Grazia Deledda – Il dio dei viventi

Iddio non è Dio dei morti, ma Dio dei viventi.

MARCO, XII.

Le cose erano andate come la famiglia Barcai sperava. Il fratello maggiore, Basilio, scapolo ma padre di un figlio illegittimo, era morto senza lasciare testamento. Così i suoi beni tornavano al fratello minore Zebedeo; il patrimonio Barcai si ricomponeva come ai tempi del vecchio nonno il quale aveva costretto due suoi figliuoli a farsi preti e una figlia a non prendere marito perchè i suoi beni non andassero divisi.

E la tradizione prometteva di continuare perché Zebedeo non aveva che un figlio e la gente diceva che quel figlio era rimasto unico per volontà dei genitori nella speranza appunto che lo zio morisse scapolo.

Le cose erano dunque andate come si prevedeva e la gente, data la tradizione dei Barcai, non si meravigliava della poca coscienza di Basilio, il quale non aveva lasciato nulla al figlio, e che d’altronde era morto d’improvviso d’un male al cuore da lui sempre trascurato.

Nonostante l’eredità la sua morte aveva impressionato profondamente il fratello, col quale si amavano sempre come da bambini e si aiutavano negli affari e nelle vicende della vita. Abitavano la stessa casa divisa in due parti eguali col cortile in comune: una parente povera faceva i servizi a Basilio e poichè era molto vecchia la moglie di Zebedeo l’aiutava.

La sera dopo il funerale Zebedeo uscì di casa tutto incappucciato e andò dall’amica del fratello.

Il suo pensiero fisso era di aiutare in qualche modo lei e il ragazzo: la sua coscienza glielo imponeva nettamente.

La donna abitava non troppo distante, in una casetta di proprietà del morto: anzi Zebedeo ricordava che la relazione peccaminosa era nata appunto dal fatto che lei e il marito, fabbro ferraio, tenevano da molti anni la casa in affitto; un giorno l’uomo decise di andare in America in cerca di fortuna e durante la sua assenza la moglie si consolò col padrone di casa.

Avvertito da lettere anonime il fabbro era tornato col proposito di spaccare la testa col suo martello ai due amanti; ma in viaggio lo aveva colto una paralisi alle gambe; la gente diceva per opera d’una malia della moglie.

Il fatto sta ch’egli s’era fermato nel paese di sbarco dove con l’aiuto dei quattrini portati dall’America aveva aperto un negozio di ferramenta che gli rendeva molto.

Di tanto in tanto scriveva lettere violente alla moglie minacciando di ucciderla, poi non si faceva più vivo.

*

Zebedeo pensava a tutte queste cose camminando rasente i muri per non farsi riconoscere dai pochi passanti. La notte era chiara, illuminata da una vivissima luna: quando attraversava qualche spazio libero egli vedeva la sua ombra disegnarsi sul terreno con contorni nettissimi come una figura dipinta in nero, una figura diabolica, con quel profilo del cappuccio del cappotto corto stretto alla vita, le gambe lunghe chiuse dalle ghette di lana.

Le sue scarpe erano pesanti; tuttavia egli camminava lieve, agilissimo com’era, tutto muscoli e nervi; se nemici l’avessero assalito si sentiva capace di difendersi con le sue sole mani afferrandoli e atterrandoli in gruppo. Ma egli non aveva nemici e nessuno pensava ad assalirlo in quella mite notte di aprile.

Eppure aggrottava le sopracciglia e stringeva i pugni istintivamente come se un pericolo occulto lo minacciasse. Pensava alla morte del fratello: ecco, uno se ne va tranquillo per la sua strada sicuro di sè e degli altri e allo svolto un fantasma lo aspetta, gli dà un colpo, lo fa stramazzare.

Il suo viso era così corrucciato e scuro fra il nero della barba e dei capelli che la donna venutagli ad aprire provò un senso di paura: o almeno lo finse.

Tuttavia lo fece entrare subito con premura silenziosa, e con voce turbata lo invitò a sedere.

Egli sedette, rigido con le grandi mani nere sulle ginocchia.

Il fuoco era ancora acceso nel camino e un certo senso di benessere si avvertiva intorno, in quella cucina pulita ove ogni oggetto era a posto e la tavola lavata sembrava nuova. Una sedia, bassa accanto al focolare aspettava un visitatore che non doveva arrivare mai più; e poichè Zebedeo s’era seduto lontano dal camino quasi avesse paura, o sdegno della luce e del calore del fuoco, i grandi occhi neri della donna corsero a quella sedia vuota subito illuminandosi di lagrime: il suo viso però non si scompose, sottile acuto, con qualche cosa che ricordava a Zebedeo la faccia della faina.

Egli la guardava in silenzio. Tu non mi imbrogli con le tue lagrime, pensava, osservando ch’ella era vestita completamente di nero come una vedova, con un giubbettino che dava risalto alle forme procaci del seno.

– E il ragazzo? – domandò poi bruscamente.

– È già a letto: non sta molto bene.

– Cos’ha? – egli insistè con premura esagerata. – Se sta male devi curarlo. Chiama il dottore. Il dottore è obbligato a venire, quel mangia tutto, che lo possano ammazzare entro otto giorni.

La sua voce era squillante sebbene egli parlasse a denti stretti scandendo le parole, con pause profonde fra un periodo e l’altro, come suonasse una campana e per il primo desse ascolto ai rintocchi.

Anche il suo sdegno contro il dottore era ostentato: la donna ebbe un fugace sorriso cattivo.

– Non occorrerà, il dottore, che il fuoco lo bruci, – disse anche lei con accento di malevolenza; – a me non garbano le sue visite, e ne faccio sempre a meno. Il ragazzo lo curo da me, quando occorre; chi è che non sa curare un ragazzo? E anche un grande, se occorre. Se….

“Se Basilio si fosse confidato con me, se fosse stato qui al momento del male forse lo avrei salvato” voleva dire, ma non lo disse: aveva un certo pudore a pronunciare quel nome davanti a Zebedeo e anche lui d’altronde pareva volesse evitare di ricordarlo.

– Il ragazzo studia? L’ho veduto un giorno che tornava di scuola e continuava a leggere per strada. Ha due occhi neri che parlano e ridono da soli.

– Il ragazzo studia, – ella confermò con voce bassa, e sorda; e sospirò profondamente. – Povero Salvatore! Mamma, mi dice sempre, quando ero nella culla tu mi cantavi una canzone che diceva: cresci e diventa studente, gioiello mio, che la tua fama si spanda dalla Corte di Roma alla Corte di Spagna. Ecco perchè mi sono messo in mente di studiare e diventare dottore.

Ella si piegava e si dondolava un poco quasi stesse ancora a cullare il suo bambino; ma si raddrizzò ostile nel sentire le parole di Zebedeo.

– Il mio Bellia invece non ha voluto sentirne, di studiare; fatta la terza disse: basta oh adesso, anche se mi mandate a scuola io me ne vado nel podere e mi metto a zappare.

– Il tuo Bellia ha ragione: che se ne fa dello studio lui che ha tanta roba a cui badare?

Richiamato allo scopo per cui era venuto, l’uomo aggrottò le ciglia e chiuse un po’ gli occhi come per guardare dentro sè stesso e ascoltare meglio la sua coscienza: e si fece forza per pronunziare finalmente il nome del fratello.

– Lia, – disse con tristezza – tu sai che Basilio non ha lasciato nessuno scritto. Abbiamo cercato da per tutto inutilmente: indosso non aveva nulla o nulla si è trovato a casa. A te, Lia, non ha mai consegnato qualche carta?

– A me nulla, Zebedeo, ma mi diceva sempre, fino alla vigilia della sua morte, che avrebbe provveduto a me e al ragazzo come fossimo legati a lui dalla legge.

– Lia, – egli riprese dopo un momento di silenzio, – mi hanno riferito che tu oggi saputo che non si è trovato nessuno scritto, ti sei buttata per terra strappandoti i capelli, e che gridavi chiedendo giustizia a Dio; gridavi in modo che una vera folla si è accumulata intorno a casa tua e molti volevano fare una colletta per il tuo Salvatore. Idioti e mendicanti lebbrosi che essi sono, – egli ringhiò ancora sdegnato, – che credono essi? Che i Barcai non abbiano un’anima e un onore?

La donna ascoltava intensamente; i suoi occhi si facevano più vivi, il suo viso più acuto; e pareva guatasse nell’ombra fissando l’uomo come una preda.

– Chi ti ha raccontato tutto questo esagerava, Zebedeo. C’è sempre gente che prende gusto e seminare zizzania. Io piangevo, è vero, ed è da tre giorni che piango; ma piango lui, non la sua roba. Egli non tornerà più qui, questo solo mi fa urlare, per il resto c’è Dio. Per allevare mio figlio e farne un uomo basto io sola con le mie braccia. Andrò a spaccare pietre se occorre ma nulla mancherà alla mia creatura. Per il resto c’è Dio, – ripetè; e le sue parole avevano qualche cosa di nascosto, di misterioso.

– Che cosa vuoi dire con questo?

– Che Dio vede tutto. Se Basilio ha creduto di far così, vuol dire che Dio voleva castigarmi per mezzo suo. Tu hai peccato, mi dice, e tu alleverai il figlio della colpa fra il dolore e la povertà. Dio è giusto; è la giustizia stessa.

– Tu non mancherai di nulla. La casa ce l’hai, le provviste non ti mancheranno. Se tuo figlio non potrà diventare maestro o dottore diventerà contadino o pastore; ma nulla ti mancherà.

– Se Basilio fosse vissuto mio figlio non diventava nè contadino nè pastore, – ella disse con fierezza; e subito Zebedeo intese ch’ella pretendeva si facesse continuare a studiare il ragazzo; ma egli aveva ben altre idee e in fondo era geloso dell’intelligenza e delle buone disposizioni del piccolo Salvatore: perchè Salvatore doveva diventare un dottore mentre Bellia rimaneva un contadino?

Lì per lì non seppe dunque rispondere sebbene sentisse lo sguardo di Lia penetrargli fino all’anima: e aveva l’impressione che ella gli leggesse nel pensiero e indovinasse tutto di lui: ma lui non era un uomo debole e quello che voleva voleva. Riprese:

– Io non so che intenzioni avesse Basilio riguardo al ragazzo; non me ne parlò mai. Eravamo molto legati, molto fratelli, ma riguardo ai suoi fatti intimi era molto chiuso. So però una cosa: che egli non amava la gente che va fuori del paese. Diceva: se Dio ci ha fatto nascere in questo posto vuol dire che dobbiamo viverci; più si sta raccolti in una casa o in un ovile più si sta bene e tranquilli. Era un uomo di senno, Basilio.

– Era un uomo di senno – confermò la donna: – ma a me diceva che non bisogna farsi padroni della volontà altrui. Dio ci ha messo in un posto, sì: ma se uno vuole camminare e andar lontano è segno che Dio comanda così. Gesù e gli apostoli sono andati lontano, fino al mare e fino a Roma; ed erano chi erano.

L’uomo parve colpito da questa osservazione; subito però scosse la testa con evidente sdegno: che forse la donna voleva paragonare suo figlio a Gesù o ad alcuno degli apostoli?

– Quanti anni ha adesso tuo figlio? – domandò brusco.

– Mio figlio compie adesso dieci anni, il Signore lo benedica e lo faccia arrivare a cento.

– Non avrebbe intenzione di farsi prete?

Nonostante il suo dolore la donna ebbe un lieve riso sincero.

– Mio figlio è religioso, ma i suoi occhi non dicono no in verità ch’egli pensi a farsi prete.

– Eppure è l’unico posto buono, per un uomo, – egli disse convinto. – Mi fossi fatto prete, io. Vivevo bene in questo mondo e salvavo l’anima mia per l’altro.

– E chi ti impedisce di viver bene e di salvarti l’anima? Non dispero di salvarla io, che ho peccato e dato scandalo, e pensi di perderla tu? Che hai fatto di male? Delitti non ne hai commesso, e neppure ti sei preso la roba altrui.

Ella lo fissava; ma pareva più che altro vivamente curiosa di sapere in che egli poteva peccare.

Egli disse fra l’aspro e l’umile:

– Siamo tutti soggetti all’errore e quello che non s’è fatto finora si può fare in avvenire. E non tutti i peccati consistono nel rubare.

– Questo è vero; e puoi portarmi l’esempio del tuo stesso fratello. Era un uomo saggio eppure peccò. Dio lo perdonerà per le sue buone intenzioni poichè dopo tutto se egli non ha potuto saldare il suo conto in vita è perchè c’era ostacolo. Tante volte noi pecchiamo contro la nostra volontà. Egli stesso lo diceva. Del resto egli viveva con me come fossi la sua moglie legittima e Dio lo avrà perdonato, lo sento nel profondo dell’anima.

E d’un tratto ella piegò la testa profondamente come stroncata dai ricordi e dalla pena, e pianse forte.

Ogni parola di lei era una frecciata per Zebedeo, e quel pianto invece di commuoverlo lo irritò: credeva di capire le allusioni di lei sempre tese allo stesso scopo; che cioè i parenti di Basilio la escludessero dall’eredità nonostante le disposizioni del morto; ma era un uomo di coscienza, lui, e voleva chiarire le cose.

– Sono un uomo di coscienza, Lia – disse con calma; – e ti ripeto che non aggraverò i peccati di Basilio davanti al Signore. Sono qui per questo. Ascoltami: è inutile continuare con chiacchiere vane. Appena passato il primo grande dolore per la morte di Basilio tutti noi abbiamo pensato subito a te e al ragazzo animati dalle migliori intenzioni. Mia moglie sopratutto si preoccupava di questo; ma poi vennero a riferirci della tua scena, dei tuoi gridi, delle tue accuse, e i parenti tutti ti divennero ostili. Lasciamola quale nemica che è, – dissero. Vuoi sapere una cosa, Lia? Io sono venuto qui stasera di nascosto a insaputa della mia famiglia; e sono qui per dirti: Lia, fa il tuo dovere; rimani a casa tua a fare le tue faccende e non chiacchierare non dare ascolto nè soddisfazione ai vicini ed ai lontani. Io penserò e provvederò a te ed a tuo figlio; vedrai che sarai contenta. Che vuoi fare altrimenti? una lite non puoi intentarla; è meglio quindi che tu accetti la mia buona volontà.

La donna. piangeva.

– Non m’importa di nulla, – disse con voce cavernosa; – nessun bene del mondo può compensarmi del bene perduto.

*

Zebedeo s’alzò un poco infastidito. Nel venire da Lia egli s’era aspettato urli improperi e maledizioni; nel vederla così piegata e rassegnata al suo destino provava un certo malessere; l’avrebbe preferita violenta e accusatrice; ma la sapeva già, sebbene la conoscesse poco, donna lusinghiera e finta, di modi insinuanti; giusto per questo aveva abbindolato il povero Basilio.

Dritto davanti a lei con una mano appoggiata aperta sulla tavola la guardava dall’alto aspettando che ella finisse i suoi lamenti.

– Coraggio, – disse infine, come le facesse le sue condoglianze. – Siamo nati per soffrire. E anch’io non dovrei continuare a piangere? Era mio fratello, dopo tutto. Il tempo guarirà il nostro dolore. Addio.

S’avviò senza porgerle la mano. Ella si alzò di scatto e vide che egli aveva lasciato sulla tavola un biglietto da cento lire: e sulle prime ebbe voglia di afferrare il foglio e buttarglielo dietro; poi tremò e si irrigidì in pari tempo come un cavallo frenato e raggiunse a lunghi passi l’uomo fin sulla porta salutandolo umilmente.

Ma quando fu sola prese il biglietto e lo spiegò fra tutte e due le mani guardandolo come per esaminare se era buono; e subito dopo sollevò e scosse le braccia in direzione della porta maledicendo l’uomo e tutta la sua generazione.

*

E Zebedeo, di fuori, sentiva ch’ella faceva così e aveva un po’ di paura perchè infine, pensava, Salvatore era figlio di Basilio e aveva diritto naturale, se non per legge, all’eredità.

Dio dispone così. Ma il mondo ha quasi sempre più ragione di Dio; il mondo non permette che un figlio illegittimo prenda l’eredità paterna, e dopo tutto le leggi sono fatte da uomini saggi che forse e senza forse sono inspirati da Dio.

Se la legge dispone così vuol dire che un certo castigo deve pesare sul figlio del peccato. Questo poi l’ha detto proprio Dio che i figli devono scontare le colpe dei genitori.

– Noi camminiamo guidati da Lui, se Lui vuole che io faccia così è segno che devo far così.

Ma intanto aveva paura della maledizione della donna ed anche delle sue fattucchierie. Sapeva per esempio che in quegli ultimi tempi per quanto lei adesso mostrasse tanto dolore non correvano più buonissimi rapporti fra lei e Basilio; ed essa gli augurava del male: forse lo aveva fatto morire lei.

Che vada dunque al diavolo anche lei. Ed egli fece le fiche per scongiurare il malaugurio, ma guardava per terra e gli pareva che di tanto in tanto il terreno si spaccasse per lasciar intravedere una misteriosa profondità d’acqua e di fuoco. Erano pezzetti di vetro che scintillavano alla luna.

*

Finalmente le visite di condoglianze erano terminate e le donne si affaccendavano a rimettere in ordine la casa.

La serva, una ragazza che rassomigliava a Lia ma molto giù giovane e acerba, aveva riacceso il fuoco e rimesso la caffettiera a bollire, sapendo che questo era il maggior conforto delle sue padrone e anche suo: e pensava con sollievo che finalmente il padrone anziano se ne sarebbe andato in campagna come già se n’era andato il padrone piccolo.

Erano autoritari e pretensiosi, gli uomini, quando stavano in casa. Il padrone anziano voleva che la serva gli versasse anche l’acqua da bere e gli lavasse i piedi come una schiava.

Quei giorni poi era più inumano che mai: il dolore per la morte del fratello pareva lo inasprisse e lo rendesse malvagio, invece di ricordargli che tutti dobbiamo morire.

Ecco che seduto ancora al posto dove da tre giorni riceve le condoglianze degli amici e dei conoscenti, ancora fermo e rigido dentro il suo cappotto come un diavolo in penitenza, grida alla ragazza che vada a prendere il cavallo dalla stalla e lo conduca all’abbeveratoio.

– E non montarci su, non farlo bere in fretta.

– L’ho fatto già bere qui, con l’acqua del pozzo pulita come l’argento.

– Oh!

Un oh, solo; ma urlato in modo tale che la ragazza balzò come sotto una sferzata e corse via.

Il fatto è che il padrone voleva per qualche momento liberarsi di lei e della sua curiosità; voleva parlare alle donne, prima di andarsene in campagna, alleggerirsi di un peso che gli gravava sull’anima e sul corpo.

– Zia Annia, – disse non senza una certa trepidazione, – bisogna che parliamo di una cosa; e tu, Maria Caterina, mettiti a sedere finalmente.

La moglie non se lo fece ripetere; era una piccola donna pingue e remissiva che sarebbe rimasta tutta la sua vita a sedere senza far niente, felice solo di quello. Sedette accanto a lui e riprese istintivamente l’atteggiamento composto e tragico di quando riceveva le condoglianze.

La vecchia zia Annia continuava invece ad andare e venire appoggiando l’altissima persona scarna e curva a un bastoncino che non lasciava mai: le sue lunghe vesti nere strascinavano per terra, tutte di lana grossa, e pure di lana era il fazzoletto che le circondava il viso grande terreo col lungo labbro sardo e gli occhioni scuri cerchiati.

Andava e veniva; aveva sentito e forse anche capito il richiamo di Zebedeo, ma fingeva il contrario, occupata a riempire d’olio i lumi d’ottone disposti sopra il camino, e una lanterna che serviva alla notte per andare nel cortile o nella stalla.

– Zia Annia, – ripetè Zebedeo sforzandosi a parer gentile, – venite a sedervi qui, per piacere. Ho da chiedervi un consiglio.

Ella depose l’oliera, si pulì le mani, tutto con lentezza, assorta in un suo pensiero dal quale nulla valeva a distoglierla.

Quando finalmente le piacque andò a sedersi anche lei in fondo alla stanza, dove questa si svolgeva in una specie di abside con una finestra adesso chiusa, come tutte le altre della casa, per il lutto.

– Si tratta di quella donna, – disse Zebedeo, – di Lia, dell’amica del beato Basilio insomma.

La vecchia rispose secca.

– Se tu sei uomo di fegato devi trovare subito il modo di farla tacere.

– E come? – egli domandò piccato; – ditelo voi, il come.

– Sai quello che hanno fatto a donna Maria Deliperi, sebbene nobile e ricca. Aveva la lingua lunga e amava gli scandali: ebbene, tu sai quello che gli avversari le hanno fatto. Tu lo sai.

Egli lo sapeva. A questa Donna Maria Deliperi gli avversari avevano fustigato il sedere nudo con una corda di pelo sino a farlo sanguinare; e sulle piaghe vive sparso il sale, in modo che la donna dalla lingua lunga era stata in pericolo di vita.

– Gli avversari di donna Maria Deliperi avevano ragione di farle quanto le hanno fatto. Eppoi erano altri tempi. Io non mi sento da tanto.

– Ma c’è anche il giudice, – propose timidamente la moglie. – Egli condanna le persone diffamatrici.

– Io, – riprese con accento di odio la vecchia, – ho sempre avuto il presentimento che quella demonia ci portasse la sventura in casa. Sempre ce l’ha portata del resto, fin dal malaugurato giorno che fissò gli occhi di serpente sul nostro povero Basilio. Lo aveva incontrato, lo aveva legato a sè con malìe infernali. Ci fu un tempo in cui lo spronava anche al delitto: posso dirvelo in coscienza, perchè qualche volta il povero morto aveva momenti di confidenza con me. E mi diceva: zia Annia, forse mangerò il pane del re: vale a dire, forse andrò in prigione. Perchè la vipera lo consigliava ad ammazzare il marito non riuscendovi lei con le sue fattucchierie. E il marito lo sapeva e lo sa, disgraziato; per questo, per paura, non è ritornato in paese. Un’altra cosa devo dire….

– Aspettate, – interruppe Zebedeo, infastidito da quel torrente di parole; – tutte queste sono chiacchiere; il fatto è che la donna ci diffama; qualcuno può non credere alle sue storie, ma i più vi credono. Bisogna farla tacere, questo è l’importante.

– Accoppala, ti ripeto; oppure ha ragione tua moglie, diamole querela.

– Oh donna di Dio! – egli sospirò; – il rimedio è peggiore del male.

– Perchè?

– Perchè se andate a molestare una vipera, questa vi morde con più furore.

– E allora che vuoi fare? Dillo tu.

– Io direi di prenderla con le buone; di aiutarla a campare.

– Ah, Zebedeo! E tu, dunque, te la vuoi mettere in seno, la vipera? Prova, prova: prova e vedrai.

– Infine, non è per lei, è per il bambino. È figlio del povero morto, e dobbiamo aiutarlo.

– Questo è vero. Ma non si potrebbe toglierlo alla donna e prenderlo noi? Basilio gli voleva molto bene, – disse la moglie.

La vecchia non rispose, ma sorrise con compatimento: aveva molto rispetto per Maria Barcai e la considerava come sua padrona; non la contraddiva, ma la compativa per le sue ingenuità. D’altronde anche Zebedeo diceva:

– Non è il caso neppure di parlarne; e non sarebbe coscienzioso il tentare di farlo. Eppoi mi dicono che il ragazzo è molto intelligente e attaccato alla madre.

– E la madre ne farà un nostro nemico, non dubitarne.

– Non ne dubito, no, se non procureremo di evitarlo.

– Ma che cos’è, dunque, che tu vuoi fare? E cedi dunque a quei due l’eredità, – disse la vecchia con ironia rabbiosa.

– Se Basilio avesse disposto così, io sarei pronto ad eseguire la sua volontà, – affermò Zebedeo con grave tristezza.

– Per fortuna Basilio ha lasciato a Dio la cura di provvedere a quella vipera. E Dio provvederà: non provvede a tutte le vipere della terra?

– Zia Annia! questo non è parlare degno di voi. Siete vecchia e vi ho conosciuta sempre saggia e timorata di Dio. Tutti possiamo avere del veleno in cuore; ma sotto il cuore c’è la coscienza.

– È vero, – approvò la moglie.

Anche la vecchia parve colpita dalle parole di lui.

– E di’ tu, allora, Zebedeo.

– Io ho detto. Bisogna aiutare la donna e il fanciullo. Bisogna non dare ascolto alle chiacchiere della gente: la gente ha gusto a spandere zizzania. Chiudete la porta alle donne sfaccendate, che vadano all’inferno a chiacchierare con Lucifero. Date retta; chiudete la porta.

La vecchia lo guardava fisso fra curiosa e beffarda: infine domandò:

– Per caso, ci sei stato anche tu nella tana della vipera?

Ed egli arrossì; ma parve un rossore di dispetto, o almeno per tale egli lo finse.

– E se ci fossi stato? Sono forse un uomo che deve aver paura delle vipere? Ne ho ammazzate millanta e una con la punta del mio bastone.

– E ti ripeto che faresti bene, non dico ad ammazzare, ma a pestare la lingua a questa.

– E, perdio, non è quello che dico? – egli gridò. -. Ma con le donne bisogna parlare tre ore prima di intendersi. Infine, il fatto è questo: bisogna far tacere la donna aiutandola. Mandiamoci della roba in casa, anche perchè il mondo veda. Altrimenti provvederò io: provvederò, anche perchè la coscienza così mi detta: ma poi non venite a farmi delle chiacchiere.

Egli alzava sempre più la voce e pareva provasse gusto a gridare, più per gridare, dopo tutti i bisbigli e le parole false di quei giorni, che per affermare la sua volontà.

La moglie aveva chinato la testa e si guardava le mani grasse incrociate sul grembo: per lei la volontà del marito era la sua, eppure non le dispiaceva in quel momento che zia Annia contrastasse con Zebedeo: perchè in fondo sentiva anche lei una paura superstiziosa di Lia: per troppo tempo poi aveva nutrito il terrore che l’eredità di Basilio andasse al bastardo invece che al suo Bellia.

La vecchia diceva dunque, senza alzare la voce, senza scomporsi:

– Se tu credi di placarla con poco t’inganni, Zebedeo; quella è un vampiro che non ti darà mai pace, e più le farai del bene più lei ti farà del male. Ti voglio ripetere il mio sospetto che Basilio sia morto per opera sua: anche lui aveva paura di questo.

– Zia Annia, perchè parlate così?

– Tu lo hai detto; perchè nel cuore possiamo tutti avere del veleno, ma sotto il cuore c’è la coscienza. Tu osserverai: quella vipera non aveva interesse che il povero Basilio morisse; anzi con lui tutto doveva perdere. Ed io ti rispondo: ma lei non credeva così; lei era certa di mettere le mani sulla roba di Basilio; lei era convinta che esistesse un testamento di lui in favore del figlio.

– Ma allora avrebbe cercato di tenerlo lei, questo testamento.

– E chi ti dice che non l’abbia?

– Voi sragionate. L’avrebbe tirato fuori subito.

– È vero, – approvò la moglie, che s’era animata ed anzi aveva un lieve brivido d’inquietudine.

– Non si sa mai il pensiero delle donne come quella, – riprese la vecchia. – Aspettiamo qualche giorno. Questo di certo posso dirti, che un testamento lui lo aveva fatto. E lo teneva sempre con sè: e, quando gli accadde la disgrazia, sabato scorso, ricordati, Zebedeo, io venni qui gridando; e tu sei accorso e lo hai tirato su, lo hai messo sul letto, mentre la serva correva a chiamare il dottore. Le vesti del povero Basilio le ho messe io, sulla sedia, e nessuno le ha più toccate finchè dopo qualche ora si guardò se aveva carte in tasca; e ne aveva sì, ma non quella.

Zebedeo ascoltava attento come se le cose che sentiva gli fossero nuove: aspettava il particolare che gl’indicasse come la vecchia sapeva del testamento e tardando questo particolare a venire s’irritò.

– Ma, infine, avete voi veduto il testamento? Questo importa sapere, tutto il resto sono chiacchiere.

– Veduto non l’ho, ma so di certo che lo aveva. Del resto io non so leggere e non frugavo nelle carte del povero Basilio.

– Può darsi che il testamento fosse a favore nostro e che la vipera glielo abbia sottratto, — arrischiò l’ingenua Maria Caterina Barcai.

– Macchè, macchè! – gridò il marito. – Non era uomo da lasciarsi beffare così, mio fratello. E voi donne fareste bene a tener la lingua in bocca, perchè ogni vostra parola è un mal seme gettato al vento.

Zia Annia non protestò; anche per lui aveva un certo rispetto, una soggezione istintivamente servile; ma non potè nascondere un risentimento silenzioso e ostile che le indurì maggiormente il viso.

E l’uomo se ne accorse e alzò ancor più la voce come s’ella gli avesse risposto male.

– Il fatto è questo, che se voi chiacchierate così davanti alla gente, la gente che è maligna può dire: il testamento lo hanno fatto sparire i parenti. Ed è questo che urlava ieri quella donna che voi chiamate la vipera.

– Io non sono donna da gettare le parole al vento, Zebedeo; non ho mai chiacchierato con le vicine di casa. Se adesso ho parlato è perchè tu stesso lo desideravi.

– Io non desideravo questo, veramente; io vi ho chiamato qui per dirvi il mio pensiero, che nonostante tutte queste divagazioni rimane lo stesso: bisogna sovvenire la donna perchè il figlio è figlio di Basilio. Se poi lei risponderà male, peggio per lei è affar suo: noi non abbiamo bisogno della sua gratitudine.

– È vero, è vero, – ripeteva la moglie, guardando ora lui ora la vecchia.

La vecchia serbava nel viso le pieghe del suo risentimento, poichè le parole di Zebedeo l’avevano punta a fondo: e qualche cosa di ostile, una sfumatura di diffidenza reciproca, un’ombra indefinibile era già sorta fra loro. Egli sentì bisogno di alzarsi, di mettere fine al colloquio: eppure aveva voglia di gridare ancora, di provocare la vecchia: andò su e già sbuffando in cerca di qualche cosa che non trovava, infine uscì sbattendo l’uscio.

Le due donne continuarono a parlare della cosa, e la moglie adesso propendeva per le idee del marito, anche perchè sapeva che dopo tutto egli avrebbe fatto il piacer suo, mentre la vecchia pur dichiarando di non voler più impicciarsi nell’affare gettava nel suo discorso frasi misteriose che davano un oscuro senso di paura alla mite Maria Caterina Barcai.

– Il povero Basilio, Dio lo perdoni, ha peccato con quella donna; doppiamente ha peccato per adulterio e perchè quella donna ha la natura del demonio; sono peccati che Dio fa scontare a tutta la generazione dell’uomo che li fa: preghiamo Dio che così non sia.

E Maria Caterina Barcai si mise a pregare fra sè per suo figlio, quasi un pericolo vero lo minacciasse.

*

Anche Zebedeo sentiva un presentimento di sventura. Ecco che se ne andava a cavallo tutto nero e incappucciato come un cavaliere errante, per la strada luminosa attraverso i campi ondulati ove distese d’orzo e di frumento si alternavano a distese di ginestre e di eriche e a vastissimi prati tutti violetti e bianchi per i fiori del puleggio e delle margherite.

Una serenità già quasi estiva rallegrava il paesaggio: sui lucidi cespugli dell’acanto che arginavano la strada grandi farfalle dai vivi colori e ragni bianchi e insetti verdi e dorati giocavano e si amavano: tutti, insetti e bestie fiori e foglie vestiti a festa: e dalle quercie che spandevano la loro ombra nera sul verde del grano gli uccellini nuovi volavano giù lasciandosi cadere a picco dal nido.

In fondo apparivano i monti battuti dal sole, coi boschi di lecci dorati dal primo loro fiorire; e veniva di lassù il fresco soffio profumato che faceva sorridere e mormorare le foglie.

L’uomo a cavallo portava la sua nota di lutto attraverso la gioia innocente delle cose, ma si lasciava anche lui di tanto in tanto scuotere e penetrare da quell’alito puro dei monti che gli ricordava qualche cosa d’indefinibile, un luogo lontano dove era vissuto nella sua prima infanzia e anche prima durante una vita anteriore.

