Grazia Deledda – Colomba

Antonio Azar e il suo antico amico Efes Mulas, ora farmacista e riccone, avevano deciso di passar una notte in campagna. Efes era cacciatore; Antonio letterato; entrambi figli di pastori, avevano trascorso l’infanzia sull’altipiano, fra i pascoli e le macchie, e serbavano un profondo sentimento della natura, un modo forte di sentire che nel Mulas confinava con la rozzezza.
Una sera d’agosto i due giovanotti s’avviarono verso l’ovile del padre di Azar: Efes vestiva la sua solita giacca da cacciatore, e aveva il fucile, sebbene la caccia fosse ancora proibita; Antonio indossava un vecchio abito nero che lo rendeva più piccolo e brutto del solito. Il suo volto era terreo, gli occhi cerchiati e foschi.
Oltrepassato un viottolo, stretto da due siepi di rovi verdi picchiettati di more ancora rosse, i due amici presero la via dell’altipiano. Il sole era tramontato, un vastissimo cerchio di purissimi orizzonti circondava il paesaggio; montagne violacee tagliavano coi loro nitidi profili l’occidente roseo: ad oriente la linea d’argento livido del mare lontano. Nella bassura, il villaggio moresco, coperto di noci e di pioppi, s’assopiva già nell’ombra, al mormorio del ruscello che lo attraversava; davanti stendevasi e dileguava la pianura alta, ondulata. Campi di stoppie gialle luccicavano come stagni d’oro nella luminosità del tramonto; e là in fondo, là in fondo, dietro quelle linee d’oro, si inoltrava il regno delle macchie, l’altipiano sconfinato, la brughiera solitaria, quel sogno di solitudine primitiva per il quale Antonio Azar era venuto, con la speranza di tuffarvisi come in un bagno, per dimenticare o per lenire il suo dolore.
– Finora non ti sei che annoiato – gli disse il Mulas quasi seguendo il segreto pensiero dell’amico.
Antonio roteò in aria il bastone, lo lanciò in alto e lo riprese a volo.
– Bravissimo – disse l’altro, seguendo con gli occhi il giuochetto. – Mi vien quasi voglia di farlo anch’io.
– E prova – rispose Antonio, porgendogli il bastone. Ma l’altro lo respinse.
– E via, io sono cacciatore.
– Che importa? Non vuoi provare perché non lo sai.
– Dammi! Uno, due, tre.
Il bastone cadde lontano: i due amici si slanciarono assieme per raccoglierlo, ridendo come bimbi. Ma l’Azar percepì tosto questo momento d’incoscienza infantile, e si rattristò ancora di più: il volto gli si fece quasi livido, e gli occhi corsero all’orizzonte, tetri e smarriti.
– Che triste visione egli vede? – pensò il Mulas, fissandolo. Ed ebbe il desiderio di dirgli qualche cosa che potesse distrarlo, ma non seppe trovar nulla, suggestionato dalla tristezza di Antonio. Per qualche momento tacque avvilito, poi ebbe l’infelice idea di ricordare l’infanzia.
– Ricordi questo? Ricordi quest’altro? – Antonio sorrideva a fior di labbro, un po’ ironico, e taceva.
– Vedi, io credo che tu abbi sbagliato carriera: medico dovevi farti, te l’ho già detto. Medico condotto; ed io farmacista! Figurati come saremmo stati bene felici assieme; e poi tu sindaco ed io assessore, o magari io sindaco e tu assessore: fa lo stesso.
– Per me, non dico, – rispose Antonio, – forse era meglio ritornar qui e seppellirmi, e incretinirmi; ma tu sei ricco, tu bello, tu simpatico, tu allegro. Il mondo era tuo, mentre…
– Mentre che cosa? Prego di credere! Io non mi sono seppellito né incretinito. Tutto, vedi, è relativo, e la gioia è dove la si sa pigliare. Cosa sei tu nel mondo? Sei tu forse più felice di me?
– Io sono povero – disse amaramente Azar. – E il mondo non è dei poveri, dei brutti, dei taciturni: è questo che volevo dire.
Efes Mulas sentì tanta accorata tristezza nella voce di Antonio, che ebbe quasi rimorso di esser ricco e contento. Inoltre siccome aveva un’invincibile curiosità di sapere perché Antonio soffriva, giudicò opportuno il momento per domandarglielo.
Camminavano per un sentiero tracciato fra le stoppie; la luminosità della sera rendevasi sempre più rosea e vaga; qua e là fra i cardi fioriti di grandi stelle violette si udiva il trillo di qualche grillo che taceva un momento al passar dei due amici.
– Eppure io qualche volta ti ho invidiato, – disse Efes che precedeva Antonio, – dicevano che facevi carriera, che ti divertivi -. Antonio lo guardò alle spalle e non rispose. L’altro volse un po’ il capo, e disse, esitando:
– E del resto non ti sposi con una ragazza bella e ricca e che ami? -. Antonio gli fissò gli occhi in volto, con uno sguardo d’odio, ed ebbe voglia di battergli il bastone sul capo. Ah, egli era venuto per dimenticare, per non sentire più nella solitudine dell’altipiano, quel nome, quella cosa che lo straziava, ed ecco che lo spettro sorgeva ancora.
– Io non mi sposo! – disse.
Il suo volto s’irrigidì, gli occhi presero tale espressione d’indifferenza che il Mulas si sentì quasi offeso. Proseguivano a camminare silenziosi: Antonio tolse il cappello e lo mise sulla punta del bastone tenendolo alto. Era agitato, nervosissimo; avrebbe voluto prendere qualche cosa e spezzarla coi denti.
