Grazia Deledda – Di notte

Potevano essere le undici quando la piccola Gabina si svegliò nel gran letto di legno della stanza di sopra, ove dormiva sempre con la sua mamma che le voleva tanto bene.
Ma quella notte la mamma non le stava allato. Perché dunque non c’era? Per quanto Gabina stendesse le sue manine da tutte le parti del gran letto di legno non poteva trovare la sua mamma. Solo le lenzuola fredde come il vento, solo i guanciali di percalle rosso; null’altro!
Dove era dunque la mamma? Gabina si coricava e si levava sempre insieme a lei; mai s’era trovata sola in letto, così, nel gran letto freddo, nell’oscurità della notte spaventosa.
Quello era dunque un grande avvenimento per la piccina.
– Mamma… mamma… – chiamò con un fil di voce.
Ma nessuno rispose. Fuori urlava il rovaio e la pioggia si sbatteva fragorosamente contro i vetri della piccola finestra.
Senza di ciò Gabina si sarebbe forse riaddormentata, ma con quegli urli infernali, nella fonda oscurità della cameretta solitaria, le era assolutamente impossibile nonché riprender sonno, calmarsi.
Temeva tutti i fantasmi immaginabili: la morte, i vampiri, il padre dei venti, le fate nere e l’orco, tutti… tutti…
– Mamma… mamma?… – ripeté a voce alta mettendosi a sedere sul letto. – Mamma, mamma?…
Rimase così quasi un quarto d’ora, alzando sempre più la voce, abituandosi al buio e al fragore del vento.
E siccome la madre non rispondeva mai, Gabina pensò di vestirsi e scendere in cucina per cercarla. Veramente era la mamma a vestirla ogni mattina perché a lei, così piccola, non riusciva ancora infilarsi il giubboncello nero dalle maniche strette; ma poco importava… purché ritrovasse la gonnellina bastava. La lasciava sempre nella sedia ai piè del letto: dunque bisognava scendere per ritrovarla.
Scendere?… Scendere all’oscuro, a piedi nudi, con quella notte, scendere da letto, sola?… Ci voleva proprio un gran coraggio, e Gabina, che tremava forte di freddo e di paura, esitò a lungo. Ma rimanere a letto senza la mamma non le conveniva! Il vento urlava ognor più fragoroso; fra poco sarebbe penetrato nella camera e avrebbe divorato la testa a Gabina… Dunque giù!
Scese e mandò un urlo. Il suo piedino aveva incontrato qualcosa di duro, di freddo, di deforme che certo non era il suolo di tavole levigate dal tempo…
Un rospo, un vampiro forse?
– Mamma mia… mamma mia!… – gridò la piccina a squarciagola, cercando invano risalire sul letto; ma alla fine, visto che il vampiro non si muoveva e che la mamma continuava a non rispondere, si chinò e s’assicurò che quella era una scarpa vecchia uscita per caso da sotto il letto.
Un sorriso le sfiorò le labbra e quella prima avventura le infuse molto coraggio, sicché, risoluta di non temer più nulla pei piedini, si avanzò appoggiandosi alla sponda del letto. Ma laggiù, non trovò punto la sedia con le sue vesti; cominciò a stizzirsi e a imprecare; perché dovete sapere che non era un modello di educazione, e nominava con disinvoltura tutti i diavoli dell’inferno, come li udiva dal nonno, e dagli zii e un po’ anche dalla mamma.
Dove diavolo dunque stavano le sue vesti? Se le aveva prese il demonio? Alla galera la notte e chi l’aveva inventata!…
Ma le scordò un momento e ricominciò a tremare così forte che i dentini pareva volessero spazzarsele.
In un intervallo silenzioso del vento e della pioggia aveva sentito strani rumori salire dalla cucina e voci umane più tetre e spaventose dei gridi della procella.
Che avveniva in cucina? Dio mio, Dio mio, e la mamma sua? C’erano forse i ladri o i diavoli? E il nonno e gli zii mancavano da tre giorni e non c’era nessuno che potesse difendere la mamma, la povera mamma sua!… La curiosità si unì alla paura, e Gabina si rimise a cercare le sue gonnelline, urtando nelle sedie, su tutti i poveri mobili della camera oscura. Riuscì finalmente a trovarle e le indossò a stento, ma quando tutto pareva fatto un altro ostacolo si interpose al disegno della piccina.
La porta che dava sulla scala era chiusa a chiave dal di fuori, per quanti sforzi facesse non poté aprirla, e il silenzio orrendo della mamma continuò quando si rimise a chiamarla, scuotendo la porta con fracasso.
Ritornò verso il letto, disperata, e nascosto il volto fra le coltri in disordine si mise a piangere, ma a un tratto si ricordò che nella stanza attigua v’era un poggiolo di pietre, d’onde, per una scaletta esterna si scendeva al cortile, e sotto cui si apriva appunto la vecchia porta della cucina.
La pioggia e il vento continuavano, ma Gabina era decisa a tutto: entrò nella camera vicina, aprì il poggiuolo e scese, sfidando l’acqua che veniva giù furiosa dal cielo basso di piombo, e il rovaio gelato che imperversava nella notte.
