Grazia Deledda – Canne al vento – Cap. 13

Fuori lo aspettava Zuannantoni.

«Vi ho chiamato tre volte: andiamo, c’è nonna che sta male e vuol parlarvi: perché non venite? Non vi si prende il pane dalla bisaccia.»

La vecchia stava ancora vestita sul letto, coi polsi nudi, rossicci e ardenti come tizzi accesi, pareva assopita, ma quando Efix si curvò su di lei gli disse con voce afona:

«Lo vedi? Essa è andata al fiume, per lavare, perché lavorare bisogna. E tu avevi detto che la sposava!».

«Zia Pottoi! Pazienza bisogna avere. Siamo nati per patire.»

La vecchia sollevò il braccio e lo attirò a sé tenacemente. Un odore di putrefazione e di tomba esalava dal lettuccio; ma egli non si scostò sebbene sentisse la collana di zia Pottoi, calda come fosse stata sul fuoco, sfiorargli il viso e l’alito di lei passargli sui capelli come un ragno.

«Ascoltami, Efix, siamo davanti a Dio. Io sto per partire: verrà lui stesso, a prendermi, don Zame, come avevamo convenuto al tempo della nostra fanciullezza. Adesso è tempo d’andarcene assieme. E per la strada gli dirò che non si fermi dov’è caduto, dove tu lo hai ucciso, e che ti perdoni per l’amore che hai portato alle sue figlie. Ti perdonerà, Efix; hai portato il carico abbastanza, ma tu, tu, Efix, a tua volta salva Grixenda mia: essa sta per perdersi; aspetta solo la mia morte per fuggire, e io non posso chiuder gli occhi tranquilla. Tu va’ dal ragazzo, e digli che non la perda, che si ricordi che ha promesso di sposarla. E che la sposi, sì, così anche donna Noemi non penserà più a lui. Va’.»

Lo respinse ed egli spalancò gli occhi, ma gli parve di averli bruciati, coperti di cenere, come tornasse dall’inferno. La vecchia non aveva riaperto i suoi: con le mani rigide, le dita dure aperte, muoveva ancora le labbra violette orlate di nero, ma non parlava più.

Non parlò più.

Dal buco del tetto pioveva come da un imbuto capovolto un raggio dorato che illuminava sul lettuccio il suo corpo nero e le sue collane, lasciando scuro il resto della stanza desolata.

Efix guardava come dal fondo di un pozzo quel punto alto lontano; ma d’improvviso gli parve che il raggio deviasse, piovesse su lui, illuminandolo. Tutto era chiaro, così. I suoi occhi oramai distinguevano tutto, gli errori scuri intorno, il centro luminoso, che era il castigo di Dio su lui.

E riprese la bisaccia, senza più parlare, e se ne andò.

Passando davanti alla casa di don Predu chiamò Stefana e le disse ch’era costretto a partire per affari suoi e che non sapeva quando sarebbe tornato.

«Di’ almeno dove vai.»

«A Nuoro.»

Per arrivare a Nuoro impiegò due giorni. Andava su, piano piano, a piccole tappe, buttandosi sull’orlo della strada quando era stanco. Chiudeva gli occhi, ma non dormiva: riaprendoli vedeva lo stradone giallognolo perdersi tra il verde e l’azzurro delle lontananze, su verso i monti del Nuorese, giù verso il mare della Baronia, e gli pareva di esser sempre vissuto così, sull’orlo d’una strada metà percorsa, metà da percorrere: laggiù in fondo, aveva lasciato il luogo del suo delitto, lassù, verso i monti, era il luogo della penitenza.

Il tempo era bello; le valli eran già coperte d’erba e le pervinche fiorivano sorridenti come occhi infantili.

Reti d’acqua scintillavano tra il verde delle chine, e il fiume mormorava fra gli ontani. Qualche carro passava nello stradone, e ad Efix veniva desiderio di chiedere d’essere portato; ma subito se ne affliggeva.

No, doveva camminare per penitenza, arrivare senza aiuto di nessuno.

Questo suo primo viaggio aveva però uno scopo; egli quindi si preoccupava ancora delle cose del mondo, e di arrivare presto e di sbrigarsi: dopo, gli pareva, sarebbe stato libero, solo col suo carico da portare con pazienza fino alla morte.

