Grazia Deledda – Filosofo in bagno

Da cinque giorni il filosofo artritico faceva una cura di fanghi e di bagni caldi, in un modesto e quindi ancora tranquillo stabilimento termale; e dopo le abbondanti sudate e, sopratutto, dopo i casalinghi pasti quasi all’aria aperta, nel portico di una trattoria campestre là vicina, sentiva la sua mente riaprirsi alle belle speculazioni di un tempo.
Il sesto giorno scese senza zoppicare le scale, e imboccò con una certa sveltezza il corridoio sul quale si aprivano le celle di cura di seconda classe. Era di ottimo umore, tanto che, per la prima volta, diede confidenza al giovane erculeo bagnino che lo assisteva.
– Giovinotto, – gli disse, mentre questi lo aiutava a spogliarsi, – voi credete che io abbia scelto la seconda classe per economia? Povero, sì, ma non avaro. Ho scelto dunque la seconda classe perché le vasche vi sono più corte, basse, grezze; mentre nella prima sembrano tombe di porcellana: vi si scivola, vi si affonda: buone per lunghe dame nuotatrici, o per fratoni prosperosi. Noi, invece, come avete già constatato, e credo non senza una maliziosa soddisfazione, abbiamo un corpo tutto nostro speciale, e dico nostro intendendo la nostra classe di uomini celebri: corpo corto e panciuto, testa grossa e gambe piccole: tutto il contrario della gente creata da Dio per correre le vie del mondo e della felicità terrestre. E, ditemi una cosa, giovinotto – aggiunse, mentre l’altro, rispettoso, ma di un rispetto glaciale, e indifferente a ogni altra cosa che non fosse la sua faccenda, lo aiutava a sedersi e poi a coricarsi nudo supino sul lettuccio coperto di un rozzo lenzuolo caldo: – chi abita quella casetta bianca in cima al poggio, qui sopra lo stabilimento?
Il giovine non rispose subito, perché bussavano all’uscio, e, appena questo dischiuso, vi fu introdotto il secchio di fango bollente. L’odore dell’iodio rese più greve l’atmosfera calda e rarefatta del camerino, che al filosofo dava l’idea di una tazza di maiolica.
– Non glielo so dire, – rispose infine il bagnino, mentre gli plasmava il fango sulle gambe, – io non sono del posto. Vengo di lontano e non mi occupo della gente di qui.
Ma il contatto con la materia caldissima, che gli pareva lava, attutiva la curiosità del filosofo: una smorfia scimmiesca gli contraeva il viso, e per non lamentarsi sbuffava. Quando il peso ardente gli ebbe sepolte le gambe, e il giovine gli coprì il petto velloso, da prima col sudario di un asciugamano, poi coi lembi del lenzuolo, e infine lo sopraccaricò di coperte che gli ricordavano quelle per cavalli, riprese a parlare.
– Venite di lontano e non vi occupate della gente di qui. Vi si vede dal volto. E voi partite dal punto dove io sono già arrivato. Neppure l’uomo sepolto nel fango vi interessa.
Infatti il giovine aveva preso in mano il secchio e si scusava di dover subito correre a «fare un altro fango».
– A momenti sono qui; cerchi di sudare.
Senza cercarlo, già il sudore sgorgava dalle tempie, dalle spalle, dai fianchi del paziente. Egli se ne sentiva riempire gli occhi e le orecchie, e gli pareva che colasse lungo il collo come un rivoletto che rinfresca l’aridità di una china pietrosa. E ne provava contentezza. Era la prima buona sudata che faceva dopo cominciata la cura: segno che il suo corpo esausto riprendeva vigore e ricacciava il veleno che da lungo tempo lo intossicava.
Il pensiero della casetta in cima al poggio lo riprese, come una piacevole ossessione. Chiudendo gli occhi la rivede, quale essa, del resto, appare anche dietro i vetri appannati del camerino. È tutta bianca, sotto il cappuccio rosso del tetto nuovo, con le persiane d’un solo pezzo, quali usano nelle case dei contadini benestanti. Ma questa, più che un’abitazione colonica, ha l’aspetto di una villetta: forse ci abita un artista, forse una quieta famiglia borghese in villeggiatura.
