Gli ultimi fatti di Milano – Edizione Liber Liber

ITALIA
Settembre 1847.

Ognuno sa che nel R. L. V. esistono due poteri politici: il governo e la polizia. Il governo ha la rappresentanza, l’immagine ma non gli elementi di un potere politico; egli scrive interminabili rapporti a Vienna, ma non conchiude mai nulla, non fa quasi nulla, perchè è spesso al buio della politica vera, la quale si inizia, s’aggomitola, si svolge, si compie a Vienna. Ivi pure sono molte e contrarie le idee, disparate ed opposte le influenze: ma appena s’abbuia l’orizzonte e le cose escono dall’ordinaria rotaia, un timor panico assale quasi tutte quelle contrarie influenze, molte si annullano, molte abdicano per un momento, quindi tutte si riuniscono intorno a pochi uomini di risoluto consiglio : i quali propendono sempre ai partiti violenti e s’appoggiano alla Polizia perchè prepari gli avvenimenti, all’esercito che li decida colla spada e con ogni mezzo. In quei casi la Polizia Lombardoveneta è la sola confidente delle vere intenzioni di Vienna; ella sorveglia, dirige sotto mano od annulla gli altri poteri. Nel Governo un sol uomo, il conte Pachta, al quale appunto è affidata come una controlleria del dicastero di Polizia, il solo conte Pachta comunica e s’accorda con quell’onnipotente satellizio: gli altri tutti del Governo agiscono a caso, ed incapaci di altro seguono le vecchie tradizioni oscillando e tremando ad ogni tratto come chi internamente conosce la propria nullità.
Ciò appunto accadde negli ultimi fatti di Milano. Son già due mesi, quando la Romagna sorgeva a nuova vita per opera del grande Pio, Vienna sdegnossi perchè fossegli fuggita di mano ogni influenza sulla Italia; si temette, o si finse di temere che quel moto si propagasse alla Lombardia. Ad ogni modo i violenti ebbero come sempre ragione e si prepararono alle offese adducendo in pretesto che questo era l’unico mezzo di difendersi. Ma la Lombardia se ne stava in una calma e dignitosa aspettazione, e ciò non conveniva a chi regge la somma delle cose. Si scrisse alla Polizia di Milano, la quale compulsò i suoi sterminati registri ove son notate molte e vere e false parole, insieme a pochi fatti travisati quali può riferirli una turba di spioni abbiettissimi ed ignoranti in mezzo ad una gente che crede suo debito il dire apertamente la propria opinione perchè si propaghi ognor più, ma suo debito insieme il non trascendere a fatti che compromettendo intempestivamente la Lombardia comprometterebbero la santa causa d’Italia. Con quei fatti così male interpretati, con quelle tante parole, la Polizia potè cucire un rapporto in cui da quell’astuta che è conchiuse che lo spirito pubblico è avverso al Governo e che anche i più ligi all’alta casa Austriaca hanno ormai tutti voltate le spalle. Vienna rispose che si maravigliava nello scorgere come ad onta di questo non si fossero fatti che pochi e rari arresti di persone, tacciò la Polizia di lentezza e di dappocaggine, e diede ad intendere che si voleva un bel fatto, un fatto madornale, il quale potesse avere un peso preponderante nel futuro Congresso a cui sarebbero state convocate le potenze dallo sviscerato amico dell’Austria, il Guizot. Ciò forse fu insinuato allo stesso Torresani che viaggiava nella monarchia attristato da una domestica sciagura, ma chiamato fatalmente dalla sua carica a preparare le sciagure degli altri. Poichè Torresani fu ritornato a Milano, la Polizia stava in agguato: quand’ecco le si presenta un’ottima occasione per farsi un po’ d’onore.
I dubbi, le tergiversazioni del Governo inconscio d’ogni cosa mandarono quasi quasi fallito il progetto; ma la Polizia vinse questa volta come sempre, e l’ha finalmente avuta quella sospirata consolazione.
