Giuseppe Cesare Abba – Da Quarto al Volturno – Sezione 3 – Da Milazzo a Messina

Dov’è, che cosa è Milazzo? Sono corso a vedere la carta; eccolo tra Cefalù e il Faro, una lingua sottile, che si inoltra e par che guizzi nel mare.

D’oggi in là quel po’ di terra scura, col castello di cui sento parlare, non mi verrà mai vista con la fantasia tra l’acque azzurre, senza che la visione si mescoli di file rosse correnti come rivi di sangue in mezzo al verde dei fichi d’India, pei canneti, nel letto secco dei torrenti, sulla riva del mare torrida e bianca. Medici, Cosenz, Fabrizi, profili austeri balenarono qua e là: non li conosco, ma ormai gli eroi so immaginarli, so come Garibaldi li fa. E vedrò passare, quasi fuga di forsennati in mezzo ai nostri, un gruppo di cavalli napoletani. Che vogliono, dove vanno? Intorno al Dittatore appiedato si fa un cerchio di quei cavalli, un arco di spade, di lancie turbina su di lui, suona fino ai più lontani del campo un urlo di gioia, di ferocia borbonica; ah quello può essere il momento che salvi la corona a Sofia! Ma Missori e Statella sentono che nel gran poema questo sarà il loro canto: e dalla pistola girante del Lombardo gentile, dalla spada del Siracusano cavalleresco, esce la morte meravigliosa. Fuggite, o lancieri! Il vostro capitano vi condusse da Messina promettendo la testa del Leone, ma non lo vedrete più. Cadde dal suo cavallo colla gola tagliata dal Dittatore. Egli è nella polvere. E Garibaldi dal Veloce che venne fulminando per l’alto mare ad offrirsi, torna a mettersi nella battaglia colle sue grandi ispirazioni di marinaio.

Il canto del poema finirà narrando del vecchio castello, dei fuggenti a ricoverarvisi, di Bosco, inutile prode, che avrà per grazia del Dittatore spada e cavallo, mentre che ne uscirà patteggiato. E al Veloce, sopraggiunto, come fosse stata l’anima del morto Magiaro, si darà il nome di Tuköry, l’eroe di Porta Termini.

Catania, 24 luglio.

Parte la Compagnia straniera di Volf. La conduce verso Taormina il capitano Giulio Adamoli, un giovinotto lombardo tutto delicatezza e bravura. Vanno a vedere se da Messina si è mossa gente borbonica per affrontarci, e domani partirà la brigata.

27 luglio.

Arrivarono polverosi, ma abbaglianti; la banda in testa suonava una marcia guerriera. Bixio, su d’uno stallone pece che gli brillava sotto leggero come una rondine, la faccia bruna incorniciata dal capperuccio candido, pareva un Emiro che tornasse da una spedizione misteriosa nel deserto. Volteggiò spigliato cogli ufficiali che aveva dietro, si piantò in un punto della piazza in faccia all’elefante di pietra che sta là sonnolento: a un suo comando la fila si spezzò, i battaglioni piegarono, voltarono rapidi, giusti, attelati, e si fermarono in un bell’ordine di colonna che parea fatto di soldati messi là uno alla volta. Questo è un reggimento da presentargli le armi i più vecchi del mestiere. Ne parlai con gli amici, e mi hanno detto che attraverso l’isola Bixio non gli ha lasciati riposare un istante. I soldati per le marce forzate, furono più d’una volta sul punto d’ammutinarsi: ma sì! chi oserebbe essere il primo con quest’uomo che non mangia, non dorme, non resta mai?

Non saprei perché, ma egli entrando in Catania non pareva guari contento. Anzi gli cresceva quella minaccia che ha sempre tra ciglio e ciglio.

Chi sa come vada d’accordo con quel capitano che gli vidi a lato e che dev’essere suo Capo di Stato Maggiore? Colui sta a cavallo colle gambe spenzolate come fossero di cenci ma nella vita pare corazzato. Ha i capelli a lucignoli scialbi come la pelle, guarda che pare lì per addormentarsi. Ma sotto i mustacchi, uno più lungo dell’altro e cadente, la bocca ride sempre d’un riso sprezzatore, mentre l’orecchio pare teso ad ascoltare rumori misteriosi, lontani. Mi dicono che sia un alto ingegno venuto su dall’esercito piemontese. V’era sottotenente dei bersaglieri sin dal quarantotto; ma per non so che sdegno patriottico ne uscì, quando avvennero i fatti di Milano nel cinquantatre. Tutti mi hanno l’aria di star in guardia da lui; buon compagno d’armi ma derisore che dove tocca scotta o leva il brano. Prenderebbe in canzonatura magari il Dittatore; ed io lo chiamo Mefistofele in camicia rossa. È Giovanni Turbiglio.

Giardini, 28 luglio.

Aci Reale, Giarre, Giardini, tre cittadette che il mare le vuole e l’Etna le tira a’ suoi piedi come schiave. Si va, si va e sempre questo monte che non finisce mai di mutare aspetti, sempre quelle sue falde fresche d’ombre che uno le gode con gli occhi, tirando innanzi a camminare divorato dal sole, nella strada gialla, polverosa di lava, sulla quale danza un calore che a stender la mano par di palparlo, rete di metallo infocato.

A destra, fin dove può l’occhio, un azzurro di mare che non somiglia punto a quel di Liguria, né a quello là di Marsala. È il nostro bel mare, per tutto, ma qui ha trasparenze profonde, lontane, direi successive come i cieli di Dante. Forse ha senso di godimento sotto questo sole che gli penetra sin nel fondo; perché in quest’ora di mezzodì ha quasi un’aria di infinita bontà. Mi fiderei di dire che vi si può camminare sopra a piedi asciutti, e a guardarlo m’entra nell’anima la soavità squisita di cose intese da fanciullo, i cieli, i laghi, le buone genti di Galilea.

Ma là, oltre quell’ultima linea che altrove par finire in un balzo pauroso alla fantasia, s’indovinano terre come queste e più deliziose. La Grecia non poté, non potrebbe essere che laggiù. Par di sentire un profumo d’antico e un suono da quella parte venuto in qua nell’aria, nell’acque; dolce oggi come allora quando Virgilio cantava gli amori dell’Alfeo con l’Aretusa.

* * *

E Sant’Alessio è un fortino lì sulla via, fatto anticamente per dar da ridere ai barbareschi. Non v’è una guardia, ma quel vecchio cannone da quella balestriera come parca che ammiccasse! Raveggi, passando meco a pié del forte, mi disse: “Ecco il mio sogno! Aver quarant’anni e più ed esser messo qui con quattro veterani slombati. Me ne starei sdraiato ora su d’uno spalto ora d’un altro, guardando il mare attento attento, invecchiando adagio adagio, bevendo a sorsi la vita, il vino e le fantasticherie della mia testa”.

In riva al mare.

Comincio a vedere chiara l’ultima punta di Spartivento. Quando da giovanetti dicevamo in versi: Dall’Alpe a Spartivento! io questi azzurri gli aveva indovinati, veduti, respirati. Ma ora non mi proverei neanche a descriverlo il digradarsi di tinte turchine, tante sfumature quanti sonvi piccoli promontori sin laggiù dove troveremo Messina. E quelle linee là oltre lo stretto che paiono guizzi nell’aria, tutti monti della favolosa Calabria, dove chi pose piede coll’armi in pugno sempre morì?

Silenziose, gravi, fumose come avessero Pensieri tristi, le navi napolitane vanno e vengono per lo Stretto. Passare all’altra riva, ecco il problema. Ma il Dittatore vive.

Messina. 27 luglio.

Sul piano di Terranova, tra la città e la cittadella, stanno due file di sentinelle, borboniche e nostre. Tra le due file una ventina di passi, terreno neutrale. Le sentinelle si guardano, appiccano discorso, tirano innanzi un pezzo, poi o si fanno il broncio, o qualcuna dalla parte borbonica piglia la corsa e si rifugia di qua, gridando viva l’Italia, gettando berretto, budrieri, ogni cosa; mentre una turba di fruttaiole e di pescivendoli si fanno addosso al disertore per divorarselo a baci. Ma alle volte i nostri tentano gli altri invano, e scappa detta qualche impertinenza. Allora uno, due, tre borbonici lasciano andare la schioppettata, i nostri rispondono; ed ecco un allarme generale, un suon di tamburi e di trombe da noi e nella cittadella. Sui bastioni spuntano le teste dei cannonieri, le miccie fumano. Ma corre un ufficiale di Stato Maggiore, nostro, uno borbonico esce dalla cittadella; si incontrano, si parlano, si stringono la mano, poi danno di volta e tutto è finito. Commediole che fanno ridere, ma che a qualcuno costano care. Stamane la cittadella tirò persino una cannonata. La palla enorme sforò netto un casotto da doganieri, e andò rotolando lontano lungo il molo. I nostri corsero furiosi da tutte le parti, e vidi un mutilato giovane saltellare colla sua gamba di legno per tener piede ai più pronti. Agitava uno schioppo colla baionetta inastata, e gridava che era tempo di dar l’assalto.

Messina. Tornando da Torre del Faro. 28 luglio.

Sino a Torre del Faro è una deliziosa passeggiata. Per un tratto villaggi puliti anche assai; dopo, una landa sabbiosa via via fin dove balza la Torre bianca su da un mucchio di casupole grame. Poco verde là intorno; ma splende nel fondo il mare, poi la lontananza dove non si vede più che colla fantasia, chi n’ha.

In faccia a Torre del Faro, di là dallo Stretto, tira l’occhio una riga di verde cupo, a’ pié delle montagne, che paiono incalzarsi e venir giù rovinando per colmare i fondi del mare tra le due terre. Qua e là quel verde è interrotto da villaggi biancheggianti; sulla spiaggia move gente; file di armati luccicano di continuo di su di giù per una strada che deve menare a Reggio. In mare, le navi della crociera, che guardano qua dove si lavora di zappa e di badile, a piantare certi cannoni! Riconobbi tra quei ferravecchi la colubrina che portammo da Orbetello. La civettona sta là in batteria, allunga il collo verde fuori della gabbionata, un bel dì farà la rota come una tacchina. Ha una storia essa! Ma se i cannonieri che le fanno la guardia e la lisciano, sapessero le eresie che ci ha fatto dire da Marsala a Piana de’ Greci, la butterebbero in mare.

* * *

Il Dittatore se ne sta chiuso in una cameruccia a tetto là nella Torre, e intorno a quella accampano i Carabinieri genovesi. Non sono più i quarantasette di Calatafimi, drappello insuperabile per coscienza, ardimenti, virtù militare. Ma quelli hanno formato il quadro d’un battaglione che a Milazzo corse il campo come un uragano, e lo tenne dovunque apparve. Né sono tutti liguri. Le loro file si sono aperte a giovani d’ogni parte d’Italia; e quei cinque o sei sopravvissuti all’eccidio di Sapri, che appena liberati dalle fosse della Favignana vollero vestirne l’uniforme, portarono nel battaglione un alito della grande anima di Pisacane.

Fiumara della Guardia, 9 agosto.

Ieri sera quando fu ben buio, venti barche si staccarono dalla riva di Torre del Faro, la prora diritta alla Calabria. Portavano ognuna dieci o dodici uomini armati, sull’ultima, ritto, gli accompagnava il Dittatore. Si innoltrarono nel silenzio dello stretto e presto furono perdute di vista. Le navi da guerra borboniche erano state sino a sera incrociando là in faccia; alcune si erano poi andate a porre dietro il promontorio di Sicilia, in quell’ombra vaporosa che, di giorno, veduta di qui, mi pare un sogno sereno avuto da fanciullo. Ma due erano rimaste nel bel mezzo del canale. I nostri in folla alla riva, stettero coll’agonia di sentire fra momenti l’urlo dei compagni sommersi: o forse qua e là per lo stretto sarebbero scoppiati gli incendi delle navi nemiche. Ma verso le undici il forte di Scilla balenò, una cannonata destò tutti i campi delle due sponde; poi si intesero delle schioppettate là nell’oscurità lontana; dopo, un silenzio come quando è calato il coperchio d’una sepoltura.

