Grazia Deledda – Canne al vento – Cap. 4

Un gran fuoco di lentischi, come lo aveva veduto Noemi fanciulla, ardeva nel cortile di Nostra Signora del Rimedio, illuminando i muri nerastri del Santuario e le capanne attorno.
Un ragazzo suonava la fisarmonica, ma la gente, ch’era appena uscita dalla novena e preparava la cena o già mangiava entro le capanne, non si decideva a cominciare il ballo.
Era presto ancora: sul cielo lucido del crepuscolo spuntavano le prime stelle, e dietro la torretta del belvedere l’occidente rosseggiava spegnendosi a poco a poco.
Una gran pace regnava su quel villaggio improvvisato, e le note della fisarmonica e le voci e le risate entro le capanne parevano lontane.
Qua e là davanti ai piccoli fuochi accesi lungo i muri si curvava la figura nera di qualche donna intenta a cucinare.
Gli uomini, venuti alla vigilia per portare le masserizie, eran già ripartiti coi loro carri e i loro cavalli: rimanevano le donne, i vecchi, i bambini e qualche adolescente, e tutti, sebbene convinti d’esser là per far penitenza, cercavano di divertirsi nel miglior modo possibile.
Le dame Pintor avevano a loro disposizione due capanne fra le più antiche (tutti gli anni ne venivan fabbricate di nuove) dette appunto sas muristenes de sas damas , perché divenute quasi di loro proprietà in seguito a regali e donazioni fatte alla chiesa dalle loro ave fin dal tempo in cui gli arcivescovi di Pisa nelle loro visite pastorali alle diocesi sarde sbarcavano nel porto più vicino e celebravano messe nel Santuario.
Ecco ancora, fra una capanna e l’altra, all’angolo del cortile, il sedile di pietra addossato al muro ove zia Pottoi aveva veduto donna Maria Cristina corteggiata come una Barona da tutte le vassalle che si recavano in pellegrinaggio alla chiesa.
Adesso donna Ester e donna Ruth sedevano umili e nere come due monache col fazzoletto bianco in testa e le mani sotto il grembiale, pensando a Noemi lontana, a Giacinto lontano.
La loro cena era stata frugale: una zuppa di latte che non gonfiava lo stomaco e lasciava il pensiero lucido e puro come quel gran cielo di primavera. Eppure, di tanto in tanto, donna Ester aveva come un brivido di rimorso, un pensiero segreto quasi colpevole. Giacintino… la lettera scritta di nascosto… Accanto a loro, seduta per terra con le spalle al muro e le braccia intorno alle ginocchia, Grixenda rideva guardando il ragazzo che suonava la fisarmonica. Nella capanna attigua le parenti con cui ella era venuta alla festa cenavano sedute per terra attorno ad una bertula3 stesa come tovaglia, e mentre una di esse cullava un bambino che s’addormentava agitando le manine molli, l’altra chiamava la fanciulla.
“Grixenda, fiore, vieni, prendi almeno un pezzo di focaccia! Cosa dirà tua nonna? Che t’abbiamo lasciato morir di fame?”
“Grixenda, non senti che ti chiamano? Obbedisci”, disse donna Ester.
“Ah, donna Ester mia! Non ho fame… che di ballare!”
“Zuannantò! Vieni a mangiare! Non vedi che il tuo suono è come il vento? Fa scappar la gente.”
“Aspetta che le otri siano piene e vedrai!”, disse l’usuraia, uscendo sulla porticina a destra delle dame Pintor e pulendosi i denti con l’unghia.
Anche lei aveva finito di cenare e per non perder tempo si mise a filare al chiarore del fuoco.
Allora fra lei, le dame, la ragazza e le donne dentro cominciò la solita conversazione: come al paese durante tutto l’anno parlavano della festa, ora alla festa parlavano del paese.
“Io non so come avete fatto a lasciar la casa sola, comare Kallì; come?”, disse una ragazza alta che portava sotto il grembiale un vaso di latte cagliato, dono del prete alle dame Pintor.
“Natòlia, cuoricino mio! Io non ho lasciato in casa i tesori che ha lasciato in casa il tuo padrone il Rettore!”
“Corfu ‘e mazza a conca!4 E allora datemi la chiave. Vado e frugo, in casa vostra, eppoi scappo nelle grandi città!”