In quel punto sopraggiunse una fanciulla paesana, sottile, pallida, con grandi occhi neri, la fronte un po’ bassa e il profilo pronunziato, ma soave e purissimo.
Secondo il costume del paese teneva un corsetto di panno giallo e la gonna corta. Sul capo coperto da un gran fazzoletto di lana, scuro, recava un involto. Andava svelta e rapida come una gazzella, e questo fu appunto il paragone che fece il Mulas nel fermarsi a guardarla con avidi occhi.
La fanciulla passò oltre.
– Buona sera, Colomba; bada che qualche astore non ti piombi addosso – le disse il Mulas, sempre fissandola.
Ella non si volse, ma rispose spiritosamente:
– Ella è sì buon cacciatore che non ci sono più astori da queste parti.
– Eh, no, ora ne è venuto uno di lontano.
– Come è fatto? – gridò Colomba, sempre più allontanandosi.
– Voltati un po’ e lo vedrai.
– Io non mi posso voltare, ma lo vedo lo stesso. Non è un astore, è un pulcino.
– E fra la stoppia anche! – disse Efes ridendo. Antonio non diceva parola, ma anche egli guardava acutamente la bella figura della fanciulla, che s’allontanava sempre più, disegnata sullo sfondo luminoso del sentiero.
– Tanti saluti a zio Martino, e tanti saluti a compare Petru Loi: stasera verremo a trovarvi.
La ragazza non rispose più.
– Chi è? – domandò Antonio.
– Bah, tu non la conosci? È tua vicina di casa e d’ovile, Colomba Colias.
– Ah, Colomba Colias! Si è fatta bella.
– Bellissima. Guarda come è ben fatta: quando solleva le braccia sembra un’anfora d’oro (Antonio sorrise beffandosi del paragone). La famiglia le vuol dare per isposo Pietro Loi, il padrone delle greggie delle quali zio Martino è pastore-socio, ma lei non è contenta.
– È vecchio?
– Chi, Pietro? Avrà quarant’anni.
– È ricco?
– Credo. Eh, sì, ha qualche cosa: è fratello di Franzischeddu Loi, quello che l’anno scorso…
Efes continuò a parlare, ma dopo la parola «scorso» Antonio non udì più nulla. Era ricaduto nei suoi pensieri.
Dopo che era giunto in paese egli pareva s’interessasse ad ogni più piccola cosa: domandava di questa e di quell’altra persona, della vita e degli avvenimenti del villaggio, ma spesso non badava alle risposte che gli davano, e dimenticava subito quanto aveva udito. Spesso ripeteva le sue domande, e dimenticava ancora.
Intanto la figurina gialla e bruna di Colomba era scomparsa dietro le macchie. Qualche paesano a cavallo passava, tornando verso il paese, e salutava rispettosamente i due signori.
La sera calava, Venere brillava sul cielo puro, e il sottilissimo anello d’argento della luna nuova volgeva giù verso i monti violacei dell’orizzonte.
I grilli cantavano: si respirava l’odore aspro delle macchie di cui tutto il paesaggio, a perdita d’occhio, appariva coperto. In lontananza brillavano fuochi di pastori; e risuonavano tintinnii di gregge.
Antonio Azar sentiva una pace improvvisa calargli sul cuore: si trovava finalmente in quel regno di solitudine, tanto agognato durante i giorni dolorosi della città. Qui la natura era primitiva: il vasto altipiano sparso di macchie e di alberi selvatici veniva attraversato solo dagli abitanti del paesello, dediti esclusivamente alla pastorizia.
L’ovile degli Azar distava circa un’ora dal paese, e i due amici vi giunsero quando la luna nuova al tramonto illuminava appena le creste delle montagne lontane.
Intorno all’ovile, sulle capanne, sulle siepi, sulla vasta spianata chiusa da roccie fosche, e più in là sulla brughiera, il giorno moriva.
Antonio ricordò d’aver pensato ad un crepuscolo simile ed alla selvaggia purezza di quel paesaggio, una notte, in teatro, nel palco della sua fidanzata, alla luce sfacciata di centinaia di lampade, davanti ad un cerchio di donne seminude. Ed ora invece, ora che si trovava lassù, smarrito nella pura solitudine crepuscolare dell’altipiano natio, egli ebbe una straziante nostalgia di quel teatro, di quei lumi, di quel palco, un desiderio angoscioso di ritrovarsi vicino alla fanciulla dalle pure spalle ignude, alla sua Maria inesorabilmente perduta per lui.
Attraversò la spianata immerso in questo sogno angoscioso. Efes Mulas fischiò; i cani abbaiavano rabbiosamente. E nell’apertura della capanna apparve un uomo piccolo e nero, dal profilo e gli occhi d’aquila: lunghi capelli neri gli cadevano sino al collo, incorniciandogli il volto raso.
Era il padre di Azar.
Egli sapeva della venuta del figlio e del Mulas; aveva quindi preparato una cena abbondante, di latticini, carne, frutta e miele.
– Tacete! – gridò ai cani: e i cani tacquero. – È mio figlio, che diavolo! Il professore! E poi c’è Efes Mulas riccone e cacciatore, che si degna visitare l’ovile del povero Giacobbe Azar. Muovete dunque la coda, cani rognosi.
E i cani, niente offesi dell’ultima ingiuria, cominciarono a far festa.
