Grazia Deledda – Il rifugio

La principessa stava nel suo salotto da lavoro, tutto parato di damasco azzurro, e si divertiva a confezionare fiori di carta.
Le riuscivano perfetti, tanto da sembrare veri. Rose di maggio, grandi e molli, nel loro classico colore di aurora; garofani carnosi, rossi, o screziati d’ocra e di viola; camelie bianche, lucide e come congelate: ella non faceva altri fiori, ironicamente pensando che questi fossero i più aristocratici, convenienti a una dama del suo rango. A mano a mano che le sue piccole dita, senza altre gemme che quelle delle unghie puntute, completavano i gambi e le foglie verdi, delle quali arricciavano o raddrizzavano le cime, ella collocava i fiori in un grande vaso di ceramica, che pareva fatto di un’onda marina, deposto su una mensola davanti alla vetrata del salottino: ed ogni volta, attraverso i cristalli nitidissimi, dai quali aveva allontanato le tendine mobili come sportelli di velo, vedeva il giardino e il parco sotto il castello; e di là dal parco i campi e le vigne del principe suo consorte.
Nel giardino fiorivano a migliaia le rose di ogni colore, e le aiuole simmetriche, sul fondo dorato dei viali ghiaiosi, erano così fitte di fiori di tutte le gamme dell’iride, che da lontano sembravano mosaici bizantini. Eppure la principessa si ostinava intorno alle sue parodie di rose, senza sentire il bisogno di scendere nel giardino, e tanto meno di inoltrarsi nel parco, o di uscire nelle vigne smeraldine, dove le file dei peschi e dei peri scendevano in belle processioni giù verso il fiume in fondo alla collina.
Fu picchiato lievemente all’uscio.
– Avanti.
La sua voce era aspra, quasi stridente come quella degli adolescenti nell’epoca in cui appunto cambiano voce.
Apparve, in vestito nero da mattina, sbarbato di fresco, anzi ancora incipriato, coi nerissimi capelli azzurrognoli di brillantina, un servo che pareva un gentiluomo.
– Eccellenza, la sua signora nonna desidera di salutarla.
– Ma che venga – disse lei, infastidita e indifferente nello stesso tempo.
Non aveva sollevato neppure le ciglia: ancora non riusciva a capire il perché di tutte quelle smorfiose cerimonie; non le capiva, sebbene oramai ci fosse abituata, e la prima ad esigerle fosse appunto lei.
Entrò, silenziosa come un fantasma, una grande vecchia tutta nera, tranne il viso bianchissimo: anche le labbra erano senza colore, e quando le socchiuse, dopo aver baciato in fronte la nipote, apparve il candore dei denti falsi.
– Come va?
– Benissimo, nonnina: mettiti a sedere.
La vecchia sedette, quasi alle spalle della principessa, che non smise il suo lavoro, continuandolo anzi come una faccenda urgente, e la guardò fisso, scuotendo la testa. La maschera marmorea del suo viso grande e rugoso si fece tragica: gli occhi si tinsero di una luce azzurra; luce, però, di tristezza e di pietà.
Così, di scorcio, vedeva il collo lungo e infantile della nipote, tale quale era dieci anni prima, nel tempo dell’adolescenza; ed egualmente bianco e puro: gli stessi capelli corti, a onde nere e dorate, la guancia che ricordava un frutto più bello del pomo quando comincia ad arrossare.
Tutta la figura agile, ancora un po’ acerba, sembrava quella di un paggio: e la nonna avrebbe certo preferito vederla muoversi, giù nei viali del parco, a giocare, a rincorrere un cane, magari a tirare una freccia; tutto, fuorché così, piegata a combinare quei fiori morti, di cattivo gusto.
Domandò, quasi irritata:
– E tuo marito?
– Ah, già! Non lo so dov’è andato oggi.
Ella cadeva sempre dalle nuvole: non si ricordava mai di nulla; non s’interessava di nessuna cosa al mondo. Un tempo non era così.
La nonna cominciò a sdegnarsi sul serio. Tirò in avanti la sedia, aprì il lieve cappotto di seta sul collo magro e forte; e cercò gli occhi della principessa: ma questi rimasero nascosti sotto le lunghe ciglia arricciate in su: e solo agli angoli s’intravedeva una scintilla verdognola.
– Ma ti interessano tanto, questi fioracci? – domandò la vecchia, tendendo la mano tutta rughe tremule, quasi a voler sottrarre le carte colorate dalle quali la nipote ritagliava i petali e le foglie. – Ne hai tanti, di veri, in giardino; – proseguì, abbassando la voce, – perché non scendi in giardino? Non hai occhi per vedere che giornata è? Perché non scendi in giardino? – ripeté, di nuovo alzando la voce, come parlasse ad un sordo.
– Non mi va.
– Si potrebbe sapere che cosa è che ti va? Non hai mai voglia di niente, mentre un tempo avevi tutti i capricci e i desiderî del mondo.
– Allora ero signorina: adesso sono signora, anzi eccellenza.
Non c’era sfumatura d’ironia, né di rancore, nella sua voce asprigna; c’era una semplice constatazione di fatto.
La nonna ebbe voglia di darle un volgarissimo ceffone: ma aveva anche lei soggezione dell’ambiente. Soggezione e rispetto. E, forse anche per questo, spiegazzò qua e là le carte colorate, tentata di strapparle: l’altra lasciava fare, inaccessibile.
– Ma via, Alys, questo si chiama offendere il Signore. Egli ti ha concesso tutto, nella vita, e tutto tu disprezzi.
– Ma no, nonnina; sei tu che sei nervosa, oggi. Io non disprezzo niente.
– Sì, che disprezzi la tua fortuna. Ricordati come eravamo: povere, sotto la nostra apparenza decorosa: e sole, nella nostra bicocca laggiù, – accennava al paese, in fondo alla collina, dal quale ella veniva, – senza l’aiuto di nessuno: eppure tu eri un raggio di sole, non per me, ma per te stessa. E studiavi; e tante cose volevi fare. Dicevi che aspettavi anche il Principe Azzurro. E il principe venne, Alys…
Alys fece finalmente una smorfia: da vera monella.
– Anzitutto ti prego di chiamarmi col mio nome di allora: Alice. In quanto al principe, fu poco azzurro; ma non importa.
– Volevi forse davvero quello della leggenda?
– Oh, no, davvero, – ella replicò, imitando la voce della nonna, – sarebbe stato così noioso. Sandro, invece… rassomiglia a Gianciotto Malatesta.
E rise; come se il ricordo del marito zoppo la divertisse sopra tutte le cose.
Chi non si divertiva era la nonna.
– Tu non devi parlare così di lui. Dopo tutto sei stata tu, a volerlo sposare: ed egli ti ha sposato per solo amore: ed è un bravo uomo, che, sebbene ricco, lavora e vive per la famiglia.
Che volevi, dunque?
– Nulla – rispose la principessa, allungando le sillabe come per significare: «adesso basta; tutti i giorni la stessa canzone».
Allora la nonna cambiò tono: si fece ancora più triste, di una tristezza sincera e abbandonata; e si piegò, oramai stanca della sua inutile e forse inumana severità.
– Nulla, hai ragione. Non vuoi nulla perché non puoi avere più nulla. Ma tu non sai, bimba, quanta pena mi fai. La tua vita non è lieta, non è piena. Tu non ami il povero Sandro, mentre lui è innamorato di te per l’eternità; ed è geloso appunto perché sa benissimo che tu non lo ami; e ti tiene lontana dal mondo, in questa solitudine splendida, buona per due che si amano, ma non per voi.
Queste parole la nonna le disse solo a sé stessa: a voce alta proseguì:
– Scusa se continuo la predica. Tu, ripeto, devi riconoscere che nessuno ti ha forzato a sposare il principe. Lo hai attirato tu, anzi, l’hai scelto, l’hai voluto. Per ambizione, per spirito di sacrifizio? Forse anche per questo, per risollevare il nostro nome, per darmi una bella vecchiaia. Lo riconosco, e ne provo pena e rimorso. Ma il tempo muterà le cose. Anche due sposi che si amano, cessato il periodo della passione, finiscono col diventare due semplici amici, due compagni. Anche tu finirai col voler bene a tuo marito. Lo merita. Allora le cose cambieranno.
La principessa aveva finito una rosa, alla quale non mancava che la rugiada, per essere eguale a quelle del giardino. La sollevò in alto, contro luce, sullo sfondo della parete, che pareva un cielo dipinto: le sorrise, con la punta dei piccoli denti da rosicante, con gli occhi verdi e tristi; poi diede un grido di gioia. E sembrava il grido dell’artista che ha compiuto un capolavoro, mentre era il cuore della donna disillusa, che, alle promesse confortanti della nonna, rispondeva con un sogno crudele:
– Egli è vecchio e morrà: allora il mondo sarà mio.

