Grazia Deledda – Il piccione

Come spesso usava, anche quel giorno, nelle ore in cui la breve spiaggia è deserta e il vento soffia da ponente, sbattendo le onde contro gli scogli, la gobbina uscì di casa e scese verso il mare. Aveva un grande ombrello di seta verde, a fiori, non veramente di moda, ma ottimo per ripararla dal sole a picco e dalla cattiva curiosità del prossimo: e lo teneva rasente alla testa, come un vasto cappello. Della sua piccola persona si vedevano solo le gambe di bambina, ben fatte, ben calzate, e i piedini che, dentro le belle scarpette bianche felpate, davano l’idea di due zampine di gatto.
E di gatto che ha caldo, che ha sonno e cerca un nascondiglio fresco dove accucciarsi, ella aveva l’andatura sorniona e svogliata. Scese dunque giù, per la breve china verde e insidiosa di gramigne, trovò il suo posto, in una specie di nicchia che il vento aveva scavato nella sabbia, e vi si adagiò, avendo cura di tirar giù bene i volanti e le trine della sua sottoveste. Adesso l’ombrello la nascondeva quasi tutta, e il vento, che veniva dal mare, l’aiutava a tenerlo basso, rinfrescandone il cerchio d’ombra che pareva, così, quella di un alberello fiorito. Sì, di un alberello fiorito: e l’impressione e l’immagine erano tutte sue, di lei, Agata, l’unica figlia gobba del ricco signor Sansone: di lei, Agata Sansone, che quando riusciva, come in quell’ora, a strapparsi dalla cornice nera e tarlata della sua vecchia casa di campagna, e non si vedeva più negli occhi del suo prossimo, le sembrava di avere la trasparenza e la forza del nome che la sorte le aveva assegnato per scherno.

– Buon giorno, signorina Agata; come sta?
Nel sentirsi scoperta, nonostante tutte le sue precauzioni, ella ebbe un moto di sdegno; ma niente paura: chi la salutava, e le si alzò davanti fra uno scoglio e l’altro e la pennellata lilla dello sfondo, era una vecchia conoscenza. Ed anzi, al primo impeto di dispetto, più che altro provocato dall’irriverenza che le si usava, salutandola cioè quando era evidente che ella voleva essere lasciata tranquilla, seguì un senso di sollievo, quasi di allegria: allegria in fondo ironica, quasi grottesca, ma preferibile sempre allo stato di tristezza, di esasperazione, e si dica pure di odio, che la soffocava quando qualche altra persona si permetteva, in certi momenti, di salutarla. Poiché l’ombra che adesso le stava davanti, come uno sgorbio nero schizzato per dispetto su un bel quadro di maniera, altri non era che un gobbo.

Egli teneva in una mano il bastone, e il berretto che si era tolto dalla grossa testa coperta di una lanugine nera spruzzata di fili d’alghe: con l’altra reggeva un grande coperchio di latta, che brillava come fosse d’argento: e la piccola Agata ebbe, nel guardarlo di sotto in su, una delle sue immagini poetiche: sì, invero, il gobbino pareva uno gnomo del mare, sbucato fuori dalle caverne della scogliera, con la luna piena in mano.
Lentamente, con un fare da odalisca, che le era naturale, ella sollevò i lunghi occhi verdi e scosse il bel braccino nudo, assediato di braccialetti con smeraldi, rubini, acquemarine, che in tutto non avevano il valore del coperchio di latta; poi domandò:
– E tu, come stai? Perché non ti sei fatto più vedere da queste parti? – impiegando un minuto abbondante per pronunciare queste parole.
Grato, commosso, con gli occhi bianchi pieni di lagrime, egli fece un profondo inchino: e subito raccontò i suoi guai, ma con voce di gioia, come si trattasse di una bella canzone.
– Questo coperchio, vede (e lo agitava, incandescente, simile ad uno scudo), me lo ha ordinato la signora Amabilia, la sua cuoca: ed era fatto fin dal giorno dodici maggio; ma giusto quel giorno sono caduto, slogandomi un piede e il polso destro: eccolo, ancora non funziona bene. Fosse stato solo il polso, meno male: un disgraziato, quando ancora può camminare, trova sempre qualche fratello che lo aiuta; ma così! Tre giorni sono stato, nel mio buco, aspettando soccorso: finalmente è venuta la Gilda, la conosce? la ragazzina che va per le case, indovinando alle donne la fortuna. La Gilda ha un po’ d’astio, verso di me, perché dice che le donne credono più alla mia presenza che alle sue profezie: ma, insomma, è venuta, forse per assicurarsi che ero morto; e trovandomi ancora vivo mi ha fasciato, mi ha dato da mangiare e da bere, mi ha soccorso in tutti i modi. E adesso vado dalla signora Amabilia, che da prima mi strillerà, poi, nel sentire le mie pene, si metterà a piangere e anche lei mi soccorrerà. Perché tutti mi vogliono bene, ed io voglio bene a tutti. E spero, spero…
In che cosa sperasse non lo spiegò. Sperava, ecco tutto: e pareva fosse la divinità della speranza a raggiare intorno a lui, spandendosi nel mare, nel cielo, nella terra ed in tutte le cose.