Era già da più mesi nominato il nuovo arcivescovo di Milano, ed era stato prescelto Bartolomeo Romilli, uomo, dicevasi, di rette intenzioni, ma di debole carattere: in ogni modo però un italiano che succedeva a un tedesco. Romilli fu a Roma, ebbe l’istituzione canonica dal Papa e il giorno 5 settembre doveva assumere le sue funzioni. L’autorità municipale di Milano voleva onorare la venuta del nuovo prelato, mostrare la sua contentezza appunto perchè era italiano e confermato da Pio IX; deliberò quindi che la sera del 4 settembre, in cui l’Arcivescovo doveva far la sua entrata in Milano, la rappresentanza del Municipio gli sarebbe andata incontro e l’avrebbe complimentato sotto ad un padiglione espressamente eretto a Gorla, due miglia distante dalla città. Deliberò inoltre che il susseguente giorno 5 settembre si sarebbe addobbata a festa la città lungo tutte le vie che l’Arcivescovo doveva percorrere onde recarsi in Duomo a prender possesso della metropoli. Volle infine che si invitassero i cittadini ad una generale illuminazione la sera di quello stesso giorno; e per tutte le spese d’addobbo e di quella parte d’illuminazione che incumbeva al Municipio assegnò una somma di austriache lire 14000. Furono eletti i commissari che sovrintendessero all’apparecchio della festa, e si comunicarono tutte queste deliberazioni al governo perchè le approvasse. Il governo, privo di istruzioni auliche, non sapeva che risolvere, ma infine si appigliò a quell’antica massima della monarchia austriaca: “impedire quanto più si possa le adunanze di popolo, massime se queste adunanze non sono convocate a festeggiare l’augustissima casa e per ordine espresso delle autorità politiche. Negò dunque sulle prime d’approvare quelle spese, ma il Municipio con nuovo esempio di fermezza dichiarò che avrebbe fatto ogni cosa a spese private degli individui che compongono la stessa autorità municipale. Allora il governo, che è sempre smosso dalle risoluzioni energiche, approvò e la spesa e la festa, ma tentò alcune minute vessazioni, volle impedire che si erigesse il padiglione a Gorla, disputò gran tempo che si dovesse svolgere un certo tappeto sul passaggio dell’Arcivescovo. Ma infine s’appianarono anche queste diplomatiche, cerimoniali, sublimi difficoltà: il Municipio pose tosto mano all’opera, in poco tempo eresse il tanto contrastato padiglione a Gorla, in poco tempo ornò di festoni e di zendadi tutte le vie da Sant’Eustorgio fino in Duomo. All’imboccatura della piazza di Sant’Eustorgio eresse un arco dedicato a Sant’Ambrogio ed un altro ne eresse quasi a mezza strada e lo dedicò a San Galdino ed uno infine a San Carlo dirimpetto al Duomo. Nel mezzo di Piazza Fontana ideò una grande illuminazione a gaz e tutt’all’ingiro molti medaglioni rappresentanti figure allegoriche e sacri personaggi, fra i quali proprio dirimpetto alla porta dell’Arcivescovado campeggiava il ritratto di Pio IX. Ora quale fu la condotta del governo e della polizia?