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Ora si sa quel che avvenne. A mezzo lo stretto, il Dittatore, accertato che le barche non avevano più nulla a temere delle navi borboniche, lasciò che andassero innanzi, designandone per guida una dalla vela latina. E tornò di qua. Su quelle barche navigavano Alberto Mario, Missori, Nullo, Curzio, Salomone, il fiore dei nostri con un dugento volontari scelti, comandati dal capitano Racchetti della brigata Sacchi; capo dell’impresa Musolino da Pizzo.

Due barcaiuoli che v’erano mi narrarono, e narrando tremavano ancora che quando si avvidero del passo cui i nostri si andavano a mettere, essi non volevano più remare. Ma costretti, piangendo, pregando Maria e i Santi, tirarono innanzi con quei demonii. Nel buio alcune barche si staccarono dal gruppo e si smarrirono verso Scilla. I napoletani dal Forte avendole scoperte tirarono quella maledetta cannonata, appunto mentre il resto della spedizione toccava il punto designato, vicino all’altro Forte di Torre Cavallo e sbarcava scale, corde, arnesi d’ogni fatta per darvi la scalata. Nacque un po’ di confusione; le barche pigliarono il largo veloci, lasciando i nostri sull’altra sponda, nelle tenebre, senza guide, e alle prese colle pattuglie napoletane uscite dal Forte.

* * *

La nostra brigata era venuta qui per essere trasportata in Calabria se l’operazione di ieri notte riusciva. Occupiamo il greto d’un torrente, allo sbocco d’una vallicella allegra e ben coltivata. Nessuno ha mosso una pietra; non si vedono quei lavoretti che fanno i soldati per accomodarsi il campo dove sanno d’aver a stare: tutti si tengono come uccelli sul ramo pronti a volar via.

Fiumara della Guardia, 10 agosto.

Fra noi e i trecento nostri, il mare, le navi, e i borbonici dell’altra sponda!

Sono là in faccia, su quella costa di monte in quel verde pallido, sopra Villa San Giovanni, ma lontani, in alto. Vediamo del fumo che cresce, si allarga, si fa fitto; si sentono le schioppettate sorde. S’indovina col cuore che i nostri assaliti si difendono, superbi di combattere, trecento al cospetto di tutti i reggimenti accampati di qua, da Messina al Faro!

* * *

Ebbi un lampo nell’anima. Il desiderio di questa Sicilia che mi tirava a sé da tanto tempo, empiendomi la fantasia di delizie e il core di pene misteriose; quella certezza che aveva di trovare nell’isola, non sapeva chi, ma qualcuno conosciuto, caro, un amico; tutto mi veniva dall’aver letto, anni sono, il Dottor Antonio di Giovanni Ruffini. Me ne sono avveduto dianzi udendo rammentare questo libro, che mi tenne sull’ali tanti giorni dopo che l’ebbi letto. E fui lì per inginocchiarmi sull’arena, a ringraziare a mani giunte lo scrittore che dall’Inghilterra rivelò all’Italia questa parte delle sue terre, questo popolo qual è, o qual sarà, non importa.

11 agosto.

Una sfilata d’ufficiali. Quel colonnello quadrato, che camminando tentenna la testa grigia come minacciasse qualcuno dinanzi a sé, è un inglese che colla carabina coglie dove vuole. Si chiama Peard. Non ha un comando, ma tiene sempre dietro al corpo più vicino al nemico. Porta i suoi cinquant’anni come noi i nostri venti, fa la guerra da invaghito, tira in campo come a una caccia di tigri, ed ama l’Italia. L’altro che gli somiglia un po’ è il maggiore Specchi. Artista e soldato, ha sparso del proprio sangue dovunque si è combattuto per la libertà, in Italia e fuori, Non è mai stato al fuoco che non abbia toccata una ferita. L’ultima l’ebbe a Milazzo. Il Dittatore gli vuol bene come a un fratello; perché hanno vissuto insieme pel mondo, dopo la caduta della Repubblica romana, adorando e sperando. Quello con gran barba, un po’ curvo, vestito di scuro, era De Flotte. Camminava a lato di Specchi, e come vecchi amici parlavano tra loro. De Flotte è una di quelle persone la vita delle quali si indovina alla mestizia serena, che hanno in tutto l’essere: e la fantasia vede la croce sotto il cui peso camminano stentando. Egli, rappresentante del popolo quando il colpo di Stato si gettò sopra Parigi, stette fino all’ultimo della resistenza, poi esulò. Credo che fosse ufficiale di marina. Qui non è che un uomo di buona volontà che rispose alla chiamata d’Italia come i Polacchi, gli Ungheresi, tutti i generosi d’altre patrie, che ci hanno portato le loro spade gloriose.

Vidi Nicola Fabrizi, una figura da Condottiero biblico. Se quest’uomo fosse comparso in un congresso di Re, a domandare giustizia per l’Italia, i Re si sarebbero alzati a riverire in lui il popolo che può dare un cittadino della sua sorte. Semplice, non mai accigliato, pare che spanda intorno un’aura di benevolenza; passa, e si vorrebbe mettersi a camminargli dietro, sicuri d’andar con lui a buona meta. Se un fanciullo gli si abbracciasse alle ginocchia in un momento che per Fabrizi fosse di vita o di morte, egli si chinerebbe a carezzarlo. Dai tempi di Ciro Menotti, va innanzi costui! Ha creduto, gli è cresciuta la fede ogni dì; non si è mai volto addietro; gli anni non gli han fatto cadere le penne, ed ebbe sempre certezza di vedere il gran giorno d’Italia. Ora che si comincia a sapere come il Dittatore poté lanciarsi a questa impresa, si sa che Fabrizi da Malta, Crispi e Bixio in Genova, gli hanno messo nella coscienza che l’Italia si deve farla in quest’anno o forse mai più.

* * *

Ho riveduto il maggiore Vincenzo Statella con un taglio di traverso nel naso, che rialza la fierezza impressa sulla sua faccia. Un ufficiale ungherese trottava da Torre del Faro, portando non so che ordini del Dittatore. A un certo segno si fermò a pié d’una batteria, chiedendo qualcosa a Statella che era lassù. Statella, o non badasse o non capisse, l’Ungherese gridò, Statella rispose stizzito. Quattro e quattr’otto, fu combinato lì per lì, di scambiare due colpi di sciabola; Statella ne toccò, l’Ungherese tirò avanti al suo destino.

Questo figlio di prìncipi, che ha il padre generale borbonico dei più vecchi e dei più devoti, capitò anelando a Palermo ad abbracciare il Dittatore, il suo vecchio capitano del 1849, venuto a liberargli l’isola. Chi l’avrebbe sognato? È di Siracusa. La sua nobiltà l’ha scritta in fronte; ma il suo coraggio!… Ne parleranno i lancieri borbonici potuti scampare a Milazzo da Missori e da lui.

15 agosto.

Il Veloce che nel 1848 era un legno da guerra della Rivoluzione siciliana, preso poi dai Borboni, fu ricondotto alla Rivoluzione da un Anguissola, e ribattezzato col nome di Tuköry. A Milazzo lavorò da buono; e l’altra notte il Piola, ufficiale della marina sarda, lo condusse a un’impresa che se riusciva!… Si voleva spingersi a Castellamare, impadronirsi del Monarca, vascello borbonico da ottanta cannoni, e a rimorchio menarlo qui, per piantarlo al Faro come una fortezza. Il Tuköry arrivò a Castellamare senza incontri. Era mezzanotte: il Monarca giganteggiava nero sull’acque. Pareva cosa fatta. Alcuni dei nostri bersaglieri del battaglione Bonnet, si calarono nelle lance per tagliare le gomene del Monarca; altri davano già la scalata; ma ecco l’allarme, le trombe, i tamburi, tutta la guarnigione di Castellamare corsa a far fuoco; e cannonate, e schioppettate a grandine. Fu forza rinunciare alla presa. Il comandante del Tuköry stimò inutile stare a farsi cogliere e si ritirò; ma lento come Ajace, a suo agio, lasciando i Napoletani a mitragliare le tenebre.

* * *

Spira un’aria di mistero che pare venga fuori da non so che antro. Non si è più visto il Dittatore da parecchi giorni, e chi dice che è via, chi vuole che se ne stia chiuso nella Torre del Faro. Come il Corrado di Byron, se ci fosse Gulnara!

* * *

Ho voluto dare una corsa fino a Giardini. Quella costa, quelle cittadette mi erano rimaste tanto nel cuore! Trovai per via molti amici della brigata Bixio, che tutti hanno ormai qualcosa di lui nel fare, nel dire, sin nella guardatura. Questo generale pare fatto per tempi come questi e per noi. Piglia la gente, la rimpasta, la rifà: con lui o fare, o rimanere spezzati in mezzo alla via. Uno sguardo, una parola; non basta? gli scatta via magari una sciabolata: e questa è la sola deformità del suo essere. Se ne lagnano tutti; ogni poco i suoi volontari vorrebbero abbandonarlo. È violento, è insopportabile! “Ebbene? Sotto chi preferireste servire? Sentiamo”. “Ma!… eh!… sotto Bixio!”. Infatti non ci sono in Italia trenta come lui. Se una palla lo toglie di mezzo, sarebbe come ad avere le nostre forze scemate a un tratto un bel poco: e se il Borbone avesse un ufficiale come Bixio, forse… ma no, non voglio scrivere questo pensiero. Dicono che Bosco vale lui? Eresia!

Bixio in pochi giorni ha lasciato mezzo il suo cuore a brani, su per i villaggi dell’Etna scoppiati a tumulti scellerati. Fu visto qua e là, apparizione terribile. A Bronte, divisione di beni, incendi, vendette, orgie da oscurare il sole, e per giunta viva a Garibaldi. Bixio piglia con sé un battaglione, due; a cavallo, in carrozza, su carri, arrivi chi arriverà lassù, ma via. Camminando era un incontro continuo di gente scampata alle stragi. Supplicavano, tendevano le mani a lui, agli ufficiali, qualcuno gridando: Oh non andate, ammazzeranno anche voi! Ma Bixio avanti per due giorni, coprendo la via de’ suoi che non ne potevano più, arriva con pochi: bastano alla vista di cose da cavarsi gli occhi per l’orrore! Case incendiate coi padroni dentro; gente sgozzata per le vie; nei seminari i giovanetti trucidati a pié del vecchio Rettore. “Caricateli alla baionetta!”. Quei feroci sono presi, legati, tanti che bisogna faticare per ridursi a sceglier i più tristi, un centinaio. Poi un proclama di Bixio è lanciato come lingua di fuoco: “Bronte colpevole di lesa umanità è dichiarato in istato d’assedio: consegna delle armi o morte: disciolti Municipio, Guardia Nazionale, tutto: imposta una tassa di guerra per ogni ora sin che l’ordine sia ristabilito”. E i rei sono giudicati da un Consiglio di guerra. Sei vanno a morte, fucilati nel dorso con l’avvocato Lombardi, un vecchio di sessant’anni, capo della tregenda infame. Fra gli esecutori della sentenza v’erano dei giovani dolci e gentili, medici, artisti in camicia rossa. Che dolore! Bixio assisteva cogli occhi pieni di lagrime.

Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi lo videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva! ma niuno osò più muoversi. Sia pur lontano quanto ci porterà la guerra, il terrore di rivederlo nella sua collera, che quando si desta prorompe da lui come un uragano, basterà a tenere quieta la gente dell’Etna. Se no, ecco quello che ha scritto: “Con noi poche parole; o voi restate tranquilli, o noi, in nome della giustizia e della patria nostra, vi struggiamo come nemici dell’umanità”.

Vive chi ricorda d’una sommossa avvenuta per quei paesi lassù, sono quarant’anni. Un generale Costa v’andò con tremila soldati e quattro cannoni, ma dové dare di volta senza aver fatto nulla.

E sul finire del secolo passato, il titolo di duca di Bronte, fu dato a Nelson. Bixio che titolo gli daremo? Non questo che fu di chi strozzò Caracciolo!

Messina, 18 agosto.

Il Dittatore non è più a Torre del Faro, né a Messina, né in Sicilia: si sente da tutti come qualcosa che sia venuto meno nell’aria, nella natura, in noi: ma nessuno osa dire né chiedere che sia stato di lui. Pare che ognuno temerebbe di sentirselo galoppare addosso gridando: “Tu che vuoi sapere?”,

Intanto s’odono dei discorsi cozzanti come sciabole. C’entra l’Imperatore di Francia, c’entra Vittorio Emanuele, e una lettera che si dice egli abbia scritta al Dittatore, per intimargli di astenersi d’ora in poi da qualunque passo contro il re di Napoli.

– Lustre per tener a bada l’Europa! dice uno.

– Scrivano e leggano, dice un altro, noi intanto una di queste notti passeremo lo Stretto.

Ma quelli che vorrebbero andare più alla lesta, dicono addirittura che Vittorio farebbe meglio a mandar Persano col Govèrnolo e colla Maria Adelaide, a piantarsi in mezzo al Canale per farci far largo.

20 agosto, mattino.

Cannonate laggiù in mare verso il Capo dell’Armi! Che poesia di nomi! Ma che sgomento pensar che ogni colpo spegne la vita a tanti, tra i quali può essere qualche amico che non vedremo mai più. Gente che viene da Catania dice che nella notte arrivarono a Giardini due vapori, che tutti quei di Bixio vi montarono, ma non sanno altro…

Bixio è in Calabria, Bixio! Col Dittatore! Dunque è ricomparso improvviso un’altra volta su la spiaggia nemica, quest’uomo che un po’ pare appena vivo, un po’ si trasforma arcangelo che spiega l’ali e rota la spada come un raggio di sole! Marsala e Melito, due nomi, due sbarchi; Garibaldi e Bixio due volte nello stesso cielo di gloria; e noi qui che si vorrebbe tutti gettarsi in mare e nuotando arrivar di là. Non ho mai sentito com’ora l’avidità fusa da Virgilio nell’ombre del sesto canto:

… Stavan pregando,
E le mani tendean pel gran desio
Dell’altra sponda….

E poiché tanto romanticismo portato da Garibaldi nell’arte della guerra, non fa dimenticare la gentilezza classica di Virgilio; io, immaginando la Corte di Napoli quale deve essere all’annunzio del Dittatore in Calabria, al rumor d’armi crescente, odo ancora la nota malinconica dell’Eneide che mescola di lutti diversi la reggia. Oh quella Regina, che pianti! Si capisce come il generale Bosco bello e prode, preso da tanto dolore si sia tutto votato ad essa dopo Milazzo. Ma Garibaldi indovino l’ha vincolato a non tornare in campo prima di sei mesi. E Francesco secondo perché non monta a cavallo e non viene a piantarsi ai passi di Monteleone? Eccolo! Perire là; o ricacciandoci, affogarci tutti in questo mare, che di notte o di giorno vogliam passare.

22 agosto 1860. Al Faro.

E ora mi pare di aver più profondo, più intero, anche il sentimento di quei versi del Manzoni: Dolente per sempre chi Dovrà dir sospirando: io non v’era! È un patimento, un dolore squisito, che non somiglia a nessun altro dolore. I nostri sono di là, hanno combattuto, e noi non c’eravamo!

O frate Calasanziano maestro mio; cosa fai, in questo momento, nella tua cella, donde, in quello scoppio del quarantotto che noi sentimmo appena da fanciulli, l’anima tua di trovatore si lanciò fuori ebra di patria? E quasi voleva andarsene dalla terra, quel giorno del quarantanove orrendo, quando dalla cattedra dicesti ai tuoi scolari: Fummo vinti a Novara!

Ci narravano i più grandi, che il padre maestro, dicendo così, era caduto sfinito: e noi mirandolo per i corridoi del collegio, rapido, sempre agitato, fronte alta, capelli bianchi all’aria, e l’occhio in un mondo ch’egli solo vedeva; ci sentivamo mancar le ginocchia e pensavamo a Sordello di cui, leggendoci Dante, ci voleva infondere la gentilezza, la forza e lo sdegno.

Fu lui, gran frate, che del cinquantatre ci lesse, nella scuola, l’ode: Soffermati sull’arida sponda. Non disse il nome dell’autore, ma promise il primo posto a chi lo avesse indovinato. Indovinammo tutti! Non avevamo già letto il Coro del Carmagnola?

Ora di quell’Ode mi torna l’ultima strofe e l’accento con cui il padre leggeva: Dovrà dir sospirando: io non v’era! E a lui, in questo momento, ritornano forse le immaginazioni di noi sette od otto suoi scolari che siam qui; forse ricorda come ci faceva raggiar di collera quando ci leggeva nel Colletta la morte del Caracciolo, o gli eccidi dei Napoletani del novantanove; forse dice che alle guerre di Sicilia ci preparò egli stesso.

25 d’agosto. Spiaggia del Faro.

A Bagnara, là in faccia, sulla sponda Calabrese, gran lutto. Ieri, mentre sbarcavano quelli del Cosenz, fucilati dai Napoletani del general Briganti, cadde morto La Flotte nella sua camicia rossa di colonnello garibaldino. Narrano che mentre s’imbarcavano qui al Faro, il maggiore Specchi volle dargli una rivoltella, e ch’egli sorridendo e ringraziando avrebbe voluto non accettarla; perché, disse, al primo colpo che avesse tirato contro un uomo, un altro avrebbe ucciso lui. Dunque voleva andar tra i nemici come il vecchio eroe dell’Henriade, che si cacciava nella mischia, sempre esposto a morire senza ammazzare mai? – La Flotte morì. Ma il Dittatore lo fa vivere per la gloria della Francia e dell’umanità, gridandolo nell’ordine del giorno con parole che valgono ben più d’ogni vita.

Dormirà La Flotte nella poetica terra di Calabria, che tanto ora è sua più che nostra: lo nomineremo noi, tutta la guerra, perché dicono che da lui sarà chiamata la compagnia di quei dugencinquanta francesi, venuti a portarci il fiore del loro coraggio.

26 d’agosto.

A segno di stella.

Il campo era così. Giù nelle bassure, e sulla riva del mare la brigata del general Briganti; su in alto come spettatori sulle gradinate d’un teatro antico, i nostri. Ma se i Napoletani non si arrenderanno, tutta quella nostra gente rovinerà loro addosso e li affogherà nel mare. Si aspetta; è notte, Garibaldi li vuole prima dell’alba; e agli avamposti.

– Tenente, avete orologio?

– Generale, no.

– Non fa nulla! Coricatevi qui, così: guardate quella stella, quella più lucente, là: e guardate anche quell’albero. Quando la punta di esso vi nasconderà la stella, saranno le due. Allora su, e all’armi!

Così, con la semplicità d’un Re pastore, con l’eleganza d’un eroe Senofonteo, meglio ancora! così come egli stesso nelle foreste vergini Riograndesi de’ suoi giovani anni, Garibaldi diede l’ora a segno di stella.

Ma d’assalto non ce ne fu bisogno. Dicono che il general Briganti si vide col Dittatore, e che patteggiò la sospensione dell’armi. Me l’hanno descritto. Che spettacolo tutta quella brigata ridotta a nulla, quei soldati mandati sciolti! Non li vidi, ne godo; devono essere cose da rompere il cuore.

27 d’agosto.

Altre nuove! Pare il marzo, quando i ghiacci si rompono, e vanno via a grandi pezzi portati dalla corrente. Il generale Melendez, con un’altra brigata, circondato dai nostri, la sciolse e se n’andò. I comandanti borbonici si lavano le mani di tutto l’uno su l’altro, da grado a grado; non c’è più disciplina, tutto si squaglia. Gli è che la Reggia e piena d’imbelli; e la Rivoluzione avvolse l’esercito come di un’aria che non si può respirare.

Ma si dice che, ier l’altro, il general Briganti se ne andava solo soletto a cavallo, verso chi sa dove, per far chi sa che cosa, e che arrivato a Mileto si imbatté nel quindicesimo reggimento napoletano, accampato, tra gli urli: Al traditore! Allora egli smontò e, a piedi, si avanzò in mezzo ai soldati. La sua maestà di vecchio e la calma del volto potevano vincere; ma un tamburo maggiore gli si avventò con una puntata del suo bastone, e lo passò fuori fuori a morte. Altri dicono che fu ucciso con una schioppettata a bruciapelo.

Quando traverseremo quella campagna tragica, mi parrà che l’aria tremi ancora del truce fatto. Tutte tragiche queste rupi della Calabria! Là presso devono essere stati uccisi i Romeo; non lontano di là dev’essere il passo dell’Angitola dove, nel quarantotto, caddero i Calabresi e la gente dei Musolino. Passo passo c’è tutta la storia dei francesi di re Giuseppe e di re Gioacchino…; e non sorge re Gioacchino stesso, tragica ombra su quel Pizzo laggiù?

Ma di quel povero general Briganti non me ne posso dar pace! Ho inteso dire che in Palermo, quel giorno che Garibaldi c’entrò da Porta Termini, egli comandava nel forte di Castellamare, e che non sapeva risolversi a dar l’ordine di bombardare la città. Sussurrano pure che allora, tra gli ufficiali, ci avesse un figlio, ma di tutt’altro cuore. Che misteri sotto le tuniche dei soldati, quando sul trono v’è Nerone o Augustolo, e di mezzo fra trono e soldati c’è la patria che geme!

Marcia trionfale verso Napoli

30 d’agosto.

Viaggiamo sul Carmel, vapore postale francese che viene dai porti della Siria, e ci pigliò a Messina, un centinaio, quasi tutti feriti o malati che se ne vanno a casa un po’ di giorni. C’è il Medici di Bergamo, furioso per nostalgia, che vorrebbe uccidere il Comandante, perché gli pare che il vapore non voli come bramerebbe lui. Sul castello di poppa vi sono delle signore che ci fanno un’aria di primavera soave. Bellissime due giovinette catanesi che paiono fatte di sogni.

Tutta gente felice, tranne quella bella donna francese, alta grigia, che forse avrà quarant’anni. Dice un capitano di fanteria francese ch’essa fu nella Siria, donde torna anche lui, e che vi fu a cercar il sepolcro di un suo figliuolo, sottotenente, che vi morì. Il capitano parla dei cristiani del Libano e delle armi di Francia laggiù: par sin che gli dolga della nostra guerra, perché non lascia badare alle cose di quella parte così bella e così poetica della terra. Ma quei di Calabria e di tutto il Regno non sono cristiani che gemono peggio che sotto i Turchi?

Nel porto di Napoli, 31 d’agosto.

Il cielo, il golfo, l’isola, il Vesuvio che esulta nell’azzurro ardente, e tutta la campagna che si ammanta di colori fini, sempre più fini, via via sin laggiù dove sfuma nell’aria; nulla, sa nulla di quel che avviene? Ma! l’immensa città che sgomenta a vederla, bolle di passione che si indovina. Quella è la Reggia. Dunque da quei balconi, mostrando loro i galeotti nel bagno, Ferdinando secondo diceva ai figli suoi che quelle catene erano l’alfabeto dei giovani prìncipi?