– Buona sera, zio Giacobbe; come state? Chi c’è la dentro? Chi vedo? Zio Martinu Colias? E vostra figlia Colomba? La lasciate così sola nell’ovile? Ah zio Martinu, cosa fate voi?
– Cosa, cosa? Buona sera signor Efes, buona sera signor Antonio; io sono venuto qui per prepararvi l’arrosto, per farvi l’insalata, per tenervi allegri – rispose zio Martinu. Era un uomo alto, selvaggio, con gli occhi obliqui, i capelli intricati, e due grandi baffi rossi che gli spiovevano a uncino sul mento.
– Abbiamo davvero visto Colomba: correva, portava sulla testa un involto -. Il Colias allora disse:
– Quando è così io vado.
– Tu vai? E non resti a cena, vecchio falco, che il diavolo ti roda il mento? Queste non son figure da farsi! Va, ma torna qui, subito, con tua figlia.
Il Colias nicchiava: voleva andarsene, ma non tornare.
– Oh che temi? – gridò zio Giacobbe. – Temi che la rubino al tuo Petru dagli occhi cisposi? O che pensi che Efes Mulas o mio figlio professore possano guardarla? Va, va; noi siamo servi e loro sono signori. Va.
E lo spinse per le spalle.
Zio Martinu andò, e ritornò poco dopo con Colomba, che veniva appunto per cercarlo nell’ovile degli Azar.
– Ah, tu venivi qui, Colomba mia? – le disse zio Giacobbe, prendendole le mani. Sapevi che c’erano dei giovanotti signori? Ti piacciono, eh? È inutile che tu li guardi, però: essi non sono per te; essi non vogliono sposare gonnelle di ruvido orbace, ma sottane di seta. Sta in guardia, Colomba mia; se ti guardano e tu china gli occhi, e vieni a dirlo a zio Giacobbe, ché li bastonerà.
– Voi siete matto; lasciatemi! – ella diceva, cercando di svincolarsi, eppur facendo la graziosa. – Io non guardo nessuno, zio Azar.
– Ah, tu guardi Petru Loi dagli occhi cisposi? È quello lì che vuoi? E perché lo vuoi? Perché ti vendi per quattro pecore tignose ch’egli ha?
– Finitela, compare! – disse zio Martinu, seccato.
I due amici, intanto, non cessavano di guardare Colomba. Ed ella, invece di turbarsi, cominciò a scherzare con loro, rispondendo con vivacità ai loro complimenti; ed intanto aiutava a preparar la cena, che riuscì lietissima. Sedettero tutti fuori, nella spianata, sopra sacchi di lana stesi come tappeti, e cenarono alla luce di una lampada di ferro appesa ad un ramo sporgente della capanna. La notte era così calma che la fiamma della lampada neppur tremolava. Quella luce vaga descriveva appena un semicerchio rossastro sulla spianata, illuminando le figure caratteristiche dei pastori e la pura bellezza di Colomba. Antonio credeva di sognare: mangiò poco, ma bevette assai, ed a poco a poco una dolcezza strana gli intorpidì le membra ed i pensieri.
– Sono ubriaco? – pensava. – No, non ho bevuto troppo. È la dolcezza del luogo e dell’ora. O Antonio Azar, senti l’odore della brughiera, la forte dolcezza della natura, madre benefica e sincera? La vita è ancora bella: io ho sbagliato via, dovevo farmi pastore, innamorarmi di questa fanciulla pura e sana, che sembra un cammeo egiziano. Qui tutto è sincero. Ella mi guarda perché le piaccio, e le piaccio non per il mio ingegno, come piacevo all’altra, ma per me stesso, per i miei occhi, per la mia bocca, per la mia voce. Forse non sono brutto come credo. Ella potrebbe guardare Efes Mulas, eppure guarda me; ed io ne provo dolcezza. Che ci sarà entro la sua anima semplice e selvaggia? È vivace, Colomba, è intelligente. Ah, dopo essermi smarrito nei labirinti di un’anima di fanciulla moderna, che mi ha tradito perché doveva far così e non altrimenti, vorrei penetrare in quest’anima primitiva e sana. Un tempo le paesane mi facevano ribrezzo; mi pareva avessero un odore selvatico, nauseabondo; ma Colomba è pulita, è bianca, e ben calzata; ha un odore di timo. Vorrei andar con lei, su quelle roccie, davanti all’orizzonte cinereo della brughiera, fra il melanconico tintinnio delle greggie pascenti, fra i cespugli aromatici, e sentire cosa dice, Colomba, come spiega, come comprende la vita, e come ama.
Così pensando la guardava fisso, con occhi quasi ardenti; ed ella se ne accorgeva e lo corrispondeva con sguardi pieni di languore, che certo non erano tutti di civetteria rusticana.
I due pastori, che bevevano e mangiavano a più non posso, si bisticciavano, col loro linguaggio figurato, e discutevano a proposito di Petru Loi dagli occhi cisposi, non accorgendosi che la fantasia di Colomba vagava in un campo pericoloso.
Ma se ne accorgeva il Mulas, e sebbene Colomba gli piacesse oltre il necessario, rallegravasi in cuor suo che piacesse anche ad Antonio.
– Egli potrà svagarsi – pensava; – povero diavolo, è così melanconico.
– Dimmi, dimmi, – diceva a Colomba, avvicinandole il volto all’orecchio, – andremo alla festa del Miracolo, eh? Ti porterà in groppa al suo cavallo Antonio Azar, e tutte le ragazze morranno d’invidia, vedendoti con un professore.