Il cameriere bussò di nuovo; di nuovo la sua lisciata figura di gentiluomo apparve nella cornice bianca dell’uscio, sullo sfondo della sala attigua tutta foderata di tappeti e di stoffe di seta.
– Eccellenza, è arrivato il pacco di Parigi.
Di questo pacco se ne doveva essere parlato parecchio, perché egli diede la notizia con una certa soddisfazione, come se l’arrivo dipendesse solo da lui. La principessa non dimostrò né gioia né sorpresa; ma balzò in piedi, dimenticando immediatamente i suoi fiori. Disse:
– Mandatemelo con Annarosa.
Era la cameriera sua particolare: giunse silenziosa, col pacco. Alta, imponente, bruna come una mora, vestita di azzurro, pareva una balia con un neonato fra le braccia. E il pacco, quasi davvero contenesse qualche cosa di vivo, fu aperto con somma precauzione. Annarosa tagliò lo spago, con le forbici che trasse di tasca, e assieme alle forbici ve lo cacciò dentro; poi fu svolta una prima carta: tagliato un secondo spago, aperta una seconda carta: infine apparve una scatola, e dentro la scatola un paio di scarpette d’oro. D’oro vero, parevano; annidate fra batuffoli di carta velina; e le tre donne, compresa la vecchia, le guardarono con ammirazione. Tuttavia la nonna, con la sua solita rudezza foderata di bontà, domandò a che servivano.
– Sono scarpette da sera, se non mi sbaglio.
E la principessa fu per rispondere che le servivano per mettersele ai piedi; ma ella usava contenersi davanti ai domestici, fosse pure quest’Annarosa fedele, i cui occhi di cane la guardavano sempre con festa e con protezione, senza chiederle altro che di lasciarli solo guardare.
– Proviamole un po’ – disse, passando nello spogliatoio, che comunicava col salottino da lavoro e con la stanza da letto. Del resto, anche lo spogliatoio, con un paesaggio meraviglioso alla finestra, pareva anch’esso un salotto: tappeti, armadi lucenti, mensole, divani, specchi che si riflettevano all’infinito: e ceramiche e fiori in ogni angolo.
Annarosa s’inginocchiò davanti alla padrona, e poiché questa si era già rapidamente tolta una scarpa con la punta dell’altra, osservò con umiltà tenera ma anche austera:
– Sua eccellenza sa che a far così le scarpe si rovinano.
– Non importa – scappò detto all’altra. Che gliene importava, infatti? Aveva a sua disposizione tutte le scarpe del mondo, se le voleva. O almeno così le sembrava.
Tanto che queste qui l’annoiarono subito: erano larghe, erano dure. Annarosa gliele calzava con delicatezza, come fossero guanti: le lisciava sopra il piede, e questo piede, così piccolo e lucente, dentro quell’astuccio d’oro, le pareva proprio un gioiello. Insisteva, col suo accento basso, immutabile:
– Eppure a me pare che le vadano bene.
Allora la principessa scattò davvero: ritirò bruscamente il piede dalla mano della donna; e mentre la scarpina cadeva sul tappeto come una foglia d’autunno accartocciata, a lei parve che la gioia effimera provata nel ricevere la bella calzatura, le cadesse egualmente dal cuore.
Annarosa le rimise la scarpina usata, prese quella nuova, raccattò l’altra; e si sollevò, stringendosele al petto, quasi volesse salvarle da un pericolo: poi fissò la padrona, con occhi mutati, lucidi, adesso, quasi cattivi. Anche la sua voce risonò più alta, grossa e severa: disse:
– Sua eccellenza, oggi, è nervosa.
La principessa non si offese; anzi ricambiò rapidamente lo sguardo della donna; lucido e cattivo sguardo anche il suo, che significava: «Tu mi vuoi bene, lo so, villana ubriacona; ti faresti uccidere per me; ed io pure, a volte, credo di volerti bene, di essere quasi protetta da te: ma so che vuoi bene nello stesso modo a mio marito, che ti ha messo qui per sorvegliarmi, e quando penso a questo ti odio».
S’alzò, e quasi di volo tornò nella saletta dove la nonna sfogliava una grande rivista di mode.
– Alys, come vanno le scarpette?
– Benissimo. Le metterò questa sera. Pranzo al castello. Scendiamo in giardino? – Pareva volesse scendere in giardino, uscire all’aria aperta, per non pensare al pranzo grottesco, al quale, come al solito, avrebbero assistito il Podestà, il Segretario del Comune, il Dottore, il Cavalier Barbini, e, per completare la compagnia, forse anche il signor Arciprete.
Con passo rapido precedette la nonna, attraverso la sala dorata Primo Impero, poi in quella scura e verdone, con autentici mobili del Cinquecento, poi nel vestibolo decorato di quadri moderni: una scala di legno, lievemente in curva, scendeva al piano nobile, dove erano le sale da pranzo e da ricevere.
– Nonnina, ti dò il braccio?
La nonna fece una mossa che ricordava quelle della nipote: non aveva bisogno di aiuto, lei! Alta, in apparenza scarna, quando sollevò in avanti le vesti, per scendere senza fretta le scale, lasciò vedere due gambe potenti che rivelavano tutta l’ossatura ferrea del suo corpo di vecchia guerriera.

Al piano nobile la scala finiva. Dal grande vestibolo si andava giù, dolcemente, per una china serpeggiante, lucida, che ricordava non so che favolosa strada di collina. Cordoni rossi accompagnavano la balaustrata, e ad ogni svolta, nei grandi finestroni ad arco, appariva il viso della primavera, col suo cielo alto che rifletteva come un cristallo la luminosità del parco, delle vigne, dei prati sereni.
Un cane lupo, che senza il suo caldo fremito e l’ansito di gioia, sarebbe parso di bronzo, aspettava la padrona nel portico. L’aveva sentita uscire dal suo appartamento e scendere le scale; e parve farsi più alto quando ella aprì la porta. Anche lei si rallegrò tutta nel vederlo.
– Come va, Ludovico?
Il saluto umano, la lieve carezza della padrona, scaldarono il sangue del cane come quello di un innamorato: ma i suoi occhi dorati chiesero di più, sebbene umilmente.
– Su, – ella disse, – diamoci un abbraccio; poi faremo una corsettina.
Il cane mugolò di felicità: si drizzò, mise le zampe anteriori sulle spalle della padrona; la sua lingua cremisi le sfiorò il mento: pareva volesse baciarla in bocca; ma ella non concedeva libertà neppure a quel suo solo vero amico.
– Giù, signorino.
Poi fu lei ad iniziare la corsa. Il giardino non era grande: formava come una terrazza, a mezzogiorno, davanti al castello; una fantastica terrazza cinta di nobili balaustrate di pietra, con statue, fontane, vasi di fiori agli angoli: la principessa percorse in un baleno il viale centrale, senza quasi toccare la sabbia, come una grande libellula: scese a precipizio la scalinata che saliva dal parco e sparve nell’ombra scintillante dei pini e delle querce: e con lei il cane.
La nonna era ancora a metà del giardino. Il suo grande viso d’avorio si coloriva al sole; gli occhi prendevano un po’ di tutto quell’azzurro e quel verde intorno. Era contenta che la nipote si fosse scossa, ma sentiva che anche in quel movimento vertiginoso c’era esasperazione e artificio; e sopratutto ansia di stordimento.
Piano scese la scalinata, si fermò dove le ombre dei pini s’incrociavano sul viale vellutato di musco. In fondo, nel muro di cinta, tutto coperto di edera, si apriva una specie di finestrone, che guardava sulle chine sottostanti: e sullo sfondo del vano celeste, come correnti per aria, ella vide passare la principessa e il cane. Avevano già percorso tutto il viale di circonvallazione del parco che cingeva la spianata sotto il castello: e i capelli di Alys e la coda di Ludovico spazzavano il cielo con lo stesso movimento di gioia. La nonna brontolò:
– È pazza: pazza da legare. La fortuna le ha dato alla testa.
Ma sapeva bene di mentire a sé stessa: e riprese a camminare sulle ombre dei pini, sull’orlo dei prati di trifoglio che sembravano laghetti, finché arrivò al finestrone: sedette in una delle nicchie che lo fiancheggiavano, e in attesa che la nipote si stancasse, guardò le vigne e i frutteti del principe.
Tutto vi era ben tenuto, ricco di promesse: i contadini che vi lavoravano, secchi, risucchiati dalla loro fatica, col profilo arrotato dalla volontà del guadagno, pareva scavassero oro e gemme: per loro e per il padrone.
Ma ecco la principessa pazza tornare da sola: il cane si era stancato prima di lei. E lei ansava, anelante, come una cerbiatta che si salva dalla caccia: si buttò ai piedi della nonna e le affondò la testa fra le ginocchia dure. Voleva dire qualche cosa, e non le riusciva. E la nonna le mise la grande mano ossuta sulla testa scarmigliata, sui capelli ardenti e umidi di sudore, come quando Alys bambina aveva la febbre.

Ma subito la principessa si riebbe, si sollevò, scosse indietro i capelli. La corsa le aveva fatto bene: tutta la sua giovane carne sana palpitava di vita, e gli occhi le sfolgoravano di speranza. Balzò in piedi, e tirata su quasi con violenza la nonna, la costrinse a camminare con lei.
– Nonnina, lo so che mi credi matta. Lo dice anche lui, Sandro: ma vi sbagliate. Vi farò diventare io matti da legare.
– Oh, questo lo sappiamo già – ammise la nonna; e ne pareva tanto convinta, tanto accorata, che la nipote le prese il braccio, e glielo strinse forte, scuotendola dal vago terrore che, sia pure comicamente, traspariva dalla sua voce.
– Ma non senti che scherzo, nonna? Vedrai che, invece, metterò giudizio. Non è facile il mestiere della principessa quando non ci si è nati. Come vuoi che un povero, anche se diventa ricchissimo, possa svellersi dal corpo le sue abitudini di bisognoso? Tu sì, nonna, sei stata e sei sempre una gran signora, perché tale sei nata; ma io? Non ricordi che mio padre era un impiegato modestissimo? Toccherà ai miei figli rifarsi di tutto. Io, in fondo, odio il lusso, le etichette, quei mascalzoni di domestici, che sono tanti nemici. Ma vedrai che a tutto mi abituerò. Intanto, questo prossimo inverno, io qui non ci sto davvero: voglio andare in città e divertirmi.
– È così che intendi mettere giudizio? E poi bisogna vedere se tuo marito te lo permette. E in fondo, senti, amore mio, egli ha ragione, a tenerti a freno.
– Va bene, va bene – ella disse con ironica accondiscendenza. – È quello che vedremo.
Intanto avevano ripreso a camminare sotto braccio, lungo il tappeto di musco che copriva il viale. Quanti uccelli sugli alberi! Il fruscìo ininterrotto, quasi scrosciante, dei loro pigolìi, era solo dominato dal canto degli usignuoli che accresceva freschezza alla terra e al cielo. Anche l’edera del muro, i tronchi dei pini e delle querce, l’erba dei prati, erano animati di lucertole, di farfalle, di insetti: la perla scarlatta, punteggiata di nero, della mite coccinella, sembrava il cuore delle foglie, e le innumerevoli formiche che trascinavano le travi dei pinoli, davano l’idea di un popolo occupato in una misteriosa costruzione.
Ogni tanto i finestroni del muro si aprivano sul paesaggio circolare alla cui estrema linea pareva brillasse il mare. La nonna diceva:
– E poi ci sono tante cose belle, che riempiono la vita. Quando eri fidanzata dicevi: voglio studiare musica, voglio imparare a dipingere, voglio scrivere un romanzo. E saltavi per la gioia, dicendo queste cose. E mentre in quel tempo stavi intere notti a leggere, adesso non apri più un libro; non leggi, credo, neppure i giornali.
– Che me ne faccio, dei giornali? Tutte frottole. E il romanzo non l’ho già scritto? Dall’ago al milione: solo che il romanzo intitolato così è fantastico, mentre il mio è vero. E poi, chi ti dice che io non leggo? Leggo, scrivo, dipingo, ricamo e faccio fiori… Sono, insomma, come questa farfalla bianca, la vedi? che vola di fiore in fiore. Solo che i miei fiori, come quelli di Mimì, non hanno profumo.
E rise, e poi si rattristò: poi di nuovo scosse indietro i capelli, come fossero solo essi a infastidirla. La nonna non replicò: guardava però la farfalla bianca che andava di fiore in fiore e vi succhiava dentro e spariva nell’ombra, e riappariva nel sole, folle di vita; ma che non era una sola, come sembrava, sibbene due, eguali: a volte si accoppiavano, sullo stesso fiore; e il fiore e le farfalle felici sembravano una cosa sola, come una trinità divina.
Ella invece era sola, e peggio che sola, la principessa senza amore; questo il mistero della sua vana giovinezza, della sua vuota ricchezza, che la spingeva a succhiare il veleno delle sue rose finte.
E lei lo sapeva; e più di lei lo sapeva la nonna.
Quando furono davanti all’ultimo finestrone, a destra del grande cancello del parco, e giù del poggio apparve il paese grigio che un tempo era stato feudo del castello, e in qualche modo ancora lo era, poiché gli abitanti vivevano esclusivamente dei lavori delle terre del principe, la nonna, per consolare la nipote, e sopratutto consolar sé stessa, disse timidamente:
– E poi avrai dei figli.
Credeva che Alys sghignazzasse, respingendo la profezia: invece anche lei ci pensava; e un brivido di speranza le tremò nella voce quando rispose:
– Speriamo.
– Oh, oh, ecco Sandrone – gridò poi, sporgendosi dal finestrone: e cominciò a sventolare il fazzolettino, che parve farsi anch’esso vivo e allegro come una grande farfalla.
La nonna, invece, si ritraeva. Sebbene il principe la trattasse con grande rispetto, ella non amava farsi vedere da lui. L’amore di lui, come quello di lei, era tutto concentrato nella principessa: ed entrambi si evitavano, come due pianeti che girano intorno allo stesso astro.
Ma di lontano, dal pescheto dove i contadini schizzavano una poltiglia scura sui tronchi delle giovani piante, egli aveva già veduto la vecchia signora, e pensava, rallegrandosene, che l’insolito saluto che Alys gli rivolgeva era certamente dovuto alla buona influenza esercitata su lei dalla nonna. La principessa, però, gli aveva già volto le spalle, e pensava ad altro. Il cane era riapparso, dalla parte opposta del viale, e si avanzava timido, con la coda bassa, colpevole di qualche cosa.
– Ho già capito, – ella disse, con cenni di rimprovero, – hai giocato con Renzo.
Questo Renzo era il figlio undicenne del portiere del castello. Ecco che appunto usciva dalla portineria, a fianco del cancello, tentando di evitare le due signore. La principessa lo chiamò: egli parve trasalire; poi si avanzò, anch’esso timido e quasi spaurito.
Arrivato davanti alla padrona, evitando di guardare il cane, come il cane evitava di guardare lui, si fermò dritto, impalato, in attesa di ordini.
– Perché non sei andato a scuola, oggi?
La voce di Alys era quasi materna, e quindi anche sospettosa e inquisitrice; ma il ragazzo aveva la scusa già pronta, la stessa adottata per suo padre.
– Il maestro è malato.
– Non è vero, – disse lei con impeto: – è che non hai voglia di andare a scuola: preferisci giocare con Ludovico.
– È lui, che è venuto a cercarmi…
Il cane scosse la coda, con assentimento: la principessa riprese:
– E adesso, dove vai?
– Mah, così! Giù, al fiume, dove c’è un mio amico che pesca.
Ella ebbe voglia di proibirglielo. Già, pesca di bella giornata, di raggi di sole dentro l’acqua corrente, di sogni di adolescenza. Vai pure, ragazzo, goditi la tua mattinata di libertà rubata: tu sei povero, sei figlio di servi, eppure sei più ricco e libero della principessa tua padrona. Ed ella lo congedò, con un gesto altero, che nascondeva l’invidia.

