Grazia Deledda – Il segreto di Mossiù Però

Il suo vero nome era un altro, che si pronunziava press’a poco nello stesso modo; ma noi lo chiamavamo così, un po’ per scherno, un po’ per convenienza. Di nascita, o almeno d’origine, francese, grande cacciatore agli occhi di Dio, era venuto di lontano al nostro paese per una sola stagione di pernici, e vi si era fermato per tutta la vita.
Aveva due magnifici cavalli e una torma di cani che per un certo tempo formarono il terrore di tutti i bambini, i gatti, le galline della contrada: in seguito alle proteste dell’intera popolazione, prese in affitto un orticello, a sue spese lo ricinse di un alto muro, e vi rinchiuse la sua famiglia, come egli chiamava i suoi bracchi e i suoi segugi.
Non aveva altra famiglia, infatti, e ogni volta che passava davanti a mio padre, seduto all’ombra della casa a leggere Il Risveglio dell’Isola, si fermava a parlare solo di cani, di caccia, di avventure di bosco.
Alto, infiammato, vestito sempre con un costume da caccia un po’ brigantesco, parlava con un linguaggio misto di francese, d’italiano e di dialetto: la sua voce aspra e risonante echeggiava nel silenzio della strada e faceva affrettare il passo alle donne che andavano al Molino con le grandi ceste di frumento sul capo.
I ragazzi si nascondevano o lo spiavano di lontano. Egli non faceva male a nessuno, anzi era generoso e regalava ai suoi amici, e specialmente a mio padre, bei grappoli di pernici dorate e lepri con gli occhi ancora spauriti dal senso della morte: eppure tutti lo temevano, forse per la sua figura di barbaro esotico, per la sua voce che stonava in un paese di taciturni come il nostro, e sopra tutto per le leggende che correvano sul conto suo e delle quali egli si compiaceva apertamente.
Inoltre si diceva che era ricchissimo. Infatti spendeva molto per i cavalli e i cani, mangiava nella migliore trattoria del paese e, oltre ai buoni cibi e al buon vino, gli piacevano le belle paesane ed anche le borghesi di meno facile conquista. Sempre al dire della gente, egli attirava le donne nella sua abitazione, una specie di bicocca fuori di mano, e le trattava senza complimenti: tanto che una nostra serva, bella e formosa ragazza da tutti adocchiata, si rifiutò di andar sola da lui un giorno che mio padre le ordinò di portargli una lettera della quale doveva aspettare la risposta.
Allora le si procurò una specie di guardia del corpo, composta di tre ragazzine coraggiose e di buona volontà. Una ero io. Si andò, a dire il vero, con molto coraggio, sì, ma anche con una curiosità trepida e quasi morbosa. Perché, fra le altre cose, quel boia di forestiero tiene, nella sua casa, una camera sempre chiusa dove ogni tanto, quando non va alle sue cacce del diavolo, si ritira per ore ed ore. Allora si sentono rumori strani, come se egli apra e chiuda casse e bauli. Che cosa ci sia nella camera, e che cosa egli vi faccia, non lo sa nessuno: neppure la vecchia Gavina che ogni mattina pulisce le altre stanze; neppure l’uomo che accudisce ai cavalli ed ai cani. Un tempo si diceva che in quel nascondiglio Mossiù Però ci tenesse chiusa, come usava l’orco, una bella ragazza; ma le belle ragazze mangiano, e lui non portava niente a casa. Che ci può essere dunque? Un tesoro o qualche disgraziato da lui ucciso e poi chiuso in una cassa? O che egli vi faccia delle stregonerie? Certo, un contadino che venne una volta a protestare perché i cani gli avevano rovinato il campo, dopo aver bevuto un bicchiere di vino offerto da Mossiù Però cadde malato, ed ancora lo è, di un male che i dottori non sanno definire. E quella vecchia strega di Gavina quando sente dire queste cose ride, con la sua bocca senza un dente che la fa parere la morte: ride, ma forse lei ne sa qualche cosa ed è complice dell’indemoniato forestiero.
Così parlava la portatrice della lettera, e la sua tenera scorta le si stringeva addosso, in modo che il gruppo procedeva per l’erta straducola come un corpo solo.
– E poi? E poi?
Ella continuava. Anche i cani del cacciatore erano diversi dagli altri cani: uno pareva parlasse, e se qualche ladruncolo tentava di avvicinarsi alla casa, gli urli umani della bestia spaventavano la gente a chilometri di distanza. Interrogata anche su questo, la vecchia Gavina rideva: rise, col suo riso muto e vuoto, quando, dalla porticina laterale della bicocca, sul cui scalino sedeva con un gatto rosso in grembo, avvistò la nostra compagnia.
– Adesso gliene dico due – brontolò la serva, irritata dall’accoglienza ironica della vecchia.
E le fece vedere la lettera:
– Portatela al vostro padrone: noi aspettiamo qui la risposta.
L’altra si fece dura, senza smettere la sua aria di beffa.
– Va tu, a portargliela. O hai paura che egli ti palpi i fianchi?
