Grazia Deledda – Contratto

Mi sono stancata della mia casa di città. Forse perché mi ha fatto troppo godere e troppo soffrire.
Dapprima ero io la padrona: poiché non l’amavo e quindi non mi curavo di essa. Mi curavo solo di me e delle cose esterne che ingombrano l’esistenza delle donne, come le nuvole di colore l’orizzonte della sera. Peccati e leggerezze d’ogni genere. Ma le pareti ancora fresche e disamate guardavano e giudicavano: forse respiravano l’ostilità, o peggio ancora l’indifferenza, il disamore, le cattive passioni della loro padrona; e pensavano di vendicarsi.

Col passare del tempo le parti s’invertirono. La padrona diventò lei, la casa, e si vendicò davvero.
Di fuori, l’orizzonte si era scolorito e sgonfiato delle sue vane chimere; ma come farfalle notturne, esse penetrarono nella mia casa e si appiccicarono alle pareti.
Diventò allora lei la padrona, la casa che si era logorata nel lungo abbandono; e sfruttò il mio tardivo amore per essa. Richiese di essere rinfrescata, rivestita da capo a piedi: domandò ornamenti; pretese cose inutili e di lusso: così l’amante che non ama più, e però vende il suo amore.
Si era come investita dei miei gusti di un tempo, la casa modesta e silenziosa; voleva cose esterne e di colore, non per sé, non per far piacere a me e agli altri suoi abitanti, ma per gli estranei, per far loro vanitosamente credere di essere una casa ricca e felice.
E poiché le serve e gli operai non la contentavano, pretendeva l’opera mia: fatiche da galeotti e da pazzi, quali solo il maniaco amore per la casa può far compiere a una donna.

Fu davvero una vendetta tragica, che richiese il mio sangue e lasciò il mio fianco malato. Allora sono fuggita.
Ma non posso vivere nelle case degli altri. Troglodita d’origine, posso vivere anche in una grotta, ma che la grotta sia mia. E mentre oggi camminavo smarrita e stanca, con un dolore di vagabondaggio nei pensieri, o meglio nei piedi polverosi, e con l’impressione mortale che più non c’era sosta nel mio andare, sollevando gli occhi dal biancore desolato della strada campestre vidi come uno degli antichi miraggi che rallegravano l’orizzonte della mia fantasia:

Villa da vendere.

Così è scritto sul frontone della casetta color biscotto, con le persiane di menta glaciale verde, che pare sbocciata dalla sabbia per l’opera magica di una fata e per mia esclusiva consolazione.
Mi tornano in mente le favole rugiadose dell’infanzia selvatica; un uomo cammina nel deserto o nella foresta: si è smarrito, ha fame, ha sonno, ha paura di non ritrovare più la sua strada e di essere divorato dalle belve; ma quando più dispera, vede come una siepe fiorita di rose: è la facciata di una casa. La porta è spalancata: egli entra; trova la tavola apparecchiata, il letto pronto, il lume acceso: e nessuno gli contrasta il possesso della quieta dimora.
Anche la villetta da vendere è aperta: vi penetro, mi guardo attorno: gli usci spalancati, il corridoio, la scala, tutto m’invita a proseguire nella mia visita, anzi nella mia istintiva presa di possesso. Poiché sento di essere già la padrona del luogo: tutto mi piace; le stanze non troppo grandi ma ariose e fresche, la cucina, il piccolo portico, e sopra tutto la terrazza: sulla terrazza mi pare di riavermi dopo un lungo svenimento. Rivedo l’azzurro del cielo, e nell’alito del mare sento l’alito stesso della speranza.

Io ti comprerò dunque, piccola casa che hai per ali il mare: le condizioni però, da stabilirsi senza notaio e senza l’ufficio del Registro, sono queste, ferme e chiare:
– Io non sarò la tua padrona, né tu la mia. Saremo comproprietarie, per la vita e per la morte. Tu mi chiederai solo le più elementari riparazioni contro i dispetti del tempo, e io non ti domanderò che di salvarmi dal camminare per le divoranti vie del mondo in cerca di un altro rifugio.
Non pretendere di essere circondata da giardino. Troppo ho sofferto e faticato per un altro giardino, e vengo a te anche per dimenticare quello. Tutt’al più ti cingerò di una ghirlanda di agili pioppi del Canadà, che ridono al vento di estate e si piegano al vento di autunno offrendogli, come coriandoli, le loro foglie stanche di godere.
Lascerò crescere sulla sabbia del tuo recinto le erbe, i giunchi, i cespugli marini: crescere, morire, rinascere; come il buon Dio vuole.
Non toccherò un fiore; non sarò più nemica neppure della gramigna: cresca anch’essa e stenda un tappeto di lana verde intorno al pozzo biblico.
Le tue stanze saranno come quelle dove è avvenuto un sequestro: non ci sarà che il puro necessario; e il sequestro lo avranno eseguito gli uscieri della mia esperienza e del credito del tempo e del denaro che ho prestato a me stessa per comprare oggetti inutili, ingombranti e odiosi.
E neppure libri voglio regalarti. Troppi libri e musiche si sono fatti, se non leggere e studiare, riordinare e spolverare da me. Quante volte li ho maledetti! Lascerò entrare nella mia nuova casa solo il foglio che porta l’eco della vita di un giorno e poi sparisce come è venuto, come l’eco della vita di un giorno.
I miei libri saranno le tue finestre: verso il mare e verso la pianura verde e azzurra di vigne e di tamerici: come da fanciulla voglio studiare ancora le pagine della natura; sola musica quella del mare e del vento, soli colori quelli delle stagioni e delle ore.
Non voglio quadri sulle pareti innocenti: e tanto meno specchi: sono stanca di vedere il mio viso, che d’altronde so non essere il mio vero viso. Chi ha mai veduto allo specchio il suo viso vero, quello che ride o piange, quello che si annoia o si beffa della vita?
E non porterò cani né gatti né uccelli nella nuova dimora: troppo anch’essi mi hanno fatto amare e soffrire inutilmente: ma tutte le rondini che, coi loro nidi, appenderanno le lampadine del buon tempo sul cornicione della casa, le cicale che segano i raggi del sole sui rami delle tamerici, le farfalle che sbocciano come fiori volanti dai cespugli dell’arenile, tutte saranno mie compagne: tutte assieme, sotto la protezione di Dio.
Sul tavolino di legno nudo, davanti alla finestra, ci saranno ancora il calamaio, la penna, il bianco abisso delle cartelle non scritte: sì, ci saranno ancora, compagni sino alla fine; ma prima di piegarsi sulla profondità pericolosa della pagina vergine, gli occhi si solleveranno all’azzurro del cielo per chiedergli che le parole da scrivere portino un riflesso della sua luce consolatrice.
Poiché io voglio varcare la tua soglia, o piccola casa nuova, con l’anima rinnovata: nella sabbia, ai tuoi piedi, seppellirò il fardello delle cattive passioni; e se il dolore non vorrà egualmente separarsi da me, entri pur esso nelle tue stanze che finora conoscono solo la gioia del mare e del sole, ma vi entri anche lui servo silenzioso e fattivo.