Grazia Deledda – Il sesto senso

Da otto giorni non mi riusciva di prendere la penna in mano. Tutto era buono per favorire questa separazione: il caldo, le mosche, il mal di denti; ma sopratutto l’esistenza, in quei dintorni, di un “magneta” che, per essere locale e dilettante, non la cedeva a quelli professionisti e di fama mondiale. Questo magnetizzatore io non lo conoscevo, né lui mi conosceva; ma sapevamo l’uno dell’altro per sentito dire: lui perché il mio nome era apparso nella gazzetta del luogo; io perché da due mesi che si villeggiava lassù, tutte le persone che avvicinavo, grandi e piccole, dotte e ignoranti, non parlavano che di lui. Si chiamava il cavalier Zucchi; e uno spirito ancora spregiudicato, ancora non convinto dei miracoli dell’ipnotizzatore, diceva che la popolazione, indigeni e forestieri, soffriva di una zucchite acuta.
Io e questo signore eravamo i soli personaggi del luogo che non assistevamo agli esperimenti, e dunque ancora non tocchi dall’epidemia. Di giorno in giorno, però, i riferimenti delle meraviglie operate dallo Zucchi si facevano impressionanti e quasi allarmanti.
Egli aveva preso di mira specialmente i membri più giovani delle famiglie dei villeggianti: ragazzi estenuati dai recenti esami, signorine che si lasciavano attrarre dai suoi occhi favolosi come da quelli di un loro particolare innamorato: dai primi, fra le altre cose, si faceva consegnare i portafogli invero non troppo forniti; alle seconde imponeva di indovinare la data, la provenienza ed anche il contenuto delle lettere che si trovavano nelle tasche degli astanti. Doppiamente bendato, egli, poi, ritrovava gli oggetti più piccoli, accuratamente nascosti; indovinava l’ora, il minuto, il secondo degli orologi montati a caso ed in segreto dai suoi soggetti; svelava il pensiero delle donne isteriche, ed a queste riusciva ancora ad imporre di non sentire più i loro disturbi.
Una sera fece zimbello suo e del pubblico un nostro ospite adolescente, che per il resto della notte e il giorno dopo fu colto da emicrania e vertigini preoccupanti.
– Zucchite acuta, zucchite letargica – diceva il signore incredulo.
Io feci purgare il ragazzo e gli proibii di ritornare agli esperimenti: ma il cavalier Zucchi, che aveva trovato in lui uno dei suoi più efficaci soggetti, tentò di attirarlo ancora: allora io mi lasciai scappare parole sgarbate a suo riguardo.

Egli però non era uomo da offendersi, e mi mandò a dire che anche a distanza avrei sentito gli effetti della sua potenza.
Infatti il giorno stesso mi venne un gran mal di denti. Qui bisogna dire però che la nostra casa era in mezzo al bosco: uno di quei graziosi «villini affondati in mezzo al verde», la cui fotografia, riprodotta sulle cartoline illustrate, serve di réclame al luogo. C’era accanto una fontana con pretese artistiche, buona per l’acqua fresca, ma che attirava le zanzare crudeli. Posto incantevole, umido e malsano, dunque; e all’umidità della casa fu attribuito subito il mal di denti; e al mal di denti e alle zanzare i primi sintomi di ripugnanza a toccare la penna. Ma no, che non era ripugnanza; piuttosto impotenza. La penna è lì, coricata accanto al fido calamaio, sul tappeto il cui verde sbiadito va a sconfinare col verde vivo della persiana socchiusa e con quello denso dei castagni immobili pesanti sul cielo di smalto: è lì, e aspetta la mano materna che la prenda. Ma questa preferisce sostenere il peso della testa gonfia di pensieri; e non si muove, non si muoverà più per il resto del giorno, forse dell’anno.
Eppure l’inspirazione non manca; la nitida cartella è lì, come una vergine sposa che aspetta: tutto è pronto per il rito creatore. Ma la mano non può muoversi.

