Giuseppe Cesare Abba – Prendi moglie!

Adagio, adagio, anche pel dottor Asquini erano arrivati i cinquantacinque, età già così solenne che chi l’ha gli pare di non poter vedere il fondo delle memorie, da tante che sono, sebbene talora le colga tutte con un’occhiata della mente, come se tutto fosse di ieri. E l’Asquini, in quanto a memorie, poteva dire d’aver vissuto per due. Medico da trent’anni, era ormai come un vecchio e buon parroco, perchè nel cimitero del suo grosso borgo giacevano forse cinque migliaia di persone, che l’avevano avuto intorno al loro letto, e tutte se n’erano andate senza ch’egli avesse da rimordersi di nulla: ma se non d’altro si sentiva contento d’aver sempre lavorato, di giorno, di notte, al bel tempo, alla pioggia, alla neve, e saputo adoperar la parola per medicina all’animo degli infermi, avendoli aiutati a patire, a considerar la morte senza repugnanze, e a morire senza rimpianger la vita. Per lui, amarla questa vita, starci alla buona, non aver neppure sentore della paura che fa la morte ai volghi, anzi stimarla il più solenne atto della esistenza passata senza cupidigie e senza collere, voleva dire essere uomo, e tale era lui.
Dunque il dottore aveva finito i cinquantacinque. E una sera se ne stava, con le molle in mano, nella sua vecchia sedia, dinanzi a un focherello di marzo, parlando con sè a mezza voce. Bisogna dire che quella volta era uscito dopo la cena, aveva visitato degli ammalati e ritirata una lettera dalla posta, rincasato assai tardi che già quelli della famiglia se ne erano andati a dormire, l’aveva letta e s’era messo là a meditare. Parlava:
– Eh già! si vuol ammogliare anche lui! legarsi per sempre, e non godere mai più nè libertà, nè amici, nè mondo! A ventun anni marito, a ventidue padre, una, poi due, tre, quattro altre volte così; e figli, figli, che vuol dire pace mai più! Bei tempi da matrimonio e da figli! E cosa direbbe poi suo fratello, che volle mettersi a quella bella vita di marinaio, per salvar lui dal servizio militare? Salvar uno perchè prenda moglie! Se mai ci ha da essere in casa un altro matrimonio, non tocca a Serena che ha diciassett’anni? Le ragazze sì!… queste bisogna maritarle per forza, se no son guai!.,. Ma i maschi! Intanto ecco cosa tocca a un padre e a una madre! Tirar su dei figlioli, per vederseli poi andar via, chi di qua, chi di là, e rimanere lì come due grulli a soffiar nella cenere.
Così ragionando tra sè, il dottore rimestava con le molle nella cenere del focolare, a cui s’erano scaldati gli stinchi suo padre, suo nonno, e forse suo bisnonno; perchè quella dove stava era la casa dei suoi vecchi, sacra per lui come un tempio. E quel camino n’era l’altare. Se altri gli avesse voluto dare tanto da comperare un podere perchè gli vendesse la modesta lastra di ferro fuso, murata nel fondo di quel camino, l’Asquini gli avrebbe detto di tenersi il suo danaro, perchè la figura di quel giovine seduto al pozzo, la bella donna appoggiata l’anca al muricciuolo di questo, con su l’orlo il vaso da attingere, tutta rapita dallo sguardo del giovine; le palme, la campagna, i colli lontani; in tutto quattro o cinque linee di paesaggio, parlavano al suo spirito, da quel bassorilievo di ferro, come tutto un mondo. Da fanciullo, una sera di Natale, aveva sentito dire che quella era la scena della Samaritana; il discorso tra Gesù e la giovine donna se l’era sentito discendere nel core solo più tardi, da giovinetto, leggendo nel Vangelo le pagine dell’idillio divino; ma sempre aveva amato quella povera lastra di ferro, sempre, quand’era stato pel mondo, solo che avesse pensato a casa sua, l’aveva veduta con l’immaginazione prima di ogni altra cosa. Adesso, quasi vecchio, vi si fissava alle volte delle ore, fantasticando l’Oriente, i luoghi del gran poema del Cristo, ch’aveva sempre sperato d’andar a vedere e non aveva mai potuto.
Del resto intorno a quel camino si raccoglieva la più gran parte degli affetti del dottore. Ivi brillava l’alare maggiore, fatto in cima come un canestro, sul quale anticamente il capo di casa, tornando la sera dalla caccia o dal lavoro, doveva aver goduto di metter la scodella per cenare al caldo, circondato dalla famiglia; ivi, certo i suoi nonni avevano ragionato, temendo o sperando nei tempi della rivoluzione francese invadente; ivi, più dolce a pensarsi, suo padre e sua madre dovevano aver parlato di lui chissà quante volte, quando stava per venire al mondo. E ivi da fanciullo aveva veduto sua nonna materna, con le molle in mano, come adesso lui, far delle buche nella cenere, una accosto all’altra come quelle dei cimiteri, e nelle buche metter dei carboni accesi, borbottando e nominando gente morta dei suoi tempi, ch’essa, a quel modo, faceva forse conto di piantar nell’inferno.
Il dottore Asquini sorrise mestamente di quel ricordo, e ancor più mestamente pensò che la povera donna era finita un po’ scema. In quel momento, alzando il capo, come per cacciar via quel pensiero, si vide nello specchio, lì sopra la mensola del camino. Gli passò un brivido per la vita. Non si era mai accorto di somigliare tanto a suo padre, quale lo aveva veduto quarant’anni prima, e se ne rallegrò. La stessa fronte alta e saliente da entusiasta sprezzatore della fortuna; gli stessi occhi grandi, profondi, limpidi, ma pieni di malinconia; le stesse grinze alle tempie, e nelle guancie lo stesso solco. «Fedele e santa donna, mia madre!» fu lì per dire il dottore, ma nel formare questo pensiero, gli rimorse il cuore. Fedele e santa donna! Non era un’offesa il pensarlo?… D’una madre si può creder altro? Lodar il padre, si! questo era lecito. Povero padre! Era stato un lavoratore proprio di quelli della prim’ora. Da giovanissimo, si era trovato chirurgo alla Moscova e alla Beresina; tornato a casa, aveva cavalcato tutta la vita come un Cosacco, a curar i malati per la montagna, popolandone le solitudini e i silenzi, con le sue grandi memorie; quarant’anni di lavoro quasi senza compenso. Ma al suo funerale era corsa la gente di tutto il comune; dei vecchi che da anni e anni non si erano più mossi, neppure per venire alla messa, ci si erano fatti portare sui carri; povera gente, alla quale aveva lasciato lui, figlio, medico valente e pieno di carità. Ebbene, egli avrebbe fatto come suo padre fino all’ultimo della vita.
Senza avvedersene, il dottore s’era lasciato prendere alla ruota dei ricordi di famiglia. Cos’era stata la sua vita? Un’infanzia quasi come quella di tutti, in quei tempi di poche carezze e di meno giocattoli; la scoletta, qualche nerbata, poi il collegio, dei frati buoni svegliatori di ingegni e di cuori, le piccole glorie di scolaro inebrianti e svegliatrici di forze nuove; poi l’università, la patria, una, due, tre guerre, la medaglia al valore, degli amici compagni d’arme, qua, là, per tutta l’Italia, qualche amore ma senza rimorsi, nessuna seduzione. Oh! per codesto, a diciott’anni, aveva sentito di traverso dir da suo padre che s’egli avesse mai fatto parlar male di qualche ragazza, verità di Dio, gliela avrebbe fatta sposare, fosse anche stata la figlia del becchino. Ed era bastato. Del resto poi, nessun marito offeso, nessun figlio lasciato dietro sconosciuto, la laurea, e alla fine la madre e il padre vecchi, da non potersi più lasciar privi di compagnia. Onde la rinuncia al mondo, il borgo nativo per campo di vita, la condotta di medico, e Rosa; Rosa umile, che quando s’era sposata a lui aveva creduto di salire su d’un trono. Ora essa era vecchia, ma gli aveva dato dei figliuoli parecchi, maschi e femmine, e insieme li avevano fatti venir grandi. Il primo, quel Paolo! Che medico anche lui! La scienza gli era proprio venuta come eredità di famiglia; eppure aveva voluto rimanere medico di campagna, mentre avrebbe potuto mettersi in qualche città e farsi onore e guadagnar oro a manate. No! Diceva che nel gran mare c’era già di troppo Vespuccio, suo fratello, ufficiale nella marineria da guerra, che aveva già fatto due volte il giro del mondo. Ma la verità era che Paolo aveva voluto sposarsi con una giovine, figlia unica ma povera, i cui genitori vivevano alle spalle di lui, e lo tenevano come uno schiavo. Il dottor Asquini sapeva tutto, taceva, e se ne rodeva nel cuore. Viviana, la prima figliuola, il ritratto di Rosa, si era maritata bene e stava per divenir madre, cosa che faceva correre un’ondata di dolcezza al cor del dottore. Dolcezza al core, sì; ma, e la testa? Ecco il tormento della vita; la testa! Egli aveva appena finito di pensare per Viviana, avendola collocata bene, ed essa gli dava già da pensare per la creatura che avrebbe messa al mondo. «I padri d’una volta s’impensierivano forse anche poco dei figli – diceva il dottore – fossero pur venuti a due a due: noi d’oggidì, bel progresso! ci arrovelliamo già pei nipoti, e quei che verranno si arrovelleranno pei pronipoti che saranno ancora di là da nascere. E che cosa avverrà di loro, e che faranno in questo mondo, dove non regna più che il danaro? Patiranno, godranno, saranno buoni o cattivi, converrà pregare che riescano più ad un modo che all’altro, pecore o lupi, miti o prepotenti, chi diavolo mai lo sa? Eppoi la salute, i difetti, le morti…». Insomma, al buon dottor Asquini la famiglia pareva un grave e tormentoso pensiero.
Marito, era stato sempre in pace, nei figli non era stato del tutto infelice, eppure non era contento: ora il suo ultimo, Mario, che studiava da scultore a Milano, gli scriveva che voleva prender moglie. Per tribolare? Poteva aspettarlo; egli non avrebbe mai dato il suo consenso.
A un tratto, da una casa in faccia alla sua, scoppiò una tempesta di pianoforte che si svolse in un’aria conosciuta e cara al dottore, un’aria della Forza del Destino. Egli brillò, si illuminò in faccia, come a un improvviso ravvivarsi della fiamma nel focolare; passarono delle memorie, lampeggiando nei suoi occhi. Ed ecco il duetto, quel duetto che deve essere sbocciato dall’anima del Maestro come certi fiori semplici dalle crepe delle rocce, su in alto, nei monti selvaggi: quattro petali, un colore che non si può definire, un profumo che viene non si sa se dal fiore o dal senso di chi lo mira.
O memoria! tu sei come certi cantucci riposti di mare. Non sembra, ma in fondo all’acque c’è tutta una flottiglia di nautili. Soffia un po’ di venticello, ecco che uno viene a galla, alza la vela, si stacca, piglia il largo, naviga, va. Dove?