Quanto al Governo più non comparve se non dopo calato il sipario, a meno che non si voglia includere nel Governo anche l’ambiguo potere del viceré, il quale venuto a Milano questa volta veramente innocentissimo di tutto a festeggiare, come fu stampato nella Gazzetta ufficiale, colla sua presenza l’inaugurazione del nuovo Arcivescovo – ordinato un pranzo a di lui onore contrammandò subitamente l’invito, scusandosi con un magro pretesto e dando così un giusto appiglio alle più sinistre interpretazioni. La Polizia invece non esitò a dichiarare al Municipio che lo rendeva responsabile di qualunque avvenimento. Ma la Polizia è così fatta: nell’atto che sgravava sugli altri ogni responsabilità volle prepararsi ad agire ella stessa, fece tener pronte le milizie dipendenti da lei, e ingiunse loro di ubbidire agli immediati comandi del famigerato conte Bolza, il cui nome è sempre immischiato a tutte le opere di sangue, satellite devoto a tutte prove e per l’antica affezione, e per proprio interesse, che fa come sua propria la causa Austriaca, e pel continuo sentimento di vendetta, aizzato dal disprezzo e dalle infrenabili manifestazioni del pubblico. Ciò fatto, la Polizia si tenne per un momento tranquilla; e quando la mattina del giorno cinque apparve scritto quasi per incanto ed ogni dove il Viva Pio IX ella non fece cancellare pur uno di quei motti, sebbene quelle parole fossero tracciate persino sulla Porta della Direzione Generale in Santa Margherita. Di più la censura di Polizia intervenuta a sorvegliare le iscrizioni che dovevansi apporre ai diversi archi di trionfo si mostrò indulgentissima, approvò alcune coraggiose iscrizioni, fra le quali distinguevasi quella che era affissa all’Arco di Sant’Ambrogio, e ne soppresse soltanto due altre che erano destinate all’Arco di San Galdino e che riportiamo a pag. 30-31(1). Dunque la Polizia dette a credere che, da quelle iscrizioni in fuori, il resto fosse affatto innocuo, o per meglio dire giacchè la Polizia decide sovranamente del bene e del male, essa proclamò con quegli atti che una dimostrazione in onore di Pio IX non era contraria ai doveri di un buon suddito, e quindi eccitò i cittadini a farne delle altre. È ben vero che molte sere prima, essendosi cantato nelle vie di Milano l’inno a Pio IX, la Polizia fece chiamare alcuni giovani operai che l’avevano cantato, ma non disse loro che dovessero cessare da quel canto: solo voleva sapere chi l’avesse loro insegnato, chi comperata la musica: certo per lodare e premiare a suo tempo quei buoni cattolici. Il popolo di Milano interpretò tutti questi atti come doveva; e giacchè amava il Papa, giacchè nessuno gli aveva proibito di manifestarlo, credette di dover sfogare liberamente la sua profonda affezione. Non mostrossi però sconveniente verso l’Arcivescovo eletto, nè gli andò incontro gridando quel Viva Pio IX, crudo crudo, secco secco. Anzi la sera del 4, allorchè Romilli entrò in Milano, quanti stavano nelle carrozze che succedevansi in lunga fila fino a Gorla, ed insieme il popolo assiepato nelle vie applaudirono il solo Romilli, riserbandosi ad acclamare anche Pio quando quei due nomi potessero essere uniti con maggiore senno e convenienza. Così anche la mattina del giorno susseguente lungo tutte le vie da Sant’Eustorgio al Duomo si ripeterono gli stessi evviva circoscritti a Romilli. Ma la sera, nell’atto che si illuminavano le strade apparvero molti trasparenti, qual più qual meno artistico, dove all’effigie di Romilli era accoppiata quella del Papa. Certo in quel momento sarebbero scoppiati da ogni parte gli evviva anche a lui se una pioggia dirotta non avesse obbligati quasi tutti i cittadini e li accorsi dal contado e dalla provincia a rifugiarsi per entro le case. Due ore dopo, cessata la pioggia, quasi tutti escirono, ed allora si ricordarono qual uomo si fosse quello a cui dovevano il nuovo Prelato. Allora nella stessa Piazza Fontana ripetute acclamazioni al vescovo si alternarono con caldissimi Viva a Pio IX. Un coro d’operai, mentre per caso passava la carrozza del viceré intuonò l’inno a Pio IX, e il popolo rispose con nuovi evviva a Pio IX. Comparvero alcuni commissari di Polizia in mezzo al circolo de’ cantanti, ma questi per nulla intimoriti ripeterono le loro armonie con voce sicura. Dopo il canto la folla gridava ancora Evviva Pio, e molti con quel santo nome in bocca si avviavano ad altre parti della città. Se non che pochi giovani mentre correvano con quel grido una strada deserta furono arrestati da quindici guardie e posti in prigione. Eccetto questo avvenimento non si ebbe null’altro a deplorare in quella sera: i soli Biscottinisti avrebbero a lamentarsi d’aver udito più volte a ripetere abbasso i Gesuiti, e più ancora della serenata amorosa che il popolo improvvisò sotto il palazzo del conte Mellerio.