“Tu credi che nelle grandi città si stia bene?”, domandò donna Ruth con voce grave, e donna Ester che aveva vuotato il vaso del latte e lo restituiva a Natòlia con dentro mezza pezza di mancia, si fece il segno della croce:
“Libera nos Domine”.
Entrambe pensavano alla stessa cosa, alla fuga di Lia, all’arrivo di Giacinto, e con sorpresa sentirono Grixenda mormorare:
“Ma se quelli che stanno nelle grandi città vogliono venir qui!”.
La gente cominciava ad uscir nel cortile; sulle porticine apparivan le donne che si pulivan la bocca col grembiale e poi rincorrevano i bambini per prenderli e metterli a dormire.
Una delle parenti di Grixenda andò dal suonatore di fisarmonica e gli porse una focaccia piegata in quattro.
“E mangia, gioiello! Cosa dirà tua nonna? Che non ti do da mangiare?”
Il ragazzo sporse il viso, strappò un boccone dalla focaccia e continuò a suonare.
Ma nessuno si decideva a cominciare il ballo tanto che Grixenda e Natòlia, irritate per l’indifferenza delle donne, dissero qualche insolenza.
“Si sa! Se non ci sono maschi non vi divertite!”
“Ci fosse almeno Efix il servo di donna Ruth. Anche quello vi basterebbe!”
“È vecchio come le pietre! Che me ne faccio di Efix? Meglio ballo con un ramo di lentischio!”
Ma d’un tratto il cane del prete, dopo aver abbaiato sul belvedere, corse giù urlando fuori del cortile e le donne smisero d’insolentirsi per andare a vedere. Due uomini salivano dallo stradone, e mentre uno stava seduto su un piccolo cammello, l’altro si piegava su una grande cavalletta le cui ali parevano mandassero giù e su i lunghi piedi del cavaliere. Il chiarore del fuoco, a misura che i due salivano, illuminava però le loro figure misteriose; e la prima era quella di Efix su un cavallo gobbo di bisacce e di guanciali, e l’altra quella di uno straniero la cui bicicletta scintillò rossa attraversando di volo il cortile.
Grixenda balzò in piedi appoggiandosi al muro tanto era turbata; anche la fisarmonica cessò di suonare.
“Donna Ester mia! Suo nipote.”
Le dame s’alzarono tremando e donna Ester parlò con una vocina che pareva il belato d’un capretto.
“Giacintino!… Giacintino!… Nipote mio… Ma non è una visione? Sei tu?…”
Egli era smontato davanti a loro e si guardava attorno confuso: sentì le sue mani prese dalle mani secche della zia, e sullo sfondo nero del muro vide il viso pallido e gli occhi di perla di Grixenda.
Poi tutte le donne gli furono attorno, guardandolo, toccandolo, interrogandolo: il calore dei loro corpi parve eccitarlo; sorrise, gli sembrò d’esser giunto in mezzo ad una numerosa famiglia, e cominciò ad abbracciare tutti. Qualche donna balzò indietro, qualche altra si mise a ridere sollevando il viso a guardarlo.
“È costume del tuo paese? Donna Ester, donna Ruth, ci ha scambiato con loro! Ci crede tutte sue zie!”
Efix intanto, tirati giù i guanciali, li portò dentro la capanna vuota passando di traverso per la stretta porticina. Grixenda lo aiutò a stenderli sul sedile in muratura, lungo la parete, e fu lei a spazzar la celletta e a preparare il lettuccio, mentre nell’altra capanna si udiva Giacintino rispondere rispettoso e quasi timido alle domande delle zie.
“Sissignora, da Terranova in bicicletta: cos’è poi? Un volo! Con una strada così piana e solitaria si può girare il mondo in un giorno. Sì, la zia Noemi è rimasta, vedendomi: non mi aspettava certo, e forse credeva che avessi sbagliato porta!”
Ogni sua parola e il suo accento straniero colpivano Grixenda al cuore. Ella non aveva ben distinto il viso del giovane arrivato da terre lontane, ma aveva notato la sua alta statura e i capelli folti dorati come il fuoco. E provava già un senso di gelosia perché Natòlia, la serva del prete, s’era cacciata dentro la capanna delle dame e parlava con lui.