È così graziosa e pacifica che tutto, sotto e sopra, ha un senso quasi di ascesi: le chine, con file di alberelli nani, salgono lente fino ai suoi piedi, e l’una gareggia con l’altra per il suo declivio dolce e vellutato, per il suo colore verde e oro, o verde argento; mentre l’estrema cima del poggio la ripara con la sua cupola scura, e due cipressi, sospesi sul cielo, sembrano fieri di essere arrivati i primi a godersela dall’alto con gioia paterna.
– Luogo di pace, sembra, – egli pensa, – e può essere invece luogo di dolore. Avidi e bestiali coloni l’abitano: le donne sono anchilosate dalla fatica, o afflitte da malattie loro speciali; i bimbi sudici, i vecchi ubbriaconi.
– Giovinotto, – risponde poi al bagnino, che è rientrato per chiedergli se sta bene, – io sto benissimo. Mi sembra, persino, di essermi trasformato in un tritone.
Il giovine ignora che cosa sia un tritone, e non osa chiederlo al filosofo, tanto rispetto questi gli inspira. Rispetto che non vien meno neppure quando egli scopre il paziente, ne raschia il fango dalle gambe stecchite, lo tira su come un povero Cristo del quale può fare un suo zimbello; poi lo aiuta a scavalcare la vasca da bagno, e quando sul misero corpo, che dentro l’acqua salsa a quaranta gradi, tende a salire a galla come fosse di gomma elastica, stende pietosamente un asciugamano dal petto al ventre: e tanto meno quando gli lava una dopo l’altra le gambe, ancora imbrattate di fango, e infine le mani, indugiandosi a pulire la destra gloriosa.
Il filosofo lo guarda, non senza una certa fredda tenerezza. Quella testa di Ercole imberbe, coi capelli castanei ricci così densi che sembrano di terra cotta, la bocca sensuale e triste, non gli desta invidia: solo pensa che gli farebbe comodo avere quotidianamente ai suoi servizi un domestico così forte, discreto, insensibile alle miserie ed ai fatti degli altri. A proposito, il ricordo della casetta bianca gli ritorna in mente: e, appena lasciato solo, si rimette a fantasticarci su. Adesso però la sua visione è ottimista; forse perché l’azione del bagno gli dà un senso di benessere fisico.
Bella gli riappare la casetta, come la si vedeva il giorno avanti, all’ora del tramonto: quasi rosea, e tutto intorno roseo, non per l’effetto del sole al declino, ma come per il riflesso del colore della vita intima che si svolgeva dentro le sue camere. Poiché le finestre erano state tutte spalancate, per ricevere completa la gioia del tramonto; e il filosofo pensava chi poteva averle aperte così. Forse una giovane sposa che col suo compagno novello passa la luna di miele nel delizioso rifugio; o uno studioso in beata solitudine; o una mamma felice, i cui numerosi bambini giocano sotto il pergolato, arrampicandosi fino ai cipressi della cima.
Egli non ricordava di aver veduto il fumo salire dal comignolo della casetta, ma gli pareva di veder egualmente il fuoco acceso nel camino della cucina volta a nord, e la serva squadrata, dalle gambe nude di basalto, appendere al gancio il paiolino per il purè di patate.
L’antica poesia della casa e della famiglia è dunque viva ancora, in qualche angolo del mondo, e il cuore del filosofo se ne rallegra, come se quest’angolo sia il suo stesso vecchio cuore, riscaldato dal bagno salutare e dalla speranza di una sua guarigione non solamente fisica.
Rinnovarsi; sentirsi ringiovanire: poter ancora ridere e amare! Tanta è la sua soddisfazione che, mentre la sua testa di bronzo sta fissa sulla tavoletta in cima alla vasca, le braccia hanno qualche velleità di nuoto: egli ancora sente davvero l’agilità e la forza di un tritone.
Il socchiudersi dell’uscio gli fece smettere gli esercizî. Il bagnino rientrava, abbracciato al lenzuolo caldo che doveva avvolgere il filosofo: e questi tentò di sollevarsi da sé, ma scivolò e ripiombò miseramente dentro la vasca.
Il giovane gli porse la mano, lo tirò su come un naufrago; e, quando lo ebbe avvolto bene nel sudario, disse:
– Professore, ho domandato per quella casetta bianca, lassù. Non ci sta nessuno: è da vendersi o da affittarsi.