Lontano, lungo una via a mare, si vede una colonna di soldati che vanno, vanno, vanno. Chi sa cosa sarà di loro tra pochi giorni? Guardo il mare qui attorno. Forse il Carmel galleggia nel punto dove, improvviso, venne su dall’acqua il cadavere del Caracciolo, son sessant’anni. Tra questi vecchi barcaroli che vengono intorno al Carmel, vi potrebbe essere chi lo vide: eppure a noi il fatto dà un senso di antichità buia buia. Le barche della polizia ci rondeggiano intorno, ma dei signori napoletani son venuti a bordo lo stesso, e si son lasciati vedere a parlare con noi. Garibaldi, Garibaldi; è il loro spasimato desiderio, la loro agonia. Quando verrà?

Un signore nostro compagno di viaggio che fece un giro per la città, torna e dice che vi si parla d’una gran cosa avvenuta in Calabria. A Soveria Mannelli, Garibaldi avrebbe fatto deporre le armi ai quindicimila soldati del general Ghio! Ma allora che farà il re di Napoli? Si stenta a non lasciarsi prendere da un certo sentimento di compassione.

Salpando da Civitavecchia, lo settembre 1860.

Il capitano Lavarello, vecchio lupo di mare, livornese, ci chiamò in disparte e ci disse una bella cosa. “Ecco là. Quella goletta da guerra pontificia è l’Immacolata. Chi ci sta a un bel colpo da corsari? Tutti? Allora si aspetta un altro poco, si dice a tutti questi garibaldini di badare a noi, si salta sul Comandante del Carmel e sui suoi, si mettono giù sotto coperta senza toccar loro un capello, ma chi si muove guai! Un po’ di voi si calano dal vapore con una gomena, balzano sulla goletta del papa, spazzano nella stiva quei pochi mozzi che vi sono sopra, poi si legano a noi, io prendo il comando del Carmel e a tutto vapore rimorchio via l’Immacolata. Quando ne avranno accese le macchine, vi monto su io, lasciamo che il Carmel se ne vada al suo destino, e noi navighiamo verso la Calabria, a far della goletta un presente a Garibaldi”.

Pareva cosa fatta. E si pregustava già non so che gioia, come a leggere Byron. Chi sa che strida le signore, chi sa il capitano francese che abbiam con noi, e il soldato francese che era là in sentinella sulla punta del molo! E poi chi sa che fuga giù pel mare, e che pericoli, e che misteri! Ma a un tratto il Carmel si mise a salpar l’àncora e addio. Mentre ci allontaniamo, guardo laggiù i monti del Lazio. Da quest’acque, Garibaldi giovinetto pensò la prima volta a Roma.

Napoli, 14 settembre 1860.

Dieci o dodici giorni sono, quando vidi Napoli dal porto, mi sarei lanciato giù dal Carmel per arrivarvi a nuoto. Ora che ci sono, non mi par più… Forse è stordimento. Grande, immensa, varia da perdervisi, e fastosa fin nello sfoggio della miseria. Non vidi mai sudiciume portato in mostra così! Ho dato una corsa pei quartieri poveri; c’è qualcosa che dà al cervello come a traversare un padule. La gente vi brulica, bisogna farsi piccini per passare, e si vien via assordati. Ma su tutte quelle faccie si vede l’effusione di un’anima che si è destata e aspetta… Chi sa cosa vogliono, cosa sperano, chi sa? E se una notte si scatenassero, a furia, urlando Viva chi sa che Santo, che sarebbe di noi, che cosa del Dittatore? Eppure egli se ne sta sicuro nel palazzo d’Angri. Dubitosi siam noi piccini e di poca fede: egli ne ha da movere le montagne, e si sente dentro l’anima di tutto il popolo. Forse che non fece tutto quello che volle? E cosa avremmo potuto noi poche migliaia se alla testa non avessimo avuto lui? E messi tutti in un solo con tutte le loro virtù, avrebbero potuto quel che egli poté tutti i generali d’Italia? Bisognava il suo cuore, e forse quella sua testa, quella sua faccia che fa pensare a Mosè, a un Gesù guerriero, a Carlomagno. E chi lo vede è vinto.

14 settembre. Nei Granili di Napoli.

Ritrovo la mia brigata. Nulla, nulla! Il senso che dà questo sentirsi assorbito nella vita d’un gran corpo di giovinezza, d’amore e valore, non c’è nulla che lo possa dare! Li ho riveduti tutti! Catanzaro, Tiriolo, Soveria, Rogliano, Cosenza, la brigata Eber camminò per tutto quel tratto della Calabria, tenda il cielo, letto la terra, ma senza tirare una schioppettata. Mi descrive tutto Daniele Piccinini, il più bel capitano della brigata.

A Cosenza si trovarono quasi tutti i Corpi delle nostre Divisioni, a un tempo, come se ci si fossero data la posta. Fu un pensiero di Bixio? Schierate sul terreno, dove sedici anni

sono caddero fucilati i Bandiera, le Divisioni fecero una commemorazione eroica. Bixio incendiò l’aria così: “Soldati della rivoluzione italiana, soldati della rivoluzione europea; noi che non ci scopriamo se non dinanzi a Dio, ci inchiniamo alla tomba dei Bandiera che sono i nostri Santi!”. – E le Divisioni ascoltavano mute il discorso breve, vibrato e tempestoso come il mare su cui Bixio visse mezza la vita. Dice Piccinini che se ad ognuno fosse stato detto: Vorresti essere uno di quei morti? ognuno avrebbe risposto che sì, che sì. Perché Bixio li fece passar vivi e trionfanti dinanzi a tutti, sì che la loro morte parve più bella delle nostre vittorie. Certo il martirio ha molto più di divino che il trionfo.

E mentre la cerimonia si compiva nel Vallo di Crati, il Dittatore entrava in Napoli quasi solo, salutato dalle milizie lasciate qui da Francesco secondo; acclamato da un popolo che dev’essere parso quello di Gerusalemme il dì delle Palme. Cose da dar le vertigini, da far allungar la mano per pigliar la corona. Ma Garibaldi passò, sorrise, e alla Reggia non diede nemmeno uno sguardo.

Napoli, 15 settembre.

Per Caserta, a furia! Ieri i regi uscirono di Capua… chi sa? Si sente che da Capua a qui c’è un passo, e di mezzo quasi nulla, poche camicie rosse. Cosa sarebbe un improvviso ritorno. Ruffo, Fra Diavolo, l’orgia del novantanove!

Caserta, 15 settembre.

Quella dei borbonici di ieri non fu che una ricognizione, ma grossa. Gli ungheresi della legione, dove si piantano, nessuno li può muovere più. Ebbe un bel caricarli, la cavalleria napoletana; si ruppe contro i loro gruppi come onda contro gli scogli. Allora venne avanti la fanteria. Ma i bersaglieri del Tanara con quei del Corrao le si avventarono alla baionetta, e via, via, la fecero voltare, dandole poi dietro quasi fin sotto le mura della cittadella. A tornare fu un guaio. L’artiglieria dei bastioni li fulminava.

* * *

Bravissimo e mite il generale Türr! Non si crederebbe a mirare quella sua faccia fiera. Egli a soffocare le reazioni, poco o punto sangue. Non ne versò in Avellino, non in Ariano, dove fu quasi solo e mise la pace. Ieri l’altro spacciò il maggior Cattabene a Marcianise, grosso borgo poco lontano di qui, dov’era scoppiata la reazione al vecchio grido borbonico di Viva Maria! – Cattabene è tornato, dopo aver quetato tutto, con due soli morti di quattordici che n’aveva condannati. “Ma vogliamo tutti morti, anche gli altri dodici!” grida la gente di Marcianise, e viene una deputazione a domandar a Türr questa grazia. No, no, dice Türr, perdóno, oblìo, concordia: noi non siamo qui per le vostre piccole vendette.

* * *

16 settembre.

Non venisse a saperlo nemmeno l’aria! Garibaldi parte per la Sicilia, chi sa che cosa avviene colà? Ma chi sa cosa potrebbe accadere qui, se i borbonici di Capua venissero a sapere ch’egli non c’è?

20 settembre.

Ieri grande dimostrazione contro Capua, dicono per dar agio ad altri nostri di prendere Caiazzo che è una grossa terra di là dal Volturno. Dicono ancora che fu per conoscere una buona volta tutto il nemico, quanto n’è rimasto fedele al Re fuggitivo. Ma si sprecò del gran sangue! Troppo ardore negli ufficiali, troppo nei soldati.

Si cominciò dall’estrema sinistra, poi fu l’inferno su tutta la linea. Noi d’Eber, sulla via di Sant’Angelo, fummo i meno combattuti. Ma abbiamo ben visto cacciatori e fanteria e artiglieria volerci venir addosso, se una parte dei nostri, con due cannoni, non cominciava. Il loro fuoco fu così ben diretto e nutrito che quella colonna, non osando avanzarsi, ripiegò. Allora fu inseguita, e i cannoni furono tratti fino in faccia alla fortezza. Là, sfidando quaranta pezzi, fecero fuoco fin che vi fu un artigliere in piedi; poi come si vide che i cacciatori volevano venirseli a pigliare, corsero i bersaglieri della brigata Milano e li trasportarono in salvo.

Appunto in quel momento s’udì gridare dalla nostra destra: Egli è qui, egli viene, il Dittatore, il Generale! – E apparve dalla parte di Sant’Angelo Garibaldi bello e raggiante. Noi sotto i suoi occhi, fummo fatti piegar a sinistra, per rintuzzare un nuovo assalto di borbonici usciti freschi da Capua. Piombammo sul fianco di quella colonna, una cosa che mi parve un lampo, e quella sparì. Ma ne caddero dei nostri! Il capitano Marani di Adria giaceva là tra gli altri con un braccio spezzato; bel biondo, chi sa come rimarrà mutilato!

Ora si dicono le glorie dei morti. Non conobbi il colonnello Puppi, che fu sventrato dalla mitraglia quasi sulla porta di Capua. Mi piglia una gran tristezza, mi par quasi un torto di non averlo visto mai.

E il povero capitano Blanc da Belluno? Lasciò il suo grado d’ufficiale dei Granatieri e se ne venne a perder qui una gamba. Ma Cozzo, Narciso Cozzo, quel barone palermitano, che pareva un gentiluomo degli Altavilla rimasto vivo per saggio della stirpe. Ebbene, cadde di palla tra i Carabinieri genovesi, quei gloriosi veliti che si son fatti un obbligo di essere sempre primi.

28 settembre.

Da cinque giorni, ogni mattina, ci si mette sotto l’armi, e ci stiamo dell’ore. Così s’esercita il cuore. Perché è una gran prova quella di prepararsi a morire, e poi no, sentir dire che non è ancor tempo, tornarsene e pensare: sarà per domani. Ma qualcosa di tragico si avvicina. C’è nell’aria un gran gonfiore di tempesta. L’ordine del giorno di alcune sere sono, parlava vagamente di assalti serii, e diceva dei se mai che facevano tremar le viscere. Non di paura, no, di sgomento patriottico. Se mai concentrarsi tutti a Maddaloni. E poi? Poi, verrebbe a dire che tutto sarebbe perduto, e che là si dovrebbe finir tutti.

30 settembre. Sera. Quartiere di Falciano presso Caserta.

Il cannone di Capua si è fatto sentire tutto questo pomeriggio; ora con l’avemaria tace. Non v’è più dubbio; i napoletani usciranno e saranno molti. I loro scorridori tentano qua e là i nostri lungo tutta la linea del Volturno, e stamane si provarono a passarlo alla scafa di Triflisco. Ma quei di Spangaro li hanno respinti.

