Grazia Deledda – Il fidanzato scomparso

Avevamo cambiato di casa, – racconta la mia amica, – e si lavorava per mettere gli oggetti a posto.
Nel salotto da pranzo, al piano di sopra, la serva, in mezzo a ondate di paglia e di pezzi di carta, tira fuori dalle ceste le scodelle e i piatti immersi nella segatura: pare una chioccia che dia vita ai suoi pulcini, e della chioccia ha pure il selvaggio senso di difesa quando Fausto e Billa, i miei fratellini, accennano a volerla aiutare.
– Alla larga, alla larga – grida, agitando in cerchio la scopa.
Ma si solleva, e dimentica anche le tazze più fini quando vede arrivare il mio fidanzato; i suoi occhi ridiventano giovani e belli, e pare che la fidanzata sia lei. Io però non sono gelosa, anzi ho l’impressione che tutte le donne debbano essere innamorate di lui, o almeno che sia la sua bellezza, unita alla sua cordialità generosa di forte, a spandere un riflesso di amore e di soggezione ovunque egli passi.
Anche sul viso appassito di mio padre si spande un’aria giovanile; e piccolo come egli è, stretto alle braccia dalle mani del futuro genero alto più di lui di tutta la testa, sembra un fanciullo. Infine, il mio fidanzato è in mezzo a noi come l’albero sopra i cespugli, come una divinità sopra i suoi adoratori: e io penso che basterebbe un suo cenno perché tutte le cose intorno, nel disordine delle stanze, si mettessero a posto da loro.

Tutti insieme andiamo a visitare il salotto da ricevere, lo studio del babbo, e anche la cucina dalla quale, per la scaletta di una piccola terrazza, si scende nel giardinetto. La cucina, tutta moderna, verniciata d’un bianco brillante sul quale risalta meglio il blu dei recipienti smaltati, con quella terrazza aperta sul verde, piace al mio fidanzato; ma sopratutto gli piacciono le camere del piano superiore, le cui finestre sono altrettanti quadri di paesaggio: quello della mia camera, con uno sfondo di cielo rosso e inciso su questo un profilo di monti lilla, sopra il verde acceso delle quercie di un ciglione, egli dice che sembra un paesaggio nordico estivo.
La carta della mia camera è di un lieve azzurro tutto ramato d’oro, e dà un tremolìo agli occhi che la guardano: anche sul soffitto c’è un rosone azzurro nel centro e intorno una lievissima decorazione dorata, di foglie e di ghiande di quercia.
– Era meglio metterci dell’uva: così t’illudevi di essere sotto un pergolato – dice il babbo, che ha ripreso a mettere a posto gli oggetti, aiutato più o meno efficacemente dai bambini.
– Non si vive di solo pane, – osserva il fidanzato; – questa camera è bella e dà l’impressione di un rifugio fuori del mondo, di un giardino in fondo al mare.
E lo sguardo ch’egli volge intorno, con gli occhi che pare riflettano questa lontananza fuori della realtà, mi fa quasi male.
– Andiamo adesso in terrazza – dico sottovoce, correndo fuori della camera.
Andiamo in terrazza, e questa volta ci lasciano finalmente soli.

Anche la terrazza, lastricata di mattonelle bianche e con la balaustrata di finto marmo, è bella e pulita come una sala: egli osserva che ci si può offrire una festa da ballo. Quando? Egli intreccia le sue dita alle mie e un brivido mi scuote tutta: ho l’impressione appunto che una grande festa si svolga intorno a noi con tutta la sua folle ebbrezza di musica, di danze e di colori.
Ci affacciamo alla balaustrata, e nel cerchio del braccio di lui, che cinge la mia persona, io mi sento come il filo dentro la perla della quale partecipa allo splendore. Di fuori non vedo più nulla, o vedo il panorama come i miopi, a macchie, sfumato e fantastico. Se egli si volesse buttar giù io lo seguirei, dentro il suo braccio, come il suo braccio stesso, felice solo ch’egli mi considerasse appunto, anche nella sua distruzione, una cosa esclusivamente sua.
Ma egli non pensa a gettarsi giù; è calmo, fermo anche nel suo desiderio di me, padrone di sé stesso come lo è della sua piccola fidanzata.
Per togliermi dall’incanto quasi angoscioso che mi lega anche lo sguardo, dico sottovoce:
– Laggiù, vedi, sotto quella linea di cipressi velati dall’azzurro della pianura, c’è la mia mamma, ci sono i nonni. Io salirò spesso quassù per stare con loro.
– Per adesso stai con me, – egli dice, – i morti coi morti, i vivi coi vivi.
– Per me la mia mamma è sempre viva: soltanto che è lontana, ma io penso ed agisco come se ella mi fosse vicina.
Egli si solleva e mi trascina con sé di corsa fino alla balaustrata opposta, donde si vede tutta una città nuova, una città quasi orientale, tanto le case e i palazzi sono bianchi e i giardini pieni di cedri del Libano, di palmizî e di gigli in fiore: l’odore di questi e dei tigli fioriti dà all’aria un sapore di liquore, reso più forte dalle parole che egli mi dice. Il ricordo dei morti quindi svanisce. I vivi coi vivi. Ho l’impressione che le sue parole mi restino scritte sulla carne, anche perché egli sfiora il mio collo, la mia spalla e il mio braccio con piccoli baci che sono formati solo del suo alito.
– Ti ho portato un regalo – dice infine, sollevandosi.
– Che cosa, che cosa? -. Penso subito a un gioiello, e resto quasi disillusa quando egli trae dalla tasca interna della giacchetta una piccola penna d’oro, che per la forma, il colore e la leggerezza sembra quella di una pernice.
– Ecco il sindaco, che offre la penna d’oro agli sposi.
– Ascolta, – dice, poi china la testa, provando con l’unghia il pennino, e come ascoltando una vibrazione misteriosa sèguita: – tu devi scrivermi sempre con questa penna. E devi scrivermi tutto, di te, quando non saremo vicini.
Io ho un senso di paura, ma prendo subito la penna, tocco anch’io il pennino con la punta dell’unghia e ascolto: una vibrazione distinta sale dal mio cuore col suono delle mie parole.
– Noi saremo sempre vicini, anche se la sorte dovesse separarci fino alle estremità della terra.
Allora egli mi prende per mano e ritorniamo giù.