Pensava sempre all’eredità: e il problema lo preoccupava tanto da fargli dimenticare il dolore per la morte del fratello. Gli sembrava di sentire ancora dentro di sè la voce delle sue donne, quella grave e austera della vecchia e quella placida e ingenua della moglie. E la moglie accomodava tutto con la sua semplicità; se si lasciava fare a lei tutto andrebbe bene nella vita, tutto si aggiusterebbe con la bontà e con un po’ di pigrizia.

E si pentiva di non essersi consigliato solo con lei: dopo tutto la vecchia zia non era che una serva; riceveva il suo mensile e se lo metteva da parte; che ci aveva da vedere negli affari di casa?

– Se non sta zitta posso anche prenderla per il braccio e cacciarla via.

Ma la sua stessa eccitazione accresceva la sua inquietudine.

Al suo arrivo al podere due servi che vi lavoravano, due fratelli piccoli neri e scarni divorati dalla fatica, si sollevarono per salutarlo quasi militarmente, perchè egli non dava confidenza alla servitù: era scrupoloso, pagava bene, ma ciascuno al suo posto.

Non rispose neppure alle parole di condoglianza che i due giovani gli rivolsero seri e composti: solo ordinò che non togliessero la sella al cavallo, poi domandò se Bellia, il figlio, era stato al podere.

– C’è stato verso mezzogiorno, poi ha proseguito per Sanmattia.

Sanmattia era la proprietà principale del morto, vigna, seminato, vasti pascoli con molto bestiame, distante circa un’ora di strada dal podere di Zebedeo, verso il principio di una vallata e quasi ai piedi dei monti.

Non s’era trascurato, Bellia, ad andare a visitare la proprietà dello zio; e del resto aveva fatto bene.

I due servi avevano ripreso a lavorare; zappavano la vigna e toglievano alle viti i tralci superflui, di solito lavoravano uno distante dall’altro in silenzio; adesso invece s’erano avvicinati e si scambiarono qualche parola sottovoce. D’un tratto uno di essi raggiunse il padrone che s’era alquanto allontanato e si chinava per guardare le viti.

– Zio Zebedeo, – disse con accento rispettoso, – prima di morire zio Basilio vi avrà forse detto che io gli devo dieci scudi.

Il padrone lo guardò dal basso, con sdegno, e senza sollevarsi borbottò:

– Egli non ha avuto tempo neppure di dirmi addio, figurati se pensava ai tuoi dieci scudi.

– Non importa, glieli devo lo stesso, e appena potrò li restituirò. O se credete, zio Zebedeo, voi potete ritenerveli dalla paga mia e di mio fratello.

– Vattene, tu coi tuoi dieci scudi! Noi faremo molte elemosine in nome e in memoria del morto; puoi tenerli, i suoi dieci scudi.

Il servo lo guardò un poco sbalordito, perchè sapeva per esperienza che i Barcai non erano molto generosi. E una viva gioia gli brillò negli occhi melanconici: per un momento rimase incerto se insistere o no; decise per il no: aveva fatto il suo dovere dichiarando un debito che il padrone ignorava; Dio lo compensava per la sua buona coscienza.

– Dio vi rimeriti, allora – disse commosso; – io e mio fratello ci ricorderemo della vostra bontà e pregheremo per voi e per il beato morto.

E tornò presso il fratello, col quale si rimisero a lavorare con più lena di prima.

Ma il padrone non sembrava contento; nel sollevarsi s’era sentito arrossire per la stizza, perchè neppure lui sapeva il perchè della sua improvvisa generosità; se avesse potuto avrebbe ritirato la sua parola; non potendolo imprecò fra di sè contro i servi e mandò al diavolo le preghiere ch’essi promettevano per lui e per l’anima del morto.

E il diavolo si mangiò anche quei dieci scudi.

*

Di solito egli si tratteneva a lungo nel podere aiutando i servi a lavorare e visitando minutamente ogni cosa. E aveva piena fiducia in quei due bravi ragazzi ch’erano cresciuti nel podere e lo amavano come proprietà loro.

Quel giorno invece provava quasi noia a visitare la sua terra; una smania di camminare, di andare in qualche altro posto lo costringeva ad affrettarsi; e i due servi nonostante la recentissima prova della loro onestà, anzi forse a causa di questa gli riuscirono improvvisamente antipatici.

Attraversando uno spazio coltivato a fave destinate ad essere raccolte e seccate alla loro prima maturità, vide un sacchetto colmo legato in cima, e subito pensò che fosse pieno di fave fresche.

I servi dovevano coglierle a sua insaputa per portarsele a casa o venderle; perchè non potevano essere disonesti anche loro? Forse erano figli o nipoti di santi? Col piede tastò il sacco: era duro ma non bitorzoloso come avrebbe dovuto esserlo se pieno di fave. Si volse a guardare se lo vedevano; le fave erano alte e coprivano la sua persona curva: egli slegò il sacco e vide ch’era pieno solamente d’erba pesta sanguinante per il rosso dei papaveri che vi si mescolavano.

*

Poi ripartì senza neppure salutare i servi che non solo scusarono ma trovarono giusto il suo triste umore: non si può ridere nè essere espansivi tre giorni dopo la morte improvvisa di un fratello.

Ed egli se ne andava tirandosi sul viso il cappuccio contro i raggi del sole, poichè voleva stare ben chiuso nel suo scuro dolore.

I servi però dal basso della vigna videro ch’egli sebbene l’ora fosse quella del ritorno invece di avviarsi al paese andava in là verso i monti; forse incontro al figlio o forse addirittura a visitare anche lui la proprietà del fratello. Dopo tutto i morti son morti e ai vivi Dio stesso comanda di vivere e di fare il proprio dovere.

Zebedeo non sapeva veramente se era Dio a ordinargli di andare verso la proprietà del fratello: in principio non era stata questa la sua, intenzione, e anche adesso si avviava, con mala voglia spinto da una irrequietudine nervosa e sopratutto dal desiderio di incontrarsi con Bellia e rifare la strada assieme.

Questo Bellia era un ragazzo di sedici anni che aveva ancora la spensieratezza innocente dei bambini e nello stesso tempo, già qualche cosa di maturo, di assennato: dava un senso di gioia a starci assieme, e il padre quando era con lui si sentiva ringiovanire.

– Eppoi bello! – pensava con tenerezza orgogliosa. – Alto sottile diritto e liscio come un fusto di pioppo: e gli occhi gli ridono di lontano, nel viso pulito come quello di una fanciulla.

Intanto camminava. Il sole era ancora alto ma già in declino verso l’occidente: le ombre si allungavano, lo scintillare delle foglie e dei giunchi si faceva, più vivo, l’aria più odorosa.

S’avvicinavano i monti con le loro cataste di massi granitici simili a enormi rovine; le ombre al calare del sole si allungavano tutte in su tentando di arrampicarsi verso le cime.

Adesso il passaggio era popolato di greggie e di armenti, per la vicinanza del fiume il quale mostrava il suo gomito d’argento tra il monte e il principio della valle.

Laggiù era la proprietà del morto, di grande valore appunto perchè confinava con quel corso d’acqua che non veniva meno neppure dopo le lunghe siccità estive e spesso anche invernali.

Per arrivare più presto Zebedeo lasciò la strada principale e prese un viottolo fra due muricce ricoperte di rovi; un viottolo pericoloso lungo il quale i malfattori usavano assalire e depredare i viandanti: egli non aveva mai per questo esitato ad attraversarlo; solo adesso quel senso d’angoscia che non lo abbandonava più gli stringeva forte il cuore: gli pareva di aver nemici, adesso, lui che non ne aveva avuto mai, e che lo aspettassero in agguato dietro le muricce.

Due occhi infatti scintillano attraverso la siepe; brilla la punta di un pugnale e più in qua la bocca di un fucile: idiota che sei, Zebedeo, è il sole al tramonto che fa questi scherzi.

E lo stridere degli uccelli, il fischio del merlo, lo zirlo dei primi grilli pare lo irridano con la loro musica spensierata; tutta la natura ride e anche il più umile stelo e anche l’erba velenosa danzano al vento del tramonto: ogni cosa si gode la sua gioia, anche le ombre salgono verso le cime per sparire il più tardi possibile, e tu solo, o uomo, ti rodi coi tuoi denti stessi il cuore. Il nemico è dentro di te mentre lo credi dietro la siepe; e tutto questo perchè ti sei dimenticato che Dio vuole si viva giorno per giorno come gli uccelli dell’aria e gli steli dei campi.

*

All’uscita del viottolo provò finalmente un senso di sollievo. La bella proprietà del fratello morto era lì tutta davanti a lui come quando egli la vedeva col pensiero avido di possederla, distesa sulla china soleggiata dove il monte si versava nella valle e nei prati verso la pianura: si distinguevano tutte le muricce di cinta che la circondavano serpeggiando, e tutti i colori della vegetazione che l’arricchiva, dal verde cupo delle quercie al verde smeraldino dei pascoli, dal verde vivo della vigna a quello grigio degli olivi e dei fichi d’india: e il rosso e il nero delle vacche al pascolo e il bianco delle pecore e il glauco dei salici piangenti che abbandonavano le trepide chiome al vento lungo il fiume.

Una casetta bassa tutta di pietra col tetto di tegole rosse dominava la proprietà; fin laggiù dove stava Zebedeo si sentiva l’abbaiare dei cani e le voci degli uomini che lavoravano nella vigna.

Ma non era tutto questo che ridonava la vita e il senso della gioia al cuore dell’uomo: più che le quercie del pascolo e la casa sopra il podere egli vedeva una figura dominare su tutte le cose, sebbene fosse già ai piedi della proprietà anzi già fuori di essa, davanti al cancello chiuso: il figlio Bellia, che dopo aver visitato le terre del morto se ne tornava a casa.

Il padre gli andò incontro come avesse avuto paura di non rivederlo più.

*

Il giovane era anche lui a cavallo; montava anzi un puledro già appartenente allo zio. Questo bel puledro nero, fresco e lucido come verniciato, con un ciuffo da discolo sugli occhi tristi e torvi che meditavano una cattiva azione, nel vedere il vecchio cavallo castanaeo di Zebedeo s’animò tutto, scuotendo le orecchie, la coda e la criniera; ma era un’accoglienza ostile, poichè gli dava noia il pensiero di rifare il viaggio in compagnia, mentre aveva bisogno della sua piena libertà per i suoi scatti e i suoi capricci di bestia giovane ancora non persuasa di essere domata.

Il vecchio cavallo castaneo parve invece non accorgersi di nulla: procedeva filosoficamente un po’ stanco ma rassegnato al suo destino, profittando solo delle distrazioni del padrone per allungare il muso e strappare qualche fronda e qualche ciuffo d’erba.

– Come mai da queste parti? – domandò Bellia. E nel suo accento allegro vibrò qualche cosa d’ironico: pareva che egli sapesse già che anche il padre sarebbe venuto quel giorno stesso a vedere la proprietà: il tempo fa presto ad asciugare le lagrime degli eredi.

E Zebedeo fu per rispondere: ci sei venuto tu prima di me, perchè infine i beni di tuo zio sono più tuoi che miei.

Ma non lo fece; non aprì bocca finchè non fu ben vicino al giovine in modo da poter parlare sottovoce.

– Tu hai fatto male a venire così presto, – disse con rimprovero, – ed io ti sono venuto incontro per dirtelo. Che avranno pensato i servi del tuo povero zio?

– Ma se sono rimasti tutti contenti, nel vedermi! Se mi aspettavano! Paulu il pecoraio mi ha detto che ha fatto un brutto sogno: che zio Basilio aveva lasciato la sua roba all’amica; e questa era venuta a prendere possesso, nera e insolente come la moglie del diavolo. – Volevo accopparla, così Sant’Antonio mi salvi, – disse Paulu, – e volevo sotterrarla fra le pietre. E così sarebbe accaduto se fosse stato vero. – E tutti a ridere, perchè parlava sul serio, ancora scombussolato dal sogno. E anche gli altri dicevano: meglio entrino le volpi le locuste e i ladri: da questi ci si difende, non da quella fattucchiera.

Il padre taceva.

– Giacchè siete arrivato fin qui, perchè non entrate? – riprese Bellia tentando di ritornare verso il cancello: il puledro però resisteva, non voleva volgersi indietro. D’altronde Zebedeo non aveva voglia di entrare; o meglio sì ne aveva voglia ma anche lui resisteva al suo desiderio come il puledro alla mano di Bellia.

– Andiamo; è tardi: tua madre s’inquieta.

S’avviarono insieme. Il puledro si tirava indietro o in avanti, come avesse vergogna di accompagnarsi al vecchio cavallo: le loro code si sbattevano contro le mosche in diverso modo, con stizza quella della bestia giovane, con abitudine rassegnata quella dell’altro.

– Paulu il pecoraio, che è vecchio come Sant’Antonio e quindi un credulone, ha paura di quella strega, – insisteva il giovane ridendo ancora per le superstizioni del servo. – Ha paura ch’essa prepari qualche fattucchieria per far ammalare il bestiame: ha quindi recitato gli scongiuri, e lungo le muricce dell’ovile e dello stabbio ha messo foglie di olivo benedetto e croci di canna e altre diavolerie; anche gli altri ci credono. Perchè era abituata a ricevere regali, il povero zio Basilio le mandava ogni cosa come si trattasse di pagare le decime a lei, invece che alla chiesa. Le cuocerà sì di non aver più il formaggio fresco per le sue focacce e le fave e le altre cose. Io non credo alla sua potenza, son tutte chiacchiere dei servi. Però oggi quest’animale sembra aizzato dal diavolo, – aggiunse, poichè il puledro s’impennava e faceva mille dispetti.

– Anch’io non ci credo, – disse il padre; – ma ad ogni modo non bisogna beffarsi di lei e provocarla. È capace di tutto. Sai che ieri gridava che noi abbiamo fatto sparire il testamento a suo favore?

– Sì, ho sentito le donne chiacchierare. E il fatto è risaputo, lo sanno anche i servi nostri e quelli di qui; io non so come questa gente pur restando in campagna come le volpi sappia tutto.

Il padre s’era fatto più scuro di prima.

– Sì, certe cose volano; pare che il vento si compiaccia a spandere le malignità. E che dicevano quelli di qui?

Egli sembrava preoccupato più che dell’opinione dei servi suoi di quella dei servi che ancora non osava dire suoi.

– Che dicevano? Che se mai, abbiamo fatto bene.

– Bellia! – disse il padre sdegnato. – E tu non hai risposto male?

– Perchè dovevo rispondere male? Anch’io penso così. Se io avessi saputo che c’era una carta in favore di quella strega l’avrei cercata e strappata.

– Tu avresti commesso un peccato mortale e un atto disonesto. La legge punisce tali cose.

– La legge è fatta da uomini, ed è tutta inganni. La legge me la faccio io; e prendo quello che mi spetta.

– Tu non hai religione, Bellia; lo dice anche tua madre, sebbene veda solo per gli occhi tuoi. Dio comanda di non toccare la roba altrui.

– La roba di mio zio morto spetta a me.

– C’è il figlio.

– Che ne sappiamo noi se è suo figlio? Quella strega ha avuto commercio anche col demonio; almeno così dice la voce pubblica. E zio Basilio era uomo di coscienza; se fosse stato sicuro di essere padre di quel ragazzo lo avrebbe legittimato o almeno adottato, questo lo diceva anche Paulu, che è uomo religioso e devoto.

– È vero, – ammise il padre. – A questo non ci avevo pensato. Del resto è meglio non pensarci più; perchè parlarne? Oramai tutto è fatto. Però, – aggiunse con la voce monotona di chi ha un’idea fissa, – bisogna provvedere egualmente alla donna e al bambino anche per non far mormorare la gente.

– La gente mormora lo stesso. Se voi mandate regali a quella strega dicono che è diventata vostra amica. Voi credete che non si sappia già che ieri notte voi siete stato da lei?

– Oh, perdio! – gridò l’uomo fermando il suo cavallo, mentre il puledro aizzato da quel grido si metteva a correre sparando calci da ogni lato. Così sbucò dal viottolo sulla strada dove continuò la sua corsa con più furia. Bellia era forte e si teneva bene in sella, frenando con tutta la sua abilità la bestia impazzita; anzi pareva prenderci gusto come nelle corse dei puledri delle quali una volta era stato vincitore. In breve sparve allo svolto della strada, riapparve più lontano piccolo e nero, sparve ancora.

Il padre intanto era uscito anche lui dal viottolo e l’angoscia di nuovo gli stringeva il cuore; aveva paura che Bellia cadesse e si facesse del male. Imprecazioni violente gli uscivano di bocca senza che egli lo volesse. E pensava di vendere al più presto quel puledro indemoniato. Ricordava di essere stato una volta alla festa del Cristo nella Baronia e d’aver assistito a una serie di disgrazie accadute per causa di un puledro rubato che il ladro stesso cavalcava.

Il più strano fu che anche il vecchio cavallo, sempre così calmo e filosofo parve ad un tratto vinto dal cattivo esempio; si mise a trottare pesantemente rizzando le orecchie e sparando calci e solo quando il padrone, che non prendeva gusto al giuoco, poichè non riusciva a frenarlo gli diede qualche pugno sulla fronte, riprese a camminare al passo con la testa bassa un po’ umiliato. Da lontano Zebedeo vide che anche il figliuolo era riuscito a fermare il puledro, ma balzando a terra e tenendolo per la briglia alla quale s’intrecciava la criniera scomposta.

La bestia sudava e la sua bava sanguigna bagnava la mano che lo frenava; il giovane era così pallido che il padre si turbò profondamente.

– Che hai? Bellia! Hai del sangue nella mano.

– Ebbene, – gridò Bellia con dispetto, – questo demonio è divenuto un cane arrabbiato: mi ha morsicato.

Il padre sentì tale ira che se avesse avuto il fucile avrebbe ammazzato il puledro.

– Lavati la mano con questo, – gridò traendo dalla bisaccia una piccola zucca piena di vino.

Bellia prese la zucca e bevette il vino.

– Fa più bene dentro che fuori, – disse riprendendo la sua allegria.

E non volle neppure fasciare la mano, che del resto era appena scalfitta sul dorso dai denti del puledro: anche questo, compiuta la sua prodezza e stordito dai pugni che il giovane continuava a dargli sul muso e sugli occhi, s’era dato per vinto: solo torceva la testa e batteva a terra una delle zampe posteriori come per chiedere di finirla e di ripartire.

Ripartirono: e solo quando furono in vista del paese il padre riprese il discorso interrotto dalla fuga del puledro.

– Chi ti ha detto che io ieri notte sono stato da quella donna?

Anche lui pur evitando gli epiteti selvaggi che gli altri davano a Lia non osava chiamarla col suo nome.

– Me lo hanno accennato i fratelli Pintori, i vostri due santarelli: e poi me lo disse Paulu il pecoraio; disse: tuo padre avrà creduto di fare un’opera buona, ma quella strega non lo merita.

– Chi diavolo può ficcarsi così nei fatti miei? Sì, è vero, ci sono stato per placarla, perchè non continui a dare scandalo. Ad ogni modo non dirlo a tua madre e a zia Annia!

– Oh, lo sapranno anche loro!

– E se lo sanno, lascia che lo sappiano! – gridò Zebedeo: ma pareva lo dicesse più a sè stesso che al figlio.

*

Era già sera quando arrivarono a casa. Tutto era chiuso e scuro; solo dal comignolo usciva furtivamente un filo di fumo che si sperdeva nel chiaro di luna.

I due uomini cercavano di rientrare il più chetamente, possibile, frenando il passo ai cavalli: anche il puledro obbediva, adesso, stanco partecipe della tristezza dolce della sera.

Il portone si aprì come da per sé, lasciò entrare i due cavalieri, si richiuse silenziosamente; e la famiglia fu tutta dentro nella sua casa, al sicuro da ogni sorta di pericolo.

Il fuoco ardeva nel camino, la cena era pronta, zia Annia già andata a letto perchè accusava un dolore alle reni; e Zebedeo fu contento di non vederla. Ecco che tutto pareva tornato come prima quando non bisognava chiudersi dentro per scambiar due parole e cenare in santa pace: solo l’ombra delle donne così incappucciate di nero si stendeva più densa sul pavimento e sulle pareti.

Ma la serva diede un grido isterico un po’ esagerato e falso nel vedere la mano di Bellia mentre egli le porgeva la bisaccia tolta al cavallo.

– Che hai fatto a quella mano? Che animale ti ha morsicato?

– Va, al diavolo: non è poi la tarantola che mi ha morsicato.

– Mi pare invece proprio il morso della tarantola.

La madre accorse a guardare col cuore che le batteva forte nel petto grasso; perchè Bellia era sempre un fanciullo per lei, ed era pur ieri che ogni spina ogni sasso rappresentava un pericolo per il suo timore di madre.

Egli cercava di nascondere la mano appunto come un bambino che si è fatto qualche male per sua colpa.

– Ma non è nulla: è un rovo che mi ha graffiato.

– Non sarà stato un cane a morderti, figlio mio? Di’ la verità.

– Vi giuro che non è stato un cane. Lasciatemi in pace e datemi da mangiare.

*

La serva mangiava coi padroni, solo alzandosi ogni tanto per prendere i piatti e le pietanze: era come una di famiglia, tuttavia Zebedeo avrebbe preferito che quella sera ella non sapesse della visita del giovane alla proprietà del povero morto; e la guardava bene in faccia, mentre mangiavano, e su quel viso puntuto, che gli ricordava quello di Lia, gli sembrava di notare una lieve aria di sarcasmo. O forse era solo una sua illusione, poichè tutto ormai gli dava sospetto.

Bellia era allegro e riferiva deformandole alquanto le chiacchiere e le superstizioni dei servi.

– Ma che avete? – disse ad un tratto rivolto alla madre e alla serva. – Non fate che guardarmi la mano; finirete col farmi il malocchio.

La madre si toccò un anello con la pietra gialla che teneva al dito, e la serva fece le fiche: tutto per scongiurare il malocchio.

E lì per lì la ragazza, che mentre stava a tavola non apriva bocca per rispetto ai padroni, non disse nulla; ma quando si fu alzata e cominciò a sparecchiare mormorò come fra sé:

– Per scongiurare bene il malocchio bisognerebbe andare da Lia e rubarle una pezzuola per avvolgere la mano malata.

– Ma, accidenti a te, io non ho nessun male, – gridò Bellia scuotendo la mano per dimostrarne tutta la forza. – Quanto scommetti che te lo provo a spese della tua testa?

E balzò sulla ragazza; ma faceva per burla e si contentò di afferrarla per gli omeri scuotendola di qua e di là sino a farle venire il capogiro.

*

Durante la notte la sua mano si gonfiò, prese una forma strana, quasi ridicola.

– Sembra la mano di un prete grasso, – egli pensò, accostandola all’altra ch’era rimasta magra e sottile. – Adesso le donne!

Non gli doleva e quindi non se ne dava pensiero. Ricordava che poco tempo prima una scheggia gli aveva fatto gonfiare un piede; e da ragazzo era abituato a continui guai causati da spine, da sassi, da chiodi; più di una volta aveva ricevuto calci di cavallo senza risentirne gran danno.

Quella mano gonfia gli dava solo un po’ di noia per l’inquietudine che ne provava la madre; bisognava cercare di nascondergliela; e anche alla serva.

Sebbene fosse appena giorno le donne erano già alzate, e si sentiva il fruscio della scopa e il mormorìo del macinino del caffè. Bellia, che dormiva in una vasta stanza terrena con la finestra verso il cortile, aprì le imposte e vide la serva che spazzava sotto la tettoia davanti alla stalla.

– Rosa – gridò – comincia a mettere la sella al puledro; voglio subito andare fuori, con questa bella giornata.

Nella stalla i cavalli scalpitavano, quasi chiedendo anch’essi di andare presto fuori, con quella bella giornata; ma la ragazza continuò la sua faccenda come se non avesse sentito.

Come fare per nascondere la mano? pensava Bellia; e ricordava di aver tante volte saltato quella finestra per uscir fuori di casa di nascosto della madre.

– Rosa, sei sorda? Hai sentito o no? Puoi preparare la bisaccia col pane per due pasti.

La ragazza lo guardò di laggiù, dalla penombra della tettoia; ed egli ebbe l’impressione che ella indovinasse il suo pensiero.

Anche la madre uscì nel cortile, col grembiale colmo di orzo che cominciò a spargere alle galline; i suoi occhi un po’ gonfi si rivolgevano alla finestra.

– Bellia, e la mano?

– Ma niente, – egli disse, senza però mostrare la mano. – Dite a Rosa che selli il puledro.

– Il puledro no, il puledro no, figlio mio; lascialo a casa: prendi la cavalla.

Egli accondiscese subito; e Rosa andò a staccare la mansueta cavalla che serviva anche per le donne quando andavano in campagna.

– Il babbo non s’è ancora alzato? – domandò Bellia.

– Adesso porterò su un po’ d’acqua tiepida e gli laverò i piedi, – disse la madre che usava fare quasi ogni giorno questo lavacro; e lo faceva con affetto, anzi con una specie di religione: poichè l’uomo cammina per il bene della famiglia.

– Adesso lei va su, e Rosa torna a scopare – pensò Bellia, – ed io me la svigno.

Aspettò un momento e sentì la madre salire pesantemente le scale, ch’erano attigue alla sua camera; allora uscì, attraversò furtivo il corridoio, entrò nella cucina.

E subito come un fantasma vide davanti a sè zia Annia; e gli occhi vivi di lei si fermarono sulla mano gonfia.

– Che hai fatto a quella mano?

Il suo accento era di rimprovero, come s’egli si fosse fatto male per colpa sua.

– Ma niente, – disse, nascondendo il dorso della mano contro il fianco, e tentò di uscire nel cortile.

La vecchia lo seguiva come un’ombra.

– Fammi vedere quella mano, Bellia. Bada che è brutta.

Anche la serva sentì; sporse il viso aguzzo. Era finita: bisognava abbandonarsi alle donne. E d’altronde egli ne provò un certo sollievo perchè si accorse che in fondo anche a lui la cosa dava pensiero.

– Eccovi la mano, – disse rassegnato. – Fatemi fare il ballo di scongiuro come per il morso della tarantola.

La vecchia s’asciugò le mani rugose col grembiale, prima di prendere quella di lui: e la guardò, la volse, la rivolse, toccò con la punta dell’indice i segni rossicci della morsicatura che erano sulla parte carnosa verso il pollice: poi premette il dito qua e là sul dorso gonfio che cedeva alla pressione e tosto si risollevava.

– Ti duole?

– Macchè!

– La mano è brutta. Sta a casa, Bellia, non sforzarla, le faremo un bagno d’aceto.

Quando la madre ridiscese, col catino dove aveva lavato i piedi al marito, vide zia Annia che a sua volta lavava con una pezzuola la mano di Bellia. E depose subito spaventata il catino, mentre il figlio volgeva il viso ridente e diceva:

– È forse la prima volta che mi si lavano le zampe?

Egli dunque rimase a casa, anche perchè non sapeva dove andare. Sebbene di natura allegra e spensierata, non aveva amici, non pensava ancora all’amore, non aveva vizi nè pretese, gli piaceva solo chiacchierare e scherzare specialmente con le donne, ed era un po’ vanitoso.

Dopo la morte dello zio la certezza di esser l’unico erede di tutta la proprietà Barcai gli riempiva il cuore di gioia, non perchè fosse avido di danaro o pensasse di vivere senza lavorare, ma per la considerazione della gente. Il dubbio che l’eredità fosse iniqua non lo preoccupava e non gl’importava nulla che l’amica o il presunto figlio dello zio gli serbassero rancore; per conto suo egli non odiava nessuno: non odiava, ma neppure amava; in fondo era un po’ insensibile ed egoista.

Si meravigliò che il più ad inquietarsi per l’affare della mano fosse suo padre. Ecco che scendeva dalla sua camera al piano superiore, già col cappottino corto indosso, per il lutto, e in mano una forbice da potare.

Nel veder Bellia seduto a tavola a far colazione, il suo viso, al solito, si rischiarò; era come se un raggio di sole lo illuminasse, ogni volta che vedeva il figlio; come se la freschezza e la bellezza del giovane si riflettessero sul suo viso torvo.

Ma subito distinse la mano gonfia, che zia Annia aveva giudicato bene di non fasciare, e riprese la sua maschera scura: e cominciò a sgridare Bellia, invece di confortarlo.

– Tu fai le cose sempre di tua testa, come se non abbi un padre nè una madre. Se ieri non inforcavi quella maledetta bestia non ti accadeva nulla: se non avevi fretta di recarti lassù, in quel maledetto luogo, non ti succedeva questo guaio. Ma a te non importa nulla di dar dispiacere ai tuoi, pur di fare il tuo piacere: mentre noi, se occorre rischiamo anche l’inferno per te.

Bellia continuava a mangiare tranquillo, solo abbassava gli occhi per guardare la sua mano, come se i rimproveri del padre fossero rivolti a lei sola.

Per conto suo la mano pareva si sforzasse a servirlo con premura un po’ goffa, tutta mortificata di essere la causa del male, oggetto di discordia.

– Non ho da dipingere né da scrivere, anche se sto qualche giorno così, – egli disse finalmente; – e mangiare vedo che mangio senza difficoltà. Se non fate presto a mettervi a tavola non vi lascio nulla.

Ma il padre non aveva voglia di mangiare. Uscì nel cortile e disse sottovoce a Rosa:

– Sta attenta se passa il dottore e chiamalo perchè guardi la mano di Bellia.

Il dottore stava poco distante dalla casa dei Barcai e tutti i giorni lo si vedeva passare e ripassare per le sue visite.

Rosa guardò il padrone negli occhi, coi suoi occhi acuti di donnola, e gli disse anche lei sottovoce, come fossero d’intesa su qualche cosa che non si poteva dire a voce alta:

– Non sarebbe meglio andare a prendere un fazzoletto o un pannolino di quella donna per scongiurare il male?

Sulle prime egli rimase colpito da queste parole che avevano un accento misterioso, e fu per rispondere di sì; poi s’irritò.

– Va’ al diavolo con le tue credenze; e guarda piuttosto se passa il dottore.

Poi lui stesso fu vinto dall’idea che un po’ di malefizio c’entrasse, nella disgrazia del figlio, e che Lia poteva scongiurarlo.

Bisognava tornare da Lia; non durante la giornata però, per non dare nell’occhio alla gente: se la gente ci vede già tanto di notte e attraverso i muri, figuriamoci di giorno e all’aperto.

Infatti, quando egli più tardi uscì, s’accorse che tutti, anche i monelli della strada, lo seguivano con gli occhi. E gli sguardi di tutti, uomini e donne, gli sembravano i raggi di una lanterna che si proiettavano su di lui per illuminarlo bene fino all’anima: tutti volevano sapere cosa egli pensava, dove andava, che intendeva di fare.

E fra di sè reagiva, imprecava contro il suo prossimo curioso: ma istintivamente cercava di nascondersi e camminava rasente i muri, nell’ombra; a occhi bassi sebbene a testa dritta.

*

Del resto non andava in nessun luogo segreto: andava a far l’affar suo, a far aggiustare dal vecchio fabbro la forbice per potare.

Il vecchio fabbro, che era anche maniscalco e arrotino, abitava in un luogo strano, nella sagrestia di una piccola chiesa in rovina, qualche centinaio di metri distante dal paese.

Anni prima, sebbene vecchio già, era andato anche lui in America, ritornandone con un sacchetto di monete d’oro, quasi ricco quindi; la notte stessa del suo arrivo il sacchetto gli venne rubato: e adesso viveva nelle rovine della chiesetta e della sua vita.

Ma non parlava mai, se non interrogato, della sua disgrazia.

E del resto viveva abbastanza bene col suo guadagno, tanto più che in America aveva imparato diversi mestieri, e sapeva aggiustare gli strumenti a molla, le macchine da cucire e perfino i gioielli delle donne.

Una quiete infinita regnava intorno alla sua dimora: l’erba cresceva altissima intorno agli avanzi dei muri della chiesetta e davanti si stendeva un prato, così coperto di fioralisi che pareva riflettesse l’azzurro intenso del cielo di maggio.

Sotto una tettoia primitiva che funzionava da officina, il vecchio piccolo e tozzo e un po’ sciancato, con un testone calvo dal quale pareva che i capelli fossero scivolati per fermarsi in una lunga barba grigia, lavorava silenzioso davanti alla sua incudine: un mucchio di strumenti e di ferramenta era per terra.