So che il Generale è stato da Bixio, qua oltre, nella gola di Maddaloni: so che si son detti delle parole solenni e che Bixio sentì Leonida in sé. “Fin che sarò vivo, nessuno passerà!”. Lo disse, e sarà Vangelo.

1° ottobre, 3 antimeridiane.

Che malinconia dopo il primo sussulto del cuore! Un galoppo, una Guida: Colonnello Bassini! Colonnello Cossovich! E poi le trombe. Come è rauca quella della guardia, e di malaugurio! Ma questa che si mette a suonar la sveglia nel nostro cortile, con trilli di allodola montanina, questa è di Viscovo, e sveglierebbe i morti. Egli sa mettere l’anima sua nel suo strumento, e quando l’ha imboccato, egli non c’è più, se ne va tutto in note. Pare che dica: Morire, morir così! Povero trovatello, raccolto da noi sulla gran via della patria, non so in qual punto della Sicilia, venne con quell’ombra di corpicciuolo a sedici anni; ma cosa, cosa venne cercando? Più che la morte no. Tale dove essere nel pensiero di Virgilio Miseno l’eolide, di cui niuno fu più potente a spingere colla tromba i prodi.

La battaglia del Volturno

1° ottobre. Caserta. Nella piazza del Palazzo Reale.

Eccoci qui di riserva, quasi tutta la Divisione Türr. La battaglia infuria, su d’una tratta, che a segnarla ci vuole tutto il gesto del braccio largo quanto si può farlo. Noi qui non si muore ancora, ma si provano delle angoscie come a essere nel Limbo. Veggo delle faccie d’un pallore mortale, ne veggo d’allegre, di pensose, di fatue; chi sa come è la mia?

In un canto della piazza v’è un battaglione di Savoia, ora brigata Re. I soldati stanno sotto le tende, e gli ufficiali si aggirano intorno ad esse, forse temendo che qualcuno ne sgusci via e venga con noi. Ma ci guardano, e c’invidiano: noi da un momento all’altro possiam essere chiamati, essi no. No? Ma allora cosa ci son venuti a fare? Vedo un capitano, Savoiardo vero, certamente ancor di quelli del quarantotto. Volge verso noi i suoi occhi chiari, nei quali par la visione dei suoi compatriotti passati alla Francia. Forse gli piange il cuore, perché pensa che erano dei migliori; e che alla guerra quando si griderà: Savoia! Savoia non vi sarà più.

* * *

Ed ecco un altro capitano dell’esercito di Vittorio, ma dell’artiglieria. Giovane quanto me e già capitano, io lo credeva uno dei nostri, di quei vanesii che per pompa si fanno far la divisa. Ma dietro lui venivano stretti degli artiglieri, proprio di quei di lassù, qualcuno colla medaglia della Crimea. Vengono da Napoli, vanno in cerca di Garibaldi, vogliono darsi col loro capitano che si chiama Savio, nobile piemontese. – “Cosa ci vengono a fare? – ha detto un ufficiale dei nostri: – poi vorranno aver fatto tutto loro, aver gli onori e tutto…?” – “Ahi, amico, diamo loro dei cannoni e poi lasciali andare… Vedrai che Garibaldi non dirà come te”.

Una carrozza da Santa Maria, una donna dentro, viso di fuoco. capelli di fuoco, gesti di fuoco, e un angelo, e una Furia, che cos’è? Parla con un colonnello ungherese, si mette le mani alle tempie, deve dire cose orrende; o che i feriti e i morti sono già a centinaia, o che di Capua vien fuori la nostra rovina. Ohimè! perché non è italiana? Si chiama Miss White, è moglie del Mario, uno dei nostri migliori, forse la più bella testa che possa essere spezzata oggi da un misera palla di soldato ignorante.

* * *

E da Maddaloni una Guida volando… “Dov’è, dov’è il generale Türr”. Bixio domanda aiuto! – Aiuto Bixio? Dunque dev’essere agli estremi. O sole che vedesti tante cose orrende nel mondo, o Dio, non lasciate perir l’Italia, oggi… qui…

* * *

Primo battaglione, prima e seconda compagnia, pigliate l’armi, fianco destr, via. Tocca a noi. Portiamo a Bixio questi quattro petti; sgriccioli che andiamo in aiuto dell’avvoltoio.

1° ottobre. Ore 2 pom.

E poi venimmo salendo il monte, volgendoci sgomenti a guardare dietro di noi Caserta, e più lontano Santa Maria e la campagna, tutto fumo e scompiglio. Dal di là dei monti Tifatini venivano dei rimbombi che parevano echi ed erano battaglia. E ben presto, sul versante opposto a quello per cui salivamo, avremmo scoperto il campo di Bixio. Al tuonar dei cannoni pareva ch’egli indietreggiasse. Ma arrivati alfine in cima, allora che vista! Giù giù per i pendii a sinistra, sul gran ponte, sotto ed oltre, un formicolìo di rosso fra nembi di fumo e delle grida che parevano di centomila. Più basso delle tinte nere che s’allontanavano; borbonici vinti, passi amari di fuga. Nello stradone, fuor del tiro dei nostri più avanzati, stava serrato un grosso squadrone di cavalli; due cannoni da lontano lanciavano ancora delle granate qua e là, contro di noi; tiri da Parti.

Bixio tornava indietro e il suo sguardo diceva: Vittoria! – Cosa siete voi? – domandò al Capitano Novaria. E Novaria: – Gente della brigata Eber. – Correte per di là su Valle, e fate presto: mettetevi agli ordini del colonnello Dezza.

1° ottobre. 3 pomeridiane.

La mia dolce terra delle Langhe, quasi sconosciuta all’Italia, l’ho sentita, vista, goduta un momento, qui, così lontano, su questi greppi di Monte Calvo.

Passavo attraverso quelle vepraie lassù, per quel sentieruolo dove non passò forse mai persona buona ad altro che a patire, sudare e pregare. E mi saltò fuori come di sottoterra un ufficiale tutto sanguinante in faccia e lacero la camicia, con un mozzicone di sciabola in mano. Mi chiamò: O tu, dove vai? – Alla mia compagnia sopra Valle. – E da dove vieni? – Dal quartier generale. – E Bixio? – Trionfa! – Con queste e poche altre parole, mi parve di parlare con uno delle mie parti. – E tu, chi sei? domandai già pieno di gioia per quell’incontro con un mio compatriota, in camicia rossa: – Io sono Sclavo di Lesegno. – Ed io il tale. – E allora ci abbracciammo, ci baciammo. Non ho mai compreso il paese natio come in quel momento. Le nostre Bormide, il nostro Tanaro, le nostre belle montagne, quei borghi, quelle terricciole, dove c’è della gente così modesta, buona, contenta di poco, e semplice! Poi mi narrò come si trovasse là, così solo e maltrattato. Poche ore prima, in uno degli ultimi assalti, rimasto in mano dei Bavaresi, questi se lo trascinavano via caricandolo di oltraggi; ma gli era riuscito di liberarsi, e se ne tornava a quel modo per imbattersi in me suo paesano. Eppure forse non gli passò per la mente che io potrò dir le sue lodi, nelle nostre vallate.

Verso sera.

Si principia ad aver delle notizie, ma vaghe. Non si ode più il cannone. A Santa Maria, a Sant’Angelo, a San Leucio, su tutta la linea, vittoria, dopo dieci ore di battaglia. Qua, a sinistra, tra quelle gole di Castel Morrone, il maggior Bronzetti, con un mezzo battaglione, tenne la stretta contro i borbonici, sei volte più numerosi dei suoi. Morì, morirono, ma il nemico non poté passare. – Ora come si devono sentire uomini quelli che hanno fatto tanto, e si mettono a giacere per un po’ di riposo! Ma chi sa dove sono andate l’anime dei nostri morti? Come si farebbe a credere che esse non siano più, più, assolutamente più? Vero è che sul campo la morte non par nemmeno morte! – Qui è proprio un trapasso.

Sopra Valle. 2 ottobre. Mattino.

“Ma finita la battaglia, allora avresti veduto quanta audacia e quanta forza d’animo…”. A chi faremo l’onore delle parole di Sallustio? Ci sono dei Bavaresi saliti a morire fin sulla vetta di Monte Caro, in mezzo ai nostri; vi sono dei garibaldini che rovinarono, inseguendo a farsi ammazzare, fin quasi laggiù alle case di Valle. Questi morti bavaresi che giacciono nelle loro divise grigie, sono ancora pieni di ferocia nelle faccie mute. Omaccioni quadrati, non più giovanissimi, alcuni con delle grinze. Le loro fiaschette, chi le tocca, sono ancora mezze d’acquavite. Dovevano aver mangiato e bevuto bene, poche ore prima di venir alla battaglia, contro i nostri quasi digiuni. Lassù, proprio sul cocuzzolo di Monte Caro, un d’essi trovò un piccolo recinto, fatto d’un muricciuolo a secco, forse per gioco, da pastorelli. Egli vi si mise dentro e non ci fu più verso a scacciarlo, neppur quando, fuggiti i suoi, rimase solo. Lo dovettero finire come una belva in rabbia, perché di là dentro avventava baionettate tremende. Nel suo libretto si trovò che egli si chiamava Stolz, di non so qual paesello della Baviera. Chi sa? Egli si sarà creduto di salvare, su quel cocuzzolo eccelso, il trono della bella Sofia, figlia dei suoi Re, venuta dal suo paese a regnar qui nella dolce terra d’Italia. Tranquillo com’uno che ha compito tutti i suoi doveri, ora giace sulla parte del cuore e par che dorma, o guati di sottecchi e ascolti. A vederlo c’è una processione. Ebbene, è ancora una gran fortuna finir così, piuttosto che di vecchiaia in un letto, forse sulla paglia, dopo aver fatto patir chi sa quanti! E piace vedere che tutti lo guardano con rispetto, dolendosi soltanto di tanto valore sprecato.

Ma stanotte, in sentinella a quattro passi dal morto, un siciliano di Bivona, quasi fanciullo ancora, nobile di non so che grado, chiamava ogni tanto: Caporale! faceva una voce che pareva gli uscisse dal recesso di tutti i dolori. E il caporale correva. Cos’era? Nulla. Ma un’ultima volta il caporale comprese, perché il giovinetto tremava e guardava quel morto là a quattro passi. – “Ah! Hai paura di lui?” – “Caporale, sì!”.

Fantasia!

* * *

Ieri visitai ad uno ad uno i piccolissimi altipiani che si digradano giù pel monte, dove un centinaio e mezzo d’uomini del Boldrini contesero il passo ai due battaglioni di Bavaresi che assalivano da Valle. E li trattennero tanto che poterono arrivare, ma un pugno, quei di Menotti. Non bastavano. Boldrini era ferito, feriti e morti molti ufficiali; dunque si doveva perdere una posizione così forte? Avanti, Menotti, avanti Taddei! Colonnello Dezza, guai se il nemico spunta quest’ala. Si caccia tra Villa Gualtieri e Caserta, in un’ora è nel piano, e getta per tutta la Terra di Lavoro il grido della riscossa borbonica, alle spalle dei nostri che combattono sul Volturno, e in faccia a Napoli che da lungi aspetta… Chi sa? Oggi può rimorir l’Italia!

Che gloria di picciotti, in quel momento! Due mesi fa erano riottosi a imbarcarsi pel continente: pareva che non avessero idea d’altra Italia, fuori del triangolo della loro isola: ma marciando per la Calabria trovarono i loro cuori, qui si son fatti ammirare. Caricarono come veterani!