Poiché anche lei aveva voglia di correre ancora, di accompagnare la nonna giù fino al paesetto, nel quale fra la greggia delle piccole case, la sua appariva come un antico palazzotto che, pur dal basso, sfidava il possente castello.
Invano la nonna, uscite fuori nella bella strada in pendìo, frangiata dall’ombra dei pioppi, la respingeva dolcemente:
– Vai, vai; adesso basta: non venire oltre.
– No, – diceva lei, parlando a sé stessa, – ho voglia di tornare a casa. È ancora quella, la mia vera casa, con le sue camere solitarie animate di fantasmi, con la cucina ospitale e calda come un cuore giovane, con la vecchia terrazza che guarda sul mondo delle illusioni. Oh, nonna, a volte, quando mi sveglio nella mia camera di adesso, mi pare di essere ancora a casa, nella mia stanza grigia macchiata d’umido; poi apro gli occhi e vedo… Tutto un sogno capovolto; tutta un’allucinazione.
La sua voce era davvero sognante e allucinata. Ma erano sempre baleni. Dopo pochi passi tornò ad essere nuovamente lei, quella di adesso: afferrò la nonna per il collo, la strinse forte, la baciò sulla bocca e sulle guance, in modo che pareva volesse soffocarla, poi tornò su rapida verso il cancello vigilato dal portiere michelangiolesco, mentre la nonna si aggiustava la dentiera spostata.

Quella dentiera, sebbene leggera e quasi tutta d’oro come un braccialetto con perle, costituiva uno dei punti di castigo della signora nonna. Dai sessant’anni in su, perduti i suoi forti denti di donna sana, ella aveva tirato avanti lo stesso, cibandosi di cose molli. Pensava:
– È la natura che vuole così: poiché l’uomo vecchio è come il bambino: deve nutrirsi di cibi che non gli facciano peso, che non arrestino la circolazione del sangue, che gli permettano dunque di vivere la vita lunga che Dio gli concede.
Solo quando le erano caduti i primi denti di davanti, quelli di sotto, si era alquanto impressionata; le era parso che un cancello si fosse spalancato, per non chiudersi più: il primo varco verso la morte. Poi ci si abitua a tutto: si mangia bene lo stesso, coi denti superstiti che, anzi, rinforzati dalla loro solitudine, masticano meglio di prima; le gengive aiutano; e ancora si sente il sapore divino del pane e delle altre cose buone che vengono dalla terra.
Ma appena vi fu il progetto del matrimonio di Alice, nacque per la nonna il dovere o la disgrazia di andare dal dentista: la nonna di un principe non deve essere sdentata come una vecchia contadina. Cominciò allora il tormento, il ribrezzo, il castigo. Anche adesso, tornando a casa, ella ci pensava: e, se non fosse stato il timore d’incontrare qualche conoscente, si sarebbe tolta la dentiera.
Se la tolse appena fu nella sua camera; ancora una volta la pesò sulla palma della mano destra, ricordandone il grande prezzo; e pensando che era uno dei tanti inutili doni di Alys, provò un sentimento di vergogna e di rimorso.
Poiché quella mattina, dopo la visita al castello, si era pienamente convinta che la principessa, oltre ad essere infelice, rasentava un abisso di errore, forse di dramma.

Bisognava salvarla: e la nonna, che pur conosceva tutte le strade della vita, non sapeva quale scegliere per arrivare al suo scopo.
Intanto si spogliava: anche quei vestiti di lusso, quel mantello di seta, quelle scarpette fini, tutto le pesava. Tutto ripose nell’armadio e indossò ancora il suo vecchio vestito di tela grigia, sul quale allacciò un grembiale nero: poi di nuovo si guardò nello specchio e cominciò a parlare ad alta voce, come usava da quando viveva sola e cercava di farsi compagnia da sé.
– Così va bene, Maria Adelaide; così ti sei tolto il travestimento; e torni ad essere la povera vecchia che sei. Adesso all’erta. Andiamo.
Diede ancora uno sguardo alla sua camera, che aveva riordinato prima di uscire: camera grande, con la vôlta e le pareti intonacate con la calce, qua e là macchiate d’umido; non priva di una certa solennità, anche per i mobili monumentali, vecchi, se non antichi, che la riempivano. In fatto di mobili, ella non aveva da rinfacciarsi tradimenti; e ne era contenta. Tutte le colonnine che li decoravano, e il marmo bardiglio del cassettone, e le piccole coppe di legno traforato che vi erano sopra, le tende inamidate alla finestra, la coperta bianca sul letto matrimoniale, tutto le era amico, e più che amico fraterno, anzi quasi figliale, imbevuto della sua vita stessa.
Del resto, tutta la casa, salvata da inesorabili disastri famigliari, le era sacra e carissima. Aveva al tempo dei tempi costituito la sua dote, e vi erano morti i genitori, il marito e poi la figlia. Dopo il matrimonio della nipote, ella sola l’abitava, coraggiosamente scacciando intorno a sé i fantasmi del passato e vincendo la paura dei ladri, il bisogno di compagnia e gli stessi suoi pensieri di tristezza.
Non visitava le stanze un giorno abitate dai suoi cari, se non ogni tanto per ripulirle: la sua vita si concentrava tutta nella stanza da letto, e giù nella cucina. Scese dunque la scala di lavagna, dieci, poi altri dieci gradini, senza appoggiarsi alla ringhiera di legno: fu nel piccolo ingresso, poi nella cucina.
Lì si stava meglio che nei saloni della principessa Alys: e Alys, per quanto la nonna non volesse crederci, era lì ancora, coi suoi capelli corti, il viso che pareva incipriato di polvere rosa, le mani con le unghie nere; era lì, tutta trillante di riso, di furberia, di gioia. Aveva ancora undici anni, e mentre la nonna era andata a fare la spesa, preparava in una padellina di rame, cimelio prezioso dei suoi arnesi infantili, una pappa di farina di castagna.
– Che buon odore – dice, rientrando, la nonna già sdentata. – Ma che cosa mi combini con quei fornelli? Li hai tutti impataccati.
– Nonnina, nonnina, è la pappa per te.
Invece se l’era mangiata lei.
Via, via, caro fantasma, vattene. Adesso la pappa se la prepara da sé, la nonna. Semplice pappa di latte e pane, o di riso e burro. Anche l’erba, che fa bene ai vecchi, e li ravvicina alla terra, piaceva molto alla signora Maria Adelaide. Andò a coglierla subito, nel giardinetto sul quale si apriva la cucina. Giardino, orto, prato e frutteto; tutto in una striscia di terreno lungo la casa, separato dal resto del mondo da un muro alto, in cima al quale ciuffi di erba ed anche fiorellini seminati dal buon Dio si bevevano l’azzurro di quel grande cielo di maggio che non aveva fine.
Anche qui si stava bene, meglio che nel parco della principessa: ma anche qui, sopratutto qui, mentre la nonna è piegata a cogliere le lunghe foglie del radicchio, tenere come piume verdi, una voce la chiama: voce chiara e risonante, che le fa tremare gli echi più profondi del cuore.
– Nonnina, sono qui.
Ella non si solleva, non crede, non cede: eppure sa che Alys è dietro di lei, sotto il susino in fiore, al cui ramo più basso ha attaccato la sua scimmietta finta, quella che il dottore le ha regalato perché le porti fortuna.
Via, via. La nonna ricominciò a parlare a voce alta.
– Ma perché, Maria Adelaide, ti ostini a ricordarti solo di lei? E il tuo diletto Gioacchino? E la cara Lea? È stata anche lei qui, la mia buona figliuola, quieta, con le sue bambole, coi suoi libri, col suo ricamo. Perché, dunque?
Si sollevò, col grembiale colmo di radicchio: lo scosse per le cocche, guardandoci dentro, pensando che ne aveva per due giorni. Si poteva anche regalarne.
– Perché, dunque? – riprese. – Sì, Maria Adelaide, tu sai bene che il tuo Gioacchino, la cara Lea, lo sposo di Lea, non sono più qui. Stanno adesso nel bellissimo giardino del paradiso: nel giardino dove è sempre maggio, e sempre gli alberi sono in fiore, e il sole sempre allo stesso punto, con la gioia delle anime fusa nel suo splendore. Mentre Alys…
A chi si poteva regalare un po’ di radicchio? Ecco, al dottore, quello scapolone galantuomo, che è il miglior vicino e il miglior amico di casa.