Com’era sfacciata, Natòlia! Per piacere allo straniero si beffava persino delle capanne, che dopo tutto erano sacre perché abitate dai fedeli e appartenenti alla chiesa.
“Neanche a Roma ci son palazzi come questi! Guardi che cortine! Le han messe i ragni, gratis, per amor di Dio.”
“E i topi non li conta? Se si sente grattare i piedi, stanotte, non creda che sia io, don Giacì!”
Grixenda si morse le labbra e picchiò sulla parete per far tacere Natòlia.
“Ci sono anche gli spiriti. Li sente?”
“Oh, è una donna che picchia!”, disse semplicemente donna Ruth.
“Spiriti, topi e donne per me son la stessa cosa”, rispose Giacinto.
E Grixenda, di là, appoggiata alla parete di mezzo, si mise a ridere forte. Ascoltava la voce del giovane come aveva poco prima ascoltato il suono della fisarmonica e rideva per il piacere, eppure in fondo sentiva voglia di piangere.

Del resto tutti erano felici, ma d’una felicità grave, nella vera capanna delle dame.
“Mi pare di sognare”, diceva donna Ester, servendo da cenare al nipote, mentre donna Ruth lo guardava fisso con occhi lucidi, ed Efix traeva dalla bisaccia un bariletto di vino, e pur così curvo si volgeva a sorridere ai suoi padroni.
Giacinto mangiava, seduto sul sedile in muratura che serviva a più usi, da tavola e da letto: e credeva anche lui di sognare.
Dopo l’accoglienza fredda di Noemi s’era sentito ciò che veramente era, straniero in mezzo a gente diversa da lui; ma adesso vedeva le zie servirlo premurose, il servo sorridergli come ad un bambino, le fanciulle guardarlo tenere ed avide, – sentiva la cantilena della fisarmonica, intravedeva le ombre danzanti al chiaro del fuoco, e s’immaginava che la sua vita dovesse trascorrere sempre così, fantastica e lieta.
“Adattarsi bisogna”, disse Efix versandogli da bere.
“Guarda tu l’acqua: perché dicono che è saggia? Perché prende la forma del vaso ove la si versa.”
“Anche il vino, mi pare!”
“Anche il vino, sì! Solo che il vino qualche volta spumeggia e scappa; l’acqua no.”
“Anche l’acqua, se è messa sul fuoco a bollire”, disse Natòlia.
Allora Grixenda corse là dentro, prese per il braccio la serva e la trascinò via con sé.
“Lasciami! Che hai?”
“Perché manchi di rispetto allo straniero!”
“Grixè! Ti ha morsicato la tarantola ché diventi matta?”
“Sì, e perciò voglio ballare.”
Già alcune donne s’eran decise a riunirsi attorno al suonatore, porgendosi la mano per cominciare il ballo. I bottoni dei loro corsetti scintillavano al fuoco, le loro ombre s’incrociavano sul terreno grigiastro. Lentamente si disposero in fila, con le mani intrecciate, e sollevarono i piedi accennando i primi passi della danza; ma erano rigide e incerte e pareva si sostenessero a vicenda.
“Si vede che manca il puntello! Manca l’uomo. Chiamate almeno Efix!”, gridò Natòlia, e siccome Grixenda la pizzicava al braccio aggiunse: “Ah, ti punga la vespa! Anche a lui vuoi che si usi rispetto?”.
Ma al grido Efix era apparso e si avanzava battendo i piedi in cadenza e agitando le braccia come un vero ballerino. Cantava accompagnandosi:

A sa festa… a sa festa so andatu…5

Arrivato accanto a Grixenda le prese il braccio, si unì alla fila delle danzatrici e parve davvero animare con la sua presenza il ballo: i piedi delle donne si mossero più agili, riunendosi, strisciando, sollevandosi, i corpi si fecero più molli, i visi brillarono di gioia.
“Ecco il puntello. Forza, coraggio!”
“E su! E su!”
Un filo magico parve allacciare le donne dando loro un’eccitazione composta e ardente. La fila si cominciò a piegare, formando lentamente un circolo: di tanto in tanto una donna s’avanzava, staccava due mani unite, le intrecciava alle sue, accresceva la ghirlanda nera e rossa dietro cui si muoveva la frangia delle ombre. E i piedi si sollevavano sempre più svelti, battendo gli uni sugli altri, percuotendo la terra come per svegliarla dalla sua immobilità.
