Giuseppe Cesare Abba – I baffi ed il cuore del signor Saul

– Tant’è, questa sera non posso mangiare! – esclamò il signor Saul, spingendo in là il piatto di carne che aveva dinanzi; – Grifò, prova a darmi due peperoni.
– Perchè, signor padrone? non aveva comandato l’arrosto? – venne a dire Lucrezia, stando sull’uscio, tra la cucina e la sala da pranzo.
– Sì, ma non lo voglio più; non ho appetito. Perchè fate il muso ora? Non ho mica detto che il vostro arrosto non sia buono! Andate, andate Lucrezia.
Lucrezia tornò in cucina, un po’ malcontenta, ma un po’ anche maravigliata che il padrone fosse quella sera così dolce. Intanto Grifò che era subito corso nella credenza, tornava con un paio di peperoni in aceto, gialli come aranci e grossissimi.
– Proprio due in punto? Io aveva detto due così per dire.
– Ma questa, signor padrone, non è roba da mangiarne di molta a cena.
– Oh, già! Porta via anche questi! Forse hai ragione, Grifò; siamo vecchi. E guarda un po’! Questa sera non mi posso levar dagli occhi quel Galateri! Sono cose di quarant’anni fa, eppure mi par d’essere in Alessandria, mi par di sentirmi nei baffi le forbici di quel birbante di barbiere! E Galateri lo vedo là che sta a guardare, proprio con quell’aria stessa che aveva quando andava a spasso seduto su d’un cannone. Oh! e pensare che se Galateri non mi avesse fatto quell’atroce azione, forse non sarei qui in questo paese da tanti anni e forse non ci avrei neppure conosciuto te. Grifò!
– Cosa le viene in mente ora! – disse Grifò un po’ commosso, un po’ turbato da certo tono insolito del padrone; – Galateri è andato da un pezzo a far terra da mattoni, e forse è già a casa calda in anima e in corpo.
– Sta zitto! Alla tua età non si deve più dir così, per dire che uno è morto!… Sono parole da sciocchi… Non le ripeterai più! La morte è una cosa da venerare… E non si deve dir neppure che il tale è salvato e il tal altro è dannato; e tanto meno dirlo con parole sguaiate… Già! voi cristiani, abbiate pazienza, lasciatevelo dire, parlate molto male…..
– Dice bene! – pensava Grifò.
– E poi… come mi sento solo…! – continuò il signor Saul cambiando quasi voce; tutta quella mia gente se n’è andata! se ne sono andati tutti, figli, figlie, tutti! E non mi resti che tu, Grifò. Ah! Ah! Io, tu e Lucrezia, siamo tre gattoni rimasti qui, col naso nella cenere ad aspettare la morte!… Con chi parla di là Lucrezia?
Grifò corse, stette via un minuto, poi tornò a dire che Lucrezia parlava colla serva del Giudice, la quale raccontava che, il giorno dopo gli uscieri sarebbero andati da Colombano il calzolaio a pigliarsi tutto quel po’ di roba che il poveretto teneva in bottega.
– E perchè? – disse il signor Saul.
– Dice che Colombano deve cento lire della pigione al signor Venanzi, e che il signor Venanzi l’ha fatto condannare.
– Ah, quel signor Venanzi! – esclamò il signor Saul, piantando gli occhi in un punto della tovaglia, come se cominciasse a leggervi una storia: – Sessant’anni fa capitò qui suo nonno, un cappellaio girovago, che si metteva a lavorare alle porte dei paesi, sotto qualche tettoia o all’ombra di qualche albero. Giungeva sempre menando a mano una carretta, con su due o tre forme di cappelli, quattro pentolini, delle spazzole e dei cenci. E piantava bottega. Poi andava per le vie gridando a chi avesse cappelli da ritingere; e così guadagnava da non morir di fame. Ora senti che storia. Quella volta che capitò qui, mentre stava lavorando fuori di porta Piemonte, certi ragazzi gli davan noia; ed egli a uno di essi menò uno scapaccione da cane. Il ragazzo cadde in terra e si ruppe il naso: suo padre, un falegname che aveva bottega là presso, vide, e corse furioso addosso al cappellaio; ma tutti gli oziosi che stavano a veder lavorare, ne presero le difese, diedero torto al loro compaesano che aveva tutte le ragioni, e lo volevano persino picchiare. «Questo paese è fatto per me», deve aver detto allora il cappellaio, «questo è il mondo degli allocchi, e io mi fermo qui». E difatti piantò qui la sua dimora. Cominciò con una botteguccia, poi s’allargò. Dopo due anni sposò una vecchierella che aveva denari; e dagli oggi, dagli domani; strozza questo, strozza quell’altro: lasciò un figlio ricco, che triplicò, quadruplicò la sostanza. Ed ora i nipoti fanno il resto. Hanno già mezza la valle pei capelli! – Ma tu lo devi aver conosciuto quel vecchio, – soggiunse poi il signor Saul, dopo aver pensato un poco, guardando Grifò.