Rientrò in cucina, e divise l’erbaggio in due parti: una la cacciò dentro la pentola che già bolliva, l’altra l’avvolse in un bel foglio di carta pulita. Ma, mentre stava per aprire la porta, fu a questa battuto un colpo con la mano. Ella aprì, poi fece un passo indietro quasi spaventata: era proprio il dottore quello che stava davanti a lei. Alto, sanguigno, col naso corto e i capelli candidi intatti, dominava con la sua figura lo sfondo della strada: e pareva che l’azzurro del cielo gli riempisse gli occhi, le cui ciglia bionde sbattevano di continuo, quasi per mitigarne lo splendore.
– Ma guarda, ma guarda!
Egli andò difilato in cucina e annusò il buon odore che vi spirava. – Come va, donna Mariadea? Sempre golosi, noi, eh? Sempre pentole e pentolini al fuoco.
La nonna lo seguiva, con un tremito quasi d’amore nell’anima rischiarata dalla presenza di lui.
– Ma stia zitto! Non vede che mi ha fatto quasi spavento? Perché, sa dove portavo in dono questo involto? Lo portavo proprio a lei, pensando proprio a lei.
Il dottore palpò il radicchio, con la piccola mano rosea adorna di anelli: ne prese una foglia, la masticò:
– Brava: è l’erba che più mi piace, mentre quella rimbambita della mia cuoca non si degna di procurarmene mai.
– Non parli male della sua cuoca: senza di lei che farebbe vossignoria nel mondo? E se è rimbambita lei, che ha sessant’anni, quasi tutti passati al servizio del dottore, che stato sarà il mio?
– Lei ha voglia di complimenti, adesso. Vuole che le dica che sembra una fanciulla di venti anni.
– Ma non vede che ho perduto per la terza volta i denti?
– Già, vedo. E che ne dice, la principessa Alys?
Nonostante l’accento lieve, quasi ironico, di questa domanda, l’ombra di Alys balzò, grande, quasi minacciosa, a dominarli entrambi.
Egli era venuto appunto per avere notizie della giovane donna, che aveva veduto nascere, e della quale, nonostante i suoi settant’anni, era mezzo innamorato. Disse:
– Per questa sera sono invitato a pranzo su al castello. Lei, mi pare, ci è stata poco fa. Di che umore è la nostra principessa?
Il primo istinto della nonna fu di mentire, o, almeno, di attenuare le cose, dicendo che Alys era tranquilla: ma gli occhi dell’uomo la disarmarono: nulla si poteva nascondere all’anima che vi splendeva dentro.
– A dire la verità, il suo umore, come del resto da quando si è sposata, è molto variabile; e un estraneo non ci capirebbe niente…
Il dottore protestò, difendendo e nello stesso tempo accusando la principessa.
– Da quando si è sposata? Ma se è stata sempre così, di umore variabile! Come una giornata di marzo. E questo, forse, è il suo fascino maggiore.
– Bel fascino! Bisognerebbe combatterci, come ci combatto io.
– E come ci ha sempre combattuto. Del resto la colpa è sua, cara donna Mariadea. Lei ha educato male la ragazza. Non faccia quel viso desolato. Lei l’ha educata male, malissimo. Il troppo amore guasta i bambini. Lei protesti pure, dica che con Alys è stata anche troppo rigida. In apparenza! In realtà gliele ha date sempre tutte vinte, compresa l’ultima, la più disastrosa.
La nonna scuoteva le mani intrecciate, e si piegava e si sollevava, ed anche approvava, ironicamente: ma le ultime parole dell’uomo la colpirono in pieno. Si irrigidì, pure chinando la testa, e disse con voce di pianto:
– Lei sa che è ingiusto, parlando così, e che trafigge il mio cuore, già troppo ferito. Lei ricorda certamente tutte le nostre sventure: mio marito morto giovane, mia figlia morta giovanissima e lo sposo perito in guerra. Ed io sola con la piccola nostra orfana, e la nostra fortuna dispersa. Ho allevato Alys non come una nipote, ma come una creatura sacra affidatami dal Signore, proponendomi di vivere solo per lei, per il suo bene e la sua gioia. Quando, dopo la sua nascita, ho mai avuto un solo pensiero che non fosse per lei? E con le parole, e sopratutto con l’esempio, le ho insegnato che il segreto della felicità consiste nella vita semplice, anche nella povertà, ma rallegrata dall’amore e dalla coscienza del bene. Ella però cresceva troppo bella e intelligente, per contentarsi di questo antico nido: ed ha creduto di sognare quando il principe si è degnato di guardarla.
Ma il dottore non si commoveva: anzi si sdegnò sul serio per l’ultima frase della nonna.
– Degnato, degnato! Di che doveva degnarsi, il vecchio bacucco, guardando una rosa? Qui è stato l’errore suo, cara signora! Anche lei ha veduto nel pretendente non l’uomo che non poteva rendere felice Alys, ma il principe, l’uomo denaroso, il titolato, il diavolo che se lo porti. E le sue belle teorie sulla vita semplice, sull’amore e la coscienza del bene, sono cadute davanti a una mostruosa domanda di matrimonio.
– No, no, no, – protestava la nonna, – lei si sbaglia, lei è ingiusto.
– Mi sbaglio tanto, che la cosa è avvenuta. E so questo solamente, di preciso, cara donna: che se lei non voleva, Alys non sposava il principe, e adesso non sarebbe una spostata, con tutti i suoi milioni, una infelice, con tutti i suoi parchi e i suoi castelli.
La nonna protestava, ma in fondo sentiva ch’egli aveva ragione. Per ultima difesa disse:
– Che potevo fare, più di quello che ho fatto. Non ricorda che ho pregato anche lei, caro dottore, perché tentasse di dissuaderla?
– È vero, ma io non avevo autorità: e anzi, la signorina mi pigliava in giro, dicendo che volevo sposarla io. E forse sarebbe stato meglio.
Un sorriso illuminò la desolazione della nonna; ma egli parlava quasi sul serio, ed ella riprese:
– E forse sarebbe stato meglio davvero: se non altro lei lo si poteva mandar via di casa dopo qualche mese. Ma oramai il fatto è fatto; e il solo rimedio è quello di aiutare Alys a vivere, e a vivere senza peccato. Perché questa è la mia più grande paura. Per adesso il principe, che conosce bene con chi ha da fare, la tiene come prigioniera nel castello, dove non invita che uomini anziani, poco interessanti per Alys. Ma fra qualche tempo rallenterà i freni, la lascerà libera: quest’inverno andranno in città… E allora?
Il dottore faceva smorfie di diniego.
– Non credo: non è tipo da lasciarsi burlare, il signor principe. Finché lui vivrà, e vivrà a lungo, perché è vegeto e sano come un bracciante, glielo assicuro io, cara donna Fantasiosa, la principessa non avrà, come lei dice, occasione di peccare. Si levi di testa anche questa speranza.
– Speranza? Lei la chiama speranza? – ella disse, atterrita.
Egli rispose, battendole una mano sulla spalla:
– Speranza, le dico; poiché lei, pur di vedere sua nipote contenta, le concederebbe anche subito un amante.
La nonna spalancò gli occhi e fece il segno della croce, come per scacciare il demonio: il dottore infatti se ne andò quasi fuggendo; e per la prima volta la sua visita lasciò un’atmosfera di angoscia nella quieta cucina ove si sentiva l’odore amarognolo del radicchio in bollore.

E altri segni di croce la nonna si fece durante tutta la giornata, e il più grande, nella sera di maggio ancora azzurra di crepuscolo, quando chiuse la finestra dalla quale si vedeva, sul poggio nero, circondato da un’aureola di luce, il castello della nipote.
Poi andò a letto. I vecchi dormono poco, si sa: ed anche lei lo sapeva, ma nella sua rassegnata insonnia spesso pensava che forse questa specie di vigilia è un dono di Dio, ai credenti in lui, perché si preparino meglio alla festa della morte.
Stesa lunga e sola nel grande letto innocente, le sembrava tuttavia, quella notte di maggio, di essere anche lei su al castello, seduta alla mensa del principe; e il pranzo non era uggioso e grottesco come ad Alys sembrava. Era un pranzo provinciale, sì, ma cordiale ed anche allegro. E il principe era gentile con tutti. Seduto a tavola, sparite le corte gambe di Gianciotto, il suo busto forte e la grossa testa incoronata di riccioli ancora biondi, gli davano un aspetto di uomo possente. Aveva, sì, un viso squadrato e glabro, tra il fattore e l’ambasciatore, con le sopracciglia ferme diffidenti, sotto la fronte solcata da rughe ombrose; ma gli occhi verdi e lunghi lampeggiavano d’intelligenza, di curiosità, di avidità giovanili.
La grande bocca sensuale, coi denti in parte corrosi, in parte ricoperti di platino, forti e sporgenti ancora i canini, spiegava però la ripugnanza della principessa per lui.
Ella infatti, seduta all’altra estremità della tavola, fra il dottore e il Podestà, tutta bianca e scintillante come una notte invernale di luna, non sollevava mai gli occhi verso di lui che ogni tanto la fissava socchiudendo le palpebre come la vedesse per la prima volta.
È assente, il pensiero di lei, anche quando ella ride per gli scherzi del dottore e i complimenti galanti del vecchio Podestà: e, appena finito il pranzo, lasciando al principe la cura d’intrattenere gli invitati, ella trova il modo di lasciarli e uscire sulla terrazza. Non che essa ami più le notti di maggio, il canto dell’usignuolo sui pini del parco, il profumo dei giardini; ma ha bisogno di sfuggire la compagnia di quegli uomini che non la interessano, che, anzi, col riflesso del tramonto della vita sui volti già sfatti, le destano un senso di profondo disgusto: ha bisogno di sentire, invece, in sé stessa, ancora intatta la forza della giovinezza; di respirare l’aria libera, di ascoltare l’abbaiare dei cani in lontananza, di veder giù il paesetto, grigio di notte come di giorno, e di tornare, col pensiero, alla sua casa, al letto della nonna.
E la nonna rabbrividisce, nel suo primo sopore, e finalmente ha voglia di piangere. Alice ha ancora dieci anni, e s’è rifugiata nel grande letto ospitale, presso la vecchia, perché è una notte gelida d’inverno.
– Per scaldarti, nonnina, e per scaldarmi.
– Che ho fatto di te, bimba mia – piange la nonna sui tiepidi capelli della nipotina. – Ti parlavo sempre di grandezze, ti raccontavo fiabe fastose, di principi, di regine, di palazzi con sale dai cento colori: e così ti ho guastato la vita.
– Non piangere, nonnina; forse il Signore ci aiuterà. Piuttosto faresti meglio a pregare, come tu sai pregare; vedrai che il Signore farà la grazia di renderci tutti contenti.
E la nonna si mise a pregare. Non sapeva neppure lei quello che precisamente doveva chiedere a Dio perché il miracolo si avverasse; ma pregava con la fede più luminosa, quella fede che è già per sé stessa un miracolo di speranza e di gioia.

