate contro un cavallo bianco, che veniva verso di noi come un fantasma. Povera bestia! portava il capitano Bovi, il quale si fece riconoscere alle grida! Cessammo quello scompiglio; ci rimproverammo tra noi, tremando che quei colpi fossero per mandare guasta ogni cosa; e tirammo innanzi vergognosi del silenzio severo del colonnello Carini.

Per quei colpi i latrati dei cani crebbero vicini, lontani, infiniti.

Passammo presso un casone immenso, addormentato o deserto; e, di là a pochi passi, entrammo nella strada grande che mena a Palermo. L’aria cominciava a rinfrescarsi per l’alba imminente.

Dai gruppi di case man mano più frequenti, si affacciava la gente paurosa, guatando il nostro passaggio. Ci fu comandato di camminare a quattro a quattro; di tenerci a destra rasente i muri degli orti; poi accelerammo il passo… dalla testa della colonna s’udì una schioppettata, e un all’armi! gridato con disperazione: e allora fu un urlo terribile, un fuoco improvviso; un corri corri: “Avanti! Avanti!” entravamo nel combattimento.

Urtammo in una calca di picciotti: li rovesciammo parte negli orti, e parte li trascinammo con noi. Uno di questi, signore, forse capo squadra, accusava quelli furente, e veniva via agitando la spada. Ma in quell’ira urlò: “Dio!” girò sopra se stesso, fece tre o quattro passi di fianco come un ubbriaco, e cadde là nel fossato, a piè di due pioppi altissimi, vicino a un cacciatore napoletano morto; forse la prima sentinella sorpresa dai nostri. Li vedo ancora. E odo quel genovese, che in quel punto dove il piombo grandinava, gridò nel suo dialetto: “Come si passa qui?”. Gli rispose una palla, cogliendolo in fronte e stendendolo là col cranio spezzato.

Si guadagnò un bel tratto rapidamente, ma al ponte dell’Ammiraglio trovammo una resistenza quasi feroce.

Sulla via, sugli archi, sotto il ponte e negli orti circostanti, strage alla baionetta. L’alba spuntava, tutti si aveva non so che di selvaggio nel volto. Padroni del ponte vi fummo trattenuti da un fuoco terribile, fulminato da un muro, sul quale, nel fumo, biancheggiavano i budrieri incrociati d’una lunga fila di fanteria. Lì un cacciatore ferito dava del capo contro al muricciuolo del ponte per fracellarselo: ma Airenta pietoso lo tirò discosto, poi, colla sua calma che non cambia mai, continuò a sparare contro a quella fila. La quale, assalita forse di fianco, spariva; mentre un po’ di cavalleria caricava i nostri a sinistra, e n’era respinta e ricacciata per la campagna. Faustino Tanara, quell’ufficiale dei bersaglieri, pallido, ardito e bello, veniva tempestando con un manipolo da quella parte; con lui, incalzati, incalzando, ci addensammo al crocicchio di Porta Termini, spazzato dalle cannonate d’una nave che tirava a rotta, e dal fuoco d’una barricata di fronte a noi.

Come turbine lo avevano già attraversato i più audaci dei nostri, sotto gli occhi di Garibaldi, che vidi là a cavallo, mirabile di sicurezza e di pace in faccia. Gli stava accanto Türr. Tuköry era caduto poco prima ferito; ed io lo avevo udito dir con dolcezza a due che volevano trasportarlo in salvo: “Andate, andate avanti, fate che il nemico non venga a pigliarmi qui”. Nullo era già dentro con una mano di bergamaschi, balzato di là dalla barricata col suo cavallo poderoso tra i regi fuggenti; a Porta Sant’Antonino l’assalto riusciva pure: ma noi più fortunati fummo d’un lancio alla Fieravecchia. Allora una campana cominciò a suonare a stormo, e fu salutata con alte grida di gioia, come una promessa tenuta.

– Ma che cosa fanno i Palermitani, che non se ne vede? – chiesi ad un popolano che sbucò da una porta armato di daga.

– Eh, signorino, già tre o quattro volte, all’alba, la polizia fece rumore e schioppettate, gridando viva l’Italia, viva Garibaldi. Chi era pronto veniva giù, e i birri lo pigliavano senza misericordia.

– Oh!… E i Palermitani ora han paura d’un nuovo tranello?…

Con quel popolano demmo entro pei vicoli sino a via Maqueda. Là, solitudine e cannonate dall’un dei capi, tirate forse contro un giovinotto che si sfogava a calpestare un’insegna reale strappata giù dal portone d’un gran palazzo. Passammo in un altro vicolo… Dio, che visione!

Aggrappate colle mani che parevano gigli, a una inferriata poco alta ma ampia, sopra un archivolto cupo, tre fanciulle vestite di bianco e bellissime ci guardavano mute.

Ci arrestammo ammirando.

– Chi siete?

– Italiani. E voi?

– Monacelle.

– Oh poverette!

– Viva Santa Rosalia!

– Viva l’Italia!

Ed esse a gridare: “Viva l’Italia!” con quelle voci soavi da salmo, e ad augurarci vittoria. Le vedrò sempre cosi come gli angeli dipinti dal Beato di Fiesole.

Entrammo in piazza Bologni, già occupata da un centinaio dei nostri. Il Generale, sulla gradinata d’un palazzo, stava interrogando due prigionieri, che piangevano come fanciulli.

– Volete tornare coi vostri? Tornate pure!… – diceva loro il Generale: ed uno fece atto d’andarsene, l’altro restò. Quello tentennò un poco, poi volle rimanere anche lui. Erano Calabresi, giovani; parevano stupiti di non essere stati fatti a brani.

Appena Garibaldi sedé nell’atrio del palazzo, rimbombò là dentro una pistolettata. “L’hanno assassinato!” urlammo noi dalla piazza, e ci affollammo alla porta. Non era nulla. Gli si era scaricato un colpo della pistola che portava a cintura, e la palla gli avea sforacchiato i calzoni, sopra il collo del piede. Ci rassicurammo. In quel momento arrivò Bixio.

Lo avevo visto poco prima lanciarsi tempestando addosso ad uno che, vedendolo ferito, aveva osato pregarlo di ritirarsi: e buon per colui che trovò una porta da ripararvisi. Era fuoco in faccia, impugnava un mozzicone di sciabola, si piantò dinanzi a noi e: “Su! venti uomini di buona volontà… tanto tra mezz’ora saremo tutti morti; andiamo al Palazzo Reale!”. E contò i venti che già partivano con lui. Senonché fu chiamato dal Generale, obbedì, ed entrò nell’atrio a consiglio. V’erano già alcuni signori palermitani e un prete; la città cominciava a scuotersi, a ruggire sordamente; da Castellamare si udì uno scoppio; la prima bomba rombò nell’aria e cadde, e fu una imprecazione che parve riempire il cielo.

Da quel momento campane a stormo per tutto, e una bomba lanciata ogni cinque minuti, pausa funebre e crudele. Verso le tre pomeridiane, i cittadini cominciavano a rovesciarsi per le vie! Noi, un po’ scorati nelle prime ore, pigliavamo animo. Sorgevano le barricate: uomini e donne lavoravano arditamente; cadeva una bomba, tutti a terra; scoppiava: “Viva Santa Rosalia!” e tutti su a lavorare da capo. Così venne notte. Il castello cessò di tirare: i regi occupavano la parte alta della città; noi il resto; a Palazzo Pretorio s’era piantato il Quartiere Generale; i donzelli del Municipio, colle giubbe rosse, si affaccendavano, giovani e vecchi, per il Dittatore. Intanto nuove squadre entravano da Porta Termini, ne vennero tutta la notte; e noi la invocavamo lunga, per riposarci e prepararci all’evento.

Segue, 31 maggio.

Ma l’alba arrivò che l’ore parvero minuti, e la sveglia del secondo giorno fu data dai regi di Castellamare, che ricominciarono colle bombe. Le lanciavano misurate sul Palazzo Pretorio, sperando forse di schiacciarvi il Quartiere Generale. Ma le bombe piombavano sul convento di Santa Caterina, a un angolo della piazza. E il Generale se ne stava a piè d’una delle statue della gran fontana, dinanzi al palazzo. Lì riceveva le notizie dai punti combattuti della città; di lì partivano i suoi ordini: lì lo vedevamo noi di tanto in tanto, passando sbalestrati ora da una parte ora dall’altra, dove ci chiamava il bisogno.