Giù sugli altipiani, tra i pochi alberi tristi che non possono sbozzacchire in queste sassaie, quante camicie rosse che non si mossero più! Ne contai una ventina qua e là, qualcuno si riconosceva ai tratti mezzo moreschi, per volontario del Vallo di Mazzara, dove Bixio passò e raccolse gente. Ma vi sono delle testine bionde di settentrionali che paiono di fanciulle. Mi fermai vicino a un morto che avrà avuto sedici anni, e parlando per lui e per me, gli dissi delle cose che se le sapessi scrivere sarebbero un capolavoro. Dalla bisaccia gli usciva un pezzo di biscotto.

Odo dire che i perduti furono molti, e che gli ufficiali, tra feriti e morti, passarono la ventina, solo qui, su così poco spazio, e con sì pochi soldati. O allora a Villa Gualtieri, al Ponte, al Molino, e via poi sulla lunghissima linea, sino all’ultima sinistra nostra, fronte di tante miglia, curva strana così che Maddaloni è l’estrema destra e insieme stava alle spalle di quei che combattevano sul Volturno? – Quando se ne saprà il numero vero sarà un pianto.

2 ottobre verso le 11 antim.

Gran caccia da Re, veduta da questo cocuzzolo di Monte Caro! Un nugolo di borbonici, forse quelli che ieri dovettero passare sul petto di Bronzetti, si vanno aggirando di qua e di là, di su di giù, per quelle alture di Caserta Vecchia, e pare che non sappiano dove andare a dar del capo. Ma da tutte le parti spunta il rosso dei nostri e fa cerchio. Quelli si raccolgono, forse vogliono piantarsi e difendersi tra quelle rovine che danno al paesaggio quel tono lamentoso di grandezza morta e di desiderio. Cosa valgono quelle schioppettate? Tra momenti ci arriva anche Bixio. Se ne vede di qui la fila lunga su pel monte, e la testa tocca già l’altipiano. Partendo di qui disse ai suoi: Non mangerete finché coloro là non saran presi. – Pare che i borbonici si siano accorti di lui: c’è un poco di scompiglio… un loro cavallo parte; corre, torna; ora hanno la via rotta anche alle spalle. Si movono, vanno verso Sant’Angelo: retrocedono… ora discendono verso Caserta nuova; no, rimontano… Bandiera bianca! Che senso quest’urlo che riempie tutta l’aria colà! Pare un fremito della terra, tutto si muove… i nostri corrono da tutte le parti… Un gran silenzio…

Si sono arresi!

3 ottobre.

Aspetta e aspetta, i vinti di ieri l’altro non son più tornati. Così avessimo avuto della cavalleria da lanciar sulle lor code, che si poteva farlo senza crudeltà. Erano tutti stranieri del soldo. Ma quei di ieri presi a Caserta Vecchia erano italiani, proprio della colonna che s’azzuffò con Bronzetti a Castelmorrone e non potè passare. Guai se riusciva!

4 ottobre.

Ieri Telesforo che vive divorando tutto con l’anima, forse perché sente d’aver la morte dentro, venne da Santa Maria a trovarmi qui e mi disse: – Vieni? – Dove? – A veder cosa c’è in co del ponte presso a Benevento. – Andiamo pure.

Era quasi notte. Discesi da Monte Caro, passammo per quella bicocca di Valle, dieci casacce che parevano vecchie cenciose. Ma ieri l’altro, mentre i borbonici venivano alla battaglia, le donne di quelle case urlavano dalle finestre come Furie: Viva lo Re, e morte… si sa, a noi. Dice che si udivano sin da mezzo il monte, e che le loro grida facevano più senso che l’avanzarsi dei battaglioni.

Via per la strada grande andammo, andammo, andammo. Ma insomma dov’è questo ponte? Sempre un po’ fanciulli, si crede che tutto sia lì a due passi; ma Benevento era molto lontano. Non incontrammo anima viva; solo a tratti, nei campi lungo la via, si vedevano dei morti, forse soldati feriti ieri l’altro, poi spirati tra via e gettati dai carri.

Il ponte non si trovava. – “Pure andando ancora, più qua, più là si dovrebbe udir l’acqua… Vorrei vederla passare, al lume delle stelle, sentir il ponte sotto i nostri piedi, lasciar cadere una pietra dalla spalletta di esso, e immaginarmi d’essere un soldato angioino, e che là sotto giacesse Manfredi. Per me l’antico, quel che non è più è tutto. Quello che vive è nulla. Io stesso mi sento nulla; e se Garibaldi non fosse un’antichità non lo avrei seguito”. – Così diceva Telesforo e m’attristava.

In quel momento udimmo un trotto di cavalli che venivano dal Volturno. Ci siamo! Saranno scopritori borbonici, discendiamo nei campi. Passarono veloci tre cavalieri, e allora venne anche a me il soffio dell’antichità. Mi corsero per la mente quelli mandati da Carlo d’Angiò, sulle peste di Manfredi, creduto fuggitivo dalla battaglia: ma i vivi erano delle nostre Guide, gioventù ardita, fin temeraria. Andarono parlando allegramente lombardo. E noi, tornati sulla strada, tirammo avanti ancora un bel tratto fantasticando. – “Manfredi? Carlo d’Angiò? – seguitava Telesforo. – Il Re d’ora sì, è un Re da fuga! Ieri l’altro Francesco era in mezzo al suoi trentamila soldati: poteva mettersi alla testa di un migliaio di cavalli, tentar un punto della nostra linea, rompere, passare, galoppare a Napoli, trionfarvi! O così, o rimaner ammazzato, passato fuor fuori da uno dei più valorosi nostri, per esempio da Nullo. Non seppe fare né l’una né l’altra cosa, e così è finito. Quanto a Carlo d’Angiò, ora viene Vittorio Emanuele. Seicento anni tra loro: e invece d’un Papa che dica: Va, pigliati il Regno; v’è Garibaldi che dice: Venite! Vorrei vederli quando s’incontreranno Dittatore e Re”.

Tornammo ragionando come due frati; ma ogni tanto Telesforo tossiva e diceva d’aver freddo. Con quel suo mantelluccio si stringeva le spalle, e se ne teneva i lembi nelle mani sul petto. Quando ci trovammo tra le nostre sentinelle pareva già l’alba. Dei focherelli morivano su pei greppi di Monte Caro e della Villa Gualtieri; le camicie rosse nel grigio delle sassaie, nel verde ferrigno degli olivi mettevano un rilievo, una vita, quasi dei sentimenti. Sul ponte del Vanvitelli passavano delle file rosse, quete quete allora, andando forse a cambiar le guardie; ma lassù a un certo momento della battaglia s’erano incontrati i bavaresi e i nostri e da quell’altezza n’eran caduti. Dio! fa raccapriccio dirlo. E pensare che ieri l’altro, a quell’ora, il mio caro Traverso si svegliava baldo, e baldi come lui si svegliavano l’altro Traverso e lo Stella, tutti e tre di Marsala, e che prima del mezzodì eran morti e nell’eternità, già antichi come i più antichi defunti!

Caserta, 7 ottobre 1860.

Dissi all’amico Sclavo: tu, quello che vedesti ai Ponti della Valle, me l’hai da scrivere qui, tra le mie note. Egli prese il taccuino e scrisse.

“Garibaldi, tre o quattro giorni prima del fatto d’armi, era venuto a trovar Bixio e gli aveva detto: Mi fido a voi; queste sono le nostre Termopili.

“Tale fu la consegna: tutti sapevamo che là si doveva stare o morire. Aspettavamo.

“Il mattino del 13 d’ottobre, eccoti la divisione von Meckel, otto o nove mila uomini, avanzarsi da Ducenta, mirando al passo dei Ponti della Valle per Maddaloni. La testa della colonna era formata da uno squadrone di dragoni con elmo e rivolte rosse; seguivano due cannoni e un battaglione di cacciatori. Giunta a Valle quella testa di colonna spiegò i cacciatori sulla sua destra, e questi cominciarono a tentar l’altura dov’ero con la mia compagnia. Tiravano da settecento metri, lentamente, con quelle loro buone carabine, alle quali noi non potevamo rispondere. Intanto il grosso della colonna continuava a marciare accennando ai Ponti, centro della nostra linea.

“Mandai subito certo Calogero messinese, che avevo meco per guida, avvisando con un biglietto il maggior Boldrini che eravamo assaliti. Ebbi in risposta che badassi bene a non prendere lucciole per lanterne. E male ce ne incolse, perché quel battaglione di cacciatori già invadeva il bosco a sinistra e cominciava ad avvolgerci incalzando con fuoco ben nutrito.

“Allora il maggiore Boldrini volò a noi con due compagnie, e senz’altro dove vide spuntar le canne dei fucili, tra gli alberi fitti, là si slanciò, gridando: Alla baionetta, Viva l’Italia!

“Non aveva ancor detto che già una palla entrata nel petto gli usciva per la scapola destra. Cercai di sorreggerlo e di tirarlo via, giacché il nemico irrompeva dal bosco e dovevamo ritirarci, ma egli non volle, mi respinse. – Lasciatemi, che ormai sono un uomo inutile! – Disse, cosi, e dove cadde rimase. Noi indietreggiammo sopraffatti, e poi tornammo rinforzati da una cinquantina di bersaglieri Menotti. Guardai; il povero maggior Boldrini non v’era più. Seppi poi che i Bavaresi lo avevano trascinato testa e piedi giù per i dirupi, sino a Valle, dove lo abbandonarono, e fu poi raccolto morente dai nostri, dopo la vittoria.

“Caddero in quel nostro ritorno molti dei nostri, morti e feriti, tra gli altri Evangelisti e Carbone, genovesi dei vostri di Marsala. Ma non era ancor nulla, eravamo appena al principio. Sai come il tempo vola. Continuavano gli assalti. Verso le undici, o poco dopo, ecco i Bavaresi sulla posizione di Menotti. Cominciavano ad avvolgere il poggio della Siepe, contrafforte di Monte Caro. Quivi li ricevevano a schioppettate e a baionettate, e li rintuzzavano le compagnie di Bedeschini e di Meneghetti, dirette da Dezza e da Menotti e da altri ufficiali che in quel momento facevano da capi e da soldati.

“Intanto altri Bavaresi apparivano sulla vetta del monte Calvo e vi si piantavano, e si vedeva che volevano postarvi due cannoni da montagna, per coprir di granate e di mitraglia noi più bassi e da quella posizione spingere forse qualche colonna alle spalle di Bixio. Sarebbe bastata ben poca gente a tagliargli le comunicazioni col quartier generale di Caserta, e a portar l’incendio borbonico nella Terra di Lavoro. Era un momento angoscioso. Tutti, anche i meno esperti, indovinavano il gran pericolo.

“Ma ecco spuntare lassù un battaglione: Son nostri? – son nostri! – Improvviso, dritto, marcia verso il cocuzzolo di monte Calvo. Maraviglioso! Il Comandante si vedeva dinanzi a tutti, col berretto in cima alla spada, e pareva di sentirlo gridare; gli altri correvano dietro a lui, per quell’erta, a gran passi, serrati.

“Era Taddei!

“Quel fare, quell’affronto, impone ai Bavaresi che oscillano un momento, ma si difendono, resistono, uccidono: poi si rompono, abbandonano la posizione, i morti, i feriti e fuggono in rotta.