– Eh altro! C’ero anch’io con quei ragazzi, quando il cappellaio diede quello scapaccione; e ricordo che appunto passava lei a cavallo su d’un bel baio.
– E allora perchè mi lasci chiacchierare delle cose che sai?
– Ma! lei le racconta così bene che mi par di tornar a vederle.
– Bravo! Ora mi vuoi lusingare. Ti accomoderò io nel testamento. Ma insomma cavalcavo bene, non è vero, a quei tempi? Ah, quei miei morelli, quei bai che nessuno si fidava di montare fuor ch’io solo! Dammi un lume, Grifò; ora non siamo più buoni ad altro che a mangiare e andar a letto.
Il signor Saul soleva coricarsi appena appena finito di cenare, all’ora delle galline, come diceva lui; ma per altro al canto del gallo sempre si trovava alzato. E quella sera era già quasi in ritardo. Quando se ne fu andato, Lucrezia e Grifò si raccolsero intorno al focolare a scaldarsi e a chiacchierare, come tutte le altre sere comodamente, perchè intanto questi faceva la sua fumata a pipa sotto la cappa del camino, badando bene a non mandar fumo per la casa, perchè l’odor di tabacco dispiaceva al padrone.
– Chi sa che cosa abbia? – disse Lucrezia – Non l’ho mai sentito lamentarsi dell’appetito!
– E nemmeno io! – rispose Grifò pensoso.
– Grifò; e noi due se egli si ammalasse e morisse?
– Oh! io per me so che in settimana gli vado dietro.
– È presto detto! Non moriamo mica quando vogliamo noi! E se si vive?
– Dicono che l’ospedale non è fatto per i cani. Ma voi non avete i vostri risparmi, voi?
– Questo sì, ringraziando Iddio, ma dovrei mangiarmeli a poco a poco senza far nulla.
– E cosa ne vorreste fare? portarli con voi all’altro mondo?
– E se…
– E se, e se, e se? Cosa dice il Parroco? Che i se e i ma sono il patrimonio dei grulli! – interruppe Grifò, battendo la pipa a un alare per far cadere la cenere. E così s’alzò lui e s’alzò Lucrezia; e ognuno dalla sua parte se ne andarono anch’essi a letto, dove la donna, tranquillamente pregando, s’addormentò.
Ma a Grifò quei discorsi avevano fatto nascere un grave pensiero. Se il padrone fosse morto, dove mai l’avrebbero sepolto? Nel cimitero no, perchè era ebreo. Forse avrebbero scavata una fossa fuori del recinto, e ve l’avrebbero messo con ogni rispetto perchè tutto il paese gli voleva bene; ma il pensiero di questa sepoltura fatta in disparte, come a un indegno, dava un’amarezza grande e nuova al cuore del vecchio servo. Il quale era sempre stato tanto certo di morir subito dopo il padrone, che, senza avervi mai pensato, aveva sentito che anche morto sarebbe stato con esso, spanna più, spanna meno, quasi a corpo a corpo, forse nella stessa fossa. E ora gli pareva che tra le tante cose ingiuste, che così all’ingrosso aveva vedute nel mondo, venisse fuori anche questa e proprio per addolorarlo. Però, come era d’umore che sulle cose tristi ci si fermava poco, si liberò presto presto da quelle malinconie, brontolando contro quella sciocca di Lucrezia, che aveva tirato in ballo la morte. E alla fine anch’egli si addormentò.
Ma non s’era addormentato il signor Saul. Egli, spogliandosi, aveva fatto il conto di andar il mattino dopo, e per tempo, da Colombano a vedere se poteva rimediare al guaio che si preparava a quel povero uomo: però non gli era riuscito prender sonno. E dà volta per un verso, e dalla per un altro: sbadiglia, pensa, riaccendi il lume; leggi un passo della Bibbia, leggine un altro; fece le dieci più sveglio che mai. Allora buttò le gambe fuori del letto, si rivestì in fretta, si mise addosso il suo gran tabarro, frugò in un cassettone; poi pian pianino, discese, uscì, s’incamminò verso la casupola del povero Colombano.
Stava costui a terreno in tre buchi, uno dei quali serviva di bottega, e gli altri due di camera e di cucina. A quell’ora egli parlava delle sue disgrazie colla moglie.
– E domani alle nove – diceva egli – domani alle nove, il giudice, il cancelliere, gli uscieri, forse i carabinieri e il diavolo insieme, senza riguardi, alla presenza di tutto il paese che starà a vedere, verranno a pigliarci tutto.