In uno di quei momenti che non ne potevamo più dalla sete, Bozzani ed io traversavamo una piazza. “Vediamo se in questa casa ci danno un sorso d’acqua?” dissi io: e battei a un gran portone sul quale era scritto “Domicilio inglese”. Fu scostato un battente, e vedemmo nel cortile una folla costernata. Entrammo. Ci venne incontro un signore che non sapeva quale accoglienza farci; ma pareva lì lì per pregarci di tornare indietro. Però sentendoci parlare, subito si mostrò cortese, ci tirò in mezzo a quella folla, fece portar acqua e vino. Bevemmo, ringraziammo e volevamo partire. Ma tutta quella gente, signore e signorine, ci furono attorno, ci prendevano le mani, ci pregavano di star lì a proteggerle; alcune piangevano dalla compassione per noi. Vollero i nostri nomi, e noi li scrivemmo su d’un foglietto; gran meraviglia per loro, che due soldati sapessero far tanto. Ci tempestavano di domande; e per la città che c’è? e chi vince? e quanto durerà? Santa Rosalia che spavento! “Perdonate se non vi ho fatto subito buon viso, ci diceva il signore venutoci incontro, avevano detto che eravate mostri feroci, che bevevate il sangue dei bambini, che scannavate i vecchi… Invece siete gentili”.

E noi a ridere. E le donne: “E Garibaldi dov’è? È giovane, è bello, come è vestito?”. Rispondevamo in quella confusione amorevole; e intanto i giovinotti ci pigliavano di mano gli schioppi, discorrevano tra loro, si accendevano in faccia, ci invidiavano; ma il vecchio con un’occhiata li teneva a segno.

Uscimmo di la colla promessa di tornare, e appena fuori vedemmo una turba alla porta d’un fornaio. “Il forno dei Promessi Sposi! – dissi a Bozzani – bisogna correre che non lo saccheggino”. E corremmo. Ma quella gente non faceva tumulto; pigliava i pani, pagava e se ne andava, facendo posto ad altra gente che sopravveniva. Un signore ci disse che dal giorno innanzi la sua famiglia non aveva mangiato, colta dalla rivoluzione senza provviste in casa. E soggiungeva: “Siete arrivati così di sorpresa!”.

– Però siete contenti? – gli chiesi.

– Santo Diavolo; siete i nostri liberatori!

Ce n’andammo, avviandoci ai Benedettini, dove era la nostra compagnia e ci abbattemmo nel cavallo del capitano Bovi, steso sotto un androne; quel povero cavallo che già aveva rischiato d’essere ucciso, la notte della discesa da Gibilrossa.

– Questo è il cavallo, che quello sia il padrone? – disse Bozzani, inoltrandosi verso un morto che giaceva più in là. – Oh… vedi… vedi… è quel povero ragazzo che nella prima marcia da Marsala, fu messo in mezzo a noi da quel vecchio…!

Doveva essere proprio quel giovinetto. Io non lo avevo più riveduto da quella prima volta, e a trovarlo là mi si mescolò il sangue con disgusto indicibile. Avessi potuto volare sulla capanna di quel vecchio, che in quel momento vidi nella pace lontana dell’orizzonte, a sentire se il cuore non gli diceva nulla!

* * *

Per le vie pareva giorno pieno. Le notizie che venivano di bocca in bocca, da tutte le parti della città, ci consolavano; i regi erano respinti sempre su tutti i punti. Le barricate, moltiplicate in ogni via, rendevano loro impossibile di rompere e tornare dentro. Sulle gronde, sui balconi, erano ammonticchiati tegoli, sassi, suppellettili d’ogni sorta; al punto in cui si era non rimaneva al nemico che incenerir la città, o lasciarla libera a noi.

* * *

Si diceva, il mattino del ventinove, che il Corpo consolare avesse protestato, e che le navi da guerra raccolte nella rada minacciassero di mandare in aria Castellamare, se il barbaro lanciar di bombe non fosse cessato. Chiacchiere. Il castello tirava più rabbioso che mai, e già centinaia di case erano ruinate, seppellendo gente chi sa quanta. Sarà lungo il pianto che terrà dietro alla febbre di questi giorni. Ripiegammo a Porta Montalto, dove stava a guardia il colonnello Carini. Quel bastione l’avea preso d’assalto Sirtori, con pochi della sesta e della settima compagnia: e i regi giacenti là attorno morti erano tanti, che ancora non so capire chi gli abbia potuti uccidere.

Il Carini mi mandò al Palazzo Pretorio per munizioni. Vi trovai il Sirtori. Munizioni non ve ne dovevano essere, perché egli mi disse di rispondere al Carini, che il bastione si doveva conservarlo difendendolo all’arma bianca.

A Palazzo Pretorio mi parve regnasse un po’ di sconforto. Chi sa che notizie v’erano? Eppure la città oramai era tutta sollevata e risoluta a ogni estremo, piuttosto che a rivedere nel proprio seno il nemico. Me ne tornai al Carini colle mani vuote: egli capì e tacque. Più tardi mi rimandò. In Piazza Pretoria v’era tal folla che, come dice il Manzoni, un granello di miglio non sarebbe caduto a terra. Il Dittatore dal balcone a sinistra, quasi sull’angolo di via Maqueda, finiva un discorso di cui colsi le ultime parole: “… Il nemico mi ha fatto delle proposte che io credei ingiuriose per te, o popolo di Palermo; ed io sapendoti pronto a farti seppellire sotto le ruine della tua città, le ho rifiutate!”.

Non vi può essere paragone che basti a dare un’idea di quel che divenne la folla, a quelle parole. I capelli mi si rizzarono in capo, la pelle mi si raggrinzò tutta all’urlo spaventevole e grande che proruppe dalla piazza. Si abbracciavano, si baciavano, si soffocavano tra loro furiosi; le donne più degli uomini mostravano il disperato proposito di sottoporsi a ogni strazio. “Grazie! Grazie!” gridavano levando le mani al Generale; e dal fondo della piazza gli mandai anch’io un bacio. Credo che non sia mai stato visto sfolgorante come in quel momento da quel balcone: l’anima di quel popolo pareva tutta trasfusa in lui.

Ma alla sera, verso le dieci, lo rividi cupo, agitato, lì a piè di quella statua dove passava le notti. Mi aveva chiamato il tenente Rovighi, per mandarmi a portare un ordine. Il Generale mi pose colle proprie mani un foglietto, tra la canna e la bacchetta dello schioppo, mi comandò di farlo leggere a tutti i Capi-posto che avrei trovati sino a Porta Montalto, e che giunto là lo lasciassi al colonnello Carini. Mi avviai col cuore stretto. Il primo Capo-posto che trovai fu Vigo Pelizzari. Gli porsi il biglietto. Egli lo lesse, si turbò un poco, me lo ridiede; ma senza dir nulla a’ suoi che gli si affollarono intorno. Tirai innanzi, bruciando dal desiderio di conoscere il contenuto di quel foglio, potevo leggerlo, non osai. Dal colonnello Carini cui lo rimisi per ultimo, seppi poi che v’era scritto: “Dicesi che siano sbarcati ottocento Tedeschi, ultima speranza del tiranno. In caso d’attacco da forze soverchianti, ritiratevi al Palazzo Pretorio”. Carini non si mostrò guari commosso per la notizia; mi rimandò colla ricevuta del foglio; ed io me ne rivenni pensando con dolore, come una mano di stranieri potessero mettere in forse le sorti della città e nostre. Ma, arrivando al Palazzo Pretorio, trovai il Generale già mutato d’umore. Discorreva con Rovighi dicendo che sperava di farla finita l’indomani; che al Palazzo Reale i regi non avevano più munizioni da bocca, che non potevano più comunicare né col castello né colla marina.

Mi rallegrai fino in fondo all’anima, e stanco morto mi rannicchiai là vicino, col picchetto di guardia.

Ieri, finalmente, verso mezzodì, ricevemmo a Porta Montalto l’ordine di cessare il fuoco. Subito corsi al Palazzo Pretorio, dove trovai che l’armistizio era concluso per ventiquattr’ore, tanto che si potessero seppellire i morti. Era bell’e sottoscritto il foglio, quando capitò un prete, che mi parve quello venuto sin dal mattino del giorno 27 in piazza Bologni. Gridava al tradimento, annunziando che i Bavaresi entravano da Porta Termini. “Che Bavaresi?” gridavamo noi. “Quelli di Bosco, che tornano da Corleone!”.

Ci rovesciammo a quella volta quanti eravamo là attorno, e arrivammo a Porta Termini che già i Bavaresi avevano oltrepassata una barricata. Si arrestarono vedendo un parlamentario avviarsi a loro; cessarono il fuoco; ma uno dei loro ultimi colpi sciagurati colse nel braccio sinistro, presso la spalla, il colonnello Carini. Egli cadde e fu trasportato al Palazzo Pretorio come in trionfo.

Laggiù, in fondo alla via, in mezzo a quelle facce torve di stranieri, si vedeva il colonnello Bosco aggirarsi furioso, come uno scorpione nel cerchio di fuoco. Oh s’egli avesse potuto giungere mezz’ora prima! Entrava difilato, e se ne veniva al Palazzo Pretorio quasi di sorpresa, con tutta quella gente, che aveva la rabbia in corpo della marcia a Corleone, fatta dietro le nostre ombre. Chi sa che fortuna sfuggiva di mano a questo Siciliano, giovane, ardito e ricco d’ingegno?