“E su! E su!”
Anche la fisarmonica suonava più lieta ed agile. Grida di gioia echeggiarono, quasi selvagge, come per domandare al motivo del ballo una intonazione più animata e più voluttuosa.
“Uhì! Uhiahi!”
Tutti eran corsi a vedere, e là in fondo nell’angolo del cortile Grixenda distinse i capelli dorati di Giacinto fra i due fazzoletti bianchi delle zie.
“Compare Efix, fate ballare il vostro figlioccio!”, disse Natòlia.
“Quello è un puntello, sì!”
“Mettilo accanto alla chiesa e ti sembrerà il campanile.”
“E sta’ zitta, Natòlia, lingua di fuoco.”
“Parlano più i tuoi occhi che la mia lingua, Grixè.”
“Il fuoco ti mangi le palpebre!”
“E state zitte, donne, e ballate.”

A sa festa… a sa festa so andatu…

“Uhì! Uhiahi!…”
Il grido tremolava come un nitrito, e le gambe delle donne, disegnate dalle gonne scure, e i piedi corti emergenti dall’ondulare dell’orlo rosso si movevan sempre più agili scaldati dal piacere del ballo.
“Don Giacinto! Venga!”
“E su! E su!”
“E venga! E venga!”
Tutte le donne guardavano laggiù sorridendo. I denti brillavano agli angoli delle loro bocche.
Egli balzò, quasi sfuggendo alla prigionia delle due vecchie dame; arrivato però in mezzo al cortile si fermò incerto: allora il circolo delle donne si riaprì, si allungò di nuovo in fila, andò incontro allo straniero come nei giuochi infantili, lo accerchiò, lo prese, si richiuse.
Messo in mezzo fra Grixenda e Natòlia, alto, diverso da tutti, egli parve la perla nell’anello della danza; e sentiva la piccola mano di Grixenda abbandonarsi tremando un poco entro la sua, mentre le dita dure e calde di Natòlia s’intrecciavano forte alle sue come fossero amanti.

Anche il prete uscì dalla sua capanna, guardò qua e là, placido e rosso come un bambino ancora calvo, poi andò a sedersi accanto alle dame Pintor.
“Bel ragazzo, suo nipote, donna Ruth!”
Trasse la tabacchiera d’argento, la scosse, l’aprì e la porse nel cavo della mano prima a donna Ester, poi a donna Ruth, infine alla stessa Kallina.
“Bel ragazzo, donna Ester, ma mi raccomando, attenzione.”
Sollevò la sottana per rimettersi in tasca la tabacchiera e ripiegò e arrotolò il suo fazzoletto turchino, sbattendosene le cocche sul petto.
“Donna Ester, attenzione. Del resto anche noi abbiamo ballato quando avevamo ali ai piedi. E adesso che fa, vossignoria?”
Donna Ester piangeva di gioia, ma finse di starnutire.
“Sembra pepe il suo tabacco, prete Paskà!”

Il più felice di tutti era Efix. Sdraiato su un mucchio d’erba, in una delle muristenes vuote, gli pareva ancora di ballare e di ammirare Giacinto. E gli sorrideva come gli sorridevan le donne. Ecco, la figura del “ragazzo” aveva già preso nella sua vita il miglior posto come nel circolo della danza.
E riandava col pensiero fino al momento in cui era corso alla casa dei suoi padroni per vedere il figlio di Lia: che momento! Era stata così forte la sua gioia che neppure si rammentava che cosa aveva detto, che cosa aveva fatto. Solo rivedeva la figura fredda eppure inquieta di Noemi seguirlo e dirgli come in segreto:
“Andate, su, andate alla festa… Andate: vi aspettano”.
E li aveva mandati via, col viso rischiarato solo all’atto del congedo, su nella cornice del portone che si chiudeva davanti a lei.
Passando sotto il poderetto s’eran fermati un momento; ed Efix aveva additato con tenerezza d’amante la sua collina, il ciglione ove le canne tremavano rosee al tramonto, la capanna appiattata tra il verde ad aspettarlo.
“Io sto qui tutto l’anno. E vossignoria verrà quando ci saran gli ortaggi e le frutta da portare al paese… Ma il suo cavallo non sopporta la bisaccia!”, aggiunse socchiudendo gli occhi contro il barbaglio della bicicletta.