Ma quando egli fu scomparso, Agata riabbassò l’ombrellino e si raccolse di nuovo nella sua ombra: un sorriso sardonico le arricciò le labbra sensuali: le sue dita, con le unghie simili a certe spine rosse dei rosai giovani, si affondarono nella rena, quasi cercando di afferrarsi a qualche cosa.
Poiché lei, no, non conosceva la luce della speranza: in nulla credeva né sperava: neppure nel lampeggiare della sua intelligenza, del suo spirito, della sua profonda sensibilità.
Vanità, illusioni. Lo scopo di tutte le cose, in una donna, e forse anche in un uomo, è l’amore. E l’amore non esisteva, per lei. Inoltre, la sua vita era, per necessità di eventi, chiusa, gretta e amara: il padre avarissimo, la madre sempre malata: figure pesanti e opache di fattori, sensali, contadini, preti, serve e operai, sempre intorno a lei, nello sfondo della vecchia casa scricchiolante: e tutti, tranne i genitori, a guardarla col celato terrore della sventura.

Ma ecco che lo sgorbio ritorna ad oscurare la luce della scogliera; e di nuovo si toglie rapido il berretto. Adesso ha un involto sotto il braccio, e, stretto al petto con la mano dolente, un piccolo piccione violetto, col becco e gli occhi rossi: anche il viso di lui è rosso e viola, eccitato come quello di un ubbriaco.
– Hai fatto presto – dice la signorina, senza guardarlo.
– Ho fretta di tornare a casa: sono tanto contento. La signora Amabilia mi ha dato questo piccioncino.
Egli è ansante di gioia: ride, di un riso che sembra pianto. Per un piccione di nido?
– Sì, è rimasto solo, perché il compagno è morto. La signora Amabilia dice: tiragli il collo e màngiatelo. Io? Fossi quaranta giorni digiuno, non gli toccherei una piuma. Lo terrò come un figliuolino: gli farò una casetta…
– Ed esso morrà, perché non ha il compagno. È meglio tirargli il collo – dice Agata, con voluta crudeltà.
Le irsute sopracciglia dell’uomo si sollevano come quelle di un leone: anche lui guarda male la gobbina, la gobbina che porta sventura; e il piccioncino pare diventi ancora più piccolo, entro il nido della mano amorosa, per nascondersi all’occhio malefico che gli augura la cattiva morte.
Ella capisce, e tenta di ridere, ma non può, non può. Per la prima volta sente la sua cattiveria, il fluido velenoso che irradia intorno a sé; lo spirito del male che si annida nel suo petto come il pus in un tumore mortale.
– Ma perché? – si domanda. Perché il gobbo, povero e solo, ha la ricchezza del bene, e lei tanta miseria?
Ella non sa rispondersi ancora, ma già qualche cosa si è aperta, nel suo cuore: ed è lì, il tumore maligno. Forse si creperà; forse, col tempo, potrà guarire.