Giù mio padre si affatica a collocare i materassi sui letti. Anche Fausto e Billa ne trascinano uno, spingendosi a vicenda, finché rotolano assieme, seppelliti dal materasso. Il fidanzato si affretta a salvarli; quei birboni per compenso lo tirano con loro e solo la sua agilità gli risparmia la brutta figura di cadere anche lui. Le camere sono piene delle risate di tutti: anch’io rido, ma non so perché ho quasi terrore di questa letizia risonante che scuote le cose. Ho nascosto la penna dentro la scollatura del vestito e la sento come una freccia nel cuore.
Mio padre invita il fidanzato a rimanere a cena con noi.
– È la notte di San Giovanni; è la prima notte che passiamo qui. Rimani.
Egli si scusa, sebbene avvinto e incalzato dai bambini che non vogliono lasciarlo andare.
– Un’altra sera, cari, un’altra sera.
Anch’io non ho piacere che egli resti, perché per cena abbiamo solo uova e salumi.
Lo riaccompagno giù; ma prima di andarsene egli m’invita a spingerci fino al ciglione in fondo alla strada, dove comincia la campagna. Ci sediamo un momento sulla proda coperta di fieno; è quasi notte, ma nel crepuscolo luminosissimo si vedono ancora le quercie verdi, l’erba sanguinante di papaveri, i canneti glauchi, le macchie gialle della ginestra fiorita.
È la sera di San Giovanni: si sentono già i rumori della festa, lo strido selvaggio delle cornette e qualche sparo: d’un tratto un fuoco si accende come da sé sulla china opposta della valle, e illumina il paesaggio con un riflesso rosa.
– Bisogna che vada – egli dice, riversandosi invece sull’erba. – Perché, perché non possiamo stare sempre così? Perché non possiamo sposarci stanotte e dormire qui? Domani, – riprese, sollevandosi di scatto, – domani non posso tornare: esco tardi dall’ufficio e adesso siamo lontani. Verrò dopo domani, domenica. Vuoi darmi un bacio?
Poi ridiscendiamo il sentiero, ed egli se ne va, nella sera incantata.

L’incanto durò fino alla domenica seguente.
Il sabato venne il tappezziere e mise le tende: una lieve penombra ondulò sul fulgore delle stanze, come il velo sopra la culla dei bambini. D’altronde era necessario, perché già le mosche si precipitavano dentro casa, con disperazione di Giglina, la serva.
Dico serva per modo di dire, poiché questa Giglina era per noi più che una parente, e ricordandola adesso, a distanza di anni, mi pare un personaggio fiabesco, una figura di sogno. Nei miei sogni ancora ella ritorna infatti, e nel quadro della mia realtà interna ha il posto che le fantesche bibliche occupano in certi quadri antichi dell’Ultima Cena. Era la nostra provvidenza, il braccio destro della casa. Ci amava? Io non lo so ancora; non ci accarezzava né baciava mai, rude piuttosto; e Fausto e Billa avevano paura della sua scopa. Era una della Sabina, forte, sebbene già anziana; e nel profilo fine, lucido, come d’argento molto usato, nelle trecce bionde attorte, nell’aria stanca del viso, aveva ancora l’impronta della sua vecchia razza: dava del tua nostro padre ma non parlava con lui se non interrogata.
Quel sabato lavorò per dieci donne: lavò i pavimenti; spostò mobili pesanti, lucidò gli ottoni; e con lei lavoravo anch’io, mossa da una forza alata come quella degli ubbriachi. Misi a posto la biancheria e i vestiti; ecco, i miei sono tutti nel mio piccolo armadio, nascosti dietro lo sportello a specchio, come le fanciulle di una leggenda raccontata da Giglina.
«Queste fanciulle, dunque, avevano tutte dato convegno all’amante in un angolo del bosco, dietro il ruscello; e vi arrivarono una dopo l’altra senza vedersi perché non avevano testa: la testa l’avevano perduta nel pozzo dell’amore: ma quando giunsero, i giovinotti le riconobbero dai loro vestiti».
I miei vestiti sono lì, nascosti dietro l’acqua dello specchio; sono lì, senza vita per l’ansia dell’attesa, pronti a gonfiarsi e svolazzare di gioia appena egli arriva. Egli li conosce tutti; ed io li tocco con religione, uno ad uno, perché hanno vissuto con lui: sopratutto mi piace questo che è a capofila della marcia immobile dentro l’armadio, questo di crespo verde-rosato, che ricorda il corrugarsi del mare al tramonto: lo indossavo ieri, quando siamo saliti sulla terrazza, quando ci si è seduti sul ciglione: ancora odora di fieno, ancora lo vedo illuminarsi e risplendere al riflesso del fuoco sopra i canneti della valle.
Anche i cappelli sono a posto, nelle loro nicchie dell’altro reparto dell’armadio; e le scarpette, accanto alle mie quelle di Billa, anch’esse sembrano sorelle.
Nei cassetti del comò ecco disposto il mio modesto corredo: in quelli di sopra la roba per l’estate, in quelli giù la roba per l’inverno. Che accadrà da adesso all’inverno? Quando ti indossavo ancora, bianca maglia che sembri una corazza di velluto, buona contro gli assalti crudeli della tramontana, il mondo era per me un caos perché ancora non conoscevo il mio fidanzato. Me lo ha portato aprile, coi venti fecondi, come portava i pollini alla terra: e la vita s’è schiusa in me, e il mio cuore si è aperto come la rosa sfolgorante nel cespuglio giovane. Che sarà accaduto quando tu, bianca guaina di lana che ancora hai l’innocenza e il tepore dell’agnello, raccoglierai di nuovo il mio corpo? Forse non avrò più bisogno di te, tanto calore l’amor mio infonderà alla mia carne. E tutto, tutto potrà accadere, ma non che questa fiamma si spenga.