La prima notte sostò in una cantoniera della valle, ma non poté dormire. La notte era limpida e dolce; sul cielo bianco sopra la valle chiusa da colonne di rocce la luna pendeva come una lampada d’oro dalla volta d’un tempio: ma un uomo malato gemeva nella cantoniera triste come una stalla, e il dolore umano turbava la solitudine.

Efix ripartì prima dell’alba, più stanco di prima. Ed ecco i monti d’Oliena sorgere dalle tenebre bianchi e vaporosi come una massa d’incenso di fronte al rozzo altare di granito dell’Orthobene: tutto il paesaggio ha un aspetto sacro, e il Redentore ferma il volo sulla roccia più alta, con la croce che sbatte le sue braccia nere sul pallore dorato del cielo.

Ed Efix s’inginocchia ma non prega, non può pregare, ha dimenticato le parole; ma i suoi occhi, le mani tremanti, tutto il suo corpo agitato dalla febbre è una preghiera.

A misura che saliva verso Nuoro sentiva come un gran cuore sospeso sopra la valle palpitare forte, sempre più forte.

«È il Molino, e Giacinto è là», pensò con gioia.

Era l’ultima tappa del suo viaggio mondano, l’ultima salita del suo calvario, quel vicolo in salita, lurido, oleoso, con un gattino morto in mezzo alle immondezze e il cielo rosso sopra i muri alti coperti di gramigne.

Arrivato a metà si volse: l’ombra saliva dalla valle, descrivendo un cerchio bruno su per le chine rosee dell’Orthobene, e raggiungeva anche lui su per il vicolo. In alto era l’ansito del Molino, un palpito maschio in contrasto col richiamo femineo d’una campana che suonava a vespro; e sullo sfondo della strada passavano contadini coi buoi aggiogati, borghesi imponenti come don Predu, donne con anfore sul capo: altre donne sedevano, pallide, in riposo, sulle pietre dei muricciuoli che recingevano un cortiletto esterno.

Efix si mise a parlare con loro, fermo stanco con la bisaccia che gli scivolava dalle spalle.

«Dove sta don Giacinto?»

«Chi? Quello del Molino? Qui, più sopra: cosa gli porti in quella bisaccia? Sei il suo servo?»

«Sì: e che fa, don Giacinto?»

«Eh, lavora e si diverte. È allegro. È un ragazzo d’oro. Tutte le donne gli vanno appresso… se lo contrastano come un dolce di miele…»

Allora Efix ricordò la festa del Rimedio, Natòlia e Grixenda che ballavano stringendosi in mezzo lo straniero; e un dolore cocente lo punse, ma col dolore un intenso desiderio di fare qualche cosa contro il destino.

«Ma dove posso trovarlo? È al Molino, adesso?»

«Ecco che viene!»

Ecco infatti Giacinto arriva frettoloso, a testa nuda, coi capelli e i vestiti bianchi di farina: già qualcuno era corso ad avvertirlo dell’arrivo del servo.

«Che cosa sei venuto a cercare fin quassù?», gli domandò, afferrandolo e scuotendolo per gli omeri.

Efix lo guardava senza rispondere lasciandosi trascinare su per la straducola fino a un cortiletto chiuso fra due casette sopra la valle: un uomo, un borghese piccolo quasi nano, con gli occhi grandi melanconici e il viso bianco, attingeva acqua dal pozzo e Giacinto lo presentò come il suo padrone di casa.

«Devo parlarti», disse Efix.

«E son qui, parla.»

Sedettero nella cucina, ma il borghese preparava la cena ed Efix non voleva parlare in sua presenza: da parte sua Giacinto scherzava e rideva e non sollecitava il colloquio.

Attraverso il finestrino si vedeva sulle rocce dell’Orthobene il Redentore piccolo come una rondine, e dall’orto saliva un odore di violacciocche che ricordava il cortile laggiù delle dame.

Efix si sentiva dolere il cuore ma non poteva parlare. Solo disse:

«Giacintì, sei diventato allegro, mi pare!».

«Che fare? Impiccarmi?»

Ma l’ometto curvo a cuocere i maccheroni sollevò gli occhi tristi e Giacinto rise e guardò le travi del tetto.

