Grazia Deledda – Il sogno di San Leo

Leo e Marino, da poco convertiti alla religione di Cristo, avevano lasciato la natìa Dalmazia per cercare nelle coste d’Italia un rifugio alla loro fede.
I monti li attiravano. Giunti alle rive del fiume Marecchia sostarono quindi per decidersi; poiché cime non troppo elevate ma favorevoli per anfratti, macigni e boschi ancora intatti, sorgevano sopra i fianchi della valle. Disse Marino, deponendo il suo pesante sacco sull’erba della riva:
– Quello a destra è il Monte Titano, e lassù voglio arrivare io: lassù scaverò la mia casa nella roccia; i pastori verranno a me ed io li convertirò alla parola di Cristo. Fonderemo una chiesa e poi una città che sarà alta e luminosa nei secoli come un faro inestinguibile di fede e di libertà.
Leo scuoteva la testa, col viso basso già scolpito fino alle ossa dal digiuno e dalla astinenza da ogni peccato. Al contrario del compagno, egli voleva fare l’eremita, vivere in nuda solitudine, nutrendosi di erbe e di ghiande, nella contemplazione di Dio.
Erano entrambi tagliapietre, e dentro il sacco portato or dall’uno or dall’altro, tenevano gli strumenti del loro mestiere: picche, martelli, scalpelli, misti alla pietra focaia, a tozzi duri di pane d’orzo e pezzi di formaggio di capra.
Marino era provveduto anche di un mantello, mentre Leo vestiva da mendicante, con una vecchia dalmatica stretta alla cintura da una corda di giunco.
Era d’agosto ed il fiume in secca stendeva appena una trama di vene azzurre sul grande letto di sabbie rosee, fra l’ampiezza delle chine coperte di quercie dalla cui marea verdone i macigni emergevano come grandi scogli. I prati ai margini delle rive, gialli e violacei per i fiori della rughetta e del radicchio, confortavano gli occhi di Leo con la promessa di un buon nutrimento. Per l’ultima volta egli mangiò il pane ed il cacio offerti dal compagno, ma rifiutò gli strumenti di lavoro che questi gli porgeva.
– D’ora in avanti il mio scalpello sarà la preghiera, martello il cilizio e picca il digiuno. E pietra da lavorare, per il grande edificio di Cristo, l’anima mia.
– Tanto meglio per me – disse Marino, che conservava l’arguzia pratica della sua razza. Raccolti quindi gli strumenti nel sacco legato con una corda di pelo simile a quella che il compagno usava per cilizio, si caricò il prezioso peso sulle spalle e sparì fra le quercie sotto il Monte Titano.
Leo andò dalla parte opposta. Non sapeva il nome dei luoghi che attraversava né della cima alla quale voleva arrivare, ma non gliene importava. Il suo mondo oramai era tutto dentro di lui, negli abissi dei suoi peccati e sui vertici della sua fede: la bellezza dei luoghi dove saliva, la finezza cristallina dell’aria, il profumo delle rose selvatiche, esistevano solo in quanto rivelavano la divinità dello spirito che li aveva creati: e quando un’allodola zampillò dal fitto delle quercie e salì dritta cantando nell’azzurro silenzioso fino al cielo, gli parve un grido di gioia dell’anima sua che salutava il Dio delle solitudini.

Al tramonto viaggiava ancora: s’intravedeva da qualche radura sull’orlo delle ripide chine la valle del Marecchia tutta rossa come una conca di corallo, con le vene del fiume che brillavano simili all’oro fuso. E di fronte il monte violetto dove saliva Marino.
Il silenzio era tale che Leo credeva di sentire, attraverso lo spazio, l’eco dei passi pesanti del suo compagno. E compiangeva il povero Marino, per il carico inutile che si era portato addosso, mentre lui saliva sgombro e leggero, senz’altro fardello che la sua carne nemica.
Sul far della sera questa gli fece sentire la fame e la stanchezza; egli continuò a salire lo stesso, finché una grande luce improvvisa sopra il bosco non gli annunziò che era arrivato alla cima.
Allora si buttò sulla nuda roccia e si addormentò sotto la fresca coltre del cielo ricamata dalle costellazioni.