Queste sono le uniche dimostrazioni che occorsero il giorno 5, grazie al senno dei Milanesi ed alla loro risolutezza tutt’altro che avventata. Però un così tenue risultato non appagava la Polizia e molto meno il conte Bolza che a quanto dicesi aveva alcune dirette e severe istruzioni da Vienna. E quando il Municipio, fondatosi sul buon senso spiegato dai Milanesi il giorno 5, chiese di ripetere la illuminazione in Piazza Fontana, e in quella del Duomo per la sera del giorno 8, quando il Governo sempre nuovo a tutto e sempre timido tentò di vietarla, la Polizia affermò che non v’era alcun pericolo, e la illuminazione fu decretata. Tanta condiscendenza delle autorità dopo ciò che era avvenuto la sera del giorno 5 invigorì sempre più nei Milanesi la persuasione che gli evviva al Papa fossero non solo tollerati, ma permessi, tanto più che udivano come la Polizia tentava onestare gli arresti del giorno 5 facendo spargere che tutt’altra ne era stata la causa. Quindi il fiore della cittadinanza di Milano d’ogni classe e condizione dopo aver cantato lungo molte vie l’Inno al Papa s’avviò alla Piazza del Duomo con seguito d’immensa folla accorrente da ogni dove. Sostarono ad un tratto, ed udirono un’altra volta l’Inno con un silenzio unico forse in una moltitudine di 5 o 6 mila persone. Successero nuovi evviva al Pontefice, quindi tutti si mossero con ordine e calma. Ma alcuni senza avvedersene urtarono contro i tavolini d’un Caffè schierati imprudentemente fin quasi sulla metà della Piazza. Accorsero i giovani del Caffè, e si opposero a quel poco disordine con modi villani e quasi subito sboccarono verso la bottega molte guardie di Polizia colla sciabola alla mano in atto di ferire chi stava a loro incontro. Allora si assiepò davvero la folla gridando che deponessero quelle armi tirate dal fodero senza una ragione. Alle voci della folla si unì il comando di certo Barbareschi, l’unico commissario di Polizia che abbia viscere umane; e le guardie furono costrette a ritirarsi dal Caffè. Tornate di nuovo sulla piazza da un’altra via, la folla le adossò al muro e poco a poco le respinse anche di là. Sgombrata così la piazza, il maggior numero degli astanti si avviò per la strada dell’Arcivescovado alla Piazza Fontana, dove tutti con unanime moto si scoprirono il capo alla vista del ritratto di Pio e gridarono i soliti Evviva. Frammezzo a sì gran numero di persone è consolante che non si elevasse altro grido inutile o tale che potesse compromettere. Se alcuno volle gridar altro o tentò di fischiare le guardie, la disapprovazione generale si faceva subito sentire da ogni lato e soffocava quelle dimostrazioni provocatrici. Erasi fatto quasi silenzio quando il conte Bolza diede ordine che una sola guardia si immischiasse; frammezzo alla gente e col pretesto che la guardia fosse stata insultata, senza dare alcun avviso, senza far precedere alcuna intimazione al popolo, comandò che un centinaio di guardie colle armi nascoste sotto il capotto si avvanzasse ov’era più stipata la folla, e quando fossero giunte la investissero da ogni parte traendo la sciabola e ferendo quanti capitassero loro fra le mani. I buoni sacerdoti che erano nell’arcivescovado lo udirono ordire la trama nella corte stessa del palazzo, e poco dopo quei cagnotti eseguirono con turpe zelo ciò che età stato loro ingiunto. Siccome nella piazza era un gran numero di donne, vecchi e fanciulli quell’assalto repentino