«Sai, Efix, i primi giorni che venni qui, a pensione da questo buon servo di Dio, tentai davvero di appiccarmi. Rammentate, Micheli?» l’ometto accennò di sì, ma scuotendo la testa con rimprovero. «Ed egli mi salvò, mi mise a letto come un bambino; mi legava, quando usciva; avevo la febbre alta: ma poi passò tutto, e adesso sono allegro e contento. Vero, Micheli? Non sono allegro e contento? Su, Efix, parla. Tu certo sei venuto a turbare la mia allegria.»

«La vecchia Pottoi è morta», disse Efix finalmente, e Giacinto gli accostò la sua forchetta al viso quasi volesse pungerlo.

«Va’ uccello di malaugurio! Lo sapevo che portavi la notizia di una morte! E altro?»

«E Grixenda si prepara a lasciarci. Te la vedrai capitare qui fra qualche giorno: ecco, questo son venuto a dirti.»

Giacinto rifece il viso infantile di un tempo, triste e spaventato.

«Ah, questo no, questo no! Io non voglio che venga!»

«Non vuoi? E come puoi impedirglielo? D’altronde è tua fidanzata: hai promesso di sposarla.»

«Io non posso sposarla: vero, vero che non posso, Micheli? Non posso e non voglio! Non sono in condizioni di sposarmi: sono un pezzente, ho altri doveri, tu lo sai. Ebbene, posso parlare davanti a quest’uomo, che sa tutto di me, come lo sai tu, e mi compatisce. Io devo pagare il debito delle zie. E per questo che volevo morire: perché avevo la disperazione nel cuore. Ma quest’uomo mi disse: ti terrò gratis in casa mia, ti darò alloggio e anche da mangiare quando ne ho, ma tu devi lavorare e pagare il tuo debito.»

Efix guardava l’ometto tra il meravigliato e il diffidente e pareva chiedergli con gli occhi «perché tanta generosità?». E l’uomo, che mangiava col viso curvo sul piatto, sollevò gli occhi e disse:

«Perché siamo cristiani!».

Allora Efix tornò come dentro di sé nella casa della sua anima, e ricordò perché era venuto.

«Giacinto, eppure bisogna che tu sposi Grixenda. Essa verrà qui, a giorni; non mandarla via, non perderla!»

«Ma, sant’uomo! Non hai orecchie per ascoltare? Io ti dico che non posso tenerla, che non posso sposarla: devo pagare il debito delle zie!»

«Tu lo pagherai sposandola.»

«Ha ereditato tanto?», disse allora Giacinto ridendo; ma Efix lo guardava serio, e ripeté due volte:

«Sono venuto per parlarti di questo».

Il padrone di casa capì che la sua presenza era di troppo e se ne andò via silenzioso nonostante le proteste e i richiami di Giacinto.

«Lascialo», disse Efix. «Quello che ho da dirti, nessuno deve saperlo.»

Eppure, rimasti soli, provarono entrambi un senso d’imbarazzo; la luce pareva un ostacolo fra di loro. Uscirono nel cortiletto, sedettero sullo scalino, e Giacinto tirò la porticina dietro di sé, come per impedire al lume e al fuoco di ascoltare; ed Efix cercava le parole per trar fuori dal suo cuore il penoso segreto. Ah, gli sembrava talmente grande e pesante da non poterlo trarre intero: a brani, forse, sì, sanguinante. Si curvò su se stesso: scavava, silenzioso, tirava, tirava su, come un macigno da un pozzo. Finalmente si sollevò sospirando, stanco e impotente.

«Giacinto, così ti dico. Le cose del mondo son così. Don Predu vuole sposare donna Noemi e donna Noemi non vuole. Colpa tua!»

Giacinto non rispose, ma gli afferrò forte il braccio e parve volesse stroncarglielo: poi glielo lasciò.

Efix lo sentiva ansare lievemente, come colto da malessere, e a sua volta, mentre si stringeva il braccio che gli ardeva per la stretta, respirò con angoscia.

«Sì, colpa tua, colpa tua», ricominciò quasi aggressivo. «Non lo sapevi? Alla buon’ora! La vecchia almeno questo non te lo ha detto. Ma adesso bisogna pensarci sul serio. Bisogna toglierle questo verme dal cervello, a tua zia, intendi? Intendi?»