“Noi, combattendo giù, vedevamo e ammiravamo quei vincitori lassù, e guardavamo pure l’attacco che in quel momento faceva la grossa, serrata colonna borbonica del centro, ai Ponti della Valle, dov’era Bixio coi picciotti. Era una cosa da far tremare. Se rompono, dicevamo noi, se passano sul corpo di Bixio, quelli stasera entrano in Napoli, e ricomincia l’orgia del 1799. Li vedevamo a mezza falda tra il piano e i muriccioli a secco della via trasversale che si allinea con l’acquedotto; e dietro quei muriccioli rosseggiavano i nostri quatti quatti, senza far fuoco, incantati. Noi pativamo, fremevamo; udii sin bestemmiare: Cosa fanno? Ma quando i borbonici arrivarono quasi al ciglio di quei muriccioli, allora quelle camicie rosse scoppiarono, 49 e su quelle teste di colonna si rovesciò un torrente, un uragano… urla feroci, baionettate. Si gelava, si infuocava il sangue a vedere. – I borbonici non ebbero agio né spazio di spiegarsi, e si volsero in fuga una sezione sull’altra, via, via, rovinando, e tutta la colonna scompigliata fuggiva alla meglio verso Valle.

“Di dove eravamo noi si dominava lo spettacolo, e si capiva che l’anima di tutta quella massa eroica di picciotti era l’anima di Bixio. Dunque Bixio e Taddei, eroi!

“La sera, ne contammo di morti! Ma le più gravi perdite le sofferse il mio battaglione. Morì Innocenzo Stella, colpito nella testa da una palla, furono feriti Herter, anch’egli, come Stella, vostro di Marsala, e Rambosio e Rugerone. Povero Rugerone! Colpito nel ventre da una scheggia di granata che gli uscì per la schiena, lo trovarono la sera in un burrone, lo trasportarono a Villa Gualtieri, dolorò diciotto ore, e alla fine la morte lo liberò. Antonio Traverso, della mia compagnia, andò a morire, non si sa come, nel boschetto, presso il battaglione Menotti, dove io lo trovai l’indomani mattina, trapassato il petto da una palla, con un fazzoletto bianco alla bocca, tutto insanguinato. Delle tre compagnie Boldrini, soltanto una ventina d’uomini col tenente Baroni di Lovere, ferito nel capo, si unirono alla sera a Menotti, e servirono a riformare il battaglione disfatto”.

Ecco quel che l’amico scrisse.

Caserta, 8 ottobre.

I nomi non li scriverei neanche se li sapessi. E non ne domando. Li ricorderanno purtroppo quelli che videro, e per tutta la vita li udiranno nell’anima, come furono detti dalla voce tremenda del Dittatore.

Nel primo cortile a sinistra di chi entra nel palazzo reale, i battaglioni di Taddei, Piva, Spinazzi, Menotti, Boldrini col resto della Divisione Bixio, aspettavano Garibaldi, che voleva salutarli per la loro vittoria di Maddaloni. Quattro schiere, davano le fronti ciascuna a un lato del cortile.

– Microscopica Divisione, fronte indietro! – gridò Bixio ai battaglioni, e non è mica uomo da aver detto per celia. Quei battaglioni si chiamavano Divisione prima del combattimento, così, forse per far la voce grossa, ma non era neppur una brigata: ora si potrebbero dir compagnie.

Entrava allora Garibaldi. Teneva in mano il cappello all’ungherese, e appena fu in mezzo al quadrato, parlò:

– Eroi della diciottesima Divisione, in nome dell’Italia io vi ringrazio!

Poche altre cose, orazion piccola, come sa far lui, poi subito i nomi di quelli che si segnalarono nel combattimento. Pareva che là dentro l’aria lampeggiasse di gloria. Ma poi il volto di Garibaldi si oscurò, e la sua voce divenne fiotto di tempesta.

– Ora che ho ricompensato i valorosi, punirò i vili!

Fu un fremito. Tre ufficiali, chiamati a nome in mezzo a quel quadrato, uscirono dalle file, trovarono la forza di far quei pochi passi senza cader fulminati; e là, sotto gli occhi di Lui, furono spogliati delle loro insegne da un Aiutante maggiore. E non morirono! Finito quello strazio, il Generale, continuando come uno che dà un addio a gente morta, disse:

– Andate, inginocchiatevi davanti al vostro Comandante, pregando di darvi uno schioppo, e al primo incontro morite!

Nel convento di Santa Lucia. 9 d’ottobre.

A Napoli? C’è troppa gente che briga. Non andare a farti levar la poesia; sta qui, filibustiere; per noi son buone queste celle di frati; cosa vuoi di più?

Io do molto retta al capitano Piccinini, sebbene abbia soltanto otto o nove anni più di me: anzi gli sto sotto come se fosse il gran Nicolò in persona. Ieri l’altro lo trovai sotto

quell’ulivo, allegro e raggiante tanto, che mi parve d’indovinare la visione che aveva dinanzi agli occhi. Egli leggeva una lettera a mezza voce, e appena mi vide mi venne incontro dicendo: – Le mie montagne ridono, mio padre le riempie della sua gioia. Sa che suo figliuolo Daniele è capitano!

E allora la voce gli si fece soavissima, e negli occhi lucenti gli si disfecero due lacrime. Poi mi abbracciò. E contro quel petto mi sentii come un’ombra. Che respiro largo e che colpi di cuore! Per essere puri e prodi come lui, bisognerebbe avere quel petto. E poi la sua modestia! Che seccature, per lui, certe cose! Ieri, a Caserta, era da Garibaldi, mentre alcuni ufficiali della marineria americana entravano a visitare il Washington d’Italia. – Ecco il modello de’ miei ufficiali: disse il Generale mostrando il Piccinini a quei marinai. – Non si darebbe la vita per una mezza parola di queste, detta da Lui? Eppure il Piccinini quasi quasi usciva mortificato. Ma già; egli non sa d’essere quello che tra tutti somiglia di più a Garibaldi. Semplice come Lui, bello, buono e fiero come Lui: saprebbe anch’egli vivere nel deserto, crearsi un mondo, e dimenticare questo degli uomini. Mi pare già di vederlo. Quando tutto sarà finito, in quattro o cinque passi, egli tornerà alle sue Alpi, nella solitudine della sua Pradalunga. E se gli diranno: Ebbene? Egli risponderà come se venisse da far una passeggiata. Ma a suo padre, oh! a suo padre narrerà tutto.

13 d’ottobre.

Nullo, Zasio, Mario, Caldesi, con una diecina di Guide comandate dal nostro Candiani, ieri partirono alla testa d’un battaglione, per luoghi lontani, che son di là dal Volturno, chi sa quanto, dov’è il Sannio, il tremendo Sannio. Nullo il braccio, Zasio la bellezza, Mario il pensiero, Caldesi la bontà. C’è tutto. Ma cosa vanno a fare? Chi dice che a incontrar Vittorio Emanuele, chi che a sedar una rivolta. A me par gente che va nel buio.

14 d’ottobre.

Ora sono proprio contento. Ho veduto l’uomo che per la semplice vita è forse ancor più intero di Garibaldi. Faccia quasi giovanile a settant’anni, persona quadrata che né fatiche, né stenti, né rovine d’ogni sorta non poterono fiaccare: berretto, soprabito, calzoni, tutto nero e assai vecchio, nulla di soldatesco. Ecco il general Avezzana. Tale fu forse il Vicario di Wakefield. È di quella tribù d’uomini che vanno avanti, con lo sguardo sempre fisso in certi punti lontani, che il mondo non vedrà mai. Eppure per essi quell’ideale lassù lassù, è realtà di vita interiore. Quanto all’esteriore e presente, sono come il Figlio dell’uomo che non sapeva dove posar il capo per dormire. Da mangiare n’avranno domani anch’essi, poiché n’hanno gli uccelli dell’aria. Per oggi basta fare il bene. E così ogni giorno. Sui laghi di Galilea, quando vi fiorivano le parabole di Gesù, gli uomini dovevano essere tutti come Avezzana. Vederlo con qual noncuranza cinge quella spada d’onore che gli fu data, chi sa per qual gloria delle tante sue d’America! Dicono che arrivò appunto di là, in tempo per correre a Caserta, incontrar Garibaldi nel momento più vivo della battaglia sul Volturno, salutarlo e entrar a combattere. Aver cercato continenti e mari, andando randagi, dalla giovinezza alla vecchiezza; aver amato, creduto, giurato di far l’Italia prima di morire; essersi raggiunti in un giorno di battaglia come quella del Volturno, l’uno già ministro della guerra in Roma, l’altro allora sotto di lui e ora Dittatore qui; cosa mi parlano della vecchia Cavalleria? Questa è storia romana, ma di quella antica, antica…

15 d’ottobre.

Stamattina s’ebbe un gran fatto. Per la prima volta, i soldati di Vittorio Emanuele combatterono davvero a canto dei Volontari di Garibaldi. Dico davvero, perché già il due d’ottobre quel battaglione della brigata Re che avevamo lasciato nella piazza del palazzo reale il giorno avanti, fu adoperato con pochi bersaglieri a far prigioniera quella tal Colonna borbonica di Caserta Vecchia. Ma quello fu un fatto senza poesia. Invece, stamattina, i borbonici uscirono da Capua baldanzosi, marciando verso Sant’Angelo, dove trovarono i bersaglieri e la fanteria regolare che li soffiarono via come pagliuzze. Gareggiarono con essi i volontari del colonnello Corte, a chi facesse meglio; così la voglia d’uscir di Capua i borbonici potranno averla; ma l’ardimento forse mai più.

20 d’ottobre.

Pettorano, Carpinone, Isernia, meritereste che su voi non venisse più né pioggia né rugiada, fin che durerà la memoria dei nostri, ingannati e messi in caccia e uccisi pel vostri campi e pei vostri boschi!

Tornano gli avanzi della colonna di Nullo; non si regge ai loro racconti; non sanno dire che morti, morti, morti! Par loro d’avere ancora intorno l’orgia di villani, di soldati, di frati che uccidevano al grido di Viva Francesco secondo e Viva Maria.

Povero Bettoni! La sua Soresina non lo vedrà più. Se ne veniva indietro ferito su d’una carrozza; cavalcavano a’ suoi lati Lavagnolo e Moro, pensando di poterlo porre in salvo a Boiano, e tornar poi a spron battuto dove Nullo combatteva, e i nostri morivano qua, là, a gruppi, da soli, sbigottiti dalle grida selvaggie. Poveri cavalieri! Il giorno appresso il tenente Candiani li trovò morti sulla via. Ah! quel Sannio, quel Sannio! Mi sento passar sul viso un soffio gelato come quel giorno che la spedizione partì: sin d’allora mi suonò nella memoria il nome delle Forche Caudine.

25 d’ottobre.

Sopra queste contrade deve essere passato non so che spirito. Gli abitanti ingrandiscono o impiccoliscono le cose per vezzo di dire. Il Volturnus celer è ancora sonante come nei versi di Lucano, una maestà d’acque verdi, che s’incalzano clamorose. Eppure a un guado di esso fu dato il nome di Scafa di Formicola. Quando vi passammo si rise del nomicino strano; sebbene si mettesse il piede sul ponte di barche che il Dittatore fe’ gettare dal colonnello Bordone in quel luogo; e sentirsi oscillar sotto, crescere, scemare quelle tavole mal connesse, desse sgomento. Eravamo noi di Eber, quei di Bixio quei di Medici, la brigata Milano; e vengono pure gli Inglesi della legione, gente bella, vestita come noi; camicia rossa, divise verdi ma di panno finissimo, cinture lucide come se tornassero dall’India.

Il giorno è nefasto.

Cadde il cavallo del generale Bixio, e l’eroe, rotta la testa e una gamba, si lasciò trasportare a Napoli, guardandoci con invidia. Non è che un uomo, ma senza lui, par che manchi qualcosa nell’aria.

* * *

Ci siamo accampati sull’orlo d’un bosco in cui potrebbe cavalcare Angelica fuggente; eppure lo chiamano Caianello, come se fosse un cesto di granetto fatto nascere per ornare il Presepio.