Nel tornare a Porta Montalto, passai con Erba dalla piazzetta della Nutrice, per vedere se vi fosse ancora quella povera morta di ieri l’altro. Non v’era più. Mentre ne parlavo ad Erba, un colombo venne a posarsi pettoruto su d’una gronda lì sopra.

– Gli tiro?

– Tira pure…

Meraviglioso! Il colombo venne giù senza testa, come un cencio. “Bravo!” sentimmo gridare, e vedemmo cinque ufficiali napoletani che venivano verso di noi. “Bravo tiratore!” dicevano stringendo la mano ad Erba e a me, mortificato del tiro felice. Ma Erba: “Oh! non è nulla, noi codesti tiri li facciamo a volo…”.

– Anche a volo! – esclamarono gli ufficiali, – ma allora siete davvero bersaglieri piemontesi?

– Che bersaglieri! – rispondemmo noi, e sempre tempestati di domande, ci lasciammo tirare da quei cinque a visitare la piazza del Palazzo Reale.

Vedemmo non so quante migliaia di soldati accampati sulla piazza. Mangiavano lattuga a manate come pecore, e ci guardavano da ammazzarci cogli occhi. Credo che se non fossimo stati così bene accompagnati, il pezzo più grosso che poteva avanzare di noi era l’orecchio. Ci inoltrammo in mezzo ad un nugolo d’ufficiali. Un vecchio colonnello, con certa barba sulle guance che pareva cotone appiccicato, rubizzo, adusto, bell’uomo, ci accolse cortese. Anch’egli voleva a forza, farci confessare per soldati di Vittorio Emanuele.

– Eh! diceva, farebbe meglio il vostro Re, se pensasse, a’ casi suoi. Non avrà sempre, come l’anno scorso, i Francesi.

– Oh! meglio certamente, mille volte meglio se vi eravate voi; – disse pronto Erba – gli Austriaci li avremmo fatti andar via anche dalla Venezia.

– Che Venezia! che Austriaci! – sclamava il colonnello guardandosi attorno, accendendosi e non volendo parere.

– E se un altr’anno e voi e noi uniti riprenderemo la partita contro l’Austria, vedrete…

Il colonnello parve uno che sia lì per isdrucciolare e cerchi d’agguantarsi…

– Vedrete… vedrete voi, che domani sarete tutti morti! – troncò bruscamente. – Meritereste miglior fortuna, ma vi siete cacciati in questa Palermo che vi lascierà schiacciare…

– Però sino ad oggi dobbiamo lodarcene di Palermo…

– Bene, bene, lodatevene pure! – E come vide che i soldati si affollavano, temendo forse per noi, si mosse e ci fece accompagnar via.

31 maggio.

Eravamo pronti. Solenne ora questo mezzodì! Ma l’armistizio fu prolungato. Fino all’alba del tre giugno potremo riposare, lavorare, prepararci, e se sarà per soccombere, la città lascierà una pagina che commoverà tutto il mondo per il bene d’Italia.

* * *

Il Generale ha fatto un giro per la città, dove ha potuto passare a cavallo. La gente si inginocchiava, gli toccavano le staffe, gli baciavano le mani. Vidi alzare i bimbi verso di lui come a un Santo. Egli è contento. Ha veduto delle barricate alte fino ai primi piani delle case; otto o dieci ogni cento metri di via. Ora sì che possiam dire d’aver tutto il popolo dalla nostra! Siamo perduti in mezzo a questa moltitudine infinita che ci onora, ci dà retta, ci scalda d’amore.

* * *

Non v’è più dubbio. Simonetta è morto. Abbiamo incontrato un picciotto con una camicia a riquadri rossi e bianchi… Margarita lo fermò.

– Dove hai preso codesta camicia?

– L’ho levata ad un morto.

– Dove?

– Ai Benedettini.

– Vieni con noi!

Un buco nella camicia mostrava che il povero amico nostro fu colpito al cuore. Morì quel candido e forte giovane, senza uno di noi vicino, da dirgli: “Ne parlerai a mio padre!”

Corremmo ai Benedettini, cercammo: nulla. Non si sa nemmeno dove l’abbiano sepolto!

Mancano tanti altri di tutte le compagnie, che non sappiamo se siano morti, o feriti in qualche casa. Giuseppe Naccari, quel giovane alto con quella faccia da dipingere, che in marcia era la delizia della mia squadra, ha combattuto sino all’ultimo, senza andar a vedere i suoi, che l’aspettavano dall’esilio, qui in Palermo, chi sa da quanto. E ieri l’altro una palla lo colpì di sotto in su, mentre faceva fuoco da un campanile; gli entrò in un fianco, gli traversò dentro il petto, gli uscì da una spalla. Dicono che ne morrà. È venuto a cadere sulla soglia di casa sua.

2 giugno.

Di quei Bavaresi ricondotti da Bosco, ne sono passati già molti dalla nostra parte. Narrano che in quella marcia del ventiquattro, erano certi di raggiungerci e di finirci. Ma quando si accorsero di averci lasciati addietro, e seppero che eravamo entrati in Palermo, Bosco fu per impazzire. Li cacciò a marcie forzate sin qui, promettendo sacco e fuoco, non badando a chi cadeva sfinito per via. “Oh! dicono, se non si arrivava troppo tardi!”. E fanno certe faccie che sembrano gatti, quando si leccano le labbra dinanzi a una ghiottoneria. Gente torva questi mercenari! Li chiamano Bavaresi; ma sono Svizzeri, Tedeschi e perfino Italiani. Promettono di battersi contro i loro commilitoni, con millanteria disgustosa.

3 giugno, mattina.

Immensa gioia! Non si pensa più alle case cadute, alle centinaia di cittadini sepolti sotto. I regi se ne andranno, la capitolazione è come fatta. Incrociamo le braccia sul petto e diamoci uno sguardo attorno. Ma si è potuto far tanto? Mi par di sentire qualche cosa nell’aria, come il canto trionfale del passaggio del Mar Rosso.

6 giugno.

Questi marinai della squadra inglese, ci fanno cera più che i nostri del Govèrnolo e della Maria Adelaide. Verso sera quando andiamo barcheggiando, i Francesi, gli Austriaci, gli Spagnuoli, i Russi, persino i Turchi ci sono! tutti ci guardano curiosi, ma zitti. Invece gli Inglesi ci chiamano, ci tirano su a occhiate sulle loro navi, e noi si sale, accolti come ammiragli. Non hanno bottiglia che non vuotino con noi; non han gingillo che non ci offrano; non c’è angolo della loro nave che non ci facciano vedere. Stiamo con essi dell’ore; belli o brutti ci vogliono ritrarre a matita; e non ci lasciano venir via senza essersi fatto dare il nome da ognun di noi, scritto di nostra mano. M’è nato un sospetto. La Sicilia è bella, è ricca, e un mondo. Oramai tra tutti l’abbiamo, o quasi, staccata dal Regno… Se non si riuscisse a fare l’unità, gioco che la mano per pigliarsi l’isola sarebbero visi di stenderla gli Inglesi… – Non ci han qui nel porto la nave ammiraglia che si chiama Hannibal?…

7 giugno.

Nella gran sala della Trinacria si desinava una allegra brigata, a festeggiare un drappello d’animosi venuti da Malta, su d’una barca peschereccia. Scesero a Scoglietti, e camminando a furia di sproni e di oro vennero difilati a Palermo.

Lo sciampagna fiottava dai bicchieri e dal cuore la gioia; gioia della vostra, o anime lombarde! Siete leggiadri e prodi.

9 giugno.

Gli abbiamo visti partire. Sfilarono dinanzi a noi alla marina, per imbarcarsi, una colonna che non finiva mai, fanti, cavalli, carri. A noi pare sogno, ma a loro!… Passavano umiliati, o baldanzosi. Superbi i cacciatori dell’ottavo battaglione che combatterono a Calatafimi e qui, lasciando qualche morto in ogni punto della città! Certo li comandava un valoroso.

Se ne vadano, e che ci si possa rivedere amici! Ma di qui a Napoli come è lunga la via!

10 giugno.

Tuköry è morto. Non in faccia al sole, non sotto gli occhi nostri nella battaglia, l’anima sua non è volata via sulle grida dei vincitori. Egli si è spento a poco a poco, in letto, vedendo la morte venire lenta, egli che soleva andarle incontro, galoppando baldo colla spada nel pugno. Gli avevano tagliata la gamba, rottagli da una palla al ponte dell’Ammiraglio; si diceva che l’avremmo visto ancora a cavallo dinanzi a noi; ma venne la cancrena e lo uccise. Goldberg, il mio vecchio sergente ungherese, che giace per due ferite toccate la mattina del 27, quando seppe morto il suo Loyos si tirò le lenzuola sulla faccia e non disse parola. Così coperto pareva anch’egli morto; ma forse pensava al dì che i proscritti magiari torneranno in Ungheria senza quel bello e sapiente Cavaliere, venuto pel mondo così prodigo dell’anima sua. O forse lo vedeva col pensiero galoppare in Armenia, fra gli arabi del Sultano contro i Drusi ribelli; dove chi sa quante occhiate bieche avrà date alla spada non fatta per servire i tiranni. Ma di quel dolore Tuköry si pagò poi nel sangue dei Russi, quando dai bastioni di Kars potè fulminare l’odio suo, contro quella gente che aveva aiutato l’Austria a rovinargli la patria.