Tremava come una foglia, ma aveva completamente scordato i fantasmi e i vampiri. Un’angoscia indicibile le stringeva il cuoricino e un presentimento orribile, superiore alla sua età, le diceva che giù in cucina doveva accadere qualche cosa. Oh, quelle voci che aveva sentito!…
In un attimo fu sotto la scala, al coperto della pioggia, davanti alla porta della cucina. Anche questa era chiusa, ma Gabina non picchiò per farsela aprire, benché vedesse il bagliore del fuoco acceso nel focolare, attraverso la grande fenditura che rigava dall’alto in basso la porta.
Si accoccolò per terra e applicò l’occhio sulla fenditura.
Non temeva più, ma non voleva punto entrare in cucina perché la mamma l’avrebbe certamente picchiata.
Il nonno e gli zii – tre uomini alti, robusti, bruni, il cui costume consunto e sporco rivelava una misera esistenza di lavoro continuo e faticoso, i cui occhi cupi e profondi narravano la triste storia di anime ignoranti non avvilite dalla povertà, ma turbinate da passioni tetre, ardenti e dolorose – erano tornati e stavano seduti intorno al focolare.
La mamma di Gabina, Simona, giovane, bella, di quella strana bellezza araba che si incontra in molte donne sarde, e che ricorda i saraceni dominatori e devastatori dell’isola nel IX e X secolo, rimaneva un po’ nell’ombra, seduta per terra, le mani incrociate sulle ginocchia, scalza e in maniche di camicia, larghe maniche all’orientale, strette sui polsi e increspate negli omeri eleganti.
Mai Gabina aveva visto sua madre così pallida e cupa, sua madre che pure era sempre smorta e triste in viso, mai aveva visto i suoi occhi neri brillare stranamente così.
Sotto il fazzoletto nero calato sulla fronte il volto di Simona assumeva tinte cadaveriche, i lineamenti finissimi e immobili stirati da una tetra e spaventosa serietà, gli occhi illuminati da un riflesso di odio e di angoscia.
Ma chi più attrasse l’attenzione di Gabina, e la costrinse a rimanersene fuori, fu la vista di un estraneo, seduto anch’esso vicino al focolare, legato solidamente con una corda di pelo alla vecchia sedia che ornava da sola la cucina, una sedia grossolana che restava sempre in un angolo, non toccata da nessuno, ma spesso guardata cupamente da Simona.
Gabina non aveva mai, prima d’allora veduto il volto dell’estraneo che pure indossava il costume del villaggio, e l’andava esaminando curiosamente, chiedendosi chi fosse e perché fosse lì, legato, nel folto della notte.
Era un bell’uomo sulla quarantina, i capelli di un biondo rossastro ondeggianti sull’ampia fronte abbronzata, gli occhi grigi acutissimi, e con una magnifica barba rossa cadente sul petto. Un’atroce espressione di spasimo gli sconvolgeva tutto il volto e sulla fronte gli brillavano, al riflesso del fuoco, grosse goccie di sudore, ma non era pallido come gli altri e specialmente come Simona.
Gabina certamente non percepì tutti questi particolari, ma comprese benissimo che là dentro – nella cucina nera illuminata dal fuoco e da una specie di lampada a quattro becchi, di latta annerita dal fumo del lucignolo, posta sul forno e che andava spegnendo – accadeva qualche cosa di misterioso, di straordinario; e incapace di darsi una qual siasi spiegazione, rimaneva muta, immobile dietro la porta, la fronte incastonata sulla fenditura, gli occhioni grigi, – che rassomigliavano assai a quelli dell’uomo legato alla sedia, – spalancati e avidi.
La piccina tremava di nuovo – svanita la curiosità, la paura angosciosa di prima le gravava nuovamente sul cuore – e si domandava se tutto non fosse un brutto sogno.
Gelidi soffi di vento le percuotevano le spalle mal coperte; i suoi piedini, le sue mani, tutta la sua personcina oramai erano coperte di neve, e l’acqua che invadeva il cortile saliva, saliva, ingrossata sempre più dalla pioggia furiosa. Ben presto l’avrebbe costretta a fuggire od a farsi aprire la porta, ma lei non se ne accorgeva. Provava tanto freddo che sentiva una pazza voglia di piangere, eppure non si muoveva… Un nodo le serrava la gola, e più d’una volta dei singhiozzi aridi, spasmodici, le contorcevano le labbra rese livide dal freddo e dallo spavento.
Perché ciò che vedeva, ciò che sentiva, era una scena così terribile che avrebbe atterrito qualunque uomo, nonché lei, debole animuccia di appena nove anni…

– Elias, Elias! – esclamava il padre di Simona. – È inutile che tu urli chiedendo aiuto. Nessuno verrà, e la procella nasconde il tuo grido. Nessuno verrà! Tu devi morire lì, legato alla sedia ove ti assidevi ogni notte, dieci anni fa, ti ricordi, miserabile? Ogni notte… in qualità di fidanzato leale ed onesto!… Con la sedia che abbiamo gelosamente conservato per dieci anni… che ti aspettava… che getteremo sul fuoco intrisa del tuo sangue vigliacco…
– Difenditi! – diceva cupamente Simona. – Se non ci dai una sola scusa, almeno una, del tuo vile procedere, la tua morte sarà orribile! Difenditi! Scusati, e con una fucilata tutto sarà finito. Se no, guai a te!…
– E sei tu che parli così?… – rispose Elias. – Tu donna, tu che mi dimostravi la bontà in persona? Tu?