– E cosa ci vuoi fare? – rispondeva la moglie al povero uomo, ch’era già in letto; – bisogna aver pazienza! Oppure provar ancora; pregare il signor Venanzi che aspetti un altro po’, e poi ingegnarci. Cento lire sono molte, è vero; ma insomma qualche santo ci aiuterà…
– Tu hai sempre i santi che aiuteranno!
– Lasciami andare dal sig. Venanzi; mi porterò i bambini, gliene dirò tante e tante che avrà pietà…
– Mai! questo mai! Io non ti ho sposata per mandarti a domandar pietà ai birbanti!
– Eppure l’hai ben per me questo debito! Se io non mi fossi ammalata…
– Taci, taci, anima! So che dici di cuore, ma io non voglio. La colpa è mia che forse non ho lavorato abbastanza! Ma no! Neppur questo! Non è vero! Ho sempre lavorato! È il destino! Se non avessi speso per mia madre quel po’ che avevo risparmiato, la tua malattia non ci avrebbe disturbati. Ma dovevo lasciare che quella povera donna andasse a morire all’ospedale e che fosse sepolta per carità?
– Ebbene? Questo lo sanno tutti, e domani quando vedranno venire gli uscieri qui, ci compatiranno…
– Cosa vuoi che compatiscano? Se mai diranno che allora ho fatto il mio dovere e che ora sono una malapaga!
– Cerca d’addormentarti, via: tanto non c’è rimedio…
– Ah, maledetti poveri, per noi il Signore non c’è.
– Taci, taci, non dir eresie… Ottavino ti sente, si ricorderà poi di queste cose e verrà su cattivo…
– Povera donna, tu vali cento volte più di me!
E mentre il pover’uomo si tirava il lenzuolo sul viso, forse per piangere senza farsi sentire, la donna che non s’era ancora spogliata, passava in cucina, a coprir le poche brage che finivan nel focolare. Ma in quella, di colpo fu spezzato un vetro di là, alla finestra della botteguccia, e qualche cosa rotolò sul pavimento di legno. Essa tremò dalla paura; ma Colombano balzato dal letto, tempestò contro i birbanti che sapevano le sue disgrazie e venivano a quell’ora a rompergli i vetri per insultarlo. Canaglia!
Così prima che la donna avesse osato metter piede nella bottega, egli era già lì mezzo vestito e correva verso la porta, quasi contento di aver l’occasione di sfogar in qualche modo l’animo, che gli sembrava di aver dentro verde e amaro più della cicuta.
– Fermati, guarda, guarda qui! – disse la donna che aveva raccattato un involtino e lo stava sciogliendo. – qui ci son dei danari. Oh Dio! cinque napoleoni d’oro! proprio cinque!
Egli prese i napoleoni, guardò il soffitto, come per interrogare qualcuno, guardò quelle monete. Chi le aveva gettate là dentro? C’era ancora qualcuno al mondo tanto buono che sapesse far la carità così di nascosto? Oppure?…. E guardando la sua donna che era giovane ancora e assai bella, e alla vista di quell’oro s’era fatta tutta allegra, gli passò per la mente un triste pensiero; quel santo, qualcuno di quei santi ch’essa aveva detto. E divenne cupo.
Intanto, pel vetro rotto, entrava il vento con qualche granello del nevischio che cadeva giù da mezz’ora.
Questo bastò a fare che quel tristo pensiero di Colombano si complicasse d’un’altra idea, cattiva anch’essa, ma che pure in quel momento parve al pover’uomo un ristoro. Certo chi era venuto lì, a gettargli in casa quei danari, doveva aver lasciato l’orma sul nevischio, ed egli l’avrebbe scoperto! Lo disse a lei, guardandola sospettoso negli occhi.
– Bene, benissimo! – esclamò la donna – vestiti e va! Se potessimo sapere chi è stato?
E intanto che l’aiutava a vestirsi, egli pigliava un gusto amaro, rabbioso, a confermarsi nel suo dubbio, nel suo sospetto, A stento si tratteneva dallo sfogarsi subito. Quasi gli pareva che se le avesse detto bruscamente «tu mi mandi, ma sai già tutto» essa non avrebbe potuto infingersi, negare, celar il nome; qualche nome che ben doveva sapere. Ma si rattenne…
Poi aperse l’uscio, sporse il capo. Per la via non c’era nessuno. Allora guardò in terra. Le orme erano lì ben distinte nel nevischio; un uomo le aveva lasciate venendo e tornandosene con passi lenti e misurati. Il calzolaio si mise a seguirle. E va, va, ogni poco sentiva andarsene il sospetto su d’uno, e nascerne un altro su d’un altro; e cosi, passo passo, giunse su quelle orme al palazzotto dove stava l’Ebreo. Possibile? L’Ebreo? Lui vecchio d’ottanta e più anni, era venuto fuori a quell’ora con quel tempo da lupi, a gettargli in casa quel denaro? Eppure non poteva essere che lui! Quelle orme parlavano!