11 giugno.

Per la via che facemmo da Marsala al Pioppo, e poi essi dal Pioppo in una volata, sono giunti qua sessanta giovani condotti da Carmelo Agnetta. Navigarono da Genova a Marsala, su d’un guscio che si chiama l’Utile, dove avran dovuto stare pigiati peggio che i negri menati schiavi. Che senso quando sbarcarono a Marsala, dopo essere stati col cuore a un filo per tanti giorni; e poi quando passarono vicino ai nostri colli di Calatafimi! Avranno pensato ai morti che vi lasciammo, con la malinconia di non averli conosciuti vivi. Ma quando arrivarono a questa Palermo mezza rovinata, debbono aver sentito l’animo crescere irato, e avranno tesa la mano ognuno guardando innanzi e dicendo a qualcuno laggiù: “Ci vedremo!”.

Hanno portato due migliaia tra schioppi e schioppacci, e munizioni da guerra e i loro cuori. C’è Odoardo Fenoglio veneto da Oderzo amico mio, sfolgorante ufficiale della brigata Pavia, che ho visto e abbracciato ai quattro Cantoni; c’è Cavalieri, c’è Frigerio, tutti valenti e gentili e colti, arrivati in tempo, per onorare la salma di Tuköry che oggi porteranno a seppellire.

* * *

C’eravamo tutti, fino i feriti che hanno potuto venir fuori dalle case, dagli spedali, tutti! Türr, figura tagliata nel ferro, non fatta a mostrar dolore, camminava alla testa del corteo, dimesso, accorato, parea condotto a morire. Dalle finestre piovevano fiori sul feretro, su noi; e dai fiori e dalle foglie di lauro veniva un odore che mi faceva il senso di un soave morire. Si aggiungevano il silenzio della folla, e gli atti delle donne bianche, inginocchiate sui balconi e piangenti. Era uno sgomento che pareva avesse pigliato fin le pietre. Vidi certi dei nostri, duri e invecchiati a ogni sorta di prove, andar innanzi con faccia sbigottita, spenta. Rodi e Bovi, due mutilati antichi, parevano sonnambuli. Maestri, che ebbe un braccio troncato a Novara, e che pur da Novara corse a Roma dov’ebbe il moncherino spezzato un’altra volta da una scheggia francese, il povero mio Maestri da Spotorno, semplice e prode come i popolani delle nostre marine liguri, piangeva. E piangevo anch’io. Un momento che mi si strinse più il core, mi pregai con certa voluttà acre, non mai provata, mi pregai d’essere chiuso in quel feretro abbracciato col morto. Oh! star nella bara con tanto ancora di vita da sentirsi portato lentamente, indovinando le vie, le finestre sotto cui si passa, le faccie di quei che guardano e accompagnano fin dove possono con gli occhi e poi col pensiero! La folla fa ala… parlano a voce bassa… che diranno? cade qualcosa… saranno fiori.

Ma la marcia funebre prorompe alta nell’aria, e vien sin fra i quattro assi, con certi acuti stridori di trombe, con certi gemiti di flauti che si mutano in lacrime.

Anche Adolfo Azzi morì son sette giorni! Come stava là sul Lombardo nelle ultime ore del mare, colle braccia potenti al timone, con gli occhi in Bixio che di sul cassero fulminava l’anima tra Marsala vicina e le navi che ci inseguivano nere come leonesse nel deserto! Lo veggo ancora e lo vedrò finchè io viva, con quella faccia sfidatrice e quieta, con quelle spalle ampie, scamiciato ed erto i pettorali fatti per ricevervi la morte da eroe. Invece fu colto in una coscia. Gli entrò la palla e ruppe, e in cinque giorni il povero Azzi morì!

Notte.

Non nelle notti travagliate dei combattimenti, ma ora che abbiamo una certa quiete, pensando alle barricate ho sentito venir su dal core un’onda della malinconia rimastami da quella sera del quarantotto; una sera di marzo che noi fanciulli, tutti raccolti a sentir la novella da nostra madre, stavamo al focherello allegro che pareva anch’esso uno della famiglia. Suonò un’ora di notte e il Deprofundis dal campanile. Nostra madre ci fece pregare pei morti. Ma i soliti rintocchi si mutarono in un di quei doppi, che lassù da noi annunziano pel domani la commemorazione di qualche morto degli anni andati. Nostra madre alzò i suoi grandi occhi in su, forse a cercare di qual morto de’ suoi ricordi cadesse l’anniversario; e noi muti ad aspettare che ripigliasse il racconto. A un tratto entrò da fuori nostro padre, e venne malinconico a sedersi al fuoco.

– Che c’è? gli chiese nostra madre.

– Nulla!

– Giusto! Han suonato a funerale; chi sa per chi?

– Pei defunti delle barricate di Milano.

Guardai nostro padre tremando. Defunti, barricate, Milano, tre schianti al mio core di nove anni, mi parevano tre parole sonanti da un altro mondo. Quella notte non dormii: da quella notte mi rimase nell’anima una tristezza cara, che di quando in quando assaporai, venendo su cogli anni, senza poterle dare un nome fin che non ebbi trovato nel Sant’Ambrogio del Giusti quello sgomento di lontano esiglio…

Tornando da Monreale, 14.

Deve essere stato un gran vivere nei tempi che su questo ceppo della Sicilia venivano a innestarsi i Saraceni, i Normanni e poi quegli altri d’alta ventura, che portavano l’aquila sveva sul pugno!

Pìgliati colla fantasia in quell’età una parte, guerriero, rimatore o fraticello, ed entra; ecco la Cattedrale famosa. Tant’è, s’ha bel disporsi, ma noi sentiamo che non si riesce a star nelle chiese come quella là, con animo che risponda. Disse un di noi: “Bisognerebbe non osar d’entrarvi calzati…”. Fu tutta l’espressione della sua maraviglia! Un altro, quando ebbe guardato un poco attorno le colonne e laggiù il gran mosaico, si lasciò andar ginocchioni con gli occhi in su, facendo colle braccia e a mani giunte un arco sopra la testa, verso quelle volte; e l’atto gli parve preghiera.

E s’esce di là che uno si sentirebbe potente a far qualche cosa degna; ma no, quello che per capirci chiamiamo coda del diavolo, gli si ficca tra piedi. Noi, per esempio, appena fuori avemmo una mezza rissa.

Benedini da Mantova, nostro medico, tutta la via aveva brontolato che a Monreale ci andava di malavoglia, perché sapeva esservi stato detto di noi, che siamo venuti a mangiarci l’isola, e che bisognerebbe sonarci le campane addosso.

E noi a dirgli: “Chetati, son cose da celia…” non ci sognando che cosa gli frullasse. Ma lui? In chiesa s’era stizzito di più; e uscendo, al primo che gli capitò di vedere con aria non di suo genio: “Sei tu che ci vuoi fare i vespri?”.

Colui che pur non era uno zotico, tra il capire e il no, sembrò viso di voler dir di sì. E Benedini gli menò. Oh che guaio! Se non capitava pronto un prete, addio!

Venendo via, ne dicemmo a Benedini…! Ma egli tranquillo, gli pareva d’aver fatto l’obbligo suo.

Convento della Trinità, 15.

Ho visitato il colonnello Carini in una cameretta lassù e dell’albergo alla Trinacria. Dove se n’è andata tutta quella floridezza di carni? Tenendomi per la mano mi chiese del Dittatore, della compagnia, degli amici; poi d’improvviso: – C’eravate ai funerali di Tuköry? – Colonnello, sì. – Egli guardò intorno e mi strinse più forte la mano.

Due giovinetti gli stanno in camera senza lasciarlo mai, tutti lui negli occhi brillanti di lagrime, rattenute appena mentre egli m’aveva chiesto se ero stato ai funerali. Quando egli partì esule nel quarantanove, quei suoi figliuoli dovean essere bambini affatto. Vennero da Messina coll’agonia di abbracciarlo, di trionfare con lui vincitore, e lo trovarono inchiodato da quella maledetta palla bavarese.

Per le stanze va lenta, mesta, una signora che deve aver molto sofferto. E quando s’incontra con gli occhi negli occhi del colonnello, pare che la pigli il singhiozzo, stenta a non farsi scorgere. In verità egli è molto giù della vita. Oh che storie, che lutti, che vedovanze del core!