Ancora una volta mi torna in mente il dramma di un nostro colono. Era un giovine aitante, coraggioso, senza pregiudizi: tanto che aveva preferito ad una sua giovane fidanzata povera, una vedova ricca.
– Fa pure, – dice la fanciulla abbandonata: – la vedova ti ha stregato coi suoi quattrini; ma io ti preparo una fattura che ti impedirà di essere uomo con tua moglie.
Ed egli, infatti, ogni volta che si avvicinava alla sposa, si sentiva come legato. Le sue mani non riuscivano a toccarla, le labbra gli pendevano inerti, anche le palpebre si rifiutavano di funzionare: la fattura della fanciulla offesa aveva tale potenza che, per quanto egli affermasse di non crederci, lo avvinceva e dominava.

Nella mia penna sdraiata sul verde melanconico del tappeto mi pareva di rivedere il contadino buttato sull’erba del campo della vedova, avvilito e vinto. A che gli servivano le ricchezze, la gioventù, la sua stessa forza, la sua volontà di vita?
A che servivano più, alla mia penna, la mia voglia di scrivere, il mio bisogno di rivivere, sia pure con umiltà, sulla cartella pallida anch’essa per la sua vana attesa? La mano non si muove, non si muoverà mai più per scrivere.

E va bene per il primo giorno: ma il secondo, il terzo? Il caldo diminuisce, le mosche vengono massacrate da un potente specifico: la nevralgia guarita da uno specifico più potente ancora. Quelli che non hanno più potenza sono il mio bisogno e la mia volontà di lavorare. Lavorare! Non lasciar cadere il giorno come un seme sterile: lavorare, sia pure modestamente, sia pure solo per esprimere quest’ambascia misteriosa e nuova, che grava sul mio essere come una minaccia di morte.
Impossibile. La penna è lì, la cartella è qui, come uno specchio appannato che non dovrà più riflettere la luce dei miei occhi: la mano sinistra si allunga a toccarle, quasi per assicurarsi che esistono, ma la destra non si stacca dalla guancia, e tutta la testa vi si appoggia con desolazione.
Intanto osservavo che, da quando era cominciata la mia strana malattia, nessuno più mi parlava dell’ipnotizzatore. Era passato di moda, o si riposava? Io non domandavo di lui, anche perché mi pareva che gli altri, a loro volta, mi osservassero o conoscessero il mio tragico e ridicolo segreto.
Durò otto giorni, la curiosa faccenda: all’ottavo giorno, prima di mettermi a sedere davanti al fatale scrittoio, mi ricordai di aver imparato, molti anni prima, ai tempi del contadino fatturato, uno scongiuro potentissimo contro i disastri del genere. Perché anche allora esistevano, e come!, i fenomeni del sesto senso: la volontà forte che s’impone alla volontà debole; la donna invidiosa che toccò i miei lunghi capelli, e questi in pochi giorni mi caddero; il vecchione che, con parole magiche, impose alle volpi di non penetrare oltre nella vigna; il sacerdote che scacciò i demoni dalla fanciulla isterica; e, infine, più formidabile e utile di tutti, l’uomo che coi suoi indizî sonnambolici, aiutava a ritrovare i ladri e gli assassini.
Lo scongiuro che mi era stato insegnato in segreto e sotto giuramento di non trasmetterlo a nessuno, consisteva in una catena di atroci imprecazioni, sacrilegamente mescolate a preghiere alla Vergine e ai serafini. Provo a ripeterlo, ma non mi riesce: il tempo lo ha cancellato dalla mia memoria. Allora mi viene in mente di sostituirlo col sesto senso: con la volontà ferma di vincere quella dell’incantatore.

Chiusi gli occhi e pensai a lui: e mi parve di vederlo, come lo descrivevano i suoi soggetti, piccolo, diabolico, con un frac verdognolo, gli occhi belli e lucidi come quelli della civetta, il viso scarnificato dall’alcool e dall’incipiente follìa.
– Cavaliere, – gli dico, – mi fa il santo piacere di lasciarmi in pace? No? Badi che anch’io avrei la forza di augurarle un male, ma un male grande.
Gli occhi di civetta mi fissavano, lusinghieri, equivoci e veramente affascinanti: io sostenevo il loro sguardo coi miei occhi chiusi, e sentivo come una fiamma sollevarmi i capelli e avvilupparli con sé in una sola torcia.
Non parlo più col mio avversario, ma egli deve sentire il riflesso bruciante della mia volontà. Perché i suoi occhi si chiudono come alla luce di un lampo. Io riapro i miei e mi pare di svegliarmi da un incubo. Superstizione, fantasia? Il fatto è che l’incantesimo fu rotto.