li sgomentò, sicchè resero impossibile pel momento anche la resistenza de’ più coraggiosi. Molti caddero all’urto, tutti, mandando alte grida, ritiraronsi sospinti dalla sbirraglia. E certo che alcuni furono calpestati da chi schivava i colpi delle guardie, ma è certo anche che il sig. Ezecchiele Abate, pacifico cittadino, fu atterrato dalla percossa nel petto di un agente di polizia e poco dopo fu raccolto già quasi morto del tutto; epperò la sua morte si deve attribuire al fatto delle guardie e non ad un caso di pura asfissia come graziosamente asserì la gazzetta di Milano. Ad una donna fu tagliato un orecchio, e que’ vigliacchi ferirono di preferenza quanti erano già caduti a terra. Ma cessato quel primo timore panico molti fra gli astanti, cioè quasi tutti gli uomini si riunirono, prima a piccoli gruppi, poi in una grande massa, e difendendosi dalle guardie, poco a poco le fecero indietreggiare e le obbligarono a ripararsi nel palazzo dell’Arcivescovo. I comissarii di Polizia si indirizzarono ai gendarmi a cavallo che si trovavano agli sbocchi delle vie e li invitarono a spazzare la piazza. Ma i gendarmi risposero che essi non ricevevano ordini se non dai loro capi immediati, ricordandosi così che essi formano una milizia avente una disciplina e un capo suo proprio, mostrandosi insomma soldati e non sgherri. Diffatti gli ordini dati dai loro ufficiali furono così miti che i gendarmi avvanzarono i loro cavalli passo passo, senza brandire la spada e senza insultare alcuno. Quella stessa folla che prima era esasperata alla vista delle guardie di polizia, gridò tosto “viva la gendarmeria italiana e abbasso gli assassini “. Ma poichè le guardie di polizia giunte nel palazzo non tralasciavano di erompere in alte grida di minaccia, l’Arcivescovo onde evitare maggiori assassinii scese egli stesso nella Piazza, ma nol videro che i pochi vicini alla porta, e per questa sola ragione non potè essere ascoltato. Più tardi s’affacciò al balcone, invitò i cittadini a tornar alle loro case, disse che le truppe si erano anch’esse ritirate, e scongiurò il popolo a non cangiare la festa in un massacro. Allora molti risposero “ce ne andremo in nome di Pio IX, e quasi tutti si dileguarono. Sorvennero più tardi molti altri, che erano accorsi alla nuova del tumulto nè sapevano che esso era cessato. Anche quegli ultimi vollero dimostrare d’essere dello stesso pensiero degli altri. Anch’essi furono dolcemente ammoniti dall’Arcivescovo e da un assessore municipale e partirono facendo una meritata ovazione al Municipio. In molt’altre parti della città s’era diffuso l’entusiasmo per Pio IX che fece esplosione con mirabile concordia e con vive, ma ponderate parole. Con quell’entusiasmo si propagò anche il ribrezzo per quelle guardie assassine che dappertutto vennero alle provocazioni e in ogni luogo furono percosse e malconcie. Quindi il popolo si ritirò alle due dopo mezzanotte con molte ragioni d’esser contento di sè. Che si era voluto fare una dimostrazione pacifica e fu tale finchè non venne interrotta dalla violenza delle guardie; dippoi s’era voluto respingere la violenza e s’era fatto; e la sola parola del prelato aveva potuto ciò a cui non riuscirono nè le minaccie, nè i ferimenti. La polizia era scornata, ma aspettava. Ma il Governo? Dove era il governatore? forse aveva prolungato fin dopo la mezzanotte quel famoso pranzo romitico a cui fu costretto dalle ingiunzioni auliche?