Quel duetto fu il venticello. Il dottor Asquini si sentì portato via dal pensiero trent’anni indietro; la sua stanza si mutò in un gran teatro, egli non era più solo, quattro giovani, sulla trentina come lui, gli stavano intorno in un palco: e fra tutti avevano dentro tanta vita quanta ce n’era in tutto quel teatro inondato di luce, un paradiso di donne e di uomini felici, dove la Forza del destino trionfava con cantori che empivano il mondo del loro nome, come gli eroi. Ora che cosa voleva dire quel velo di malinconia che calava improvviso sulla fronte del dottore? Ah quei suoi quattro amici! Quella sera già tanto lontana lo avevano amareggiato. Baldi, forti, anche un po’ spensierati, essi lo avevano compianto perchè tornato fra loro, come soleva ogni anno, qualche mese d’inverno, quella volta aveva dichiarato di non potersi trattenere a lungo, e che sarebbe stata l’ultima, perchè a casa lo attendeva la fidanzata per le nozze! Ed essi a sgridarlo: «Ah! cosa aveva mai fatto così giovane; cosa stava mai per fare; pigliarsi le noie d’una famiglia! Ma come mai un uomo come lui s’era potuto lasciar andare per lo sdrucciolo volgare del matrimonio?». Così gli avevano detto quegli amici; e chi da filosofo, chi giocondamente alla mondana, tutti avevano voluto distorlo dal prender moglie. Ora gli tornavano improvvisi, come la musica suonata là vicino, eco di quella sentita tanti anni prima; e tornavano in un momento ch’egli, quasi vecchio, diceva su per giù del suo Mario quel che allora essi avevano detto di lui. Avevano avuto ragione o torto? Ed essi che cosa avevano fatto? Dov’erano, cosa n’era stato? Da molti anni non ne aveva più sentito nulla; erano celibi, ammogliati, padri, o forse erano morti? Tutti no, ma qualcuno forse, o di certo…
– Uno di questi giorni vado a trovarli! – disse il dottore, levandosi e pigliando in mano un candeliere per andare a letto – tanto sono vent’anni che non mi sono goduto un giorno di spasso! Anzi vado domani e così vedo Mario.
Salì nella camera, dove, nel gran letto matrimoniale, Rosa dormiva. Oh com’era lontana e tuttavia sempre viva nel sentimento, la prima sera che quella sua gioia v’era entrata sposa! Allora su quel guanciale aveva posata la sua bella testa bionda, mentre egli era rimasto giù coi parenti e cogli amici. Ora quella testa era già stanca, vi si vedevano dei fili bianchi; ma il cuore che batteva sotto quelle coltri s’era conservato giovane, devoto, pieno di fede come nel primo giorno. L’Asquini la guardò un poco; Rosa aperse gli occhi e sorrise.
– Facevi vista di dormire?
– Eh no…, anzi sognavo…
– Sognavi che domani vado a Milano?
– Mario sta male? – gridò Rosa balzando a seder sul letto, quasi lì per gettarsi giù e vestirsi.
– Eh! furie di donne! Che male! Mario sta meglio di noi!
– Come sai tu? Dimmi tutto, tanto te lo leggo negli occhi…
– E leggi! Hai letto? Ecco che non sai nulla. Allora te lo dico io: Mario si vuol ammogliare.
– Oh Dio! – disse Rosa, dando giù come se le si fosse fermato il cuore – si vuol ammogliare! Te l’ha scritto lui?
– Scritto lui.
– Leggimi la lettera.
– To, leggi da te.
Rosa si mise a leggere la lettera, pigliando un’aria di malinconia che cresceva ad ogni riga. Intanto il dottore si spogliava ed entrava nel letto.
– Non si capisce nulla, nemmeno chi sia la giovine!… E poi, è presto detto prender moglie: ma la madre e il padre non son più nulla?
– Ecco! – ribatteva il dottore – Ora, quasi quasi, preferiresti che Mario fosse ammalato. Sì, sì! Ed è naturale. Voi madri, quando maritate le figliole, godete, vi par d’esser voi, alle nozze, ringiovanite; ma quando i maschi vogliono prender moglie, provate non so che gelosia. Già, gelosia! Sentite che un’altra donna è entrata nel loro cuore, e non dico che la odiate, ma insomma, a prima giunta vi pare una nemica… Non è forse vero?
– Forse… Tu dunque vai. E quando sei a Milano?
– Vado a trovar Mario, vedo che cosa v’è di serio; forse si tratta di una cotta presa per qualche modella… Ma lo metto nelle mani dei miei amici, quelli che mi davano dello sciocco quando dovevo sposarmi con te io stesso… te lo dissi tante volte… Oh saranno ancor vivi!… Bestia, che non accompagnai Mario e non lo raccomandai loro fin dalla prima volta che andò a Milano! Ma saranno ancor vivi, e forse meglio in gambe di me…
– Ti fai de’ bei complimenti! – disse Rosa, rassicurata un poco e sorridendo.
Essa conosceva di nome e di vista tutti gli amici lontani di suo marito, perchè egli ne aveva sempre parlato, e glie ne parlava sempre anche a quell’età, ne animava i ritratti appesi alle pareti qua e là per la casa, li rendeva quasi presenti. E però le parole del dottore le furono di qualche conforto. D’altra parte cosa si poteva dire? Ad ogni modo il matrimonio non era ancor fatto.
– Faccio conto di star fuori tre o quattro giorni e spero di tornar a casa contento. Al resto ci penseremo domani mattina. Svegliamoci alle cinque.
E cosi dicendo il dottore spense il lume.
La mattina dopo, due ore prima della partenza di lui, Rosa era già alzata; gli aveva preparato un po’ di roba, gli dava il caffè, gli contava il danaro, e che ne prendesse perchè pel mondo non si sapeva mai cosa potesse arrivare.
Il dottore la guardava con una gran tenerezza negli occhi, e intanto sorseggiava.
– Sai Rosa, che m’aspettavo di sentirti dire che vuoi venire a Milano anche tu?
– Oh no! questo no. Ti sarei d’impaccio. Ma se Mario vorrà prender moglie a ogni costo, allora sì, ci voglio andare, voglio vederla io la giovine, voglio conoscerla prima, perchè poi quando sarà mia nuora, son io che dovrò volerle bene.
– Buona donna! – disse l’Asquini, e la baciò nella fronte.
Poi passarono in punta di piedi nella cameretta di Serena. La giovinetta dormiva. La guardarono, si guardarono, forse i loro pensieri s’incontrarono, e Rosa disse: Come dorme tranquilla! Le abbiamo messo un nome ch’è proprio il suo. Chi sa di chi sarà moglie un dì?
L’Asquini sentì un’ondata soave al cuore, baciò sui capelli la figliola, poi stringendo Rosa nella vita, venne via con essa, e tutti e due avevano dei lampi di giovinezza e delle lacrime negli occhi.
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*   *
Mezz’ora dopo l’Asquini viaggiava alla volta della Lombardia, pieno di sensi quasi giovanili, nascenti dalla visione delle cose già vedute tanti anni prima: campagne, fiumi, città, borghi che s’indovinavano alle torri solitarie nelle lontananze, e le Alpi che erano sempre state lo spettacolo a lui più gradito. Tutto gli sembrava ancora com’era anticamente, tutto perchè il suo cuore era sempre lo stesso.
E nel pomeriggio, ma ben sul tardi, giungeva a Milano.
Appena uscito dalla stazione, gli parve strano di non trovar lì, tra la gente, il suo Mario, ma sorrise di sè; la lunga vita passata nel borgo nativo non gli aveva tolto del tutto il senso d’una moltitudine che formicola indifferente e va pei fatti suoi. Montò nella prima carrozza, disse al vetturino la via e la casa dove voleva scendere, ed entrò nella grande città guardando di qua e di là mezzo ingrullito. E quando fu un po’ inoltrato cominciò a provare certo scontento per tutte quelle cose nove che trovava passo passo. Tutto quello che della vecchia città esisteva ancora nella sua immaginazione, come lo aveva veduto realmente, ora svaniva via via dinanzi a lui, ed egli smarrita di subito l’immagine, non sapeva neppur più ricostruirla. Gli pareva che tutta quella trasformazione fosse una specie di irriverenza alle generazioni che avevano vissuto, lavorato, acquistata ricchezza nella città vecchia; quasi non si raccapezzava nelle nuove vie, anzi a un certo punto cominciò a sentire una vaga mortificazione, perchè di tanta gente che andava affaccendata di su e di giù, non ravvisava più nessuno. Dunque tutti quelli che aveva conosciuti eran morti o andati a star via? Eh no! Sapeva bene cosa possono fare venticinque o trent’anni. Erano forse passati degli amici e dei conoscenti e l’avevano guardato senza ravvisarlo!
Quando la carrozza si fermò, egli era pieno di malinconia e già quasi pentito d’esser venuto. Ma oramai c’era. Smontò, pagò la corsa, e pensando che per guadagnar tanto come quel vetturino egli medico doveva qualche volta trottar delle miglia per la montagna, entrò in un atrio, vide in fondo al cortile una scritta che diceva: «Scultore»; andò diviato, picchiò all’uscio e stette un momento col cuore sospeso. Forse veniva Mario.
L’uscio si aperse, ma invece di Mario si presentò un bell’uomo che guardò un poco il dottore negli occhi, gli stese la mano e gli disse:
– Lei è il signor Asquini! Là? Vede se lo conosco? E Mario non l’ha incontrato?
– Dove?
– Entri, s’accomodi, sono il maestro di suo figlio… oh guardi che caso! Già, si sono incrociati per via; Mario è andato al suo paese…
– Ah! birichino! So cos’è andato a fare… Era venuto qui per fargliela intendere.
– So tutto… bisogna stringersi nelle spalle e dire: pazienza!
– Dunque, c’è qualche cosa che gli fa torto?
– Torto no… anzi! Bisogna aver pazienza perchè Mario è ancora troppo giovane; ma pel resto è un partito d’oro… bellezza, salute, danari molti, e onore.
– Conosce la giovine lei?
– Eccola qui! Guardi.
E lo scultore menò l’Asquini dinanzi a un busto quasi finito. Era una testina di fanciulla soave, ma con certe trecce che cadevano lunghe e forti come la giovane che s’indovinava dal collo e dalle spalle.
– Ha diciott’anni – continuava lo scultore – venne qui una volta col padre che è un vecchio colonnello, a farsi fare questo busto; venne, si videro con Mario, si amarono, lo sa anche il padre e ora sarebbe una crudeltà non volerli sposare.
– Ed è anche ricca? – diceva il dottore, ammirando quella faccia. – Ma mio figlio è povero.
– Me lo disse Mario. Se mio padre farà delle difficoltà, sarà perchè lei è ricca! Disse proprio così.
– E non è giusto? Che misera cosa un uomo che mangia il pane della moglie! Ma Mario non ha ancora gli anni, e sin che la legge mi assiste dirò di no.
– Speriamo che lei muterà d’avviso! – disse lo scultore non osando andar oltre, per non mettere l’ospite al punto di dir più recisamente la sua avversione: e volto il discorso su altre cose, parlò del valore di Mario, dei suoi lavori, si offerse per quanto al dottore potesse occorrere in Milano. Questi ringraziò di cuore, si accomiatò da lui, lasciandolo impensierito, ed uscì.
Ora che fare? A Milano il dottore c’era venuto anche per veder Terenzi e Giomo; ma più per Terenzi il bello, l’allegro giovane, che aveva amato fin dai primi tempi che s’erano incontrati poco più che ventenni, e pur militando con lui nelle guerre della patria, non aveva osato avvicinarglisi, fin che Terenzi stesso non gli si era dato per amico in un momento d’alta malinconia. E allora erano divenuti uno solo; ma tutti stima altissima l’uno dell’altro, s’erano detti tutta la vita a vicenda. Anche s’erano incontrati in una passione per una stessa donna che avrebbe potuto schiantar i loro cuori, farli divenir nemici, ma avevano vinto.