«Che posso farci io?», disse finalmente Giacinto. E parve ricadere di nuovo nella sua antica tristezza.

Curvo su se stesso nell’ombra guardava la terra ai suoi piedi e vedeva un abisso nero.

«Che puoi farci? Lo sai, te l’ho detto: comincia tu a fare il tuo dovere; poi lei farà il suo…»

«Che posso fare, che posso io? Tu credi che siamo noi a fare la sorte? Ricordati quello che dicevamo laggiù al poderetto: te lo ricordi? E tu, sei stato tu, a fare la sorte?»

Ed anche Efix si curvò; e stettero così, vicini, tanto che l’uno sentiva il caldo del fianco dell’altro; stettero quasi tempia contro tempia, come ascoltando una voce di sotterra.

«Vero è! Non possiamo fare la sorte», ammise Efix.

«Eppoi, tu credi ch’ella sarebbe felice, sposando zio Pietro? Non basta il pane per renderci felici; adesso me ne accorgo anch’io… Ci vuole altro!»

«Ma tu, dimmi… tu…»

«Io?»

«Sì, tu, sapevi?»

«Che vuoi che ti dica? Un uomo si accorge sempre di queste cose. Ma io ti giuro sull’anima di mia madre; io l’ho sempre rispettata, Noemi, come una cosa sacra… Eppure, sì, te lo dico, perché so che posso dirtelo, solo una volta, quando ella è svenuta ed io ho pianto sopra i suoi occhi, sì, posso dirtelo come potrei dirlo a mia madre, con la stessa innocenza, sì, ci siamo guardati… attraverso le lacrime, e forse allora… forse allora… Non so, ecco; non ti dico altro. Ma forse per questo sono andato via, più che per quanto avevo commesso di male.»

«Lascia ch’io ti domandi un’altra cosa. Quando tu sei venuto al poderetto, l’ultima volta, tu sapevi già?»

«Sapevo già.»

«Ebbene», disse Efix sollevandosi, «tu sei un uomo!»

«Che vuoi?», rispose Giacinto subito lusingato.

«Conosco un po’ la vita, null’altro. Si fa presto a conoscere la vita, quando si nasce dove sono nato io. Ma tu pure conosci la vita, a modo tuo, e per questo ci siamo capiti anche parlando un diverso linguaggio. Ricordati quando scendevo al poderetto… Io giocavo e misi la firma falsa perché volevo pagare il Capitano e far bella figura davanti a lui, tornando. Egli avrebbe detto: quell’infelice s’è sollevato. E invece sono andato più giù, più giù… Ma era come una pazzia che m’era presa: adesso ho aperto gli occhi e vedo dov’è la vera salvezza. Tu, dove l’hai trovata la vera salvezza? Vivendo per gli altri: e così voglio far io, Efix», aggiunse, parlandogli accosto al viso; «sei tu che mi hai salvato: io voglio essere come te… Rispondi, ho ragione? Io ti ho buttato per terra, laggiù ad Oliena, ma anche i santi son stati maltrattati, e per questo non cessano d’essere santi. Rispondi, ho ragione?», ripeté scuotendolo per le spalle. «Ricordi le cose che dicevamo al poderetto? Io le ricordo sempre, e dico appunto a me stesso: Efix ed io siamo due disgraziati, ma siamo veramente uomini tutti e due, più dello zio Pietro, più del Milese, certo! Zio Pietro? Cos’è zio Pietro? Ha lasciato le zie soffrire sole per tanti anni, esposte a tutte le miserie e alle beffe di tutto il paese: e adesso anche lui crede di far bene perché vuole sposare Noemi! Lo fa perché la donna gli piace come donna, come a me piace Grixenda, null’altro. È amore, quello, è carità? E lei fa bene a non volerlo. Fa bene! La approvo! Il vero amore è stato il tuo, verso di loro; e se c’è qualcuno ch’esse dovrebbero amare e sposare, sì, lo dico, saresti tu, non lo zio Pietro… Invece ti han cacciato via come un cane vecchio, adesso che non sei buono più a niente; eppure tu le ami di più per questo, perché il tuo cuore è un vero cuore di uomo. Ebbene, cosa fai adesso? Ohè, uomo!… Vergognati! Non hai pianto abbastanza? Su, coraggio, uomo! Cammina.»