Neppure col sopraggiungere dell’inverno, i principi Monteverde scesero in città.
Alys era incinta: doveva partorire in febbraio, e, a conti fatti, la nonna calcolava il miracolo avvenuto quella notte di maggio, quando ella si era placata chiedendo per sé e per la nipote l’aiuto di Dio.
Adesso la principessa era calma, sebbene di una calma pesante, con un fondo di paura, e forse anche di speranza nella morte.
La sera in cui si aspettava l’avvenimento, fra un dolorino e l’altro ella si confessava con la nonna.
– Ti assicuro, se mi accorgo di dover morire non ne proverò dolore alcuno. E dicono, poi, che la morte in parto non fa soffrire.
– Ma va, sciocchina. Camperai, e farai altri undici figli.
– Ah, questo poi no, ti giuro. Uno e basta. A Sandro gliel’ho già detto: e non voglio più avere rapporti con lui: altrimenti davvero che commetterò qualche grossa sciocchezza. Lui lo sa, e pare rassegnato. Si contenterà di un solo erede. Speriamo sia maschio.
– Speriamo.
C’era un accento di melanconica accondiscendenza nella risposta della nonna; il che fece ritrovare ad Alys la sua antica ribellione.
– Speriamo! Speriamo! Che triste cosa la speranza. Sarà invece una femmina, disgraziata lei; e il padre, che vuole un maschio, ne sarà desolato.
La nonna insisteva:
– E poi tu, ripeto, gli farai anche i maschi.
– Speriamo! Speriamo! – riprese Alys, con voce cattiva; ma poi subito si raddolcì. – Nessuno più di me desidera che questo sia un maschio. Il maschio è il padrone del mondo. Ma se fosse una bambina, nonna, ti raccomando, se tu, come spero, la vedrai farsi grande, ti raccomando di lasciare che si innamori, anche di un pezzente; ma che ami, che non muoia, come morrò io, senza aver conosciuto l’amore.
– Taci, taci. Tu parli così per il gusto di farmi soffrire. I tuoi figliuoli, maschi o femmine che siano, saranno tutti felici, se la loro madre vivrà solamente per loro.
– Ma è di questo che ho paura. Io non potrò vivere per loro; io non li amerò perché i figli che non nascono dall’amore non possono essere amati. Sento che li tradirò, che mi troverò un amante, forse due, forse di più. Questi, a loro volta, mi tradiranno, mi abbandoneranno, mi umilieranno. Diventerò cattiva, infelice davvero e sciagurata. E allora è meglio morire adesso.
– Nessuna donna nel tuo stato ha mai parlato così, bambina mia. Si direbbe che tu vaneggi. Taci, taci, è molto meglio.
– No, lasciami parlare. Chi sa se domani potrò parlare più! E tu, nonna, non desolarti; non farti rimproveri inutili. Pensa, piuttosto, che sei come di nuovo mamma. Anche questa mia volontà, Sandro ha promesso di rispettarla; di affidarti cioè esclusivamente la mia creatura, se io…
Un nuovo dolore, più forte degli altri, le tolse il respiro. Il suo viso si deformò in una smorfia di angoscia, di disgusto, anche di sdegno, provocata, più che altro, dal ricordo del marito; mentre la sua mano vibrante si rifugiava entro quella della nonna come un uccellino ferito nel nido.
Ma, passato il dolore, parve assopirsi: il viso ricomposto prese un’espressione dolce, infantile.
La nonna, alta su lei, sotto la lampada velata di verde, si ostinava nuovamente a rivederla ancora bambina, nel suo lettino illuminato di sogni belli; e un accoramento le gelava, ma non le vinceva l’anima. Bisognava lottare; ed ella era lì per lottare, per vincere. Sentiva le sue ossa come un’armatura di ferro, le sue mani come artigli contro gli artigli del male, e sopratutto il cuore saldo, e la sua fede in Dio intatta e inattaccabile più di uno scudo d’acciaio.
La principessa si svegliò; riaprì gli occhi e sorrise alla nonna; un sorriso che pareva avesse le ali: era la vita che riprendeva il suo volo.
Di là, nel salottino da lavoro, vegliavano silenziose la bruna Annarosa e la scarna leopardesca levatrice del paese: e nel salone il dottore e il principe, che per volontà espressa di Alys non dovevano entrare nella camera di lei se non chiamati dalla nonna.
Seduti di fronte, ostentavano entrambi una calma indifferenza per l’avvenimento, parlando di cose varie; ma non alzavano mai la voce, avvinti, in fondo, da un medesimo senso di mistero ed anche di paura.
Il dottore, forse, era il più trepidante: sebbene si credesse un ottimo ostetrico, e ricordasse di aver assistito con esito felice alla nascita di Alys, avrebbe questa volta preferito di essere sostituito da un altro.
Anche il principe pensava la stessa cosa: ma Alys aveva voluto così; e oramai ella era l’assoluta padrona di tutti.
Ciascuno dei due uomini indovinava i sentimenti dell’altro: reciprocamente ostili, ma per il momento concordi nel desiderio che tutto andasse bene, la maschera più cordiale copriva i loro volti, e non una parola veniva proferita sull’argomento.
Diceva il principe, stendendo, come spesso usava, ora l’una ora l’altra delle sue corte gambe, quasi per il desiderio che si allungassero:
– L’uomo, prima di ogni altra cosa, è malvagio. Questo lo disse uno che in materia di umanità se ne intendeva: ser Niccolò Machiavelli. E dunque, proseguendo nel nostro discorso, non mi sorprende che il contadino giù delle Quattrovie abbia ammazzato ieri il fratello per questioni d’interesse. Mala genìa tutti, in quella famiglia, fortunatamente sola fra tante. Ricordo, una decina d’anni fa, quando questi sciagurati fratelli erano ancora ragazzi, io possedevo due cornacchie nere, intelligenti e furbe: la femmina pronunziava anche qualche parola: chiamava il cane, se qualcuno entrava nella vigna, e imitava il grido degli altri uccelli. Tutti volevano loro bene. Solo questi indiavolati di ragazzi fecero di tutto per ammazzarmele a impallinate.
– Li conoscevo, sì, – disse il dottore, – e più di una volta ho predetto la loro tragica fine. Ma non si sfugge al proprio destino; e forse questo è davvero segnato in un libro che noi non conosciamo.
Senza volerlo, egli seguiva il filo del suo pensiero; ma se ne accorse e riprese:
– In quanto a cornacchie c’è poco da scherzare anche con loro. È l’uccello che più si rassomiglia all’uomo. Intelligentissimo, è capace, per il suo istinto di male, di accecare un bambino che dorme, e nello stesso tempo di morire di crepacuore se il padrone lo abbandona. Docile se lo si sa dominare, prepotente se si accorge che gli si vuol bene. Geloso, poi, al punto di uccidere il proprio rivale. Vede, dunque…
Ma il principe, in fatto di cognizioni generali, amava averla sempre vinta lui.
– Questo non significa che l’uomo debba abbassarsi al livello delle bestie, e far loro la guerra crudele che fra esse avviene. Io sono convinto che gli animali non vivano di solo istinto. Il lupo, che è il lupo, è pur esso intelligente, e non chiede che di vivere, poiché questa è la legge di natura. Si crede, per esempio, che d’inverno il lupo viva sui monti. Non è vero. Sui monti ci sta bene nella bella stagione, quando i pastori portano lassù il gregge: d’inverno, quando essi ridiscendono al piano, il lupo li segue: va sulle orme del gregge come l’uomo innamorato su quelle profumate della sua bella.
– Bravo! Un paragone degno di un poeta.
– E non lo sono, forse, poeta? Sempre stato, lo sono, e poeta morrò.
E qui al principe luccicarono gli occhi, chiari e cristallini: ma nel loro splendore c’era un po’ di umore lagrimoso. Egli sapeva benissimo che il dottore non lo conosceva a fondo, che sopratutto non conosceva la sua tormentosa passione per la moglie; che, anzi, la fraintendeva e la falsava, questa passione: e fu sul punto di confessarsi a lui, da uomo a uomo; ma poi scosse la testa e ritirò le gambe, ricordandosi chi era, come era, quello che sembrava. Tuttavia, quasi istintivamente, disse:
– Ho letto ieri di una commedia che è stata data a Milano. La protagonista è una ricca signora cieca che vorrebbe adottare una ragazza: la desidera naturalmente bella, sana, buona; e come tale ne ha una, dirò così, sottomano. La fanciulla le si affeziona: è disinteressata, e rimarrebbe con lei anche senza essere adottata; ma una concorrente maligna insinua nell’animo della vecchia signora i più crudeli sospetti; fra l’altro, che la preferita non è poi tanto giovane, che non è bella, non è sana. Basta questo per far cadere in disgrazia la buona creatura, che se ne accora, e spontaneamente lascia la casa dove credeva che bastasse la sola fiamma del suo spirito a rivelare la sua vera essenza. Il pubblico, animale che altro non è, ha fischiato la commedia.
Il dottore intendeva; sordamente, ma intendeva: e la sua ostilità, anziché assopirsi, si esasperava.
– Il pubblico, sì, è anch’esso un animale, e quindi giudica di istinto. Ha fischiato perché la commedia è inumana, cioè sono inumani i suoi personaggi. Nella vita non succede così.
– Lo dice lei. Siamo sempre lì: l’inverosimile è quasi sempre il più reale. E, per me, in quella commedia c’è tutta l’umanità. L’umanità che vuole l’apparenza e, credendosi cieca più di quanto lo sia, vede il brutto dove realmente esiste il bello. Il buono, sopratutto – aggiunse, dopo una pausa profonda.
Il dottore fu per replicare ancora; ma un rumore nel salottino, e forse quella pausa fra le ultime parole del principe, gli fermarono le labbra.
Al rumore, indistinto, che era parso un cigolìo o un gemito, anche l’altro si era raddrizzato nel busto possente, pronto ad alzarsi: il suo viso però non aveva mutato espressione.
Fu di nuovo silenzio: ed egli tornò ad allungare le gambe, poi riprese:
– E non ammetto neppure quello che mi voleva dire lei: che tutto è relativo, e quello che può essere buono per me non lo è per lei. No, non lo ammetto. Il bene è come il diamante: si può intaccare, si può anche ridurre in polvere, ma non offuscare il suo splendore.
– Benissimo. Ma, secondo lei, in quale forma si concreterebbe questo bene?
– Nella sola forma possibile: quella predicata da Cristo: l’amore per il prossimo. E per prossimo, io non intendo solamente l’uomo, ma anche le bestie, le piante, i fiori, le erbe. E non al modo di San Francesco, intendiamoci. Io non amo San Francesco, sebbene lo ammiri come grandissimo poeta: io, il bene lo intendo in modo pratico. Amare l’uomo, educandolo; amare le bestie, le piante, le erbe e i fiori, aiutandoli a vivere e a morire, senza stroncarli, in modo che la loro vita sia a loro volta feconda e prosegua all’infinito.
Il dottore sorrideva, stringendo le labbra. In fondo, egli non aveva voglia di discutere: il suo pensiero era sempre là, nella camera di Alys: eppure a sua volta fu sul punto di dire cose amare al principe. «Principe, tu parli bene, anzi benissimo: ma perché hai voluto sposare quella disgraziata? Per amore al prossimo, o per libidine, per istinto di stroncare un fiore umano, poiché ciò ti faceva comodo?».
Disse invece, proseguendo la commedia:
– Le ripeto: lei è un poeta, come davvero poeta era San Francesco; ma in pratica, mi lasci dirlo, le sue teorie non sono facili. Lei s’intende d’agraria più di me: e il grano maturo lo fa falciare, e ai peschi fa togliere i fiori superflui, e l’erba la fa radere.
– Appunto, appunto perché…
Un nuovo rumore, o meglio un grido lamentoso li fece tacere. Il dottore balzò in piedi, mentre il principe, sebbene turbato anche lui come da un avvertimento sinistro, diceva quasi con ironia:
– È il cane, giù.
Il cane, sì; ma che doveva sentire qualche cosa di misterioso, perché ripeté il suo grido: e non lo aveva mai fatto. Il principe s’incupì, come se un velo scuro gli fasciasse la testa. Ritirò di nuovo le gambe, si strinse una mano con l’altra. Ricordava che i cani piangono, quando sentono morire il padrone.