E ora dove avrebbe cercato l’amico? Si era partito dal suo borgo, come un grullo, senza pensare che Terenzi non sarebbe stato là ad aspettarlo nella via tale al numero tale, dove lo aveva lasciato quasi trent’anni avanti; pure, non sapendo da che parte rifarsi, v’andò. E gli parve d’avere già ritrovato l’amico, vedendo che in quella via non era stato mutato nulla; sperava sin di vederlo affacciarsi alla finestra, spuntar sulla soglia, dove alla fine mise il piede lui, e chiamò il portinaio. Era ancor quello dei tempi ch’egli veniva a trovar Terenzi. Si rallegrò e si dolse insieme, perchè il portinaio non lo riconobbe alle prime, e forse questo voleva dire ch’era molto invecchiato; ma siccome la voglia di saper dell’amico era molta, così non istette a far parole e ne domandò addirittura.
– Il signor Terenzi? Eh! eh! lasciò questa casa vent’anni fa!
– E dove potrei trovarlo?
– Ma! quando se n’andò, tornò in San Vittore grande, al numero tale.
– Grazie, Anselmo.
– Come, Anselmo? Mi conosce? Chi è, perdoni, mi pare, ah!… il signor dottore…
– Sì, l’Asquini…
– Cospettone, non lo vedo da un’eternità!…
E quel buon portinaio che avrebbe voluto attaccare discorso, stette a guardar dietro al dottore; il quale voltò frettoloso la cantonata, alla prima carrozza che trovò vi saltò dentro, e via, in cerca della casa che colui gli aveva indicata.
Anche là di Terenzi non si sapeva nulla da una quindicina d’anni. Se n’era andato per andare a vivere in un villaggio di montagna, e forse non aveva più fatto ritorno a Milano, perchè, buono com’era, certamente sarebbe passato qualche volta a farsi vedere. Diceva così, con certo calore e con sicurezza singolare, una donna della portineria che nella voce e negli occhi mostrava d’aver serbato di Terenzi un ricordo ben più vivo che di un semplice casigliano. «Una delle tante!» disse tra sè il dottore; e si rimise in carrozza, risoluto di andar a domandare dell’amico suo nel Comune. Ma il caso volle che da un marciapiede un uomo alto, dritto, faccia di vecchio soldato, si fissasse in lui, e si piantasse come colto da una grande sorpresa. Non era Giomo colui? Veramente, da giovane, Giomo era biondo. Ma colui, si vedeva, era uno che si tingeva capelli e barba. L’Asquini fece fermar la carrozza.
– Giomo!
– Ma sei tu davvero Asquini? E dove ti sei conservato che sembri ancora quello di vent’anni fa?
– E tu no? sembri più giovane d’allora! non hai un capello bianco!
– Scuola del Tintoretto! – disse Giomo ridendo. – Ti trattieni a Milano?
– Sono venuto per veder te e Terenzi.
– Terenzi? e chi te l’ha scritto?
– Che cosa?
– Ma è ammalato, moribondo all’ospedale dei Fate bene fratelli!
– Ammalato e povero? – esclamò l’Asquini stupito.
– Povero no… ma era in letto da mesi e mesi, solo in un quartierino da scapolo; la servitù gli veniva a noia, parenti non ne ha; si stancò, si fece portare là dentro, e pur troppo non ne uscirà più. Vai a trovarlo?
– Se son venuto apposta! E tu non ci vai?… non vieni con me?
– Ho tanto da fare, abbiam tutti tanto da fare! Va, va, che gli farai passare un’ora meno triste; addio, salutalo, ci vedremo in galleria, ci verrò alle quattro.
– Ai Fate bene fratelli? – domandò il vetturino volgendo un poco la testa: e partì. L’Asquini gli aveva appena fatto un cenno, perchè era rimasto confuso nel sentir quel Giomo parlar in quel modo. Tanto da fare! Ed era uno di quei quattro amici indivisibili di vent’anni prima! Tanto da fare! Così si era mutata la vita? Ma!
Intanto la carrozza arrivava all’Ospedale. Egli licenziò il vetturino, si fece conoscere alla porta, e ottenne di poter andar su, con un frate, a trovar Terenzi.
Ne aveva visti a migliaia dei malati, ma il senso che gli fecero quell’atrio, quello scalone, quella prima sala lunga, quelle due file di letti su di cui pioveva la luce dei finestroni alti come quelli d’una chiesa, fu di patimento. Stavano i malati chi sotto le coltri, chi fuori del letto, con le zimarre turchine indosso, i berretti bianchi in capo, le pantofole ai piedi, quasi come tanti signori in veste da camera. E tutti guardavano lui e forse indovinavano all’aria ch’era un medico. Certo egli veniva per qualche privilegiato.
L’Asquini passò in fretta quella e una e due altre sale; poi all’uscio d’una camera in fondo ad un corridoio, il frate lo fermò.
– Aspetti un momento; preparo il signor Terenzi, e lo chiamo subito. Si trattenga poco; un quarto d’ora, non di più; ordine del medico.
Ed il frate entrò.
Per l’apertura dell’uscio l’Asquini vide il letto di Terenzi dal mezzo in giù. O Dio! Quelli sotto le coltri erano gli stinchi del suo povero amico! Quelle gambe che avevano fatto marcia a marcia il Piemonte, la Lombardia, la Sicilia, la Calabria, quando Terenzi, capitano, camminava alla testa della sua compagnia; ora erano lì, ossa, come se fossero già sotto terra!
– Chi? l’Asquini qui? Lo faccia entrare, lo faccia entrare subito! – diceva la voce di Terenzi velata e terminando in un nodo di tosse.
E allora l’Asquini, senza aspettar il frate, entrò e, gettandosi sul letto, baciò Terenzi sulla bocca, tre o quattro volte.
Terenzi sorrise e si colorò di gioia.
– Ah! tu almeno non t’hai riguardo, tu mi baci! Perchè ti vengono le lagrime?
L’Asquini si scusò, si confuse, ma riuscì a frenarsi.
– Siedi un poco – disse Terenzi – e raccontami. Cosa n’è stato di te, tutti questi anni? Ti sarai fatta una famiglia? Ah! sì, me ne ricordo. Saranno già grandi i tuoi figlioli. Quanti ne hai? Ebbi tante volte una gran voglia di venirti a trovare… ma d’anno in anno, eccomi qui che la febbre mi mangia, sempre con questo termometro sotto l’ascella!… Senti un po’ tu il polso, all’antica… ho febbre?
L’Asquini prese quel polso che una volta durava, per gioco, a fare sin mille mulinelli con la sciabola, e ora non era più che una stecca, rivestita di pelle.
– Poca febbre: – bisbigliò.
– Ma febbre? – disse Terenzi – febbre di tisico! E sorrise.
Era ancora quel suo sorriso di buono, sotto i mustacchi ancor neri, sebbene dei denti glie ne fossero già caduti parecchi, cosa che più di tutto fece male al cuore dell’Asquini. Quei vuoti tra i denti, che orribile cosa!
– Come mi trovi, nevvero? E tu, ai nostri tempi vicino a me, eri uno sparutello. Quante volte dicemmo con gli amici che non sarebbero passati molti anni che avremmo sentito parlare della tua morte! Facevamo voto di venir da qualunque parte al tuo funerale, nel tuo borgo, per mostrar ai tuoi compaesani quanto valevi, quanto eri amato. Invece me ne vado io. So, so che devo morire e ti ringrazio di non cercare d’illudermi. Vivi, bada tu a vivere molti anni, Asquini; la vita è una cosa buona! Come hai fatto a venir così forte e prosperoso?
– Col lavoro, caro Terenzi; a cavallo dal mattino alla sera, e quando il cavallo non ne può più, a piedi… pei monti.
– Santo lavoro, santi monti, santa famiglia! Tu almeno, quando ti ammalerai, non sarai costretto a ricoverarti in un ospedale… avrai intorno i tuoi figlioli… tua moglie…
L’Asquini gli prese la mano, e se la mise sulla fronte, per nascondere il pianto. Terenzi era appunto quello che tanti anni prima, tra i quattro amici l’aveva più sconsigliato quando gli aveva detto che andava ad ammogliarsi.
– Cos’hai? piangi? Oh! guarda cosa mi viene in mente! Quella sera, tanti anni fa, quando mi dicesti che stavi per ammogliarti, soggiungesti che la tua fidanzata somigliava molto a donna Virginia… Te ne ricordi?
– Oh! se me ne ricordo!
– Era vero? Ah! sì? E forse tu la sposavi perchè donna Virginia l’avevi amata anche tu! Non hai risaputo mai nulla di lei? Tormento, desiderio della mia vita! Ne conobbi tante donne, e belle, e colte, e le amai, e mi amarono. Tutte sono dimenticate o ricordate come cose messe là in un canto. Essa sola vive, e sempre giovane, sempre bella; vive qui nella testa e nel cuore, e torna, e la vedo, e la penso, ancora come venticinque anni fa. L’amavo… lo sai…, ed eri geloso di me: ma io lo ero di te, molto più, perchè essa ti guardava e ti parlava come a un amico, puro… superiore; invece a me… mi pareva che in me sentisse il pericolo… e mi temesse. Non ne seppi mai più nulla… Qui, su questo letto, mi è tornata tante volte come un raggio di sole in una giornata d’inverno. Se fosse viva e libera, ed io non fossi un morto…, volerei a trovarla; e se mi volesse, la sposerei, per adorarla. E se venisse qui, per un suo bacio, mi pare che guarirei… Dirai che son matto, ma cosa vuol dire che tutte le altre le ho dimenticate?
– Eh! amico mio, se le donne sapessero come fan presto a cader dal cuore degli uomini, c’intendiamo, certo si guarderebbero di più e allora sarebbero amate più lungamente..!
– Sì, dev’essere così: quella forse per quel che intendi di dire, l’amo più ancora. Però siamo dei gran bricconi, noi uomini, che tentiamo le donne, facciamo loro girar il capo, poi ce ne stanchiamo e dimentichiamo… Bisogna esser più onesti noi… Esse se son quel che sono hanno quasi sempre ragione, e lo sanno. Lui, lui, quello là insegnò il vero, quello là, e nessuno scagliò la prima pietra.
Così dicendo, Terenzi fissò gli occhi in un Cristo appeso alla parete, di faccia al suo letto. L’Asquini si voltò a guardare.
– Non son mica divenuto bigotto, no… – continuò Terenzi – ma quello è ormai il mio amico, e il mio conforto, parlo sempre con lui. Vedi qui sotto il guanciale, che libro?
– Il Vangelo? lo leggo anch’io, sempre…
– Libro che ha le radici nella terra e le frondi nel cielo! – diceva il nostro amico Piovani che aveva letto queste parole in Heine. Te lo ricordi l’amico Piovani? L’ingegnere cannoniere, quello che in Sicilia, sdraiato all’ombra del suo cannone, leggeva sempre il Vangelo? E noi ridevamo. Sai che poi morì frate in un convento di Lovere?
– Frate?
– Sicuro! Saranno dieci anni… Si era fatto frate per andar missionario in Africa. Che carattere! Così religioso e tutto per la libertà! Con Garibaldi in Sicilia a mandar via quel grullo di re di Napoli, e poi francescano per andare in Africa, a un’altra milizia… Povero Piovani! Nella guerra di Francia pensavo sempre a lui quando vedevo la Bibbia nello zaino dei Prussiani morti… È vero, sai! moltissimi ci avevano la Bibbia.