Nel vedere Zebedeo non si mosse, non smise di lavorare, ma parve anche lui uscire dalla sua indifferenza per guardarlo con una certa curiosità.

Zebedeo trasse di sotto il cappotto la forbice e gliela porse: il lavoro da farsi era minimo, si trattava di cambiare solo la molla rotta, e si poteva farlo lì per lì, ma non ostante le premure del cliente il fabbro mise lo strumento sul mucchio e disse:

– Bisogna aspettare il turno, puoi venire a prenderla domani sera. Oh, bada poi che io non assumo nessuna responsabilità se viene rubata.

Zebedeo lo sapeva, era una condizione che il vecchio faceva a tutti.

– Zio Michele, – disse, – vi lascio egualmente le forbici; se le rubano non sarà un danno come quello che fecero a voi quella volta.

Il vecchio sollevò il viso, lo guardò torvo, poi riprese a lavorare: ma Zebedeo non se ne andava: pareva provasse gusto, quella mattina, a ricordare al fabbro la sua disgrazia.

– Zio Michele, voi non avete saputo mai nulla del fatto?

– Se ne avessi saputo qualche cosa non me lo avresti domandato. In questo paese le cose si sanno da tutti, persino dai gatti.

– Ma la giustizia non s’è occupata di far ricerche?

– La giustizia? Il fuoco la bruci. Io credo che siano stati loro, quelli della giustizia, a rubarmi il sacchetto, tanto poco si sono occupati a ricercare il colpevole.

– Io, fossi stato in voi, non mi sarei dato pace. Avrei cercato per conto mio, avrei venduto l’anima al diavolo pur di sapere qualche cosa.

– Ho cercato, ho cercato: ho fatto fare il gioco delle carte, sono stato dalla fattucchiera, ho promesso una novena a sant’Antonio se riuscivo a sapere qualche cosa, e qualche dubbio ce l’ho; ma come si fà, senza prove, senz’aiuto? Non mi resta che maledire. Oh, questo sì: quando tu mi vedi così tranquillo a lavorare, io recito un rosario di maledizioni: che ti si marcisca la mano con la quale mi hai spogliato, e l’altra mano ancora, e ogni giuntura ti si rallenti; che tu possa essere divorato vivo dai vermi, e ogni moneta rubata a me, frutto del mio sudore, ti serva a comprare medicamenti, e ti caschino gli occhi, e tua figlia e i suoi figli siano dispersi membro per membro, rosi dalla malattia e dal cancro, davanti a te impotente ad assisterli.

– Eh, basta! – disse Zebedeo. – Ce n’è per tutti gli assassini del mondo.

– No, non basta, figlio mio. È il mio unico conforto, e se mi togli quello è come mi derubi un’altra volta.

– Dio non vuole, a maledire così.

– Se non voleva, non doveva lasciarmi derubare. Non solo vuole, ma sono certo che è lui a farmi imprecare così: e le maledizioni cadono, Zebedeo, cadono! Vedrai che un giorno o l’altro la lebbra coprirà il corpo del mio assassino, ed egli verrà a chiedermi perdono. Ma io non perdonerò no: nè a lui, nè a sua madre, nè ai suoi figli.

Zebedeo lo ascoltava un po’ ironico, eppure provava un misterioso senso di terrore; pensava sempre alle maledizioni di Lia, alla mano morsicata di Bellia, e ripreso più a fondo dalla sua inquietudine tornò indietro, passò per le strade dove poteva incontrare il dottore.

Le strade erano tranquille, e tutto il paese steso al sole fra i prati fioriti si godeva il bel mattino di maggio; sui davanzali delle piccole finestre e sulle loggie di legno fiorivano entro recipienti rotti e vasi di sughero garofani e viole.

Gli uomini erano già al lavoro, e anche le donne sfaccendavano dentro casa; solo in un angolo della piazza, davanti a una rivendita di vino, i grossi proprietari trattavano i loro affari o chiacchieravano di cose inutili.

Altre volte anche lui usava frequentare quel posto, quella compagnia: adesso passò dritto duro salutando appena con la testa: e di nuovo si sentiva seguìto dallo sguardo di quegli uomini che gli sembravano nemici sebbene tutti suoi amici e parenti.

Ed ecco che senza volerlo spinto da una forza invisibile si trova davanti alla porta di Lia: la strada faceva gomito colla piazza, ed era una delle più popolari e povere del paese, sterrata, con casupole basse che parevano tane: la casa di Lia, a un piano, tinta di bianco, con la porta nuova e un balconcino di ferro era un palazzo fra tanta miseria.

Sul balconcino stava un ragazzetto smilzo e nero con un libro in mano: i suoi lunghi e dolci occhi neri scintillarono nel vedere e riconoscere il passante. E il passante se ne accorse; e quello sguardo lo punse più che tutti gli altri.

Perchè il ragazzetto era il figlio del povero Basilio.

*

Da una di quelle casupole appunto usciva il dottore: così alto che doveva piegarsi per passare nella porticina.

Aveva già larghi pantaloni estivi di tela grezza che gli ricadevano a campana sui piedi enormi, e un cappello di paglia sulla grossa testa bruna ricciuta. Anche la barba era crespa. Coi suoi occhi neri un po’ fissi e il naso camuso, ricordava un agnellone, eppure piaceva immensamente alle donne, che erano felici se si ammalavano, per essere visitate da lui. Ecco che tutte si affacciano adesso alle porticine e ai finestrini per salutarlo: egli risponde con un largo gesto della mano che pare una benedizione, senza guardare nessuno, e mette la mano sulla testa dei ragazzetti della strada per fermarli e non investirli, mentre ascolta distratto Zebedeo, che lo ha raggiunto e gli cammina duro a fianco; duro in apparenza, in fondo umile e supplichevole.

– Mi capita questo, – diceva sottovoce, – ieri il mio ragazzo è stato morsicato alla mano da un puledro; e la mano s’è gonfiata. Bisognerebbe che tu me lo guardassi.

Gli dava del tu perchè lo conosceva da ragazzetto, e dopo tutto era figlio di un antico suo mezzadro.

– Vieni subito, Antonino? Siamo quasi vicino a casa: fai presto; uno sguardo e basta.

– La mano gli duole?

– Lui dice di no; ma forse lo dice per non inquietare la madre.

Il dottore camminava distratto e pensieroso; quando furono allo svolto della strada invece di prendere a destra verso la casa del Barcai si diresse a sinistra.

– Non vieni? – disse Zebedeo fermandosi; poi riprese a seguirlo perchè sapeva che prima di andare dov’era chiamato il dottore si faceva molto pregare.

– Dopo tutto sei un antico guardiano di capre, villanzone rifatto che non badi se non ad accumulare quattrini: ed hai lasciato morire di stenti tuo padre – pensava.

– Antonino, – supplicava di nuovo, – vieni per l’amor di Dio. Per la madre, che è molto preoccupata.

– Ho da fare altre due visite urgenti, prima, – gridò allora il dottore. La sua voce richiamò ancor più l’attenzione delle donne e tutte adesso oltre che guardar lui guardavano con curiosità Zebedeo.

E Zebedeo dovette tacere umiliato; ma continuò a seguire il dottore, aspettandolo fuori della porta dei malati.

L’ultima delle visite era fortunatamente in una casa poco distante dalla sua; e si trattava di un caso straordinario che servì a svagarlo alquanto.

Si trattava di una donna benestante ma idiota presa da convulsioni isteriche perchè aveva dato convegno allo stesso Sant’Antonio della parrocchia e qualcuno era venuto davvero la notte prima a visitarla camuffato da Santo; e mentre lei serviva il vino e le altre cose buone preparate per lui, ecco sopraggiungere San Pietro con le chiavi, per chiedere spiegazioni ad Antonio del come era uscito senza permesso dal paradiso chiuso. Dopo un tafferuglio più umano che divino i due santi se n’erano poi andati portandosi via, il vino e le altre cose buone, lasciando la donna tramortita.

Dal cortile, dove anche Zebedeo era penetrato col dottore, si vedeva attraverso una finestra aperta la disgraziata donna stesa su un divano; agitava le gambe e rantolava, con la bocca storta e violacea, gli occhi gonfi chiusi; due vicine di casa piegate su lei la tenevano ferma e le dicevano parole di conforto, ma di tanto in tanto si scambiavano uno sguardo e stringevano le labbra per non ridere.

– Lasciatela, – ordinò il dottore, e le prese il polso e trasse l’orologio.

Calmata dalla sola presenza di lui, ella mise i piedi sul pavimento e sedette composta.

– Raccontami il fatto, – egli disse rude e assieme indifferente, chinando un po’ la testa come per ascoltare i battiti del polso.

– È stato così, – cominciò una delle donne.

– Lascia dire a lei, – egli urlò; ma anche nel suo sdegno era freddo, lontano.

La malata cominciò a parlare con voce bassa e turbata come quando si confessava. Era giovane ancora col viso acuto scuro e gli occhi ardenti.

Zebedeo appoggiato al davanzale esterno della finestra, l’ascoltava con più interesse del dottore.

– Il fatto è questo. Io andavo tutte le sere a pregare in chiesa; rimanevo fino a tarda ora, finchè non c’era più nessuno. E lui, Sant’Antonio, mi guardava coi suoi occhi di stella e pareva movesse le labbra d’oro per dirmi qualche cosa. Sì, mi diceva qualche cosa; e io mi avvicinavo e parlavo con lui. Sono una donna sola, senza compagnia: sono idiota e tutti si burlano di me. Nessuno mi vuol bene. Se io non avessi da vivere mi toccherebbe di chiedere l’elemosina, e forse mi prenderebbero a sassate. Ma Dio e i santi parlano con noi, semplici: la gente c’invidia per questo. Così io dissi a Sant’Antonio: Sant’Antonio mio, perchè non venite a farmi visita? E diglielo oggi, diglielo domani, finalmente promise che sarebbe venuto ieri sera. Ed è venuto; piano, piano è venuto, senza far chiasso; ed io l’ho ricevuto nella mia casa indegna di lui. Avevo preparato qualche cosa, si capisce, e lui si degnava di accettare il mio buon cuore…. Ed ecco…. no…. il resto non lo posso raccontare…. non posso, non posso….

Ricominciò ad agitarsi; il dottore la tenne ferma con la sua mano muscolosa.

– Guardami in faccia – le impose – continua.

La donna non poteva davvero raccontare il resto; era troppo penoso per lei: ma cominciò a piangere d’un pianto caldo infantile che la sollevò.

Zebedeo si turbava sempre più; un tempo avrebbe riso: adesso che il dolore toccava anche lui, adesso che l’ombra di un misterioso potere camminava accanto alla sua, era quasi propenso a credere vero il fatto accaduto alla donna.

E si sdegnò per la brutalità con la quale il dottore parlava.

– Ascolta, Rita: quei due malandrini non ti hanno portato via quattrini per caso? No? Tanto meglio. Ma il vino le paste e l’arrosto te li hanno portati via, accidenti a loro! Si vede che anche in paradiso c’è carestia. Senti, io ti darò una medicina per calmarti; ma ricorda bene ogni cosa: è necessario che tu dica tutto, perciò qui c’entra anche il delegato di pubblica sicurezza.

Ella piangeva sempre.

– Che può il delegato contro i santi? La colpa è tutta mia che ho fatto disobbedire Sant’Antonio: ma la mia intenzione era buona; era per sola amicizia che volevo la sua visita.

– Com’era il viso del Santo malandrino sopraggiunto?

Al solo accenno a questo santo malandrino la donna trasaliva tutta e stralunava gli occhi.

– Non lo so, non lo so; non l’ho veduto…. non posso ricordarlo.

– Ma, e quello di Sant’Antonio lo ricordi? Com’era?

– Era il suo viso, liscio e bello come una rosa: come volete che fosse?

– Ci son tanti mascalzoni col viso liscio e bello come la rosa, – egli osservò, continuando il suo interrogatorio crudo più da giudice che da medico. Poi ordinò una pozione calmante e disse alle donne di non abbandonare l’isterica.

Quando ritrovò Zebedeo nel cortile ad aspettarlo parve lo vedesse solo allora: si lasciò ripetere di che si trattava, e finalmente accondiscese ad accompagnarlo.

Trovarono Bellia a trastullarsi nel cortile; aveva preso per le ali una piccola pollanca che pareva una colomba e le metteva un nastrino rosso alla zampa. Tutto era tranquillo intorno, come se la morte non fosse di recente passata, sebbene la serva preparasse sotto la tettoia una caldaia di liquido nero per tingere i fazzoletti da lutto. Nel vedere il dottore anche lei arrossì e cercò di nascondersi, tanto egli le piaceva: poi piano piano si fece avanti, si avvicino, lo fissò in viso. Egli esaminava la mano di Bellia con una certa cura; s’era animato perchè il caso lo interessava; sbottonò il polsino della camicia e denudò il braccio bianco e muscoloso del giovine; glielo sollevò, lo palpò, parve guardarlo attraverso la luce.

Tutti stavano a guardarlo con ansia silenziosa, allacciati l’uno all’altro dal filo dello stesso pensiero; lui solo, Bellia, sorrideva un po’ beffardo, un po’ stupito, e abbandonava la mano gonfia al dottore come non fosse la sua. In fondo era inquieto anche lui, non tanto per il male suo quanto per l’aria grave del dottore.

E gli dava fastidio raccontare com’era andata la cosa: anche lui non ricordava il modo col quale la bestia indiavolata lo aveva morsicato.

– Correva più di un cane: per fermarlo mi lasciai andar giù afferrandolo per la criniera: è allora che mi ha morsicato, ma lì per lì non me ne accorsi.

– E dopo di questo, – intervenne il padre, – non volle lasciarsi fasciare la mano.

– Hai fatto male, figlio mio, c’è senza dubbio un po’ d’infezione; avete in casa qualche disinfettante?

Non avevano nulla, ma zia Annia disse con presunzione di aver lavato lei la mano con l’aceto.

Il dottore non le badò: e questo la offese.

Zebedeo invece era contento che il dottore prendesse sul serio la cosa; solo gli pareva che mentre con la donna isterica s’era mostrato brutale qui assumesse un’aria quasi di mistero. O forse si trattava di una cosa molto grave?

Fatto sta che il dottore volle Bellia con sè per disinfettargli bene la mano; e non si pronunciò oltre.

Zebedeo li accompagnò.

*

La casa del dottore era ancora una povera abitazione di contadini, col cortiletto recinto di un muro basso; nella stanza terrena dove egli riceveva, uno scafale con libri rilegati, un armadio a vetri e una lunga tavola dov’egli faceva stendere i clienti erano i soli arredi della sua professione.

Egli guadagnava moltissimo, perchè oltre ad aver la condotta per i poveri, si faceva pagare dai ricchi, ed era chiamato anche in altri paesi per consulti e operazioni: possedeva inoltre terreni e bestiame; eppure viveva miseramente sempre più avido di denaro.

Mentr’egli disinfettava la mano di Bellia, le galline e il cane si affacciavano liberamente alla porta della stanza che dava sul cortile, e pareva osservassero quel che avveniva là dentro: e a sua volta Bellia si divertiva a guardare i gattini neri saltellanti intorno alla giovine madre stesa al sole che offriva loro le mammelle color viola.

D’improvviso un ragazzo spinse con violenza il portone ed entrò di corsa fino alla stanza.

– Che il dottore venga subito, – disse ansando, eppur guardando intorno curioso. – il vicario sta molto male; ha vomitato tanto sangue.

– Vomita ancora? – domandò con ironia il dottore.

– No: adesso ha cessato.

– E allora va. Verrò fra poco; va: chiudi il portone.

Il ragazzo guardava la mano di Bellia e non se ne andava.

Allora Zebedeo lo spinse verso il cortile, irritato; perchè avrebbe voluto che non si sapesse del male del figlio.

Il dottore, divenuto improvvisamente loquace, sparlava del vicario.

– Speriamo si decida una buona volta a crepare. È là aggrappato alla cassetta della chiesa come un naufrago alla sua tavola. Vuol rifarsi del sangue che vomita col denaro che succhia ai poveri. E poi facesse il suo dovere: quando lo cercano per le funzioni sacre sta male: quando si tratta di ritirare la prebenda sta benissimo.

– Avrà bisogno di denari. – disse Bellia.

E il dottore, mentre gli fasciava la mano, si mise a discorrere seriamente con lui.

– Macchè bisogno! È solo, non ha madre nè padre nè parenti; ne ha anche troppi di denari. Cento volte gli dissi: ma ritirati, va in riva al mare, fa una cura. – Già, e allora i soldi della prebenda chi se li piglia? E allora crepa. I denari, credi pure, figlio mio, sono la rogna del mondo.

– Ma senti chi parla! – pensava Zebedeo, mentre Bellia diceva ridendo:

– Oh io per me quanti ne ho ne spendo. Il guaio è che non ne ho.

– Li avrai anche tu un giorno; ne avrai troppi anche tu; speriamo te li godrai.

Zebedeo sentiva voglia di fargli le fiche sotto gli occhi, ma in fondo era soddisfatto che egli trattasse bene Bellia. Sia contento Bellia, tutto il resto non importa.

E mise la mano sotto il risvolto del cappotto per trarre il portafogli; in quel momento era felice e avrebbe pagato la visita anche cento lire se il dottore glie le avesse chieste.

– Quanto è per il tuo disturbo, Antonino?

Il dottore rimetteva in ordine i suoi strumenti; non rispose.

– Antonino….

– E andate, c’è tempo! – gridò infine di mala maniera.

– C’è tempo, – pensava Zebedeo rabbuiandosi, mentre se ne andava col figlio. – Dunque il male può continuare.

*

Il male forse non sarebbe continuato senza un incidente avvenuto nel frattempo in casa Barcai.

Il fuoco che la serva aveva acceso sotto la tettoia, come ella usava sempre che doveva far bollire la caldaia, s’era questa volta attaccato ad un mucchio di frasche imprudentemente accatastate lì accanto: le fiamme salivano alte e furiose e minacciavano di incendiare il tetto e la stalla attigua.

Già la gente accorreva da ogni parte, mentre Bellia e il padre uscivano dal cortile del dottore: e Zebedeo indovinò subito una nuova disgrazia poichè vide una nuvola di fumo salire dalla sua casa. Si mise a correre, e cominciò a urlare quando il portone spalancato gli apparve come la bocca di un forno; le fiamme pareva scaturissero di sotterra e si slanciavano e volavano via con grandi ali rosse.

Attraverso il fumo soffocante che riempiva il cortile figure nere correvano qua e là con secchi d’acqua.

– La mia casa s’è mutata in inferno, – egli urlò fuori di sè, togliendosi la berretta e sbattendola come tentasse di smorzare con essa il fuoco.

E dimenticò ogni altra cosa. Corse al pozzo dove Rosa e la padrona rosse e sudate attingevano l’acqua e la versavano nelle secchie, e prese due di queste; e per qualche minuto non fece altro che correre dalla tettoia al pozzo e dal pozzo alla tettoia e lanciare acqua sul fuoco. Anche gli altri, uomini e donne, facevano lo stesso: i vicini di casa portavano l’acqua dai loro pozzi, i bambini aiutavano; e tutti pareva si divertissero. Ma l’incendio continuava e anche le fiamme avevano qualche cosa di allegro, alimentate anzichè abbattute dagli sputi dell’acqua.

I cavalli nitrivano e scalpitavano nella stalla; già una trave della tettoia dapprima annerita fumava e s’accendeva in cima come un sigaro.

Allora Zebedeo, acciecato dal fumo e dall’angoscia, s’accorse che Bellia aveva appoggiato una scala di fuori e smoveva le tegole del tetto.

– Largo, – gridava. – Adesso smuovo la trave e la faccio andar giù.

Tutti si scostarono, coi secchi in mano, guardando in alto: in breve s’udì uno schianto; una nuvola di polvere si mischiò a quella del fumo; il tetto cadeva soffocando il fuoco con le sue macerie.

La tettoia era rovinata, ma la stalla e la casa erano salve.

*

Cessato il pericolo cominciarono le recriminazioni.

– Sei stata tu, – gridava il padrone a Rosa. – E chi pagherà il danno, adesso?

La ragazza, buttata per terra e mezza morta per la stanchezza e lo spavento, si guardava le mani scorticate dalla corda del secchio per attingere acqua e singhiozzava.

– Sono stata io, – disse infine. – Ebbene, fate quello che volete; o cacciatemi via o tenetemi al servizio fino a scontare il danno.

Questa sottomissione non calmava Zebedeo; perchè non era al danno della tettoia che egli pensava; pensava alla mano di Bellia che nello sforzo s’era sfasciata e gonfiata di più e prendeva un colore scuro come annerita dal fumo.

E avrebbe voluto richiamare subito il dottore, ma non osava. Per calmarlo Bellia disse che sarebbe andato lui a farsi nuovamente fasciare la mano, e stava per uscire quando il dottore stesso arrivò: aveva saputo dell’incendio e degli sforzi del giovane e lo sgridò con asprezza, cosa che fece grande piacere a Zebedeo.

Bellia cominciò ad annoiarsi.

– Se mi tormentate così, – disse appena andato via il dottore, – mi nascondo e non mi vedrete per una settimana.

– Nasconditi pure, purchè lasci in pace la tua mano.

Allora Bellia andò a coricarsi sul suo lettuccio nella camera terrena e si addormentò profondamente: la madre entrò in punta di piedi e chiuse la finestra e tutti stettero in silenzio per non disturbare il sonno di lui, come quando era bambino.

*

Nei giorni seguenti Zebedeo ebbe molto da fare per lo sgombero e il riattamento della tettoia: uno dei servi del povero Basilio e anche Rosa tutt’ora stordita sebbene avesse bevuto un’acqua contro lo spavento preparata dalla fattucchiera, aiutavano i muratori.

A Bellia non veniva permesso neppure di avvicinarsi: Rosa stessa, che esagerava sempre i suoi sentimenti, avvertiva il padrone se il giovane accennava a fare qualche cosa.

E Bellia scrollava le spalle e si metteva a sedere accanto alla porta di cucina con la mano sostenuta da una fascia legata al collo, triste, preoccupato, non per il male, ma per la sua forzata inazione. Di tanto in tanto la madre o la vecchia gli mettevano un impacco sulla mano che cominciava a venire in suppurazione, ed egli lasciava fare inerte con negli occhi già così freschi e vivi un’espressione di indifferenza; e pareva che le sue palpebre si appassissero come petali di gardenia. Anche la bocca era violacea e arida: una lieve peluria gli cresceva sopra il labbro e sulle gote ed egli non se la radeva più, non solo, ma quando la madre gli diede i denari perchè andasse dal barbiere disse con dispetto:

– Non li voglio. Voglio lasciarmi crescere la barba finchè vivo.

Il dottore era la sola persona che riusciva a scuoterlo e confortarlo sebbene non si pronunciasse mai chiaramente circa la natura e la durata del male.

Ecco che entra dopo aver picchiato forte col bastone sul portoncino aperto per avvertire che viene; la serva fa di tutto per avvicinarsi, lo guarda alle spalle, sul collo, arrossisce, istintivamente si erge sul busto e dondola i fianchi per farsi notare da lui.

Anche Zebedeo e le donne gli vanno incontro e mentre la madre lo guarda con fede e speranza zia Annia l’osserva fredda diffidente e non gli rivolge mai per prima la parola. Bellia s’irrita per tutta quell’accolta di persone intorno a lui; abbandona la mano all’esame rapido del dottore e prova un gusto crudele se la mano ha peggiorato.

Un giorno disse freddamente:

– Se verrà la cancrena bisognerà tagliarla.

– Tu sei pazzo – gridò il padre.

– Perchè ti metti in mente queste scempiaggini?

– Ma io non ho paura di nulla: tanto, da campare ce n’ho.

E tornò a sedersi accanto all’uscio di cucina, tirando calci alle galline e ai gatti che tentavano di passargli davanti.

Neppure Ladrone il buon cane di guardia col quale erano amici da tanti anni riusciva più ad avere la sua simpatia: invano gli si aggirava intorno scodinzolando, guardandolo con occhi dolci e lucenti, invano tentava di leccargli la mano sana: egli lo scacciava col piede, voleva star solo col suo male e col suo pensiero segreto: un pensiero che egli non voleva rivelare intero neppure a sè stesso.

Così un’afa pesante e un’ombra grigia gravavano sulla casa un giorno tanto serena.

La stessa figura di zia Annia vi portava qualche cosa di estraneo, di misterioso; era come l’ombra lunga del morto rimasta lì a ricordare che un’iniquità era stata compiuta, che Dio forse voleva punire la famiglia avida col male del figlio, con le disgrazie che accadevano: perchè alla caduta della tettoia erano succeduti altri guai; l’afta s’era sviluppata nel bestiame lasciato dal povero Basilio, e già due vacche erano morte: altro bestiame era stato rubato.

*

Una sera Zebedeo decise di tornare da Lia. Ella non s’era fatta più viva, anzi a quanto riferivano le donne del vicinato viveva ritirata e lavorava in casa senza voler ricevere nessuno. Zebedeo tuttavia non si fidava di quella quiete apparente.

Questa volta trovò anche il ragazzo accanto alla madre che cuciva: tutti e due seduti su piccoli sgabelli, presso la tavola, sotto la luce diretta d’un lume ad olio; e il riflesso dorato dei capelli di Salvatore faceva contrasto con la massa opaca della testa di Lia avvolta in un fazzoletto nero.

Zebedeo non aveva pensato di poter trovare il ragazzo e la sua presenza lo turbò; quegli occhi vivi e astuti, dolci e intelligenti, gli penetravano fino all’anima.

D’altronde pensava che quello che aveva da dire alla madre poteva sentirlo anche il figlio, e se quei due penetravano a fondo nella sua pena e ne provavano pietà tanto meglio, o se ne provavano gusto tanto meglio ancora: egli veniva lì per frugare nella sua piaga e cercare dolore per conforto.

Tuttavia prese un tono scherzoso rivolgendosi al ragazzo.

– Studi ancora, a quest’ora? E mettilo a dormire, quel libro: non vedi che è stanco di essere letto? E tu va fuori a giuocare coi ragazzi.

– Il mio Salvatore non va mai fuori, la sera – disse seria la madre alzandosi per accostare una sedia a Zebedeo. – Siedi.

– Non va fuori per obbedirti; ma i ragazzi devono sempre disobbedire.

– Tu dicevi così al tuo Bellia?

– Non lo dicevo ma lo pensavo. I ragazzi che obbediscono non sono veri ragazzi sani. Sai che cosa sono, Salvatore?

Il ragazzo lo guardava con gli occhi luminosi, tanto che Zebedeo non sapeva distinguere se in quello sguardo vi fosse più ostilità o benevolenza, beffa o malizia; ma fu contento nel veder ridere Salvatore quando egli disse:

– Sono ragazze.

Lia credette che l’uomo volesse parlare da solo a solo con lei, e per questo consigliasse il ragazzo ad uscire.

– Va a dormire, Salvatore.

Allora fu Zebedeo a pregarla di lasciarlo e il ragazzo abbassò gli occhi sul libro, ma per quanto leggesse non voltava mai la pagina. Anche Lia cuciva: e Zebedeo vedeva le sue mani e l’ombra delle sue mani sulla tela e l’ago e l’ombra dell’ago ficcarsi nella tela con un movimento misterioso; e aveva paura che la donna mormorasse fra di sè maledizioni e scongiuri.

– Non sono più venuto, Lia, perchè in questi ultimi giorni le disgrazie mi sono fioccate come la grandine. Una sventura non viene mai sola. Forse saprai già dell’incendio.

Il viso di lei parve farsi più acuto per un lieve sorriso di scherno.

– Che cos’è una tettoia per te, Zebedeo Barcai? Se ti lamenti per questo! O forse devi venire da me per prestarti cento scudi per accomodarla?

– Beffami pure – pensava Zebedeo – se ciò ti fa piacere e sminuisce il tuo odio, beffami pure.

– Eppoi ho il bestiame malato, e anche il mio Bellia ha una mano malata. (Sapeva Lia o fingeva di non sapere? Il suo viso s’era abbassato e si nascondeva. Bisognava dirle tutto? Bisognava.) Gliel’ha morsicata il puledro del povero Basilio, e pare ci sia un po’ d’infezione. Domani il dottore gli deve fare un taglio per portar via la materia.

– Il dottore? Il fuoco lo bruci. Tu dai retta al dottore? Egli taglia la carne viva ai cristiani per trarne del denaro. Io se avessi un male non mi lascerei neppure toccare da lui.

– Tu vuoi impressionarmi per ritardare l’operazione e far venire la cancrena al mio Bellia, – pensava Zebedeo, eppure la donna gli sembrava sincera e già le sue parole gli destavano un senso di diffidenza contro il dottore.

– Non gliela far toccare la mano, a tuo figlio. Lascia che il male si maturi da sè: poi basta che tua moglie lo punga con un ago e tutto è fatto. Basta la punta di un ago. Ti ricordi (ella pungeva la tela per dimostrare come andava fatto) ti ricordi quando il povero Basilio ebbe quell’ascesso al collo? Il dottore diceva di tagliare: egli taglia sempre, quel figlio di boia; ma Basilio diede retta a me. Bastò la punta di un ago per farlo guarire.

– Ma che cosa credi che abbia da fare il dottore? La lancetta non è che un grosso ago.

– A volte…. – ella disse a bassa voce – a volte sono loro, i dottori, che avvelenano la lancetta per far continuare il male e poi prendersi la grossa paga.

– Lia! Una donna saggia come tu sembri non dice queste cose.

– Perchè? Sono angeli, i dottori? Sono uomini; amano il denaro e quindi sono anch’essi capaci di tutto.

Quell’anch’essi turbò Zebedeo: accennava a lui? Accennava a lui.

– Salvatore, senti che dice tua madre? per fortuna tu non credi a queste cose.

Il ragazzo sollevò gli occhi dal libro ma non rispose: ci credeva o non ci credeva?

– Tu fai male, Lia, a far credere al ragazzo certe cose – disse l’uomo abbassando anche lui la voce.

– Quali cose? Che ci sono uomini senza scrupoli? Purtroppo lo imparerà anche da sè. Basta che sia buono lui e che il male resti fuori di lui.

– Senti, Lia – riprese Zebedeo – io non credo ch’esista tanto male nel mondo. Lo pensiamo noi; pensiamo che gli altri possano fare tanto male, ma è fantasia nostra. Ed è peggio che essere cattivi noi.

Egli parlava così perchè il ragazzo sentisse: non sapeva perchè, ma adesso la sua pena maggiore era che Salvatore lo credesse colpevole.

– E anche se lo tocchiamo con le dita, il male, dobbiamo sempre crederlo minore di quello che è: ai ragazzi poi non bisogna parlarne. Ne avranno l’esperienza, sì, ma c’è tempo davanti a loro. Lasciamoli godere finchè possono. Io al mio Bellia non ho mai detto: il tale fa questo male, il tale fa quest’altro. Per questo è cresciuto buono lui: a sedici anni è ancora come un bambino.

– Il tuo Bellia è nato in un letto di rose e la fortuna gli è stata madrina; per questo è ancora bambino e sarà sempre bambino; ma altri nascono col fiore della sventura in mano e non hanno ancora i denti che l’esperienza della vita li ha fustigati: non parliamone – ella concluse aggrottando le sopracciglia. Allora Zebedeo cambiò discorso: raccontò della donna che aveva ricevuto la visita di Sant’Antonio, con barzellette che fecero sorridere Salvatore: però gli sembrava strano che il ragazzo non parlasse mai.

– Ma la lingua non ce l’hai – domandò quasi irritato di quel silenzio. – Il maestro non t’insegna a parlare?

– Il maestro m’insegna a tacere – rispose il ragazzo; e parlava sul serio, eppure sembrò a Zebedeo che quel moccioso si burlasse di lui.

– Bello, quel maestro! È solo lui che vuol parlare? Digli da parte mia che lui parla per tre, per trenta anzi, se a tutti voi trenta scolari v’insegna a tacere! E se gli darete retta diventerete tutti idioti. Tacere! È quando l’uomo non sa parlare che tutti gli saltano addosso come le mosche all’asino senza coda.. E se viene incolpato di qualche malanno e non sa difendersi lo schizzano in aria come un masso spaccato dalla mina.