Nel primo cassetto del comò avevo disposto le mie cianfrusaglie, – seguitava a raccontare la mia amica, – e quando lo aprivo mi pareva di vedere un piccolo giardino: ne veniva fuori un profumo di viola; e i colori delle cose, le striature dei nastri, il verde del mio scialle di seta, un guanto bianco aperto con le cinque dita di giglio, la cintura di borchie con scarabei dorati, risaltavano sul fondo della carta giallina come su quello di un viale. Giù nella profondità c’era poi qualche cosa di azzurro che nascondeva un mistero grande come il cielo: era la mia sciarpa di velo, con la quale avevo avvolto le lettere di lui. Le avevo avvolte così per sottrarle alla curiosità di Fausto e di Billa, che conoscevano il segreto di aprire i cassetti anche chiusi a chiave; e del resto non osavo rileggerle neppure io, ma le sapevo a memoria; ne avevo succhiato le parole, e il mio sangue se n’era imbevuto: quando le ripensavo me le sentivo quasi sotto la pelle, in ramificazioni tenaci che come l’edera mettevano foglie e radici assieme: e quando sentivo che anche lui pensava così di me, e che la vita fisica dell’uno era anche fisicamente la vita dell’altro, mi sembrava di morire, più che per la gioia d’amore, per un senso di mistero che non permette di essere esplorato. È come il pensare al mistero di Dio, che non si può conoscere completamente se non dopo morti; e forse neppure allora, perché è qui, in vita, in noi, ma così grande e inesplicabile che la ragione si perde solo a volerlo approfondire.
Così, io capisco quelli che si uccidono o diventano pazzi per amore.

La domenica il tempo si rinfrescò d’improvviso, forse per effetto di qualche temporale lontano. Apro la finestra e mi sento stordita: mi pare di aver fatto un lungo viaggio e di trovarmi in un luogo assolutamente sconosciuto, in un altipiano, o in riva al mare: e del mare gli alberi del ciglione hanno l’ondulare agitato, sospinti qua e là da una forza che sembra loro interna; ogni foglia ha un movimento diverso, un colore diverso, verde e grigio, verde e azzurro, secondo la luce. L’odore dei tigli fa male a sentirlo, tanto è forte e dolce, e il cielo è tutto un pergolato di nuvole bianche, d’un bianco così fermo che anche lo sfondo del cielo pare fatto di nuvole azzurre.
Ricordo tutti questi ed altri particolari perché sono rimasti impressi indelebili in me come quei tatuaggi che gli amanti barbari si incidono sulle carni vive, per ricordo di amore.
Faceva quasi freddo, ed io provavo un senso di tristezza, di spostamento: tutto mi pareva diverso e straniero, e quel tradimento improvviso della stagione mi ricordava tante acerbe storie di tradimenti umani, lette o sentite raccontare.
Ho d’improvviso l’allucinazione del dubbio: anche lui un giorno potrà cambiare; o forse anche io. E questo è il vertice della disperazione: ho voglia di buttarmi giù dalla finestra, giù in mezzo al mare degli alberi in tempesta, per castigarmi di questi pensieri di peccato contro il nostro amore: poi mi scuoto e rido: perché non devo essere anch’io come le cose intorno? Una forza che è necessaria per rinnovare e rinfrescare la nostra vita, un temporale d’anima ci rannuvola ed agita: fra poco tutto passerà e la vita sarà più bella.