– E chi sa quanto contribuì alle loro vittorie!…
– Io non so… ma quando penso che siamo nel cristianesimo e che se uno c’interroga non ne sappiam quasi nulla, mi par di capire perchè quei popoli valgano tanto più di noi…
In quel momento il frate, spingendo un po’ l’uscio, mise dentro la testa. L’Asquini si alzò.
– O padre, padre, perchè me lo porta via? Te ne vai già?…
– Ma tra pochi giorni son di nuovo qui, torno a trovarti…
– Qui, o al crematoio. Baciami ancora una volta… E se mai tu vedessi donna Virginia… dille… No, non dirle nulla…
Si baciarono ancora, poi l’Asquini se n’andò. Ma di sulla soglia colse un’occhiata di Terenzi, un’occhiata che gli parve di sentirsela entrare nella nuca, e piantarsi nel cervello, per non uscirne mai più.
*
*   *
E se ne venne via per le sale, per lo scalone, come uno che si senta oppresso da improvvise rovine. Rifacendo con l’immaginazione le cose di cui avevano parlato con Terenzi, rivedendo donna Virginia qual’era trent’anni avanti, bella, mesta, con quei grandi occhi che le facevano splendere tutta la persona, gli pareva di sentirsi tale qual’era a quei tempi. Ma passando dinanzi a un negozio, si vide nell’invetriata coi capelli grigi, e pensò umiliato che chi sa come doveva essere imbruttita anche donna Virginia, se pur viveva ancora. Se pur viveva ancora? Viveva sì ad ogni modo, finchè in quel posto da cui si era partito respirava Terenzi. Viveva nell’anima di lui… Oh quante volte moriamo noi… e le cose nostre! Moriamo ogni volta che si spegne qualcuno che ci conobbe, moriamo così, prima di morire davvero, a ogni morte d’amico: rimoriamo quando davvero siam morti, e l’ultimo a spegnersi, dopo di noi, è quello che veramente ci seppellisce nell’oblio.
Con questi pensieri l’Asquini si era allontanato dall’ospedale. Non sentiva nè sonno, nè stanchezza, nè appetito… e di Milano gli pareva già di averne abbastanza. Quasi quasi era meglio andarsene alla stazione, a mettersi nel primo treno che passasse alla volta del grosso borgo dove stava l’Offlaghi, un altro amicissimo suo. Sperava di trovarlo, di confortarsi con lui discorrendo di Terenzi; si proponeva di tornar con lui a Milano a riveder il povero amico, a star vicino a lui fin che morisse. Sì, era meglio andar dall’Offlaghi. Ma no, vi sarebbe arrivato di notte a disturbare. Dunque, la cosa più conveniente era andarsi a sedere in uno di quei sontuosi caffè della Galleria e desinarvi, aspettando quel Giomo, con cui s’eran detto di trovarsi allo Gnocchi. E così fece, voltando le cantonate a caso e carico di malinconia.
E nel caffè inondato di luce, si mise a mangiare fra tavolini popolati di gente allegra, cui il candore delle tovaglie, le stoviglie, i bicchieri scintillanti e le vivande portate con gran pretesa, davano un’aria di godimento grasso e sprezzante del di fuori. Signori e signore mangiando, chiacchierando e ridendo, lanciavano gli occhi attraverso i grandi cristalli, nella folla che andava in su e in giù per la Galleria, e vi faceva un fermento, un brusìo che ricordava all’Asquini i clamori intensi del vento nelle sue foreste, quand’esso le attraversava per andar a vedere i suoi ammalati. Osservava una cosa. A giudicar dalla gente che passava, in Milano non vi dovevano più essere poveri… E gli pareva che chi avesse voluto distinguere all’aspetto la condizione delle persone, non ci si sarebbe raccappezzato. Era un bene, era un male? C’era sincerità di vita in quella folla? Ma anche nel suo borgo le cose s’eran molto cambiate dai tempi della sua fanciullezza. Ivi, allora, una quarantina di mendichi vivevano accattando alle porte; uno dopo l’altro coloro erano morti, ma nessuno aveva preso il loro misero posto.
«Alle volte uno loda il passato, ma se si pensasse bene!», diceva tra sè il dottore, e adesso si distraeva, perchè, guardando, gli avveniva di ravvisare qualche vecchia conoscenza, in questo o in quel signore di quei che passavano; tutti mutati, però, ma più nell’espressione che nei tratti del viso… Pareva che dentro non avessero più nulla del loro passato, e che se egli si fosse alzato per andarne a fermar uno, quello avrebbe fatto le meraviglie d’essere stato un tempo conosciuto da lui, o forse anche gli avrebbe detto di non averlo mai veduto: quindi non si lasciò pigliare dalla tentazione, e continuò a mangiucchiare svogliato, aspettando Giomo.
Ma aspetta che t’aspetto, vennero le quattro e le sei, e Giomo non giunse.
«Ah! già! – cominciò a pensare l’Asquini – egli ha tanto da fare! Capisco. In mezzo a questo mondo che succhia la vita nel godimento, Giomo ha da fare a mantenersi operoso; si tinge, si liscia, ma lavora… Egli non vive che del presente, per lui sono già un’anticaglia… certo non verrà qui per me. Tuttavia voglio ancora aspettarlo».
A un certo punto che entrava una signora, con un fare da regina, accompagnata da un giovane, che, s’indovinava, non era a lei nè fratello, nè marito, l’Asquini pagò, si alzò, e uscì come uno che ha preso il broncio.
E andò diviato nell’antico albergo, dove era solito d’andare con Terenzi nei bei tempi della loro giovinezza. Ivi domandata una camera, volle il caso che gli toccasse proprio quella dove una volta aveva visto entrar con una giovine Lantieri, un altro dei quattro amici, di cui si era proposto di cercare, movendosi dal suo paese. Si spogliò, si coricò pensando a quella sera così lontana, a quella giovine bella di cui si era tanto stupito, e per cui l’indomani aveva fatto dei rimproveri a Lantieri. Lantieri lo aveva canzonato dicendogli che non gli credeva, che tanta ingenua ignoranza delle cose del mondo gli pareva una grulleria, e che mentre sugli orli del sentiero della vita s’incontravano dei fiori come quello, egli era uno sciocco a non coglierne; perchè poi da vecchio, si sarebbe voltato indietro pentito.
L’Asquini si levò da questi ricordi per un agevole e naturale trapasso della mente alla casa che aveva lasciata, a sua moglie, alla sua Serena, agli altri suoi figli; e nella dolce sicurezza di potersi rivedere in mezzo a loro, tra due o tre giorni, si addormentò.
L’indomani, con una certa malinconia nuova, andò a dare un’occhiata al Duomo, un’altra ne andò a dare a Sant’Ambrogio, poi, come fu l’ora, corse alla stazione per prendere il treno di Venezia. E col cuore un po’ più largo partì pel gran borgo dove stava l’Offlaghi, sorridendogli la speranza di trovar l’amico padre di qualche giovinetto o di qualche fanciulla che potessero convenire alla sua Serena o al suo Mario. Con una figlia dell’Offlaghi l’avrebbe volentieri lasciato ammogliarsi. Oh sì!… l’amicizia fraterna che aveva avuto con quello, poteva tornar a un momento di ardore nuovo e mutarsi in parentela.
*
*   *
Da Milano al borgo dell’Offlaghi il viaggio non era lungo, e l’Asquini vi arrivò quasi prima di desiderarlo. Anzi, quando il treno si fermò e fu gridato dalle guardie il nome del borgo, egli ne ebbe dispiacere, e discese malcontento d’essere arrivato. Ma questo sentimento lo aveva provato sempre; sempre sin da giovinetto s’era doluto di giungere, fosse pure stato incamminato alla meta più desiderata; onde non ci badò, ed entrò nel borgo.
Si volle dare una soddisfazione. Non avrebbe domandato dell’Offlaghi a nessuno; avrebbe girato, cercato da sè, trovato l’amico, sperando di riconoscerne la casa a una certa apparenza che gli pareva dovesse avere, somigliante a quella del padrone che era stato così gioviale e signorile. Forse avrebbe incontrato lui stesso, si sarebbero guardati e riconosciuti. E così, gira e torna di su e di giù, perdette più di un’ora per quelle vie di gran villaggio lombardo, senza incontrar nessuno che gli potesse parer l’Offlaghi, o veder una casa un po’ somigliante all’idea che si era fatta di quella di lui. Stanco mutò proposito, e ne domandò a un ometto che gli veniva incontro fissandolo.
– Ah!… l’Offlaghi… quale? il garibaldino?… oh, povero signore! Ecco, sta di casa laggiù; vede quel portone verde? È suo. Batta e forse le verranno ad aprire.
L’Asquini s’avviò. «Povero signore? Forse le verranno ad aprire?». Quel cortese aveva dette due parole spiacenti. Tuttavia l’Asquini non volle star lì a domandar di più. Se l’Offlaghi era caduto in qualche disgrazia, l’avrebbe visto purtroppo da sè.
Arrivò al portone, stette un poco, poi picchiò risoluto.
Il mugolìo d’un grosso cane rispose da lunge, poi si sentì un passo pesante e lento, fu tirato un chiavistello come quello d’un carcere, e l’uscio si aperse appena tanto che chi era dentro potesse vedere, quasi non visto.
– Chi cerca? – domandò un servitore, squadrando da capo a piedi l’Asquini.
– Il maggiore Offlaghi.
– E chi è lei?
– Il dottor Asquini, suo amico.
– Venga pure avanti.
Ora l’Asquini riconosceva tutto. Gli pareva che tutto fosse proprio tal quale aveva sentito dir dall’amico, nelle veglie del campo, quando i loro pensieri tornavano a casa, alle madri, alle sorelle, alla mensa, dove un posto vuoto doveva far pensare mestamente a loro. Il cortile era vasto e tenuto in parte a giardino, un po’ negletto, ma signorile. Quell’abete rigoglioso che sorgeva là in quell’angolo, senza dubbio era quello di cui l’Offlaghi soleva narrare, con tanta passione, che era stato piantato da suo padre il giorno in cui era nato. Aveva più di mezzo secolo anch’esso quell’abete, ma era ancora, per dir così, nell’adolescenza, mentr’egli e l’amico toccavano ormai la vecchiaia. Pensiero fugace che l’Asquini non potè quasi fermare, perchè sulla soglia d’una sala terrena vide scendere una giovine, e fermarsi a guardar lui.
«E questa è sua figlia – pensò egli con allegrezza – è sua figlia, tutta lui, fin nel passo».
E avanzandosi verso la giovine, rifece, con la facilità di un visionario, il suo castello in aria: «M’intendo col padre, porto via il ritratto, vado a mostrarlo a Mario, gli piacerà, faremo un matrimonio che sembrerà un destino».
– Buon giorno, signorina – poi le disse – io faccio conto di averla vista nascere; sono un medico, un vecchio amico del babbo, non ci vediamo da venticinque anni, È in casa? si può salutarlo?
– Si può, s’accomodi, resti servito: – disse la giovine facendosi in disparte per lasciar passare il forestiero, e intanto chinava un po’ la faccia quasi vergognosa.