– I fianchi li palperà a voi, per ricordarsi della morte, il vostro bel padrone.
– Io non ho padroni: la padrona sono io, in casa mia.
– Bel palazzo, la vostra casa.
La vecchia afferrò il gatto, come volesse gettarlo addosso alla ragazza: ma la bestia aprì due occhi azzurri stupiti e innocenti, sbadigliò e tornò ad accovacciarsele in grembo. Per far cessare la questione, noi trascinammo via la serva, girando attorno alla casa. Ecco la porta principale d’ingresso: è socchiusa e lascia vedere una scaletta ripida che pare scolpita nella viva roccia: in alto c’è buio; quindi, prima di avventurarci nell’ascesa pericolosa, facciamo rintronare tutta la casa coi colpi di un grosso anello di ferro infisso alla porta.
Risponde un cane dall’attiguo recinto, ma il suo è un semplice latrato, giovane, chiaro, quasi benevolo. In pari tempo il cacciatore si affacciò ad un finestrino che pareva una feritoia: il suo viso volpino, di pelo tutto rosso, quasi arancione, lo conoscevo già; ma non mi fece più paura perché per la prima volta avevo l’occasione di conoscere anche i suoi occhi: grandi, stupiti, azzurri e innocenti come quelli del gattino disturbato in grembo alla vecchia.
Forse anche Mossiù Però dormiva, nella sua pietrosa solitudine, in quel silenzio meridiano che l’abbaiare del cane rendeva più sensibile; forse lo abbiamo disturbato mentre nella camera misteriosa era intento a qualche opera di magìa.
L’aspetto del negromante ce l’aveva, quando ci apparve sul pianerottolo in cima alla scaletta: poiché gli stivaloni e il costume da caccia erano sostituiti da un bel paio di pantofole orientali e da un vestito da camera a fiorami gialli e viola, stretto alla vita da un cordone del colore dei capelli dello strano personaggio.
Fin dal primo sguardo, egli aveva riconosciuto la serva e la figlia del suo amico: ci salutò, dunque, con una voce che non pareva più la sua, tanto gentile e mansueta risonava, e ci fece subito attraversare un piccolo corridoio sul quale si aprivano alcuni usci, pregandoci di «prender posto» in una stanzetta che doveva essere il salotto.
Mentre egli leggeva la lettera, fra lo smarrimento generale io osservavo con una certa calma l’ambiente, che però non mi rassicurava del tutto. Era una piccola stanza col soffitto di legno grezzo, le pareti completamente coperte di armi e trofei di caccia. Un nibbio imbalsamato apriva le grandi ali secche come ventole, sopra una mensola polverosa. Ma quello che più impressionava, che dava al luogo un colore tra l’antro brigantesco e il presepio, era il mobilio; sedili, angoliere, tavolini e scaffali tutti fabbricati col sughero: alcuni rozzi, altri decorati e traforati con una finezza artistica sorprendente.
Oltre ai recipienti d’uso pastorale e domestico, io conoscevo già qualche oggetto confezionato col sughero; ma non immaginavo che se ne potessero trarre mobili ed anche quadri. Infatti, scolpito pur esso nel sughero, un quadro in bassorilievo, che pareva di terracotta, attrasse la mia attenzione: rappresentava una scena di caccia.
Intanto Mossiù Però, aperto un secondo uscio della stanzetta, si era ritirato per scrivere la risposta. Sparito lui, svanita la paura del pericolo, ci si guardò tutte in viso, incerte se ridere o no. Era questo l’orco, il negromante, l’uomo dalla camera misteriosa? E dov’era questa camera misteriosa? Un pensiero ardito e fulmineo mi fece balzare nel corridoio, per guardare dal buco della serratura degli usci chiusi. E in uno intravidi un letto: nell’altro nulla, perché c’era la chiave dentro: nel terzo…
Non ho mai dimenticato il senso di terrore che m’irrigidì come il nibbio imbalsamato quando il terzo uscio si aprì e, leccando il lembo della busta destinata a mio padre, vi ricomparve il cacciatore. Nel vedermi d’improvviso davanti a lui, parve dapprima contrariato; poi un sogghigno gli sollevò il baffo sinistro e i suoi occhi rassomigliarono a quelli del gatto che afferra il topolino. Mi afferrò, infatti, e mi tirò dentro la stanza misteriosa. Lo spavento m’impediva di gridare: anche lui non parlava, ma agitava la lettera, di qua, di là, come per indicarmi meglio gli oggetti intorno. E il mio terrore si sciolse subito, in un senso di gioia, di curiosità soddisfatta ma anche delusa, e infine di vergogna per la meritata lezione che subivo.
Poiché la famosa stanza era una specie di laboratorio, con un banco come quello dei falegnami, con gli stessi arnesi; ma invece di assi vi erano ammucchiati blocchi e lastre di sughero, alcuni a bagno in una tinozza; e sul davanzale stavano ad asciugare alcuni biglietti di visita, che parevano di carta rossastra, sui quali il negromante, il grande peccatore, aveva inciso il suo nome e tre foglioline di edera.