Pensiamo piuttosto a godere bene la giornata, in attesa del grande momento. Il solo pensiero che rivedrò le sue pupille, mi risolleva fino a Dio.
Giglina è fuori per la spesa; io preparo il bagno domenicale per i ragazzi. Essi dormono ancora, e non so quale dei due svegliare per primo; mi dispiace rompere il loro sonno sacro. Entro nella camera di Fausto, attigua a quella del babbo: c’è già un odore di uomo, nella piccola camera tutta sottosopra. Egli ha buttato via i guanciali e giù le coperte, e dorme bocconi, lungo e nudo come un selvaggio sul margine del bosco. È bello e forte: la linea pura del dorso e delle gambe dritte ricorda quella delle statue greche: una lieve peluria copre già la sua pelle dorata, che anche nel sonno rabbrividisce di vita: le dita dei suoi piedi si agitano: forse egli corre, nel sogno, o gioca al pallone; io tuttavia esito a svegliarlo, anche perché so che il suo sonno è prepotente; vado quindi nella camera della piccola Sibilla, attigua alla mia.
Qui si sente il mio influsso diretto, poiché tutto è in ordine e dall’uscio aperto della mia camera entra già l’aria fresca e nuova. La bambina dorme fra le coperte rimboccate, ma anche lei ha tentato di venirne fuori come da una guaina troppo stretta, e sta supina, col viso di melagrana sommerso nella nuvola dei grandi capelli bruni, le belle braccia lunghe aperte, le mani offerte a raccogliere qualche cosa: pare che dopo aver nuotato in un’acqua tranquilla stia abbandonata sulle onde che la portano lontano nel mare della gioia.

Nel pomeriggio il tempo si schiarì: solo grandi sospiri di vento scuotevano di tanto in tanto la serenità dell’aria. Lo stesso avveniva dentro di me: ogni tanto andavo a guardare l’orologio a pendolo che mi rispondeva col suo battito impassibile ed era la sola cosa veramente viva di fronte a me.
Ero rimasta sola in casa. Giglina profittava della sua vacanza domenicale, il babbo e i ragazzi erano usciti, per ritornare all’ora in cui sarebbe arrivato lui.
Io mi aggiro sperduta nella casa, e avrei paura, se nei giardinetti attigui non sentissi il calpestìo sulla ghiaia, lo sbruffare degl’innaffiatori e gli stridi dei bambini, che mi rivelano l’esistenza d’innumerevoli vicini di casa. Questi vicini sono membri di numerose famiglie di piccoli impiegati; e i buoni padri profittano anch’essi della vacanza domenicale per sistemare economicamente i loro giardini. Sento che tutti guardano verso la nostra casa come io guardo l’orologio; per curiosità, per accorciare il tempo in attesa di qualche cosa di nuovo; ma io rispondo alla loro curiosità con l’impassibile battito del mio cuore rivolto a una cosa eterna che non può riguardarli. Non ho desiderio di conoscere nessuno, di farmi vedere da nessuno: anche gli oggetti della casa, adesso che sono al loro posto, non hanno più vita per me. Tutta la mia vita è in un punto solo, centrale; nell’attesa di lui.
Finalmente sono le cinque. Neppure l’orologio ha più vita per me, adesso, poiché l’ora è suonata. Adesso non esiste più che la mia attesa. Mi metto alla finestra e guardo la lontananza della strada come prima guardavo l’orologio: le persone che passano mi danno anch’esse l’impressione delle lancette che camminano una dietro l’altra e non si raggiungono mai.
Ecco mio padre coi ragazzi che tornano frettolosi per paura di aver fatto tardi: io ho rimorso di aver accorciato la loro passeggiata, ma il loro stesso affrettarsi mi dà un senso di malessere; un’ombra sorge dalla profondità dell’anima mia come un grido di civetta nel silenzio sereno della notte.
Nel vedermi sola alla finestra, i ragazzi si voltano a guardare se in fondo alla strada si vede la nota figura; e quando il loro viso si rivolge in qua mi sembra diverso, quasi invecchiato.
Giunto sotto la finestra, mio padre domanda:
– Non è ancora venuto?
Io accenno di no. Egli trae l’orologio, lo guarda, lo rintasca. Perché non dice nulla?

I ragazzi salgono di corsa su da me e con un salto si affacciano alla mia finestra: Fausto mi preme con tutto il peso del suo corpo e dice con crudeltà:
– Vedrai che quel maramaldo non torna più.
Io mi sento schiacciata, come sepolta da un terremoto: con tutte le mie forze cerco di liberarmi dal peso, e riesco a respingere il ragazzo; ma il senso di oppressione mi rimane, e non parlo perché la mia gola è chiusa, ostruita come una strada dove è accaduto un disastro.
D’un tratto Billa grida: – Eccolo, eccolo!
Il mondo s’illumina ancora: il disastro è stato solo un cattivo sogno; ma subito, come nei giorni sinistri d’inverno, il sole è di nuovo sepolto dalle nuvole.
Non era lui, era un passante che gli somigliava.

E la cosa più terribile era che il babbo non veniva su, non parlava: dopo qualche momento uscì di nuovo e andò sino in fondo alla strada; e anche il suo modo di camminare era diverso, o meglio era come nei primi giorni dopo la morte della mamma.
Egli va fino all’angolo della strada, guarda, poi svolta. Ed io ho un senso di terrore, come se anche lui sia sparito per sempre: un senso di terrore, di solitudine, di responsabilità mortale: mi sembra di essere rimasta sola coi miei fratellini in un luogo inumano, soli, abbandonati da tutti.
Ho voglia di gridare per richiamare il babbo; poi la speranza ch’egli si sia inoltrato nella strada per andare incontro all’altro rischiara di nuovo la mia angoscia. Ma egli riappare solo, rasentando il muro come voglia nascondersi a me: le tenebre mi riprendono; tuttavia ho un senso di riconoscenza religiosa per la riapparizione del babbo, e sento che veramente la radice della mia vita è in lui. Finché c’è lui noi siamo tutti ancora come i fiori e i frutti attaccati alla pianta: egli è la nostra speranza, la nostra forza di vivere.
Mi scuoto; penso alla sua pena e soffro doppiamente per la sua pena, ma sento che bisogna alleviarla nascondendo la mia com’egli tenta di nascondermi la sua.