Egli credendo che fosse per quell’aria di confidenza che si era data:
– Via, via – incalzava – non faccia cerimonie, non abbia soggezione, sono tanto fratello del babbo, che posso anche prenderla a braccetto, e farmi chiamare zio, nonno, suocero, quello che vorrà.
La giovine passò avanti confusa, e il dottore le tenne dietro, guardandola nella vita e nel passo. Ma ora, gli pareva e non gli pareva, quella giovine non poteva avere che una ventina d’anni, eppure si sarebbe detto che non fosse più fanciulla.
Entrarono nella sala terrena. Ivi su d’un seggiolino, in un canto si baloccava un bambino di forse venti mesi, che all’apparire del dottore, tese le manine alla giovine, guardandolo spaurito.
– Oh! oh! – esclamò il dottore – questo sarà l’ultimo fratellino? Anch’esso tutto lui, occhi, bocca, capelli. Quanti siete tra fratelli e sorelle?
– Questo è mio figlio; – disse la giovine arrossendo un tantino.
– Maritata in casa? – pensò il dottore.
Egli si spiegava subito il fatto così, mentre vedeva d’un tratto sfumare il suo bel castello: «Maritata in casa? già! – commentava tra sè – forse egli vedovo non volle rimaner solo e si prese un genero in casa… Arrivo troppo tardi. Dunque il mio Offlaghi è anche nonno?
– Sono sua moglie…
– Oh! Perchè non me l’ha detto subito? – disse l’Asquini chinandosi, confondendosi come un ragazzo a mescolare le scuse coi complimenti…
Per sua fortuna scattò la molla d’un orologio a cuculo appeso lì ad una delle pareti, e la bestiola si affacciò dallo sportellino a cantare le ore con la sua voce cupa e chiusa.
– Oh! già le undici? Dunque potrò vederlo suo marito?
– Bisogna salir di sopra: egli non esce più da un pezzo, non discende nemmeno più qui…
– Ammalato?
– Immobile: lei che è medico vedrà. Dicono che non guarirà più, e che può durar così degli anni, degli anni.
– Allora andiamo a vederlo.
– Prima vado ad avvertirlo.
In quel momento scattò la molla d’un altro orologio del piano di sopra, e una quaglia si mise a cantar l’ore: Qui, qui, qui, qui, qui…
– Sentite? sentite? Trenta secondi di differenza! Maledizione agli orologi e agli orologiai! – tonò di lassù una voce che l’Asquini riconobbe subito, – Maffeo stacca quei due scatoloni, portali subito a Brescia; dì all’orologiaio che li smonti, che li aggiusti, che li metta d’accordo che durino almeno una settimana; se non si può, li pesti, li stritoli, se li tenga, li butti al diavolo, non me li mandi più qui a seccarmi!
– Cos’ha? – disse il dottore quasi mortificato.
La giovine signora crollò il capo.
– Nulla. Il suo tormento son due orologi; tutto il giorno sta seduto nel suo seggiolone e par che conti i secondi, col polso sinistro nella mano destra aspettando. Guai quando la quaglia e il cuculo non cantano insieme. Invece è contento quando vanno d’accordo. Tutta la sua consolazione è lì. Vado a dirgli che c’è lei: scusi, devo dire il dottor…?
– Asquini.
La signora si prese il bambino in braccio e salì. E l’Asquini si mise a guardar intorno i quadri appesi alle pareti. C’era l’incontro di Garibaldi con Vittorio Emanuele a Teano, ventisei ottobre 1860. Trent’anni! Egli con l’Offlaghi erano stati presenti a quella scena, ne aveva ancora vivissima la visione e pieno del sentimento il core. A quei tempi l’amico suo comandava un battaglione di picciotti, tutti del vallo di Mazzara. Dov’era adesso tutta quella gente? Portata dal vento della rivoluzione dell’isola sin sul Volturno, ivi era stata soffiata via da un altro vento che l’Offlaghi chiamava del piemontaccio reale. Malcontento e cruccioso, questi aveva sogghignato quando Vittorio e Garibaldi si eran dati la mano, in mezzo ai loro due eserciti, e aveva bisbigliato: «Se fossi il Dittatore glie la darei io qui la corona d’Italia!». L’Asquini che gli stava a lato a cavallo l’aveva sentito e gli aveva detto sottovoce: «Tu Offlaghi, non capisci nulla». E l’Offlaghi a lui: «Si sa; tu che sei un chinese del Piemonte, capisci tutto!». La parola era amara e piena d’offesa, ma il fatto che si compiva sotto i loro occhi era di tanta grandezza, che avevano taciuto rimanendo poi amicissimi come prima.
L’Asquini un po’ urtato da quel ricordo, passò a guardar un altro quadro: I Cacciatori delle Alpi al passaggio del Ticino, reso da un dipinto del Pagliano. Quelle barche, quei soldati, quante figure d’amici, già morti, chi appena messo il piede in Lombardia del cinquantanove, chi più tardi in Sicilia, chi fino in Polonia. E Nullo? più felice dell’Offlaghi che aveva vissuto!
– O Asquini – si mise a gridar l’Offlaghi – ma vieni, vieni su, perchè non sei venuto addirittura, per Dio? Perchè ti fanno fare anticamera?
– Vengo, vengo, non t’inquietare, vengo…
L’Asquini salì, s’affacciò.
In fondo a una gran sala, presso un gran foco, mezzo sepolto in un seggiolone, un vecchio guardava verso l’uscio. Egli rimase sulla soglia un istante.
Era pur l’Offlaghi colui! Bianco come la neve fin le sopracciglia, smunto in faccia: come poteva in una ventina d’anni esser divenuto così?
L’Offlaghi fece l’atto di volersi alzare, ma rimase coi gomiti appuntati in fuori e le mani sui braccioli del seggiolone, tremando. Salvo l’amicizia e la pietà, pareva un’anfora con due grandi anse.
Allora l’Asquini corse, si chinò su di lui, si baciarono, si guardarono, e all’Offlaghi vennero gli occhi torvi, come se avesse voluto prendersela con qualcuno; poi guardandosi le gambe consunte, nei calzoni che parevano d’un altro più grande di lui, balbettò:
– La paralisi… capisci?
– Paralisi… – ripetè l’Asquini con un filo di voce, sedendosi vicino all’amico.
– Quelle maledette vite del campo, le pioggie, le sudate al vento, il fango, le notti dormite nel fango… Non è vero Asquini? Domandalo un po’ a lui, moglie, che vite! Ecco come mi han ridotto.
La giovine donna se n’andò col bambino in un’altra stanza, tutta confusa, senza sapere il perchè.
– Quella è mia moglie… te l’ha detto?
– Anzi devi scusarmi con lei; l’avevo presa per tua figlia; ti somiglia tanto!
– È mia nipote: – disse l’Offlaghi abbassando gli occhi – l’ho sposata tre anni fa, e abbiamo quel bambino. Peccato aver la salute così malandata: ah! gli strapazzi dei nostri tempi, quelle fatiche…
– Già, già, può essere…
– Come, può essere? Dunque, voi medici, siete tutti uguali, non sapete mai nulla di sicuro? Cosa vuoi che sia stato a rovinar così un uomo com’ero io?
– Certo, è come dici tu, l’umidità, gli strapazzi…
Il dottore parlava e intanto pensava che l’Offlaghi non aveva mai detto una parola di vanto e che ora chiacchierava come un poltrone.
– E quelle marcie in Calabria, bruciati dal sole, mezzo morti di fame; poi quelle notti sotto quelle guazze, quel mese scellerato sotto Capua?
– È proprio vero!… – continuava a dire il dottore, che in quella litania detta dall’Offlaghi perdeva, senza avvedersene, la sua sincerità. – E che cura hai fatto?
– Le ho fatte tutte! Tutti i medici di Lombardia gli ho sentiti; ve ne fossero stati! M’hanno mandato ai fanghi, alle doccie, m’han curato coll’elettricità, mi han fatto soffrire l’inferno… Già, voi medici siete i grandi ingannati che ingannate il mondo, dando dei nomi strani e paurosi alle malattie. Quanto a guarirle…
– Ci pensa la natura!… Del resto non me n’ho a male; di’ pur quello che vuoi di noi medici; nel fondo siamo d’accordo. Io faccio il medico ma mi vanto ben poco d’aver guarito dei malati; se avessi da ricominciare e trovassi la gente disposta a darmi retta, vorrei solo insegnar loro come si fa a non ammalarsi.
– Ah, la pensavi già un po’ così fin da giovane! Quante volte mi dicesti di badar a questo, a quello… T’avessi dato retta! – E così dicendo, l’Offlaghi pareva fissasse gli occhi in una lontananza ideale. – Tu intanto sei quasi ancora come eri in quei tempi. E dove sei stato, come hai fatto a conservarti così?
– Mi fece la stessa domanda anche Terenzi.
– Terenzi! dove l’hai visto?
– A Milano, quasi moribondo…
– Moribondo? anche lui?
E allora il dottor Asquini narrò quel che aveva veduto, quel che aveva sentito dal Terenzi; quel che aveva sperato.
– Avevo fatto conto di condurti a Milano e di assistere con te l’amico nostro, fino all’ultima ora che non sarà lontana.
– E sarei venuto, ma guardami qui in che stato sono!… si può campare cosi?
– Altro! e si può anche guarire! La natura un bel giorno ti fa ricorrere la vita per quelle membra che paiono perdute; tornano le forze, ti senti la voglia di alzarti, andare, partire; ti provi, ti reggi, vai… Cos’è stato? Ma! Il fatto è che sei guarito.
Il dottore gioiva a improvvisare lusinghe, perchè s’accorgeva che l’amico lo seguiva nel suo dire, a lampi d’occhi.
– Se dici il vero, se un giorno mi segue quel che dici, vengo in pellegrinaggio a trovarti… anche se tu stessi di là del mare!
E l’Offlaghi s’animava, pareva già pieno di quell’illusione.
– Ora sento che quasi quasi mi potrei muovere, guarda!…
E fece l’atto di reggersi, ma invano: crollò il capo e si sfogò con un gesto di collera contro l’orologio della quaglia, che questa volta cantò prima di quello del cuculo.
Poi, ricomponendosi, mentre l’Asquini si sentiva intenerire dalla compassione per quella misera vita, soggiunse:
– Ma non mi hai ancor detto cosa sei venuto a fare qui, cosa ci hai da queste parti, in questo paese dove mi son lasciato perdere…
– Vado a Venezia per veder il nostro Lantieri.
– A Venezia? Che Venezia! Lantieri sta qui vicino dieci miglia, in una fattoria che si chiama di San Cassiano. Fa l’agricoltore.
– L’agricoltore?
– Già! Sai che da giovane studiava scienze naturali… A Venezia si ridusse quasi a nulla, godendo e facendo goder la vita a questo e a quell’altro per una diecina d’anni, poi ebbe il suo quarto d’ora di riflessione, pensò all’avvenire, c’era quel buco e ci si rintanò. Fa il fattore e lo fa bene; non viene mai a vedermi, ma mi manda a salutare tutti i giovedì da gente che trova al mercato… Povero Lantieri, con quelle sue manine da donna si è adattato a rimestar la terra, a far l’analisi ai concimi, a palpar la coda alle mucche.
– Vado a trovarlo subito.
– Come? non ti fermi a desinar con noi?
– No, ho fretta… vado e torno domani, te lo prometto.