Durante il giorno seguente, 9 settembre, udivasi l’indignazione generale espressa in mille modi. Il nome di Bolza era divenuto più infame che mai: si contavano le ferite date a tradimento, si piangeva il caso del morto e molti pensavano a vendicarlo. Ma chi aveva più senno gridava che questo era un tranello della polizia; che dessa non era contenta della prima giornata e ne voleva una seconda e chi sa quant’altre: epperò tanto maggiore doveva essere in tutti l’impegno di star tranquillo, di non darglielo quel magro gusto di una vittoria posticipata. E il popolo s’era quasi persuaso a quelle ragioni. La presenza dei ricchi, degli uomini colti nel trambusto del primo giorno l’aveva rallegrato e disposto a tutto; e in mezzo all’effervescenza le esortazioni di quegli stessi uomini non rimasero sprezzate. Ad onta di ciò la polizia fece credere che v’era gran pericolo di rivolta per la sera, ottenne un rinforzo di dragoni a cavallo e di soldati di linea tirolesi, e fece sì che l’autorità militare improvvisasse una specie di quartier generale sulla Piazza dei Mercanti; le armi a fasci, i cannoni accresciuti, impedito l’ingresso, ufficiali e generali nel mezzo. Non era ancor notte che le umanissime guardie correvano qua e là minacciose. I non molti accorrenti a tanto strepito furono attirati in Piazza Fontana, molti di polizia indossarono l’abito borghese ed urlavano perfino morte ai tedeschi. Quando furono raccolti a questo modo un trecento curiosi sulla Piazza i commissari intimarono sommessamente che la folla, si sperdesse, poi la fecero assalire da pattuglie e da dragoni a cavallo (non si notarono che pochissimi gendarmi) e infine da intiere compagnie di tirolesi che da valorosi soldati, come sono, non sdegnarono farsi complici delle guardie di polizia negli assassinii. Così colpisci di qua, ferisci di là corsero la piazza e tutte le vie adiacenti, e mancò poco che non uccidessero uno dei corifei di Santa Margherita ormai incapace a trattenerli. Il buon senso de’ Milanesi venne tosto a galla(2), viddero di che si trattava e più non si mossero, lasciando scorrere que’ furiosi per le vie quasi deserte. Un Prussiano che passava a caso fu da essi malconcio: è ancora gravemente ammalato, e se riesce a scampare potrà far fede presso i tedeschi della bella ospitalità austriaca.
Mentre nel centro della città accadevano queste atroci scene, in un altro quartiere, a S. Lorenzo, avvenne un fatto grottesco, degno di una descrizione di Walter Scott. Un gabelliere illuminò il balcone della sua casa e vi espose il ritratto di Pio IX. Poichè vide che si era stipato innanzi ad essa un bel numero di gente tutta del popolo si presentò egli stesso al balcone e benedisse gli astanti in nome del Papa, mentre coloro, pur ridendo, non cessavano di gridare Viva Romilli, Viva Pio IX. Noi non osiamo dire se questa pure fosse una provocazione od una semplice facezia del gabelliere. Il vero si è che accorsero le guardie e percossero il popolo in mezzo ai fischi ed agli urli.
