Grazia Deledda – Canne al vento – Cap. 8

Era un giovedì sera e l’usuraia non filava per timore della Giobiana, la donna del giovedì, che si mostra appunto alle filatrici notturne e può loro cagionare del male.

Pregava, invece, seduta sullo scalino della porta sotto la ghirlanda della vite argentea e nera, alla luna: e ogni volta che guardava intorno le sembrava ancora di vedere, qua e là sulla muraglia dei fichi d’India, gli occhi di Efix verdi scintillanti d’ira. Eran le lucciole.

Eran le lucciole: ma anche lei credeva alle cose fantastiche, alla vita soprannaturale degli esseri notturni e ricordava che da ragazzetta, quando era povera e andava a chieder l’elemosina ed a raccogliere sterpi sotto le rovine del castello, e la fame e la febbre di malaria la perseguitavano come cani arrabbiati, una volta mentre scendeva fra i ciottoli, acuti come coltelli, in faccia al sole cremis fermo sopra i monti violetti di Dorgali, un signore l’aveva raggiunta, silenzioso, toccandola per la spalla. Era vestito di colore del sole e dei monti, e il viso si rassomigliava a quello di un figlio di don Zame Pintor morto giovane.

Ella lo aveva subito riconosciuto: era il Barone, uno dei tanti antichi Baroni i cui spiriti vivevano ancora tra le rovine del Castello, nei sotterranei scavati entro la collina e che finivano nel mare.

«Ragazza», le disse con voce straniera, «corri dalla Maestra di parto, e pregala di venir su stanotte al Castello, perché mia moglie, la Barona, ha i dolori. Corri, salva un’anima. Tieni il segreto. Prendi questo.»

Ma Kallina tremava sostenendosi al suo fascio di legna che contro il sole cremis le pareva una nuvola nera; non poté quindi stendere la manina e le monete d’oro che il Barone porgeva caddero per terra.

Egli sparve. Ella buttò il fascio, raccolse i denari paurosa come l’uccellino che becca le briciole e scappò via agile saltellante; ma la Maestra di parto, sebbene vedesse le monete calde umide entro i pugni ardenti di lei, le sputacchiò sul viso per toglierle lo spavento e le disse ridendo:

«Vai che hai la febbre e il delirio; le monete le avrai trovate. Se ne trovano ancora, sotto il Castello. Dammele, che te le farò fruttare».

Kallina gliele diede; solo ne tenne una col buco e se la mise al collo infilata ad un correggiuolo rosso.

«Andate», disse alla donna. «Salvate un’anima. Voi fingete di non crederci perché io tenga il segreto. Ma lo terrò lo stesso.»

E cadde a terra come morta.

La levatrice si ostinò finché visse a dire ch’era stata un’illusione della febbre; ma si sa, ella diceva, questo perché Kallina tenesse il segreto.

Le monete intanto fruttavano: fruttavano tutti gli anni sempre più come i melograni che ella vedeva laggiù verdi e rossi intorno al cortile di don Predu Pintor.

Una sera poi aveva provato, vecchia com’era, la stessa impressione di gioia e di terrore di quella volta. Un giovane signore le era apparso, tale e quale il Barone. Era Giacinto. E ogni volta che lo vedeva, si rinnovava in lei quel senso di vertigine, il ricordo confuso d’una vita anteriore, antica e sotterranea come quella dei Baroni nel Castello.

Eccolo che viene. Alto, nero, col viso bianco alla luna, entra, siede accanto a lei sulla soglia.

«Zia Kallina», disse una voce straniera, «perché avete raccontato i miei affari al servo?»

«È lui che ha voluto. Mi ha aggredita e voleva uccidermi.»

«Uccidervi? Per così poco? Oh, quell’uomo e le mie zie fanno tanto strepito per delle miserie, mentre c’è gente, laggiù, che fa debiti per milioni e nessuno lo sa!»

Ma alla vecchia non importava nulla della gente di laggiù.

«Ho dovuto prendere il palo per difendermi! Intende, vossignoria? Il servo è feroce: non si fidi!»

Giacinto stette un momento immobile, guardandosi le mani su cui cadeva l’ombra tremula d’un riccio di vite. Poi trasalì.

«Non mi fiderò. Anzi voglio partire. Non posso più vivere, qui… Anzi, guadagnerò: fra quaranta giorni vi restituirò tutto, fino all’ultimo centesimo. Adesso però mi dovete dare i soldi per il viaggio. Vi rilascerò un’altra cambiale.»

«Firmata da chi?»

«Da me!», egli disse risoluto. «Da me! Fidatevi. Salvate un’anima. Su, presto! E tenete il segreto.»

Le tocco la spalla come il Barone, ed ella s’alzò e andò a prendere i denari dalla cassa: due biglietti da cinquanta lire che palpò a lungo, guardandoli attraverso la luna e pensando che per il viaggio di Giacinto bastava uno. Così l’altro lo ripose. La luna alta sul finestrino sopra la cassa mandava un nastro d’argento fino al suo petto legnoso, e dalla scollatura della camicia si vedeva la moneta d’oro infilata nel correggiuolo diventato nero.

Giacinto non rimase contento. Cos’era quel foglietto sottile in paragone dei tesori dei grandi signori del Continente? Ma come l’usuraia diceva di non voler la cambiale, egli capì che ella gli faceva una elemosina, e provò un’angoscia insostenibile: gli parve d’essere ancora nell’anticamera del capitano di porto, immobile ad aspettare.

«Allora non più tardi di domani ve li restituirò», promise alzandosi.