– Se non fa del male nessuno lo incolpa – disse Salvatore.

L’altro replicò; e parlava animatamente e pareva fosse venuto solo per questo, per discutere col ragazzo. La madre guardava il suo Salvatore con ammirazione; le pareva Cristo fanciullo di contro ai dottori cavillosi del tempio.

*

Certo era intelligente, Salvatore: a dieci anni si sentiva già superiore a Zebedeo e lo considerava con compatimento: ma in fondo sentiva un vago terrore di lui perchè lo credeva colpevole: non lo odiava, non calcolava materialmente il danno che gli veniva fatto, con una fiducia superba nel suo valore di ragazzo studioso che sarebbe andato avanti da sè; ma quell’uomo torvo dalla figura diabolica rappresentava per lui un mistero che lo rattristava nella profondità del suo essere, una forza alla quale solo Dio può resistere: rappresentava il male.

Eppure, nel sentirlo parlare come parlava, era propenso a crederlo innocente; no, non aveva distrutto il testamento, come la madre affermava; e questo pensiero e le affermazioni di Zebedeo che nel mondo non esiste poi tanto male gli davano un senso di gioia.

La madre però vigilava; sentiva ciò che passava nell’anima del ragazzo e di tanto in tanto lasciava cadere nel discorso qualche parola che distruggeva l’effetto di quelle di Zebedeo. Non accennava mai all’eredità, evitando anche di nominare il povero Basilio che ella pareva non ricordasse più: ma l’uomo non si illudeva: Basilio era sempre lì, presente, e parlava con la voce di lei.

*

– Sai che Pietro Paolo mi ha scritto? – ella disse d’improvviso.

Pietro Paolo era il marito.

– È una lettera curiosa; adesso te la farò leggere. Dove l’hai messa, Salvatore?

Salvatore cercò la lettera nel cassetto della tavola, e mentre Zebedeo la leggeva si scostò alquanto e finalmente si mise anche lui a leggere davvero il suo libro.

Per qualche momento un silenzio profondo regnò nella cucina pulita e ordinata come una stanza da ricevere: e quei tre parevano una famigliola raccolta, quieta intorno al lume domestico.

La lettera di Pietro Paolo era lunga, scritta su uno di quei grandi fogli a quadratini che usavano un tempo i commercianti. Egli diceva di aver saputo della morte di Basilio, e invece di compiacersene faceva le sue condoglianze a Lia.

“So pure che non ti ha lasciato nulla, e questo mi fa meraviglia: ma tutto è possibile nel mondo, e le cose meno credibili sono quelle che più di frequente succedono. Chi per esempio mi avrebbe un giorno detto che io finivo così, e che mi sarei rassegnato a tutte le mie disgrazie?

“È che Dio ci dà la vita, ci dà la disgrazia, ma ci aiuta sempre. Così i miei affari grazie a Dio vanno bene: il mio negozio s’è ingrandito. Ho due commessi, e le ordinazioni crescono di giorno in giorno. Devo confessare che anche il tempo mi ha aiutato; perciò avevo molta roba in magazzino e adesso il ferro ha preso un prezzo d’oro. Dunque, ti volevo dire questo, Lia: mettiamo una pietra sul passato, e scusami se qualche volta ti ho scritto in quel modo: ma la passione e la rabbia mi trasportavano. Con tutto il mio guadagno, io faccio una vita miserabile, sulla sedia a ruote, spinto da una serva come un bambino. Adesso poi questa donna, sebbene in casa mia sia lei la padrona, e s’abbia messo un gruzzolo a parte, mi vuol lasciare: ha trovato un marito più giovane di lei che le mangerà tutto, si capisce; il mondo è fatto così; i pesci grossi divorano i piccoli.

“Io in casa ho bisogno di una donna che mi aiuti e poi sono stanco di star solo, di non voler bene a nessuno. Ho pensato sempre al tuo ragazzino, e sempre pensavo: se Dio ci avesse dato questo figlio prima della mia partenza tutto sarebbe andato meglio: Lia non mi avrebbe tradito.

“Basta con le parole. Il fatto è questo: se tu vuoi tornare con me io non ti farò più cenno del passato. Qui è un paese dove tutti lavorano, e quindi non si occupano dei fatti altrui.

“Nessuno troverebbe strano che noi ci si riunisse: anzi tutti me lo consigliano: il tuo Salvatore avrebbe in me un vero padre. Sento che è un ragazzo studioso: lo faremo studiare. Pensaci bene, Lia, io credo che tornando tu a casa mia, con le tue cure, con la pace nell’anima e il benestare io migliorerei in salute. E anche se non avessi da campare molto, ad ogni modo il tuo avvenire sarebbe assicurato perchè lascierei tutto a te. Rispondimi e credimi sempre il tuo affezionatissimo marito

PIETRO PAOLO.”

“P.S. Vorrei far venire qui anche il vecchio Michele Pala, quello che mi ha insegnato il mestiere. Con la sua abilità, gli farei guadagnare molto. Gli ho scritto; ad ogni modo ti prego di recarti da lui e pregarlo di rispondermi”.

A misura che leggeva, Zebedeo provava un senso di sollievo. Se Lia tornasse col marito e sgombrasse il paese e la sua coscienza! Ma subito, dal modo noncurante con cui la donna lasciò che egli le porgesse invano la lettera e poi la rimettesse sulla tavola, e sovratutto da un lieve sogghigno che le torceva la bocca, si accorse ch’ella pensava in tutt’altro modo.

E perchè ella non indovinasse il suo intimo pensiero prese anche lui un’aria canzonatrice.

– Ha buone intenzioni il valentuomo!

– Buone intenzioni sì, malanno al resto della sua persona! Mi vuole per tirargli la carriuola poichè la serva lo abbandona. Ma io gli tiro il collo, se vuole, non la carriuola.

– Ma ha molti quattrini – arrischiò Zebedeo – e un mezzo paralitico come lui muore presto.

La donna lo guardò di sotto in su con uno sguardo che gli passò sul viso come una vampata.

– Non mi son valsi i denari di chi mi voleva bene, e come possono dunque valermi quelli di chi mi odia? – ella disse: poi accennò con gli occhi a Salvatore. – La mia eredità è una sola, e quella nessun ladro me la potrà togliere.

Zebedeo sentiva voglia di sbuffare, di pestare i piedi. Ma perchè dunque non se n’andava? Cosa era venuto a fare? Cosa era venuto a fare? Sì, d’un tratto ricordò: era venuto a offrire denaro alla donna per aiutarla a vivere; ma era venuto anche spinto dal bisogno di un aiuto che gli facesse sormontare la sua pena segreta.

E l’aiuto era quello: di soffrire, per placare la donna e sopratutto la sua propria coscienza.

Allora andò incontro al rancore di Lia stuzzicandola ma a viso coperto come quando andava per raccogliere le api nell’alveare.

– A me, tuo marito mi sembra guidato da buone intenzioni. Parlo nel tuo interesse, Lia, e nell’interesse del ragazzo. E lui scrive chiaro; (riprese la lettera e lesse): “Ad ogni modo anche se avessi da campare poco, il tuo avvenire sarebbe assicurato perchè lascerei tutto a te”. Tutto sta a vedere se questo suo famoso negozio è così bene impiantato e così lucroso come lui dice. Certo poi tu dovresti fare le cose per bene e scrivergli: sì sono disposta a venire, ma tu garantiscimi sul serio le tue promesse.

Lia non rispondeva, non sollevava più gli occhi, pareva non l’ascoltasse neppure; e anche il ragazzo leggeva adesso e Zebedeo si sentì isolato lontano da loro.

– Capisco che tu sei giovane, – ricominciò tuttavia con un’insistenza che meravigliava lui stesso. – Legarti a un uomo così già mezzo morto è una cosa poco allegra: però ci sarebbero tanti vantaggi e sempre la probabilità che egli ritorni presto nel seno del Signore.

– Se non ci pensa lui, a tornar presto nel seno del Signore, ci penserò io, – ella disse allora sottovoce con accento d’odio profondo: – ch’egli smetta di tormentarmi! Io non lo cerco; non l’ho più cercato da tanti anni. Se voleva uccidermi doveva farlo subito: se non poteva farlo lui poteva mandare un sicario, ma poichè mi ha lasciato vivere, allora, che mi lasci dunque vivere adesso. Mille volte mi ha scritto di aver giurato sul Cristo, mentre il sacerdote benediva il calice della santa messa, che mi avrebbe ucciso. E chi mi assicura che adesso tutto questo non sia una commedia per farmi andare da lui e vendicarsi? Ma io lo consacro al diavolo, prima! E può darsi che egli abbia delle buone intenzioni davvero, ma io non posso credergli: e forse questo è anche il mio castigo. La gente dice che sono stata io a fargli paralizzare le gambe; se Dio mi darà ascolto gli farò paralizzare anche le braccia e la lingua.

– Lia, come sei odiosa!

– Odiosa, sì, per chi mi fa del male. Io non faccio male a nessuno. Se male ho fatto l’ho fatto a me stessa; e che dunque mi si lasci in pace: anche le vipere se non sono stuzzicate non mordono. Ma se io odio, odio con ragione; e allora Dio mi aiuta nella vendetta, e mi manda fino a casa la mia soddisfazione. Vedi come…. (Zebedeo pensò: come io sono qui!) questo furfante mi scrive. Dopo avermi diffamata per tutto il mondo dicendo che sono una stregona, e dopo avermi minacciato di morte mi manda a dire che è infelice. Ma schiatta dunque; il dolore si paga solo col dolore.

– È vero, – disse Zebedeo; e chinò la testa davanti a lei.

Tacquero di nuovo: e di nuovo qualche cosa li univa sotto la quieta luce del lume: una parentela di errore di pena di espiazione.

Nell’andarsene egli si sentì alquanto sollevato.

Aveva messo la mano sulla testa di Salvatore, con l’impressione, al contatto di quei capelli fini e tiepidi, di carezzare una tortora o una pernice di nido.

– Non studiare troppo, che ti fai venire male alla testa, – disse, e questa volta convinto di quello che diceva. – Addio.

– Addio e buona notte.

Gli parve che il ragazzo gli fosse meno nemico: e anche Lia prese senza parlare il biglietto di cento lire piegato in otto che egli furtivamente le mise in mano quando ella lo accompagnò alla porta.

Poi respirò profondamente. Era contento che Lia prendesse i denari: forse gliene aveva già dato un po’ troppi, in così breve spazio di tempo; e gli sarebbe dispiaciuto ch’ella ci prendesse l’abitudine: ma era come un’offerta a un santo dal quale si vuole ottenere una grazia.

Intanto invece di dirigersi a casa sua andava dalla parte opposta verso la piazza: sentiva bisogno di camminare, di sfuggire ai propri pensieri. Avesse almeno avuto come tutti i suoi amici e parenti la consolazione di bere, gli fossero almeno piaciute le donne: nulla, non aveva vizi e quindi neppure il modo di sfuggire almeno momentaneamente a sè stesso.

Cammina cammina arrivò in fondo al paese, arrivò davanti alla chiesetta rovinata e al grande prato dei fioralisi; la luna al suo ultimo quarto spuntava laggiù, lucida, dorata a nuovo; e i fiori e i cespugli già si specchiavano nella loro ombra. Il cuculo si lamentava, ma pareva lo facesse per finzione, per darsi a credere infelice e quindi intenerire chi lo ascoltava e farsi amare nonostante la sua lugubre faina.

Zebedeo non si inteneriva, o meglio s’inteneriva, ma irritandosi contro il suo sentimento; oramai conosceva gli uomini e le cose e gli sembrava che tutti fingessero perchè fingeva lui.

Nella tettoia del vecchio fabbro c’era luce: una fiammella ardeva da sola come un fuoco fatuo.

Avanzandosi Zebedeo vide il vecchio seduto scalzo in un angolo con gli occhiali sul naso, curvo ad aggiustare un oggetto misterioso; e gli parve uno stregone intento a fare qualche diavoleria; ma avvicinandosi meglio vide che si aggiustava le scarpe.

Nel ravvisare il visitatore il vecchio non smise la sua faccenda, solo allungò una mano dietro di sè e dal mucchio degli strumenti sempre lì abbandonati per terra prese le forbici da potare.

Zebedeo fece scattare il gancio che le chiudeva forte ed esse si aprirono acute e minacciose; la molla nuova flessibile come un bruco funzionava benissimo.

– Non sono venuto prima – disse – perchè m’è accaduto un sacco di accidenti; l’avrete saputo.

Il vecchio l’aveva saputo, ma non gliene importava niente: cadesse il mondo il suo pensiero non poteva essere distolto dal suo punto fisso.

– Fate anche da calzolaio, a quanto vedo – osservò Zebedeo.

– Arrangiarsi bisogna; Dio ci ha dato le mani per far di tutto.

– Anche per rubare.

Il vecchio rispose come l’eco alla voce del cuculo.

– Anche per rubare.

E ficcava forte la lesina nel cuoio. Zebedeo lo guardava pensando a Lia che pur essa lavorava di notte e sperava vendetta dalla forza del suo odio.

– Zio Michele, se permettete mi metto a sedere qui sul ceppo ove ferrate i cavalli; è una sedia che non tentenna. Ah, che vedo dietro il vostro sgabello! Una bottiglia di vino. È una buona compagnia, beato voi. Si sta bene qui; passa il venticello; pare che gli angeli sbattano le ali qui intorno. Dunque io non sono venuto solo per le forbici, sono venuto anche per domandarvi se avete ricevuto una lettera di Pietro Paolo, il quale vi domanda se volete andare a lavorare da lui. Voi non gli avete ancora risposto: perchè non gli rispondete?

Si aspettava uno scatto del vecchio, per la sorpresa di sentir proprio lui a far da intermediario all’antico apprendista; ma il vecchio continuò a lavorare.

– Non c’è niente da rispondere.

– Perchè non c’è niente da rispondere? Quello vi propone un ottimo affare, quasi la sicurezza di una fortuna, e voi continuate a punger la lesina sulle vostre scarpe logore che non reggono più neppure i punti.

– Il mio posto è qui.

– Perchè? Per imprecare contro i ladri del vostro sacchetto? Ma potete imprecarli ancora là, Dio ci ascolta ovunque.

– Tu ce l’hai coi ladri del mio sacchetto: pare che tu fossi della compagnia, – disse allora il vecchio non senza cattiveria.

Zebedeo imprecò; poi guardò pensieroso le forbici che teneva in mano e riprese a parlare serio.

– Ascoltatemi, zio Michele: c’è una persona che ha interesse che voi andate da Pietro Paolo almeno per qualche tempo. Se questa persona vi offrisse un’indennità, nel caso che non possiate trovarvi contento, una indennità e il modo di ritornare, e di ristabilirvi qui, che ne direste?

– A che scopo dovrei andare?

– Ebbene, voglio parlarvi chiaro; siete un uomo di carattere e potremo capirci. Si tratta di andare presso Pietro Paolo per assicurarsi anzitutto se davvero egli possiede la fortuna di cui si vanta, e poi per conoscere i suoi veri sentimenti verso la moglie.

Il vecchio aveva già tutto capito.

– Anche a me egli ha scritto che vuol riunirsi alla moglie, e prenderebbe anche il ragazzo; io credo che quella donna farebbe molto bene a ritornare con lui e mettersi così nella via del Signore.

– Che voi siate benedetto, zio Michele. Voi parlate come un vecchio santo che siete, – disse Zebedeo con sollievo. – Ma il guaio è che la donna non vuol sentirne neppure a parlare: ha paura che il marito l’attiri per ucciderla.

– E se l’uccide fa bene: non lo ha peggio che ucciso, lei? Lo ha ridotto come un bue sgarettato; corna e disgrazia; ed era un buon ragazzo, Pietro Paolo, tutto amore per lei; per lei è andato in cerca di fortuna e mentre lui faceva questo lei gli rendeva i bei servizi che tutti sappiamo.

– Siamo tutti soggetti all’errore, – disse Zebedeo sospirando, quasi volesse scusare Lia. – Tutto sta a sapervi rimediare.

– Non è vero; Dio ci ha dato un’anima viva, e sta in noi fare il bene e il male: noi siamo nel mondo solo per questo.

– Ma non sempre si discerne qual è il bene e quale il male.

– Non è vero; si discerne sempre: basta interrogare la propria coscienza, Dio ci parla per mezzo di lei.

– Voi siete un santo, – esclamò Zebedeo, riprendendo il tono sarcastico di prima, – ma torniamo al nostro argomento. Vi parlo francamente: io e la mia famiglia abbiamo interesse che Lia torni col marito; anche perchè la gente finisca col dimenticare la sua condotta scandalosa col povero Basilio. Voi dovreste andare presso Pietro Paolo: di là scrivete come stanno le cose, persuadendo la donna a fare il suo dovere.

Era una parte quasi nobile, quella che Zebedeo gli proponeva, eppure il vecchio scuoteva la testa, accennando di no, di no, alla scarpa che teneva in mano. No, vecchia scarpa, tu continuerai a sopportare i punti delle mie vecchie dita e a far compagnia al mio vecchio piede; ma io non voglio prendere parte all’impresa lucrosa che mi propone Zebedeo Barcai: il perchè lo so io.

E Zebedeo sentiva queste parole non pronunziate e se ne irritava: avrebbe voluto bastonare il vecchio, mentre lo guardava con venerazione.

*

Il giorno dopo Bellia si recò dal dottore per l’operazione alla mano. Il padre lo accompagnò: voleva andarci anche la madre, ma egli protestò vivamente.

– Neppure quelli che partono per la guerra vengono accompagnati così! Lasciatemi andar solo.

Il padre lo seguiva silenzioso, deciso a sorvegliare il dottore, contro il quale sentiva germogliare il seme della diffidenza sparso dalle parole malvagie di Lia.

Ma tutto andò bene. Bellia era un po’ pallido e stringeva i denti per frenare un lieve tremito che gli agitava la bocca; però non sentì dolore quando la punta della lancetta gli spaccò la carne molle e bianca nel punto della mano ove s’era formata la materia: e questa schizzò gialla e rosea fino al viso chino del dottore.

Il dottore non aveva paura di nulla: operava in modo ancora primitivo, senza guanti, senza eccessive precauzioni, e solo aveva cura di disinfettare bene gli strumenti; e parlava per distrarre il malato.

– Sono stato fino adesso dal maresciallo per l’affare di Sant’Antonio e di San Pietro. Io sono del parere che l’isterica abbia avuto un’allucinazione, con subcoscienza di averla. Tu non capisci cosa vuol dire? Ecco, lei stessa, sapendo di desiderare, nelle visite del Santo, una cosa impossibile, ordisce con la sua immaginazione l’avventura grottesca. L’ordisce in modo che Sant’Antonio rappresenti la parte fantastica e San Pietro la parte reale del dramma. Sant’Antonio è la sua fantasia, San Pietro è la sua coscienza della realtà: ed ella evita di parlare di questa seconda parte dell’avventura, mentre è quella che più la tormenta. Del resto succede un po’ a tutti, e più spesso che non crediamo.

Bellia non capiva, e non si curava di capire, mentre il padre, che s’era seduto in un angolo e cercava di nascondersi il più possibile, capiva perfettamente: e accorgendosi della poca comprensione del figlio, pensava che Salvatore invece avrebbe ribattuto e discusso le chiacchiere del dottore.

Eppure gli piaceva che Bellia fosse così.

Il dottore continuava a premere la mano e pareva volesse vuotarla di tutto il suo sangue; premeva, poi asciugava con pezzi di ovatta che buttava insanguinati entro un catino.

– L’affare è che il maresciallo non capisce; non solo, ma crede che io mi burli di lui. Non è escluso che egli creda che uno dei due malandrini sia stato io!

Questo sì, fece ridere Bellia, ma a guisa dei bambini quando vogliono piangere: qualche cosa gli ronzava in gola, come un’ape prigioniera; il riso gliela cacciò fuori, ed egli si sentì sollevato più che se avesse pianto.

– Non ridere, sta fermo. Fermo! Se no non ti dico quello che penso di fare al maresciallo.

– Me lo dica! – implorò Bellia.

– Te lo dico, ma prima dimmi tu quale dei due dovrei essere stato io: Antonio o Pietro?

Bellia credette di fargli un complimento:

– Sant’Antonio.

– E perchè poi? Mi credi un idiota? I santi sono tutti idioti.

– Ma anche San Pietro è un santo.

– È vero: ma questa volta si è mostrato furbo. A dire il vero s’è mostrato furbo anche la prima volta, quando se la squagliò al canto del gallo, e per questo Gesù lo preferisce: tanto è vero che gli ha affidato la portineria del paradiso, e in tutte le storielle ove si racconta di viaggetti di Gesù in terra, vediamo che il Signore si fa sempre accompagnare da Pietro.

Zebedeo pensava sempre a Salvatore. Pensava che il ragazzo avrebbe adesso prontamente risposto “le storielle le hanno inventate gli uomini” e avrebbe voluto dirlo lui, ma non osò.

– E anche in queste storielle Pietro rappresenta l’uomo pratico, l’uomo che per la sua esperienza e la sua prontezza s’è guadagnato pienamente la fiducia di Dio e quindi le chiavi del paradiso. Se lui non vuole non lascia uscirne neppure Dio: e se lui vuole può farci rientrare Lucifero, nel paradiso. Non mi dispiacerebbe dunque di fare la parte di Pietro; eppure, a pensarci bene, preferisco quella di Antonio.

– Perchè? – domandò Bellia disorientato.

– Perchè Antonio è più felice. Il nostro, s’intende, Antonio del porchetto. Mi piace perchè è buono, perchè può vivere solo, perchè infine un giorno che ha voglia di far baldoria, può ammazzare e arrostire il porchetto. Ecco che ridi ancora. Ridi pure adesso; il nemico è fuori di te.

– Sai – disse poi fasciandogli di nuovo la mano – voglio far credere al maresciallo che uno dei due sono stato io per una esperienza mia scientifica sulla donna. Vedrai che quello mi mette davvero al fresco.

E mentre ripuliva bene i suoi strumenti, si volse a Zebedeo.

– E adesso sentite, zio Zebedeo; al fresco bisogna portare questo ragazzo, al vero fresco: al mare.

Zebedeo s’era alzato tutto di un pezzo e stava lì rigido e tuttavia con qualche cosa di cascante, in tutta la persona, come un burattino.

– Al mare?

– Al mare, a respirare un po’ d’aria buona. Non subito: prima deve guarir bene la mano: più in là, in giugno, in luglio, anche agosto se occorre. Perchè mi guardate così? Non avete bisogno di prestarvi i denari o di rubarli per fare questo viaggio.

E a Zebedeo pareva che il dottore ammiccasse malignamente.

*

In giugno la mano di Bellia non era ancora guarita. Dopo qualche miglioramento si gonfiò di nuovo; quindi nuovi impacchi, nuovi tagli. Lo stesso dottore si mostrava impressionato e diceva francamente che mai gli era capitato un caso eguale.

Intanto Bellia deperiva, magro pallido melanconico, e non voleva più uscire di casa neppure per recarsi dal dottore, nel quale anche lui aveva perduto la fiducia.

Stava tutto il giorno in cucina, seduto presso l’uscio, e s’interessava solo ai fatti delle donne. La sua vittima era Rosa, che sopportava pazientemente i suoi rimbrotti e gli scherni: ma anche lei aveva la sua idea fissa, di procurarsi un oggetto personale di Lia, un fazzoletto o una pezzuola, per avvolgere la mano del padroncino e scongiurare il male misterioso.

I padroni le avevano proibito di salutare Lia; e lei non si fidava d’incaricare della faccenda una terza persona che poteva non tenere il segreto; aspettava quindi un’occasione favorevole che finalmente si presentò.

Era la vigilia di San Giovanni. Dopo una notte calda e afosa, Bellia non volle alzarsi di letto; si sentiva fiacco, stroncato dall’insonnia e dallo scirocco, e diceva di aver la febbre: la madre cacciò via dalla stanza le mosche col suo grembiale, poi chiuse gli scurini e andò anche lei a buttarsi come un sacco vuoto sulla sedia ove il figlio soleva passare le sue ore di ozio e di noia.

La vecchia zia Annia era andata a messa: Rosa accorse verso la padrona come volesse porgerle aiuto.

– Sta male, Bellia?

– Sta male sì, dice che ha la febbre. Questa malìa non passa mai, – mormorò la padrona con grande stanchezza. E le lagrime le corsero sul viso solcato d’inquietudine.

– Il dottore non vale a nulla, – proseguì. – Adesso abbiamo pensato con Zebedeo di condurre il ragazzo da un professore. Se occorre si andrà anche a Roma; purchè questa pena possa finire.

– Eppure…. Il cuore mi dice che il rimedio è forse più vicino che non si creda.

– E dimmelo, tu! Io ho fatto celebrare sette messe per le anime del purgatorio: ho dato una vitella a Sant’Antonio, sette scudi a Santa Lucia: ma lui non guarisce.

Rosa si fece coraggio.

– Bisogna togliere qualche oggetto a Lia, volete sentirlo? Vedrete che il male passerà: e staremo meglio tutti perchè qui si tratta di malìa: non vedete che anche il padrone, vostro marito, non è più lui? Ha cambiato umore dal giorno alla notte: è tutto scuro e tetro come un monaco in penitenza. E tutte le disgrazie che vi succedono? Il bestiame che muore, il frumento che si è seccato prima di granire, le cavallette che hanno invaso la vigna? Non vedete, persino le galline sono malate…. Nessuno osa dirvelo, ma tutti credono che qui si tratti di malìa. La strega, la fattucchiera è lei: bisogna trovare lo scongiuro.

La padrona piangeva in silenzio.

– Mandatemi da lei, – implorò la serva piegandosi con le mani giunte e declamando alquanto la sua parte. – Una sera io vado là di nascosto e le tolgo l’oggetto; in nome del padre, del figlio, dello spirito santo, tutto andrà bene. Mandatemi da lei con qualche cosa.

– Ci ho pensato anch’io, a mandarle qualche cosa: ma accetterà?

– Quella? Quella accetta tutto: salvo magari a maledire lo stesso, ma accetta ogni cosa.

– E come le dirai?

– A questo ci penserò io: state tranquilla, saprò fare la mia parte. Io stasera andrò fuori: dirò a zia Annia che vado col vostro permesso a bagnarmi i piedi al fiume e cogliere le erbe di San Giovanni. Anche quelle son buone per lo scongiuro: voi lasciatemi andare, al resto penserò io.

Allora discussero sul regalo da portare a Lia: qualche cosa che le piacesse, che la placasse almeno per un poco. Ma bisognava non destare sospetti in zia Annia, il cui odio era irriducibile; e zia Annia sa tutto quello che c’è in casa. Pensa e ripensa decisero di offrire a lei del danaro.

– Ma si offenderà.

– Quanto siete semplice, padrona mia! Voi datemi il danaro; al resto penserò io.

Tutto il giorno Bellia dormicchiò nella sua camera, ove il caldo faceva penetrare dall’attigua dispensa un odore di formaggio grasso e di conserve, e dal cortile la puzza della stalla; le mosche ronzavano nel buio, gli passavano sulle mani e sul viso, destandogli un brivido nervoso; insistevano specialmente sulla mano malata e pareva volessero penetrare sotto la fasciatura e succhiargli la piaga.

Egli dormicchiava, ma ogni tanto aveva l’impressione di cadere dal letto e si svegliava di soprassalto. Non voleva alzarsi, non sapeva neppure lui perchè; si sentiva cattivo, con una voglia crudele di far dispiacere ai suoi, e specialmente alla madre che ogni tanto veniva a guardarlo, a toccarlo e a domandargli come stava.

– Fa molto caldo oggi, Bellia, è il primo giorno di caldo e perciò sei stordito: ma febbre non ne hai; verso sera starai meglio. Tuo padre tornerà dal podere e porterà i fichi e le mele di San Giovanni.

Avrebbe voluto dirgli “andrai anche tu fuori, nei prati, a bagnarti i piedi nel fiume”, ma desiderava ch’egli non si mettesse davvero in mente l’idea di uscire: era bene che nessuno di casa uscisse quella notte, tranne la serva.

Bellia pensava al podere, alla vigna e ai pascoli dello zio: là tutto era fresco, i grandi alberi stormivano al vento, le lepri correvano rapide da un cespuglio all’altro con le orecchie dritte e gli occhi spaventati. L’anno avanti, proprio di quei giorni, c’era stato con lo zio: ricordava però che lo zio non lo conduceva con molto entusiasmo nella sua proprietà: pareva non volesse fargliela inutilmente desiderare. E per questo egli l’aveva desiderata: non per il suo grande valore, ma perchè era bella.

Ed ecco che era sua, e non poteva godersela. Pareva che il puledro maledetto l’avesse condotto là, quel primo giorno, come il cavallo del diavolo, per fargli vedere il paradiso e poi cacciarvelo fuori per sempre.

Per sempre? Sì, per sempre, perchè lui aveva il presentimento di morire presto. Si sentiva venir meno giorno per giorno come una cosa che si scioglie, come un fiore che appassisce; e poichè doveva morire non amava più di muoversi, di vedere la luce.

Verso sera si sentì meglio, come aveva predetto la madre. Il vento di ponente rinfrescava l’aria cacciando via verso il mare l’afa e i vapori ardenti; e da questi sorgeva la luna, dapprima gonfia e rossa come avesse corso attraverso un deserto infuocato, poi sempre più piccola e chiara, di un pallore di ghiaccio che si diffuse sulla terra febbricitante.

E la terra si assopì in un sogno che risentiva ancora della febbre del giorno; e ogni cosa ogni pietra ogni tegola del paese ogni canna e ogni foglia dei prati prese una forma diversa e cominciò a luccicare o a farsi nera, e a odorare.

La madre entrò nella camera di Bellia e aprì la finestra: egli rivide il cielo azzurro sopra la linea della tettoia nuova, sentì lo scalpitare di un cavallo nella stalla e l’odore del fieno e dell’asfodelo: anche l’incubo si sollevò da lui e andò a volar fuori coi pipistrelli del cortile.

– Alzati, – disse la madre. – Adesso torna tuo padre e sai come gli dispiace vederti così. Perchè vuoi farti ammalato quando non lo sei?

Egli si alzò e uscì nel cortile.

Sì, egli lo sapeva che il padre soffriva, che soffriva più di lui: da qualche tempo non diceva più nulla, il padre, a proposito della mano malata, ma parlava sempre di andare al mare. Ci sarebbe andato anche lui. Andare, andare. Aveva, una smania di muoversi, di andare lontano; tutti i giorni scendeva al podere a lavorare coi servi e quando tornava girava sempre per il paese; pareva avesse paura di stare a casa.

Ecco il passo della sua cavalla, nella strada ove risona un brusìo di voci femminili e un canto di bambini che ballano e giocano.

Tutta la gente del paese è fuori attirata dal chiarore del crepuscolo e della luna; e tutti sembrano presi da una specie di ubriachezza, tutti chiacchierano e ridono felici come se abbiano abbandonato per sempre i loro tuguri caldi e fetidi per abitare la grande e luminosa casa della notte lunare.

Il cane si slancia a grattare il portone ed ha un mugolìo di protesta, perchè solo la casa dei suoi padroni è chiusa come una prigione.

Rosa lo chiama dall’uscio di cucina, gli parla come ad un uomo, gli gitta da un piatto alcuni ossi che rimbalzano contro il selciato del cortile: ma anche lei è irrequieta, con gli occhi lucidi, e d’un tratto si slancia verso la legnaia con un urlo di rapina e afferra entro il pugno una lucciola volante; poi va ad aprire al padrone.

Il padrone entra a cavallo nel cortile; la sua figura tutta nera arriva fino alla luna che spunta sopra il lauro e l’ombra sua e del cavallo oscurano la notte davanti a Bellia.

– Come va? – grida, mentre Rosa con una mano gli tiene la briglia e con l’altra stringe la lucciola.

Bellia ha voglia di rispondere:

– Male, muoio, son già morto.

Le sue labbra si rifiutano di parlare; il suo silenzio però è più triste delle sue parole: e non lo scuote neppure il grido di Rosa che guarda dentro la bisaccia del padrone.

– Sa icu,, sa icu!