Colombano si lasciò andar giù ginocchioni sulla soglia di quella porta, proprio come avrebbe fatto in una chiesa per pregare; e mandò su tutta l’anima sua a quel vecchio. Poi tra quel senso di gratitudine, il pensiero della salvezza dovuta a lui e la confusione che gli venne per la vergogna d’aver sospettato malamente della moglie, si mise a piangere come un bambino e a darsi del vile.
Ora che fare? Il meglio era tornarsene a casa. Intanto, pel giorno dopo, avrebbe pagato quel selvaggio del signor Venanzi; e per mostrar all’Ebreo che non era ingrato, qualcosa avrebbe potuto pensare.
Così, mentre tornava, si volgeva ogni po’ di passi a guardare, e un istante vide illuminarsi la finestra della camera dove sapeva che l’Ebreo dormiva. – Già, si capisce, è appena tornato in camera. – Poi vide l’ombra di lui disegnarsi sui vetri. Certo il brav’uomo stava spogliandosi, per mettersi a letto. Stette ancora a guardare, e rivide l’ombra passare su quei vetri altre due o tre volte, quindi la finestra rimase buia d’un tratto. L’Ebreo aveva spento il lume.
E se in quel momento si fosse spento pur lui, l’anima sua, anche soltanto per il bene fatto a quel povero, sarebbe stata degna d’andar nella più gran pace del cielo.
– Sai chi fu? – disse il calzolaio, rientrando in casa lietissimo e abbracciando la moglie e baciandola, come se fossero stati appena sposi, tanto che essa si confuse; – indovina… te la do in mille… l’Ebreo!
– L’Ebreo! Benedetto il giorno che venne a stare in paese! ero piccina, ma me li ricordo certi discorsi!… Dicevano come se ci fosse venuto a stare il diavolo!…
– Non tutti però; e poi tutto finì quando videro il parroco farsi amico con lui…
– È vero! E poi quando scoppiò il colera? L’Ebreo era dappertutto, dai poveri, dai ricchi. Dove tutti dalla paura scappavano e piantavano i malati e i morti, ecco, là c’era lui. Vuotò la sua casa di biancheria, di panni, di vino. Dimmi cosa non diede. Andò persino a seppellire i morti!
Ora la gran gioia faceva esagerare i meriti dell’Ebreo. E li andavano enumerando tra loro, uno ciascuno, come se recitassero le litanie; e intanto che si coricavano duravano a dire, e dissero finchè venne il sonno, finchè il marito disse l’ultima sua, strascicando le parole così…
– Credo pure che dieci anni fa, quando il parroco fece la dote a quella Lucia che correva rischio d’essere abbandonata nella vergogna, e fece sapere che la dote era data da una persona che non voleva essere nominata; credo che quella persona fosse l’Ebreo… Che ne dici moglie? Ah! dormi? Io prego per lui.
E finalmente il signor Saul dormiva anch’egli, nella sua camera, ignorando che quel che aveva fatto fosse già stato sentito da quella povera gente, e riconosciuto come carità che veniva da lui. S’era addormentato pieno d’un’allegrezza ch’egli, pur avvezzo ai godimenti del far carità, non aveva mai provato; anzi, addormentandosi, s’era sentito venire uno strano sentimento di gratitudine per quel Galateri, che, quarant’anni addietro, lo aveva fatto molto patire, e che tutta quella sera non s’aveva potuto levar dagli occhi. Ora dormiva e sognava. E nel sogno non era lui d’ottantatre anni, ma gli pareva di essere qual’era quando ancora quasi giovane, stava nella cittadetta di S… governata da un colonnello, nobile piemontese del vecchio stampo. Terribile uomo di guerra, costui era di coloro che nella loro gioventù, per il loro Re, il quale per essi voleva dire famiglia, patria, tutto, avevano combattuto contro i Francesi nelle Alpi Marittime, con odio fiero quanto quello degli Spagnoli contro i Maomettani. E quando il Re, nel 1796, aveva finalmente dovuto chinar la fronte dinanzi al general Buonaparte, venir a patti con la Francia, e staccarsi dall’Austria, quell’ufficiale era passato a servir l’Austria. Poi come anche questa, dopo molti anni di guerra e sconfitte, aveva dovuto chinarsi a Napoleone, imperatore, e a lui, già marito d’un altra donna ancor viva, dar in moglie una principessa imperiale; egli ostinato nella fedeltà alla propria idea, senza curarsi di principi e di re, e lasciando che essi facessero i propri interessi, era passato a servir la Russia. Laggiù, durante la gran guerra del dodici, aveva combattuto contro gli stessi Piemontesi, condotti in quelle contrade dietro le aquile francesi; combattuto aveva col cuore e col braccio tra le file russe, ma col pensiero alla Sardegna lontana, dove sapeva rifugiati da dodici anni i suoi Re, ai quali aveva perdonato. In quella guerra aveva toccato ferite orrende e n’era guarito per miracolo; ma non aveva mutato cuore. Anzi se anche la Russia, invece che vincitrice, fosse stata vinta; ed essa pure alla fine si fosse fatta amica a Napoleone; egli, come avrebbero fatto tanti altri, tutti i suoi pari, sarebbe passato in Asia, sarebbe andato in capo al mondo, dovunque avesse trovato a servire un nemico della Francia, che per lui voleva dire la rivoluzione, l’inferno. Poi quando, caduto Napoleone, tutto era stato rimesso a posto, e la Rivoluzione, il Consolato, l’Impero e tutte quelle cose ch’egli, il colonnello, chiamava bestialità, erano state chiuse come in una parentesi, e parevano quasi messe fuori della storia, soddisfatto era ritornato in Piemonte, dove il Re gli aveva dato a governare S… con potere di fare e disfare a suo senno e piacere. Ed egli vi si era messo tremendo. Guai chi si ricordava delle cose e dei nomi dal quindici in là, all’ottantanove! Tutto doveva tornar come prima dell’ottantanove; tutto intonarsi a lui, che sentiva d’essere la personificazione rigida, pura, vergine dei tempi per lui sacri. E chi non voleva o non sapeva intonarsi, in Sardegna, nelle Saline, c’era posto: egli, il Comandante, ce lo mandava senza misericordia.