Venni via afflitto. E per contrasto trovai che correva su quel frullino del figliuolo di Ragusa, sempre nelle nostre gambe vispo, felice. Suo padre, che conduce l’albergo da gran signore, ne’ giorni del bombardamento tenne corte bandita per noi, chi avesse voluto passar da lui a ristorarsi. Ma c’era ben altro da fare, e pochi vi possono essere capitati: tuttavia ce ne furono, ed io so d’uno che ci deve aver fatto la figura di Margutte.

* * *

Curvetto, piccino, tarchiato, passo da marinaio, capelli bianchi e lunghi, barba fatta, indovinata per parere quella del Generale; Gusmaroli, il vecchio parroco mantovano, può dare un’idea di quel che sarà Garibaldi fra una ventina d’anni.

L’ho ben guardato, è proprio così. Ed egli che sa di somigliargli un poco, ne gode e si riscalduccia in tale compiacenza; egli nei tre giorni si atteggiava. I picciotti che lo vedevano comparire sulle barricate qua e là, gli gridavano: Evviva Garibaldi! E sotto gli occhi di lui combattevano e morivano volentieri, credendolo il Dittatore.

16 giugno.

Ippolito Nievo va solitario sempre guardando innanzi, lontano, come volesse allargare a occhiate l’orizzonte. Chi lo conosce, viene in mente di cercare collo sguardo dov’ei si fissa, se si cogliesse nell’aria qualche forma, qualche vista di paese della sua fantasia. Di solito s’accompagna a qualcuno delle Guide: Missori, Nullo, Zasio, Tranquillini; ed oggi era con Manci, a cui veggo negli occhi i laghi del Tirolo verde, ov’ei nacque. Quando incontro costoro, vestiti ora d’un uniforme di garbo un po’ ungherese, bello, già illustrato nel quarantanove dalla cavalleria di Masina in Roma, io mi sento nascere di dire: “Uno di voi mi vorrete in groppa quando galopperete per i campi nella battaglia?”. Vorrei provare a un di quei cuori il mio. E sceglierei Manci, che mi pare un cavaliero non ancora vissuto in nessun poema. Non è l’Eurialo di Virgilio, non quell’altro dell’Ariosto; è un non so che di moderno, nemmeno: è una gentilezza dell’avvenire.

Con Manci veggo sovente quel Damiani, che, se fossi scultore, getterei in bronzo, lui e il suo cavallo, alti, piombati sopra un viluppo di teste e di braccia, quale mi rimase impresso a Calatafimi nel momento della bandiera. In Palermo, nel secondo giorno del bombardamento, lo vidi appoggiato a uno stipite d’un gran portone del palazzo Serra di Falco in Piazza Pretoria, forse là pronto pel Generale, perché nel portico scalpitava il suo cavallo sellato. – Quella era la faccia di Calatafimi. Mentre che io passai, egli parlava tra sé. E mi parve che guardasse ora il palazzo dov’era il Dittatore, ora il convento di Santa Caterina lì allato, che ardeva dal tetto e vi cadevano le bombe. Forse pensava come avrebbe potuto salvare Garibaldi, se uno di quei mostri fosse piombato pochi passi più oltre…

Palermo, 17 giugno.

Non gli ho visti, ma so che da giorni sono venuti dalla Favignana sei o sette di quei di Pisacane, scampati all’eccidio di Sapri. Dunque erano in quelle Egadi, che pareano scoppiate su dal mare improvvise a festeggiarci? Erano nelle prigioni sottomarine. Che fremito, se, per uno di quei sensi misteriosi, che talora si rivelano in noi come guizzi d’una vita di natura diversa dall’umana, avranno indovinato che là fuori, sull’onda che rumoreggiava spruzzando le loro inferriate, passava Garibaldi e la libertà.

O precursori nostri, quante lacrime, quanto fantasticare dopo il vostro infortunio, dopo Sapri, più bello, più glorioso della nostra Marsala! Tre anni! pareva un secolo; e di lassù dalle Alpi era un volo dell’anima sitibonda verso queste terre delle Due Sicilie, che sin col nome invogliavano e coi mari e coi cieli e coll’istoria loro e con quel canto della Spigolatrice messa dal poeta sull’orme vostre, a veder gli occhi azzurri e le chiome d’oro di Pisacane! Dopo i Bandiera, Corradino, Manfredi, biondi tutti e belli e di gentile aspetto, lui.

* * *

Mi dice Antonio Semenza, che tra le carte del Palazzo Reale fu trovato l’ordine dato da Napoli alla flotta, se ci avesse incontrati. – Colarli a fondo salvando le apparenze. – Sarà vero? Infatti saremmo stati troppi alle forche e agli ergastoli; ma che nella marineria napoletana ci sarebbe stato un cuore da obbedire e annientarci?

18 giugno.

E colui dalla faccia tagliente, d’occhi e d’atti che pare il falco reale; grigio, castagno, grinzoso, fresco, che ha tutte le età; chi è, quanti anni porta in quelle sue ossa d’atleta, in quelle sue carni segaligne? L’ho sempre veduto da Marsala in qua e osservato con certa reverenza. E ho immaginato che debba essere qualcosa come zio o fratello maggiore di Nullo. Ma oggi ne chiesi. E noto perché mi sia d’insegnamento, che Alessandro Fasola da Novara ha sessant’anni fatti; che dal 1821 ne ha spesi quaranta a lavorare, a sperare, a combattere; che sempre da Santorre Santarosa a Garibaldi fu visto comparire alla chiamata, giovane, ardente e sicuro.

* * *

Anche i carabinieri Genovesi come sono usciti belli nelle loro divise! Un farsetto e un berretto d’un azzurro delicato che rialza la espressione di quelle facce signorili, non so se sciupate o abbellite dal bronzeo che dan questi soli penetranti nel sangue.

Tutti vorrebbero farsi carabinieri, ma non tutti si è Genovesi. Si capisce. V’è una certa aristocrazia del valore, e quelli là che se la sentono nel cuore, e degnamente, vorrebbero star soli. E non ho inteso un della mia compagnia, e non dei migliori, dire che il Dittatore dovrebbe tenerci tutti senza che altri potesse mescolarsi con noi di Marsala; e mandarci sempre avanti, avanti, avanti, finché uno ne fosse vivo?

Da Palermo a Milazzo

18 giugno.

Partire non condotti dal Dittatore! Eppure egli ha sulle braccia la rivoluzione, la guerra, tutto, anche gli arruffapopoli, e deve star qui. Con lui lavora Francesco Crispi, un ometto che quando lo veggo mi fa pensare a Pier delle Vigne potente. Ma lontani da Garibaldi saremo ancora con lui. “Andate di buon animo, ci disse, andate figliuoli, che vi ho dato Türr. Se avrò bisogno di voi, egli vi condurrà volando da me”. Eppoi, messosi a parlare genovese con alcuni di noi liguri, parve pigliasse un piacere fanciullesco in quel dialetto che parlano Bixio e i Carabinieri.

21 giugno.

Medici è arrivato con un reggimento fatto e vestito.

Entrò da Porta Nuova sotto una pioggia di fiori. Quaranta ufficiali, coll’uniforme dell’esercito piemontese, formavano la vanguardia.

La mia brigata è partita per l’interno dell’isola, condotta da Türr. Noi della spedizione dispersi nell’onda dei sopravvenienti, porteremo con noi le memorie dei venticinque giorni vissuti come nella solitudine, faticando, combattendo e credendo. E tireremo innanzi visitando l’isola, facendo gente e pellegrinando, finché ci arresti il nemico e si torni al sangue, o si finisca fondendoci tutti nelle sorti e nell’onore d’Italia.

Da Palermo a Missilmeri, 22 giugno.

Due cavalli bianchi e baliosi che starebbero bene tra le gambe di due dragoni, ci portano via, tirando questa carrozza da prìncipi. Romeo Turola sonnecchia, io noto.

Ho riveduto Porta Sant’Antonino, il Convento e quella muraglia che all’alba del 27 maggio, quando venimmo, balenava e tuonava come una nuvola tempestosa. I due grandi pioppi, a pié dei quali quel mattino vidi il primo napoletano morto, tremolavano sino all’ultima foglia con un sussurro allegro quasi consapevole. Passandovi sotto, pensai raccapricciando a quel morto, a quella povera montanara della Calabria o dell’Abruzzo che si farà sulla soglia della capanna, con una paura confusa della guerra che c’è pel mondo, dove forse crede ancora di avere il suo figliuolo soldato. E pensai anche ai prìncipi di Casa Borbone, che sino ad ora non se n’è visto uno a cavar la spada.