Scendo giù da lui, seguìta dai ragazzi che presentendo anch’essi qualche cosa di fatale non parlano più ed hanno gli occhi pieni di curiosità e di spavento. Il babbo sta seduto accanto alla finestra del salottino da pranzo e legge il giornale: ha gli occhiali e sembra calmissimo, troppo calmo veramente.
Poiché io non riesco a parlare egli solleva gli occhi di sopra le lenti che tiene un po’ giù sul naso, e domanda:
– A che ora ti aveva detto che veniva?
– Non ha precisato l’ora, ma io credevo che venisse come sempre alle cinque.
– Può darsi che venga più tardi; sono appena le cinque e tre quarti – egli osserva, e si rimette a leggere il giornale.
Basta il suono della sua voce per riaccendere la mia speranza; però c’è qualche cosa in aria che toglie il respiro.
Anche i ragazzi si ritirano, si nascondono come gli animali all’avanzarsi di un’eclisse di sole; io vado in cucina, tento di fare qualche cosa, metto su l’acqua a bollire per cuocere i fagiuolini già ripuliti da Giglina; ma ho un senso di nausea: mi pare che mai più il cibo possa entrare nella mia bocca.

Dopo un sospiro, la mia amica seguitò a raccontare.
Poi torno su, ricomincio ad aggirarmi nelle camere e sento di essere come un tossico che serpeggia nel corpo di un malato: la quiete della casa è avvelenata dalla mia inquietudine.
Le ore passano con me, sinistre compagne della mia pena; sento di nuovo i vicini di casa ronzare come un popolo d’insetti felici sotto il fogliame primaverile; ricevono visite, ridono, prendono il gelato: i bambini schiamazzano. Li invidio e li odio. Mi pare che loro tutti si beffino della mia angoscia, vendicandosi della mia prima indifferenza verso la loro semplice felicità.

Giglina è tornata e apparecchia la tavola: ha scambiato poche parole col padrone e non fa osservazioni; ma d’un tratto me la vedo comparire davanti, lunga, mortificata, ed ho l’impressione che i suoi capelli siano diventati bianchi.
Mi chiama per il pranzo, con voce sommessa, come se nella casa ci sia un morto. Un impeto di orgoglio mi solleva.
– Vengo subito – grido, e mi slancio giù per le scale come fanno i ragazzi, di volo, aggrappata alla ringhiera.
E quando tutti siamo riuniti a tavola, il coraggio di parlare, di combattere la mia e l’altrui inquietudine, mi accende come un guerriero davanti alla battaglia.
– Non capisco perché non è venuto, – dico con una voce che non mi sembra la mia, – a meno che non sia malato o non gli sia capitata una disgrazia.
– Dio non voglia. Del resto, se era malato avrebbe mandato ad avvertire.
– E se gli è capitata una disgrazia? – io insisto. – Ricorda quel tuo collega che la scorsa domenica è andato sotto un’automobile.
– Era vecchio e non ci sentiva. Macché disgrazia! Avrà avuto qualche impegno; forse l’affare che doveva concludere sabato l’avrà rimandato ad oggi.
– No, no. Allora sarebbe venuto ieri, o avrebbe mandato un espresso. Io credo invece che gli sia accaduto qualche cosa di triste, oppure…
– Oppure?
– Che non voglia tornare più.
La parola feroce è detta; ed è come il tuono che apre la tempesta. Meglio così, piuttosto che l’incubo delle nuvole chiuse.
– Tu sei pazza – dice il babbo, ma anche la sua voce è diversa.
– Sarò pazza, ma vedrai che è così. Era una cosa troppo bella, quasi sovrannaturale, il nostro fidanzamento – io rispondo con voce sommessa: e d’un tratto mi alzo, vado nel vano della finestra e piango forte.

Billa mi corse accanto, mi si avvinghiò forte e cominciò a piangere anche lei: del che Fausto rise sghignazzando; ma subito il suo cattivo strido si storse e cadde come quello di un uccellaccio colto dal piombo del cacciatore.
Il babbo gli aveva dato uno schiaffo.
Questa tragedia secondaria annullò in qualche modo la mia; cessai di piangere, confortai Billa, e tutte e due allacciate torniamo a tavola. La sorellina si volge a Fausto con un viso vendicativo e beffardo che mi fa sorridere: mi sembra il viso stesso del mio dolore che guarda e sfida la realtà crudele.
– Dopo tutto, – dico, – io non ho fatto nulla per meritarmi il suo abbandono; e se egli mi ama tornerà; se non mi ama, peggio per l’anima sua. Non è mio marito, dopo tutto.
– Così mi piaci – esclama il babbo, e un senso quasi di gioia, di vera gioia, mi solleva tutta, nel vedere che il suo viso s’è rischiarato, che la mia forza si riflette in lui, che sono io, insomma, a far coraggio a lui.
E, certo per ricambiarmi il dono, egli prende a scherzare sulla mia paura, e finisce col promettermi una cosa che io non osavo, per la mia stessa paura ed anche per orgoglio, domandargli:
– Domani andrò a vedere cosa diavolo gli è capitato.