– T’odio! Tu mi hai disonorato; tu ch’eri il mio fidanzato, la vita mia, mi hai tradita, mi hai perduta! Il dolore ha ucciso in me ogni sentimento umano: t’odio, e da dieci anni non sogno che la vendetta. E che cosa è, vigliacco, l’angoscia che tu provi stanotte in confronto di ciò che ho sofferto io? È odio, e son io che ho spronato i miei alla vendetta…
– Uccidetemi dunque!… – mormorò Elias. – Ma pensate che v’ha una coscienza… un Dio…
– Ci aggiusteremo noi con la nostra coscienza e con Dio! – esclamò Tanu, uno dei fratelli, con un sorriso crudele e feroce che lasciò vedere due fila di denti bianchissimi, forti, da belva, scintillanti al riflesso del fuoco.
– La coscienza e Dio!… – saltò su Simona come una vipera. – Ne hai tu avuto coscienza, hai pensato a Dio tu?…
Elia chinò il capo.
– In nome di nostra figlia… – disse.
– Dunque sai che ho una figlia?…
– Sì, lo so. Se vuoi io la legittimo. La piglierò meco e un giorno sarà ricca, perché io lo son diventato e con l’altra non ho figli…
– Come parli! – gridò Pietro, l’altro fratello. – Non hai dunque ancora compreso che non uscirai di qui né vivo né morto?… -. E accarezzò lungamente la canna del fucile, che teneva sulle ginocchia, dicendo con crudele lentezza: – Ti massacrerò io, io che ero il tuo amico, io che ti ho introdotto nella nostra casa dove lasciasti la sventura e il disonore. Ti ucciderò io e ti porrò io sotto terra, tristo serpente miserabile! Ah, con chi ti credevi tu? Con chi ti credevi? La nostra famiglia ha vendicato sempre le offese ricevute, e noi, stanotte, noi che ti abbiamo cercato per dieci anni in tutti i villaggi di Barbagia, pei monti nevosi e per le gole dirupate, noi laveremo col tuo sangue la macchia impressa al nostro nome.
– Simona, Simona!… – mormorò il prigioniero volgendole, spaventato, uno sguardo supplichevole. – Nostra figlia…
– Taci, non nominarla! È il fiore nato dalla colpa, ma è pura come le nevi del Gennargentu! Tu la profani nominandola perché sei vile, perché sei infame! Tu le sei nulla… Suo padre è Dio!…
– Tu non le vuoi bene, Simona! Se l’ami lasciami vivere!…
Un lampo brillò negli occhi foschi della donna.
– Io adoro mia figlia e vivo solo per lei. Se essa sparisse dalla mia esistenza tutto crollerebbe intorno a me e sarei la più sfortunata fra le donne. Se l’amo! La mia figlia! La povera figliolina mia! È tutto il mio amore, la mia felicità! Ma ti ripeto di non più nominarla. Il suo ricordo, nonché muovermi ad una pietà, impossibile in me dopo tutto ciò che è accaduto, accresce il mio odio, la mia sete di vendetta. E non vedo mai l’ora di saperti sotto terra affinché, quando essa mi chiede di suo padre, io possa dirle, senza più arrossire: “È morto!…”.
– Dunque è deciso! – gridò Elias. – Uccidetemi dunque! Vedete che son pronto! Saprò morire perché non sono vile, come voi credete, perché se errai non fu mia colpa, ma del caso e per volontà di Dio! Uccidetemi!…
– Uccidetemi!… – ripeté fuori il lugubre fischio del vento.
I cinque personaggi di questa tetra tragedia rusticana tacquero un momento. Una calma terribile segnava nei loro volti e il fuoco continuava a illuminare la scena con tinte sanguigne, e funebri chiaroscuri; una scena degna del fosco Caravaggio.
– Racconta dunque perché mi hai tradito, senza scusa alcuna, dopo due anni di fervido amore! – disse alla fine Simona, sempre fissa nella sua idea. – Se ti ricordi dovevamo sposarci subito perché io ero madre. Tu partisti con un cavallo carico di castagne, di formaggio e di arnesi di legno che avresti venduto a Nuoro per comprarmi l’anello di sposa e i gioielli… Dovevi ritornare fra quattro o cinque giorni e mi lasciasti quasi piangendo… Son trascorsi dieci anni, dieci anni di angoscia, di lacrime e d’odio, ma mi pare ieri… E non tornasti; e un mese dopo ti seppi sposo a una fanciulla di Fonni!… Racconta! Se hai una scusa, ti ripeto, ti uccideremo con una sola fucilata, altrimenti, come è vero Cristo, come è vero che sei lì, legato, ti abbrucieremo vivo!…
L’accento di Simona era così duro che un brivido d’orrore corse per tutto il corpo di Elias. Tuttavia, dissimulando, rispose freddamente: – Non temo né il fuoco, né la palla; pure vi dirò come è accaduto. Non fu mia colpa, vi dico, ma volontà di Dio!… Sentite!… -. E cominciò:
– Sì, son dieci anni e pare ieri! Io partii pensando a te e disegnando la nostra vita avvenire… ma Dio volle altrimenti! Ero due ore distante da Fonni, ove contavo di passare la notte, per proseguire l’indomani il viaggio verso Nuoro, allorché cominciò a nevicare. Non ne feci caso, abituato com’ero a tutte le intemperie del tempo, e proseguii per il sentiero dirupato, attraverso le gole dei monti, camminando a piedi davanti al mio cavallino tanto carico. E cammina, cammina. Il vento mi batteva la neve sul volto, appiccicandola alle mie vesti, alle mie mani, persino alle ciglia e alle labbra. In breve il mio pastrano ne fu tutto coperto, e le bisaccie delle castagne e la groppa del cavallo, tutto, tutto quanto…
Il sentiero sparve sotto la neve, ma io, che mi credevo pratico dei luoghi, proseguii senza turbarmi, in linea retta, gli occhi fissi sull’orizzonte dove di tanto in tanto credevo scorgere il profilo di Fonni. Il vento urlava pazzo per le montagne e la notte piombava, ma la neve cadeva sempre… Cadeva sempre, ammucchiandosi sui miei passi, e nessuna anima viva interrompeva la solitudine selvaggia dei monti. Solo noi, io che cominciavo a perdermi d’animo, bagnato fino alle ossa, cominciando a credere d’essermi smarrito, giacché Fonni non compariva più sul mio cammino, e il povero cavallo che tremava tutto e non poteva più andare innanzi. La neve ingrossava; per ogni passo occorreva un quarto d’ora, e le tenebre si facevano ognora più folte. Mi pentivo di non essermi fermato in un ovile incontrato mezz’ora prima che la neve cominciava e dove il pastore m’aveva invitato a passare la notte, pronosticandomi la vicina bufera e ad un tratto, disperato del tutto, pensai di dar volta e ritornarmene là. Decisi di salire anzi a cavallo, perché m’era impossibile proseguire a piedi, ma siccome l’animale era estenuato più di me, così gravemente carico come si trovava, lo scaricai di tutta quella roba che, mal come potei, misi al sicuro sotto un albero, sperando di ritrovarla l’indomani, lo montai e via!