Mi volgo indietro. Palermo è laggiù, laggiù come la vedevamo da Gibilrossa, dal Parco, dal Passo di Renna, ma ora libera nella sua gloria fra le sue rovine, di giorno e di notte tutta un festino. Partendo, ho inteso che già sono arrivati certi armeggioni a guastare. Ve ne erano forse fino dai primi giorni della capitolazione. Quella sera che ci raccolsero in fretta e in furia e ci tennero sotto l’armi delle ore, in via Maqueda, che cosa era stato? Mi disse Rovighi che si parlava d’una alzata di La Masa, per togliere a Garibaldi la Dittatura e assumerla lui gridato dal popolo. Era una calunnia: ma il fine?

Missilmeri, 22 giugno.

Questo popolo che ci ha fatta la luminara la notte del 25 maggio, quando eravamo pochi e con poche speranze, adesso non ci riconosce più. Ma che cosa abbiamo fatto? Non lo dicono e non si può indovinarlo. Parlano, sorridono, sono gai; discorrono con noi, ma a gesti impercettibili se la intendono tra loro. Che abbiano dentro parecchie anime?

* * *

Ora si va pigliando davvero un bel fare da soldati. Il gruppo d’ufficiali che ho visto in piazza sarebbero l’onore del primo esercito del mondo. Tutti nel bello dai venti ai trent’anni, persone salde, faccie che vi si legge il coraggio semplice e franco; medici, ingegneri, avvocati, artisti. Ma se fossero tutti come Daniele Piccinini! Che addio deve essere stato quando si partì dal padre suo! Immagino il vecchio austero sulla porta della sua Pradalunga, intento a guardare il figlio che gli ha dato le spalle, e se ne viene giù verso Bergamo, con passo da Clefta. Non l’hanno guasto nè l’ozio nè i vizii costui: la storia della sua giovinezza l’ha in fronte; forse più che caccie e corse su in alpe non ebbe altri spassi. A Calatafimi fu visto coprire il Generale mettendoglisi dinanzi, perché, come indossava camicia rossa, era fatto segno alle schioppettate. E in uno dei momenti che la battaglia parea volgere a male, egli tenne alto l’animo dei suoi vicini, gridando parole potenti come d’arcangelo.

Missilmeri, 22 giugno.

Il generale Türr gli si è riaperta la ferita, e ha dato sangue dalla bocca. Da quando entrammo in Palermo, quest’uomo ha fatto tanto che si e ridotto un’ombra. La brigata è afflitta, perché si teme che egli debba lasciarci. Lo vidi un istante, smunto, pesto negli occhi, le labbra pallide, il petto che pare schiacciato. Ma che sia davvero quel sottotenente degli Ungheresi passati nel mio villaggio l’anno quarantanove, dopo la battaglia di Novara? Li ricordo come li vedessi ora. Erano forse cento bei giovani, che portavano una gran bandiera tricolore; le loro persone alte s’avanzavano mezzo nascoste nel polverìo della strada al sole di marzo, e quando imboccarono il ponte gridarono: Elien Elien! alla gente corsa ad incontrarli. Quel sottotenente in mezzo a quei soldati mi pareva tanto allegro, e tuttavia mi si stringeva il cuore sentendo dir da mio padre: Sono Ungheresi, gente che l’Austria fa patire!

Villafrati, 24 giugno.

Passavano baldi su certi stalloni neri, carboni accesi gli occhi, le criniere che davano sui petti. Tenevano alte le teste guardandoci appena, avevano gli schioppi a tracolla, pistole e pugnali a cintola, nastri essi ai cappelli e all’arnese delle cavalcature. Il capo che camminava innanzi non mi tornava nuovo. I Villafratesi che discorrevano con noi li guardavano incerti tra il salutarli e non badarli; ma mi accorsi che qualcuno ammiccò, qualche altro scambiò con essi quei certi cenni, raggrinzamenti della fronte, d’una guancia, del mento, diavolerie, che a costoro bastano per un discorso.

– Chi sono quei sette? chiesi ad un signore.

– Patriotti, signorino, non avete visto? Hanno i tre colori.

Un altro lo guardò bieco: un lampo.

Intanto quei sette giunti in capo al borgo misero i cavalli a trotto serrato.

Ma dal quartiere del Generale uscì fuori un tenente spronando dietro di loro, e presto lo vedemmo tornare con quei sette disinvolti, beffardi, accigliati. Il tenente gli aveva presi colla pistola alle tempie del capoccia, pronto se non avessero obbedito…

Ci affollammo in quella casa dov’era già un gran brusio, e potemmo udire la voce del generale Türr corrucciato pronunciare il nome di Santo Mele.

– Santo Mele? dissi io, ma costui è quel birbante che avevamo prigioniero al Passo di Renna, e che gli riuscì a fuggire. Berrebbe il sangue, ladro, assassino!

A quest’antifona il signore che aveva detto bene di quei sette sparì senza neanche dirmi: Bacio la mano.

Udimmo bisbigliare: Consiglio di guerra subitaneo; e comparve il maggiore Spangaro, un uomo d’età seria, già brizzolato capelli e barba, ufficiale nella difesa di Venezia. Presiederà il Consiglio.

Villafrati, 26 giugno.

Ho visto partire in gran fretta il battaglione Bassini. A Prizzi, che deve essere un villaggio poco lontano, vi è gente che si è messa a far sangue e roba, come se non vi fosse più nessuno a comandare. Il padre Carmelo sapeva quel che diceva quando ci parlammo al Parco. Quaggiù vi sono beni grandi, ma goduti da pochi e male. Pane, pane! Non ho mai sentito mendicarlo con un linguaggio come questo della poveraglia di qui.

Bassini si è messo in marcia, ma non dell’umore suo di quando odora il pericolo, Questo brontolone gaio, senza gingilli, di corteccia grossa, ha un cuore che parla dalla faccia burbera e bonaria. Agita la testa rasa, grigia, nocchiosa come una mazza d’armi da picchiare sul nemico. Avrà forse un mezzo secolo ormai, eppure è più giovane di noi, e a Calatafimi tenne la sua compagnia come a una festa. I suoi ufficiali, tutti signori di Lombardia, gli stanno sotto come un padre. Se in Prizzi gli occorrerà di dover parlare di legge, ha nel battaglione i dottori a dozzine; se vorrà fare un’arringa, i letterati gli stanno attorno; ma egli breve e tagliente parlerà colla spada. Chi laggiù ha le mani lorde badi ai fatti suoi.

Villafrati, 26 giugno.

E non ci è stato verso di trovar uno che abbia voluto dire la verità! Il testimonio che abbia detto più male di Santo Mele, dinanzi al Consiglio di guerra, fu Santo Mele.

“Io brigante? Eccellenza! Ho combattuto contro i borbonici, ho dato fuoco alle case dei realisti, ho ammazzato birri e spie, dai primi d’aprile servo la rivoluzione: ecco le mie carte!”.

E ne buttò là un fascio, bollate dai Municipi dov’è passato, tutte che ne dicono gloria come fosse Garibaldi. Ma il Consiglio non lo mandò libero. Costui puzza troppo di sangue, e a Palermo, dove sarà condotto, qualcuno gli farà empire il cranio di piombo.

Villafrati, 27 giugno.

È arrivato il colonnello Eber, d’aria tra soldato e poeta. Si sa che è Ungherese, e che il 26 maggio venuto da Palermo a Gibilrossa per veder Garibaldi, volle essere dei nostri a tornar a Palermo, quel bello e terribile mattino del 27. – Viaggiatore di gran lena, egli ha corso l’Asia per ogni verso, scrivendo pel Times. Ora eccolo nostro comandante, perché Türr se ne va malato rifinito.

Rocca Palomba, 28 giugno.

Che veglia deliziosa a pié del Maniero di Morgana! Stanchi della camminata d’otto ore, i soldati dormivano, pei campi, in un silenzio che mi parea d’esser solo.

Queste campagne come hanno fatto a diventar deserte?

Si va delle ore senza vedere una casa. Contadini? Non ve ne sono. I coltivatori stanno nei villaggi, grandi come da noi le città; vi stanno in certe tane gli uni sugli altri, con l’asino e le altre bestie men degne. Che tanfo e che colpe! All’alba movono pei campi lontani, vi arrivano, si mettono all’opera che quasi è l’ora di tornare; povera gente, che vita!

Rocca Palomba è come tutti gli altri borghi, ma a vederla da lungi adagiata su questo fianco del monte, mezzo nascosta nei boschi di mandorli, con quella strada che si curva dolce per farvi arrivare la gente senza fatica, promette di più. Trovammo gli abitanti in festa. Avevano mandato ad incontrarci un nugolo di cavalieri, che vennero innanzi drappellando bandiere, levando grida, salute fratelli! Parevano gente del medioevo rimasta viva proprio per aspettarci. Quei signori ci fecero gli onori del paese, con modi non da persone accostumate a vivere così solitarie. Ma certe gentilezze s’hanno nel sangue. Però sempre quella storia! Se un borgo ci accoglie bene, quello che viene dopo ci tiene il broncio, poi l’altro appresso torna a farci festa. Qui c’erano i preti e il Municipio alle porte; la banda suonava l’inno; sulle alture ardevano fuochi di gioia, i signori si contendevano gli ufficiali; i soldati ebbero pane, cacio, vino, carezze, il paese in capo, se l’avessero voluto.