Senza più pronunziare parola si alzò anche lui, e facendo al dottore cenno di non muoversi andò fino all’uscio del salottino, lo spinse, interrogò con gli occhi Annarosa: gli occhi di lei, neri foschi e bistrati, gli risposero però in modo evasivo. Dicevano:
– Siamo qui e vegliamo come sentinelle minacciate di morte: ma non sappiamo altro.
La levatrice, che sedeva al tavolo di lavoro della principessa e sfogliava in silenzio una rivista di mode, s’era alzata e allungata, anche lei sull’attenti come un soldato: e fu per parlare, perché la lingua ce l’aveva per questo; e dire che non capiva il perché di tanti preparativi, di tanti allarmi, infine di tanto mistero, dal momento ch’ella aveva il giorno stesso visitato la principessa e trovato tutto in modo da prevedere un parto facilissimo più di quello di una brava contadina: ma non fiatò. Questa era la consegna, e pareva se la fosse prima di tutti imposta la principessa, poiché dopo il suo primo chiacchierìo con la nonna, adesso taceva. Tutti tacevano, adesso, anche il cane: e pareva volessero addormentarsi; ma era un dormiveglia fissato da un incubo vago, indefinibile; da uno di quei sogni incipienti che fanno soffrire per il loro stesso carattere ambiguo. Andrà a finir bene? Andrà a finir male? Non si sa; e questo è il mistero doloroso del sogno.

Annarosa era, fra i tanti, quella che più vigilava: ancor più della nonna. Il suo istinto, come quello del cane, sentiva odore di morte. Creatura bestiale, con la vita attraversata da un dramma che per lei era il più terribile del mondo, e invece consisteva nella semplice ed eterna storia della donna lusingata, violata e poi abbandonata, per dimenticare beveva; eppure non le mancavano una intelligenza e una certa cultura primitive, popolaresche. S’intendeva, per esempio, di medicina, perché era stata per anni una specie d’infermiera della principessa madre, afflitta da cento malanni: e quella stessa sera aveva letto con grande attenzione una nuova scoperta per fermare le emorragie.
Nessuno meglio di lei conosceva fisicamente ed anche moralmente la sua giovane padrona, sebbene questa non le avesse mai dato nessuna confidenza. E la considerava più infelice di lei, che, almeno, si era data per amore, e il suo patire era ancora un patire di passione umana; mentre la principessa si era venduta e non voleva bene che a sé stessa.
Quella sera Annarosa non aveva bevuto, e si proponeva di non farlo più: ma sentiva una tristezza infinita, e in fondo anche una specie di rancore contro la padrona, per la quale era costretta a vegliare, a ricordare le sue vicende. Eppure, di tanto in tanto, strisce luminose attraversavano lo sfondo cupo dei suoi pensieri. Ricordava il suo bambino nato morto; non glielo avevano lasciato vedere, ma lei ci pensava sempre, come fosse vivo; lo vedeva crescere, e a volte le sembrava di aspettarlo ancora. Ed ecco, adesso, nel mistero di quella notte, mentre stava accovacciata per terra, sulla soglia della camera della padrona, le ritornava più acuto quel senso di attesa, come se il bambino che doveva nascere fosse il suo.
E finalmente l’uscio si schiuse, quasi da sé: poi nel vano apparve la figura della nonna, tutta bianca, quella notte, di una trasparenza di fantasma.
– Signora Lidia?
La levatrice si snodò, agile e pronta.
Anche Annarosa balzò, gelosa di non essere stata chiamata lei, e di non essere ammessa nel sacrario. Ma si attaccò all’uscio, quasi con disperazione. Tutto là dentro procedeva in silenzio, la principessa doveva mordersi la lingua, come una martire, per non perdere una stilla del suo dolore.

Il principe si affacciò di nuovo all’uscio del salone, e nell’accorgersi dell’assenza della levatrice fissò Annarosa, con gli occhi sprizzanti una luce smeraldina di spavento e di speranza. E rimase lì, fermo come un ritratto nella cornice dell’uscio, con lo sfondo del salone alle sue spalle e la figura del dottore sfumata nella penombra, finché la nonna non riapparve dalla parte opposta.
– È fatto – ella disse sottovoce.
Un arco di luce unì i suoi agli occhi del principe. Per la prima volta egli sentì di voler bene alla vecchia; e dopo aver attraversato il salottino come davvero un ponte luminoso che trasportava da una riva all’altra di un oceano, domandò anche lui sottovoce:
– Come va che non ha gridato?
– È un maschio – ella rispose, con una lieve canzonatura nella voce.
Il principe disse, sullo stesso tono:
– Speriamo che non mi rassomigli.

Solo quando fu lavato, incipriato e fasciato, il bambino cominciò a lamentarsi con uno stridìo rauco che ad Alys parve quello di un animaletto. Anche lei si lamentò, allora, ad occhi chiusi, bianca e fredda.
– Portatelo via, portatelo via – disse.
Lo portarono via. La balia era già pronta, la culla calda. A tutto la nonna aveva provveduto; e fu lei che portò via il bambino; ma il lamento, e il comando della nipote l’accompagnarono con un’eco di angoscia mortale. «Bisogna riportarle il bambino; farglielo vedere e toccare, altrimenti è un disastro» diceva a sé stessa. Però aveva paura di lasciare il neonato in mani di un’estranea, quasi una minaccia di pericolo gravasse anche su di lui: e fu un silenzioso andare e venire, dalla madre al figlio, finché entrambi non furono sistemati e si assopirono dello stesso sonno stanco di emozioni e di fatica.
Il principe, che andava anche lui come una spola dalla camera della moglie a quella del figlio, mise allora la mano sulla spalla della nonna e le disse con dolcezza:
– Vada a riposarsi, la prego. Tutto va ottimamente, grazie a Dio. Vada anche lei a riposarsi. Tutto va benissimo.
Le premeva la mano calda e grassa sulla spalla, e quel «tutto va benissimo» pareva un premio diretto a lei, come se tutto fosse andato bene per merito suo.
E la nonna, che aveva soggezione di lui, si lasciò convincere. Rientrò prima nella camera di Alys e abbassò ancora di più la luce della lampada: una penombra verde, quasi liquida, diffuse intorno un senso di sogno: la “piccola” dormiva, fasciata come il neonato, col viso, sotto la macchia scura dei capelli, di un bianco di luna. La nonna la coprì con uno sguardo di benedizione, e ormai rassicurata, scivolò via per andare a riposarsi. Non c’era più nulla da temere: tanto che il dottore e la levatrice erano andati via, con la promessa di ritornare al primo mattino, e solo Annarosa vegliava.

Annarosa vegliava. Dal salottino di lavoro fissava, attraverso l’uscio della camera adesso socchiuso, il letto della sua padrona. Gli occhi le erano divenuti lucidi, come quando beveva; ma era una ben altra ebbrezza quella che le scaldava il sangue. Poiché ella aveva veduto e toccato il bambino, che sebbene sembrasse fatto solo di carne informe e insensibile, per lei rappresentava un mondo tutto nuovo e straripante di vita. Lo amava già, di un amore materno, e quindi sensuale; e lo voleva tutto per sé, contro la madre, contro la balia, sopratutto contro la nonna, che era, fra le tre, la più temibile. E forse per questo vegliava con più fedeltà la sua padrona; poiché se la padrona veniva a mancare, il bambino sarebbe rimasto tutto della nonna.
Ed ecco, in un momento di involontario sopore, le parve che la principessa la chiamasse. D’un balzo fu là. Alys stava immobile, con gli occhi pesantemente chiusi; e sul suo viso pareva si fosse pietrificato il riverbero verde della lampada. Era ancora il sonno del vivo, il suo, ma che sfumava in quello della morte.
E quell’odore acre che sgorgava dal letto come da una pozza di sangue bollente! Senza esitare un momento, Annarosa sollevò le coperte e vide la triste verità: la principessa si era slacciata la fasciatura, e lasciava che la sua vita se ne andasse col suo sangue. Ma la donna non si spaventò. Senza neppure alzare la luce, provvide da sé: d’altronde aveva tutto sottomano, e in breve il sangue fu fermato. Allora ella aprì a forza la bocca della padrona e le versò in gola un cucchiaino di cognac. Alys aprì gli occhi, grandi, vuoti: riconobbe Annarosa, ma neppure quando ebbe ripreso i sensi le rivolse una parola. Anche in quel momento sentiva di non dover dare spiegazioni alla sua serva; e più che mai il contatto fisico con lei le destava ripugnanza: eppure un senso di sollievo, quasi di elevazione, le alleggeriva l’anima.
Le pareva di essere piccola piccola, di aver perduto, nell’abisso informe dove era scesa e poi risalita, le ossa e la carne. Le mani, che adesso Annarosa le aveva prudentemente messo fuori delle lenzuola, erano come due foglie d’autunno, attaccate solo per miracolo al ramo.
Vagamente pensava:
– Era quella, la morte? Un vuoto… un vuoto… il nulla.
Meglio dunque la vita, con tutte le sue cose ingombranti e le sue cose lievi: meglio questa debolezza dolce che la rifaceva bambina.
– Crescerò di nuovo, a poco a poco; crescerò, sarò forte; giocherò col cane, andrò a cavallo, andrò in dirigibile. Ah, e il bambino, che fa?
Adesso le pareva di essere lei, il bambino: era stata lei, a nascere; e si meravigliava di aver tentato di morire.
– Perché? Perché?
Con uno sforzo riuscì a ricordare tutto; ma senza più sentire la disperazione e la ripugnanza che l’avevano spinta all’atto sinistro: come se col suo sangue se ne fossero andate le cose impure che lo infestavano. E il marito, adesso che ella era sicura di poter dominare, di sfuggire fisicamente, le appariva sotto un aspetto diverso, quasi paterno: anzi ne vedeva la figura in una lontananza luminosa, come quella mattina di maggio dai finestroni del parco, mentre la nonna le ridestava nel cuore la speranza della vita.