– Io andrò sola sul mio cavallo, – rispose Colomba; – non farò morire d’invidia nessuno.
Poi domandò ad Antonio se nella città, ove egli viveva, gli uomini usavano cavalcare e se le donne andavano in groppa ai loro cavalli.
– No, – disse egli, ridendo acremente, – ma son le donne che si servono degli uomini come di cavalli, e li domano anche se essi sono fieri come puledri.
– Oh, oh!
– Perché ridi? – disse Efes Mulas. – Eppure è così.
– Non rido per questo, – ella rispose con brio, – ma perché quell’usanza c’è da per tutto, quando la donna è buona domatrice.
– E tu saresti una buona domatrice!
– Io? Più delle altre.
– Vuoi provare?
– Con lei non ne vale la pena.
– No, con Antonio Azar…
Ella arrossì lievemente e chinò gli occhi sotto l’ardente sguardo di Antonio.
Appena finita la cena zio Martino si alzò, e disse alla figlia:
– Andiamo.
– Ora che avete bevuto e mangiato, ora che ci avete rosicchiato le ossa, ora ve ne andate – gridò zio Azar, che era quasi brillo. – Rimanete qui a passare la notte, altrimenti non vi guardo più in faccia.
Ma zio Martino, sebbene anch’egli brillo, guardava torvo i due giovanotti, e insisté finché Colomba non si alzò.
– Addio, – ella disse, scotendosi lievemente le vesti, – andate a caccia e divertitevi assai.
– Se potessimo incontrare una colomba! – le sussurrò Antonio. – Verrò a trovarti in paese, bellina.
Il pastore e la figlia se ne andarono, e appena furono un po’ lontani, zio Martino disse ferocemente:
– Io lo accoppo un giorno o l’altro quell’Efes Mulas, e se tu gli dai ascolto, ti prendo per i capelli e ti trascino per terra come una scopa.
– Io non penso a lui! – ella rispose: e la sua voce risuonò forte e fiera nel silenzio della notte.
Intanto i due amici vagarono per la brughiera, parlando di Colomba.
– È una ragazza colla quale io mi divertirei volentieri – diceva Efes. – Ma più conveniente è per te: io ne conosco tante altre. Tu l’hai vicina di casa, dove sta sola con la nonna sorda; ed inoltre puoi vederla spesso da queste parti, ov’ella viene quasi ogni giorno per portare i viveri al padre. Divertiti, stupido: perché guardi così le stelle? Esse si ridono dei poeti e dei sognatori. La vita è breve, ma si può goderla anche nei paeselli, Colomba…
– Taci! – interruppe aspramente Antonio. – Non tutti nascono per divertirsi.

Eppure Colomba gli piaceva. Egli la incontrava spesso, in paese e in campagna, e più d’una volta fecero assieme la strada dal villaggio all’ovile.
Colomba gli raccontava le sue pene:
– Vogliono ch’io sposi Petru Loi, ma io non lo voglio; mio padre e i miei zii minacciano di bastonarmi, ma del resto non lo faranno mai perché mi vogliono bene, e perché io poi non mi lascio bastonare: eh, eh, per me non ci vogliono gli occhi cisposi di Petru Loi!
– Che occhi dunque ci vogliono?
– Due occhi che sembrano due stelle.
– Allora neppure i miei, Colomba?
– I suoi stanno più in alto delle stelle, e non possono abbassarsi fino a me.
– Chi lo sa, Colomba? – egli diceva, tentando di prenderle una mano.
Ma ella si allontanava, fiera.
– Mi lasci, signor professore, mi lasci andare per la mia via: io non faccio per lei, né lei per me. D’altronde lei ha la sua sposa.
Bastava quest’accenno perché Antonio si gelasse e diventasse fosco: e Colomba ne provava gelosia.
Spesso andavano assieme senza incontrare anima vivente nei sentieri dell’altipiano.
Qualche volta tornavano anche assieme, all’aurora, attraverso le macchie, attraverso i campi gialli di stoppie e di asfodelo secco, a cui l’oriente roseo dava riflessi rosei. Il cielo era fresco e puro; un soffio di brezza, profumato dai cespugli aromatici, passava sull’altipiano; le quaglie cantavano fra le stoppie, e nugoli di uccelli volavano trillando e frusciando da una macchia all’altra. Era un quadro mirabile, sul quale Colomba s’ergeva luminosamente.
Antonio non si saziava di guardarla; e avrebbe voluto innamorarsene sul serio, ma molte ragioni ne lo distoglievano.
La sua prudenza però non impediva che Colomba si scaldasse per lui: ed egli ne provava un acre piacere. Ogni volta che ella andava all’ovile, anch’egli passava la notte in campagna.
E cominciò a menare una vita abbastanza selvatica, mangiando coi pastori e dormendo spesso all’aperto.
Ma invano cercava compiacersi di quella vita, i cui disagi non erano abbastanza ricompensati dalla poesia selvaggia della solitudine. Forse anche non si prestava la stagione, sebbene le ore che egli passava nella brughiera fossero le meno calde.
A momenti, è vero, egli inebriavasi di solitudine, di silenzio, e della pace delle notti lunari che lassù erano indescrivibilmente belle; ma era una ebbrezza triste, sconsolata. Gli pareva che un sogno di morte gravasse sull’altipiano, e che egli solo vivesse e vagasse, anima errante, entro quel cerchio di orizzonti argentei e luminosi, infiniti e irraggiungibili come i sogni che egli aveva avuto nei dì felici.