Lo scosse di nuovo afferrandolo da dietro, per gli omeri: ma Efix piangeva piegato in due, con la testa fra le ginocchia, e mentre il suo gemito riempiva il silenzio della notte, egli ricordava il sangue che aveva vomitato davanti alla vecchia chiesa d’Oliena, dopo l’altra scena con Giacinto; e anche adesso gli pareva che tutto il sangue gli uscisse dagli occhi: tutto il sangue cattivo, il sangue del peccato. Il suo corpo ne rimaneva esausto, e l’anima vi si sbatteva dentro, in uno spazio vuoto e nero come la notte; ma le parole d’amore di Giacinto balenavano lucenti sullo sfondo tenebroso, e le sue stesse lagrime lo illuminavano, gli splendevano intorno come stelle.

Rimase una settimana a Nuoro.

Tanto lui che Giacinto aspettavano di vedere da un momento all’altro arrivare Grixenda; ma i giorni passavano ed ella non veniva.

Giacinto non aveva preso ancora una decisione in proposito, ma sembrava tranquillo, lavorava, tornava a casa solo durante l’ora dei pasti, e scherzava col suo padrone di casa domandandogli consiglio sul modo di accogliere la ragazza.

«Perderla certo non voglio, povera orfana! Se la sposassimo con voi? Una donna in casa ci vuole.»

L’ometto lo guardava con rimprovero, ma non parlava, almeno in presenza di Efix. E questo non voleva, a sua volta, forzare la sorte, e pensava ch’era peccato cercare di opporsi ai voleri della provvidenza. Bisognava abbandonarsi a lei, come il seme al vento. Dio sa quello che si fa.

Intanto non si decideva ad andarsene, aspettando Grixenda; e quando non c’era in casa Giacinto scendeva il vicolo, sedeva sul ciglione della valle e spiava la strada bianca ai piedi del Monte. Il palpito del Molino gli dava un senso di commozione, quasi di sgomento: gli pareva il battito d’un cuore, d’un cuore nuovo che ringiovaniva la vecchia terra selvaggia. Là dentro a quel palpito batteva il sangue di Giacinto, ed Efix sentiva voglia di piangere pensando a lui. Eccolo, gli sembra sempre di vederlo, alto, sereno, bianco di farina come una giovine pianta coperta di brina, purificato dal lavoro e dal proposito del bene. Tutti lo amano, ed egli è gentile con tutti. Le donne che portano il frumento al Molino si aggrappano intorno a lui curvo a pesare la farina, e lo guardano con occhi di madre, con occhi d’amore. Efix era stato una sera a trovarlo, e fra il rombare della macchina e l’agitarsi delle figure pallide su uno sfondo ardente, fra l’incrociarsi delle ombre e lo stridere dei pesi, gli era parso di intravedere uno scorcio del Purgatorio, e Giacinto che penava fra i dannati ma aspettando il termine dell’espiazione.

La domenica dopo Pasqua andò a una piccola festa campestre nella chiesetta di Valverde.

Era un pomeriggio freddo e sulla vallata dell’Isalle battuta dal vento di tramontana, con Monte Albo giù in fondo fra le nuvole come una nave incagliata in un mare burrascoso, pareva dominasse ancora l’inverno.

Efix seguiva una fila di paesane avvolte nelle loro tuniche grevi, e col vento che gli batteva sul petto sentiva qualche cosa di nuovo, di forte, penetrargli nel cuore. La gente camminava triste ma tranquilla, come in processione, avviata non a un luogo di festa ma di preghiera: anche una fisarmonica lontana ripeteva il motivo religioso delle laudi sacre, ed egli sentiva che la sua penitenza era cominciata.

Arrivato alla chiesetta, sull’alto della china rocciosa, sedette accanto alla porta e si mise a pregare: gli sembrava che la piccola Madonna guardasse un po’ spaurita dalla sua nicchia umida la gente che andava a turbare la sua solitudine, e che il vento soffiasse sempre più forte e il sole cadesse rapido sopra la valle per costringere gl’importuni ad andarsene. Infatti le donne si avvolgevano meglio nelle loro tuniche e dopo aver recitato il rosario s’avviavano al ritorno.