La nonna era di nuovo nel suo mondo; nella cucina la cui porta a vetri pareva una invetriata di chiesa: i colori più svariati vi si sovrapponevano per lo sbattersi del verde dell’orticello col giallo, il rosso, il grigio del muro e del cielo.
Il vento folle di marzo pienava di vita e di movimento anche quell’angolo quieto di mondo, e la nonna ne sentiva il subbuglio fin dentro le sue vecchie ossa.
Come al solito parlava a sé stessa, per farsi compagnia, mentre preparava la pasta per le frittelle di carnevale.
– È giusto, Maria Adelaide, che tu conservi la tradizione. Che altro c’è, al mondo, se non conservarsi bambini, come Dio ci ha creati? E ritornare a lui come a lui piace? Già fin dai tempi del mio caro Gioacchino, egli mi pigliava in giro, per queste frittelle: poi se le mangiava tutte lui. E come piacevano alle mie bambine! Ad Alys specialmente: povera Alys.
– Ma perché povera, poi? È felice, adesso, a modo suo. Vive quasi sempre in città, fa davvero la principessa. Vestiti, teatri, automobili, ricevimenti, viaggi per aria, che Dio la conservi. Il bambino cresce bene; un po’ prepotente, ma si capisce, gliele danno tutte vinte. Adesso ha otto anni, compiuti a febbraio, e quando parla tedesco sembra proprio un tedesco. Mah!
Ella pensava a questo suo discendente con una certa fredda amarezza. Scampata Alys dalla morte, glielo avevano tolto di mano come un oggetto consegnatole semplicemente per qualche giorno: ed ella ne serbava il ricordo crudele. E se nel momento del pericolo il principe le si era avvicinato con umanità, passato il pericolo, la distanza si era di nuovo stabilita reciprocamente fra di loro. Pazienza: la vita è fatta così, e ai vecchi che credono in Dio non manca mai la compagnia.
L’importante era che Alys vivesse, che Alys fosse risorta dal suo letto di morte come un’allodola ferita che si salva e poi rivola dal nido.
Anni di gioia, di tripudio, quasi di ebbrezza erano seguìti. Tutto il programma disegnato in quella notte di agonia era stato eseguito. La nonna lo sapeva e ne era contenta: e i giorni di Alys le parevano felici, dorati e dolci come le numerose frittelle ch’ella traeva dall’olio bollente e plasmava di miele. Le parevano! Ma in fondo sentiva che il suo paragone era assurdo ed anche beffardo; e che i giorni della principessa sua nipote erano dentro vuoti come le sue belle frittelle gonfie: ed egualmente inutili.
– Chi mangia tutto questo ben di Dio? Ne avrai per tre giorni, Maria Adelaide; e te ne avanzerà. Anche se ne porti un piatto al tuo vecchio dottore golosone.
Ed ecco che, come nel lontano giorno del radicchio, bussano alla porta. È lui? Quasi sicura che sia lui, ella ritira la padella dal fuoco, e asciugandosi le mani col grembiale corre ad aprire.

Come spinto dal vento di marzo, si precipitò nel corridoio un ragazzetto in pelliccia, con le vigorose gambe nude e un frustino in mano. La testa grossa, il viso rosso quadrato, sotto un berretto a visiera, sembravano quelli di un piccolo atleta; ma gli occhi verdi dorati erano bene quelli di Alys.
– Anima mia, Marino, sei venuto solo? – domandò senza fiato la nonna.
Il ragazzo frustava le pareti.
– C’è la signorina. Ma io corro, sai.
Infatti sopraggiunse, ansante e sdegnata, la graziosa signorina Berta, anch’essa con le lunghe gambe che sembravano nude per le fini calze di seta rosa. S’era slacciata il bavero di pelo sulla bianca gola palpitante, e una goccia di sudore le brillava sulla tempia destra. Disse, quasi piangendo:
– Che disperazione, signora! Mi ha fatto correre come un cavallo: e tutti si fermavano a guardare.
– Pazienza: è la sua età – disse la nonna, chiudendo prudentemente la porta. Ma anche lei tentò invano di raggiungere il discendente e farsi dare o almeno dargli un bacio.
– Marino? Bello! Marino? Signorino!
Ai richiami suoi affettuosi ed alle energiche esclamazioni della signorina, egli rispondeva frustando quanto gli capitava sottomano; finché, guidato dall’odore delle frittelle, non arrivò davanti al loro monticello d’oro e vi si fermò estatico: poi, istintivamente, alzò il frustino; ma lo riabbassò, piegandosi sul vassoio miracoloso.
– Tu, – domandò, con la sua voce un po’ gutturale, rivolgendosi alla vecchia signora accorsa in difesa delle frittelle, – tu sapevi che venivo?
– No, amore; la tua mamma non mi ha scritto niente.
Trattandosi della mamma, Marino cominciò a fare smorfie e atti strani: poi diventò pensieroso.
– Che vuoi? – disse, parlando come un grande. – È uno dei suoi soliti capricci: bisogna compatirla.

Certo, era un capriccio venirsene d’improvviso a passare la fine del carnevale nel castello, sulle cui torri biancheggiava ancora una cornice di neve: ma non toccava al ragazzo farne la pietosa e assieme insolente osservazione. La signorina, quindi, subito lo redarguì, cercando poi di scusarlo e scusarsi presso l’ava.
– La principessa è stanca, molto stanca. Ha ballato tutto l’inverno e adesso ha paura di un esaurimento nervoso: quindi è venuta…
Nonostante il recente sermone, Marino si ribella, come uno spiritato.
– E lei perché balla tanto, la mamma? Chi glielo dice, di ballare così? E poi è sempre in giro. Anche papà dice…
– Signorino, – esclama Berta, umiliata, triste, inutilmente severa, – se lei continua a parlare così, la riporto al castello, la riconsegno a Sua eccellenza il principe, e faccio subito la valigia.
– E chi se ne importa?
La nonna non sapeva se ridere o piangere: i modi del nipote le piacevano, in fondo, ma si guardò bene dal dirlo. Tentò, piuttosto, di conciliare le cose.
– Ti piacciono, dunque, le frittelle di nonnina? Sì, il cuore mi diceva che saresti venuto. Prendi, prendi.
– Per carità, – gridò la signorina, – no, no, non lo faccia mangiare.
Ma il ragazzo aveva già le guance gonfie di un paio di frittelle, e dietro le esortazioni della nonna, anche la signorina ne mangiò una, poi un’altra, altre di seguito.
– Buone, squisite. La principessa…
Parlava della principessa con ammirazione, del principe con rispetto, del principino con sincero dolore.
– Creda pure, è un diavolo scatenato, e non sarò certamente io a ridurlo quale deve essere. Qui ci vuole un buon istitutore, oppure un ottimo collegio.
Egli ascoltava come non si trattasse di lui, continuando a divorare frittelle: quando ne fu sazio andò verso la porta a vetri e tentò di aprirla; ma più energica della signorina fu questa volta la nonna, che lo fermò per il braccio e lo trasse indietro.
– C’è troppo vento, caro; vieni, andiamo piuttosto di là.
Andarono nella solitaria saletta da pranzo, che Marino ben conosceva, come del resto conosceva tutta la casa in ogni suo angolo più inesplorato; e per un momento si divertì a sfogliare il vecchio album di fotografie che decorava la tavola di noce; ma anche quello lo conosceva da cima a fondo, e sopratutto i fogli che riguardavano lui solo, dalla nascita in su, e lui con la bella mammina, lui con la barbaresca Annarosa, lui col cane. Presto quindi lo chiuse, porgendo ascolto alle chiacchiere della signorina.
Adesso la signorina parlava male di Annarosa.
– Io non capisco come la principessa la sopporti: eppure se la porta sempre appresso come una reliquia, e dà più ascolto a lei che al dottore.
– È questione di fedeltà. Annarosa oramai è come una persona di famiglia.
– Dica pure come una bestia di famiglia.
– E io glielo vado a dire – intervenne di nuovo appassionato e franco il signorino.
Ma la nonna lo istruì:
– Tu non andrai a dir niente a nessuno. Quello che senti dire da me, e dalle persone che parlano con me, è tuo dovere di non riferirlo agli altri. I bambini bene educati non vanno a ripetere le cose delle quali si parla davanti a loro dalle persone grandi.
Egli però la fissava serio, quasi severo.
– Ed io glielo vado a dire lo stesso, ad Annarosa.