– Guarda, che sto sicuro; se non torni ti lancio dietro quelle parole! Sai? Te ne ricordi? Chinese del Piemonte! Che sciocchezza ti dissi allora; sono trent’anni, Asquini, e ho avuto tempo d’accorgermi che avevo torto…
Così parlava, animato dalla speranza che l’Asquini aveva saputo fargli nascere in cuore.
– Maria, Maria, vieni, accompagnalo.
Maria comparve.
– Guarda, Asquini, che bel bambino! Io non ero mica ancora così quando nacque!
– E tornerai come eri allora, vedrai! A rivederci, un bacio…
Scambiarono un bacio e un addio.
Giù nel cortile la signora si fece animo.
– Dice davvero, dottore? guarirà lo zio?
– La natura fa dei miracoli, signora; speri anche lei e voglia bene a suo marito.
E allontanandosi in fretta, come se quelle parole «guarirà lo zio» nelle quali capiva tutta una storia, gli avessero soffiato addosso la fuga, uscì nella via incamminandosi a cert’albergo che aveva visto passando e gli aveva messo in cuore un senso quieto d’ospitalità bonaria ed antica. Là ordinò una carrozza per la fattoria di San Cassiano.
Gli pareva di non aver bisogno di nulla; ma, come fu dentro, intanto che preparavano la carrozza, un soave odor di vivande gli destò l’appetito, e chiese da desinare. L’oste lo fece sedere nella più bella stanza, e, apparecchiando, lo sbirciava con una gran voglia di interrogarlo.
Finalmente l’osò.
– Lei è quel dottore che è stato dal signor Offlaghi?
– Sì – rispose l’Asquini, pensando che veramente tutto il mondo è paese, e che lì, come nel suo borgo, come dappertutto nel piccolo, non si muove foglia senza che tutti non lo sappiano; noiosa e pur utile vigilanza che, non per intenzione, e forse per malignità, si fanno a vicenda gli uni sugli altri, i vicini e i lontani.
– Ah, è medico lei? Già, s’indovina all’aria! Eppoi dall’Offlaghi non vengono che dei medici… Com’è divenuto, povero signore! Un uomo che fermava le saette con gli occhi, ora è ridotto un immobile… Come l’ha trovato? Perdoni, sa, la mia curiosità…
– Eh, non molto male…
– Ha voluto goder troppo lui!… Vita allegra e lascia andare! Buon uomo, buon amico, ma dove ci capitava non aveva riguardo, ci lasciava il segno: mi capisce nevvero?… Era bello, ricco, per anni e anni tutte le ragazze non vedevano che lui, tutte si credevano di sposarlo. E poi anche le maritate! Se tutti gli potessero dir babbo, ce n’avrebbe dei figli intorno. Sarebbe una bella serenata! Si affacci, guardi là quel calzolaio di quindici anni in quella bottega, non è lui, lui di quand’era giovinetto? Lo conobbe giovine lei? Ebbene fu anche la rovina di parecchie donne. La madre di quel ragazzo là, finì scacciata dal marito, che se n’andò a vivere in America… Intanto l’Offlaghi venne vecchio, senza famiglia, e allora gli hanno dato moglie, quella bella giovinetta; l’ha vista? È figlia di suo fratello; l’han fatto per far rimanere in casa il patrimonio…
– Già, già – diceva l’Asquini pensieroso.
– A lui non gli parve nemmeno vero. A cinquantasei anni vedersi dare una sposina come quella! L’avesse veduta che fiore, prima del matrimonio! È ancor bella, ma non è più nulla al confronto! Ha quel bambino, par contenta, ma si sa… in casa, l’Offlaghi non la lascia vivere; è geloso come un turco!
– Basta, basta: son tutti chiacchieroni come voi in questo paese?
L’oste si sentì stroncar la lingua e tacque. Portò in fretta da mangiare, in fretta l’Asquini mangiò, pagò il conto di tutto e chiese del cavallo.
– È già attaccato – rispose mogio, mogio.
Il vetturino schioccava la frusta, l’Asquini uscì, montò in carrozza e partì.
– E tre! – diceva tra sè: – Giomo che ha tanto da fare! tanto da fare, e si dipinge e si liscia e ancora ha tanto da fare, che non può neppure andar a trovare un amico come Terenzi!… Terenzi che se ne va morendo in un ospedale; e questo qui che è quel che è, e mi pare il più infelice. Era meglio se non mi fossi mosso da casa… Oh sì meglio se avessi lasciato i miei quattro amici nel ricordo, laggiù… in quella lontananza di tempi! Li immaginavo felici, li vedevo com’erano allora, belli, giovani; non mi passava neppure pel pensiero che anche essi dovevano essere divenuti vecchi. Ed ecco come li trovo… Ora stiamo a veder Lantieri.
Intanto la carrozza andava, e il cavallo trottava allegro come se sapesse che la strada a San Cassiano non era lunga, e che l’acquazzone che si veniva preparando non avrebbe avuto tempo di coglierlo per via. Arrivò che cominciava a imbrunire. Voltando dallo stradone nel viale che metteva alla fattoria, la bestia nitrì soddisfatta. Allora l’Asquini guardò la casa dove stava il suo amico Lantieri e provò un senso di piacere come quando da giovani si torna a casa dopo una lunga assenza e si sa che v’è la madre che aspetta e alla mensa è stata messa una posata di più.
Nel momento che la carrozza si fermò sul piazzale dinanzi alla casa, un uomo apparve sull’uscio, improvviso, con una cert’aria di desiderio, fece un gesto di stizza e brontolò:
– Non è lei!
– Non è lei: dunque aspetta una donna! – pensò l’Asquini, e per una bizzarria dello spirito, deliberò di non darsi a conoscere, di fermarsi con qualche pretesto.
Quello era Lantieri; lo avrebbe ravvisato subito se anche l’avesse trovato a caso in mezzo a qualsiasi moltitudine. Aveva la voglia di gettarglisi al collo, ma si rattenne.
– Chi vuole? – disse Lantieri venendo verso l’Asquini un po’ cruccioso, ma vincendo sè stesso per uso d’antica cortesia.
L’Asquini guardò quella bella testa di doge veneziano. C’erano ancora, e giovanili, i grandi occhi azzurri sotto un arco di sopracciglia orientali; il naso fine e aristocratico piombava giù dalla sua giuntura vigorosa con la fronte, e prendeva un rilievo altero dalla barba piena, quasi ancora nera, come quando Lantieri aveva trent’anni.
L’Asquini si sentì dolere di non essere riconosciuto, ma si fissò ancor più nel proposito di non palesarsi.
– Lei è il signor Lantieri?
– Ai suoi ordini.
– Vengo a portarle dei saluti d’un amico suo carissimo che è molto ammalato. – Notò, dicendo, che Lantieri s’oscurava in faccia. – Molto ammalato, sì, e forse…
– E chi è?
– Terenzi Castiglioni.
– Ammalato Terenzi? E dove? Forse a Milano?
– A Milano.
– Domani vado a trovarlo!
– Anderemo insieme.
– Allora lei si ferma qui da me; un letto c’è, un po’ di cena pure…
– Grazie; accetterò il letto, ma per la cena ho finito appena di desinare…
– Parleremo di Terenzi. Mi rincresce che non le posso fare accoglienze… Non ho qui la mia serva. Dianzi credevo che fosse lei, ma non verrà… sono solo… s’accomodi. E tu – disse al vetturino – va pure. Dico bene, signore?
– Benissimo! – rispose l’Asquini, che in quel fare ritrovava tutto l’amico Lantieri, pronto, spontaneo, un continuo scoppio di cuore.
Il vetturino pagato dal dottore voltò via ed essi entrarono in casa.
Lantieri accese una lucerna, spiegando al forestiero che da solo se ne stava volentieri senza lume, come un romito a fantasticare. E quando la lucerna illuminò intorno, l’Asquini vide una gran semplicità di cose, un non so che di signorile nel campagnuolo, in cui l’animo si doveva riposare ridendo del mondo. Nel camino si consumava un ceppo che Lantieri corse ad attizzare, e accostandovi una sedia fece seder l’ospite, che intanto piantava gli occhi in una fotografia inquadrata in una cornice elegante, certo non fatta per esser messa tra gli arredi di quella stanza. L’Asquini la conosceva quella fotografia, n’aveva a casa una eguale anche lui, nella saletta, e in quella per anni e anni sua moglie e i suoi figlioli eran venuti imparando a conoscere gli amici della sua giovinezza e la storia di ciascuno di essi.
– Questo è un gruppo d’amici, tra i quali c’è anche Terenzi – disse levando il quadro dal muro e mettendolo dinanzi all’Asquini; – ecco lì come era a ventisei anni, il bel capitano della prima compagnia del mio reggimento. Due medaglie al valor militare, una bella mente, una bella persona e ricchezze molte. Non era meglio per lui rimanere morto alle porte di Palermo, su quel mucchio di ghiaia dove lo vidi caduto, con una palla nel fianco e passando lo salutai e mi gridò: «Avanti, avanti, addio…». Povero Terenzi… Oppure, poichè doveva vivere, perchè non si compose una famiglia? Era uno dei più bei partiti di Lombardia. Ma non volle mai prender moglie. Non aveva stima delle donne, diceva che sono impastate d’egoismo anche se virtuose; non capaci di alti pensieri, e pronte a tradir gli affetti… Forse aveva torto perchè, a conti fatti, i birboni siam noi.
– Parlammo anche di questo con Terenzi, ed egli stesso disse quello che dici tu… Oh perdoni! Ora mi pareva di essere con un amico e le davo del tu…
– Niente, niente! Beati i tempi in cui si dava del tu, così alla prima. Ora non si può più! E questi è un avvocato che sta qui nel borgo dove lei ha preso il cavallo. Un infelice! Era già maggiore a ventott’anni… i suoi compagni cavalcano col re, sono tra i grandi della terra… ed egli perdette la gioventù e il meglio della vita a oziare nelle sue ricchezze, nel suo borgo. Ora è vecchio franto… non ne parliamo. Quest’altro qui… oh!… quest’altro poi era un giovine che credo sia rimasto un desiderio per quanti lo conobbero, e tutti gli abbian voluto bene, ma un bene non di sola amicizia, un bene… come faccio a esprimermi? qualche cosa che somigliava al primo sentimento che una fanciulla prova per colui che amerà. Almeno così gli volevo bene io. Era bello, buono, mi pare che non fosse infelice, eppure portava la vita come una croce, e pareva andasse in giro per piantarla su qualche greppo e morirvi su confitto. Un asceta, ma sempre allegro, grande amico di Terenzi… Ah! che storia tra loro due! Un tempo nel nostro reggimento v’era un ufficiale che aveva per moglie una delle più belle donne che m’abbia mai visto: nobile lei e nobile il marito, ma questo soltanto di nascita, d’animo no; donna Virginia meritava d’essere sposa al migliore tra gli uomini. Terenzi e quell’amico lì, che si chiamava Asquini, un medico, se n’erano innamorati ed erano gelosi uno dell’altro. Ma Terenzi, se donna Virginia gli fosse venuta a tiro, povera lei; mentre con l’Asquini avrebbe potuto viaggiare sola tutto il mondo, che egli non avrebbe mai osato tentar di baciarle neppur le treccie. Noi per certe sue idee sulle donne e sull’amore, gli davamo del bimbo; ma credo ora che avesse ragione lui. Dunque erano gelosi tra loro, e noi lo sapevamo e si temeva che una volta o l’altra rompessero… Guai se quei due venivano a scoppiare: altro che due nuvole temporalesche! Una notte il marito di donna Virginia perde tutto al gioco; tutto fin l’orologio, fin l’anello e rimane con due migliaia di lire da dare ai vincitori, sul suo onore, l’indomani. Le domanda a Terenzi, che era ricco, e aveva sempre con se delle somme forti. Terenzi si confuse, si scusò, ricusò… Amava donna Virginia, e perciò gli pareva una viltà legare così a sè l’anima del marito… Basta! L’indomani donna Virginia, a testa bassa, camminando rasente il muro, passò dinanzi a un caffè dov’era l’Asquini tutto melanconico, e scivolò nell’uscio dell’albergo dove stava Terenzi. Terenzi la vide dalla finestra e si tirò dentro… Guardai l’Asquini; era divenuto pallido come un dissotterrato… Poi pigliò quasi la corsa verso l’albergo ed entrò anche lui. «Adesso sta a vedere che li trova insieme, e succede una tragedia» pensai, e mi avviai anch’io. Ma mentre salgo le scale, vedo che l’Asquini s’è nascosto in un angolo, ansante, smarrito. «O Lantieri, mi dice, che uomo Terenzi; quella donna gli andava in gola, e non le ha aperto! Lasciami salire ad abbracciarlo». Lo lasciai andare.