Delle notizie che il giorno dopo egli portò serbo un ricordo aggrovigliato e torbido come quello dei cattivi sogni.
E tutto, del resto, fu un sogno, prima e dopo, uno di quei sogni mortali dai quali invano si tenta di risorgere. Ci si dice: sogno, mi sveglierò; ma intanto si rimane sepolti sotto le sue ali nere e fredde di vampiro che ti succhia l’anima, amica mia.
Mio padre, dunque, era stato in casa di lui per domandare notizie. Egli abitava una camera mobiliata, presso una signora straniera che non lo vedeva mai perché anche lei impiegata in un negozio. Ebbene, egli aveva pochi giorni prima pagato puntualmente la pigione, e dopo la sera di San Giovanni non era più riapparso in casa. Anche lei paurosa di una disgrazia aveva telefonato alla Questura e agli ospedali, ma nulla risultava di lui.
La camera egli l’aveva lasciata in ordine, con poche carte senza interesse e oggetti di vestiario invernali. Tutto il resto, compresa la sua valigia, era sparito. Egli dunque era partito: per dove? Perché? Anche al suo Ufficio, una Banca succursale di banche straniere, nessuno lo aveva più veduto. I suoi colleghi commentavano in vari modi la sua scomparsa: solo il Direttore, interrogato da mio padre, non faceva induzioni, non dava notizie. Eppure forse lui solo sapeva.

Fu la notte più lunga della mia vita: fu come la notte di una partoriente. Di tanto in tanto mi assopivo, poi il dolore mi risvegliava, più forte, più insistente: boati di maremoto salivano dalle mie viscere, e tutto era scroscio di rovina: ma sentivo che da quel disastro qualche cosa doveva salvarsi, forse la più preziosa, come avviene appunto nei disastri materiali.
Io non avevo nulla da rimproverarmi; null’altro che di essermi abbandonata ciecamente ad un amore fuori dei nostri tempi, e di aver troppo veduto Dio nelle pupille di un uomo.
Quest’uomo adesso mi appariva mostruoso, inconcepibile. E cominciavo quindi a spiegarmi il mistero di certi delitti contro natura; di bambine violate e uccise: non aveva fatto altrettanto di me, lui? Ma sentivo in fondo che questo sentimento era odio: dopo tutto egli avrebbe potuto farmi davvero del male, anche la sera di San Giovanni, sul fieno odoroso di voluttà.
E le sue parole: «Perché non possiamo stare sempre qui? Perché non possiamo sposarci stanotte e dormire qui?» mi riaprivano il cuore. Un mistero ben diverso da quello della crudeltà dei mostri doveva incalzarlo; una legge che egli doveva aver infranto per amarmi, e che adesso lo riprendeva suo malgrado: ed egli era scomparso, per salvarsi e per salvarmi da una più grande sciagura.
Ma il mio dolore non intendeva ragione: e mi riprendeva, più duro, quasi palpabile. Ed era il grande, l’eterno Dolore compagno dell’uomo, alla cui legge anch’io avevo tentato di sfuggire perdendomi nell’amore.

Di parenti, secondo il suo dire, egli non aveva che alcuni zii, nel paesetto natio, e il nonno col quale non andava d’accordo. Questo vecchio montanaro, testardo e denaroso, pretendeva che il mio fidanzato vivesse con lui, nel paese, per badare alla sua roba: era quindi contrario al nostro matrimonio, anche perché odiava la città, e riteneva le donne di città tutte perverse.
Io avevo tentato di placarlo, con graziose letterine, ma senza mai ottenere risposta. Adesso l’idea che il vecchio irriducibile avesse convinto il nipote a lasciare la città e la fidanzata, mi nutriva ancora di speranza. D’accordo col babbo, scrissi dunque al Sindaco del paesetto, per chiedere notizie: la risposta timbrata e scritta con termini burocratici, fu come un attestato di morte: nessuno, al paese, neppure il nonno, sapeva nulla dell’uomo scomparso.

Il Direttore della Banca divenne poi la mia ossessione. Lui parlava qualche volta di quest’uomo, con rispetto ma anche con un certo compatimento. Ecco il profilo che ne tracciava: «È un uomo per il quale nella vita non esiste che il denaro; il denaro semplicemente per quello che è: una merce. Ricchissimo, egli gioca freddamente in Borsa come i vecchi giocano al biliardo: e guadagna sempre. Lavora tutto il giorno, e tutte le sere va a teatro. Ha una grande casa e vive solo. Ebreo, odia la campagna e per riposarsi va a Londra o nelle grandi città marinare delle quali però lo interessa solo il traffico. Eppure compra continuamente libri e opere di arte, ma non so se legge i primi e ama le seconde. In fondo è un pover’uomo: soffre di stomaco e non l’ho mai veduto sorridere».
La mia ossessione, dunque, era che il Direttore della Banca sapesse: il pensiero di cercarlo, di interrogare i suoi occhi, di sondare col mio dolore la sua coscienza, diventava un’idea fissa.
L’induzione più elementare che io e il babbo si faceva, era che una donna ci fosse di mezzo: un legame precedente aveva sciolto il nostro.
Per salvarsi da qualche minaccia potente, egli s’era forse fatto mandare lontano, in qualche Banca, all’estero: il Direttore l’aveva aiutato.
E folli progetti svolazzavano come rondini pazze nel crepuscolo della mia coscienza. Oh, non sono rondini, sono pipistrelli! Anche se io riesco ad avvicinare il vecchio ebreo, anche se riesco a sedurlo e a farlo parlare, il destino non muta: nessun mago ha mai cambiato la sorte di un uomo, come nessun alchimista ha trovato il segreto dell’oro.
Se lui mi avesse veramente amato non sarebbe fuggito; anche la morte, sopratutto la morte, avrebbe aspettato con me. Un amore così, io sola potevo intenderlo, oltre che sentirlo; ed è rimasto con me, intero, e con esso il pericolo della morte: e io non so, io non so come e se potrò vincerlo.