Non rimasero che una venditrice di torroni e di pupazzi di farina nera ricoperti di zucchero; e due uomini seduti uno per parte davanti alla porta della chiesetta sotto l’atrio in rovina.

Efix sedeva poco distante da loro e li guardava gravemente: li riconosceva, li aveva veduti laggiù alla Festa del Rimedio: erano due mendicanti vestiti decentemente da borghesi, con pantaloni turchini e giacca di fustagno: uno, giovane ancora, alto e curvo, col viso giallo scarnificato ove pareva fosse rimasta la sola pelle sulle ossa, con le palpebre livide abbassate, chiedeva, chiedeva muovendo appena le labbra grigie sui grandi denti sporgenti, come dormisse e parlasse in sogno, indifferente al mondo esterno. L’altro, vecchio ma forte, col viso rosso cremisi congestionato, tutta la persona agitata da un tremito che sembrava finto, aveva messo il cappello fra le sue gambe aperte e di tanto in tanto si curvava a guardarvi dentro le piccole monete.

Ma la sera cadeva rapida, grave di nuvole, e la gente se ne andava. Anche la donna dei confetti chiuse le sue cassette ancora piene e si mise a parlare sdegnosa coi mendicanti.

«Non vale la pena di far tanta strada! Festa da niente, fratelli miei!»

«Non si campa più», disse il vecchio, e versò le monete in un fazzoletto e rimise il cappello in testa. Ma quando fu per alzarsi ricadde, come se i piedi gli scivolassero sul selciato dell’ingresso, e batté la testa al muro e le mani al suolo.

Al tintinnire delle monete contro la pietra l’altro mendicante sollevò il viso terreo spalancando gli occhi vitrei come sentisse un rumore minaccioso.

Il vecchio gemeva. La donna ed Efix s’erano precipitati su lui, ma non riuscirono a fargli tener sollevata la testa.

«Bisogna distenderlo», disse la donna, «ora gli darò un po’ di liquore. Mettilo giù, aiutami.»

Fu messo giù, ma le gocce d’un liquido verde ch’ella tentò di versargli in bocca sopra i denti serrati gli si sparsero sul mento.

«Pare morto. E tu, non ti muovi?», ella disse all’altro mendicante. «Era malato? Non rispondi?»

L’uomo tentò di parlare, ma solo un mugolìo tremulo gli uscì di bocca: poi scoppiò a piangere.

«Va’, muoviti, chiama i pastori che stanno lassù nel bosco…»

«Dove lo mandi che è cieco?», disse Efix, inginocchiato con una mano sul cuore del vecchio. Il cuore sussultava, come tentando ogni tanto di sollevarsi e subito ricadendo.

E l’ombra si addensava rapida; ogni nuvola, passando sul vicino orizzonte, lasciava un velo, il vento urlava dietro la chiesa, tutte le macchie tremavano protendendosi in là verso la valle, e pareva volessero fuggire, luminose d’un verde metallico, agitate da una convulsione di tristezza e di terrore.

Anche la donna ebbe paura della solitudine e di quella morte improvvisa. Si mise le cassette sul capo e disse:

«Bisogna che vada. Avvertirò il medico, a Nuoro».

Così Efix rimase solo, fra il moribondo ed il cieco.

«Il mio compagno soffriva di cuore», raccontava il mendicante. «Anche questi giorni scorsi è stato male: ma nessuno ci credeva. La gente non crede mai…»

«Era tuo parente?»

«No; ci siamo incontrati dieci anni fa, alla Festa del Miracolo. Io allora avevo un compagno, Juanne Maria, che mi maltrattava. Mi maltrattava come un cane. Allora questo povero vecchio mi prese con sé: mi teneva come un figlio, non mi lasciava mai la mano se non ero seduto al sicuro. Adesso è finito…»

«E adesso come farai?»

«Cosa vuoi che faccia? Starò qui, aspettando la morte. Ho tutto con me, sia salva l’anima mia.»

«Io posso ricondurti fino a Nuoro», disse Efix, e d’improvviso cominciò a piangere.