“Avanti! – dicevo amorevolmente al mio povero cavallino. – Stanotte ci riposiamo laggiù e domani sorgerà un bel sole che ci permetterà di ritornare qui. Ripiglieremo la nostra mercanzia e andremo a Fonni. Là giunti non c’è più che temere! Avanti, avanti!…”.
Per un po’ il cavallo parve partecipasse alle mie idee e camminò, ma a un punto rallentò il passo e finì col fermarsi. Invano lo aizzai, lo carezzai, lo percossi; non si mosse più, ed io dovetti smontare e ripigliare il cammino a piedi, trascinando dietro, la povera bestia.
Oh, che notte orrenda! Il vento era cessato, ma la notte regnava folta e desolata sulle montagne e la neve cadeva, cadeva sempre. Una lieve luce bianca tramandata dal manto che copriva le rupi mi permetteva di non cadere in qualche precipizio, ma a poco a poco i miei occhi si velavano, le gambe mi si intorpidivano sotto le ghette bagnate e tutto il mio corpo diventava freddo e inerte come la neve su cui mi trascinavo barcollando. Una volta, io e il cavallo, cademmo in un fosso; io mi rialzai a stento ma il cavallo non si mosse più ed io non pensai punto ad aiutarlo.
Ripresi la via: ero interamente coperto di neve: grosse lagrime mi cadevano dagli occhi e finivano confondendosi con la neve che mi imbiancava la barba: le mani mi pendevano inerte e gelate sotto il pastrano freddo e pesante, e i piedi andavano, andavano, automaticamente, a caso, barcollando. E non un lume appariva nella notte, non una voce umana risuonava per l’orribile solitudine della montagna.
A manca e a destra i picchi bianchi s’innalzavano perdendosi nel cielo color di cenere; dietro non scorgevo nulla attraverso la nebbia che scendeva lentamente dall’orizzonte e che presto mi avrebbe attorniato; davanti la china si stendeva sotto i miei piedi, piena di burroni e di precipizi. Non era certo questa la strada percorsa qualche ora prima, no, e l’ovile non poteva comparire innanzi a me perché m’ero smarrito! Oh, perché non avevo proseguito verso Fonni? Forse non era poi tanto lontano dal sito dove avevo lasciato le bisaccie… forse… forse…
Le forze mi venivano meno; dopo mezz’ora di faticoso e inutile cammino la nebbia mi raggiunse, acre, densa, nera, mi circondò, e proseguì la discesa, togliendomi l’ultimo barlume di luce. Ancora un passo e sarei caduto forse in qualche abisso: d’altronde m’era impossibile continuare perché ora la neve mi giungeva al ginocchio e una volta affondati i piedi mi riusciva a stento trattenerli…
Ero bagnato fino alle ossa; non vedevo più, e come gli occhi così mi si velò la mente! Caddi sulla neve e raccomandai la mia anima a Dio, pensando un’ultima volta a Simona!…

Elias tacque un momento, quasi ancora oppresso dal ricordo di quella triste notte, forse confrontandola con la notte, più triste ancora, che trascorreva.
– Prosegui! – disse Simona. Il suo accento non era più feroce, i suoi occhi stavano fissi al suolo e tutta l’espressione truce del suo volto andava sfumando insensibilmente. Elias se ne accorse e sussultò di speranza, poi riprese:
– Quando rinvenni era giorno alto. Mi trovai steso in un letto caldo, in fondo a una cucina grandissima, nel cui centro, nel focolare di pietra, ardeva un enorme fuoco il cui tepore giungeva sino a me. Dalla quantità delle stoviglie e delle masserizie che arredavano la cucina arguii di trovarmi in casa di gente benestante; una ragazza preparava il pranzo accanto al focolare e al suo costume la riconobbi per fonnese. Dunque ero a Fonni!… Chi mi ci avea trasportato? Chi mi aveva salvato?… Che differenza fra il mio stato di dieci ore prima e il presente! Fra il letto di neve, sotto il cielo nero e la nebbia, con la morte allato e il letto caldo in cui mi svegliavo, e la bella ragazza che mi stava vicino, forse spiando il mio ritorno alla vita!…
Sì, proprio una bella ragazza! Quando, accortasi di me, mi si accostò, la guardai meravigliato, chiedendomi se non era una visione. Non avevo mai visto una bellezza simile; solo la nostra Madonna del Latte dolce, nei giorni di festa.