Ti dirò che mio padre continuò per qualche tempo nelle sue ricerche, anche lui convinto che se una disgrazia misteriosa, magari un delitto non aveva fatto scomparire l’uomo, il Direttore della Banca sapeva. Ma dopo un secondo colloquio con lui perse la speranza di sapere qualche cosa.
– È come parlare con un albero, anzi peggio ancora, poiché l’albero ti risponde almeno con un sussurro – dice, la sera del giovedì, ritornando a casa più tardi del solito: ed io osservo che egli, nel rimettere il cappello, ha ripreso il gesto stanco dei tempi di dolore quando già però cominciava a rassegnarsi per la sparizione della mamma.
Quel gesto mi fa trasalire fin dentro le viscere, perché mi accorgo che io invece spero e aspetto ancora.

Nella notte chiara di luna, mentre mio padre innaffia il giardinetto tutto odoroso come un solo fiore, io e i ragazzi andiamo fino al margine della valle, sul posto dove sono stata con lui. Billa, che il chiaro di luna trasforma in una zingara mora, si arrampica su un querciuolo, donde manda il suo saluto di cuculo al padre rimasto a casa: Fausto invece si sdraia silenzioso accanto a me, sul fieno ancora piegato dell’altra sera.
Il dolore mi romba dentro come un vulcano, ma la presenza di Fausto m’impedisce di rotolare sulla terra e urlare. Fausto s’è fatto serio, in questi giorni: s’è anche allungato come per il desiderio di farsi presto uomo e vendicarmi: non parla mai del fatto, ma ci pensa continuamente; i suoi occhi sono scuri; spesso egli aggrotta le ciglia e stringe i denti sporgendo la mascella: allora ha un’aria buffa che fa ridere, mentre io sento che dentro di lui soffia un vento di tragedia.
D’un tratto esclama, parlando fra sé:
– Ma ne ho proprio piacere! – Poi balza in piedi e scuote con furore l’albero sul quale Billa adesso imita il lamento della civetta.
– Smettila, scimmia, se no sradico la pianta – urla con una voce d’uomo. Il verde argenteo dei rami ha un bagliore livido: Billa ride e strilla, ed anch’io mi scuoto dalla mia angoscia per partecipare al contrasto fraterno. Riesco a strappare Fausto dal tronco della quercia, ed egli ne vien via con un pezzo di corteccia in mano: non potendo di più ha scorticato l’albero; e torna a buttarsi per terra tutto nervoso e agitato.
Per calmarlo gli domando:
– Di che cosa avevi piacere, poco fa?
– Beh, senti, – egli dice, strappando il fieno dalla terra come le piume da un uccello vivo, – c’è quel mio compagno di scuola, Ghiron, che sta nella casa dove eravamo noi, ti ricordi? Che mi domandava sempre: «Tua sorella quando si sposa? Tua sorella quando si sposa?». Un giorno io gli risposi seccato: «Prima delle tue». Sai che sono cinque sorelle una più brutta dell’altra. Beh, dunque, martedì l’ho veduto al Cinematografo. E ricomincia: «Tua sorella quando si sposa?». E mi guarda e ride: tanto che io credo che egli sappia già qualche cosa. Sa tutto e maligna su tutto, quella gente lì. Beh, lasciami finire: oggi lo vedo ancora; e sai cosa è accaduto? Suo fratello Andrea è scappato di casa: s’è portato via tutta la sua roba, mille lire in denaro e gioielli. Il padre è andato alla Questura centrale, ha portato la fotografia di Andrea e per mezzo di raccomandazioni ha messo in moto tutte le Questure del Regno. Il Commissario Finzi, quello famoso, ha promesso di scovare Andrea: intanto però Ghiron sconta la sua beffa contro di noi.
– C’è poco da beffare – dico io con tristezza. – Quella povera madre…
Eppure perché quel dolore lontano s’infiltra nel mio con una perversa vena di conforto? Che io sia per diventare doppiamente disgraziata? Infelice e cattiva? No: ma il constatare che il dolore è retaggio comune, amaramente conforta.
D’un tratto Fausto striscia col corpo sul fieno e mi si avvicina in modo che Billa non senta le nostre parole.
– Senti, ho un progetto: perché non andiamo, tu ed io, alla Questura centrale?
– A far che?
– Si parla col Commissario Finzi: gli si porta la fotografia che tu possiedi. Vedrai che quello te lo scova. Se tu vedessi che viso ha Finzi: un viso d’aquila.
– Lasciami – dico io, poiché Fausto mi si è aggrappato addosso e pare voglia portarmi subito alla Questura. – Tu sei pazzo.
Ma egli non mi lascia; e d’improvviso lo sento come gonfiarsi; stringe i denti, poi spalanca la bocca, mi morde la spalla, e infine piange come un bambino bastonato. Billa tace, sull’albero: e il pianto dell’adolescente è il pianto stesso del dolore che, come il canto dell’amore, si rifugia nella notte per chiedere a sé stesso il segreto del suo mistero.