*

Nessuno all’infuori di lei aveva voglia di godere di quei primi frutti del podere. Zebedeo non mangiava mai frutta, perchè frutta e dolci son cose da donna, e anche la moglie e zia Annia non erano golose: e Bellia non aveva voglia di nulla; o sì, aveva voglia di cose rare e se si riusciva a procurargliele non le voleva più.

– Dovreste rimandarlo al dottore, quel cestino di fichi, – disse, quando la madre lo pregò di mangiarne. – Non gli mandate mai nulla.

– Egli non ne ha di bisogno; ne ha più di noi.

– Che importa? È per fargli vedere che siamo grati. Tutti gli mandano regali, e noi niente.

– Per quello che ti fa! – disse zia Annia.

– Mi fa quello che può, – rispose Bellia esasperato. – Non è Dio, lui, per potermi guarire. Dio solo può guarirmi e Dio non vuole.

– Che hai stasera? – domandò il padre.

Ma ancora una volta Bellia non gli rispose. Pareva l’avesse proprio con lui, col padre; e il padre lo sentiva e ne provava un’angoscia pungente.

– Ebbene, – disse anche lui irritato, – se vuoi portarglielo, il cestino di fichi, portaglielo pure: altro che cestino di fichi ci vorrà, per lui: cestino di monete, ci vorrà.

– E dategliele! Dal tenerle nascoste nel muro al darle a lui o al diavolo è lo stesso.

– Se non stai zitto ti do uno schiaffo, uno, ma uno!

– Che avete stasera tutti? Vi punge il diavolo con la lesina? – disse la serva ricoprendo con foglie di vite il cestino. – Stasera invece bisogna vivere con Dio: è la vigilia di San Giovanni; bisogna lavarsi al fiume per battezzarsi di nuovo. Io ci vado.

– Tu faresti molto bene a stare a casa, – disse Zebedeo, – lo sai che siamo in lutto.

E anche zia Annia espresse la sua opinione contraria al desiderio della ragazza; ma quando sentì che lui invece, Zebedeo, sarebbe uscito, corrugò le sopracciglia e cambiò parere.

Dove andava Zebedeo quando usciva così la sera? L’istinto non la ingannava; e solo la sua grande prudenza e un senso di attesa e di cieca fede nella giustizia di Dio le impedivano di parlare.

– La padrona me lo ha promesso, non vado a far del male: San Giovanni mi vede.

– Tu glielo hai promesso davvero?

La padrona era una donna passiva e debole e non aveva mai nessuna iniziativa; forse per questo si rispettavano da tutti in casa i suoi pochi voleri. Rispose di sì, e Rosa ebbe il permesso di uscire.

*

Prima di uscire andò a lavarsi i piedi nel catino di pietra accanto al pozzo, perchè voleva tuffarli già mondi nel lavacro religioso del fiume; poi salutò tutti come per un lungo viaggio e si avvolse la testa nel fazzoletto nero che si tirò sugli occhi.

Bellia uscì sul portone per spiarla, e vide ch’ella camminava rasente al muro dove c’era l’ombra e non si mischiava ai gruppi delle altre donne che andavano al fiume. Un desiderio di andare anche lui coi fanciulli che correvano scalzi e le ragazze che ridevano d’amore lo prese alla gola, lo fece singhiozzare. Perchè non andava? Se andava, se immergeva la mano nell’acqua del fiume forse guariva. Chi gli proibiva di andare? Il lutto? Il male? La volontà del padre e quella della madre? Egli confondeva tutte queste cosa in una sola, con rancore profondo. Ed ebbe voglia di ribellarsi, di uscire dalla prigione della sua casa e della sua tristezza, di fuggire, fuggire.

Si riavvicinò all’uscio di cucina, ma non entrò. Vide il padre che fumava la pipa; fumava con rabbia stringendo forte fra i denti il cannello o cercando di velarsi il viso col fumo: vide la madre che sbrigava silenziosa e furtiva le faccende che avrebbe dovuto far Rosa; vide zia Annia: che filava, distante dagli altri, grave e assente, come una parca: nessuno badava a lui. Lo tenevano dentro di loro, e quindi lo credevano al sicuro; ed egli tornò al portone, lo chiuse piano piano dal di fuori e se ne andò anche lui nella notte luminosa.

Il lume della luna era così chiaro che le cose si delineavano più nettamente che alla luce del sole, più compatte, con solo un contrasto fra il bianco e il nero ove non si sapeva quale dei due vincesse.

Anche dentro di sè Bellia sentiva questo contrasto: ombra e luce, dolore e gioia. Lo stesso pensiero del suo male e quello di essere destinato a morire presto accrescevano questo suo senso di felicità dolorosa. Perchè vivere a lungo? Per soffrire di più? Era già annoiato di tutto: ma perchè? ma perchè? Il perchè lo sapeva bene anche lui, in fondo: sapeva che la vita oramai per lui aveva una piaga come la sua, misteriosa e inguaribile, aveva la mano destra morsicata dall’iniquità del castigo, e non valeva la pena di viverla.

Intanto camminava, nascondendo bene la mano entro il fazzoletto scuro perchè gli sembrava che la fasciatura bianca splendesse alla luce; e anche lui rasentava i muri cercando l’ombra sulle tracce di Rosa.

Coi passi delle sue gambe lunghe fu per raggiungere la serva; ma vide ch’ella si volgeva indietro sospettosa e anche lui per non essere riconosciuto si tirò indietro, scantonò: si fermò all’angolo della strada, poi tornò in avanti. Rosa era sparita. La luna illuminava la casetta bianca, la porta verniciata, la loggia della casa di Lia; e anche quella facciata, fra le casette scure, aveva un chiarore strano come di luce propria.

Egli ebbe subito il sospetto che Rosa fosse entrata lì: a far che non sapeva: si sa mai quello che fanno gli altri? E d’un tratto fu preso dalla necessità di sapere se Rosa era là dentro, e dal desiderio di picchiare, entrare, assicurarsene.

Giunto alla porta non osò. In fondo aveva paura di Lia perchè come Zebedeo per Salvatore per lui quella donna rappresentava il male.

Non picchiò, ma si divertì a urlare: un urlo usato dai pastori per spaventare i ladri nelle notti di tempesta, gutturale e fischiante, con una nota diabolica che pareva scaturisse di sotterra.

Poi corse di nuovo a nascondersi dietro un muricciuolo un po’ più avanti della casa di Lia.

Di là vide Rosa uscire guardinga; la strada era deserta e la ragazza stette un attimo incerta se andare avanti o tornare indietro; andò avanti; arrivata al muricciuolo aprì il pugno, e dal pugno parve sbocciare un grande fiore bianco: un fazzoletto che ella aveva rubato a Lia.

Bellia saltò sul muricciuolo e ripetè il suo urlo, e parve il diavolo balzato fuori da una scatola.

*

Rosa si mise a correre in avanti senza gridare. Mai aveva provato un terrore simile, neppure al momento dell’incendio; il cuore le saltava in testa e le pareva di correre a cavallo tanto correva.

Si riebbe appena, si trovò in mezzo a un gruppo di donne in fondo al paese.

– Ho veduto il diavolo, – disse ansando.

– Non avete sentito il suo urlo?

– Dove, dove?

– Là…. là…. vicino alla casa di Lia.

Le donne si misero a ridere.

– Sarà stato Sant’Antonio, invece.

Ridevano ma con brivido di paura; qualcuna propose di tornare indietro per vedere il diavolo, ma Rosa ricominciò a correre in avanti esagerando adesso il suo terrore.

Altre donne e molti ragazzi si trovavano già nel sentiero che attraversa i campi dopo la chiesetta rovinata.

In un attimo la notizia che la serva dei Barcai aveva veduto il diavolo si sparse nel prato; i ragazzi attorniarono subito Rosa tirandola per il grembiale e per le vesti finchè non seppero tutti i particolari; allora tornarono indietro di corsa tutti spavaldi ma uniti in gruppo per farsi coraggio.

Nella strada investirono Bellia che se ne veniva verso il prato; anche lui era allegro; gli pareva di aver cacciato via di corpo coi suoi urli qualche cosa di malefico.

Arrivato in fondo alla strada ormai deserta perchè le donne erano tutte andate in avanti vide una bambina che piangeva: sulle prime la credette un bambino, perchè aveva i capelli corti e un viso maschio, ma fermatosi a chiederle cosa faceva lì sola e come si chiamava la sentì rispondere fra i singhiozzi:

– Ella Bella. Fratellini lasciato Ella. Correre. Diavolo. Paura Ella.

– Vieni con me, – egli disse prendendola per mano, – non devi star qui sola. E tua madre ti lascia andare così?

– Uscita Ella. Fratellini lasciata.

– Ma tua madre dov’è?

– Casa.

– Ah, sei scappata? Eh già, e io non sono scappato? Anche mamma è in casa e non sa dove sono.

La bambina si lasciava condurre, anzi aveva smesso di piangere e trascinava i suoi piedini nella polvere prendendo gusto all’avventura.

E Bellia le stringeva la manina calda e umida di lagrime e gli sembrava di stringere nel pugno un uccellino.

– Adesso troveremo qualche donna che ti riconduca a casa; chi sa quante ne prenderai stasera di sculacciate. Ma tante!

Ella approvava, pronta a tutto.

– Sculacciate Ella tante.

E d’un tratto si fermò, si chinò, diede un piccolo grido di gioia; raccoglieva qualche cosa di meraviglioso.

– Fammi vedere: cos’hai preso?

Ella fece vedere con diffidenza, con paura che l’oggetto prezioso le venisse portato via, un pezzettino di vetro.

– Buona notte, zio Michele, – salutò Bellia davanti alla tettoia del fabbro. – E che fate? Siete lì in agguato aspettando il passaggio di un cinghiale? Venite a bagnarvi i piedi.

Il vecchio quella sera non lavorava, seduto tranquillo come un eremita, col rosario in mano, sullo sfondo lunare della sua tettoia, con la bottiglia del vino sul piano d’argento dell’incudine.

Guardò Bellia, poi guardò la bambina che a sua volta lo fissava incantata.

– È tua sorella?

– Magari! – esclamò sinceramente Bellia, – almeno mi divertirei con lei.

– Figlio di chi sei?

– Di mio padre e di mia madre; – poi si pentì: – non mi conoscete? Sono Giovanni Maria Barcai, figlio di Zebedeo.

– Cos’hai a quella mano?

– Un male. – E Bellia si meravigliò che da qualche momento non pensasse più alla sua mano.

– E questa bambina di chi è?

– Non lo so; credo dei Bellei. Era sola nella strada e l’ho presa con me: cercherò qualche donna che la riconduca a casa.

– A casa, – ripetè Ella già un po’ stanca e impaurita, e lo tirò per la mano.

Allora egli la prese in braccio, sul braccio sinistro, e stette incerto se andare nel prato o tornare al paese.

– Dice ch’era coi fratellini, che l’hanno lasciata in mezzo alla strada.

– E i genitori la lasciano andare così?

– Se non ci lasciano andare andiamo lo stesso, – egli disse facendo saltare sul braccio la bambina: ed Ella ricominciò a divertirsi; rideva e i suoi dentini e i suoi occhi parevano di perla. Due fossettine profonde le scavavano le guancie rotonde dorate. Era bella come un frutto, e non ostante le vestine sporche odorava di ciliegia. Bellia sentiva voglia di morderla appunto come si morde un frutto, per voluttà.

Perchè i genitori non gli avevano dato fratellini e sorelline? Gli davano solo terre e terre, e lui si sentiva sperso nel loro deserto.

Cominciò a giuocare davvero con la bambina; si sfioravano la guancia con la guancia, si morsecchiavano, volgevano il viso fingendo di guardar lontano, di non vedersi più, e poi lo rivolgevano l’un verso l’altra con un grido di sorpresa, per spaventarsi a vicenda.

Il vecchio li guardava.

– Quanti anni hai? – domandò a Bellia.

– Sedici.

– La creatura ne avrà tre. Sei troppo vecchio per poterla sposare.

E Bellia provò un senso misterioso di gioia, come per una rivelazione. Sì, poteva un giorno sposarsi, aver figli anche lui: ci aveva pensato già qualche volta ma vagamente solo per calcolo o per uno stimolo sensuale; adesso era altra cosa. Gli sembrava di abbracciare nella bambina una donna ch’era insieme sua moglie e sua figlia; che gli destava, piacere e tenerezza assieme.

– La sposerò lo stesso, – gridò. – Vero che ci sposiamo? Mi vuoi, Ella? Ti piaccio?

– Piace, Ella.

– Va bene; allora manderò zio Michele a chiederti in isposa per me. Intanto, che facciamo? Andiamo al fiume?

– Sta qui, – disse il vecchio, quasi diffidasse a lasciarli andar soli, – torneranno i fratellini a cercarla. Ecco due ragazzi laggiù; forse son loro.

– Io non voglio dargliela più; l’ho trovata ed è mia.

Ella già profittava della sua potenza; gli tolse il berretto e se lo mise in testa.

– Rimettimi subito il berretto in testa!

– Noe.

– Subito! Altrimenti ti metto giù e ti faccio mangiare da zio Orco; vedilo lì l’Orco; lo vedi?

Allora Ella reclinò la testina sulla spalla e lo guardò lusinghiera.

– Regali berretto Ella?

– Ah come sei furba! E prendilo pure. Tanto tutto quello che è mio sarà tuo.

Due ragazzetti intanto s’avanzavano, ma non erano i fratellini di Ella; e non avevano l’aria di monelli; s’avanzavano con calma discutendo di cose astruse; ed erano vestiti bene ben calzati composti come se andassero a scuola.

Bellia strinse a sè la bambina come per farsi riparo di lei contro un pericolo indefinibile; perchè nel più piccolo dei due amici riconosceva Salvatore.

*

Salvatore a sua volta lo riconobbe e si strinse istintivamente al compagno: pareva che i due cugini più che odio avessero paura l’uno dell’altro. E Salvatore sarebbe passato dritto senza essere molestato da Bellia se il compagno non si fosse fermato nel riconoscere la bambina.

– Raffaella, che fai qui?

A sua volta la bambina gli tendeva le braccia e lo chiamava – Pape, pape, – perchè egli era un suo parente e sempre che la vedeva giocava con lei.

Bellia la stringeva forte sebbene il ragazzo non intendesse prenderla per non sciuparsi il vestito nuovo; Ella ci si divertiva; cominciò a strillare e Salvatore guardò ostile e beffardo il cugino.

– Ma mettila giù, – disse l’altro ragazzo, – perchè la tieni così?

– La tengo così perchè mi pare e piace, – rispose Bellia fissando con odio Salvatore. – E chi ha rabbia si faccia avanti.

Avrebbero litigato, senza il sopraggiungere di altri ragazzi fra i quali i fratellini di Ella: anch’essi volevano la bambina, ma questa si era di nuovo attaccata al collo del suo salvatore e non intendeva di lasciarlo.

Allora i fratelli, affannati per la corsa, proposero un accomodamento; andare tutti assieme in compagnia al fiume; e Bellia si lasciò trascinare, con la bambina in braccio. Era il più grande e il più alto di tutti; la sua ombra lo seguiva lunghissima sull’erba grigia del prato ed egli sentiva Salvatore, che gli veniva appresso, divertirsi a calpestare quell’ombra.

– Fa pure, – diceva fra sè; – ma la roba di zio Basilio ce l’ho io.

I ragazzi parlavano del diavolo apparso a Rosa e uno affermava di aver veduto una “puppa”(1) dietro un muricciuolo.

– Ma va alla Mecca! – disse beffardo il compagno di Salvatore, e bastò questo per farli tutti ridere. Le loro voci stridevano nel silenzio del prato fra il coro dei grilli; Bellia solo taceva e pareva il padre di tutti; e sarebbe stato felice, col dolce peso della bambine sul petto e sull’omero, senza l’ombra di Salvatore sulla sua ombra: e anche Salvatore pensava che se fosse stato solo a fare quella passeggiata avrebbe potuto poi svolgere un bel tema “La notte di San Giovanni” col quadro di quei prati fantastici ove ogni stelo scintillava e cantava, dove i fiori dei cardi e dell’asfodelo parevano rose e gigli, dove le fanciulle legavano con nastri di seta i cespugli del tasso per segnarne la proprietà e coglierne all’alba i fiori per gli amuleti; e la bontà del cielo stesa sulle cose terrene.

*

Finalmente arrivarono al fiume, ridotto a un filo di acqua con pozzanghere qua e là stagnanti fra gli oleandri fioriti, sul greto che pareva una strada sabbiosa e fresca.

Il chiaro di luna, l’incrociarsi delle ombre con le macchie e i cespugli, gli sfondi azzurri e argentei, le figure che camminavano scalze sulla rena e andavano a bagnarsi le mani, il viso e i piedi, e a farsi il segno della croce con l’acqua corrente, tutto infine, dava al luogo una bellezza fantastica.

Rosa si riallacciava le scarpe seduta per terra sul margine del fiume quando vide Bellia con la bambina in braccio e appresso Salvatore. Sognava? O impazziva, quella notte?

– Bellia! – gridò balzando nel gruppo dei ragazzi che si strinsero intorno a lei interrogandola di nuovo sull’apparizione. – Ma sei Bellia davvero? E perchè sei uscito? E perchè hai quella creatura in braccio? Sei diventato pazzo?

– Sono uscito per vedere dove andavi. – egli disse aspramente, irritato perchè lei parlava in quel modo davanti a Salvatore. E lei si fece bianca in viso, stralunò gli occhi e cadde ripiegandosi su sè stessa, come si fosse d’un tratto vuotata.

Era svenuta. I ragazzi si scostarono, fecero un circolo intorno a lei; nessuno osava toccarla. Ma già accorrevano altre donne; le tolsero il fazzoletto di testa, le sciolsero la cintura e le spruzzarono il viso d’acqua. Ella non rinveniva, bianca alla luna come un cadavere; e Bellia, che aveva messo giù la bambina, guardava ansioso per paura che fosse morta. Anche Salvatore si sporgeva a guardare, ma con curiosità fredda e beffarda: fu lui a raccogliere il fazzoletto nero da testa e un piccolo fazzoletto bianco che le donne avevano lasciato cadere dalla cintura di Rosa.

– È svenuta perchè ha veduto il diavolo, – dicevano i ragazzi: – adesso è certo che l’ha veduto.

– Ma statevi zitti! Ero io che volevo farle paura, – gridò Bellia.

Quel grido parve scuoterla: sospirò, aprì gli occhi.

Salvatore taceva: sapeva già tutto, lui, perchè la madre lo aveva mandato nella sua camera mentre confabulava con Rosa: e aveva sentito l’urlo, di fuori; e adesso capiva tutto. Taceva perchè il maestro gli aveva insegnato così: ma si accorse che il fazzoletto bianco con un’S rossa era un fazzoletto ch’egli aveva dimenticato sulla tavola di cucina, e se lo rimise in tasca; poi lo trasse di nuovo e lo buttò davanti a Rosa, assieme col fazzoletto nero, col gesto di uno che butta una borsa d’oro.

*

Dopo quella notte anche Rosa cominciò a star male. Invano ricorse di nuovo alla donna che faceva “la medicina dello spavento”; lo spavento le rimaneva nel sangue, la faceva svegliare di soprassalto; e sobbalzava ad ogni fruscio, ad ogni soffio d’aria. Ogni giorno verso sera le veniva un po’ di febbre, e dimagriva a vista d’occhio afflitta da un male interiore indefinibile; aveva l’impressione di dover fare sempre qualche cosa che non riusciva a fare; di dover cercare una cosa smarrita o restituire una cosa rubata.

Il fazzoletto! Lo teneva ancora lei, sotto il guanciale; e sognava di vederlo ingrandire, ingrandire, diventare un lenzuolo, il lenzuolo che l’avvolgeva, che le dava tanto caldo, che la stringeva fino a soffocarla.

Alla padrona disse di aver perduto il fazzoletto nel trambusto dello svenimento; ed era una specie di vendetta contro Bellia.

Una notte i padroni furono svegliati dalle sue grida: dapprima Zebedeo credette fossero entrati i ladri in casa e balzò nudo dal letto, si armò dì fucile e corse sulle scale: ma già Bellia gridava per rassicurare i genitori:

– È quella pazza che sogna.

Anche lui s’era alzato, del resto, tutto in sudore coi capelli irti: poichè il rimorso di aver spaventato la ragazza e d’essere causa del suo male lo agitava, e i gridi di lei parevano l’eco del suo urlo diabolico.

E i gridi continuavano. In breve tutti di casa, anche zia Annia, furono nella camera della serva. Ella stava seduta sul suo lettuccio basso disfatto: piegata su sè stessa si tirava in giù le trecce lunghe come due corde nere.

Quando i padroni la circondarono cominciò a dondolarsi tutta esclamando:

– Che ho veduto io! Che ho veduto io! Che ho veduto io!

– Avrà sognato l’inferno, – disse Bellia deridendola; perchè aveva l’impressione ch’ella recitasse una commedia.

La ragazza cadde in ginocchio, sempre tirandosi in avanti le trecce che arrivavano fino a terra; e cominciò a piangere.

– Ho sognato che morivo, – raccontò poi, calmata dalle sue lagrime e dalle carezze che la padrona le faceva sulle spalle; – il Rettore in persona era venuto per confessarmi, sebbene anche lui agonizzante s’era alzato, per venire a confessarmi: mi mostrava tre immagini e in una vedevo bene le anime del purgatorio e nell’altra il diavolo che portava sulle spalle un grappolo d’uva nera e ogni acino era un peccatore, ma la terza non riuscivo a vederla, era come un vetro toccato dal sole che non si lascia guardare e avevo paura di essa. Il Rettore mi disse: è l’immagine di Dio; se chiudi gli occhi la vedi bene. Io chiusi gli occhi, ma vidi solo i miei peccati, e cominciai a confessarmi. Ho rubato ai padroni, mi sono compiaciuta del loro male e li ho calunniati; se non potevo altro dicevo che non mi davano da mangiare o che erano avari e superbi mentre è il contrario; ero la loro nemica domestica eppure fingevo anche a me stessa di essere una buona serva. Sono andata a rubare un oggetto dalla casa di Lia per disfare la malia da lei fatta al mio padrone piccolo. Ho rubato un fazzoletto; ma poi non l’ho dato alla mia padrona; non l’ho dato per cattiveria, per vendicarmi dello spavento procuratomi da Bellia: e sono contenta del male di lui perchè lui ha causato il mio male; ma anche perchè è il mio padrone. Ma non trovo pace: ho paura di morire e che il giorno del giudizio di Dio riveli ai miei padroni quello che ero io.

I padroni ascoltavano, stupiti e silenziosi come fossero davvero nella scena del giudizio universale. Bellia era un po’ beffardo sebbene turbato anche lui mentre la madre sentiva voglia di inginocchiarsi accanto alla serva e piangere con lei, e Zebedeo provava un senso confuso di paura; gli sembrava che la serva fosse pazza: solo una pazza può fare così. E zia Annia in fondo con la sua grande figura nell’ombra pareva giudicasse tutti come il fantasma del tempo.

Rosa continuava:

– Il Rettore allora mi disse: i tuoi peccati non sono grandi; sono peccati comuni a tutti gli uomini; ma il tuo peccato grande è quello della finzione: farti credere quello che non sei. Spògliati della finzione e Dio ti perdonerà, ti aiuterà, ad essere migliore, e con questo ti renderà la pace. Allora tu riuscirai a vedere l’immagine di Dio. Poi aggiunse: perchè il giudizio universale è sulla terra a tutte le ore e Dio non è il Dio dei morti ma il Dio dei viventi. Allora ho cominciato a strillare per farvi accorrer e dirvi tutto.

Sospirò profondamente poi si piegò sino a terra e baciò il pavimento. I suoi gesti erano composti, adesso, calmi e coscienti: si sollevò, gettò indietro sulle spalle le trecce, baciò la mano alla padrona: e poichè teneva la testa bassa e gli occhi chiusi, Bellia tentò di scherzare.

– E adesso lo vedi, Iddio?

Ma il padre lo respinse e ritirò bruscamente la mano che Rosa gli baciava.

*

Questa scena impressionò vivamente Zebedeo. Egli non era stato mai un uomo eccessivamente religioso, ma onesto e quasi vanitoso della sua rettitudine, con un fondo di superstizione: quella superstizione paesana tradizionale che supplisce tante volte alla religione vera.

Di giorno in giorno si convinceva sempre più che Dio lo castigava per l’appropriazione ingiusta dei beni del fratello; ma non per questo si decideva a restituirli; anche perchè sapeva che il mondo anzichè approvarlo avrebbe riso di lui. E i suoi affari andavano male, il raccolto delle fave e dell’orzo ch’era una delle sue maggiori rendite fu scarso o di qualità scadente; quasi tutto il bestiame ereditato dal fratello era morto d’afta epizootica. È vero che moriva anche il bestiame degli altri proprietarî ma questo non lo consolava. Del resto quello che lo tormentava di più era il male del figlio, la piaga che non si chiudeva. Ogni tanto si ripeteva l’ascesso e bisognava tagliare di nuovo; e il carattere di Bellia diveniva strano, con alternative di torpore e d’indifferenza, di nervosità e di cattiveria. Si parlava sempre di far venire un professore o di condurre Bellia da lui; si aveva però soggezione del Dottore. Il Dottore poteva offendersi e diventare un nemico pericoloso; già si mostrava ostile perchè non venivano eseguite le sue ordinazioni; allora si pensò seriamente di condurre Bellia al mare; di là si poteva fare una scappata in città e consultare il professore senza che nessuno venisse a saperlo.

Zebedeo scrisse ad un suo amico che possedeva una casa in riva al mare; l’amico offrì subito ospitalità: bisognava però che i Barcai si contentassero di due camere e una cucina perchè il resto era occupato dalla famiglia dell’ospite.

L’idea di cambiare vita sollevò Bellia; anche la serva rideva da sola per la gioia, poichè non aveva mai veduto il mare e lo immaginava tutto liscio e quadrato come uno specchio.

Alla madre invece il pensiero di muoversi dava un senso di angoscia; il viaggio le sembrava interminabile pieno di difficoltà e pericoli, e il mare le destava terrore; aveva paura che Bellia s’annegasse, ma appunto per essergli sempre vicino, per sorvegliarlo e salvarlo da ogni male era pronta ad andare anche nelle altre parti del mondo.

La sera prima della partenza Zebedeo andò a trovare Lia.

La porta e la finestra erano chiuse; Lia lavorava accanto al lume e Salvatore leggeva, questa volta però leggeva un giornale e con grande attenzione.

Egli s’era abituato alle visite di Zebedeo, sapeva che Zebedeo portava denari alla madre e trovava tutto naturale; e in fondo all’anima sperava che in un modo o nell’altro lo zio gli avrebbe restituito i beni del padre: quindi aveva sospeso di giudicarlo pure guardandolo come attraverso un velo nero.

Zebedeo sedette al solito posto, senza che nessuno lo invitasse; guardò il giornale e domandò che notizie c’erano.

– Finalmente hanno fatte la pace, – rispose Lia. – Era tempo.

– Sì, è tempo che il mondo si rimetta in ordine, – egli disse e gli pareva di parlare suo malgrado. – Non vedi che anche il tempo pare diventato pazzo? A primavera abbiamo avuto un caldo terribile e adesso dopo tutto quel vento indiavolato dei giorni scorsi fa quasi fresco. I diavoli girano per il mondo.

– Chi sta dentro casa come me non se ne accorge, – ella disse sempre con un senso nascosto nelle sue parole; – per chi è povero e lavora il tempo è sempre uguale vale a dire sempre brutto, – aggiunse con un lieve sorriso che lasciò vedere i suoi piccoli denti di faina. – Meno male che si aspetta sempre il tempo bello.

Zebedeo si sentiva continuamente mordere dalle parole di lei e gli sembrava di odiarla. Senza il fanciullo una volta o l’altra l’avrebbe strangolata, ma il fanciullo era sempre lì quieto dritto e luminoso come la fiammella del lume: l’uomo si rivolse a lui:

– Ebbene, che faranno adesso questi accidenti di tedeschi? Staranno a casa loro finalmente; e meno male si rimetteranno a lavorare, rifaranno aghi con la punta buona, e per te Salvatore l’inchiostro buono, e aspetteranno anch’essi il bel tempo.

Salvatore rispose serio:

– Faranno invece la rivoluzione, e la faranno fare a tutto il mondo.

– Non ci manca che quello! E il tuo maestro che cosa dice?

– Io non l’ho più veduto perchè sono stato esonerato da tutti gli esami, e dal giorno di S. Giovanni non vado più a scuola.

– E allora, prendi, comprati le ciliege.

Aveva pescato dal taschino del suo corpetto, ove teneva alla rifusa i denari, una carta da cinque lire e gliela porgeva. Salvatore guardò la madre e a un cenno d’assentimento di lei prese il biglietto, ma lo mise sulla tavola fermandone un angolo col lume.

Zebedeo osservò che quella mano era magra e bianca, e non osava dire che il domani la sua famiglia andava al mare perchè gli sembrava che anche Salvatore aveva bisogno di cambiare aria.

– Di tuo marito non hai saputo più nulla?

Pareva ch’ella aspettasse questa domanda perchè smise di cucire, si raddrizzò sulla schiena e lo guardò dritto negli occhi.

– Sì, ha scritto ancora proprio oggi. Io non gli avevo risposto, ma pare gli abbia scritto maestro Michele il fabbro: che cosa gli abbia scritto non so; ma la lettera di Pietro Paolo adesso è curiosa: non posso fartela leggere perché l’ho data ad un’altra persona per chiederle consiglio. La lettera di Pietro Paolo, – riprese scandendo le parole – è tutta piena di Dio. Dice che si sente ogni giorno venire meno le forze e che ha paura di morire presto. E mi domanda perdono di tutto: dice di sapere che il ragazzo ha preso buoni punti e che se ne rallegra; e infine conclude così: o muoio in breve e lascerò tutto al ragazzo, o campo e se tu lo credi lo assisterò negli studi.

Zebedeo si sentì battere il cuore. Sollievo? Vergogna? Invidia di Pietro Paolo per il suo atto generoso? Tutte queste cose assieme e assieme il dubbio che Lia, mentisse per provarlo. Ma no, non era possibile che ella mentisse davanti a suo figlio.

– A chi hai dato la lettera? Si può sapere? – domandò un po’ geloso.

– Al Rettore. Sta male, il Rettore, vomita sangue; ma appunto perchè sta per morire ho fede in lui e farò quello che mi consiglierà. Se lui me lo consiglia vado anche ad assistere Pietro Paolo.

Zebedeo ricordò il sogno di Rosa e d’un tratto gli venne voglia di andare anche lui dal Rettore. Eppure si mise a parlar male di lui.

– È da cento anni che sta per morire e non si decide mai. È troppo attaccato ai denari per potersene staccare. Bisogna sentire quello che il Dottore dice di lui.

– E lui, il Dottore, chi lo giudica? – replicò Lia con asprezza. – Anche tu saprai un giorno chi è il Dottore.

– Oh io l’ho bell’e giudicato! Siamo nel mondo per questo; per giudicarci gli uni con gli altri come nel giorno del giudizio universale.

– Sarà Dio, allora, a giudicarci.

– Dio ci giudica tutti i giorni, – egli disse ripetendo le parole del sogno della serva, – perchè Dio non è il Dio dei morti ma il Dio dei viventi.

E dette queste parole si sentì il coraggio di aggiungere, come cambiando discorso:

– Domani andiamo al mare. Bellia ne ha bisogno, e la madre lo accompagna perchè ha paura che gli accada qualche disgrazia. Andrò ad accompagnarli; poi torno qui: non posso trascurare gli affari, che vanno male. Tutto va alla malora quest’anno. E adesso anche i servi sembrano punti dal diavolo: non hanno voglia di lavorare e chiedono il doppio di paga. Anche i fratelli gemelli che sono nel mio podere non sembrano più loro: onesti fino allo scrupolo, erano, e laboriosi; adesso stanno sdraiati all’ombra e imprecano se io faccio loro qualche osservazione.

E stava per dire come aveva loro perdonato il debito verso il povero Basilio, ma ne ricordava la causa e si vergognò.