Così gli occhi grandi e neri, così i capelli, così la pelle color di rosa, la bocca piccola, il naso profilato, il collo lungo bianchissimo, la persona tutta, infine, tutta…
Aveva una gonna sola, stretta, che le disegnava le anche ben fatte, e lasciava vedere i piccoli piedi calzati da scarpette piene di fiocchi, un corsetto nero di albagio, e il piccolo busto slacciato sulla camicia bianchissima, sotto le cui pieghe si modellava il seno nascente, perché la fanciulla poteva avere al più diciotto anni.
Se faccio tutti questi particolari – proseguì Elias mentre gli occhi di Simona riprendevano il cupo lampeggiamento di prima, indovinando nella bella fanciulla fonnese la donna che le aveva rapita l’intera felicità della sua vita – è per spiegare in qualche modo la causa primiera del mio traviamento.
Io dunque la guardavo incantato, e mentre essa mi accomodava le coperte sulle spalle un brivido mi passò per tutta la persona. Ahimè, lo confesso, in quel momento avevo scordato la bufera della notte, il mio cavallo morto fra la neve, le castagne perdute, la causa per cui mi trovavo in quel letto…
“Come stai?… – mi chiese la fanciulla tastandomi il polso. – Son già cinque ore che tu vaneggi!… Come ti chiami?”
“E tu?…” domandai io con voce rauca. “Dove sono?…”.
“In casa mia! Mi chiamo Cosema P… Stanotte il mio servo che passava per la montagna ti trovò, quasi morto, sulla neve. Ti prese sul suo cavallo e ti portò qui. Sei a Fonni sai! Dopo molte cure, rinvenisti verso le cinque di questa mattina, ma subito ti assalì la febbre e il delirio, sicché non potei sapere chi tu fossi. Al tuo vestire credo che tu sii del villaggio di A…, ma non so chi tu sei!…”.
Le raccontai la mia storia, non tacendole il motivo del mio viaggio e le mie prossime nozze con Simona.
“Devi esser ben povero se, per comprare gli anelli, ti vedesti costretto a intraprendere un viaggio così!…” mi disse Cosema fissandomi coi suoi grandi occhi neri lucenti.
“No, – risposi, – non sono tanto povero! Ho un chiusetto piantato a castagni che mi rende venti scudi ogni inverno, ed ho buone mani per lavorare! Ma è necessario che vada a Nuoro di tanto in tanto per vendere i miei prodotti. Ho anche il carro e i buoi, e il cavallo e la casa… non sono povero, no. E anche Simona mi porterà qualche cosa…”.
Parlammo così lung’ora, con la massima confidenza, quasi ci fossimo conosciuti da molto; e Cosema, a sua volta, mi disse che era orfana e ricca. Amministrava da sé, essendo pochi mesi prima morto il suo tutore, e aveva una serva e due servi, uno contadino e l’altro, quello che mi aveva salvato, pastore.
Possedeva la casa, un orto grandissimo, una tanca e molto bestiame.
Quando mi volli levare, me lo impedì, dicendomi ch’ero malato e che il medico, chiamato la notte al mio letto, aveva ordinato di non lasciarmi non solo ripartire, ma neppure levare. E restai! Peppa, la serva, sopraggiunta, mi diede una scodella di brodo e mi ripeté tutto ciò che la padrona mi aveva detto, compreso l’ordine del medico.
Infatti il freddo e la febbre non tardarono a ricomparire; una febbre gagliarda che mi faceva ballare nel letto, che sconvolgeva tutto a me intorno, in un vortice pazzo e vertiginoso. Rimasi così, tra la vita e la morte, per una settimana. Nei lucidi intervalli pregavo Cosema di mandare a dire a Simona il mio stato per rassicurarla sulla mia tardanza, e la ragazza mi diceva sempre di sì, scongiurandomi a star tranquillo. In quelle ore di sofferenza e di spasimo pensavo sempre a Simona, ma i miei occhi, il mio pensiero sconvolto dalla febbre vedevano Cosema, Cosema bella che andava di qua e di là per la cucina, in punta di piedi per non disturbarmi, che si chinava sovente sul mio letto, posandomi sulla fronte la mano bianca e fresca, che vegliava intere notti al mio capezzale, magnetizzandomi coi suoi occhi di bambina innocente e per ciò più pericolosa.
Tutte quelle cure, quelle attenzioni che mi dava, senza quasi conoscermi, mentre destavano in me la più profonda delle riconoscenze, mi facevano pensare con dispetto alla strana indifferenza di Simona, la mia fidanzata che non dava segno di vita mentre io morivo lontano dal mio paese, morivo per causa sua e pensando a lei! È vero che anche gli altri miei parenti non si facevano vivi… ma io non badavo a loro, non pensavo a loro…
Dopo una settimana cominciavo a sentirmi meglio e il medico mi disse che fra otto o nove giorni sarei stato in grado di ritornarmene al mio villaggio. Pensavo con dolore al cattivo esito del viaggio e al ritardo delle nostre nozze; il cavallo e le castagne non s’erano potute rinvenire, benché Cosema avesse mandato il servo per la montagna. Una notte procellosa come quella in cui m’ero smarrito, allorché sentii la porta della cucina aprirsi leggermente ed entrare una persona che sulle prime non distinsi bene.