Curvo sul moribondo tentava di rianimarlo bagnandogli le labbra col liquore lasciato dalla donna e la fronte con uno straccio inzuppato nel vino. Ma il viso tragico si tingeva di viola e di verde, sempre più duro e immobile alla luce fosca del crepuscolo. Anche il cuore cessò di battere. Efix riviveva l’ora più terribile della sua vita: ricordava il ponte, laggiù, fra l’ondulare dei giuncheti alla luna, e lui curvo a sentire il cuore del suo padrone morto…

Eppure si sentiva sollevato, come uno che dopo lungo errare in luoghi impervi ritrova la via smarrita, il punto donde è partito.

«Ma tu, non vai?», domandò il cieco sempre immobile al suo posto.

«Andrò quando Dio comanda. Adesso accendo il fuoco perché bisogna passare qui la notte.»

Andò in cerca di legna: il vento infuriava sempre più e le nuvole salivano e scendevano dall’Orthobene, giù e su come torrenti di lava, come colonne di fumo, spandendosi su tutta la valle: ma sopra le alture di Nuoro una striscia di cielo rimaneva di un azzurro triste di lapislazzuli e la luna nuova tramontava rosea fra due rupi.

Ritornando verso la tettoia Efix vide il cieco che s’era mosso e stava curvo sul compagno, chiamandolo a nome. Piangeva e cercava l’involto delle monete. Trovato che l’ebbe se lo cacciò in seno e continuò a piangere. Passarono la notte così. Il cieco raccontava le sue vicende, alternandole a racconti della Bibbia, e il suo dolore si calmava rapido, come un male violento che passa presto.

«Cosa credi, fratello mio? Io son nato ricco, mio padre era come Giacobbe, ma senza tanti figli, e diceva: non importa che mio figlio sia cieco, i suoi occhi son d’oro (alludeva alle sue ricchezze) e ci vedrà lo stesso. E mia madre, che aveva una voce dolce come un frutto, mi ricordo, diceva: basta che il mio Istène si conservi innocente, tutto il resto non importa. E così ti dico, fratello mio, mi hanno mangiato la roba, morto mio padre e mia madre, mi hanno piluccato come un grappolo d’uva, tutti, parenti e conoscenti. Dio li perdoni, mi hanno costretto ad andare ad elemosinare, ma l’innocenza l’ho conservata, così ti dico: io non ho fatto mai male a nessuno. Ma il Signore mi ha sempre aiutato: prima Juanne Maria, Dio l’abbia in gloria, poi questo, sono stati i miei compagni, i miei fratelli, come gli angeli che accompagnavano Tobia. Adesso…»

«Anche adesso la compagnia non ti mancherà», disse Efix con voce grave. «Ma cosa intendi quando dici che sei innocente?»

«Che cammino verso l’eternità», disse il cieco sottovoce.

«Vado verso una porta che mi sarà aperta a due battenti, e non penso ad altro. Se ho un pane me lo mangio, se non l’ho sto zitto. Non ho mai toccato la roba altrui, non ho mai conosciuta la donna. Juanne Maria me ne condusse una accanto, una volta. Io sentii che odorava di male e mi buttai per terra come passasse il vento. Che devo fare, anima mia? Se non mi salvo l’anima che cosa ho d’altro, fratello caro?»

«Ma i denari, a questo morto, glieli hai presi, malanno!», disse Efix.

«Erano i miei. Che fanno i denari addosso a un morto? Così ti dico: no, io non ho rubato né sparso mai il sangue. Neppure i fratelli di Giuseppe sparsero il sangue: Giuda disse loro: vendiamolo meglio agli Ismaeliti piuttosto che ucciderlo. E così fecero. La sai tu, tutta la storia di Giuseppe Ebreo? Mi dispiace che te ne vai, se no te la racconterei.»

«No, non me ne andrò», disse Efix, «io ti accompagnerò, d’ora in avanti: ci porteremo per mano l’uno con l’altro.»

Il cieco abbassò un momento la testa, palpando l’involto delle monete: non parve meravigliato della decisione dello sconosciuto. Solo gli domandò:

«Sei un mendicante anche tu?».

«Sì», disse Efix, «non te ne sei accorto?»

«Allora va bene; prendi, tienilo tu.»

E gli porse l’involto del denaro.