D’altronde egli non potè proseguire perchè si sentì picchiare alla porta. Non era mai accaduto che qualcuno venisse, durante le sue visite: ed egli dubitò che la persona che picchiava fosse mandata dalla sua famiglia per spiarlo. Che cosa doveva fare? Anche Lia e Salvatore si guardarono incerti, non volendo aprire per un riguardo a lui: allora egli disse:

– Perchè non aprite?

E Salvatore si mosse.

– E se mi vedono qui? – disse Zebedeo come fra sè. – Che non posso forse visitare l’orfano di mio fratello?

Appena la porta fu aperta Salvatore e quei due là dentro ebbero un brivido di sorpresa e quasi di spavento: un fantasma nero entrava, con le mani così bianche che sembravano luminose.

Era il Rettore.

S’avanzò, sedette al posto cedutogli con grandi esclamazioni da Lia; e la presenza di Zebedeo non gli destò sorpresa.

Salvatore, appoggiato alla tavola, lo guardava fisso e non staccò più gli occhi dal viso di lui: quel viso non era bello, con la pelle di un giallino violaceo aderente alle ossa come una seta incollatavi sopra, e gli occhi bianchi, quasi scoloriti per lungo uso; ma aveva un’espressione misteriosa, profonda, come quella di un morto risuscitato che non fosse contento di esserlo e stentasse a ricordarsi della sua vita sulla terra; vita anteriore di secoli.

Egli non parlò finchè Lia che gli si era seduta ai piedi per terra in atto di omaggio non disse umilmente:

– Si parlava della lettera di Pietro Paolo, con Zebedeo; e del consiglio che ho domandato a vossignoria. Ma perchè disturbarsi a venire, vossignoria? Sarei tornata io domani o poi; non c’è premura.

– Non c’è premura per te ma per me sì, – egli rispose: e aveva la voce afona, tanto che Salvatore si avvicinò strisciando il gomito sulla tavola per sentirlo meglio.

Anche Zebedeo si protese un poco: gli pareva di essere sordo e di sognare; quasi il preciso sogno fatto dalla sua serva.

Il Rettore diceva:

– Tu sei ricorsa a me appunto perchè io sono per partire. Hai detto a te stessa: egli non ha più interessi sulla terra quindi il suo consiglio sarà giusto.

Lia faceva gesti di protesta, ma abbassava gli occhi per paura ch’egli le leggesse nel pensiero.

– Non protestare. È giusto che sia così; da viventi si è attaccati alla terra come l’albero, come ogni cosa naturale, e si vede e si opera tutto attraverso ragioni nascoste come le radici sotterra. Ma non dico che tu sei ricorsa a me solo per quel motivo che del resto fa onore alla tua perspicacia. Tu hai pensato, anche: il Rettore è istruito, conosce i libri sacri le verità rivelate da Dio; quindi potrà consigliarmi bene.

– È vero, è vero! – ella esclamò sollevando di nuovo gli occhi.

– Ma queste leggi, queste verità, cosa sono dopo tutto? Leggi e verità, dette e scritte da uomini. Erano uomini gli apostoli; solo che avevamo vissuto con Cristo ch’era anche lui figliuolo dell’uomo, e ripetevano le sue parole com’egli le sentiva da Dio. Questo Dio vero e grande nessuno lo ha mai veduto sulla terra. Gli stessi patriarchi lo sentivano parlare attraverso le nuvole e per mezzo di Angeli mandati da lui: eppure tutti lo conosciamo, tutti lo sentiamo parlare anche senza conoscere la scienza degli apostoli: io tu Zebedeo Salvatore tutti lo sentiamo tutti lo vediamo.

I tre lo guardavano con avidità e aprivano un po’ la bocca come per respirare le sue parole.

– Dio è dentro di noi; è quello che noi chiamiamo la nostra coscienza; ecco tutto. Basta ascoltarla per ascoltare Dio.

I tre rimasero un po’ disillusi.

Zebedeo anzi scrollò la testa perchè sapeva che la spiegazione sarebbe andata a finire così. Del resto il parroco ripeteva cose che aveva tante volte detto nelle sue prediche in chiesa.

– Mi permetta una domanda, – disse timidamente Zebedeo, – quando lei dice che Dio è Dio solo dei viventi che intende dire? Che viventi, anche dopo morti, sono quelli che non hanno peccato?

– Non c’è uomo al mondo che non abbia peccato, – rispose il prete. – E quindi saremmo tutti morti agli occhi di Dio. Ma per viventi io intendo quelli che realmente vivono sulla terra e si comportano bene evitando il più che possono il peccato, solo perchè questa è la vera vita dello spirito.

– Ma dopo morti? – insisteva Zebedeo.

– È una cosa troppo lunga a spiegarsi, – disse l’altro, cercando di scansare l’argomento scabroso: – la vera rivelazione l’avremo appunto solo dopo morti. L’importante è di comportarci in modo da pigliare alla lettera il versetto di Marco, che Dio non è il Dio dei morti, ma Dio dei viventi, e operare come davanti alla reale divina presenza. E Dio infatti è con noi; è dentro di noi – poi proseguì:

– È curioso il fatto che ognuno di noi cerchi consiglio dall’altro: quasi si direbbe che è per salvarsi da ogni responsabilità davanti agli altri uomini e a sè stesso. Se invece noi prendiamo consiglio da noi stessi, ma consiglio dal profondo della coscienza, lo prendiamo da Dio stesso, e non sbaglieremo mai e faremo sempre il bene nostro e quello degli altri. Nel tuo caso, Lia, come posso io consigliarti se non conosco i tuoi veri sentimenti? O meglio, posso conoscerli, anzi ti dico che li conosco, ma non posso forzarli consigliandoti di fare una cosa piuttosto che un’altra.

Allora ella disse affrontando anzi cercando lo sguardo vago di lui: – La mia coscienza è debole: lei deve aiutarmi ad ascoltarla; lei lo può, se vuole.

– Non è la tua coscienza che è debole sei tu che non vuoi sforzarti ad ascoltarla. Ad ogni modo, senti, che cosa ti spinge a ritornare con tuo marito? L’idea del tornaconto che te ne verrebbe?

– Sì, anche questo: ma per Salvatore, più che per me.

– Ad ogni modo è sempre per tornaconto materiale perchè infine tu pensi di fare di tuo figlio un uomo ricco. E credi tu che la vera ricchezza, dico la ricchezza terrena, sia quella acquistata per mezzo degli altri? La vera ricchezza ce la dobbiamo acquistare noi col nostro lavoro, con le nostre forze interiori e non col cercare aiuto dagli altri. Spesso i genitori rovinano i propri figli col procacciare loro una ricchezza ch’essi soli si devono guadagnare.

Zebedeo pensava al suo Bellia con infinita tristezza: d’altronde gli pareva che ogni parola del Rettore fosse diretta a lui.

– Allora, niente: – disse Lia già rassegnata a rinunziare.

– Vedi? – disse il prete, – il mio consiglio già potrebbe nuocerti. Ma ascoltami ancora; nel tuo desiderio di ritornare con tuo marito c’è un po’ d’amore? Dico amore del prossimo, non amore carnale.

– No, non posso amarlo. Troppo male gli ho fatto per poterlo amare.

– Adesso parli bene! Vedi, non dici, non posso amarlo perchè mi ha fatto del male, ma “non posso amarlo per il male che gli ho fatto”. Il tuo castigo è lì. Il male che hai fatto ti priva del dono migliore della vita, di quello che rende lieti e felici, del regno di Dio sulla terra: ti priva dell’amore.

– L’amore non si comanda.

– Non è vero; questa è un’antica menzogna. È che tu, Lia, come la maggior parte degli uomini, sei come una barca piena di zavorra che crede con questo di poter meglio navigare: un po’ di questa zavorra l’hai già buttata in mare; butta giù il resto; più la barca sarà lieve meglio andrà sulle onde. Perchè tu hai odiato tuo marito? perchè ti era di ostacolo a peccare; e adesso il tuo peccato ricade su te. Perchè il vero castigo dei nostri peccati è su questa terra stessa.

– È vero – proruppe Zebedeo senza volerlo. Ma nessuno badava più a lui.

– Ascoltami ancora, – disse il prete. – Un altro sentimento ti guida verso Pietro Paolo: la pietà di lui come uomo. È così?

– È così, sì! Mi fa pietà e vorrei assisterlo come si assiste un mendicante che cade davanti alla nostra porta.

– E allora va! – egli disse alzandosi: – Dio s’è svegliato in te.

Ma la donna non voleva lasciarlo partire; aveva ancora sete della sua parola. S’inginocchiò, gli prese la mano e cominciò a baciarla come una reliquia: egli però si ritraeva: la sua mano fredda sgusciò da quella di lei come da un guanto caldo.

– Lascia, lascia, Lia! Non toccare tuo figlio senza prima lavarti; il mio male è contagioso. E cerca di partire presto; così il tuo ragazzo, che vedo sciupato, godrà l’aria del mare. Addio.

E se ne andò senz’altro saluto.

*

I Barcai erano in viaggio verso il mare.

La moglie di Zebedeo avrebbe volentieri viaggiato sul carro spedito con la roba, come si usava un tempo quando la gente era più ignorante e più felice; invece viaggiavano in treno, in terza classe sebbene ricchi.

Il treno era affollato, da tutti i finestrini pendevano grappoli di teste di soldati: erano soldati che tornavano in congedo dopo la guerra, e tutti ridevano, tutti urlavano di gioia, ma il loro grido conservava qualche cosa di feroce come se essi andassero ancora all’assalto, – a uccidere e a morire.

Anche lo scompartimento occupato dai Barcai era pieno zeppo di soldati: puzzavano tutti come bestie selvatiche e ad ogni fermata si ammucchiavano sul finestrino soffocando Rosa e la padrona sedute ai posti d’angolo. Rosa si divertiva, rideva con loro e provava piacere al loro contatto, ma la padrona si sentiva sempre più angosciata.

Non le dispiaceva la compagnia di quei buoni ragazzi, e a quel tanfo di selvatico era abituata perchè anche i suoi servi e Zebedeo stesso non odoravano di rosa; ma il caldo, il disagio, il moto del treno, le davano un senso di nausea profondo. Inoltre pensava con inquietudine al carro della roba, e le pareva che qualche cosa della sua famiglia e della casa fosse dispersa per il mondo in balìa di tutti i ladri e malfattori, mentre anche il timore che i ladri entrassero in casa dove la vecchia era rimasta a vigilare ma impotente come uno spauracchio che può illudere solo gli uccelli, non l’abbandonava un momento.

Bellia sedeva alla sua sinistra e Zebedeo accanto alla serva: il trovarsi così riuniti la confortava alquanto; se però gli uomini scendevano a qualche stazione ella gridava per la paura che non facessero a tempo a risalire in treno.

Zebedeo invece era allegro quasi come i soldati di ritorno dalla guerra. Gli pareva di essersi ormai liberato del suo incubo poichè Lia partiva e Salvatore andava anche lui al mare e il suo avvenire era assicurato.

Ad ogni stazione scendeva e invitava i soldati a bere acquavite e liquori; e spendeva con una prodigalità folle.

– Pare che il padrone sia alla festa – disse infine Rosa. – Guardatelo: adesso chiama anche i soldati degli altri scompartimenti.

– Essi tornano dalla guerra e meritano, – disse la padrona sebbene in fondo le dispiacesse lo sperpero di Zebedeo.

– Ma guardatelo! Adesso chiama anche quelli della ferrovia. E fa bere anche il ragazzo.

La padrona fece uno sforzo e si affacciò al finestrino: di là dei cancelli chiusi della strada provinciale che s’incrociava con la linea ferroviaria vide parecchi carri ricoperti di tende di tela da sacco o semplicemente composte con lenzuola, dalle cui aperture si sporgevano teste di donne e di bambini, gente povera che andava al mare, e ne provò un’accorata invidia.

Pare che li abbiate rubati, i vostri denari, – disse Rosa al padrone, quando Zebedeo risalì in treno. – Li spendete senza contarli.

– Chi ne ha ne fruga. E tu ficcati nei fatti tuoi, – egli gridò irritato; e parve cambiare d’umore.

Infatti non scese più dal treno finchè non si arrivò al paesetto ove risiedeva il suo amico: ma dal paese al mare correva un buon tratto di strada e ancora un volta la moglie rimpianse il carro e il modo di viaggiare all’antica.

Ma che accade alla buona moglie? Sogna o è ancora la vertigine del treno che le dà non più un senso di malessere ma un’allucinazione dolce? Le pare di vedere la sua casa trasportata dagli angeli, là fra gli alberi polverosi che circondano la piccola stazione: è la sua casa sì, coi suoi cestini, le sue bisacce, il paiolino di rame per cuocere i maccheroni, la cassa con la biancheria, il materasso di traliccio bianco e turchino, la caffettiera amica; anche il cane è lì e corre incontro ai suoi padroni più veloce del treno.

La donna si asciuga le lagrime dagli occhi riarsi; no, la poesia non è ancora scomparsa dalla terra; e quello che più importa neppure la bontà; poichè il servo mandato col carro della roba ha avuto la buona idea di fermarsi alla stazione per dar modo alla padrona di fare sul veicolo il tratto di strada dal paese al mare.

Ed ella sedette sul materasso e le parve di essere tornata fanciulla quando si andava alle feste campestri in riva al mare e tutto era bello perchè tutto era semplice.

Ancora la stessa brughiera, le stesse rocce fantastiche, gli stessi lecci solitari raccolti a guardare solo il giro e lo stendersi e il ritirarsi della loro grande ombra come pensatori ripiegati a studiare il vano gioco dei giorni vissuti; ancora gli armenti al pascolo; le pecore protese a bere fra i giunchi del ruscello tutto lucido e chiaro e ben delineato tra il verde e l’azzurro come nei quadretti di maniera: ancora i buoi pazienti che trascinano il carro, e il servo almeno per un giorno ridiventato buono che chiede solo la gioia del suo lavoro: e su tutte le cose l’alito puro del mare.

Ed ecco il mare. A poco a poco si avvicina, dapprima come una striscia argentea fra una macchia e l’altra della brughiera, poi sempre più largo e alto fino al cielo. La serva, anche lei sul carro, lo guardava sbalordita presa da un senso di soggezione e di paura.

– Io entrare lì dentro? Entrarci vestita? Per non uscirne viva, vero? Per l’anima mia, no, io non entro.

– E chi ti costringe? – disse il servo con calma; – pare che tu creda che il mare stia lì solo ad aspettare che tu ci sguazzi dentro!

– Io non entro, non entro, – ella ripeteva a sè stessa, ma solo per vincere il gran desiderio che già aveva di bagnarsi.

E si fece rossa e nascose il viso sul braccio quando vide gli uomini mezzo nudi che camminavano nel mare spruzzarsi l’acqua a vicenda.

Era quasi mezzogiorno; i bagnanti stavano tutti sulla spiaggia rocciosa, le donne si bagnavano lontano dagli uomini. Una casa bianca con piccole finestre, ogni camera dalla quale raccoglieva intere famiglie, si disegnava sull’azzurro del mare.

Più lontano biancheggiava fra le macchie la caserma della Dogana, e fra questa e la casa dei bagnanti sorgeva quasi dal mare una casetta colore di pietra.

Era la casa dell’amico di Zebedeo: e il carro con le due donne vi si diresse lentamente lungo il sentiero che costeggia il mare, fra i gridi del servo che aizzava i buoi e le esclamazioni di Rosa.

– Noi andiamo a stare là? Andiamo a stare là? In mezzo al mare? Ma se viene la tempesta si affoga tutti dentro casa come pulcini nella gabbia! Misericordia, misericordia!

Anche la padrona era impressionata, ma taceva. S’aggiustò il fazzoletto intorno al viso e si allacciò il corsetto pensando che andava ad ospitare presso gente ricca e per bene.

E l’ospite veniva loro incontro, con un’espressione di astuzia di allegria e di bontà sul viso rosso tutto pomi.

– Se sapevo che mi capitava la fortuna di ospitare la tua famiglia, Maria Caterina Barcai, fabbricavo un palazzo e non questa mia casupola; ma, vedrai, se Dio lo vuole, un altro anno starai meglio di così.

Sebbene riconoscente, ella pensava che un altro anno se Dio voleva sarebbe rimasta a casa sua.

Anche la famiglia dell’ospite, composta di parecchie donne e di una infinità di ragazzi e bambini, tutta riunita davanti alla casetta, fece festa ai nuovi venuti.

Questa casetta sembrava costrutta coi sassi dei quali era seminata la spiaggia: nei suoi momenti di furore il mare arrivava alla porta ritraendosi subito come sdegnoso di penetrare in una così umile e fiduciosa abitazione d’uomini; davanti una fila di scogli le segnava una specie di cortile marino; le barche dovevano passare oltre e solo gli abitanti della casa si bagnavano in quel tratto di mare come fosse di loro esclusiva proprietà.

Fu servito il caffè agli ospiti e poi furono anche invitati a pranzo: un pranzo abbondante e ricco nonostante quei tempi di carestia.

La tavola era apparecchiata nella stanza d’ingresso e sulla porta spalancata il mare gettava la sua tenda azzurra; il suo riflesso tremolava sulle pareti nude, e le voci il pianto e i gridi dei bambini si confondevano col suo mormorio.

Zebedeo aveva ripreso un po’ il suo buon umore; il ritrovarsi con la sua famiglia in quella tavola che pareva benedetta da Dio gli sembrava di buon augurio; qui poi nessuno gli ricordava la sua pena; senza contare che egli aveva portato in dono all’amico una piccola botte di vino e l’amico la faceva già scorrere come una fontana., in onore degli ospiti.

– Se mi portavi una spada da generale non mi facevi un regalo migliore, Zebedeo Barcai: perchè da noi il vino è cattivo, adesso: sentilo. Fra il mio e il tuo c’è la differenza che corre fra l’acqua e il fuoco. E togliere all’uomo il vino buono è come levargli il sangue sano dalle vene. Bevi, bevi, Zebedeo.

E Zebedeo beveva, sebbene quasi astemio, e attraverso il bicchiere colmo gli pareva che il suo Bellia riprendesse colore.

Anche la madre pur non bevendo una goccia di vino si sentiva un po’ sollevata. La moglie dell’ospite, che le sedeva accanto, e le rassomigliava in modo straordinario, pingue come lei, con un gran seno sostenuto appena da una cordicella di seta attaccata da una estremità all’altra di un invisibile corsetto, e il viso pallidissimo che ricordava la placidezza della luna, le parlava sottovoce confidandole il disagio anche da lei provato ogni volta che doveva lasciare la sua casa del villaggio.

– Ma per i figli e per i nipoti bisogna dimenticarsi di noi stesse; cosa siamo noi senza di loro? Una volta ho provato a lasciarli venir soli; lo crederai? La sera stessa me ne venni qui a piedi sola come il gatto dato via se ne torna a casa appena può scappare.

– Non sono mai accadute disgrazie, qui? – domandò l’altra sottovoce.

– A noi grazie a Dio mai, ad altri sì purtroppo. L’anno scorso si annegò un forestiero, ma era sceso a bagnarsi appena dopo mangiato.

– Bellia, – disse Maria Caterina Marcai rivolgendosi già spaventata al figlio, – hai sentito? Non bisogna mai bagnarsi dopo che si è mangiato; c’è pericolo d’annegarsi.

– Ma sì, lo so, – egli rispose mortificato perchè sì accorgeva che gli altri ragazzi ridevano della paura della madre.

– Tu sai nuotare? – gli domandò il più grande.

– Sì.

– E dove hai imparato?

– Nel fiume.

– Ma se nel nostro fiume non possono nuotarci neppure i pesci, – disse Rosa beffandosi di lui.

– Io ho imparato in un altro fiume più grande, quello di Aar.

La serva non osò smentirlo oltre; il ragazzo grande disse:

– Allora ce lo insegnerai, perchè anche noi non sappiamo nuotare.

Egli arrossì, ma trovò il modo di salvarsi: disse con tristezza come se la cosa fosse vera:

– Il Dottore mi ha proibito di nuotare, per non forzare la mano.

– La tua mano guarirà presto, – gli disse per confortarlo la nuora degli ospiti che allattava un bambino lasciando vedere con un candore di madonna la sua mammella ambrata un po’ lunga come un grande acino d’uva.

– Il mare guarisce ogni male; eppoi quest’anno è un anno benedetto per la nostra famiglia perchè il suocero mio è priore delle Anime, e questo porta fortuna.

Bellia domandò subito spiegazioni: e tutti i ragazzi saltarono su a dargliele, ma il vecchio li fece tacere con un cenno duro. Era una cosa di cui egli aveva molto rispetto e non bisognava profanarla; ne parlò lui non senza una certa vanità.

– Si tratta di questo. Da noi esiste una confraternita antica che si dice delle anime, ed è per seppellire i morti. Tutti gli anni viene eletto il priore, cioè il capo; questa confraternita dunque va a prendere il morto, s’incarica dei funerali, delle esequie, del seppellimento: la famiglia sia ricca o povera non paga che mezzo scudo per una messa. Il priore invece è obbligato alle altre spese e a dar del buon vino a volontà ai confratelli di ritorno dal funerale. Però si dice che durante l’anno non gli accadano disgrazie e tutte le sue cose vadano bene. Le anime dei morti vigilano su lui. Sarà vero, non sarà vero? Certo che io quest’anno sono tranquillo e sereno come un pesce in una cala solitaria; tutto mi va bene; i ragazzi sono sani, il raccolto è stato buono. E spese ne ho avute e ne ho, con le anime! Perchè mentre gli altri anni la mortalità era poca, quest’anno con la peste spagnuola e altre diavolerie la gente muore a grappoli. Anche tre morti in un giorno: e il vino costa sempre più caro e quei diavoli di confratelli quasi tutti vecchioni senza conforti di gioventù hanno sete come i ragazzi dopo una corsa. Io sono contento però: mi dispiace per la gente che muore, per lo più giovani donne e fanciulli, ma mi pare che le loro anime vigilino su di me come tanti angeli. Dopo tutto i confratelli bevono alla salute eterna delle anime: è questo che porta fortuna. Beviamo anche noi, alla salute dei nostri corpi.

La conclusione fece ridere di nuovo i ragazzi; anche i grandi risero e una luce di speranza e di fede tremolò sul viso di Zebedeo e negli occhi di Maria Caterina Barcai. Anche lei avvicinò il bicchiere alle labbra: e gli sguardi di tutti si rivolsero alla mano di Bellia.

*

La prima settimana fu una sosta di serenità per la travagliata famiglia Barcai; pareva davvero che bastasse il contatto con la famiglia dell’ospite per dissipare ogni male.

La piaga di Bellia, esposta al sole, si seccava rapidamente; il primo giorno egli si era nascosto dietro uno scoglio perchè si vergognava del suo male come di una colpa; la madre inquieta andò a cercarlo, camminando a stento sulla rena e indietreggiando paurosa quando l’onda tentava di raggiungere a tradimento i suoi piedi; sedette accanto a lui e non lo abbandonò più.

Egli brontolava; poi si mise a canticchiare; poi disse che appena guarito voleva una fisarmonica di lusso coi tasti d’argento.

– Tutto avrai, figlio mio, purchè tu sii prudente e ti aiuti a guarire.

Egli si rivolse supino, con la mano sana sotto il capo e l’altra sul petto: era quasi completamente nudo come aveva ordinato il Dottore e il suo corpo scarno lungo pallido, con le ossa delle ginocchia ingrossate, con la mano forata come da un chiodo, sembrava alla madre quello di Cristo deposto; ma lei era lì a vegliarlo e già ne sentiva la resurrezione.

– A quest’ora il babbo sarà già in treno, – egli disse guardando con gli occhi spalancati il cielo. – È ripartito contento di vederci ben sistemati, ma già preoccupato per gli affari di casa. Se fosse rimasto qui avrebbe fatto bene: si dà sempre tanto pensiero per la roba, per l’avvenire. A che serve la roba? Io voglio vivere senza nulla, nudo, in riva al mare. Pescherò per mangiare; mi farò una capanna come quelle lassù dei bagnanti poveri, vedute le avete?

Si, la madre le aveva vedute; erano capanne di frasche nascoste come nidi fra le macchie della brughiera dove questa arrivava fino a confondere le sue onde verdi con le onde verdi del mare; vi si ricoveravano i bagnanti poveri con le loro famiglie, separati dagli altri come lebbrosi.

E invero erano tutti malati: bambini paralitici, donne tisiche, uomini con piaghe, con la scabbia, forse anche davvero con la lebbra.

– Suonerò la fisarmonica come quel ragazzo che ieri notte faceva ballare le donne lassù del palazzo; ma la suonerò per me solo. E se vivrò dopo di voi, che Dio vi conservi cento anni ancora, voglio vendere tutto e fare qui le case per quei poveretti delle capanne. E ci farò anche la chiesa col campanile e sul campanile un faro per i naviganti sperduti.

La madre approvava: tutto avrebbe approvato, anche i progetti più fantastici, pur di vedere il suo Bellia così tranquillo steso al sole fino a che la mano fosse guarita.

– Il paese nostro adesso mi sembra così lontano, mi sembra un sogno; e la casa una prigione: prima non era così; prima mi divertivo tanto, in casa e fuori; ma dacchè è morto zio Basilio tutte le cose si sono rovesciate.

– Perchè pensi a questo, adesso? Lascia andare; tutto ti pareva brutto perchè stavi male.

– E quel Dottore! Se fossi stato piccolo mi sarebbe parso l’orco; io credo che sia un uomo cattivo, ma è che deve aver molto sofferto da ragazzo. Capisco che se io continuassi a patire così, un giorno ammazzerei il primo sconosciuto incontrato in una strada, per vendicarmi.

– Di chi ti vendicheresti?

Egli esitò, poi disse:

– Di Dio.

– Bellia! Tu bestemmi: non dir più una cosa simile: altrimenti Dio ti castiga davvero.

– E perchè lui mi fa patire così? Che ho fatto, io?

Allora la madre gli fece un sermone; che Dio ci fa soffrire per provarci; che anche Gesù ha patito innocente, che il dolore è la corona dell’uomo; ora Bellia s’era rimesso a canticchiare e non l’ascoltava neppure. Intanto si avvicinava l’ora del bagno. Già qualche testa appariva galleggiante a fior d’acqua e qualche donna in camicetta e con la sottoveste cucita tra le gambe in mancanza di altro costume da bagno, scendeva timida la spiaggia fermandosi a toccare l’onda col piede come per provarne l’impeto.

Anche Rosa, poichè aveva già preparato quel che occorreva per la colazione, uscì con le donne e i bambini sulla spiaggia, tutta vestita di nero col fazzoletto in testa e con le grosse scarpe che affondavano nella sabbia; e faceva gesti di terrore guardando affascinata il tremolìo delle onde.

Appena la vide, Bellia balzò a sedere e cominciò a gridare e fischiare per deriderla: allora, incoraggiata dal dispetto, e poichè le donne la invitavano a bagnarsi con loro promettendo che l’avrebbero sempre tenuta per mano, cominciò col levarsi le scarpe.

– Mi bagnerò solo i piedi come nella notte di San Giovanni.

E così fece; ma un’onda la investì d’improvviso ed ella scappò di corsa inseguita dall’acqua luminosa che le bagnò l’orlo delle vesti.

Bellia s’alzò in piedi e riprese a gridare e ridere forzatamente battendo le mani; i ragazzi degli ospiti, nonostante i cenni delle donne lo imitarono. Rosa fece un viso mortificato, come volesse piangere; poi rientrò nella casetta e dopo qualche momento riapparve vestita come le altre donne, con la sola camicetta e la sottoveste cucita fra le gambe; ma teneva ancora il fazzoletto in testa, cosa che provocò una grande ilarità in tutti.

Allora se lo strappò d’un colpo e lo sbattè per aria, tutto nero sull’azzurro del mare; poi lo buttò accanto alle scarpe che aveva abbandonate sulla sabbia; tornò dentro l’acqua si chinò v’immerse la mano e si fece il segno della croce.

– Smettila Bellia, – disse la madre, tirandolo giù. – Se continui a sbeffeggiarla così quella va fino in fondo al mare.

E infatti Rosa procedeva spavalda a testa alta senza voler la mano che le offrivano le donne; e guardava in su per non vedere il pericolo, ma era diventata pallida, coi denti che le battevano per l’impressione del freddo.

D’un tratto diede un grido e parve dovesse cadere; aveva messo il piede in una buca. Bellia non gridò più e anche la madre impallidì e cominciò a supplicare le donne perchè salvassero Rosa. Rosa si salvava già da sè, avendo capito che si trattava di un pericolo da ridere; si era inginocchiata dentro l’acqua e dopo il primo brivido di freddo provava un piacere indicibile a sentirsi così tutta circondata e posseduta dal gioco delle onde.

Le donne le si riunirono in cerchio attorno strette per mano in una specie di danza che a lei ricordava il ballo della tarantola quando il paziente morsicato dalla bestia velenosa viene seppellito fino al collo nella terra smossa e intorno gli danzano sette vedove sette maritate e sette fanciulle finchè la terra non gli ha risucchiato dalla carne il veleno.

Così lei si sentiva risucchiare dall’acqua tutta la sua paura e ogni altra inquietudine della sua vita. Smarrita nell’azzurro le pareva di poter nuotare come i pesci; solo che le sue vesti scure galleggianti gonfie entro l’acqua le davano l’aspetto di una seppia mentre lei avrebbe voluto muoversi nuda e rossa come una triglia.

Si mise a sedere poi si allungò, galleggiò, sostenendosi con una mano appoggiata alla sabbia: in breve fu la più ardita e agile fra le bagnanti; e si dimenticava di venir fuori e che la pentola l’aspettava.

Bellia s’era di nuovo steso accanto alla madre, rivolto al mare, e adesso guardava Rosa con invidia poichè a lui non era permesso di fare il bagno quel primo giorno.

– E vieni, dunque, – gridò la ragazza avvicinandosi alla riva, – hai paura? Ti dò la mano!

Egli però non voleva essere sbeffeggiato dalla sua serva: la guardò con occhi sdegnosi.

– E pensa piuttosto a farmi da mangiare: il pranzo degli altri è pronto.

*

Il pomeriggio era meno lieto della mattina in quella spiaggia ad oriente dove il mare s’immelanconiva a misura che il sole cadeva sopra i monti lontani: le onde s’increspavano e le lontananze si facevano livide di una tristezza nostalgica gelosa del fulgore che restava sull’orizzonte della terra: e la musica esasperata nella sua monotonia della fisarmonica lassù fra le macchie e le capanne dell’accampamento dei poveri pareva la voce stessa del paesaggio.

Bellia cominciava così ancor nudo com’era a sentire un po’ di freddo, eppure non voleva vestirsi nonostante le suppliche della madre; in fondo provava un senso di conforto, una dolcezza fisica, a sentir la sua pena confondersi con la pena delle cose intorno.

La sua attenzione era attratta dall’accampamento primitivo dei poveri mentre il casone bianco dei bagnanti borghesi, con le sue finestre eguali, con le figure di ragazze vestite di bianco e di uomini in veste di tela non lo interessava per nulla. Solo invidiava i giovanetti della sua età che andavano in barca remando; gli pareva che avessero le ali, che arrivati lassù dove il mare si confonde col cielo restassero sospesi in aria a dominare il mondo. Poter vogare anche lui così! A che gli serviva la ricchezza, se era più impotente dei poveri ragazzi là dell’accampamento che si nascondevano per nascondere le loro piaghe?

Altre barche con donne e uomini passavano quasi rasentando la riva e si perdevano giù dietro la cinta di scogli che chiudeva la cala; dove andavano?

– Vanno a vedere la grotta della Sirena, – spiega Rosa accovacciata sulla sabbia e anche lei un po’ melanconica. – È un luogo, dice la serva degli ospiti che c’è stata, un luogo, un luogo il più bello del mondo; una chiesa dentro la scogliera, tutta candelabri di diamante e un altare che non si può guardare tanto riluce. Dalla volta pendono grappoli di uva e di frutta tutti d’oro e di perle: e giù il pavimento è di madreperla e di corallo, e sulle pareti si arrampicano piante di rose d’oro. Ma è difficile entrarvi, bisogna che il mare sia calmo come l’olio: e guai se non si fa presto a uscirne perchè la Sirena nascosta nella grotta si diverte a scuotere il mare mentre i visitatori son dentro; allora non si può più uscirne e chi tenta di farlo può annegare.