“Io me ne vado a Nuoro!”, disse Giacintino, pur guardando il podere di sotto in su come si guarda una persona.
“Qualche volta verrà! Prima che faccia troppo caldo, e poi in autunno si sta bene all’ombra, lassù! E di notte? La luna ci fa compagnia come una sposa. E le angurie qua sotto l’orto sembrano allora bocce di cristallo.”
“Sì, qualche volta verrò”, promise Giacinto, buttandosi giù dalla macchina svelto come un uccello.
Ed era stato lui, quasi vinto dalle descrizioni del compagno, a proporre di visitare il poderetto.
Ed avevano visitato il poderetto, lasciando giù il cavallo a strappare qualche fronda della siepe del muricciolo.
Efix fece osservare bene al nuovo padroncino le arginature costruite da lui con metodi preistorici: e il giovane guardava con meraviglia i massi accumulati dal piccolo uomo, e poi guardava questi come per misurare meglio la grandiosità della costruzione.
“Tutto da solo? Che forza! Dovevi esser forte, in gioventù!”
“Sì, ero forte! E il sentiero, non l’ho fatto io?”
Il sentiero serpeggiava su, rinforzato anch’esso da muriccie, come da terrapieni eran sostenuti i ciglioni e i rialzi del poderetto: un’opera paziente e solida che ricordava quella degli antichi padri costruttori dei nuraghes.
E su, e su, ad ogni scaglione si fermavano e si volgevano a contemplare l’opera del piccolo uomo, e lo straniero aveva curiosità infantili che divertivano il servo.
“Il fiume si gonfia d’inverno?”
“Cos’è questo?”, domandava tirando a sé qualche fronda di alberello.
Non conosceva né le piante né le erbe; non sapeva che i fiumi straripano in primavera! Ecco la striscia coltivata a ceci, pallidi già entro le loro bucce puntute: ecco le siepi di gravi pomidoro lungo il solco umido, ecco un campicello che sembra di narcisi ed è di patate, ecco le cipolline tremule alla brezza come asfodeli, ecco i cavoli solcati dai bruchi verdi luminosi. Nugoli di farfalle bianche e giallognole volavano di qua e di là, posandosi, confondendosi coi fiori dei piselli: le cavallette si staccavano e ricadevano come sbattute dal vento, le api ronzavano lungo le muricce come dorate dal polline dei fiori su cui posavano. Una fila di papaveri s’accendeva tra il verde monotono del campo di fave.
E un silenzio grave odoroso scendeva con le ombre dei muricciuoli, e tutto era caldo e pieno d’oblio in quell’angolo di mondo recinto dai fichi d’India come da una muraglia vegetale, tanto che lo straniero, arrivato davanti alla capanna, si buttò, steso sull’erba ed ebbe desiderio di non proseguire il viaggio.
Fra una canna e l’altra sopra la collina le nuvole di maggio passavano bianche e tenere come veli di donna; egli guardava il cielo d’un azzurro struggente e gli pareva d’esser coricato su un bel letto dalle coltri di seta.
Vedeva Efix aprire la capanna, volgersi richiamandolo con un gesto malizioso dell’indice, poi ritornare con qualche cosa nascosta dietro la schiena e inginocchiarsi ammiccando. Sognava?
S’alzò a sedere cingendosi le ginocchia con le braccia e si fece un po’ pregare prima di prendere la zucca arabescata piena di vino giallo che il servo gli porgeva. Infine bevette: era un vino dolce e profumato come l’ambra e a berlo così, dalla bocca stretta della zucca, dava quasi un senso di voluttà.
Efix guardava, inginocchiato come in adorazione: bevette anche lui e sentì voglia di piangere.
Le api si posarono sulla zucca; Giacinto strappò di mezzo alle sue gambe sollevate uno stelo d’avena, e guardando per terra domandò:
“Come vivono le mie zie?”.
Era giunto il momento delle confidenze. Efix sporse la zucca di qui e di là, a destra e a sinistra.
“Guardi, vossignoria, fin dove arriva l’occhio la valle era della sua famiglia. Gente forte, era! Adesso non resta che questo poderetto, ma è come il cuore che batte anche nel petto dei vecchi. Si vive di questo,”
“Ma che testa, mio nonno! È stato lui a rovinare la famiglia…”
“Se non era lui, vossignoria non era nato!”