Intanto, che ci siamo venuti a fare? Là c’è Capua. i Calabresi che abbiamo trovato qui, ci dicono che i borbonici fanno delle apparizioni in quei fondi laggiù. A destra, lontano, abbiamo Gaeta. Quelli devono essere i monti di cui mi parlava il vecchio Colombo, quando raccontava d’essere stato nell’ottocentocinque, all’assedio fatto da Massena. E mentre io penso a lui che fu pure soldato della legione di Garibaldi in America, egli parla forse di questi luoghi con mio padre, che glie ne domanderà chi sa con qual cuore.

Oh! io vorrei esser quel falco, gettarmi da un capo all’altro del cielo, mandando strida per l’aria che imbruna! Ora a quella campana…! Di dove suona? “Era già l’ora che volge il desio…”.

* * *

Chi dice che siam qui per dare l’ultima battaglia, e che mentre combatteremo contro i cinquantamila borbonici che ancor tengono per Francesco secondo, arriveranno i soldati di Vittorio Emanuele con lui in persona, discendendo dall’Abruzzo per la via di Venafro. Chi ribatte che da Venafro potrebbero venire delle buone anfore di vino, di quello antico che piaceva a Orazi, ma che battaglie di campo, dopo quella del primo d’ottobre, non se ne possono più avere. Allora si marcierà per incontrare il Re!

L’incontro di Teano

26 d’ottobre.

Non lo dimenticherò mai, vivessi mille anni, ma non saprò mai ridirlo preciso e lucido, come mi guizzò nella mente, il pensiero che già ebbe Catoni, conversando con me, quella notte là, vagabondi, per la campagna oltre Maddaloni. Sono quasi seicento anni, Carlo d’Angiò veniva in qua da Roma segnato e benedetto dal Papa, e si pigliava la corona di Manfredi, tra i morti di Benevento. Il papa gliela aveva data, purché se la fosse venuta a prendere. Ma oggi un popolano, valoroso come… cos’importa dirlo? un popolano generoso come non sarà mai nessuno, semplice come Curio Dentato, delicato come Sertorio, anche fantastico come lui e sprezzatore come Scipione, in nome del popolo strappa quella corona al re di Napoli e dice a Vittorio Emanuele: È tua! –

* * *

Ho quasi un capogiro. Sono ancora pieno di quel che ho vedute, scrivo…

Una casa bianca a un gran bivio, dei cavalieri rossi e dei neri mescolati insieme, il Dittatore a piedi; delle pioppe già pallide che lasciavano venir giù le foglie morte, sopra i reggimenti regolari che marciavano verso Teano, i vivi sotto gli occhi, e nella mente i grandi morti, i romani della seconda guerra civile, Silla, Sertorio, che si incontrarono appunto qui, figure gigantesche come quei monti del Sannio là, e che forse non erano nulla più di qualcuna di quelle che vedo vive. Cosa ci vorrebbe a fare lo scoppio d’una guerra civile?

A un tratto, non da lontano, un rullo di tamburi, poi la fanfara reale del Piemonte, e tutti a cavallo! In quel momento, un contadino, mezzo vestito di pelli, si volse ai monti di Venafro, e con la mano alle sopracciglia, fissò l’occhio forse a legger l’ora in qualche ombra di rupi lontane. Ed ecco un rimescolio nel polverone che si alzava laggiù, poi un galoppo, dei comandi, e poi: Viva! Viva! Il Re! Il Re!

Mi venne quasi buio per un istante; ma potei vedere Garibaldi e Vittorio darsi la mano, e udire il saluto immortale: “Salute al re d’Italia!”. Eravamo a mezza mattinata. Il Dittatore parlava a fronte scoperta, il Re stazzonava il collo del suo bellissimo storno. Forse nella mente del Generale passava un pensiero mesto. E mesto davvero mi pareva quando il Re spronò via, ed Egli si mise alla sinistra di lui, e dietro di loro la diversa e numerosa cavalcata. Ma Seid, il suo cavallo che lo portò nella guerra, sentiva forse in groppa meno forte il leone e sbuffava, e si lanciava di lato, come avesse voluto portarlo nel deserto, nelle Pampas, lontano da quel trionfo di grandi.

Sparanise, 27 ottobre.

Ma allora, se così fosse come si susurra, ogni cosa sarebbe spiegata! Re Vittorio fu freddo nell’incontro con Garibaldi? Gli è che Francesco secondo è suo cugino, e che egli lo aveva invitato alla gran guerra contro i nemici d’Italia, ammonendolo. Anche si aggiunge che esista una lettera. Francesco non volle o non poté dargli ascolto. Fortuna d’Italia! Ostinato e impotente continuò la storia di suo padre, e ora paga per lui.

Dunque certo contegno di Vittorio Emanuele nell’incontrarsi col Dittatore sarebbe stato un delicato riserbo? O han ragione quelli che pensano che allora egli meditasse le strane sorti dei Re? Però noto che questi sono discorsi: passano come venticelli che non lascian nulla. Non si sente che la grandezza di Garibaldi, sinora! non si conosce che vi sia chi mira il sole nascente.

* * *

Ieri il Dittatore non andò a colazione col Re. Disse di averla già fatta. Ma poi mangiò pane e cacio conversando nel portico d’una chiesetta, circondato dai suoi amici, mesto, raccolto, rassegnato. A che rassegnato? Ora si ripasserà il Volturno, si ritornerà nei nostri campi o chi sa dove; certo non saremo più alla testa, ci metteranno alla coda. Dicono che il Generale lo disse a Mario. E questa deve essere la spina del suo gran cuore che voleva un milione di fucili da dare all’Italia, e l’Italia non diede che ventimila volontari a lui.

Napoli, 2 novembre.

Tuona lontano il cannone. Bombardano Capua, e noi non vi siamo più. Gli artiglieri di Vittorio Emanuele non avranno gran da fare, perché la guarnigione non aspetta che un motivo onesto, per arrendersi. Già il Griziotti, colonnello nostro, lo aveva detto: – Generale, lasciatemi lanciar due bombe sulla cittadella, e si arrenderà. – No, se un fanciullo, una donna, un vecchio morisse per una bomba lanciata dal nostro campo, non avrei più pace! disse Garibaldi. – E Griziotti: – Ma i nostri giovani si consumano di febbri in questo assedio: ogni giorno si assottigliano, muoiono. – E Garibaldi a lui: – Ci siamo venuti anche a morire. – Arriveranno i Piemontesi, Generale; essi non avranno riguardi; con poche bombe faranno arrendersi la città, poi diranno che tutto quello che facemmo sino ad ora, senza di loro non avrebbe contato nulla. – Garibaldi allora: – Lasciate che dicano; non siamo mica venuti per la gloria!…

Napoli, 3 novembre.

Il giorno dei Santi, poi quello dei Morti, poi quello delle medaglie a noi, terza festa nella malinconia della stagione.

Là in faccia alla reggia, dove tutto dice che i Borboni non torneranno più, la piazza di San Francesco di Paola era parata di bandiere. In mezzo, un seggio, delle dame, dei generali, dei grandi intorno al Dittatore che ancora aveva il cappello di Marsala. Vidi il Carini, ora generale, balioso, ringiovanito, col braccio al collo, pareva felice. La legione ungherese faceva scorta d’onore, e vi erano i Granatieri schierati che facevano scorta anch’essi. Noi davamo le spalle alla Reggia, aspettando. A un certo Punto il Dittatore si alzò, e venne verso noi dicendo con la sua voce limpida ed alta: – Soldati della indipendenza italiana, Veterani benché giovani dell’esercito liberatore, vi consegno le medaglie che il Municipio di Palermo, decretò per voi. Comincieremo dai morti, i nostri morti…

E allora un ufficiale cominciò a chiamare a nome i morti che rispondevano in noi, con l’improvviso ritorno della loro visione. Ma passato questo giorno non saranno ricordati solennemente mai più? Furono da cento nomi d’umili ignoti o d’illustri, e a ogni nome un fremito correva tutta la nostra fila. Meglio morti o vivi? Si diffondeva una malinconia cupa che pur pareva entusiasmo.

Quando toccò a noi, si andò chiamati ad uno ad uno dinanzi al seggio, dove una giovinetta, alzandosi sulla punta dei piedi, ci metteva la medaglia sul petto, e intanto guardava di sotto in su con due grandi occhi gioiosi. Chi fosse non so, né chiesi di lei. Che giova il nome? Udii il Generale che volgendosi a una dama vicino a lui, diceva: – Vede? Quelle facce le conosco tutte, le vedrò finché vivrò.

Intanto le bande suonavano, e quella dei Granatieri pareva dicesse: Basta, ora basta, andate!

Caserta, 9 novembre. Sera.

Oggi il Palazzo reale guatava il viale che gli si protende dinanzi lontano lontano, e pare che voglia arrivare sino a Napoli; guatava le file dei battaglioni rossi distese sotto i grandi alberi immobili e cupi sotto il cielo basso. Doveva venire il Re a passare in rassegna tutto l’esercito garibaldino, un dodicimila che stavamo con l’armi al piede, in ordine di parata. Si aspettava! Il Re sarebbe arrivato verso le due, lo avrebbe annunziato il cannone. E intanto nelle file si parlava, e passavano delle novelle bizzarre, motti, arguzie, cose da poema e da commedia. Udii persino delle volgarità. Ma non v’era allegrezza. Anche le nuvole, calando sempre più, mettevano non so che freddo, e l’ora, passando, portava stanchezza. Certi Veneti del mio battaglione dicevano sottovoce che quando fosse passato il Re, sarebbe stato bello circondarlo, pigliarselo, menarlo nei monti, e di là fargli dichiarar la guerra per Roma e Venezia. Che fossero visi da farlo? Alcuni sì; i più dicevano per dire. Ma nel più vivo di quei discorsi s’udirono le trombe dalla destra della lunga linea. Attenti… il Re!

I battaglioni si composero, si allinearono, i cuori battevano, chi amava, chi no. Poi venne giù una cavalleria trottando… Ah! quello che cavalcava alla testa non era il Re: era Lui col cappello ungherese, col mantello americano, e insieme a Lui tutte camicie rosse. Quel cappello calcato giù sulle sopracciglia segnava tempesta. Vennero, passarono, lasciando un grande sgomento, arrivarono in fondo al viale, diedero di volta, ripassarono come un turbine, sparirono. E poco appresso i battaglioni furono messi in colonna di plotoni…. pareva che si dovesse marciare a qualche sbaraglio, tutti si era pronti… Così si andò verso il Palazzo reale, a sfilare dinanzi al Dittatore piantato là sulla gran porta, come un monumento. E si sentiva che quella era l’ultima ora del suo comando. Veniva la voglia di andarsi a gettar a’ suoi piedi gridando: Generale, perché non ci conducete tutti a morire? La via di Roma è là, seminatela delle nostre ossa! – Ma la guerra civile? Ma la Francia?… L’anno scorso fummo così amici con la Francia!

Il Generale, pallido come forse non fu visto mai, ci guardava. S’indovinava che il pianto gli si rivolgeva indietro e gli allagava il cuore. Non so neppur uno di quelli che stavano vicino a lui. Che cosa contavano in quel momento? Lui, lui solo: non vidi nulla. Ora odo dire che il Generale parte, che se ne va a Caprera, a vivere come in un altro pianeta; e mi par che cominci a tirar un vento di discordie tremende. Guardo gli amici. Questo vento ci piglierà tutti, ci mulinerà un pezzo come foglie, andremo a cadere ciascuno sulla porta di casa nostra. Fossimo come foglie davvero, ma di quelle della Sibilla, portasse ciascuna una parola: potessimo ancora raccoglierci a formar qualcosa che avesse senso, un dì; povera carta! rimani pur bianca… Finiremo poi…

da: http://www.liberliber.it
su http://www.classicistranieri.com/liberliber/

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