Poteva essere mezzanotte. Il vento romoreggiava sopra il letto e copriva ogni altro romore umano. Nel focolare il fuoco coperto di cenere mandava di tratto in tratto una fiammata azzurrognola che illuminava debolmente la cucina. A quel chiarore incerto credetti riconoscere Peppa nella persona entrata e pensai che venisse ad assicurarsi se stavo bene e se dormivo. Finsi di dormire, ma con gli occhi semichiusi.
La ragazza si avvicinò in punta di piedi al mio letto e si fermò, guardandomi a lungo, con gli occhi sfavillanti nella oscurità. Un tremito mi invase tutto, mio malgrado…
Non era Peppa quella, no, era Cosema…
Che mai voleva? Perché mi guardava così? Perché tremavo tutto sotto il suo sguardo?
A un tratto si chinò su di me e mi baciò!…
Le sue labbra ardevano come bragie ed io sussultai quasi m’avesse toccato un ferro rovente. Credendo d’avermi svegliato Cosema diede un passo indietro e andò leggermente a sedersi accanto al focolare. Ma io non mi mossi e continuai a fingermi dormito. Rassicurata, Cosema, rimuginò il fuoco e chinò il capo sulle braccia conserte sui ginocchi. Mi sembrò che piangesse… Non saprei dirvi ciò che intanto accadeva entro di me, ma certo avevo dimenticato il cavallo, le castagne e le nozze. Il bacio di Cosema mi ardeva il volto e mille confusi pensieri passavano nel mio cervello.
Era un sogno dunque? Che significava ciò? Che Cosema si fosse innamorata di me, così, in pochi giorni, lei così bella, così giovine e ricca? Di me estraneo, sconosciuto, ch’ella sapeva promesso ad un’altra donna?…
Non potevo credere ai miei sensi, ma intanto vedevo la bella fanciulla là, nella penombra, piangere silenziosamente, e la mente mi si sconvolgeva, e il sangue mi ardeva instintivamente. Mio Dio, mio Dio, che tentazione! Se Cosema mi avesse ribaciato, m’avrebbe perduto, non ostante tutti i miei propositi.
Però essa si ritirò senza neppure guardarmi.
L’indomani la vidi pallida e con gli occhi rossi, ma non le dissi nulla. Solo, in un momento in cui non c’era mi vestii e mi assisi accanto al fuoco e quando essa entrò le dissi che volevo partire.
“Hai ragione – rispose essa con freddezza. – Ti abbiamo molto mal trattato, e certo non vedi l’ora di andartene”.
“Dio ne guardi! – gridai io. – Anzi avete fatto tutto ciò che io non meritavo! Mi avete salvata la vita ed io me ne ricorderò sempre. Voglio andarmene per togliervi il disturbo. Ah, Cosema, cosa hai tu detto! Ma mi prendi per un animale? Io non so cosa fare per sdebitarmi di tutto ciò che ti devo. Parla; chiedimi ciò che tu vuoi e farò tutto per te…”.
Non avevo ancora ben pronunziate queste parole che già me ne pentivo, perché vidi gli occhi di Cosema brillare di gioia. Ah, se mi avesse chiesto l’impossibile… di amarla…
“Allora rimani finché sarai ben guarito!” rispose ella. Rimasi. Tanto più che mi sentivo incapace di intraprendere il viaggio, così debole, e col tempo pessimo che regnava. Ma non mi sentivo tranquillo e un presentimento mi diceva che avrei finito col cedere alla misteriosa seduzione di Cosema. Lottavo con tutte le forze, ma l’immagine della bella ragazza, per lo più reale, s’imponeva al mio pensiero e il ricordo del suo bacio mi faceva tremare più della febbre.
Invano pensavo intensamente a Simona, al suo stato, alle mie sacre promesse: quando più forte era la mia decisione, ecco Cosema lì, davanti a me, affascinante, bella, che mi incantava col suo sorriso, col suo sguardo fisso nel mio, col quale mi diceva tante cose che non osava esprimermi a voce. Signor Iddio! Che spasimi, che tentazioni, che guerra! Piangevo come un bambino, e più di una volta, nella notte fonda, mentre imperversava la procella, fui per fuggire da quell’inferno dicendomi ch’era meglio morire fra i monti, che vivere così. Perché mi avevano salvato? Perché?…
Il dolore interno accresceva il mio male; avevo la febbre nel sangue e nel cervello e mi pareva di odiare Cosema a cui dovevo tanto; Cosema che ogni notte veniva a darmi il solito bacio, all’oscuro. Così non poteva durare. Finii col credere che tutto fosse un sogno, un’opera del demonio, e fisso in quest’idea decisi di accertamene. Non l’avessi mai fatto!…
Una notte, mentre Cosema mi baciava, le afferrai le mani e spalancando gli occhi la fissai alla luce incerta del fuoco. Ella non disse nulla, ma tremò tutta e aspettò che parlassi.
“Cosema… che vuol dire ciò?…” chiesi severamente.
Essa si lasciò cadere in ginocchio e nascondendo il volto fra le mani mormorò: “Perdonami!… T’amo da morirne!…”.