E così, sotto quell’uomo, in S… si viveva ancora del trentaquattro, mentre già regnava Carlo Alberto, mentre in una delle prigioni della fortezza di Savona era già stato chiuso Giuseppe Mazzini; mentre altri, devoti all’idea nuova, come egli, il Comandante, lo era all’antica, sapevano sacrificarsi per essa e morire magari come Jacopo Ruffini aveva fatto, uccidendosi in Genova, nella torre del palazzo ducale.
Ma pel signor Saul, il Comandante era d’un’amorevolezza, che non pareva potesse aver posto nel cuore di lui neppure un istante. Ciò solo perchè egli era amatissimo dei cavalli, sebbene per l’età non ne montasse più, e il signor Saul ne teneva sempre dei bellissimi e pericolosissimi, ch’egli invece montava ardito e sicuro come un cosacco. Così il Comandante lo amava, non curandosi punto che fosse l’Ebreo. Anzi si vedevano sempre insieme, desinavano spesso a vicenda, l’uno dall’altro, con molto dispiacere del vescovo, che però non aveva mai osato dir nulla. Sfido io! Il Comandante poteva tutto; e si fidava persino di permettere che l’amico suo portasse baffi, i soli baffi che si vedessero nella città e nella provincia, a chi non era soldato: due gran baffi alla brava, che somigliavano quelli di Carlo Alberto, di cui il signor Saul aveva su per giù l’età, la statura, l’occhio e quasi la voce. Questo anche il comandante lo diceva e se ne compiaceva stranamente: anzi una volta che era di bonissimo umore aveva domandato all’amico se non si sentiva nelle vene un po’ di sangue di Re. Ma l’amico aveva risposto, che, se gli toccava sentirsi dire tali cose, egli non si faceva un bel nulla di Lui; e guai se tornava un’altra volta a dirgli una simile impertinenza. Allora il Comandante s’era scusato volentieri e di cuore, e da quel momento gli aveva voluto più bene di prima.
Quella notte adunque il signor Saul sognava di quei tempi di quasi cinquant’anni indietro, un sogno lungo che è meglio narrare come storia di cose che gli erano seguite davvero. Egli le aveva tenute in sè, quasi un gran segreto, dal trentaquattro sino al quarantotto, il grande anno della libertà, quando alla gente tornò l’animo, e ognuno potè parlare senza timore d’aver intorno le spie. Ed ecco la storia.
Un giorno del trentaquattro, il signor Saul aveva dovuto andare per certi suoi affari in Alessandria. Amava, come si è detto, i cavalli, e preferiva i cattivi, quelli che nessuno montava volentieri; mentre egli, non si sa che arte avesse, quando c’era su, gli stavano sotto come agnelletti. Viaggiava sempre a cavallo. E quella volta andava su d’un baio, che brillava sempre come la rondine quando sta cercando una direzione per lanciarsi fulminea nello spazio. E chi vedeva passare l’Ebreo su quel cavallo, si faceva il segno della croce per lui. Giunto in Alessandria di domenica, si riposò all’albergo, poi andò a sentire un po’ di banda in piazza, dinanzi al palazzo del Governatore. Amante assai della musica, stava godendo una bella sonata che gli faceva pensar alla sua casa lontana, ai suoi; quando si sentì battere sulla spalla molto villanamente.