Io poi càpito sempre in casa di preti. Questo ch’è qui mi ha voluto far toccare il vangelo. Ma io, aperto il volume, lessi due versetti e glieli voltai tradotti lì lì. Allora il prete mi si buttò al collo, e fece correre tutta la famiglia a conoscere il gran cristiano che aveva in casa. Desinai con loro. Vi erano delle donne, delle fanciulle, dei bambini, dei vecchi e dei giovani, una tribù. Pareva il dì del Natale. Mi lasciarono venir in camera a malincuore; in questa camera allegra dove è un letto che pare di gigli. E tu coi tuoi peccati, oseresti andare fra quelle lenzuola?

Bassini ci ha raggiunti, mortificato lui, gli ufficiali e i soldati. Furono accolti a Prizzi come prìncipi. Luminare, cene, balli e le belle donne che gridavano ancora da lungi “benedetti! beddi!”.

Alia, 29 giugno.

Da Rocca Palomba ad Alia una marcia breve, attraverso una ricchezza che va dal piano sino in cima ai colli, dorati ancora da messi che si curvavano, quasi a riverire la nostra rosseggiante colonna.

30 giugno, 4 ore antim.

Si parte. Ah! questa volta la marcia sarà lunga, e pare che il cielo si vorrà fare di fuoco. I soldati vanno e vengono per le vie sudicie, cittadini se ne veggono pochi, scamiciati, indifferenti, alle finestre. Passano due preti salutando; se ne andranno in chiesa. Ecco la tromba. Chi l’avrà trovata questa bella diana dei bersaglieri piemontesi? Certo un musico d’animo allegro e ardito: c’è un pensiero così sano! Forse è del colonnello Lamarmora. Scuote di dosso il sonno e la pigrizia, fa correre pei nervi un gran bisogno di fare. La intesero gli Austriaci tante volte, la intesero i Russi in Crimea, noi l’abbiamo portata qui nell’isola vecchia di Vittorio Amedeo, dove già i monelli la cantano come cosa loro.

Valle lunga, 30 giugno pom.

Ci hanno raggiunti parecchi amici da Palermo, e dicono che vi arriva gente da’ porti di Liguria e di Toscana ogni giorno. Vi furono quasi dei guai per certa fretta messa ai Palermitani di darsi al Piemonte; ma il Dittatore tiene a segno tutti.

Scrivo in una cameretta dove mi par d’essere un grillo in gabbia. Ma se mi affaccio, veggo tutta la via grande, e una allegria di soldati rossi, e gli ufficiali che fumano e bevono seduti innanzi al casino di compagnia. Come si fa presto a pigliar l’aria di questi signori, che forse stanno lì tutto l’anno a tirar giù dal cielo il tempo e la noia, a ridere e a giuocare! E mentre che la terra frutta, essi fanno idillii e tragedie per donne. Ho inteso di bellissime storie verseggiate dal popolo che qui è tutto poeti; storie d’amore e di sangue versato per gelosie tremende.

Santa Caterina, 1° luglio.

Eber sa condurre una colonna senza affaticarla. Divide la marcia in due: nelle ore di sera si va, si accampa dopo un bel tratto, si riprende la via prima dell’alba e si arriva dove si deve nel bello della mattinata, quando il sole non s’è ancora avventato. Così la notte scorsa ci riposammo nei campi della Cascina Postale, con un tempo dolce, con un sereno che mi parea di vedere mille volte più lungi nelle profondità del cielo.

Stamane mentre il sole spuntava camminavamo già da un par d’ore. Le compagnie cantavano canzoni popolari lombarde e toscane; i siciliani gareggiavano con un loro canto d’aria che cercava il core.

La palombella bianca
Si mangia la racina.

Ma a tratti quella melodia scoppiava in versi di odio al Borbone, di spregio alla regina Sofia.

Alla testa della colonna i Genovesi cantavano l’inno alato di Mameli. A un tratto ruppero il canto, e lo cessavano tutti man mano che arrivavano a un certo punto della via. Quando, v’arrivai anch’io capii. Da quell’apparita si vedeva laggiù, laggiù, nero sterminato, crescente all’occhio e alla fantasia, l’Etna, che coll’ombra sua si protendeva su mezza l’isola e sul mare.

* * *

Il povero maggiore Bassini l’hanno pigliato pel giustiziere. Egli dovrà partire di nuovo per un villaggio chiamato Resotano, dove alcuni tristi fanno tremare la gente.

Caltanisetta, 2 luglio.

Si calunniano tra loro borghi e città come godessero gli uni del mal degli altri. A sentire, qui dovevano essere schioppettate. Invece trovammo tutto un parato di bandiere e di verde. Ci toccò passare sotto un arco trionfale noi, le autorità, la Guardia Nazionale venuta ad incontrarci. I giovinetti volevano ad ogni costo lo schioppo dai nostri soldati, tanto per alleggerirli l’ultimo tratto: ma i soldati rifiutarono la cortesia. Forse qualcuno si ricordò di quando eravamo pei campi nei primi giorni dopo lo sbarco, che si dormiva collo schioppo tra le braccia e le gambe incrociate, e alcuni se lo legavano al corpo, dalla paura di svegliarsi disarmati. Sicuro! Allora v’erano dei contadini che per avere un’arma si arrischiavano nei bivacchi a rubarla.

3 luglio.

Che quella festosa accoglienza di ieri fosse una lustra? Oggi la città è silenziosa; pare che noi non ci siamo più; la gente attende alle cose sue come dicesse: Ho fatto il dover mio e basta.

* * *

Quei di Bassini sono tornati, rotti dalla marcia di quattro giorni, per vie da lasciarvi le polpe. Narrano che capitati a Resotano intorno alla mezzanotte, vi trovarono il popolo in armi risoluti a non lasciarli entrare. Bassini, uomo da dar dentro a baionetta calata, procedé cogli accorgimenti, e poté mettere le mani addosso a undici scellerati, rei di mille prepotenze e di sangue. Uno riuscì a fuggire, ma un siciliano come un demonio, lo cacciò, lo arrivò e l’uccise.

5 luglio.

Fatti i conti, dei siciliani che ci seguirono da Palermo in qua, un mezzo centinaio se ne sono già andati, alcuni portando via anche le armi. Sono contadini che si accendono come paglia e presto si stancano. Il Consiglio di guerra li condanna a morte; si appiccano le sentenze come lenzuola alle cantonate, ma si lascia che i condannati se ne vadano alla loro ventura, purché lontano. I buoni sono quelli delle città e i Palermitani, giovani colti, amorosi, pieni di rispetto. Malveduti sono alcuni ufficiali che paiono chierici. Quando le compagnie vanno agli esercizii, le accompagnano portando le spade come torcetti poi si tirano in disparte e par loro d’essere sciupati nel dover assistere a quelle bassezze dell’imparare come si maneggia un’arma, come si muova ordinati. Se fossero stati l’anno scorso in Piemonte! Giovani dei migliori di tutta Italia si lasciavano strapazzare da quei caporaloni grigi che parlavano di Goito, di Novara, della Crimea, e insegnando lanciavano insolenze peggio delle guanciate. Pur d’imparare, sopportavano tutto quei giovani. Ricordo d’un Conte veneto che caricava su d’una carretta lo strame, della scuderia. Passò il caporal Ragni con la gamella in mano.

– Bestie tutte come voi nel vostro paese? Chi v’ha insegnato a maneggiare il bidente?

Il Conte rispose sorridendo non so che, in italiano.

– Ah! siete un volontario? Allora che cosa è questa?,

– Una gamella.

– La patria! urlò beffardo il caporale, battendo le nocche su quell’arnese di latta. Il Conte sorrise ancora. E il caporale:

– Stasera farete il sacco, e passerete a ridere in prigione..

– Sissignore.

Caltanisetta, 7 luglio.

Feste da fate. I viali del giardino parevano di fuoco; il verde degli alberi e delle spalliere luccicava di splendori metallici; le donne di Caltanisetta coi mariti, coi fratelli, con noi, parevano una famiglia innumerevole che si rallegrasse là dentro di qualche lieta avventura. Rinfreschi, vini e dolciumi, tanto da satollare per una settimana tutti i poveri della città.

Castrogiovanni, 10 luglio.