Voci arcane vibravano nella notte; ma il canto eguale del cuculo, le cui note cadevano come lacrime, il trillare dei grilli, le campanelle delle greggie, infine tutte le voci della notte avevano una cadenza di suprema tristezza.
Egli si sentiva accorato e vinto: pensava sempre a Maria la sua ex-fidanzata, al dolore che ella gli aveva dato, e gli pareva che il passato tutto fosse un sogno, dal quale egli erasi svegliato ad una ben triste realtà.
Intanto Colomba cominciava a commettere per lui qualche piccola pazzia. In paese ella andava in casa Azar ora con una scusa, ora con un’altra. Avvertiva Antonio quando doveva recarsi all’ovile, gli faceva qualche regaluccio; fra le altre cose gli donò un fazzolettino ricamato da lei; e il ricamo abbastanza primitivo, ma assai espressivo, rappresentava una colomba col petto trapassato da una freccia.
Egli accettava sorridendo i doni della fanciulla, ma li poneva da parte con discreta noncuranza, e in certi momenti guardava Colomba con occhio diffidente.
– Che questa creatura primitiva sia come tutte le altre? – pensava. – Che anch’ella sia una civetta, e che osi sperare in me un marito? Io sono brutto, ed ella non può guardarmi e stimarmi per la mia intelligenza, come l’altra. Colomba può bene innamorarsi di Efes Mulas che è bello, ma forse ella si guarda bene dal pensare a lui perché sa che egli non la sposerebbe mai. Che mi creda un allocco? Perché parlo poco, perché ho un esteriore così umile, ella spera di tirarmi nella sua rete? È furba la paesanina, e tutte le donne sono eguali; ma vediamo dunque come andrà a finire. Voglio studiarla, questa figlia delle macchie, voglio vedere se ha qualche affinità con quell’altra.
Così anch’egli cominciò ad andare in cerca di lei; ma quando le stava vicino provava uno strano sentimento di dolcezza, e invece di studiar Colomba si lasciava cogliere dal fascino che indiscutibilmente la fanciulla esercitava su tutti gli uomini che l’avvicinavano.
Ella parlava bene, era briosa, arguta, savia. I suoi occhi splendevano quando guardavano Antonio, la sua bocca sembrava una rosa.
Ella era tutt’altro che ingenua, ma dalla sua malizia sana e sincera e dai suoi discorsi, come da tutta la sua persona, emanava un profumo di macchia, selvaggio e inebriante.
– S’io fossi rimasto in paese! – un giorno le disse sinceramente Antonio. – Avrei anch’io fatto il pastore e ti avrei sposato, Colomba!
– Chissà però se io avrei voluto.
– Ah, è vero. S’io fossi stato pastore tu non mi avresti guardato. Mi guardi ora, perché sono professore.
– Vero – ella rispose, senza capir bene quello che diceva.
– Come quell’altra! – pensò Antonio, e volle colpirla.
– Ma sai tu cosa vuol dire esser professore?
– Sicuro che lo so. Professore è un uomo istruito, che sa molte cose, che conosce le stelle, le erbe, tutti i fatti che sono accaduti da quando fu creato il mondo; e… che pure è come tutti gli altri uomini… – ella concluse con un fine sorriso di ironia.
– Tu hai ragione, Colomba; ma tu non sai una cosa: che un pastore ti può sposare, e un professore no.
Ella impallidì, d’umiliazione, e fu per rispondere vivacemente; ma fu vinta subito da un profondo accoramento; capì che Antonio aveva ragione, e disse solo:
– Lo so.
– Tu lo sai! Come lo sai?
– Io non sono istruita.
– Tu lo sai! – egli ripeté, un po’ stupito. – E allora perché mi vuoi bene?
– Chi le ha detto che io le voglio bene?
– Tu.
– Io? E come?
– E come? Con gli occhi! Come vuoi tu che un professore, che sa tutti i fatti accaduti dopo la creazione del mondo, non si accorga quando una donna gli vuol bene?
Colomba non rispose.
Questo discorso avveniva, al solito, mentre i due giovani si recavano agli ovili. Era di settembre, poco più di un mese dacché Antonio aveva conosciuto Colomba. Faceva ancora molto caldo, ma un acquazzone aveva purificato l’aria e rinfrescato la campagna. Le stoppie e le macchie, lavate dalla pioggia, lucevano e odoravano più del solito; l’orizzonte era trasparente, e il mare lontano appariva come una linea violetta, sulla quale gli acuti occhi dei pastori scorgevano l’ala di qualche veliero.
– Stanotte ci sarà la luna piena – disse Antonio, guardando verso il mare. – L’hai veduta tu qualche volta sorgere di là?
– Sì.
– E cosa ti sembra?
– È rossa come fuoco. Sembra una grande melograna.
– Senti, Colomba. Vieni stasera fuori dell’ovile; vedremo la luna sorgere dal mare.
– No.
– Perché no? Perché non vuoi venire?
– Perché mi fa questa domanda? Sono io forse una bimba di cinque anni?
– Dunque non vuoi venire?
– Anche se lo volessi, mio padre mi ammazzerebbe se lo sapesse.
– Tuo padre! Ma non sa già che veniamo assieme e torniamo assieme? Non mi hai detto che anzi è contento ch’io ti faccia compagnia?