– Speriamo non ti venga in mente di andarci – dice la padrona.

– Io? Dio me ne guardi! Non voglio correre il rischio di stare là dentro tre giorni come è avvenuto al cugino del fidanzato della serva dei nostri ospiti: la mia pelle è nera, ma le voglio bene anche così.

– Io invece voglio andarci, – annunziò Bellia. E poichè vide già gli occhi della madre velarsi d’inquietudine, aggiunse: – ci verrete anche voi.

Ma pareva lo dicesse più che per rassicurarla, per un istinto di crudeltà.

– Se ci andate voi, ci vengo anche io, – esclamò la serva; – e del resto se restiamo là dentro che importa? ci portiamo un po’ di provviste e buona notte!

– Tu non andrai senza il mio permesso, Bellia, – afferma la madre con uno sforzo di autorità che le desta già un senso d’angoscia; angoscia per il pericolo ch’egli corre recandosi alla grotta, ma sopratutto per il dovere di opporsi al desiderio di lui.

Egli sorride, tanto del tono d’autorità quanto della pena nascosta di lei; in fondo sa che può fare quello che gli pare e piace.

E la fisarmonica lassù tra le tamerici che si staccavano già scure sul cielo rosso dell’occidente suonava qualche cosa di simile: una barca che scompare dietro uno scoglio e desta le smanie di un giovane cuore malato: oh, andare, andare così nel mare della vita in cerca della grotta delle illusioni, abbandonando il cuore sicuro della madre per il perfido sorriso della Sirena.

*

La mattina dopo Bellia fece il suo primo bagno. Indossava un paio di mutandine di maglia a strisce gialle e rosse che quando egli camminava avevano un’ondulazione serpentina: Rosa, già in acqua, cominciò a gridare:

– L’aragosta, l’aragosta!

– La seppia, la seppia, – egli rispose, ma la sua voce era incerta, e anche lui tastava l’acqua col piede, pauroso di avanzare. Avrebbe dovuto andare a bagnarsi di là della casa bianca, assieme con gli altri uomini, ma la madre non glielo permetteva: d’altronde poteva passare per il più grande dei ragazzi ai quali era lecito stare con le donne; e la madre lo accompagnava e lo sorvegliava appunto come un bambino al suo primo bagno, e soffriva di non potere anche lei entrare in acqua e tenerlo per la mano come facevano le altre madri coi loro piccoli.

Anche il cane non voleva abbandonarlo; gli si drizzava addosso lungo e bianco e come nudo anch’esso, con un lamento quasi umano, e pareva volesse trattenerlo, salvarlo da un pericolo.

Per fortuna Bellia procedeva con paura e prudenza: aveva l’impressione che quell’acqua tremula gli si attorcigliasse alle caviglie con cordicelle misteriose, per attirarlo lontano; e senza i gridi e gli sberleffi di Rosa sarebbe tornato indietro con gran consolazione della madre.

La madre se ne stava dritta sulla sabbia con la mano sugli occhi più ansiosa delle donne dei pescatori quando i loro uomini sono in mare e la tempesta arriva tutta d’un tratto lanciando in avanti le procellarie sinistre: accanto a sè aveva steso un lenzuolo che sembrava una vela, per scaldarlo al sole e con esso asciugare il ragazzo; e aveva deposto un paniere con uova, biscotti, vino bianco, tanto quanto bastava per ristorare dieci naufraghi.

Il cane non era meno ansioso di lei; entrava nell’acqua ma non osava avanzare; tornava verso la padrona e raspava la sabbia ai suoi piedi, con un guaito che chiedeva, soccorso; infine diede ascolto ad un’onda che si avanzò fino a lui, la seguì, si lasciò portare, cominciò a nuotare fìnchè raggiunto il padroncino gli si aggrappò addosso e parve volesse baciarlo sul viso.

L’esempio del cane diede mi po’ di coraggio al bagnante.

– Rosa, – ordinò alla serva come fossero nella loro cucina., – porta fuori questa bestia.

E le buttò addosso il cane per vendicarsi della beffa di lei, poi andò avanti sempre con grande prudenza.

A poco a poco la madre lo vedeva allontanarsi e affondare: ecco, l’acqua pare se lo divori; gli ha già mangiato le gambe, le ginocchia, le coscie: solo metà del corpo è ancora salvo.

– Bellia, Bellia, non andare più oltre.

La voce di lei si perde con quella delle altre donne che richiamino inutilmente i loro bambini. E adesso la serva, che deve stare sulla sabbia per trattenere il cane, si diverte a spaventarla.

– Sono venuta fuori perchè ci sono tante tarantole di mare: se pungono fanno morire arrabbiati.

– E Bellia, non lo sa! Guarda com’è lontano!

– Non aver paura, – la conforta la sua ospite. – Non è vero che ci sono tarantole. E l’acqua è bassa fin dove vedi nuotare quegli uomini.

– Io ne vedo uno che mi sembra un morto, padrona mia. Dev’essere un annegato.

– Ma no, è uno che fa il morto, come si dice, – spiega l’ospite.

– No, no, il mare mi piacerebbe vederlo di lontano, – dice la madre, – dalla cima di una montagna.

– Guardate, – urla la serva, drizzandosi sulle ginocchia, – che cosa sono quelle macchie laggiù? Pescicani?

– Ma non vedi che sono barche?

– Bellia, Bellia! Non andare avanti. Guarda com’è pallido e tremante. Gli viene male.

– È l’impressione del freddo, – dice l’ospite; – bisognerebbe che si tuffasse tutto.

– Bellia, va sotto. Non prendere freddo. Dio mio, questo ragazzo oggi mi fa morire. (Il Dottore che gli ha ordinato i bagni vuole proprio la nostra rovina, ha ragione chi dice che è un’anima perversa.)

Mentre pensa così la disgraziata donna accenna a Bellia di tuffarsi; ed egli finalmente capisce, si piega dentro l’acqua, sparisce, ricompare, ma è livido in viso, col corpo tutto lucente e tremante.

– Per oggi basterebbe, – dice la madre. – Il Dottore ha ordinato di bagnarsi appena, il primo giorno.

– È troppo poco, – osserva l’ospite; – lascialo ancora.

– I tuoi ragazzi stanno molto in acqua?

– Dovresti domandarmi se stanno molto in terra. Non vedi che vengono fuori solo quando sentono fame?

Alquanto rassicurata, la madre si piega e siede sulla sabbia, accanto all’ospite: e Bellia pare capisca ch’ella gli accenni di piegarsi anche lui; infatti si tuffa di nuovo e prende dimestichezza con l’acqua; l’assaggia e la sputa, va lontano tutto solo, un poco incerto ancora ma già lieto come un bambino che comincia a camminare.

– Adesso mi pare che basti, per oggi, – consiglia l’ospite, – puoi farlo venir fuori.

– Bellia? Bellia?

Bellia è già tanto lontano che non sente più; e alla madre accorata sembra che egli vada verso gli opposti lidi del mare.

– Rosa, – dice tuttavia alla serva, – va a chiamarlo.

– Già! Come che egli sia nella strada davanti a casa!

– Signore! Come si fa? Ci fosse almeno il padre.

Anche il cane era di nuovo inquieto e si lamentava e lottava con la serva che lo teneva sempre stretto a sè.

Ma già Bellia se ne ritornava piano piano, trionfante e tuttavia ancora prudente, camminando fra le onde basse come in mezzo ad un campo di grano che non si vuol calpestare.

E alla madre pareva che il mare stesso sorridesse nel restituirle il suo diletto.

S’alzò e prese il lenzuolo caldo di sole: lo tenne aperto come un paravento mentre Bellia si toglieva le mutandine; poi glielo avvolse bene intorno al corpo; e ancora una volta avrebbe voluto prendersi in collo il suo ragazzo per asciugarlo e scaldarlo contro il suo seno.

Gli diede subito da bere un uovo, poi un bicchiere di vino bianco; poi si piegò a togliere i sassolini dalla sabbia dove egli si stendeva e gli coprì i piedi con la rena calda: infine sedette in modo che la testa di lui riposasse sull’ombra di lei come sul suo grembo stesso.

*

Il sabato ritornò Zebedeo, con due bisacce colme di pane fresco, dolci, frutta, latticini. Nonostante il suo carico camminava svelto lungo la spiaggia e aveva un’aria felice: tanto che Rosa nell’andargli incontro si mise a scherzare con malizia.

– Vi siete trovata l’amica, in paese, adesso che vostra moglie è lontana: sembrate ringiovanito di venti anni.

– E tu invece stai a seccarti come un’aringa, perchè non trovi l’innamorato, – egli rimbeccò; ma il suo accento non era cattivo, e il solo fatto che egli accettava bonariamente lo scherzo della serva dimostrava il suo buon umore.

E si rallegrò maggiormente quando vide Bellia. Anche Bellia sembrava un altro; s’era ingrassato e annerito, e i suoi occhi non avevano più quel velo di tristezza quasi crudele che prima li offuscava.

Si piegò a guardare i cestini e gli involti che Rosa traeva dalle bisacce e cominciò a mangiare golosamente e alla rinfusa le cose che contenevano: e il padre lo guardava con beatitudine.

– Come va la tua mano?

Bellia non si ricordava più della sua mano poichè la piaga s’era quasi del tutto chiusa.

Quando andarono a mettersi sulla sabbia Zebedeo guardò se nessuno, neppure la serva, li sentisse, per confidare alla moglie il segreto della sua gioia.

– Quella donna è partita. È andata dal marito. Speriamo non torni più in paese.

La moglie sospirò, un sospiro strano non di sollievo ma di sofferenza rassegnata; egli la guardò e si accorse che anche lei era mutata, dimagrita, con gli occhi tristi; pareva avesse ceduto la sua carne per ingrassare il corpo del figlio, e la tristezza di questi si fosse in qualche modo trasfusa in lei.

– Maria Caterina, – disse subito allarmato, – perchè sei così? Che hai?

– Nulla, Zebedeo. È il clima del mare che mi abbatte. La notte non posso dormire.

– Ti bevi troppo caffè, forse.

– Forse: ma non ho voglia di altro. È il pensiero della casa che mi tiene sveglia.

– Tu sei pazza, Maria Caterina; la casa è custodita come una fortezza, perchè, tu appunto non ti dia pensiero ho fatto stare a casa il servo; e la vecchia bada a tutto solerte e maliziosa come la madre del diavolo. Non aver paura, tutto procede bene. Anche in campagna tutto va meglio: come se la maledizione di quella donna sia cessata.

– Io non ho mai creduto alle maledizioni, – disse la moglie con una certa rigidezza. – Noi viventi non possiamo nulla senza la volontà di Dio.

– Ebbene, sarà Dio allora che si sarà stancato di castigarci per i nostri peccati. Il fatto sta che le cose vanno meglio; ringraziamo Dio.

La sua voce era scherzosa; ma anche nei suoi occhi fissi sul mare passava di nuovo un’ombra misteriosa che rassomigliava appunto alle ombre del mare: donde vengono? il cielo è sereno senza una nuvola, la terra è lontana, le onde deserte; eppure grandi veli d’ombra oscurano qualche zona nelle distese ove l’acqua è più tranquilla e pare salgano dalla sua profondità.

– Che nuove laggiù? – domandò la moglie. – Che cosa si dice per la partenza di Lia?

– Tu sai che io non parlo mai di lei con nessuno, e nessuno osa parlarmene. In questi giorni poi ho evitato appositamente gl’incontri per non far chiacchiere; sono stato quasi sempre al podere a guardare la nostra roba, ed ho lavorato più dei servi. Solo sono andato dal Rettore: ma il Rettore sta male, dopo quella sera s’è messo a letto e non ha più la forza di fare addio con la mano.

– Dopo quella sera?

– Ma – egli disse un po’ confuso – dopo quella sera, alla vigilia della nostra partenza, che l’incontrai in piazza, mi pare di avertelo detto.

No, egli non le aveva detto di quell’incontro, ma ella non insistè; pensava ad altro.

– Sai che cosa mi disse il nostro ospite? Che facciamo bene a portare Bellia al mare: il mare lo rinforzerà e lo guarirà; altrimenti può andare a finire come il Rettore. Se il Rettore si fosse curato bene, da ragazzo, non finiva così: ma egli era troppo attaccato ai denari.

– Noi però non siamo attaccati, ai denari; – la rassicurò il marito. – Tutto faremo per lui; si vive e si lavora e si soffre solo per lui.

– Egli però è un po’ ingrato; – gli confidò la moglie sottovoce, mentre Bellia scendeva di corsa dalla casetta e andava a gettarsi in mare destando nell’acqua un tumulto come vi si fosse precipitato dentro su un puledro ricalcitrante. – Vedilo! Ha appena mangiato e va dentro a rischio di farsi venire una sincope. Bellia, Bellia, – cominciò invano a gridare, – è troppo presto; hai appena mangiato. Non tuffarti, non andar lontano! Vieni a stare un po’ con tuo padre. Sì! Gli importa molto del padre e della madre! Fa il piacere suo e basta; anche se mi vede morire d’inquietudine non se ne cura, anzi ne ride: si direbbe che prende gusto a farmi stare in pena.

– Ma non è nulla, Maria, tu t’inquieti per sciocchezze. Vedi com’è agile? Lascialo muoversi, divertirsi: è questo che gli fa bene.

– Oggi il mare è buono e non c’è pericolo; ma l’altro giorno era mosso, con dei cavalloni che pareva volessero arrivare di là del piano. E faceva freddo, nessuno si bagnava, solo lui. D’un tratto è scomparso. Mi sembrò di morire.

– Lo sgriderò, – promise il padre; ma lei non si chetava.

– Tu sai, Zebedeo, io sono una donna tranquilla, non sono mai uscita di casa, può dirsi: da anni non vengo nemmeno al podere. Ci voleva solo l’amore per il figlio per farmi muovere; e questo viaggio è per me come l’essere andata in capo al mondo. E non siamo in capo al mondo? – ella disse guardando con un senso di mistero l’arco del mare. – Questa linea di sabbia, mi pare, a volte, l’orlo di un precipizio. Dopo questa striscia ferma tutto si muove e ogni onda apre la bocca come un animale feroce. Quello che provo io qui è quello che si deve provare al momento della morte. L’altro giorno, ti assicuro in fede mia, vedevo proprio l’immagine dell’inferno là dentro il mare mosso: diavoli e diavoli che lottavano con le anime dannate; e pensavo: è giusto quello che molti affermano che non c’è altra vita, che il paradiso l’inferno e il purgatorio sono in questo mondo.

Il marito balzò a sedere sulla sabbia dove s’era beatamente disteso: le parole e sopratutto l’accento e l’espressione del viso della moglie lo turbavano profondamente. Sulle prime credette ch’ella riponesse un senso nascosto nelle sue parole, un significato che gli ridestava le angosce sopite; ma poi s’accorse che ella parlava senza alludere ad altro che al suo terrore del mare, e tentò nuovamente di calmarla. Ma la sua ridestata pena non si riaddormentava: in fondo era tutta una stessa cosa, l’inquietudine della moglie e la sua.

– È effetto del clima al quale non sei abituata; a molti il mare fa così; ma poi passa. Del resto fra due settimane o tre al massimo saremo a casa e non se ne parla più.

– Non se ne parla più? E gli anici prossimi? Questa pena bisognerà rinnovarla ogni anno.

– Ma no, Maria! Il ragazzo guarirà e d’altronde potrà venire senza di te.

– Senza di me? Senza di me a quest’ora si sarebbe annegato dieci volte. Io non lo abbandonerò mai. Piuttosto tu devi dirgli che sia prudente; che non si allontani. Adesso poi s’è messo in mente di andare alla grotta della Sirena, dove è facile entrare ma difficile uscire. Quella scempia di Rosa non parla d’altro; anche i ragazzi dell’ospite ne parlano; ed egli vuole andarci a tutti i costi. Tu glielo devi proibire.

– Glielo proibirò – egli promise per calmarla, e infatti quando Bellia tornò sulla spiaggia si ebbe un’energica paternale, alla quale rispose con sorrisi di derisione e infine con parole insolenti. Pareva che quella vita primitiva in riva al mare lo avesse inselvatichito: e il padre fece una mossa per ricordargli con uno schiaffo la dimenticata educazione. Allora la madre lo difese, e la pena per il figlio maltrattato superò la pena per il figlio disubbidiente. Tutto, tutto, fuorchè vedere il figlio soffrire.

*

Anche il padre preferiva l’insolenza sana alla passività malaticcia di Bellia.

E poichè anche l’ospite gioviale era a passare il sabato e la domenica con la famiglia, furono di nuovo due lieti giorni di baldoria omerica.

Il sabato vi fu banchetto dall’ospite: la domenica dai Barcai. Un’aria di festa spirava anche sul mare: il venticello di ponente increspava l’acqua, così limpida sulla sabbia ondulata che pareva l’acqua d’una fontana e quasi invitava a berla.

Molta gente estranea, del paese e dei paesi più lontani, era scesa alla spiaggia; si vedevano qua e là famiglie di scarpe abbandonate sulla rena, e ragazzi che correvano lungo la riva e pareva non dovessero fermarsi mai.

Per rendere più allegro il pomeriggio festivo l’ospite invitò il suonatore di fisarmonica. Le donne ballavano fra di loro; i bagnanti aristocratici della casa bianca scesero allo spiazzo della casetta rocciosa attirati dal chiasso e dalla musica.

Il lunedì Zebedeo se ne andò dopo aver raccomandato al figlio di essere prudente, di non far inquietare la madre; egli sarebbe ritornato a riprenderli fra una quindicina di giorni; ma appena via lui Bellia ricominciò a fare il piacere suo in mare e in terra. La sera stessa del lunedì andò in paese col suonatore di fisarmonica, che era un ragazzo triste vizioso e vagabondo, e ritornò a notte tarda.

La madre lo aspettava inquieta, seduta con la serva sulla duna di sassi davanti alla casetta: era una diversa inquietudine di quando il suo ragazzo era nel pericolo delle acque, ma più viva, più gelosa.

– Chi ne sa niente dove sarà andato? Adesso si dà alle cattive compagnie: forse andrà all’osteria, o da qualche donna di mali costumi, chi ne sa niente? Quel ragazzaccio che suona sempre, che non ha altro mestiere, che è già stato in America, mi dà l’idea del figlio della Tentazione.

Invano la serva cercava di rassicurarla.

– Ragazzi, sono! E il vostro Bellia, bisogna pur bene che si stacchi dalla vostra gonna.

La padrona guardava le stelle, l’Orsa alta sul confine fra la brughiera e il mare, e neppure il silenzio delle onde e la serenità della notte profumata d’alghe e di menta selvatica riuscivano a chetarla. Era quasi mezzanotte; anche i lumi della casa bianca si spegnevano: solo sul mare lungo gli scogli errava una barca fantastica con una fiammella a prua e una figura che si sporgeva come a guardare e misurare la profondità delle acque.

– Ti pare, Rosa, che Bellia o quel ragazzaccio siano in quella barca, diretti alla grotta della Sirena? Anche oggi ne parlavano.

– È un pescatore d’arselle. Ma può essere anche un’anima errante: ad ogni modo Bellia vostro non è.

Finalmente si sentì lontano come venisse dal mare il suono della fisarmonica: in quel momento la madre benedisse lo strumento del vagabondo che gli annunziava il ritorno del figlio.

E non rimproverò Bellia, quasi fosse il figliuol prodigo; ma non fece neppure tacere la serva che lo sgridava per conto suo.

– Tu dovresti vergognarti di andare con un ragazzaccio così, che è peggio dei mendicanti: i mendicanti se non altro hanno un po’ di educazione: quello lì è più maligno e puzzolente della volpe: eppoi dicono che rubi anche.

– Se ruba lo farà per necessità – rimbeccò Bellia. – Se tu fossi nelle sue condizioni saresti mille volte peggiore di lui.

– Basta basta, – disse la madre, – è mezzanotte; non è ora di questioni. Andiamo a letto.

– Se torna qui, quell’anima errante la fermo io a colpi di pietra, – promise Rosa: e Bellia sogghignò, pronunziando una frase che turbò la madre.

– Tu sei gelosa di lui.

– Perchè dovrei essere gelosa? Sono forse la tua innamorata? Vieni qui che ti soffio il naso. Del resto tutti parlano male di lui.

– Perchè tutti sono invidiosi di lui.

La serva rideva sghignazzando come una cornacchia: e in lontananza rispondeva la fisarmonica e pareva dicesse, per conto del suo padrone:

– Sì, sì, tutti m’invidiano perchè sono padrone della terra e del cielo: dove mi trovo mi stendo, e non ho paura di nessuno: nessuno può farmi del male perchè il male io già lo conosco in tutte le sue forme e non può nuocermi più! E neppure della morte ho paura perchè la tua tristezza è tanta che il pensiero della morte mi è dolce.

La madre sentiva confusamente queste cose e la sua pena si faceva più profonda, più misteriosa.

Quella notte dormì meno delle altre notti: le pareva che Bellia fosse sempre in pericolo; tutti glielo volevano prendere, il mare, la terra, gli uomini; e non riusciva a persuadersi che era la vita stessa che glielo prendeva.

*

La mattina seguente il suonatore venne a trovare Bellia come fossero amici da lungo tempo e della stessa condizione. Depose il suo strumento avvolto in un panno all’ombra di uno scoglio e si sdraiò sulla sabbia accanto a Bellia e al cane.

La madre non osò dirgli nulla; lo guardava però con diffidenza e trovava veramente qualche cosa di strano e d’inquietante in quel lungo corpo bruno tutto ossa, in quei piedi grandi e piatti, e sopratutto nel viso olivastro e camuso simile a quello dei negri. Anche i capelli erano neri e crespi, mentre gli occhi grandi e tristi avevano un colore indefinito a volte verdastri come quelli dei gatti.

Non parlava: Bellia si divertì a buttargli manciate di rena sui capelli ed egli lasciò fare scuotendo solo la testa come l’avesse bagnata: il cane si aggirava loro intorno e dapprima parve ostile al suonatore abbaiandogli contro e tentando di mordergli i piedi, poi rassicurato dai gridi e dai cenni del padrone si sdraiò tra i due e divenne subito amico del vagabondo.

La madre provò gelosia anche di questo: avrebbe voluto che Rosa parlasse male al suonatore: e infatti appena Bellia fu in acqua, la serva si avvicinò e frenando la sua stizza disse piano:

– Non ti venga in mente di bagnarti qui, oh; i nostri ospiti non vogliono.

Il suonatore la guardò sorpreso con i suoi occhi d’uomo triste; e senza rispondere balzò in piedi riprese il suo strumento e andò a mettersi più lontano, di là degli scogli. Il cane lo seguì e Bellia gli faceva cenni dal mare quasi avesse indovinato le parole della serva e volesse chiedergli scusa.

Allora la madre rimproverò Rosa:

– Non si scaccia così un poveretto, come un cane. Adesso Bellia s’irriterà.

– Lasciate che si irriti, altrimenti finirà col portarvi quel lebbroso in camera vostra.

Bellia non s’irritò, non disse nulla, ma nel pomeriggio se la svignò di nuovo e questa volta col cane. L’idea che egli fosse col cane rassicurava in qualche modo la madre: le pareva che la bestia lo guardasse dai pericoli ai quali andava incontro.

Quali fossero questi pericoli ella stessa non sapeva, ma non voleva precisarli neppure a sè stessa; sentiva però che li esagerava spinta da un sentimento superstizioso, dalla paura di quella fatalità che da qualche tempo gravava sulla sua famiglia e su Bellia in particolare.

Ecco ch’ella sta seduta sulla duna di sassi a scrutare il sentiero della brughiera pensando appunto a questa fatalità. Perchè il male predilige da qualche tempo Bellia? Ammesso pure che esista una colpa nel padre, tacitamente riconosciuta e scusata da tutta la famiglia, perchè deve scontarla Bellia? Ma perchè Bellia è il cuore del cuore della famiglia, e il castigo si concentra in lui come la luce nel prisma, per essere maggiormente irradiato intorno.

In fondo ella sentiva di soffrire veramente e solamente lei, adesso: il ragazzo si divertiva nella sua scorribanda e godeva del male stesso che faceva, della liberazione dalla sua innocenza, dalla sua soggezione e anche dal suo amore di figlio. E alla sua pena ella sentiva aggiungersi per aggravarla lo sdegno di non aver più potere sul figlio: era dopo tutto una cosa sua, era una sua proprietà assoluta, che le sfuggiva. Come non soffrirne? Ed era una sofferenza che quasi rasentava il terrore: come se ella vedesse uno stesso suo membro staccarsi da lei, o peggio ancora qualche cosa sua interiore, la sua ragione stessa, il suo stesso amore di madre, abbandonarla a poco a poco.

Si strinse la testa fra le mani e chiuse gli occhi quasi per impedire che davvero la ragione le volasse via come un uccello dalla gabbia.

Rosa la trovò così e credendo che piangesse le battè dolcemente una mano sulla spalla, la invitò ad alzarsi a fare qualche passo con lei, sorpresa nel vedere che la padrona cedeva, che obbediva quasi umilmente.

Andarono lungo la spiaggia verso la foce del fiume: in certi punti la vegetazione della brughiera con le sue tamerici nane, i corbezzoli e l’alloro selvatico, raggiungeva la riva, e il suo odore si fondeva con quello delle alghe; e pareva che la terra e il mare si parlassero coi loro profumi e che i sassi sempre più fitti volessero impedire il passaggio dell’uomo per serbare intatta la divina solitudine della natura.

Rosa e la padrona dovettero fermarsi per riprendere fiato. Eppure i sassi, ai loro piedi, avevano qualche cosa di dolce e domestico; alcuni parevano pani appena tolti dal forno, altri uova, frutti, legumi, confetti, utensili dell’epoca della pietra. Anche i cespugli dei cardi d’un lilla cinereo bronzato che crescevano qua e là solitari fra i sassi della cui natura partecipavano, parevano piante preistoriche nate prima che il mare si ritirasse e destinate a vivere sempre.

Le donne riuscirono, passo passo, l’anziana aiutata dalla giovane, ad attraversare quel piccolo deserto di pietre; di là ricominciava qualche striscia di sabbia, e l’acqua quasi immobile e limpidissima copriva un fondo di seta dorata tutta marezzata e scintillante.

Grandi scogli s’ammucchiavano di tratto in tratto neri fra il verde delle onde, simili a rovine di castelli caduti nel mare: su alcuni si stendevano forme di bestie alle quali non mancava il vello fatto di alghe secche e di musco; e l’onda vi si aggirava intorno con un movimento felino, gelosa della loro immobilità e intenta a roderli pur fingendo di carezzarli.

Le due donne procedevano vinte dalla bellezza del luogo; e la madre si sentiva un po’ rasserenata poichè la sua pena si sperdeva come un cattivo alito nella purezza di quell’atmosfera vergine.

Così arrivarono alla foce del fiume e sedettero sul greto sassoso.

Il letto del fiume era largo, d’un bianco abbagliante, ma l’acqua affluiva scarsa in tanti rivoletti che si riunivano in una foce poco più larga di due passi; e pareva che invece di scaricarsi nel mare vi scaturisse. Grida di uccelli salivano dalle isole di giunchi, liquide e fievoli come venissero di sott’acqua.

E d’un tratto a quest’incantesimo di azzurro di luce di lontananze argentine si unì un suono che fece palpitare di gioia e di pena il cuore della madre: il suono della fisarmonica. Donde veniva? Dal mare o dal fiume? Pareva che i due compagni d’avventure si fossero nascosti come gli uccelli nelle fragili isole del greto o fra gli scogli della riviera, e di là irridessero l’inquietudine di chi li cercava: eppure la madre era contenta di sentire almeno così la voce del suo Bellia.

E volle star lì finchè si sentì la fisarmonica; ma col cadere del sole il suono s’allontanava, taceva col tacere degli uccelli, finchè cessò come una voce della natura: allora le due donne ritornarono verso casa. E la madre si sentiva meno inquieta poichè le pareva che Bellia avesse sentito e diviso la sua inquietudine.

Infatti Bellia era già tornato e la cercava, ma perchè aveva fame e non riusciva a trovare la chiave dell’armadio dov’erano le provviste. E dopo mangiato uscì di nuovo; questa volta però senza allontanarsi. Rosa lo teneva d’occhio e vide che andava verso lo spiazzo della casa bianca, dove tutti i bagnanti si riunivano per una festa da ballo alla quale prendevano parte anche i bambini e le serve.

La fisarmonica suonava un ballabile adatto per tutti, una polka grottesca e saltellante che invitava e derideva i danzatori.

Ecco perchè Bellia era accorso lassù, pensava la madre con gelosia, era accorso lassù come la falena verso il lume.

– Andiamo a vedere anche noi – disse Rosa, – ci vanno anche le nostre ospiti.

Ma la madre non andò; era stanca e triste e rimase presso la finestruola della stanza dalla quale si vedeva lo spiazzo illuminato dalla luna con le figure che saltellavano come lepri. Tutti gli abitanti della casetta compresa Rosa erano andati alla festa; lei rimaneva sola, come la luna sopra il mare; e contava i giorni che la separavano da quello beato del ritorno a casa. Oramai la mano di Bellia era guarita; il sole e il mare avevano seccato la piaga: ma perchè lei non se ne rallegrava? Aveva il presentimento angoscioso di altre disgrazie e sempre in fondo al cuore quel pensiero oscuro, quel male segreto che di giorno in giorno si faceva più grave.

Le parve dunque di non meravigliarsi quando Rosa tornata sul tardi tutta eccitata per aver ballato anche lei disse che Bellia aveva combinato per il domani con altri giovani della casa bianca la famosa gita alla grotta della Sirena.

– E prenderanno anche quell’africano col suo organetto, per rendere più allegro il viaggio. Donne non ne vogliono, altrimenti sarei andata anch’io.

La madre non parlò, ma attese che Bellia rientrasse: un furore mai prima conosciuto le faceva ribollire il sangue; si sentiva capace di percuotere il figlio, di legarlo come un puledro indomito.

E quasi prevedesse questa bufera Bellia tentò di rientrare furtivo; ma lei dalla finestruola lo vedeva avanzarsi, ne distingueva le orme sulla sabbia. Anche lui la vide e sollevò la testa spavaldo: i suoi capelli ricciuti inargentati dalla luna parvero alla madre divenuti ribelli: avevano preso qualche cosa di quelli del suonatore, qualche cosa dei capelli cornuti del diavolo: lei però si sentiva capace di raderglieli come da bambino quando si ricorreva a questo mezzo per liberarlo dai pidocchi che gli venivano attaccati dai monelli del vicinato.

Appena fu dentro, lo affrontò:

– È la seconda sera che tu fai così. La prima va bene, la seconda no; la terza poi se intendi di continuare così la passerai fuori.

– Meglio, – disse lui sottovoce.

– Ah, meglio! Ti dico però che io intendo tornarmene subito a casa: verrà tuo padre a riprenderti.

Egli ripetè, con un sorriso di derisione che la esasperò:

– Meglio.

Allora lei gli andò vicino, lo guardò con furore.

– E ripeti quella parola! Ripetila, sfrontato malvagio! E guardati bene, domani, di andare via senza il mio permesso. Guardatene, Bellia, perchè io sono capace di tutto.

– Calma, calma, – egli disse sempre con aria di beffe; ma la madre sentiva qualche cosa di atroce, sotto la calma di lui, e avrebbe preferito che egli gridasse, che si ribellasse apertamente.

– Tu dovresti vergognarti, di andare con quel vagabondo che è la vera immagine del vizio. Se in due giorni ti ha ridotto come lui, finto e perfido, al terzo ti condurrà alla perdizione. Tu sei un ragazzo che ancora non capisce niente: un giorno ti pentirai di aver disobbedito così giovane a tua madre, ma sarà tardi e Dio ti castigherà.

– Dio mi ha già castigato – egli disse fra i denti, quasi suo malgrado, con una voce rauca, che non pareva la sua.

E la madre cominciò a tremare di una passione che non sapeva se di collera o di terrore: le pareva di aver sentito una voce misteriosa, che veniva, sì, dalla bocca di Bellia, ma saliva da una profondità spaventosa, come se egli fosse posseduto dal demonio e fosse il demonio a parlare.