La mattina del dì susseguente, 10 settembre, molte distinte persone, e fra queste alcune devotissime alla Casa d’Austria, s’indirizzarono al Governatore inorridite dagli ultimi fatti, e gli fecero vivissime rimostranze. Ma egli si mostrò affatto inconscio di quanto era accaduto, parve che egli cadesse dalle nuvole nell’udire parlare di morti e di feriti, e per convincerlo abbisognò, che uno di quei personaggi, impaziente del continuo negare, gli presentasse egli stesso una supplica del sig. Olgiati, stimatissimo negoziante, ed uno dei direttori del patronato, e che fu proditoriamente ferito la sera prima. Quella supplica che era già stata rifiutata dai dicasteri di polizia, esponeva il fatto nella sua nuda verità, ma smosse appena il governatore il quale tutt’assieme si mostrò freddo e riservato, uscì più volte quasi a prendere istruzioni dal conte Pachta, promise agli uni che Bolza sarebbe stato rimosso, e agli altri disse in tuono solenne che il direttore di polizia era un uomo mite ed illuminato, che esso conosceva i suoi subalterni, ad esso spettava l’impiegarli in ciò che meglio credeva, nè il governo poteva immischiarsene. Fra queste diplomatiche bugie passò gran parte del giorno 10, quando uscì la Gazzetta e narrò i fatti travisandoli senza rossore, e lanciando a tutti le più villane contumelie. Ivi era detto che parecchi perfidiosi avevano tentato di suscitare il popolo, che fra quei perfidiosi alcuni non erano neppure milanesi, che le guardie adoperarono le sole armi da taglio a percuotere e non a ferire. Quell’articolo in fin de’ conti era un’apologia dell’assassinio e sospendeva sulla moltitudine la minaccia d’un futuro processo, non tralasciando di lanciare qua e là qualche parola da vero perfidioso che potesse far credere l’esistenza d’un accordo colla Romagna e chi sa con quant’altri paesi. Nè ciò bastando, s’inserì sulla stessa Gazzetta un insultante avviso della polizia ove si continuava a spropositare di riottosi, di scaltri, di semplici curiosi e di mal’accorti; avviso che sull’imbrunire fu affisso agli angoli della città senza alcuna sottoscrizione, sicchè fu detto una lettera anonima. Intanto la sera le solite pattuglie, le solite provocazioni; un dei loro travestito, sopranominato il sargentino, ferito gravemente, un altro malmenato mentre urlava parole sediziose, il Rainoni commissario pure minacciato della vita mentre passeggiava incognito colla sua famiglia; e tutto ciò dalle guardie furiose ed ignoranti. Complessivamente nei tre giorni d’assassinio v’ebbe un morto, si denunciarono 34 feriti, senza contare una sessantina di persone ferite esse pure e non denunciate all’autorità. Questo numero si sarebbe indefinitamente accresciuto se il giorno appresso, 11, non si fossero circoscritte le guardie notturne al numero consueto, ciò che fece tornare la città nella quiete di prima, la quale non fu più disturbata se non da qualche fatto isolato, da qualche vendetta di guardie o di cittadini. Ma se il popolo, così giustamente indignato, non trascorse a maggiori eccessi, è tutto merito suo, merito di chi l’ammoniva con dignità perchè la polizia non si ratenne che in ultimo quando videsi ridotta ad uccidere i suoi senza altro compenso.
Quale frutto ritrasse la polizia da tutto ciò, e che avverrà in seguito? Ella riuscì con quei modi ad unire del tutto i popolani coi ricchi, a far conoscere, come abbiamo già detto; l’impotenza del governo e la di lei malaugurata onnipotenza, a seminare quindi un odio continuo contro di lei e ad estendere in tutti l’ammirazione e la fede in Pio IX; di che nessuno potrà mai lodarla abbastanza. Del resto ella ha ancora speranza di poter avvolgere un gran numero di persone in un gigantesco processo nel quale gli accuserà di congiura, di rivolta, d’alto tradimento. Essa sparge intanto l’inquietudine fra i cittadini; quando è uno, quando è un altro che al dire di molti fu condotto in prigione: ma in poche ore l’inganno è conosciuto. Eccetto i pochi che furono arrestati sulla piazza nei giorni del trambusto; finora la polizia con tutta la sua buona volontà di far male, ha pur bisogno del tempo onde architettare a suo modo un’accusa che sarebbe impossibile in ogni altro paese, perchè dal nulla non si può far nulla. E qui davvero ci fu nulla, neppur l’ombra di congiura od accordo; non vi fu che un solo grido permesso, giustificato dalla polizia stessa; non armi, non sediziose parole, come si esprime energicamente un’onorevole protesta di tutte le autorità municipali presentata al governo il 15 di questo mese(3). Ad onta di questo però noi crediamo ancora che la polizia s’ostini ad iniziare quell’effimero processo, tanto sono incalzanti gli ordini di Vienna a cui darà non poca forza la presenza in Milano di Fiquelmont, il quale se già non v’è giunto incognito, vi arriverà certo fra poco. Il Viceré gli lascia libero il posto, poichè egli è partito da Milano per Venezia ove non è poco necessario onde assistere al preveduto squallore del prossimo congresso. Checchè facciano però e Fiquelmont e la polizia, noi confidiamo che il processo se si istituisce non avrà alcun risultato, e quand’anche si giungesse a trovare qualche menzognera apparenza che prò di tanti sforzi riuniti?
