Grazia Deledda – Festa nel convento

Lungo, rigidissimo era stato l’inverno, e le suore di Montalto ne uscivan fuori bianche, fredde come conservate nel ghiaccio: poiché il loro Convento è ancora come ai tempi della sua millenaria fondazione, affacciato fra due sproni di monti, attaccato al resto del mondo solo da una corda di sentiero, cinto di tristi cortili, e, all’interno, con le cucine che sembrano grotte, gole di montagna i lunghi corridoi sempre pervasi da una corrente gelida, senza riscaldamento, senza luce. Il refettorio, che ha l’aria di un coro, con le panche e le lunghe tavole scure lucidate dal tempo, guarda su un cortile, ed è ancora illuminato, a sera, da lampade a olio: più allegra la foresteria, con la mensa sempre apparecchiata, sotto una finestra verde di orto: ma poche volte all’anno questa sala viene aperta, oltre che nei giorni delle due feste annuali del Convento. Due, ma due! E sono come il riaprirsi e il richiudersi della gioia del sole, su questa solitudine aspra e brulla: una a Pasqua, l’altra a settembre.

La Madre Priora si sveglia, una mattina ancor prima dell’ora consueta, e pensa, con istinto di angoscia, che bisogna cominciare i preparativi per la festa. Ella è così aderente alla sua vita metodica, un giorno come l’altro, e tutti di privazione, di vigilanza, di economia e di silenzio, che il solo pensiero della confusione festiva le dà un senso d’incubo. Ma immediatamente vince sé stessa; imponendosi di rallegrarsi e sopratutto di ringraziare Dio che riapre le nuvole e ridona alla terra e alle sue creature il tesoro del sole.

Si alzò, si vestì al buio: era già però un buio meno opaco e freddo delle notti scorse. Si sentiva giù nella valle il fiume torrentizio scorrere placato, e anche la Madre sentiva il suo sangue riprendere calore e forza: sopratutto forza.

Quando fu vestita accese l’antica lampada a tre becchi, che pareva un grifo d’argento, e aprì la finestra.

Un palpitare di astri al tramonto, un odore di pietre umide, il canto del gallo risposero all’inchino ch’ella fece salutando la nuova giornata: poi scese, e, quando le suore, al richiamo della campanella, che pareva sgorgasse da un sotterraneo, furon tutt’intorno a lei, disse con voce fredda:

– Sorelle, domenica è la nostra prima festa. Cominceremo oggi i preparativi: occorre fare i dolci e le ostie, il pane e i biscotti; procurarci il vino bianco e il capretto per i sacerdoti e per le autorità che verranno al pranzo. Bisogna dirvi però che è necessario industriarsi, con l’aiuto della nostra Madonna, poiché in cassa non abbiamo un centesimo.

Ella parlava come uno che si lascia cadere di mano gli oggetti, e non si cura più di raccoglierli: e la sua voce non solo era fredda, ma lontana, quasi sprezzante. Eppure le sue parole cadevano simili a scintille nel cuore delle sorelle, e vi accendevano un fuoco primaverile.

Così, senza rispondere, senza conferire fra di loro, tutte insieme si proposero di rendere, quell’anno, più ricca e solenne la festa. Questo proposito, del resto, era fermo nella mente della Madre: e più che altro in modo pratico. Appena il sole, non più freddo come il diamante, penetrò nella dispensa e v’indorò i bottiglioni, gli orci, i barattoli, ella ispezionò bene le sue provviste: scarse, invero, per una festa, ma che ricordavano il droghiere e il fornaio del paese, pronti sempre a far credito al Convento.

Fu dunque mandata suor Lisabetta, quella che faceva i dolci, a procurarsi le mandorle, i pignoli, la marmellata; mentre le altre lavavano e stiravano i paramenti sacri, ripulivano l’oratorio. Fu tirato giù e spolverato con religione commossa il quadretto miracoloso della Madonna del Monte, dipinto, o meglio graffito su una lastra di basalto grigio, trovato mille anni fa da un pastorello sulla cima di una roccia. Tre volte il misterioso dipinto fu portato nel castello; tre volte fu ritrovato sulla roccia; finché il Signore del luogo non fece costruire l’oratorio per deporvelo.

Nel riattaccarlo sopra l’altare, le suore piangevano di amore, chiedendo alla Madonnina di provvedere all’onore della loro festa.