Anch’io cominciai a tremare; pure, facendo il forte, esclamai:
“Che hai tu detto? Ma non sai che sono ammogliato?…”.
“Non è vero!… So tutto… So che sei fidanzato e so lo stato in cui si trova Simona… Però so anche che tutto il villaggio dice che tu non sei il solo padre di…”.
“Cosema! – gridai fuori di me. – Non calunniare nessuno! Dimmi che m’ami, che mi vuoi… ma non calunniare…”.
“Dico ciò che ho inteso. Ma non gridare così! Peppa potrebbe svegliarsi e accorgersi di tutto… Non perdermi perché t’amo!…”.
Era così supplichevole che, abbassando la voce, le chiesi fremendo la spiegazione delle sue orribili parole. E lei mi raccontò mille storie che non ricordo bene, che non sentivo bene, ma dalle quali emergeva chiara per me una sola cosa. Che io ero mistificato in una guisa infame e che Simona non m’amava, ma lo fingeva per coprirsi di una colpa di cui non io solo era il complice… Oh, che orrore, che orrore!
– Che miserabile!… – esclamò Simona, interrompendo il racconto di Elias, livida in volto, agitando le braccia. Ma Tanu, il fratello, che la pensava diversamente, ascoltando Elias con un sorriso acre d’incredulità, sicuro che tutto il racconto era una fiaba, la calmò a stento, e disse beffardo:
– Prosegui e sii più breve…
– Sarò breve. Cosema mi promise delle prove, poi, tutto ad un tratto, si mise a piangere disperatamente, singhiozzando.
“Ebbene, – chiesi io sorpreso, – e ora perché piangi?…”.
In realtà, non potevo trattenermi neppur io, e un nodo mi serrava la gola. Credevo e non credevo a ciò che Cosema m’aveva detto e mentre sentivo una pazza voglia di schiaffeggiarla, avrei voluto baciarla dicendole: “T’amo e disprezzo Simona!…”.
“Perdonami… perdonami… – ripeteva essa con la voce rotta dal pianto. – So che non puoi amarmi, che ami quella… Perdonami se non ho potuto resistere… ma ti amo tanto… ma sento morirmi… ma se tu non avrai pietà di me accadrà qualcosa di fatale…”.
“Cosema, Cosema. – le dicevo io, – come puoi tu amarmi? Io sono povero, e i tuoi parenti, anche se io t’amassi, non acconsentirebbero”.
“Io non ho parenti! Son padrona di me e farò ciò che mi piacerà. Ma tu non puoi, non vuoi amarmi, tu ami quella… – e accentava con disprezzo la parola <I>quella</I> – tu mi lascierai morire…”.
“Oh, Elias, se tu sapessi come soffro! Ti ho amato dal primo vederti e subito mi accorsi che la tua entrata in casa mia doveva portarmi la morte! Ma io non ti chiedo nulla, nulla. Se vuoi andartene vattene, ma ricordati di me… Fa conto di non aver inteso nulla dalle mie labbra e sposa Simona, ma quando sarai infelice rammentati che io sono più infelice di te…”.
Così Cosema parlò lung’ora, sempre china su me, bruciandomi il volto col suo alito ardente, bagnandomi le mani con le sue lagrime. Non sapevo in qual mondo mi fossi e mi morsicavo le labbra, rattenendo a stento il pianto e le bestemmie che in pari tempo mi salivano dal cuore che mi saltava in bocca.
Il fuoco si spense e rimanemmo all’oscuro.
“Addio, addio!… – disse Cosema. – Ora me ne vado. Domani partirai e non ci vedremo più. Ricordati di me, Elias, ricordati. Addio, addio… Vattene pure; io non ti chiedo nulla!…”.
Non mi chiedeva nulla, ma intanto mi copriva il volto di baci e di lagrime; lagrime che parevano goccie di piombo liquido; baci lunghi, pazzi, che mi bruciavano le labbra, gli occhi, le guancie, che finirono col togliermi la ragione rimastami.
“Cosema, – dissi con voce rauca, stringendole la testa fra le mani e ricambiandole i suoi baci, – t’amo e rimarrò!…”.
– Due giorni dopo, – conchiuse Elias, – un prete venne in casa di Cosema e ci sposò, segretamente. Io avevo sempre la febbre e operavo automaticamente, senza quasi avvedermi di nulla.
Lo stesso giorno si fecero le pubblicazioni e tre settimane dopo davanti alla legge ero per sempre legato a Cosema. Sicché, quando passati i primi ardori, ritornai in me, e mi avvidi del mal fatto, e mi convinsi che le voci correnti sul conto di Simona erano vere calunnie, era troppo tardi!

– E chi ci assicura che tutta questa storia non sia una fiaba?… – esclamò Tanu con voce terribile.
Elias chinò il capo e nei suoi occhi morì la speranza. Dal volto dei suoi giustizieri, niente commossi dalle sue parole, egli vedeva la sua condanna, e provava il sovrumano strazio del condannato a morte nel fior degli anni, ma non voleva dimostrarlo per non parer vile.
– È vero! – disse. – Nessuno può difendermi…
Rivolse uno sguardo a Simona, ma gli occhi della giovine erano lontani dai suoi, e d’altronde? Anche volendolo essa non avrebbe potuto salvarlo.
– Tu morrai! – sentenziò cupamente il padre.