– Sì, perché crede che lei si sposi presto, e non teme per me.
– Sei dunque tu che temi?
– Io? – ella disse, ridendo d’un riso forzato. – Io non ho paura di nessuno. Ma capirà che andar di giorno assieme per una strada è altra cosa che trovarci soli di notte per la campagna deserta.
– Colomba, queste sono sciocchezze! Che male può esserci? Che male posso io farti? Bada, io verrò verso il muro della tanca al sorgere della luna. Vieni.
– M’aspetti pure! – diss’ella ridendo ironicamente. – Starà fresco!
Si separarono quasi nemici, ma al sorgere della luna Antonio si trovò accanto alla muriccia della tanca, quasi certo in cuor suo che Colomba sarebbe venuta al convegno.
La notte era limpidissima, silenziosa; sul confine del cielo splendido come una lastra d’argento, saliva lentamente la luna. Qualche cosa di solenne e di arcano era in quella notte luminosa e dolce: le pietre, le macchie, la linea chiara delle stoppie, i profili azzurri delle montagne delineati sui vaporosi orizzonti, tutto l’altipiano infine e tutto il panorama parevano assorti in un sogno di pace suprema, sotto il cielo purissimo.
Sulle prime Antonio si rattristò, come sempre, sentendosi solo in quella infinita solitudine.
Tuttavia pensò:
– Tutti gli artisti si rallegrano allorché si trovano davanti alla natura semplice e pura. Io mi rattristo, invece, nel trovarmi solo, qui, mentre ho sempre sognato la solitudine, la vita campestre; mi pare che tutto sia morto intorno a me, e ch’io solo viva, anzi, che sia morto anch’io… Ma ecco là Colomba! O non è lei? Viene una persona dal sentiero, ecco: è lei, è lei! No, è un pastore: no, è lei, proprio lei!
Socchiuse gli occhi e rimase immobile, un po’ curvo sul muro.
– È Colomba, è Colomba! – pensava. E stupì nel sentirsi battere il cuore.
Lo assalì un impeto di gioia; avrebbe voluto slanciarsi incontro alla fanciulla, ma ebbe paura di farla retrocedere, e attese quasi ansiosamente.
– Viene! – intanto diceva a sé stesso. – La farò sedere vicino a me, chiacchiereremo. Ella sa dire tante cose graziose, è bella, mi vuol bene. La farò sedere vicino a me.
In verità, il suo pensiero non andava oltre; nessuna idea di conquista gli attraversò la mente.
Colomba venne vicino al muro. Sempre timoroso che ella fuggisse, Antonio si rizzò cautamente, dicendole con voce dolce:
– Buona sera, Colomba: vai a prendere il fresco?
– Ella è lì signor Azar? Che cosa fa? – ella disse con voce sicura e forte.
– Ti aspettavo – rispose egli rinfrancato.
– Ma io non sono venuta per lei.
– Lo so, ma giacché ci sei, aspetta: chiacchiereremo un po’. Cosa fa tuo padre?
– Che importa a lei? Ha paura?
– No, perché non voglio farti del male. Perché dovrei aver paura?
– Buona notte – ella disse, accennando ad andarsene.
Ma Antonio saltò agilmente il muro, la rincorse, la prese per la mano, e la costrinse a sedere su una roccia.
Ella era pallidissima, e teneva il capo avvolto in una benda. Antonio la guardava e gli pareva di aver veduto una statua somigliantissima a lei: dove? Quando? Non ricordava bene.
– Perché tremi, Colomba? – le disse, cominciando anch’egli a commuoversi. – Hai paura? Io ti voglio tanto bene.
Ma subito pensò:
– Perché le dico questo? A che scopo? Perché turbarla, o meglio perché lusingarla?
Ma Colomba sembrava più turbata che lusingata, e la sua mano tremava entro quella di Antonio. E poco a poco il suo turbamento parve, per mezzo di quel tremito, comunicarsi al giovane.
– Io ti rassomiglio ad una statua – cominciò egli a dirle. – Non ricordo dove, mi pare in un museo, ho veduto un volto simile al tuo, così avvolto in una benda. Tu sei bella ed io ti voglio bene, Colomba. Tu pure mi vuoi bene, non è vero? Suvvia, dimmi qualche cosa, dolcezza mia.
Ella non rispose, e chinò il volto. Antonio la guardò e si chiese con sincera angoscia:
– Che cosa faccio io? A che scopo? Non sono un vile?
– Parla, Colomba – disse, sollevandole il volto. – Dimmi qualche cosa.
Ella aprì la bocca, forse per dire qualche calda frase di amore, ma egli, che la guardava attentamente, proruppe:
– Ora mi ricordo! È un busto, nel museo di Napoli.
Il volto di Colomba si oscurò: ella capì con la sua intuizione selvaggia e gelosa, che la mente di Antonio non era completamente assorta in lei, e disse:
– Io dovrei andarmene, Antonio Azar, perché tu vuoi trastullarti con me…
– Che ti salta in mente! – egli esclamò, facendo atto di trattenerla.
– No, – ella disse, sorridendo, – rimango ancora un po’, non temere, non me ne vado. Altrimenti non sarei venuta. Cosa vuoi? È il mio destino! Io so, e tu stesso me lo hai detto, che non può esserci alcun legame fra di noi, eppure io penso sempre a te, e mi basta vederti per essere contenta.
– Che mai dici Colomba? È vero, è difficile la nostra unione, perché io sono ancora troppo povero, ma chissà col tempo? Fra qualche anno?