Ma perché ci hanno fatti camminare traverso i monti, per sentieri che è miracolo se nessuno vi lasciò la vita? Vero è che abbiam veduta la pingue campagna, una coppa d’oro. Quei bovi che pascolavano per le praterie, fiutavano nell’aria il nostro passaggio, e la fila interminabile di rosso dava loro negli occhi spaventati. Un toro inseguì due dei nostri sbrancati e vaganti forse in cerca d’acqua. Li vedemmo correre su per un’erta, colla formidabile testa del furioso animale due passi dalle reni. Un d’essi poté arrampicarsi a un albero, l’altro tirava sempre a correre su d’una ripa dove il toro lo avrebbe arrivato. Senonché un boaro, galoppando curvo che la sua testa era tutta nella criniera del cavallo, giunse coll’asta calata e vibrò nel fianco alla bestia come un lanciere. Il toro fuggì muggendo, lanciando zolle, flagellando l’aria colla coda rabbiosamente.

* * *

Io pensava che quando eravamo a Gibilrossa, ora un mese e mezzo, furori messi i partiti d’assaltare Palermo o di ritirarsi qui su quest’amba, per ordinarvi la rivoluzione, farsi forti e ripigliare la guerra. Quasi tutti i capitani propendevano per questo, ma Garibaldi no. Volle Palermo. Forse indovinava che ritirati quassù avremmo avuto tempo a languire un po’ ogni giorno, finché la rivoluzione si sarebbe spenta, e noi con essa.

* * *

Scrivo a pié d’un castello che un tempo dominava la città. Ora è carcere dove fu chiuso un sergente della compagnia di Agesilao Milano, che n’uscì cavato dalla rivoluzione, ma canuto, curvo, spentosi senza la forza nemmeno di potersi rallegrare del suo paese. Così mi hanno narrato ed io noto. E noto che veggo il lago Pergusa a un cinque miglia da qui. Pare un pezzo di cielo caduto in mezzo a praterie fiorite. Circa lacus lucique sunt plurimi et laetissimi flores omni tempore anni: dice Cicerone parlando d’Enna, l’antica città ch’oggi è Castrogiovanni. Lo lessi, saran sei anni, nelle Verrine. Chi m’avrebbe detto allora: Vedrai quei luoghi?

* * *

In faccia a Castrogiovanni, Calascibetta sicura, cupa, sul monte che par tutto basalti, rotto d’anfratti, fulminato.

Nella valle il fondaco della Misericordia, lugubre nome che fa luccicare lame di pugnali agitate nella notte da masnadieri.

Veggo laggiù la nostra artiglieria, i carri, le sentinelle e un brusìo di soldati rossi. Non vi deve essere un alito. Quassù invece una brezzolina che sfiora la guancia soave.

* * *

Notizie di Bixio. Conduce la sua brigata per l’isola sulla nostra destra. Ha riveduto il Parco, la Piana de’ Greci, Corleone; prosegue alla volta di Girgenti. Là i compagni nostri vedranno le ruine dei templi che piacquero a Byron, nella squallida landa sotto cui dorme un gran popolo. Il mandriano guarda indifferente quelle file di colonne silenziose, e il navigante si inchina ad esse da lontano.

Leonforte, 11 luglio.

Il capitano Faustino Tanara solo, ritto su d’un poggiolo, guardava co’ suoi piccoli occhi l’orizzonte largo; pareva un aquilotto che stesse cercando una direzione per provarsi a volare. Sulla sua faccia ride l’anima franca e ardita, ma non v’è mai allegrezza piena. Eppure la certezza d’essere amato da tutti dovrebbe fargli gettare sprazzi di luce dal core. Che dolce natura! Il più meschino soldato gli è carissimo, persin Mangiaracina, un siciliano di non so che borgo dell’Etna, testone che pare un maglio in una parrucca fatta di pelle d’orso, e ha gli occhi sotto certe grotte, da dove guardano come due malandrini appostati. Un dì vidi Tanara in collera, stanco di Mangiaracina che butta le gambe come un ippopotamo e fa rompere il passo alla compagnia. Gli prese l’orecchio e pizzicando gli disse: “Ma tu perché ci sei venuto con noi; e l’Italia che se ne deve fare della carnaccia tua?”. Mangiaracina gli si empirono gli occhi di lacrime, e guardando il suo Capitano come fosse stata la Madonna, umile e dolce rispose: “Cabedano, ci aggio ‘no core anch’io”. Tanara gli strinse la mano.

Egli ha trent’anni. In battaglia si trasforma. La sua persona nervosa guizza, scatta, squarcia come saetta nelle nubi. Allora tutti lo ammirano; si teme di vederlo l’ultima volta: dopo si rincantuccia malinconico; non gli si può cavare una parola.

San Filippo d’Argiro, 12 luglio.

Partimmo da Leonforte col fresco delle due dopo la mezzanotte e camminammo lenti sino alla levata del sole. Allora ognuno diede una scossa come fanno gli uccelli, e volò coll’anima per gli orizzonti dell’isola. Le solite vedute. Boschi di mandorli come da noi i castagneti; terreni che dovrebbero gettar oro; qua e là gruppi di contadini che ci guardavano accidiosi e pensando chi sa che cosa di noi.

San Filippo è una cittadetta gaia, e ci si dice che di qua al mare sia la più bella parte dell’isola. Arrivammo che una processione rientrava in chiesa da non so che giro fatto per chieder pioggia.

Corre voce che una colonna di regi usciti da Siracusa ci attendono verso Catania, Dev’essere vero perché si partirà fra poche ore. Una battaglia là dove pugnarono gli Ateniesi di Nida; o a’ piedi dell’Etna dove si svolsero tanti drammi delle guerre servili? E Garibaldi non è con noi! Ma se nel forte del combattere arrivasse da Girgenti Bixio, come un uragano?

Adernò, 14 luglio. Pomeriggio.

Ho fatto tutta la marcia con Telesforo Catoni che sin da Marsala desideravo d’aver amico. Egli era della compagnia Cairoli e studiava leggi a Pavia. Ha nella persona qualche cosa che attrista; non si sa perché, ma si sente certa compassione di lui. Una capigliatura nera lussureggiante; un par d’occhi che saettano, grandi, eloquenti; una testa che potrebbe essere piantata su d’un atleta; e invece una esilità di membra, un torso tenue che a un soffio dovrebbe piegare. Eppure non è stato addietro un passo, mai. Sta quasi sempre solo; adora Foscolo e il carme dei Sepolcri che sa a memoria, e se ne pasce come d’un cibo leonino. Camminando meco recitava i versi di Maratona, che detti da lui, nella notte, in mezzo alla colonna che marciava, mi parvero i più belli, i più forti da Dante in qua. Cantoni ha molto del foscoliano, e chi ponesse il suo ritratto per frontespizio nell’Ortis, ognuno direbbe che certo il povero Jacopo fu così. Ha diciannove anni, è Mantovano come Nuvolari, come Gatti, come Boldrini, tutta gente bizzarra e valente, che hanno un po’ del Sordello.

Paternò, 14 luglio.

Da Adernò a Paternò, una camminata in faccia all’Etna, che da Santa Caterina non si è più perso di vista. Per la falda che par si rigonfi infinita, trionfano boschi di verde cupo, dai quali si libera e si lancia il gran monte, brullo fino alla cima, bianco di neve, alto che il fumo del cratere vi galla sopra accidioso, come se non potesse salir di più. Dorme il gigante che conta gli anni dalle sue furie e dai popoli che ha disfatti. Sono tanti e che storie! Eppure spesseggiano nelle macchie i villaggi, lasciando indovinare da lungi la gente felice che deve abitarli.

Catania, 15 luglio.

Credeva d’entrare in una città di Ciclopi, ma appena oltre la porta minacciosa per i massi di cui e formata, ecco la via lunga fino al mare, ampia, lavata, fresca come vi dovesse passare la processione del Corpus Domini. Eravamo un drappello che precedemmo la brigata e i primi fiori gli avemmo noi. In piazza dell’Elefante una sentinella chiamò la guardia, dieci o dodici giovinotti balzarono a schierarsi, presentarono l’armi facendo le faccie fiere. Sono gente del paese intorno, raccolta da Nicola Fabrizi.

* * *

Entrò la brigata. Eber cavalcava alla testa, le compagnie camminavano franche, con gli schioppi che uno non passava l’altro, con una cadenza di passo da vecchi soldati; davano piacere a vederle.

Staremo qua riposando alcuni giorni. I borbonici di Siracusa e d’Agosta non si sono mossi; ma bisognerà vegliare perché siamo in mezzo ad essi e a quei di Messina.

17 luglio.

Ho bell’e visto; questi per noi sono gli ozi di Capua, Catania ha dei profumi che addormentano. Siede come Venere nella conchiglia, spossata dal godimento d’un cielo, d’una campagna, d’un mare, che sembrano fondersi insieme in una sola vita per farle delizia. Si sente una soavità d’aura anacreontica, su, vino e rose! Lampeggiano gli occhi delle donne uscenti dai templi come Dee, colle vesti bianche, i manti neri di seta fluttuanti dalle trecce per le spalle. E noi guardiamo, noi beviamo l’incanto ammirando.

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