Si volta, è un sergente. «Chiamato da sua Eccellenza», dice quel sergente secco secco; una ghigna di birro, con cert’aria di beffa che tirava gli schiaffi. «Sua Eccellenza me?» risponde il signor Saul facendo un rapido esame di coscienza; e intanto alza gli occhi, guarda il palazzo e vede a un finestrone Galateri, che proprio fissa lui. «Vengo subito!» soggiunge e va.
La gente intorno gli fece largo. Sapevano tutti che cosa poteva voler dire una chiamata dal Governatore, onde al signor Saul parve che già tutti lo compatissero; anzi udì che uno diceva: «Povero signore! Eppure deve essere un ufficiale!» «Sembra Carlo Alberto in persona!» diceva un altro. «Sarà un Mazziniano» – soggiungeva un terzo: «Povero diavolo se gli capita come a Vochieri!»
Egli per queste parole si sentì stringere alla gola; ma, facendosi forza per non commuoversi troppo, tirò oltre, salì, ed entrò in un salone.
Ed ecco là il Galateri con la parrucca sul cranio, su quel cranio che aveva mezzo d’argento. Dicevano che una terribile sciabolata, toccata in Russia, glie lo aveva spaccato, e che l’osso era rimasto laggiù. Ecco là il Galateri.
Il signor Saul chinò il capo e si fermò appena entrato.
– Venite avanti, voi e i vostri baffi! Chi siete?
– Eccellenza…
– Silenzio! Chi siete?
– Saul…
– Un ebreo? – Gridò il Governatore, mozzandogli la parola, – con quei baffi, siete un ebreo? Dove state, di dove venite, cosa fate in Alessandria?
– Vengo da S… per affari…
– Quando siete venuto? come siete venuto?
– Sono giunto stamattina a cavallo.
– Anche a cavallo e coi baffi? Sergente fate entrare il barbiere.
Si vede che il barbiere era già stato chiamato, perchè entrò pronto, strisciando inchini e coi ferri in mano.
– Barbiere fate sedere quell’uomo, e tagliate.
– Ma, Eccellenza… – osò dire con un fìl di voce il signor Saul – a S… il Comandante…
– Qui siete in Alessandria; e qui comando io! Tagliate, barbiere!
E il povero uomo fu messo a sedere.
Allora quella birba di barbiere, cominciò colle forbici a dar dentro a quei baffi, straziandoli per far piacere all’Eccellenza di Galateri, il quale guardava, ma forse non godeva di quello scempio. Pareva piuttosto persuaso soltanto d’adempiere al suo grave dovere.
Quando il barbiere ebbe finito, il signor Saul che si senti il labbro nudo, provò una specie di ribrezzo e non osava neppur levarsi da sedere. Gli veniva da piangere; gli pareva di non essere più uomo.
– Ora cosa state a fare? – urlò Galateri, – alzatevi, andate all’albergo e chiudetevi fino a domani. Domani, poi, appena finiti i vostri affari, montate a cavallo, e via! Se a mezzodì siete ancora in Alessandria, vi mando in Sardegna alle Saline.
– Eccellenza parto subito.
E il brav’uomo, così oltraggiato, pigliò per un corridoio che il governatore gli mostrò. Credeva egli che tutto fosse finito, ma invece, e questa non la contò mai, invece si seppe poi che, entrato in quel corridoio, vi aveva trovato altri due sergenti, i quali gli avevano dato ciascuno dodici colpi di ciabatta sulle reni, e quindi lo avevano accompagnato fino in fondo allo scalone, dove gli avevano augurato il buon viaggio, forse compiangendolo, forse per canzonarlo.
Uscito da quel palazzo, il signor Saul si sentì tanto male d’animo, gli parve d’esser tanto guardato dalla gente, che credette avesser gli occhi, per beffarsi di lui, sin le pietre della via. Un momento che si vide fissato da un gruppo di signori, fu lì per lanciarsi ed affrontarli e mostrar loro chi era; ma pensò a casa sua, ai suoi, s’intenerì, passò oltre. E fece bene; perchè quei signori che a rivederlo senza baffi avevano capito il fatto, parlavano bensì di lui, ma per maledire i tempi; e se avessero osato si sarebbero fatti avanti per confortarlo, per dirgli che se ne andasse colla loro benevolenza, ad aspettare anch’egli che il mondo si cambiasse.
Ma egli non poteva indovinare e vedeva tutto nero.
Onde tirò via pieno di rancore, tirò via senza badar dove andasse, finchè si trovò fuori della città, fuori di quei bastioni, sui quali stavano, a distanze quasi misurate fra loro, le sentinelle, quei soldati che ora a vederli, aveva in orrore. Oh se avesse avuto là il suo cavallo!
Ed ecco che gli venne un’idea: mandar uno con un biglietto all’albergo dov’era sceso, farsi menar lì il cavallo, e partire senza più metter piede nelle vie d’Alessandria, dove non sarebbe tornato mai più; neppure, per dir così, a ripigliarvi la propria testa se ve l’avesse lasciata. E mandò.