Un senso di terrore mi preme contro il ragazzo che dunque è come uno strumento che suona il mio patire; e mi pare di essere un’appestata che comunica il suo male alle persone intorno. Ma da questa profondità di miseria, piano piano risalgo, mi ritrovo a galla, riapro gli occhi salati di lagrime come quelli del naufrago, e rivedo la terra della speranza: bisogna farsi forza e cercare di guarire per guarire gli altri.
– Fausto, – dico tranquilla, – qual è l’oggetto che hai più caro?
Come il pugno che si dà sulle spalle al bambino che ha il singhiozzo, per farglielo cessare, quella domanda colpisce e distrae il ragazzo in modo da far tacere il suo male. Solleva la testa e pensa.
– Tutti gli oggetti che possiedo mi sono egualmente cari. Perché?
– Pensa ad uno di essi.
– Ma perché? Che t’importa?
– Te lo dirò poi. Pensa a uno di essi.
– L’orologio a bracciale – suggerisce Billa che è scivolata dall’albero e fa le smorfie alla sua ombra.
– L’orologio a bracciale – egli ripete, suggestionato.
– Ebbene, Fausto, vogliamo scommettere il tuo orologio a bracciale che io fra tre mesi ho un altro fidanzato?
Fausto tace, e il suo silenzio m’impressiona quasi come il suo pianto. Egli non crede alle mie parole; neppure io. Ma lo specchio terribile che rifletteva il nostro dolore s’è già incrinato; anzi, d’un tratto pare che cada e con un tinnìo cristallino si frantumi per sempre.
È Billa che ride. Rido anche io. Riso di beffa, di speranza e di gioia; sfida istintiva al destino che noi possiamo vincere sempre opponendo l’amore al dolore.
Ed io mi sollevo, sicura che non vedrò più i miei occhi nel terribile specchio.

Dopo una sosta pensosa la mia amica continuò.
Molto tempo è passato.
Io mi domando spesso che cosa sarebbe accaduto di me, dopo la scomparsa di lui, se si vivesse ancora nella vecchia abitazione: forse la morte.
Qui, oltre all’amore per i miei, la natura mi ha salvato: e non faccio della poesia, no, ma della religione, quando penso che forse lo spirito della mamma, riavvicinandosi a me, si è trasfuso nella terra: e la terra mi è stata madre una seconda volta, mi ha fatto rinascere.
Mia madre era giovanissima, quando è morta: amava la vita con quell’ardore che solo le donne, come lei, oriunde dalle grandi campagne favolose del mezzogiorno, possono frenare e nascondere. La città, forse, l’ha fatta morire prima del tempo: la città che alle anime diritte e primitive risponde col suo viso di prisma iridato e allucinante, arido sotto il suo falso splendore.
E se non proprio lo spirito della mamma, quello che animava il suo corpo, certo lo spirito eterno della razza rivive in me e mi salva. A volte ho come un vertiginoso senso di ricordo, che mi fa intravedere una terra lontana dove le donne sono pari ancora agli uomini, quindi rispettate e temute: forse le terre boscose dove le amazzoni si tagliavano il seno perché il braccio si tendesse meglio a scoccare la freccia. Una parte del cuore vivo me la sono tagliata anch’io, certo, con la ferma volontà di combattere il dolore nemico, di farne anzi una preda.
Per molto tempo, però, anche lo spirito di lui è vissuto intorno a me, nelle cose che aveva veduto, che avevano conservato il riflesso dei suoi occhi e il suono delle sue parole.

Così divenni e sono ancora amica della natura. Quando dopo i giorni di arsura innaffio le piante e i cespugli, le foglie mi sorridono, grate del benefizio. Sorridono, col loro scintillare, come scintillano le pupille degli uomini nei momenti di gioia; ed io sento che non è un riflesso esterno, un effetto dell’acqua; è lo spirito della terra che ringrazia. Allora provo quasi un senso di voluttà panica nel rendere felici le piante assetate: ho l’impressione che lo zampillo dell’acqua sgorghi dalle mie dita e che un ponte di perle mi unisca alla bellezza della natura: l’arancio, promessa di vita, il crisantemo, promessa di morte, il rosaio e la vite, che rallegrano e destano le illusioni dell’uomo, s’inghirlandano di luce, a mia volontà, come sotto la pioggia del buon Dio.
E quando Dio, dimentico o irato, manda la lunga siccità, io lo sostituisco, nel mio giardino; penso però che l’acqua della fontana è ancora quella creata da Lui, e dopo aver dissetato la terra stendo la mano fangosa per lavarla sotto lo zampillo corrente; l’acqua sobbalza, e una croce di perle giunge a solcare e ribenedire il mio viso inaridito dalla siccità della vita.

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