Seppi poi che Terenzi gli disse che piuttosto di aprir l’uscio a donna Virginia, in quell’occasione, sarebbe morto; e che diede i danari a lui da portar al marito, e che l’Asquini li portò, e che seppe dall’ordinanza che quell’omaccio aveva costretto la moglie a andar da Terenzi a pregar per quel denaro; sin con le minaccie… sin con le ingiurie. E la povera donna si era rassegnata. Ma che giovani Terenzi e l’Asquini! Le pare, signore? E ora Terenzi muore, e l’Asquini non lo sa, e io non so dove sia… l’avviserei… verrebbe… oh se verrebbe…
– Son qui, son qui, non ne posso più… baciami Lantieri, son io! Perchè non mi hai riconosciuto?
– Ma già… ma già… – sillabava Lantieri, preso tra le braccia dell’Asquini, e tirando indietro la testa per guardar questi in faccia: – Sei tu… sei tu… lo sentivo bene che parlavo con uno che sapeva le cose meglio di me!… Ah cattivo, e perchè mi hai fatto questo gioco?
– Ah non è gioco, no!… non ne avevo voglia di giochi!… Capisci bene… ho visto Terenzi, ho visto l’Offlaghi…
– Anche l’Offlaghi? E ora sei venuto a veder me. Ho capito, un pellegrinaggio… un’idea delle tue. Bestia, che non ti ho riconosciuto subito! Ma se sembri ancora quello d’allora… to, guardati qui nel ritratto; tale e quale. Via…, sediamo e raccontami…
E allora cominciarono una storia, anzi due storie dette come un salmo tra due. E appunto come i salmi, tutto finiva in gloria a ogni momento, e il passato, e gli amici, e Terenzi, sopra tutto Terenzi, e qualcun altro più infelice di lui…
*
*   *
– Sì! sono un povero diavolo anch’io – diceva Lantieri. – Vivo qui solo, senza una persona cara, nelle mani d’una serva, che sta con me da tre anni ed è già mia padrona; non è che la mia cuoca… intendiamoci… Che miseria, non è vero, esser venuto a non dar più importanza che alla cuoca? Eppure ho detto: vivo, no, viveva! Tre giorni sono quella donna venne fuori a dirmi che ha un bambino, che questo bambino è ancora a balia; mi tesse una storia di promesse di matrimonio fattele da un uomo che poi non le mantenne, e conclude che o le lascio prendere il bambino per tenerlo con noi, o se ne va. «Vattene, le dico io; vuoi che mi metta a far chiacchierare la gente sul conto mio? Mai, mai!». Ed essa se ne andò, ma poi mi scrisse, pregandomi ancora, anzi intimandomi, di riprenderla col bambino, per l’affezione che dimostrò sempre per me e per la casa… È vero, sai, un’affezione da schiava. L’inverno scorso stetti male un pezzo, ed essa durò tre notti lì, al freddo, presso il mio letto. – Veronica, andatevene a dormire – Sì, vado. – Mi lasciava assopire, e si accovacciava lì ai piedi del letto, sul tappeto. Dunque io le ho risposto che sola l’avrei ripigliata, altrimenti no… risoluto. Eppure vedi… quando sei arrivato tu, io credevo che fosse lei, e quasi mi rallegravo, quasi le avrei fin perdonato d’aver condotto seco il bambino. La solitudine mi spaventa; da tre giorni giro la casa come un sonnambulo… Si sta così male soli! Ah! se da giovani si pensasse bene! Tu hai moglie? Hai figlioli? Felice te! Certe cose non le puoi neppur immaginare…
Intanto il tempo s’era venuto sempre più caricando e la pioggia e il vento, come se facessero tra loro una zuffa, empivano le tenebre di lamenti e di freddo. Vi fu un momento che si senti lontano il rumore di una carrozza. Lantieri tese l’orecchio… più nulla. – Gente che passa; bel viaggiare… davvero! E quei che aspettano a casa stan col cuore tra due sassi. – Così diceva ripigliando poi il discorso con l’Asquini; ma dopo un pochino nel piazzale della fattoria si sentirono dei passi, fu picchiato all’uscio. Lantieri balzò a vedere, aperse e una donna, con un bambino in collo, si lanciò dentro, andò dritta al foco, e si lasciò cadere sulla sedia di lui.
– Che tempo da disperati… siamo mezzo morti!
Lantieri, senza parola, senza gesto, rimase un momento. Gli lustravano gli occhi, gli tremava la barba, gli si gonfiava il petto; uno scoppio di collera pareva lì per farlo cadere su quella donna come una rovina. E le venne sopra. Ma c’era quel bambino, che grondava acqua, e volgeva attorno degli occhi pieni di stupore; c’era il suo cuore. Ond’egli dando quasi una stretta a sè stesso per comandarsi, disse basso, modestamente:
– Venuta a piedi, così?
– A piedi… – rispose lei.
– Non è vero! – pensò l’Asquini, – gioco che è venuta in quella carrozza che abbiam sentita poco fa.
– Io vi avevo scritto che col bambino, no! – continuava Lantieri.
– Non ho ricevuto nulla… Oh! non sarei venuta, può star sicuro!…
– Bugia! – pensò ancora l’Asquini.
– Se vuole, riparto subito…
– Subito? Ebbene, faccio attaccare, vi accompagno al borgo, vi metto nell’albergo, e domani ve n’andate al vostro destino. Volete che vi tenga qui a far dire che alla mia età ho avuto il buon tempo di fare… Basta… Insomma questo bambino sembrerebbe mio, e invece è nato che non vi conoscevo ancora… È meglio parlar chiaro anche per riguardo a questo signore.
– Ah sì? allora me ne vado subito da me.
– Ma no, subito.
– Ma sì… sola… sola… voglio andarmene sola, non voglio che si vergogni, un uomo come lei…
E la donna si levò, buttando via il bambino dalle ginocchia e trascinandoselo dietro come un cencio.
– Un po’ di garbo con quell’innocente! – gridò Lantieri, strappandole il bambino – che colpa ci ha lui se suo padre vi ha tradita?
– Suo padre? Io sono vedova, io!… – E senza badar ad altro si lanciò fuori dell’uscio a fuggire sotto la pioggia che flagellava.
Il bambino strillava sbigottito, Lantieri se lo prese tra le braccia, e corse dietro alla donna.
– Venite qua, venite qua. Veronica; dove andate, dove volete andare? A perdervi? Non avete pietà per la vostra creatura? Taci, taci, viscere; la mamma viene… O Veronica, siete divenuta una tigre?
Così egli gridava, e Veronica si lasciava arrivare.
– Lantieri è bell’e cotto! – mormorava tra sè l’Asquini – senti come la prega!
E Lantieri tornava menando Veronica per mano e tenendo stretto al petto il bambino. Essa singhiozzava, si difendeva, si scansava; egli rabbonito continuava a dirle che alla fine non era Erode, che non la voleva scacciare, che se ne sarebbe andata l’indomani, o un altro giorno, con suo comodo, ma a quella maniera no…
– Povero Lantieri, preso! preso! che farci? – seguitava a dire tra se l’Asquini; mentre riappariva sull’uscio Veronica, e dietro lei Lantieri che la spingeva dolcemente, tutto contento d’averla persuasa a stare, e quasi gloriandosene con gli occhi verso l’amico.
– Ma diavolo! non dico bene, Asquini? Essa se ne va domani, dopo domani, quando vuole, come le pare… Ma così sarebbe una bestialità. Veronica, sentite, fate una cosa, andate a cambiarvi, siete tutta molle; mettete il vostro bambino in letto…
– In quale? Il mio è stretto…
– E mettetelo nel mio! purchè si scaldi, pel resto poi… andate, fate, e poi tornate giù.
Veronica prese il suo figliuolo in braccio e una candela, e salì singhiozzando.
– Cosa vuoi fare? – diceva Lantieri, stringendosi nelle spalle, con le braccia penzoloni, avvicinandosi all’Asquini che guardava pensoso nel fuoco: – cosa faresti tu?
– Penso all’ultimo dei miei figlioli che ha ventun’anni e vuol prender moglie.
– Dagliela! È troppo presto… sì! ma giacchè la vuole, dagliela! Sarà la più bella giornata che possa fare!
– Signor padrone! – chiamò Veronica.
– Vengo! perdonami, Asquini, torno subito; non senti che tono?
E salì.
– E quattro! – esclamò l’Asquini rimasto solo: anche Lantieri è in croce. È furba questa donna! Ecco, quel che si fa del cuore di Lantieri! Non era meglio che se lo fosse preso tutto una giovine per bene, una delle tante che ebbe anche lui; per esempio quella comasca di cui a quei tempi parlava sempre e diceva che lo adorava ma che aveva poi dovuto sposare un altro, e ch’era riuscita una cattiva moglie, e che gli confidava che faceva il male perchè non era potuta divenir sua?… Che misteriacci del cuore umano! Basta!… Ora essa sarebbe vecchia con lui, avrebbero dei figli… sarebbero forse in pace… oh! con Lantieri qual donna non sarebbe stata felice e in pace?… Invece ecco, ora il cuore glie lo mangia costei. E ha detto delle bugie pronte! È venuta in carrozza e ha finto di essere arrivata a piedi; dice che non ha ricevuta la lettera di Lantieri e gioco che l’ha in tasca. E poi è vedova! Scaltrona! – E cosi borbottando e pensando, aveva prese le molle in mano e faceva delle buche nella cenere, come due sere innanzi, in quella del suo focolare. Allora gli venne su dal cuore una gran malinconia, e provò una voglia amara d’essere a casa sua.
Quando sentì una pedata venir giù dalla scala, invece di Lantieri comparve Veronica, con sul braccio tovaglie e tovaglioli, per apparecchiare la mensa. Lantieri, essa lo aveva lasciato di sopra a far addormentare il bambino. Lì poi, fece come il lampo, apparecchiò, andò in cucina, accese i fornelli, rimestò qua e là nelle credenze, e dopo alcuni minuti si sentiva già qualcosa che friggeva e mandava un profumo appetitoso.
Poi discese Lantieri con un’aria di quiete e di soddisfazione nuova.
– S’è addormentato. Ma sai che è proprio un bel bambino? l’ho contemplato tutto, è perfetto! Che birba d’un padre…
– Che birbe certi padri, devi dire!