E intanto che aspettava, passeggiando su e giù per breve tratto nella via di circonvallazione, non si sapeva chetare che ripensando a certe pagine della Bibbia, e dicendo ogni tanto, a mezza voce, come gli veniva ricordato, qualche versetto di salmi.
«Abbi cura di me, o Geova, perchè le mie ossa sono conturbate».
«Tornerà l’opera di lui, sul capo di lui; e sul capo di lui cadrà la sua ingiuria».
«Sorgi, o Geova, Dio forte, leva su la tua mano, non dimenticarti dei poveri afflitti».
«O Geova, chi dimorerà nel tuo padiglione, chi abiterà sul monte della tua Santità? Colui che va schiettamente e pratica la giustizia, e parla dall’animo la verità; colui che non denigra con la lingua, che non fa male al prossimo, che non reca oltraggio al suo vicino».
«La faccia di Geova è irata contro quelli che fanno il male, affinchè sia levata via dalla terra la loro memoria».
«Geova è vicino a quelli che han l’animo affranto, e conserva coloro che son contriti di spirito».
In quel ricordare e ridirsi le cose buone, che gli erano rimaste nella mente, dalla quotidiana lettura della Bibbia, il signor Saul veniva, a poco a poco, addolcendo l’animo e quietando il cuore.
A un tratto udì un nitrito allegro ch’egli ben conosceva, si volse e vide giungere il suo cavallo condotto a mano da un uomo dell’albergo. Parve al signor Saul d’essere già a casa sua. Pagò il conto in mano a quell’uomo e gli diede una buona mancia, montò in sella, spronò, trovò la via di S… e in essa si mise di trotto senza più volgersi indietro.
Misurò il suo andare per modo che a S… giunse il giorno dopo, di notte. Ivi si chiuse in casa e non disse nulla di quella storia dei baffi se non alla moglie. Dopo un po’ di tempo, spiantò la casa, portò la famiglia qua e là, parecchi anni, sempre scontento, sempre cercando luoghi nuovi; e gira, gira, rimase vedovo, vide la figlia andar a marito, e i figli a far casa ognuno da sè; finchè, ridotto solo, finì per chiudersi nel borgo, dove ora stava dall’anno quaranta, lontano da tutti coloro che aveva conosciuti nel mondo. Ivi aveva comprato un palazzetto, s’era tirato in casa a farsi servire, Grifò e Lucrezia, e nel quarantotto quasi per celia aveva lasciato tornare i baffi che allora crebbero bianchi. Non importava. Galateri era sparito dal mondo: il popolo d’Alessandria aveva devastata a furore l’isoletta del Tanaro, che portava il nome di lui; il suo amico, Comandante di S… era morto anch’esso, e bianchi erano pure venuti i baffi di Carlo Alberto, che alla fine aveva dato la libertà.
Ora, tornando noi al suo sogno disordinato di quella notte, il signor Saul, verso il mattino si destò indolito, proprio come se avesse ricevuto un’altra volta sulle reni i colpi di ciabatta che i manigoldi del Galateri gli avevano dati, quasi quarant’anni prima. Stette un poco a sentirsi, e si avvide che le doglie non eran sogno, che anzi ne aveva per tutto il corpo e massime al petto. Anche gli parve d’aver un po’ di febbre. Allora ficcò la mano sotto il guanciale, dove soleva tenere l’orologio a ripetizione, premè la molla e fece ronzare le ore. Erano le sei, che scoccarono in quel punto anche dal campanile della parrocchia, con tocchi languidi e ottusi di campana fessa. Certo era nevicato, e doveva anche far freddo. Chiamare il servitore, povero vecchio, non era carità. Gli parve meglio aspettare che si levasse da sè, come era solito fare verso le sei e mezzo, e aspettò. Intanto, per non badare a quelle doglie, si mise a ripensare quel che aveva fatto la sera prima. Chi sapeva mai se Colombano o i suoi avessero sentito rompersi il vetro? Se l’avranno sentito, ei pensava, avranno anche cercato il sasso, e trovato invece il denaro. Ah! ah! chi gli avesse visti! Avranno alzato le mani a ringraziar quello di lassù. Che dolce cosa poter fare il bene così, per quello di lassù, senza che chi lo riceve sappia a chi debba dire grazie! Par quasi che le sue parole, prima di andare a Dio, passino da noi! Strane cose del mondo! E dire che senza quella mala azione del Galateri, che ho sognato tutta questa notte, io non sarei mai capitato in questo paese! Ah! ah! Colombano dovrebbe ringraziare Galateri…
Godeva il signor Saul, pensando queste cose; e s’immaginava come quella famigliola doveva essere felice, per quel momento che si sentiva salvata. Ma intanto le fitte al petto gli crescevano. Allora si risolse a chiamare, e tirò il cordone del campanello.