Una sola non prendeva parte alle faccende delle compagne: suor Vittorina, la più vecchia di tutte, che non usciva dalla sua stanza, nella quale, oltre il resto, c’era un telaio a mano, col quale ella aveva tessuto, anni, anni e anni, la tela e le tovaglie per il Convento. Adesso, senza aver nessun male, non poteva più tessere, né fare le scale: anzi stava quasi sempre a letto: eppure, la vigilia della festa, anche lei, aiutata dalla suora alla quale aveva trasmesso il segreto della sua arte, si alzò presto e si sentì arzilla come un tempo.

Il sole rallegrava la grigia stanza dal basso soffitto di legno, e dalla finestra aperta si vedevano le rocce di basalto scintillare come per una luce interna.

Per la prima volta la vecchia suora domandò come andavano le cose della festa.

– Benissimo. Tutto è pronto. Anzi, adesso, col caffè, vi porterò i biscotti.

Questa notizia finì di esaltare suor Vittorina. Per un istinto di abitudine ella sedette davanti al telaio e prese fra le mani, simili a quelle degli ex-voto di cera appesi nell’oratorio, la spola gonfia di filo: l’accarezzò, se la mise in grembo, cominciò a pregare: e pareva sussurrasse tante piccole confidenze a quella sua compagna di pensiero, che aveva in qualche modo tessuto la trama dei suoi giorni. E si vedeva che doveva domandarle anche un consiglio, perché quando la spola, come per un moto di vita propria, le scivolò dal grembo e si nascose sotto il telaio, ella prese il filo per trattenerla, e, col viso rischiarato da una gioia puerile, disse sottovoce: – Tu hai ragione: ed io lo farò; vedrai che lo farò.

Quando tornò la suora per portarle il caffè, ella domandò di nuovo come andavano i preparativi. Tutto bene, con l’aiuto della Madonnina di pietra, ma tutto in debito. Anche il macellaio, al quale si doveva già un bel gruzzolo, aveva promesso di mandare un capretto tenero, e il droghiere i fichi secchi, i datteri, il marsala vero.

– E c’è bisogno di tutto questo sfarzo? – ella brontolò. – Gli altri anni non s’è fatto. E proprio quest’anno che si è in miseria?

– La Madre è fatta così – mormorò l’altra: e non fecero commenti; ma, si sapeva, la Madre, che era una nobile, ci teneva molto a far bella figura: magari, dopo, tutto il Convento avrebbe digiunato. D’altronde la suora giovane si rincorò subito:

– La Madonnina provvederà: e di qualche fedele non mancherà l’offerta.

Poi si piegò a cercare la spola, che la vecchia riprese in mano. Quel giorno suor Vittorina fu trascurata dalle compagne: tutte andavano e venivano, su e giù, per le scale e i corridoi, con un fruscìo d’ali: il Convento sembrava una gabbia di rondini.

La vecchietta però non si lamentava; anzi tendeva le orecchie all’insolito brusìo, e ricordava tante, tante cose. Quando le fu portata la minestra domandò per la terza volta notizie della festa.

– Tutto bene. Il podestà ha mandato un cappone che pare un maialino.

– Lui lo ha mandato, lui se lo mangerà – brontolò; e parve scontenta che cominciassero i regali e le offerte.

Al tramonto era ancora alzata: adesso, dai vetri chiusi, vedeva i monti color viola, sul cielo che aveva già un lieve rossore giovanile; dal piano terreno salivano odori di incenso e di zucchero bruciato, e con quelli le voci delle suore che, cantando il vespro, risonavano di vibrazioni appassionate. Un’atmosfera di festa fasciava già il Convento: e la più felice di tutte era lei, suor Vittorina, che ancora teneva la spola in mano come volesse portarla con sé a dormire, e poi sempre per l’eternità.

Venne finalmente la Madre, per la solita ispezione serale: e aveva fretta, più che mai una fretta di volo; ma la vecchia le afferrò la sottana e la tenne ferma, come appunto un uccello per l’ala.

– Sento dire che per la festa si fanno debiti, quest’anno…

L’altra la fissò, coi fieri occhi sdegnati, mutando però cipiglio quando vide suor Vittorina trarre dal petto, con un certo sforzo, come si trattasse di cosa pesante, un grappolo di scapolari e reliquie, e fra queste staccare un medaglione d’oro, ornato di perle.

– Sono perle vere, Madre. Domani compiono settanta anni che ho pronunziato i voti, ed ho peccato tenendomi questo ricordo. Ma più mai l’ho riaperto. L’offro per la festa: vendetelo, pagate i debiti. Prendetelo.

La Madre, corrucciata, esitava: d’un tratto lo prese e lo intascò, quasi fosse una moneta: e pensava di attaccarlo fra gli ex-voto dell’oratorio; poi decise di venderlo, ma prima ne trasse e prudentemente bruciò il piccolo ritratto d’uomo che il medaglione racchiudeva.