E s’ingolfarono in un discorso di tempi, di cose, d’amori, che lì portò lontani, lontani, fin nel mondo dei trovatelli e in quello dei figli mantenuti, carezzati da poveri mariti che non san nulla, e la gente li deride, mentre essi talvolta si assaettano da un’avemaria all’altra per nutrirli, e parlan di figli… In quel mondo anche Lantieri ci aveva i suoi rami, e ora ne parlava con certo rimorso all’amico.
Durarono in queste cose tanto che venne la cena, e seguitarono mangiando e bevendo e rallegrandosi finchè dimenticarono le malinconie. Quando si levarono da tavola per isgranchirsi, era mezzanotte, e Veronica pian piano se n’era andata a dormire.
Salirono anch’essi.
Lantieri volle menar l’Asquini a vedere il bambino nel suo letto. Con quella testina sul guanciale pareva un fiore… Essi lo guardarono, Lantieri pensando che non aveva mai avuto vicino a sè come in quella notte una creatura innocente; l’Asquini godendo d’esser certo che in nessuna parte dove era stato non poteva essere rimasta una povera anima messa da lui nel caso di quel bambino, e neppur meno peggio.
Poi accompagnato da Lantieri se n’andò nella camera che gli era stata apparecchiata da Veronica, e come vedevano che avrebbero rifatta la storia di quei due che mezzo brilli durarono fino all’alba, accompagnandosi l’un l’altro, e riaccompagnandosi a casa, si diedero la buona notte, e addio.
Dopo mezz’ora la casa era silenzio. Ma Lantieri non dormiva. Seduto a canto al letto, contemplava quel povero bambino così bello, misero e inconsapevole. Poco a poco ripigliò da solo il discorso fatto coll’Asquini cenando, s’immerse nel passato e, come se la sua immaginazione glie lo riaprisse via via, di lontananza in lontananza, tempi, luoghi, avventure, lo rivide tutto. Sapeva egli cos’era stato dopo quel dolce incontro, in quel tal paese, l’anno tale; dopo quel suo passaggio nel tal altro; e le lotte, le vittorie, gli abbandoni, e le traccie che dovevano essere rimaste di lui su tante vie? Chi sa cos’era avvenuto di tante vite? Non vi poteva essere pel mondo qualche suo derelitto come quello d’altri che aveva lì sotto gli occhi? Cominciava a provar qualcosa che non era soltanto pietà. Un momento che il sonno lo prese, si chinò su di lui e lo baciò e senti passar attraverso alla testa confusa una voce che pareva venir dal di fuori e dicesse: «Il taglione… la legge del taglione!» e col senso di un chiodo che al suono di quella parola gli si ficcasse nel capo, in quel pensiero si addormentò che era quasi l’alba.
Il sole non era ancora levato del tutto, e l’Asquini passeggiava già nel piazzale. Lantieri dormiva ancora.
Veronica era ben andata nella camera, ma l’aveva visto seduto con la testa sulla sponda del letto, vicino a quella del suo figliolo, e s’era ben guardata dallo svegliarlo. Però gli aveva messo sulle spalle un panno, e stesse, stesse pure a quel modo che qualche malattia al cuore se la sarebbe presa: quanto a curarlo ci avrebbe pensato lei. Poi la scaltra donna era scesa in cucina, dove fece il caffè, lo diede al dottore con un garbo, una soggezione, un’aria di rassegnata, che sconcertò i pensieri di lui e lo mise in un certo imbarazzo.
– Cosa farà Lantieri che non si vede? – diceva l’Asquini tanto per dir qualcosa; ma la parola gli fu troncata da Lantieri stesso che dalla cima della scala gridava improvviso e arrangolato:
– Asquini, Asquini, dove sei? per carità, vieni su presto, questo bambino brucia dalla febbre…
– Oh povera me! misericordia – strillò Veronica – misericordia, dottore, misericordia…
E su essa, e su l’Asquini, e intorno al letto del bambino un tramestìo dell’altro mondo, tra la donna che seguitava a strillare: «Son madre, son madre!» e Lantieri che gli tremavano sin le mani.
– Non è nulla, non è nulla – diceva l’Asquini – facciamogli un po’ di fregagioni al dorso e una bevanda calda… E Veronica giù capofitta a far la bevanda, e Lantieri lì a far le fregagioni al fanciulletto, gemendo, sospirando, con gli occhi un po’ in quel visino tutto in fiamme, un po’ in quelli d’Asquini, interrogando, pregando.
– Vuoi dire che non sarà proprio nulla?
– Nulla; sta pur sicuro.
Venne la bevanda, Lantieri levò la tazza di mano a Veronica, e si mise lui a dar da bere al bambino. Ci aveva un garbo da madre.
– Guarda un po’ l’uomo! – diceva l’Asquini, e come il bambino ebbe bevuto e parve si addormentasse quetamente, si rivolse a Lantieri e disse:
– Dunque? andiamo a Milano?
– Ma… – rispose Lantieri, girando l’occhio su Veronica.
– E se lei va a Milano, cosa ci faccio qui sola? – disse la donna, timidetta, timidetta.
– Stai, stai, – seguitò l’Asquini: – tanto ho fretta di tornare a casa mia; ho dei pensieri, sento qualcosa che mi dice che a casa han bisogno di me…
– Senti ancora le famose voci come una volta? E ci dai retta? – disse quasi allegro Lantieri.
– Sempre.
– Ti tratterrai almeno fino a stasera…
– No… subito, subito, parto colla prima corsa e tu mi accompagni alla stazione.
Lantieri chinò il capo e diede ordine d’attaccare. Ora si sarebbe detto che gli tardasse di veder l’amico levarsi di là.
E quando la carrozza fu attaccata, e vi furono dentro e si mosse, l’Asquini, senza avvedersene, poco meno che non si levò il cappello per salutare Veronica, rimasta ritta sull’uscio… Lantieri provò rincrescimento di quell’atto involontario dell’amico, ma non disse nulla, frustò il cavallo e via.
Per un tratto non parlarono: poi come il silenzio pesava, Lantieri tornò su quelle misteriose voci dell’Asquini, che lo facevano risolvere a partire così di schianto.
– Ma proprio dai ancora retta alle voci tu? Eh! stanotte n’ho sentita una anch’io che mi diceva: Il taglione! il taglione…
Così disse Lantieri per avviare il discorso, ma la sua parola cadde; Asquini pareva assorto in altri pensieri.
Entrarono nella stazione che il treno giungeva sbuffando.
L’Asquini preso da una smania strana di montar su, di cacciarsi in uno scompartimento, di rimaner solo, abbracciò Lantieri, nei cui grandi occhi si ruppero due lagrime ch’egli non volle lasciar colare.
– Animo, Lantieri, addio.
– E quando ti rivedrò?
– Ai funerali di Terenzi, fra qualche settimana. Scrivi a Milano a qualche amico che ci avvisi.
– Ma v’anderò io, prima che muoia, v’anderò…
– E allora lo bacerai per me, e mi scriverai. Animo, ora vattene; ti comprendo, so quel che farai… tienteli pure in casa… madre e figlio, e il mondo dica quel che vuole… Viene il mondo a pregarti di lasciarti consolare, aiutare, assistere, se hai bisogno di nulla? Tienteli, che forse sei meno infelice degli altri.
Il treno partì. Lantieri stette a guardarlo impicciolirsi, lungo la linea dritta a filo, tra le due siepi dei lati, e sparire. Poi rimontò in carrozza, e in fretta in fretta, quasi già avendo paura di qualche sgridata di Veronica, se ne tornò.
L’Asquini viaggiava, un po’ meditando, un po’ guardando la fuga delle case, un po’ sonnecchiando. E appunto in quel dormiveglia gli venivano più vive certe visioni di famiglia dove la felicità non aveva mai fatto neppur capolino. Erano tante, tante, tante, una rassegna. Ne passava una; ivi la moglie, timidissima e seria da fanciulla, era riuscita capricciosa, vana, spensierata da donna: un’altra, e ivi era un po’ del marito, un po’ d’altri, lo sapevan tutti: in quella casa i coniugi s’erano divisi e sospiravano pel divorzio; in quell’altra e in quelle altre erano dove i maschi e dove le femmine che mandano i padri e le madri in perdizione: in un luogo le figlie invecchiavano in casa crucciose, rivoltose; in altra le deformità, le malattie, le morti facevano sventura… Ahi! le famiglie dolorose erano tante, tante, troppe! «Eppure!» pensava il dottor Asquini, e ogni tanto come nota scappata da una suonata interiore, gli veniva detta una voce, una frase. Era cominciata con un: ma! sospirato più che esclamato, e si era via via svolta e compiuta cosi: «Ma! Eppure è ancora la meno peggio».
I viaggiatori che lo sentivano, lo guardavano di traverso, immaginando che colui non avesse il cuore contento, e mulinasse tra sè qualche fiero rimedio a chi sa quai mali. «È ancora la meno peggio!» Alle volte può voler sottintendere ammazzarsi! Ve ne fu perfino uno che pietoso e commosso s’arrischiò d’accostarsi al dottore e dirgli: – Signore, la meno peggio, che cosa?
– Prender moglie! – rispose l’Asquini quasi senza volerlo; e solo si accorse della figura di mezzo matto che doveva fare, vedendo quel pietoso ritirarsi mortificato al suo posto e rincantucciarsi.
Intanto a misura che la via s’accorciava, egli si veniva acconciando a un pensiero che alla fine del suo viaggio fu fermo in lui e sicuro.
Ecco il suo campanile, ecco i ciuffi di castagni sul colle contro cui risaltano le case, i tetti del suo paese, ecco là a quella voltata la casa dove l’aspettano i suoi: dolcezza infinita! Ancora pochi minuti e sarebbe arrivato.
– Nulla di più comodo, ma nulla di più volgare, – pensava il dottore: – si sono traversati degli spazi sterminati, si crede di aver viaggiato, e si è stati in una cesta. Uno, due, tre giorni di lontananza, ecco il viaggiatore che torna; cosa porta? Una confusione di cose viste di fuga e della stanchezza!
E ancora alle volte invece di recarle a casa, le novità son là che ci aspettano.
– Oh! il babbo! il babbo! – gridò Mario vedendolo per primo dalla finestra, e correndo a incontrarlo per le scale.
– Ah! sei qui, birbone? Dunque è come l’avessi già sposata?
– Perchè mi canzoni, babbo?
– Non canzono nulla; ti dico che è ancora la meno peggio!
– O babbo, o Asquini, marito mio, – gridarono Rosa e Serena sopravvenendo.
– Sì, sì! è ancora la meno peggio! – continuava egli a dire, pigliando baci e abbracciamenti; e così, giunto al suo seggiolone, vi si lasciò andar seduto, e si mise a guardarli.
– Ma che meno peggio vai dicendo? – esclamò Rosa, un po’ turbata da quel fare strano di suo marito.
– Dicevo a Mario!… Gli ho veduti tutti… Poveri miei amici! È proprio ancor la meno peggio! Mario, prendi moglie…
– Glie l’ho già detto anch’io; – scattò Rosa allegra in faccia e nella voce – m’ha fatto vedere il ritratto, la ragazza è bella, sana, e ricca…
– Anche ricca, lo so… – disse l’Asquini, dando a Serena un’occhiata malinconica, in cui era tutta una sequela di confronti; – anche ricca, sì… E purchè sia buona, prendila, Mario, prendi moglie.

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