– Son qui! – disse Grifò entrando pronto, e aprendo gli scurini; – che nevicata! guardi, guardi là su quel tetto? Ce n’è già una spanna e seguita a venir giù!
– Grifò ci han legna i tali, i tali e i tali?
– Mi sono alzato apposta un po’ prima, per andare a sentire.
– Va, danne; danne pure, che almeno si scaldino! E dà farina, vino, caffè, tutto; fa tu senza domandar a me. Sai, Grifò, che credo di sentirmi male? Voglio alzarmi: non voglio lasciarmi pigliar dalla morte in letto! Va, che mi vesto.
Grifò, sbigottito, voleva dir al padrone che stesse in letto, s’avesse riguardo, ma non osò. Invece ubbidì e lo lasciò solo a vestirsi, stando tuttavia all’uscio, per sentirlo subito se gli venisse bisogno di aiuto.
Ma bisogno non ce ne fu, perchè anzi il signor Saul, quando fu vestito, spalancò la finestra e si affacciò a guardare nella via. E vide un uomo che vi aveva spalata la neve fin alla sua porta lì sotto, e che, dati appunto gli ultimi colpi, forse perchè aveva sentito aprir le finestre, fuggiva.
– To’! – disse – è Colombano! Questa volta non m’è riuscita, e quel pover’uomo ha voluto farmi capire che sa tutto. Ma come può averlo saputo? Oh! guarda come son divenuto grullo! Ieri sera quando sono andato non c’era già quasi bianco in terra? Si vede che ci ho lasciate le orme come il lupo. Ma mi pare d’averci lasciato anche la salute… E la salute a quest’ora vuol dir la vita. Ebbene? Se mai andiamo a vedere Geova dal seno d’Abramo. Animo, Saul!
In quel momento Colombano giunto alla cantonata si volgeva a guardarlo, e si levava il berretto.
– Oramai è inutile far l’indiano – disse sorridendo il signor Saul; e pensando ai ricchi che non sanno comprar gioie come quella che egli sentiva in quel momento; salutò quell’uomo, con la mano, tre o quattro volte.
Poi gli venne un altro pensiero, si raccolse in esso un istante, e disse:
– Già! Sarà meglio scrivere. Scrivere che se mai, appena saranno avvisati, mandino un carro a prendermi.
E così, senza chiudere la finestra, scrisse, chiamò Grifò e gli diede la lettera da portar subito in buca.
Grifò la prese, guardando in faccia il padrone. E voleva dire qualche cosa, forse che egli non voleva mandare brutte notizie, ma neppur questa volta l’osò; ubbidì; e andando reggeva la lettera sulle dita come se volesse pesarla. Poi brontolò: Qui dentro c’è la morte.
E tre giorni appresso, il signor Saul era morto. Allora il pensiero venuto già a Grifò, venne al Sindaco, venne al Parroco, venne a tutti. Ma nessuno, neppure per supposizione, parlò di sepoltura fuori del Cimitero; pochissimi dissero che forse sarebbe stato buona cosa seppellir quel morto in un cantuccio, dove la terra non fosse stata mai toccata da corpi cristiani. Invece una donnicciuola del popolo, così come nella sua semplicità potè, disse in un crocchio di amiche; «Se il signor Saul non ha lasciato che lo seppelliscano in disparte, io lo metterei con tutti gli altri. Il bene che ha fatto al mondo, l’abbiamo accettato sì o no? Eppoi, egli è un morto come noi».
Queste parole piacquero sino al Parroco, cui furono riferite, e ci si fecero sopra de’ gran discorsi. Ma l’arrivo del carro mortuario li troncò tutti. Per quella gente semplice, un morto, che non sa, non sente, e va portato via lontano su d’un carro, come una cosa, fu oggetto d’una pietà sconosciuta ancora, dolorosa e quasi mista d’orrore.
Però, la sera che quel carro partì, una lunga processione ci si mise dietro nella neve appena squarciata. E chi un miglio, chi due, chi più, andarono, andarono come sonnambuli, e ognuno che tornava indietro lo faceva a malincuore.
Alla fine rimasero due soli.
– E voi, Colombano, non ve ne tornate? – disse Grifò.
– Io vengo fin dove lo seppelliranno.
– Allora vedrete dove metteranno anche me.
Per verità Grifò non morì così subito come sinceramente avrebbe voluto, perchè la Natura ha ben altro a fare che star lì a sciogliere i drammi che gli uomini ordiscono coi loro desiderii. Egli campò ancora parecchio: non tanto però da dimenticare il gran cuore del suo morto: e anzi, finchè fu visto lui passeggiare, parve vagamente che il signor Saul dovesse essere ancora vivo. Poi la memoria di questo divenne antica, e la storia delle sue carità fu, come quella dei suoi baffi, dimenticata.

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