Si crede forse che questo processo potrà fare un degno riscontro a quello tanto più riboccante di fatti che s’istituisce a Roma contro i fautori dell’Austria? Questa vana supposizione di un complotto varrà forse ad appoggiare l’eterno lamento di Vienna contro il Papa? Che gioverà il dirgli: Non vogliamo che facciate del bene in casa vostra perchè i nostri sudditi italiani sempre più vi amano e hanno sempre un più vivo desiderio di voi? E non è facile che il Papa colla sua perspicace semplicità risponda loro: Ebbene, fate anche voi altrettanto. O si pensa forse che il dirgli come sia sospirato fra noi possa rimoverlo anzichè renderlo più tenace nel suo proposito e dargli sempre maggior coraggio, se di coraggio avesse bisogno chi si fonda soltanto sull’ineluttabile forza delle idee e degli affetti, e della forza materiale non ha paura, nè troppo affrettato desiderio, perchè sa che le idee e gli affetti generosi a lungo andare costituiscono anche il solo stabile potere?
Noi sottoponiamo queste osservazioni ai nostri stessi nemici, ed aspettiamo con calma e sicurezza il qualunque scioglimento di questo sanguinoso intrigo.

Iscrizioni che erano destinate all’arco di S. Galdino.

BENEDETTO
NE’ TUOI AUSPICII O GALDINO
ENTRI IL NOVO DESIDERATO GERARCA
SU QUESTA TUA E NOSTRA PATRIA CHE RIVERENTE IL FESTEGGIA
SON CORSI OMAI SETTE SECOLI IN QUESTO DÌ STESSO ACCOGLIEVA
MA SQUALLIDA NELLE ROVINE DISERTATA DALL’IRA DELL’ENOBARBO
E TU FRA IL LUTTO * LA CONSOLAVI D’ANIMOSE SPERANZE
DEH! TU IMPETRA CHE APPORTATOR DI SANTI CONSIGLI EI LE VENGA
ESEMPIO DI MITE AMOR EVANGELICO ESEMPIO DI FORTE AMOR CITTADINO

SOLLECITO
DI RISTORAR LA PATRIA CADUTA
TU CEDEVI UN TERRENO DEL VESCOVIL PATRIMONIO
A FONDAR QUELLA CITTA’ CHE NEL NOME DEL TERZO ALESSANDRO
DOVEA SORGER PROPUGNACOLO DELLA LEGA GIURATA IN PONTIDA
OH! TI SUCCEDA QUEST’APOSTOLICO PUR** NELL’EREDITA’ DEL CITTADINO ZELO
E QUESTA MILANO CHE SUO PADRE GIA’ LO SALUTA
AMI SOSTENGA DIFENDA IN QUELLA FIAMMA DI CARITA’
CHE TUTTI I GENEROSI AFFETTI SOLLEVA DILATA E FA SANTI

* Variante: LE RECAVI ANIMOSI CONFORTI
** Variante: NEI CIVILI PENSIERI

NOTE:

(1) La numerazione delle pagine si riferisce all’edizione originale. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(2) Nell’originale “gala”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]
(3) Il Municipio e l’opinion pubblica protestarono contro le aggressioni della polizia: ma la polizia, ridendosi delle proteste dell’opinion pubblica e del Municipio, assegna due mille lire austriache alle sue guardie in gratificazione dei commessi assassinii. E il Governo tace e lascia fare!

da: www.liberliber.it