La notte si fece fredda ed egli sognò di camminare ancora, attraverso una pianura coperta di neve: e grande era la sua pena, non per l’incorporea fatica, ma perché egli non vedeva la fine né sapeva lo scopo del suo viaggio. Tutto intorno era gelido immobile, senza vita, senza principio né fine: anche il pensiero di Dio si sperdeva in quel deserto polare, che era appunto come le terre informi prima che l’uomo nascesse e con lui il concetto della divinità.
Anche nel sogno, però, Leo combatteva contro gli spiriti tenebrosi che volevano distruggere la sua fede. Per tentare di scaldarsi e di sciogliere il vuoto intorno a sé cominciò ad ammucchiare con le mani la neve: ne fece un blocco, e con gioia rivide sotto i suoi piedi la terra. Il gelo però non cessava, il blocco si scioglieva. Allora egli si ricordò di Dio.
– Dammi un segno della tua potenza, – pregò, – ed io lavorerò questa neve come il marmo per le colonne del tuo tempio.
Si svegliò subito, tutto intorpidito: albeggiava, od era il chiarore della luna che imbiancava le pietre?
Egli credette che spuntasse il giorno perché già si sentiva, lontanissimo eppure chiaro, un suono di lavoro umano: ed egli lo conosceva bene, quel suono, continuo, insistente, di cui ogni battuta risuonava lasciando dietro una vibrazione sottile e luminosa come un raggio d’argento.
Era un tagliapietre che lavorava sul macigno duro.
Dapprima Leo credette che il luogo fosse abitato: che lavoratori già desti riprendessero l’opera lasciata il giorno avanti; ma poi si accorse che il suono non vibrava né sotto né intorno a lui.
Si sollevò sul masso e si tese ad ascoltare meglio. Il suono veniva nell’aria, da monte a monte, come un filo magico musicale: e Leo ne intese la provenienza.
Era il suo compagno Marino, che arrivato in cima al Titano lavorava già al chiaro di luna: e il macigno da lui battuto rispondeva come il cristallo.

Per qualche momento Leo si divertì ad ascoltare; poi il freddo lo riprese e con esso un senso di tristezza. La valle e le chine bianche di luna gli rinnovavano l’impressione del deserto di neve e del suo vano sforzo di lavorare nel nulla: e invidiò Marino che s’era portato gli strumenti e si serviva di essi, con gioia, come il poeta della sua lira.
Ricordava le parole del compagno: – L’uomo è nulla, se non è in quanto lascia fatto col suo pensiero e con la sua opera.
Anche il suo sogno gli sembrava una rivelazione di Dio. A lungo rimase così, sulla roccia, triste, avvilito. Avesse potuto accendere un po’ di fuoco! Neppure la pietra focaia e l’esca egli aveva voluto portare con sé, con la presunzione di farne a meno: e Dio forse lo castigava per questa sua presunzione, facendogli sentire il freddo in piena estate.
Si scosse e pensò ch’era ancora in tempo a ravvedersi, a rientrare, uomo tra gli uomini, nella legge dettata da Dio al primo di essi.
E poiché fra le pietre sparse intorno, alle quali la luna dava un chiarore argenteo, ne vide una che gli ricordava il blocco che egli nel sogno aveva promesso di sbozzare, gli venne un’idea.
– Marino, – chiamò nel grande silenzio lunare, – non potresti, con l’aiuto di Dio, gettarmi qualche strumento?
Il picchiare del tagliapietre cessò: come uccelli si videro volare i martelli e gli scalpelli che Marino lanciava al suo compagno, da monte a monte; e la roccia intorno a Leo vibrò al loro cadere.
Fu così che anche lui ricominciò a lavorare. Conosceva l’arte fina dei Romani e, prima ancora di scavarsi un rifugio come faceva il compagno Marino, cominciò a scolpire fregi e capitelli, sognando di costruire una chiesa.
La chiesa fu fatta, dopo di lui, e forse sono suoi i capitelli intorno al cui immoto fiorire si affissarono e vi lasciarono la loro luce immortale gli occhi del divino poeta, in pellegrinaggio da Ravenna a San Leo.