E mille parole amare le salirono alla gola ma vi si fermarono in un groppo che parve soffocarla: aveva paura che Bellia se lei continuava nei suoi rimproveri pronunziasse anche lui altre parole imprudenti fino a rivelare a loro stessi e alle donne che già ascoltavano dalle altre stanze la radice del loro male.

Non parlò più, anzi corse a distendersi sul lettuccio accanto a quello di Rosa e si chiuse con la mano la bocca per fermare anche i singhiozzi convulsi coi quali almeno voleva espandersi il suo dolore.

Per qualche tempo Rosa cercò di consolarla, parlandole sommesso, pentita di aver provocato lei suo malgrado tanta pena: poi tacque e s’addormentò; e nel sonno rideva e s’agitava tutta finchè si svegliò di soprassalto e disse:

– Mi sembrava d’essere in barca e di andare alla grotta.

La padrona non rispose: pareva dormisse, ma i suoi occhi chiusi s’aprivano in un vuoto più gelido e tumultuoso di quello del mare nella notte: la paura angosciosa di una disgrazia imminente non l’abbandonava più; ed ella cercava invano di ragionarci sopra, di rassicurarsi: sentiva che la disgrazia era dentro di lei e che nessuno più, forse neppure Dio, poteva scongiurarla.

Verso l’alba si assopì: e le parve di sentire la fisarmonica, con un motivo nuovo dolce, con una nota sola quasi di flauto che invece d’inquietarla la calmava: ed era Bellia che suonava, che le parlava con la sua antica voce innocente e le ripeteva la ninna nanna ch’ella cantava a lui bambino.

Quando si svegliò e si alzò, egli già era uscito. Uno dei ragazzi dell’ospite disse di averlo veduto in una barca dove c’erano altri giovani della casa bianca e il suonatore di fisarmonica.

– C’era ancora la luna, e sono andati verso la grotta.

La madre, si fece pallida d’ira: andò a sedersi al solito posto sulla sabbia che conservava ancora le impronte del corpo di Bellia e pianse come se quella fosse la tomba di lui.

Invano le ospiti la confortavano.

– Sono ragazzi, bisogna compatirli, eppoi è una bella giornata, non c’è pericolo di nulla: è come se egli fosse nell’orto a giuocare.

– Non è questo, non è questo, – ella diceva.

– Eh già si capisce, figlio unico, così ancora giovane disobbedire così! Segno di poco amore.

– Non è questo, non è questo, – ella ripeteva; perchè la sua pena più profonda era che le pareva di esser lei a non amare più suo figlio.

*

– Vedrai, – si confidò con Rosa quando furono sole, io sarò prudente adesso, non farò scandalo: non gli dirò nulla anche perchè ho paura che faccia peggio; ma quando torniamo a casa non rivolgerò più il viso a guardarlo; gli darò da mangiare e da bere, lo curerò e farò il mio dovere verso di lui, ma fin da oggi è come morto per me; non è più mio figlio.

Il mare stesso e il cielo parvero offendersi per queste parole. Nuvole arcigne e corrucciate salirono dal mare, l’aria si mosse, l’acqua la imitò. E le procellarie sinistre sgorgarono dalle nuvole come dai loro nidi.

– Bellia, Bellia, cuore mio, – gridò subito la madre.

Le rispose la voce minacciosa del mare, poi soffiò forte il vento e rombò il tuono e fu una gara di rumori infernali a chi poteva più spaventarla.

Ella tendeva l’orecchio se sentiva il suono della fisarmonica, il suono che adesso le sembrava l’unica voce buona della terra, quella che sola poteva ricondurre la gioia e la serenità nell’Universo sconvolto dall’ira di Dio.

– Non si potrebbe mandare una barca a cercarlo? – domandò all’ospite. – Sono pronta a pagare tutto quello che occorre: tutto.

E si toglieva gli anelli dalle dita per offrirli se non bastavano i denari. Invano le donne la rassicuravano:

– Non c’è pericolo: se i ragazzi stanno ancora nella grotta, è come fossero in chiesa; o hanno fatto presto a rifugiarsi nella costa e verranno a piedi.

E lei guardava lungo la costa sferzata dalla pioggia e dal vento, ma la costa era deserta, e deserte in un attimo s’erano fatte le onde. Lunghi mostri bianchi balzavano dal mare verde e grigio, assalivano gli scogli con furore e arrivavano fino alla casetta, tanto che le donne chiusero la porta per salvarsi dagli spruzzi della loro bava.

La madre non si mosse dalla finestruola: non gridava e non si lamentava poichè sentiva che tutto sarebbe stato inutile, ma pareva che l’anima le andasse via dagli occhi fissi nel mare. Rosa la guardava e vedeva che quegli occhi non si chiudevano neppure al fuoco abbagliante dei lampi, e che il viso della padrona dimagriva di momento in momento come per la sofferenza di anni.

Un silenzio di morte oscurava la casetta: le donne e i ragazzi tacevano per rispettare l’ansia della madre, ma anche per il terrore della tempesta che così improvvisa e lunga e furiosa non s’era mai conosciuta. I fulmini cadevano come razzi sugli scogli e qualcuno di questi si spaccava: delfini scuri simili a porci nuotavano fra il bianco della spuma e pareva volessero rifugiarsi in terra per non essere travolti dalla tempesta.

E anche di essi e di tutti i mostri marini la madre aveva terrore: Dio, Dio, a chi domandare aiuto? e non si accorgeva che lo domandava a Dio.

D’un tratto le parve di essere trasportata in un luogo lontano, nella chiesa dove era stato battezzato Bellia: come sullo sfondo di una musica d’organo un canto religioso di donne e di fanciulli s’alzava fra il rumore della tempesta, e ne raddolciva il furore. Erano gli ospiti riuniti nella stanza attigua che recitavano il rosario: Rosa aprì l’uscio, s’inginocchiò contro lo stipite e prese parte alla preghiera. Ma subito balzò su con spavento poichè la padrona era caduta per terra svenuta.

*

La tempesta infuriò tutta la notte: Bellia non tornò, ma Dio aiutava la disgraziata madre col toglierle i sensi.

Dopo un lungo svenimento era rimasta inerte senza conoscenza, poi aveva cominciato a vaneggiare.

L’alba placò la tempesta dell’aria mentre il mare continuava ad agitarsi inesorabile e pareva non dovesse chetarsi mai: Rosa pensò allora di correre al paese per avvertire l’ospite di quello che accadeva nella casetta e mandare un telegramma al padrone.

Nel suo delirio la madre capiva confusamente ogni cosa e avrebbe voluto impedire alla ragazza di muoversi; d’altronde non si sentiva capace di sopportare da sola la disgrazia ed era certa che il marito avrebbe messo a posto le cose. Solo le dispiaceva il probabile rimprovero di lui per non aver ella saputo con la sua indolenza e il male inteso amore materno tenere a freno Bellia.

Ma anche lei era in tempo ancora a fare qualche cosa. Era in tempo ancora. Una madre non deve disperare della sorte del figlio finchè non se lo rivede morto in grembo: e neppure allora deve disperare poichè l’amore di madre può come l’amore di Cristo far risuscitare i morti.

Un pensiero le illuminò la mente, la calmò come la luce aveva calmato la tempesta: andare in cerca di Bellia.

Le ospiti dopo la lunga notte insonne dormivano: senza far rumore ella si vestì e prese il fazzoletto nel quale teneva avvolti i denari. Le sembrava di essere divenuta ad un tratto agile e svelta smagrita da quelle ore di angoscia che le avevano mangiato le carni: la mente la sentiva però un po’ confusa, le cose le tremolavano un po’ intorno: uscita sulla spiaggia ebbe l’impressione che l’arco del mare fosse mobile e si spostasse di continuo; anche il cielo ancora sparso di una schiuma di nuvole ondeggiava lievemente, senza sole, tutto chiaro di una luce fredda invernale.

Ella guardò se trovava una barca che la conducesse alla grotta: le barche erano tutte davanti alla casa bianca silenziosa, e forse si poteva ottenerne qualcuna. Sì, tutto era facile: quel tratto di spiaggia liscio levigato dall’onda le permetteva di camminare con leggerezza; sul velluto della sabbia l’acqua stendeva un merletto di spuma sotto i suoi piedi di madre che andava alla ricerca del figlio; e il vecchio pescatore d’arselle sdraiato accanto alla sua barca umida le fece cenno di chinarsi e le offrì sottovoce i suoi servizi.

– Dio ti benedica, – ella mormorò – andiamo subito alla grotta.

Egli la fece entrare nella barca, poi spinse questa in acqua, lievemente, come si trattasse di una barca di carta e vi saltò su: era un vecchio ancora vigoroso coi polsi grossi e le mani che sembravano di cuoio e rassomigliava stranamente al vecchio ospite lieto e bonario, mentre la sua imbarcazione aveva qualche cosa di funebre, tutta nera di pece con una croce e una lampada spenta a prua.

Dapprima la barca si cullò forte fra due solchi di acqua spumosa, accennando di no, di no; non voglio andare avanti; – poi andò spinta dall’urto dei remi, ma con dispetto, traballando, piegandosi da una parte, tentando di buttar giù la donna aggrappata all’asse del sedile.

Ed ella aveva l’impressione che non dal mare ma dalla barca venisse il pericolo di un naufragio: quel legno nero funebre aveva qualche cosa di diabolico, era cattivo, ritagliato dall’albero del male: eppure ella non sentiva più paura; solo un malessere a tutta la persona, un bruciore che il vento e l’umido del mare non mitigavano.

Bene o male però la barca andava e il vecchio mentre lottava coi remi sorrideva alla donna con un sorriso dolce quasi d’amore che la incoraggiava ma le destava anche un senso di ripugnanza.

Le venne in mente il dubbio che sognasse, che fosse ancora nel suo lettuccio con la febbre e il delirio; ma no, è ben desta, le cose che vede sono chiare sebbene soffuse d’un certo senso di mistero; il mare è ben quello, con le grandi ondate rotolanti che la barca salta agilmente, e la terra è a poca distanza, con la linea frastagliata della costa sotto il cielo triste senza sole.

D’un tratto la costa si eleva, un promontorio nerastro si spinge in mare come la prua di un enorme piroscafo arenato: la pietra levigata sembra metallo lucido compatto; solo a fior d’acqua s’apre un buco ad arco per il quale l’acqua entra ed esce di continuo.

Il vecchio si dirige a quella volta: le onde respingono la barca, le si sollevano sotto senza tregua; ma adesso la barca è animata da un sentimento di ribellione contro quell’ira insensata e va avanti con forza tenendosi a galla, sorvolando come i delfini il gonfiore oleoso dell’acqua, decisa a penetrare nell’apertura della grotta. Ma un fiume pare sgorghi di là dentro; l’incrocio delle onde desta una corrente vorticosa che vorrebbe costringere la barca ad aggirarsi intorno a se stessa e ad affondare anche senza esser capovolta.

La donna comincia a provare un senso di terrore: l’apertura della grotta le sembra la bocca dell’inferno e il vecchio pescatore il diavolo incaricato del tragitto delle anime.

– Ecco, – pensa – sono morta; sono morta per il dolore della disobbedienza e della perdita di Bellia e Dio adesso mi manda al luogo del mio castigo. Ma in che cosa ho peccato?

Il ricordo di tutti i suoi peccati e specialmente di quello, di non aver saputo impedire al marito un’azione iniqua, le ritorna chiaro alla coscienza: tuttavia anche in quel momento supremo ella conserva la sua calma rassegnazione ai voleri di Dio e sente che solo così si possono sopportare anche le pene dell’inferno.

Una viva luce le rischiara d’altronde le tenebre della morte: rivedersi, riunirsi col suo Bellia.

– Sia fatta la tua volontà: sia fatta la tua volontà, o Signore.

E chiuse gli occhi per non veder più l’orrore delle acque. Le parve che la barca, si aggirasse intorno a sè stessa come il pernio di una ruota e andasse giù giù nel freddo abisso del mare; poi d’un tratto sentì che urtava contro qualche cosa di duro e si fermava.

– Sia fatta la tua volontà, o Signore, sia fatta la tua volontà.

– Siamo dentro la grotta, – disse l’uomo.

Ella riaprì gli occhi e vide il luogo più strano e più bello che mai avesse immaginato.

La barca era ferma sotto un portico di marmo nero sorretto da colonne che parevano coppie attorcigliate di serpenti. La rena e i sassi sotto l’acqua che vi era bassa e trasparente scintillavano più che fossero d’oro: e di là dell’apertura di quest’ingresso alla grotta il mare in tumulto sembrava lontano, ormai innocuo: ma la cosa più meravigliosa era la grotta che s’apriva come una galleria interminabile, col pavimento di sassi colorati e la volta adorna di stalattiti brillanti. Fin dove arrivava la luce dell’apertura tutto scintillava, di una iridescenza d’opale, poi tutto sfumava nel buio della lontananza, ma anche in questa oscurità qualche chiarore balenava ancora, come di pietre per sè stesse luminose.

Passato il primo senso di sorpresa la donna osservò che nel luogo non c’era altra barca che la loro, quindi nessuno era dentro la grotta.

– Non importa, – disse il vecchio saltando giù e fermando la barca ad un sasso della riva, – quando vedono il mare ingrossarsi i barcaiuoli tornano indietro, lasciando dentro i gitanti, e vengono poi a riprenderli quando è possibile l’uscita.

Diede la mano alla donna, e quando essa fu scesa l’aiutò ad attraversare il primo tratto sassoso della grotta.

– Qui ci deve essere qualche torcia, adesso vediamo, – disse accostandosi alla parete e cercando fra le sporgenze delle roccie; e trovata la torcia l’accese agitandola per far meglio sviluppare la fiamma. E tosto la donna ebbe l’impressione di trovarsi in una chiesa sotterranea, in una catacomba ove tutte le ricchezze e tutte le vanità della terra erano state adunate. Migliaia di candelabri di perle pendevano dalla volta, e avevano forme graziose di grappoli d’uva, di glicine, di altri fiori e di frutti sconosciuti; tutti scintillanti di rugiada. Nicchie di cristallo e di madreperla s’incavavano nelle pareti, con dentro idoli strani, e fra una nicchia e l’altra, luccicava l’ondeggiare di altorilievi fantastici con teorie di figure alate, di alberi, rettili, uccelli, tutti volti verso la profondità della grotta e che al chiarore della torcia parevano muoversi e mutare forma.

La meraviglia della donna era tale da farle dimenticare il perchè della sua presenza nel luogo: ogni tanto si fermava e si faceva il segno della croce, e di nuovo la prendeva il dubbio che fosse morta e di trovarsi di là della terra.

Avevano passato il primo tratto della galleria e si trovavano in una sala sostenuta da colonne somiglianti a quelle del portico; ma il pavimento adesso era sabbioso, d’una sabbia nera argentata che scintillava al chiarore della torcia.

Ed ecco la donna si ferma ribellandosi ad andare oltre e dà un lieve grido: ha veduto ai suoi piedi qualche cosa che le ricorda una vita anteriore, la luce, la gioia della terra: l’orma di un piede che le sembra quello di Bellia. Ma l’orma è volta verso l’uscita della grotta: dunque Bellia è già uscito: è vana ogni bellezza del luogo dove non c’è lui ed è inutile cercarlo là dentro nel mistero delle pietre quando egli forse galleggia onda fra le onde nel mistero delle acque.

– Andiamo, andiamo; che cosa cerco io qui? Andiamo a cercarlo nel mare. Vivo o morto lo voglio trovare.

Il vecchio abbassò la torcia, facendo lambire dal suo chiarore tutto il suolo della grotta: e lei vide allora tante e tante orme, di chi entrava, di chi usciva, di chi si aggirava là intorno.

– Quando i gitanti sono costretti a stare qui dentro – disse il vecchio – per lo più si riuniscono in fondo alla grotta, in una sala spaziosa dove sui larghi sedili di pietra ci si può sdraiare e dormire: probabilmente tuo figlio e i compagni sono laggiù; andiamo.

Andarono: ella tendeva l’orecchio se sentiva la voce del suo Bellia o almeno il suono della fisarmonica; ma al suo desiderio rispondeva solo la voce del mare; e a misura che s’inoltrava senza più badare alle fantasmagorie del luogo, le pareva che quella voce venisse dalla profondità della grotta con una cadenza uguale dolce che se non calmava la sua pena la trasmutava in una pena religiosa.

Era questo il canto della Sirena che attirava i viaggiatori e faceva loro anche sfidare il pericolo della morte per arrivare al raggiungimento del sogno che destava?

– Se è questo, – pensò – non è un canto di gioia, ma di dolore: è come il salmodiare dei sacerdoti che ci conducono al campo dei morti narrando che tutto nella vita è vano, tutto falso.

E le pareva che la voce rispondesse:

– Tutto è vano, tutto è falso, anche l’amore del figlio per la madre che lo ha partorito con dolore.

Eppure ella continuava a cercare il suo Bellia: e adesso i riflessi delle pietre, le bizzarrie delle stalattiti, gli archi e le colonne della grotta la irritavano: le apparivano quali erano, escrescenze di roccia, stillicidio di sale marino.

Anche l’ultima famosa stanza che doveva essere come l’antro di Circe le parve un grande sepolcro sostenuto da blocchi di pietra nera simile al carbone. Una goccia d’acqua dolce stillava dal centro della volta e cadeva in una vasca di marmo; ma questa vasca era opera di uomo, e questa goccia inesauribile come la speranza era la sola realtà, il solo vero conforto ai naufraghi assetati.

Intorno al luogo nero e umidiccio si stendevano larghe lastre di pietra che al dire del vecchio servivano di letto ai gitanti costretti a dormire nella grotta. La madre le esplorò ad una ad una facendo muovere la torcia in ogni senso, in modo che neppure un angolo le sfuggisse. Le lastre erano tutte vuote. Allora ella cadde sopra una di esse, e le parve di morire.

*

Quando arrivò Zebedeo, sul tardi, Bellia non era tornato ancora. La moglie stesa sul lettuccio, supina pallida e fredda, aveva gli occhi sbarrati, la bocca contorta da un lato, il che le dava un aspetto ghignante spaventoso. Neppure l’angoscia per l’assenza del figlio superava in Zebedeo l’angoscia che gli diede quel viso; gli parve il viso stesso del castigo.

– Maria, – le mormorò sulla bocca, – supereremo tutto, vedrai, supereremo tutto.

La donna non rispose, non si mosse: ed egli si sollevò per lasciar posto al Dottore dal quale s’era fatto accompagnare.

Il Dottore esaminò l’ammalata con una rapidità che a Zebedeo parve indifferenza: e trovò che nonostante il polso freddo e lento essa aveva la febbre.

– Come t’inganni, asino, – gli diceva fra di sè Zebedeo: – essa ha perduto la ragione per il dolore, e tu per poco non dici che è semplicemente raffreddata.

E senza osare di rivelare tutto il suo terribile dubbio, che la moglie fosse impazzita, cercò di trasmetterlo al Dottore:

– Qui, Maria Caterina non è mai stata bene; fin dal primo giorno fu presa da una tristezza profonda, da un’inquietudine ingiustificata: abbiamo commesso una pazzia col farla uscire di casa, lei che non usciva mai, e procurarle queste pene mortali.

Il Dottore interrogava le donne, e la serva raccontò come la madre s’era davvero mortalmente inquietata in quegli ultimi giorni per le assenze e le disobbedienze di Bellia.

– Ma era già tanto turbata sin dalla mia ultima visita, – riprese Zebedeo irritandosi per la disattenzione del Dottore; – aveva gli occhi fissi e la mente sconvolta.

Il Dottore intese finalmente, ed ebbe un cattivo sorriso.

– Un po’ pazzi lo siete tutti, – disse, – e tu più di tutti. Ed io pure che mi sono lasciato rimorchiare da te, per constatare un semplice fenomeno d’isterismo. Tua moglie è isterica come tutte le donne, vuoi sentirlo? Appena quel piccolo mascalzone di tuo figlio sarà ritornato a casa essa starà meglio di me e di te. Occupati piuttosto di lui, e pensa di frustarlo bene al suo ritorno.

La moglie dell’ospite intervenne:

– Per il ritorno del ragazzo non c’è da preoccuparsi tanto: sono appena due giorni che lui e i suoi compagni mancano, il mare è sempre agitato, e si vede che essi non possono uscire dalla grotta. Una volta mio nipote e altri gitanti stettero lì dentro ben cinque giorni.

– Bellia non è più nella grotta, – disse una voce gutturale, che parve quella di un ventriloquo. – Io stessa ci sono stata, questa mattina presto, e non l’ho trovato.

Era la malata che parlava, senza muoversi, senza chiudere quei suoi occhi tetri che parevano quelli di un’annegata.

Rosa diede un piccolo grido, e Zebedeo si piegò di nuovo sulla moglie per interrogarla meglio.

– Deve essere uscita quando io non c’ero, – disse la ragazza con terrore, – infatti ho trovato le sue scarpe tutte bagnate; e durante la giornata non ha parlato che di questo viaggio.

E guardava severamente le ospiti. Le ospiti non si erano accorte di nulla, però non affermavano con sicurezza che la donna non fosse uscita.

Il Dottore alzò le spalle, guardandosi intorno infastidito; era stanco, aveva fame e aspettava un momento di calma per chiedere da mangiare e da dormire. Più che la malata lo preoccupava Zebedeo perchè durante il viaggio non aveva fatto che sragionare parlando sempre dell’eredità del fratello e della malvagità di Lia alle cui stregonerie attribuiva tutte le disgrazie della sua famiglia. E chiedeva al Dottore consiglio sul come poter placare la donna.

– Ebbene, – aveva risposto il Dottore, – regala a Lia l’eredità e vedrai che si placa.

– Io sono disposto a tutto, ti giuro che sono disposto a tutto, Antonino.

– Allora aspetta; prima devi fare il conto con me.

E Zebedeo aveva aperto il portafoglio offrendogli tutto quello che aveva: era disposto a dare anche la camicia, pur di salvare qualche cosa dal naufragio della sua famiglia.

– Maria, Maria, – diceva adesso alla moglie passandole una mano sul viso come per ricomporne le fattezze; – dimmi com’hai fatto ad andare alla grotta perchè possa andarci anch’io. Forse non hai guardato bene. Bellia è ancora là dentro. Un nipote della nostra ospite con altri compagni c’è stato dentro cinque giorni.

– Va a cercare il pescatore d’arselle, – mormorò la moglie, – lui solo potrà condurti perchè la sua barca ha la croce. Ti condurrà nel purgatorio, dove già sono io.

Egli si alzò, nero in viso come scottato da una fiamma, poi si piegò su sè stesso e parve cadere sul lettuccio, davanti al quale a poco a poco s’inginocchiò.

– Signore Dio mio, – disse con una semplicità commossa che turbò i circostanti più che se egli avesse declamato e urlato, – sono peccatore anch’io, e voi conoscete le mie colpe; ma non punite per me gl’innocenti. Ho defraudato un orfano, e la vostra maledizione s’è abbattuta sopra di me: dichiaro davanti a questi cristiani che restituirò subito il mal tolto; ma che mio figlio e mia moglie siano salvi dal pericolo.

– Ed io lo sapevo, – disse la moglie con voce di sonno, senza muoversi.

– No, tu non lo sapevi, – protestò subito Zebedeo: – lo sospettavi forse, ma non lo sapevi. Nessuno lo sapeva: tutti però lo sospettavano perchè il male non si può nascondere.

Il Dottore ascoltava sogghignando; con quel suo testone di capro, fra tutti quei visi attenti turbati più dal pentimento e dal coraggio di Zebedeo che dalla sua confessione del peccato, pareva l’incarnazione dello spirito maligno.

– Dimmi un po’, Zebedeo, – disse con aspra ironia, – sei certo delle tue chiacchiere? O dobbiamo buttarti un secchio d’acqua sulla testa?

E Zebedeo si tolse umilmente la berretta, come per ricevere il secchio d’acqua.

– Se io sono pazzo, – disse frenando la sua naturale fierezza, – lo sono per volere di Dio: anche questo è un castigo. Ma no, non lo sono. Quando a mio fratello Basilio venne il colpo mortale, io gli tolsi le vesti e lo misi a letto; e dalla sua tasca ho preso il testamento col quale lasciava i suoi beni al figlio Salvatore.

– Ma sei certo che è suo figlio? E se ti dicessi che è mio?

Tutti si volsero a guardare il Dottore; la stessa malata sollevò la testa e spalancò gli occhi.

E Zebedeo provò un senso di vertigine: ricordò l’odio di Lia per il Dottore; certe rassomiglianze di linee fra questi e il ragazzo; perchè non poteva essere così? Tante volte egli aveva follemente sperato che fosse così: – Salvatore figlio di un altro padre; tutto il resto illusione della sua coscienza; non solo, ma che Dio stesso lo avesse guidato in quello che egli credeva iniquità ed era invece giustizia. Poi scosse la testa senza sollevarla; no, era il demonio che lo tentava per mezzo del Dottore.

– Tu puoi burlarti di me, Antonino; altre volte hai fatto di queste burle. Ricordo che l’apparizione di Sant’Antonio a quella povera idiota dicevi di averla combinata tu, e altre cose ancora. Ma non importa; io ho commesso il male sapendo di commetterlo e voglio ripararlo; voi qui tutti mi siete testimoni; se entro otto giorni non avrò rimesso ogni suo avere a Salvatore potete accusarmi al giudice come l’ultimo dei ladri: e Dio continuerà a punirmi.

– Questo si chiama parlare chiaro con Dio; e adesso che sei venuto a trattative con lui, alzati e calmati, – disse il Dottore tirandolo per il braccio, mentre le donne intorno piangevano.

Zebedeo obbedì; si alzò ad occhi chiusi come un bambino punito e si asciugò il sudore dalla fronte; in verità sentiva un po’ di sollievo poichè aveva vomitato il serpente che da tanto tempo gli rodeva lo stomaco; e, illusione o realtà? gli parve che anche il viso della moglie si ricomponesse.

A rassicurarlo di più sopraggiunse l’ospite che fin dalla mattina si occupava a ricercare Bellia:

– Alcuni giovani animosi sono riusciti ad arrivare con una barca fino all’apertura della grotta: non è possibile ancora andare dentro e tanto meno uscirne perchè il mare è grosso, ma quei giovani hanno veduto un lume nell’interno del luogo, segno che i gitanti sono là. Non solo, ma il barcaiuolo che ha l’orecchio abituato a tutti i rumori, crede di aver sentito il suono della fisarmonica.

A queste parole la madre sollevò di nuovo la testa sul guanciale ascoltando: le pareva di sentire anche lei quel suono, e lo benediceva.

– E allora possiamo mangiare, – disse il Dottore.

Anche a quello l’ospite aveva provveduto; ma Zebedeo non volle sedere a tavola: andò in cerca del barcaiuolo che era stato fin sotto la grotta e lo interrogò a lungo. In ultimo gli propose di ripetere con lui la gita, ma l’uomo era stanco e rifiutò. Allora Zebedeo cercò il pescatore di arselle: trovò solo la barca nera con la croce a prua, solitaria come una tomba sulla spiaggia rischiarata dai lumi della casa bianca. Nuvole basse e gravi s’accapigliavano sul cielo spiate e risospinte dai venti; il mare ribolliva e rombava sempre e la sua ira pareva senza fine.

L’uomo andava lungo la spiaggia: su e giù. A volte si proponeva di arrivare per terra fino al promontorio della grotta a tentare di comunicare col figlio attraverso le roccie; a volte pensava di camminare verso nord, verso il paese dov’era Lia, per inginocchiarsi davanti a lei e confessare la sua colpa.

– Finchè non è placata lei il mio ragazzo è in pericolo, – diceva a voce alta: – e il Signore mi parla con la voce del mare.

Poi tornò alla casetta. La moglie stava sempre sul lettuccio ma aveva chiuso gli occhi e aspettava tranquilla. Nelle stanze attigue si sentivano il Dottore e l’ospite discutere fra un allegro tintinnìo di bicchieri e di stoviglie, cosa che irritava Zebedeo e lo induceva a maledire il prossimo. Odiava il Dottore perchè gli sembrava la causa indiretta della sua disgrazia, e si pentiva d’aver confessato la colpa davanti a lui: quella sua beffa dopo la confessione e adesso questa sua indifferenza e questo suo godimento che irrideva il dolore lì accanto, avevano qualche cosa di demoniaco. In fondo però Zebedeo sentiva che questa è la realtà della vita.

– E pensare che si farà pagare anche questo: ma se Bellia non torna, l’ammazzo.

*

D’un tratto accadde una cosa meravigliosa: come se a un comando divino il mare si acquetasse sorridendo di pace e di gioia, e sul cielo l’arcobaleno segnasse l’ingresso ad un nuovo mondo ove il dolore il rimorso le vane inquietudini non esistevano più, la madre dapprima, poi il padre si tesero a guardare e ascoltare: e il loro alito fu l’alito stesso della speranza.

Le voci nelle stanze attigue tacquero, le finestre furono spalancate. Anche Rosa accovacciata ai piedi del letto della sua padrona balzò ad aprire i vetri: no, non era più un’illusione della madre in delirio: il vento portava il suono della fisarmonica. E poco dopo rientrò Bellia.

*

Nel vedere il padre che lo guardava torvo presso il letto della madre, Bellia spalancò gli occhi con sorpresa, poi subito si rinfrancò, avanzandosi con indifferenza come se tornasse da una semplice passeggiata. Anche lo stato della madre non parve inquietarlo, tanto più che ella si era rianimata, completamente, pur restando stesa sul lettuccio, e gli sorrideva furtiva.

Tutti gli usci si spalancarono e tutti gli abitanti della casetta vennero a vedere il reduce; i ragazzi gli saltarono addosso quasi per assicurarsi che era proprio lui. Allora si sentì un po’ stordito. Perchè tanta premura e tanta meraviglia? Sì, era proprio lui, un po’ dimagrito, coi vestiti sciupati e i capelli pieni di sabbia, ma tranquillo come un pesce nell’acqua.

– Ma come hai fatto a venire fuori dalla grotta? – gridò Rosa con voce che voleva essere terribile e che lo fece sorridere.

– Ma chi c’è stato alla grotta? Ci sarai stata tu, in sogno.

– Io lo sapevo che non c’era stato, – mormorò la madre. – In sogno o in realtà, io non l’ho trovato.

Mentr’ella pronunziava con dolcezza queste parole, Zebedeo si alzò lentamente con un aspetto di calma così feroce che ricordava gli eroi vendicatori dei drammi di marionette: a passi misurati si avvicinò al gruppo nel cui centro stava Bellia, scostò con una mano i ragazzi, con l’altra diede al figlio due schiaffi così potenti che quello si piegò e parve dovesse cadere.

– Questo per insegnarti a non rispondere più con insolenza a nessuno.

Allora, mentre i ragazzi indietreggiavano spauriti e Bellia restava con la testa china come stroncata dai colpi della mano paterna, si sentì qualcuno che applaudiva.

Era il Dottore.

– Intendiamoci, – disse subito andando verso Bellia, – l’applauso è per te, non per tuo padre. Un altro sarebbe caduto per terra sotto quella saetta, tu invece sei lì dritto come un palo. E fammi vedere quella mano; così, bravo; ma se è guarita! E magari tuo padre e tua madre mi hanno in cuor loro mandato mille volte all’inferno, per l’ordinazione di questa cura. E adesso dimmi dove sei stato questi due giorni.

Bellia s’era lasciato prendere la mano, ma non guardava in faccia il Dottore e non rispondeva, dominando con fierezza un tremito d’umiliazione e di terrore.

– Dove sei stato? – urlò il padre, – rispondi subito.

– Siamo partiti con l’intenzione di andare alla grotta, – egli rispose sottovoce come un imputato che è costretto a parlare per forza: – ma il tempo era bello e uno propose di andare più giù a pescare le aragoste. Si andò più giù fino allo scoglio di Sant’Elia; e il tempo passò, finchè venne d’improvviso la tempesta. Allora siamo sbarcati, aspettando che il tempo si rimettesse. Al tempo non gli andava di rimettersi: allora siamo tornati per terra.

A misura che parlava si rinfrancava: le ultime parole le disse con una certa derisione, per quelli che lo ascoltavano; e il padre sentiva questa derisione e si accigliava sempre più, ma quello che più gli doleva era di non poter abbracciare il figlio e farsi perdonare da lui.

FINE.

NOTE

(1) Fantasma.