La principessa stava davanti al suo tavolino da lavoro, come quella lontana mattina di maggio, quando ella si divertiva a fabbricare fiori di carta. Nulla era mutato nella sua figura: anzi aveva forse un’apparenza ancor più giovanile, nelle gracili spalle nude, nelle braccia adolescenti, nude pur esse fino alle ascelle pulite, nelle mani lisce le cui unghie parevano di perla rosa.
E ancora fogli di carta davanti a lei, ma fogli bianchi, sui quali il calamaio di cristallo proiettava la sua ombra azzurrognola. La principessa desiderava, anzi sentiva un bisogno quasi fisico, di scrivere una lettera: non una delle solite lettere ch’ella avrebbe potuto indirizzare ad una delle sue innumerevoli conoscenze, ma una vera lettera, fatta del tormento che le sbatteva il cuore. E tormento non di pena soltanto, ma anche di gioia, di elevazione, quasi di felicità. Poiché le pareva di essersi ancora una volta salvata dal turbine delle sue vuote passioni, col rifugiarsi nel castello, decisa a non muoversene più. Lo stesso desiderio di confidarsi adesso con un’anima lontana, era una smentita a questa sua buona intenzione; ed ella era troppo intelligente per non accorgersene; eppure il bisogno di uscire di nuovo dalla sua sfolgorante solitudine, la pungeva come uno stimolo sensuale. Sentiva anzitutto il bisogno di descrivere appunto le cose bellissime che la circondavano, e sulle quali apriva gli occhi quasi la prima volta; poi il paesaggio. Lo aveva davanti, come un quadro, bruno e verde, striato di neve, con uno sfondo di cielo tumultuoso di nuvole azzurre e gialle, dove già la primavera scacciava le foschìe invernali. Numerosi uccelli, poiché il vento del mattino si era calmato, si lanciavano come frecce d’argento da un albero all’altro del parco; e al miagolìo esasperato dei gatti in amore s’incrociava il gracchiare delle cornacchie, pure esse innamorate, su nelle torri del castello.
E poi? Che avrebbe detto? Che era sazia e stanca della vita condotta in quegli ultimi anni, specialmente in quell’ultimo inverno, e che tuttavia la rimpiangeva, poiché nel vortice iridescente, almeno, ella usciva di sé stessa, come in qualsiasi altra ebbrezza, e dimenticava questo sterile tormento che anche adesso la divorava. In fondo ella sapeva bene quello che voleva; era sempre l’antico istinto che non si spegneva mai, che mai si sarebbe spento se non dopo soddisfatto il bisogno di amore.
Più di un uomo aveva, anche di recente, tentato di prenderla nella rete di un reciproco desiderio; ma ella ne sentiva l’inganno, e sfuggiva all’agguato, per una naturale freddezza sensuale, per orgoglio, per paura e pietà del marito, per rispetto al figlio.
Eppure era una lettera di amore quella che avrebbe voluto scrivere; dell’amore grande e urgente che le gonfiava il cuore, come il lievito gonfia il pane, e come il pane aveva bisogno del contatto col fuoco per non crepare e inacidirsi.
«Io diventerò cattiva – voleva scrivere – anzi la sono già, con mio marito, col bambino, con tutti; e più la sarò, se qualcuno non mi salva».
Ma a chi dirlo?
Col viso fra i pugni, guardava il foglio bianco quasi con allucinazione. Le pareva uno specchio, nel quale però non vedeva che un’ombra irreale. E come da un’allucinazione parve scuotersi, quando Annarosa venne a dirle che il dottor Baldini desiderava salutarla.
– Oh, sì, sì – ella trillò, balzando, e corse incontro al vecchio, gli si rifugiò fra le braccia aperte, lo baciò sulla guancia appena sbarbata e fresca dell’aria del poggio.
Egli la stringeva e si schermiva nello stesso tempo, turbato e scherzoso.
– Oh, carissima, non facciamoci vedere dal principe consorte: altrimenti qui si rinnova la tragedia di Francesca.
Ella lo prese per la mano, lo trascinò di corsa fino al salottino, lo costrinse a sedere davanti al tavolo da lavoro.
– Mi scriva subito una ricetta contro la malinconia.
– Subito.
Ed egli scrisse, compitando a bassa voce:
– Un grammo di sale in testa, per giudicare la propria fortuna: un mezzo etto di zucchero in cuore, per pensare alla gente che soffre, ai malati poveri, ai bambini deformi, agli animali maltrattati.
– Bravo, dottore. Ma sa dirmi con precisione in quale farmacia posso mandare a prendere questa medicina?
– Nella farmacia della buona volontà.
– La cercheremo. Mi dica, intanto, sul serio, come mi trova?
– Ma benissimo. Sembra un fiore; mentre la sua nonna, parlandomi di lei, mi ha fatto quasi paura. Anzi le dico di più: mi ha spedito lei qui, come una staffetta.
– Povera nonna, esagera sempre sul conto mio. Però l’esaurimento nervoso ce l’ho davvero. La notte non dormo; non posso stare mai ferma, e tutto mi dà noia. S’invecchia, dottore.
– Lo dice per me, o per lei? Io, per conto mio, mi sento sempre più giovane: ed ho quasi la convinzione che io e la sua nonna non morremo mai.
Ella lo guardava come un giorno aveva guardato il fanciullo che invece di andare a scuola correva al fiume per cercare dei pesci immaginari: con invidia. Egli infatti era florido, fresco e rosso e coi capelli fitti, di una morbidezza di neve.
– Sfido, – gli disse, quasi con insolenza, – lei non ha pensieri; non ha mai amato né sofferto. Lei ha saputo fare, nella vita.
Egli le afferrò le mani, l’avvolse nel suo sguardo celeste amoroso.
– Lei è cattiva, oggi come sempre. E lei, mi dica, non ha saputo fare, nella vita? Tutto quello che ha voluto lo ha. E non è contenta; ed ha il nervoso…
Ella scuoteva la testa, e lo fissava negli occhi con civetteria. Dicevano quegli occhi: «Lei lo sa bene, dottore; io non ho nulla, perché mi manca quello che per una donna è tutto».
– Tutto, dottore! Avessi avuto almeno la forza di potermi innamorare, di buttarmi in una passione anche indegna, come milioni di donne lo fanno: e uscirne bruciata, ma sazia, ma ancora viva.
– Lo so, lo so. È questo il suo vero male. Ma ci sono molti rimedi per placarlo, per guarirlo. Ho veduto il suo bambino, principessa!
Come scossa da una puntura a tradimento, ella rabbrividì, ritirò le mani e se le accostò al viso che esprimeva un’acerba sofferenza.
– Lo chiama bambino? È un ragazzo, e che ragazzo! Non cattivo, ma prepotente, anzi violento, già padrone di tutto e di tutti.
– È intelligentissimo, esuberante di salute e di forza: ecco il suo segreto. E lei dovrebbe esserne contenta.
Ella lo fissava di nuovo: ma come diversi, adesso, i suoi occhi! Tristi, quasi torvi, imploranti e diffidenti, annegati in una luce verde di disperazione. E avrebbe voluto parlare ancora, sfogarsi col dottore come prima con un amico lontano: ma non poteva, non voleva. Ella non amava il figlio, e il figlio non l’amava. E questo mistero le pesava sull’anima, aggravando quello che il dottore aveva chiamato il suo male. Era inutile parlarne: non aveva vie di uscita, come tutti i misteri inesplicabili.

Il dottore riprese:
– Altre cose bellissime ha la vita, per chi ha la fortuna d’intenderle e sapersene impossessare. Non parliamo della religione, che è già il regno di Dio sulla terra. Parliamo, per esempio, della contemplazione. Lei si mette tranquilla davanti a questa finestra, si dimentica di sé stessa, delle sue inquietudini, delle sue vane manìe; la sua anima è nei suoi occhi, e nei suoi occhi si riflette il cielo. Lo vede, lei, questo immenso cielo già tinto del colore della primavera? E gli alberi, il grano che nasce, e la meraviglia della neve e quella degli uccelli? Ad averlo in mano, uno solo di questi uccelli, sia pure una cornacchia nera, a sentirne il palpito, ad osservarne la costruzione perfetta, membro per membro, piuma per piuma, ci si solleva infinitamente sopra noi stessi: si sente che davvero una forza onnipossente governa la natura, e che se noi ci abbandoniamo con fede a questa forza, nulla di male potrà mai accaderci.
– Lei parla bene; e poi la sua voce è così bella – dice la principessa, non senza ironia: eppure la voce ancora giovanile, calda e vibrante, del suo vecchio amico, l’attira come una musica.
– Non mi pigli in giro: mi ascolti, piuttosto. C’è poi un’altra cosa molto bella, per chi si può permettere il lusso di concedersela: fare il bene al prossimo, cara principessa. E per bene non intendo beneficenza materiale, ma proprio il bene, il bene, il bene. Mi spiego con un esempio. C’è qui, nel paese, una povera donna, inferma, che magari non è bisognosa, ma è sola, senza parenti, senza nessuno che le voglia veramente bene. Una visita a questa donna, secondo il precetto di Cristo, è un atto di bene. Se lei, mettiamo, si degnasse di tanto, all’infelice parrebbe di rivedere in lei l’angelo della vita.
Ma il viso della principessa aveva ripreso la sua maschera di disgusto.
– Lo capisco, sì: ma quando queste cose si fanno di slancio, di propria iniziativa, e non per pietoso suggerimento altrui. Io non amo i malati; io odio il dolore e la sofferenza. Forse, col tempo, quando sarò vecchia come la nonna, mi rifugierò nella religione e nelle opere di pietà…
Al nome della nonna, il dottore scattò, sinceramente sdegnato.
– Rispettiamo la nonna! Crede lei, principessa, che la sua vita, con tutti i suoi splendori, sarà piena e completa come quella della signora Maria Adelaide? E che lei, in questo momento, lei giovane, bella, forte, sia viva come la sua brava nonna?
– Forse lei ha ragione, – ammise la principessa, di nuovo triste e quasi umile, – povera nonna. Oggi ancora non l’ho veduta, ma c’è stato da lei il bambino, e mi ha raccontato con entusiasmo ch’ella faceva le frittelle di carnevale.
– Frittelle, beveraggi, calzette, fiorellini, tutto è buono per lei, per interessarla, divertirla, farle compagnia lieta. E le cose buone della vita, di cui le parlavo poco fa, ella le conosce tutte, e di esse si nutre.
– Povera nonna.
– No, non la chiami povera. È ricca, molto più ricca di lei.
Alys non risponde: piega la testa fino a baciare la sua collana, che ha il colore del suo vestito e dei suoi occhi; e con la saliva ingoia le parole del dottore e qualche cosa di più amaro e salato ancora. E le pare di scendere in un luogo profondo, in una valle scura e fredda, ma dalla quale risale subito con un senso di volo. Con una voce sommessa ed esile di bambina, dice:
– Oggi lei mi parla come un confessore, ed io la ringrazio. Ma quelle che lei mi dice sono tutte vecchie cose che io so già a memoria. Adesso basta. Ho sbagliato, e il castigo mi segue come la mia ombra. Crede lei, però, che se io avessi fatto un matrimonio d’amore, anche con un altro principe, non sarei a quest’ora egualmente infelice? La mia natura è questa. Ho sempre voluto l’impossibile, e sempre forse lo vorrò. Ma ragiono, anche. Vi sono in me come tre persone. Alys che piange sulla sua sorte, Alys che ride e deride quell’altra; e infine una terza Alys che giudica le altre due e ne vede tutta l’incongruenza, il capriccio, la pazzia. Che si può fare? Cento volte sono stata sul punto di fuggire, sola, o con un amante, per cercare una vita diversa: e mai l’ho fatto perché so benissimo che il mio stato d’animo non cambierebbe che in peggio. Eppure una speranza di salvezza ce l’ho ancora.
Egli ascoltava attento, come quando poggiava l’orecchio alle spalle o al petto di un malato; e non sorrise, no, anzi si fece più austero quando ella disse:
– Voglio scrivere un romanzo: il romanzo della mia vita. Dicono che è un grande conforto. E lo pubblicherò: non a spese mie, sa, no. Se non trovo l’editore vuol dire che l’opera non è riuscita. Ed io voglio riuscire: fare un’opera d’arte. Non andrò io, certo, dall’editore; egli non dovrà sapere nulla di me. Lei invece forse crede…
Egli non la lasciò proseguire:
– Mi dia la mano, principessa -. E gliela baciò con la sua bocca ancora calda e viva, quella mano che odorava come una rosa, che non sapeva le carezze d’amore e che tuttavia poteva creare qualche cosa di più vivo di un figlio.

Ed ella si rifugiò e si affondò con tutta l’anima e tutti i sensi inquieti nella sua opera: e le sembrava di scrivere quella lettera d’amore che non era riuscita a incominciare. Lettera per uno e per tutti, che parla di chi scrive e di chi legge, e non domanda nulla, ma vuole tutto; e si sfoga, e si vendica del dolore sofferto, dell’amore non avuto, ma che potrà venire, che anzi è già nell’anima della pagina creata; e supera le ingiustizie della vita, e inghirlanda coi fiori della speranza, della gioia, dell’immortalità.