Giacinto sollevò rapido gli occhi, riabbassandoli tosto. Occhi pieni di disperazione.
“E perché nascere?”
“Oh bella, perché Dio vuole così!”
Giacinto non rispose: guardava sempre per terra e le sue palpebre si sbattevano quasi stesse per piangere. Ma bevette di nuovo, docile, chiudendo gli occhi, mentre Efix si lasciava sedere a gambe in croce e si prendeva un piede fra le mani.
“Non è contento d’esser venuto, don Giacintì?”
“Non chiamarmi così”, disse allora il giovane. “Io non sono nobile, non sono nulla! Dimmi tu, come te lo dico io. Se sono contento? No. Sono venuto qui perché non sapevo dove andare… Là c’è tanta gente… Là bisogna esser cattivi per far fortuna. Tu non puoi sapere! Ci son tanti ricchi… Ma c’è tanta gente…”
Agitava le dita della mano tesa lontano, come per accennare al brulichio della folla, ed Efix guardava il suo piede e mormorava con tenerezza e con pietà:
“Anima mia bella!”.
E avrebbe voluto curvarsi sul desolato “ragazzo” e dirgli: sono qua io, non ti mancherà nulla! – ma non seppe che offrirgli di nuovo la zucca come la madre offre il seno al bambino che si lamenta.
“Lo sappiamo, sì, che diavolo di mondo è quello! Ma qui è diverso: si può anche far fortuna. Le racconterò come ha fatto il Milese… Un giorno arrivò come un uccello che non ha nido…”
Ma Giacinto ascoltava desolato a testa bassa, torcendo un poco la bocca con disgusto, e d’improvviso si buttò col gomito appoggiato sull’erba e il viso alla mano, masticando con rabbia l’avena.
“Se sapessi, tu! Ma che puoi sapere, tu? C’è a Roma un principe che possiede terre quanto tutta la Sardegna, e un altro, uno che s’è fatto grande da sé, che quando succede qualche disastro nazionale offre denari più del re.”
“Anche in Sardegna c’è un frate che ha trecento scudi di rendita al giorno”, disse Efix umiliato, ma poi alzò la voce: “Dico trecento scudi, intende, vossignoria?”.
Vossignoria non parve sorpreso. Ma dopo un momento domandò:
“Dov’è? Si può conoscere?”.
“Sta a Calangianus, in Gallura.”
“Troppo lontano.” E Giacinto, con gli occhi distratti, riprese a narrare delle favolose ricchezze dei Signori del Continente, dei loro vizi e delle loro dissipazioni.
“E son gente contenta?”, domandò Efix, quasi irritato.
“E noi siamo gente contenta?”
“Io sì, vossignoria! Beva, beva e si faccia coraggio!”
Giacinto bevette ed Efix scosse poi le ultime gocce sull’erba: le api vi si posarono e tutt’intorno fu un ronzio di dolcezza.

Ma dopo l’arrivo al Rimedio il ragazzo pareva contento.
Aveva abbracciato le zie e le altre donne, aveva mangiato bene e ballato come un pastore alla festa. Adesso dormiva e russava, ed Efix l’aveva veduto poco prima sul lettuccio lungo il muro, con le palpebre chiuse così delicate, che pareva vi trasparisse l’azzurro degli occhi, coi capelli rossicci sul bianco del guanciale e i pugni chiusi come un bambino che sogna. Aveva dimenticato per terra il lume acceso. Efix si curvo a spegnerlo pensando che i Pintor erano tutti così; incuranti dell’economia e del pericolo!
Ebbene, forse meglio così nella vita! Anche lui si volse supino e chiuse i pugni: attraverso i buchi del tetto oscillavan le stelle e il loro tremolìo e l’incessante tremolìo dei grilli parevano la stessa cosa.
Si sentiva l’odore degli ontani e del puleggio; tutto era caduto in un silenzio tremulo come dentro un’acqua corrente. Ed Efix ricordava le sere lontane, il ballo, i canti notturni, donna Lia seduta sulla pietra all’angolo del cortile, piegata su se stessa come una giovine prigioniera che rode i lacci e piano piano si prepara alla fuga.