– Né fra qualche anno né mai, lo so. Non lusingarmi, Antonio Azar, e non credere che io parli così per furberia, per strapparti cioè delle promesse, (egli infatti pensava così), ma perché ti voglio veramente bene. Io non ti chiedo nulla, – proseguì Colomba animandosi, – mi basta di vederti, esserti qualche volta vicina, sapere che tu pensi a me. Tu sei un sapiente, io sono una selvaggia ignorante: che può forse il garofano unirsi al fiore del lentischio? Tu sei il mio garofano adorato, tu sei un’aquila, tu sei una nuvola d’oro, ed io voglio morire ai tuoi piedi, Antonio Azar. Basta che i tuoi occhi di stella mi guardino, ed io sono la donna più felice del mondo…
E lo guardava estasiata, con gli occhi lucenti, tutta vibrante di passione.
Intorno, sotto la luna purissima, era un silenzio infinito, un incanto di lontananze, d’ombre, di luci, di profumi aromatici, di frescura.
– Questa è la vita, questa è la sincerità, l’amore, lo scopo dell’esistenza – pensò Antonio.
E in quel momento egli era sincero, felice. Forse risorgeva in lui qualche istinto atavico, forse era il suo amor proprio lusingato dalla cieca passione di Colomba; certo è che in quel momento egli si sentiva innamorato della fanciulla, non solo, ma gli sembrava che non avrebbe più potuto amare una donna civile come amava quella selvaggia.
Per lunga ora della notte rimasero assieme, dicendosi le cose più poetiche e figurate che due innamorati possano dirsi sotto la luna; e Colomba pareva dimentica persino del padre, dell’ovile, del luogo ove si trovava.
Ma Antonio guardava sempre intorno, a sé, allarmandosi ad ogni rumore, e fu egli ad avvertire Colomba che era tempo di separarsi.
Ella se n’andò a malincuore. Rimasto solo, Antonio parve svegliarsi da un sogno. Gli pareva di aver Colomba ancora tutta vicina, e ripeteva fra sé le parole che si erano dette; ma tutto ciò lo lasciava triste. Di nuovo un gran vuoto, una gelida visione di morte si fece intorno a lui.
Il ricordo di Maria, della strana e fine creatura che lo aveva abbandonato, risorse nella sua anima, e non più con rancore, ma con tenerezza accorata. Era come un ricordo nostalgico, d’una dolcezza inenarrabile.
Gli pareva fosse stata lei, la sottile fanciulla, a parlargli d’amore in quella pura notte di luna, nella solitudine dell’altipiano; lei, dimentica di ogni artifizio, buona, appassionata, sincera come Colomba: ed egli s’inteneriva fino alle lagrime.
L’idillio proseguì per tutto l’autunno. Antonio non era molto innamorato di Colomba, ma la cercava, s’inquietava quando non riusciva a vederla, e trovava un po’ di pace stando vicino a lei. Ed ella metteva in opera tutta la sua intelligenza selvaggia per riuscirgli gradita. Mai una parola volgare usciva dalle sua labbra: quando si recava ai convegni con lui era sempre vestita con ricercatezza, calzata bene, ben pettinata, con le mani pulitissime e i denti lucenti. Sul seno poneva mazzetti d’erbe aromatiche che la profumavano tutta, e cerchiavasi il collo con ornamenti di argento e di corallo. Il suo linguaggio amoroso era figurato e appassionato, ma traboccava di sincerità, e piaceva assai ad Antonio.
L’idillio non dispiaceva al giovine professore, ma qualche volta lo turbava.
– Che accadrà? – egli pensava. – Fra poco io devo andar via, ed ella resterà qui ad aspettarmi, a trascorrere invano la sua fanciullezza. Non è una cattiva azione la mia?
D’altronde non vedeva senza dispiacere avvicinarsi la fine della vacanze, e diceva a sé stesso:
– Io me ne andrò, e lascerò tutto ciò che è fresco, sano, sincero, per tornare nella falsità corrotta del mondo. Perché non potrei sposare Colomba e condurla con me? È la sola donna che mi ama e mi amerà sinceramente. Non è povera, non è stupida: che pretendo io? Sono un uomo stanco e finito; credo poco alla passione, alla felicità, ma forse troverei un po’ di pace stando vicino ad una persona che si incaricasse di vegliarmi come un bimbo, di pensare per me a tutte le piccole miserie della vita materiale, di non curarsi d’altro che del mio benessere. E Colomba lo farebbe con entusiasmo.
– È vero, – continuava a pensare, – in tutto questo c’entra un po’ di calcolo, ma tutto è relativo. Questo calcolo, che a Maria sarebbe parso una mostruosità, per Colomba costituisce la maggiore felicità possibile. Ella d’altronde non può neppure immaginare che la moglie possa essere altra cosa che la schiava del marito, specialmente se il marito sarò io.
A misura che ci pensava, il progetto gli sembrava sempre più naturale; però non osava neppure accennarlo a Colomba, e aspettava che l’idea maturasse bene.
Intanto s’avvicinava il giorno della partenza. L’aria s’era rinfrescata, l’autunno spandeva nuovi incanti sull’altipiano: i rovi verdi brillavano di more mature, l’erba rinasceva sotto le macchie. Anche Colomba parve assumere un nuovo aspetto; diventò più dolce, più tenera, più intelligente. Antonio non riusciva a capire come ella potesse venirgli attorno e concedergli spessi e lunghi convegni senza venir mai scoperta dai parenti.