E andò dal Milese per dirgli che l’indomani partiva.

Anche là, attraverso la porta si vedeva il cortile bianco e nero di luna e dell’ombra del pergolato: la suocera seduta sulla sua scranna da regina primitiva non filava per rispetto alla Giobiana, chiacchierando con la figlia febbricitante e con le serve pallide sedute per terra appoggiate al muro.

«Mio genero è uscito un momento fa; dev’essere andato da don Predu», disse a Giacinto. «E le zie di vossignoria stan bene? Le saluti tanto e le ringrazi per il regalo che han mandato a mio fratello il Rettore.»

«Le susine nere!», disse una serva golosa. «Natòlia, corfu ‘e mazza a conca, se le ha mangiate tutte di nascosto.»

«Se me ne dà ancora, don Giacì, vengo giù al podere con lei» disse Natòlia provocante.

«Vieni pure», egli rispose, ma la sua voce era triste; e sebbene la vecchia padrona ammonisse:

«Ognuno deve andare coi pari suoi, Natòlia!», quando fu nella strada, egli sentì che le donne ridevano parlando di lui e di Grixenda.

Sì, bisognava partire, andare in cerca di fortuna.

Per non ripassare davanti alla casa della fidanzata, scese un viottolo, poi un altro, fino ad uno spiazzo su cui guardavano le rovine d’una chiesa pisana.

L’euforbia odorava intorno, la luna azzurrognola splendeva sul rudero della torre come una fiamma su un candelabro nero, e pareva che in quell’angolo di mondo morto non dovesse più spuntare il giorno. Ma subito dietro lo spiazzo biancheggiava fra i melograni e i palmizi, simile a un’abitazione moresca, con porte ad arco, logge in muratura, finestre a mezza luna, la casa di don Predu.

Attraversando il grande cortile ove luccicavano alla luna larghi graticolati di canna su cui di giorno s’essiccavano i legumi adesso coperti da stuoie di giunco, Giacinto vide la grossa figura di suo zio e quella smilza del Milese immobili sullo sfondo dorato d’una porta preceduta da un portico. Bevevano, seduti nella queta stanza terrena, con le gambe accavallate e il gomito sullo spigolo del tavolo: e tutti e due, l’uomo grasso e l’uomo magro, sembravano contenti della vita.

«Bevi, bevi!», dissero assieme porgendo a Giacinto il loro vino; ma egli respinse assieme i due bicchieri.

«Stai male, che non bevi?»

«Sto male, sì.»

Però non disse che male, tanto quei due non l’avrebbero capito.

«Tua zia Noemi t’ha bastonato?»

«Grixenda non ti ha baciato abbastanza? Corfu ‘e mazza a conca», disse il Milese ripetendo l’imprecazione della serva golosa.

«Ohuff!», sbuffò Giacinto appoggiando i gomiti al tavolino per stringersi la testa fra le mani; e come la sua spalla tremava, don Predu gliela guardò, sbiancandosi lievemente in viso; e quella spalla convulsa parve dargli tale noia che si alzò e vi posò la mano dicendo:

«Usciamo, andiamo a prendere il fresco».

Andarono a prendere il fresco; i loro passi risuonavano nel silenzio come quelli della ronda notturna. Gira e rigira anche Giacinto fu preso dall’allegria un po’ amara de’ suoi compagni.

«Andiamo a teatro, zio Pietro? A quest’ora nelle città del Continente comincia la vita e il divertimento. Davanti ai teatri passano tante carrozze, come un fiume nero. Si vedono persino delle signore in giro ancora coi cagnolini…»

Il Milese rise tanto che gli venne il singhiozzo. Don Predu era più riserbato, ma il suo sorriso, a guardarlo bene, tagliava come un coltello.

«E tornatene là, allora! E portati dietro Grixenda come un cagnolino.»

«Ohuff! Come siete stupidi, in questo paese.»

«Non come nel tuo, però.»

Egli tacque, ma dopo riprese:

«Perché mi chiamate stupido? perché ho buon cuore? Perché vorrei passar bene la gioventù? E voi, che fate? È vita, la vostra? Che vita è la tua? Non vuoi bene neanche a tua moglie malata. E voi, zio Pietro? Che vita è la vostra? Accumulare i denari, come le fave sulla stuoia, per darle poi ai porci. Non volete bene a nessuno, neanche a voi stesso».

I due amici s’urtavano sorridendo.

«Sei malato davvero, stanotte: male di borsa.»

«La mia borsa è più colma della vostra! Andiamo nella bettola e vedrete», egli disse arrossendo nell’ombra.

«Tu non hai voluto bere con noi! Neppure se ti vedo morire accetto il tuo vino!»

Tuttavia finirono nella bettola quasi deserta; solo due uomini giocavano silenziosi e un terzo guardava ora le carte dell’uno ora le carte dell’altro, ma a un cenno di don Predu si avvicinò ai nuovi venuti e tutti e quattro sedettero intorno a un altro tavolo.

Il bettoliere, un piccolo paesano che pareva un ebreo della Bibbia, col giustacuore slacciato sulle brache orientali, portò il vino in un boccale levantino e depose una lucerna di ferro nero in mezzo alla tavola; e il Milese con la testa reclinata a destra mescolò pensieroso le carte guardando ora l’uno ora l’altro dei suoi compagni.

«Quanto la posta?»

«Cinquanta lire», rispose Giacinto.

Trasse il biglietto dell’usuraia. Perdette.

Sulla lucerna nera la fiammella azzurrognola immobile pareva la luna sul rudero della torre.