Si fece un lungo silenzio. La sorte di Elias era decisa; egli non doveva uscire da quella casa fatale dove dieci anni prima aveva passato tante ore felici. La storia di Cosema non aveva punto alterato i cruenti propositi della famiglia da lui disonorata, e il fucile brillava sempre nelle mani di Pietro, che si considerava la causa primiera della sventura di sua sorella.
E poi ora era una questione di vita o di morte. Perdonando Elias essi si perdevano perché egli si sarebbe certamente vendicato di quella terribile notte, vendicato a dovere, possente e ricco come egli era. Dunque doveva morire.
Nessun fremito di paura o di esitazione passava in quei cuori induriti da una vita aspra e stentata, che avevano per religione la vendetta, l’odio per Dio.
Una notte essi avevano giurato, intorno a quello stesso focolare, su quel medesimo fuoco che mai non si spegneva, di lavare col sangue l’offesa ricevuta, e, attesa per mesi ed anni, finalmente giungeva l’ora sognata.
E si accingevano a uccidere un uomo con un raccoglimento quasi religioso, sicuri di fare un dovere, convinti di mancarvi se perdonavano, a fronte alta, davanti a quel Dio di cui ignoravano le massime, che supponevano crudele al pari di loro…
– Vattene!… – disse Pietro a Simona.
– No, rimango sino all’ultimo!… – rispose la giovine con voce ferma che fece trasalire vivamente Elias.
Pietro alzò il fucile…
Il vento, la pioggia, i tuoni scrosciavano fuori con indicibile fragore; parevano urli umani e rovinare di montagne; la giusta ira di Dio per il delitto che consumavasi in quella casa nera e desolata, abitata da demoni in vesta d’uomini.
Pietro mirò Elias; ma mentre stava per calcare il grilletto un colpo secco e sonoro, che non era certo causato dal vento, batté sulla porticina sprangata che dava sul cortile. Si guardarono tutti spaventati, le labbra pallide, il cuore immoto, e il fucile ricadde sulle ginocchia di Pietro.
Chi poteva essere? Erano dunque scoperti… perduti?…
Ma repente Simona si alzò di scatto e gridando con terrore – Gabina! Gabina!… – si slanciò verso la porta, a salti, fremendo, come una iena ferita, e aprì…
Trovò infatti la piccina, stesa per terra, bagnata e svenuta. Gabina visto e udito tutto, non aveva potuto resistere, ed era svenuta, piena di spavento e d’orrore…
– Figlia mia!… Gabina, Gabinedda… figliolina mia!… – diceva Simona prendendola fra le braccia e portandola accanto al focolare. Vistala così livida, fredda, bagnata, con gli occhi chiusi e il volto ancora scomposto dallo spavento, Simona la credé morta e dimenticando del tutto Elias che divorava la bimba con gli occhi si mise a piangere spasmodicamente, chiamandola coi più dolci nomi e spogliandola dalle vesti inzuppate, riscaldandole i piedini contratti e baciandola furiosamente.
Ma Gabina non dava segno di vita.
– Gabinedda… Gabinedda mia… figlia mia… cuor mio, dolce cuor mio! Ahi! È morta… è morta… la figlia mia adorata, la sola mia gioia!… Fiorellino mio, Gabina, povera, povera… Come faccio io… Dio mio, Dio mio, come farò… È morta… vedete, babbo mio, toccate, è morta… è fredda… è morta, Dio mio!…
Simona gesticolava e smaniava; pareva impazzisse, e a momenti parlava, a momenti sorrideva sembrandole che Gabina tornasse in sé, poi ricominciava a piangere come una pazza.
Tanu e Pietro intanto si guardavano confusi e interdetti. Certo la piccina aveva inteso e visto tutto. Dunque?…
Elias taceva e fissava sempre la bimba, cupo e disperato.
– Oh, se fosse morta, se fosse morta davvero?
Zio Tottoi invece, ch’era molto superstizioso, sorrideva amaramente pensando che là sotto stava la mano di Dio che li puniva, o almeno li avvertiva; la luce inondava l’anima del vecchio e un grande pensiero gli brillava nella mente. Prese Gabina dal grembo di Simona e la pose fra le braccia di Tanu dicendogli:
– Portala su, al letto… e tu Pietro, corri e fa venire il medico…
– Babbo!?! – esclamò il giovine spalancando gli occhi e accennando Elias, mentre Tanu, obbediente, usciva con Gabina fra le braccia e Simona dietro col lume.
– Va! – rispose il vecchio. – Va ti dico. Non accadrà nulla di male!…
Fidente nel padre, Pietro che adorava la nipotina, che anch’egli credeva morta o in fin di vita, depose il fucile e uscì…
Dopo un momento zio Tottoi si avvicinò alla porta e chiamò:
– Simona, Simona! Scendi… -. La giovine scese subito.
– Simona – mormorò il padre con voce solenne e misteriosa. – Gabina ha visto tutto. È la mano di Dio… Simona…
La giovine comprese; rimase immobile, muta, gli occhi fissi su Elias, i grandi occhi nel cui fosco brillare si leggeva una vera battaglia interna. – È la mano di Dio!… – ripeté il vecchio.
A un tratto Simona si slanciò verso Elias e sciolse le corde; libero che fu lo prese per mano, lo condusse al cortile, gli aprì il vecchio portone e lo spinse nella via dicendogli:
– Vattene e ricordati di tua figlia!… – E rimase lì finché il passo di lui non morì in lontananza, fra gli urli della procella.

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