Egli temeva sempre che l’idillio terminasse in dramma, e spesso, stando assieme con Colomba, si guardava attorno spaurito.
– Perché temi? – ella gli disse un giorno. – Se ci scoprissero sarei io sola a soffrirne!…
– Ed è questo che io non voglio.
– Che importa, Antonio Azar? Io per te vorrei essere bastonata, legata, tirata per i capelli. Ti amerei di più.
– Tu forse, – aggiunse con un sorriso un po’ amaro, – tu hai paura che se ci scoprono ti costringano a sposarmi. Non aver paura.
– Tu mi calunni – egli rispose, alquanto offeso. – L’avvenire ti dirà che tu mi calunni!
Ella lo guardò con occhi timidi, quasi spaventata da una visione che l’anima sua neppure osava sognare. E scosse il capo.
– Perché fai cenno di no? Che vuol dire? Credi dunque che io sia un vile? – diss’egli, offeso dalla diffidenza di lei.
– Non è questo, fiore mio, calmati: tu non mi comprendi. Io ti amo troppo, ed è perciò che dico no, no, no. Che farei io davanti a te? Tu sei un sapiente, io sono ignorante, e non potrei esser altro che la tua serva. Ma anche se tu mi dicessi: «Ti tratterò da pari a pari, come se tu fossi la mia prima fidanzata, non avrò vergogna di te, non sarai la mia serva, ma la mia padrona» ebbene, direi sempre no perché ti amo troppo e non voglio fare la tua infelicità.
Egli la fissava meravigliato.
– E se dunque le proponessi di esser soltanto la mia serva?… Che accadrebbe?… – pensò.

– È curiosa, – pensava Antonio Azar, ritornando dall’ultimo convegno avuto con Colomba, – ella è fiera come un’aquila, ma io voglio andare sino in fondo. Forse ella dice di no perché è sicura che io non mi avanzerò: ora io voglio provare.
Andò da suo padre e gli disse che voleva sposare Colomba.
– Andate a chiedere la mano di lei, prima che io parta. Siete contento?
S’aspettava proteste ed esclamazioni da parte di suo padre, ma zio Giacobbe, invece di meravigliarsi e sdegnarsi, si rallegrò al sentire che il figlio professore voleva sposare una villana.
– San Francesco ti aiuti – disse, con le lagrime agli occhi. – Io vado a chiederti la Colomba più bianca della neve; io vi benedico da questo momento, e che possiate avere dodici figli dei quali quello che resterà in più modesto stato sia arcivescovo di Cagliari.
– Eh, non è ora di pensare a ciò, – disse Antonio, sorridendo, – per ora andate a chiedere la sposa.
Zio Giacobbe andò, ed il giovane attese con curiosità la risposta.
I Colias chiesero otto giorni di tempo per dar la risposta.
Il vecchio Azar non se ne meravigliò, perché tale era l’usanza del paese, e fosse pur venuto un principe a chieder la mano della figlia d’un mandriano, i parenti di lei gli avrebbero chiesto una settimana di tempo per decidersi: ma Antonio partì nervoso, inquieto, forse anche un po’ sdegnato, senza aver riveduto Colomba.
– Ella accetterà, – pensava, – altrimenti avrebbe rifiutato subito.
E non sapeva se gli sarebbe dispiaciuto più un rifiuto o una risposta favorevole.
Ritornò in città, riprese le antiche abitudini: e gli pareva d’aver sognato. Si ricordava di Colomba, come di un’apparizione poetica, intraveduta sullo sfondo dell’altipiano, nella solitudine della brughiera: e desiderava che ella restasse sempre così, lontana, fantastica, impalpabile. Che farebbe ella nella città? Strappata dalle macchie natìe, diventata la signora Azar, fra le infinite miserie della vita quotidiana cittadina, ella perderebbe tutto il suo fascino. Antonio pensava così, e desiderava ardentemente che venisse un rifiuto: cominciò a temere il contrario ed a pentirsi della leggerezza con la quale aveva fatto la domanda di matrimonio. Inoltre la città, ogni cosa, ogni oggetto della sua camera, il panorama che godeva dal suo balcone, i libri, i ritratti, le memorie grandi e piccole, gli ricordavano l’antico amore, e lo facevano rivivere nel passato con intensità dolorosa. Ogni notte sognava l’altipiano, le macchie, gli sfondi sereni, ma invece di Colomba vedeva sempre Maria, e aveva con lei lunghi colloqui, confusi, angosciosi, durante i quali provava un gran terrore all’idea che Colomba potesse sorprenderlo con la prima fidanzata.
Finalmente venne la risposta: Colomba lo rifiutava, non solo, ma messa alle strette dai parenti perché si decidesse fra lui e Petru Loi, aveva preferito quest’ultimo.
Antonio impallidì nel leggere ciò. Come un velo gli cadde dagli occhi, e provò una strana sensazione di dolore, di sorpresa, di terrore, come se il rozzo foglio contenente quella notizia gli rivelasse un segreto terribile. Era il segreto, la rivelazione di un’anima forte che sapeva amare, soffrire, sacrificarsi per il suo amore. E davanti alla rivelazione di quest’anima selvaggia, egli, con tutta la sua sapienza, i suoi studî, le sue dottrine, i suoi dubbi, le sue incertezze, si sentì piccolo; piccolo e ignorante; e apprese più da quest’avventura che da tutti i libri fino allora studiati.

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