Grazia Deledda – Il vestito di seta cangiante

Lunga, onorata e proficua era stata la carriera del cavalier Brischi: proficua, sopratutto, in modo che gli aveva fruttato un magnifico appartamento in città e un grande podere modello, fra mare e campagna, con case coloniche e villa padronale: eppure egli non ne parlava mai, e nessuno dei suoi coloni, tranne forse una vecchia contadina che era stata molti anni al suo servizio, sapeva nulla del suo passato. Era un signore, e basta.
Dei signori aveva, a volte, le stravaganze, almeno agli occhi dei contadini. Certe mattine di estate, per esempio, faceva lunghe cavalcate sulla rozza del suo biroccino, tutto vestito di nero, allampanato come don Chisciotte; oppure si spingeva in alto mare con un suo minuscolo “yacht” che destava l’invidia di tutti i monelli della spiaggia: ma per lo più si divertiva a coltivare il suo giardino tutto speciale, facendo innesti, incroci di fiori, esperimenti con trovati chimici: allora si metteva in testa un turbante di alchimista: e, invero, con le sue strane forbici, i vasetti, le ampolle, gli schizzatoi, e sopratutto con la sua lunga figura triste, il viso di vecchio satiro, pareva un uomo fuori del naturale, intento a qualche misterioso rito agricolo.

Le signore villeggianti, che allungavano le loro oziose passeggiate fino al viale intorno alla villa Brischi, si fermavano davanti alla cancellata, ricca di pilastri, di palle dorate di cattivo gusto, guardando con ammirazione alquanto golosa e beffarda il giardino che, con le sue torte di aiuole screziate di fiori d’ogni tinta e orlate di erbette color marmellata, dava l’idea d’una vetrina di pasticceria: anche i ciottolini candidi e levigati dei viali parevano confetti.
Più a lungo delle altre, una di queste signore, piccola e bruna nella sua vestaglia giapponese, sotto l’ombrellino a stecche, come una gèisha autentica, si fermò un giorno, fissando gli occhi obliqui stupiti sulla figura del caratteristico giardiniere che, senza curarsi di lei, intrecciava le fronde di una pianta rampicante alle sbarre della cancellata, e pareva invero uno scimmione affacciato alla sua gabbia. Nonostante questa rassomiglianza, la donna lo guardava come incantata, e fu col suo passo più elastico e il sorriso più invitante che gli si avvicinò fino a sfiorarlo, dall’esterno della cancellata, con l’onda della manica del suo vestito.
– Signor Manuel?
Egli l’aveva già veduta e riconosciuta; ed anche con un certo senso di smarrimento; ma si dominò; anzi corrugò la fronte, sopra i piccoli occhi verdi, come cercando cortesemente di ricordarsi.
Ella gli venne in aiuto.
– Come, non mi riconosce? Sono la signorina, adesso signora Laura.
– Ah, già, già, scusi, ricordo benissimo; come sta?
– Io? Bene. E lei? Vedo che è sempre giovane, arzillo, infaticabile.
Egli sbuffava, tuttavia lusingato per i complimenti, i sorrisi, gli sguardi della piccola bella signora.
– E vedo che è diventato un nababbo, caro signor Manuel! Com’è bella la sua villa: e come incantevoli il suo parco, il giardino, la pergola! Beato lei. Deve essere proprio felice e soddisfatto. Ma se lo meritava, caro signor Manuel, anzi cavalier Brischi: io però continuo a chiamarlo come allora, si ricorda?
Egli ricordava, ma non sapeva se era contento o no che ricordasse lei.
– Ricorda? – ella insisté sottovoce, facendo gli occhi languidi, come quando si evoca un comune passato di amore, che si tenta di far rivivere. – Il suo salottino, con tutti quei fiori finti che parevano veri; e gli specchi; e le grandi riviste di mode? E l’attesa vibrante, che lei ci faceva soffrire e godere; poi l’ingresso al santuario? Una alla volta, signore e signorine! Così diceva lei; e quando la fortunata ero io, avevo l’impressione che un sultano passasse, gettandomi il fazzoletto. Ah, caro signor Manuel!
A misura che parlava, ella aveva preso davvero lo sguardo trepido e voluttuoso della favorita che attende di essere prescelta; e senza più riguardi lo destinava proprio a quello scimmione del vecchio signor Manuel. Tanto che egli la invitò ad entrare.

Ben diverso era al presente il salotto austero del cavalier Brischi, nella villa dove le contadine scalze, con un fazzoletto rosso intorno alla testa mummificata, sfaccendavano silenziose. Una di esse, la più vecchia, la più nera, si fermò a guardare con gli occhi di lucertola l’insolita visitatrice, poi proseguì, scuotendo la testa in segno negativo.
– Posso offrirle un bicchierino di menta? – domandò il cavaliere, aprendo uno stipo del salotto; ma la bella gèisha, pure accettando l’invito, anzi mandando giù d’un sorso il liquore, ripeté il gesto della contadina.
Altro che bicchierino voleva: forse quattrini, pensa il signor Manuel; ma fra di sé anche lui risponde: no, no, cara signora Lauretta.
Già scoraggiata, non del tutto però, ella riprese:
– Lei ha già capito che voglio un favore. Non si allarmi: si tratta di poco. E adesso le spiegherò. Ho fatto un matrimonio di amore. Mio marito guadagna poco, e la mia famiglia, che era contraria a questa unione, mi passa un mensile modestissimo. Ed ecco, caro signor Manuel, gli splendori di un tempo sono spenti: le belle toelette di prezzo tramontate come stelle filanti: ci si contenta di vestitini fatti alla meglio! Il tuo cuore e una capanna! Eppure io vorrei, anche per dare una soddisfazione a mio marito, fare bella figura sabato sera, alla festa dello stabilimento qui sul mare. Lei deve aiutarmi. Riconoscerà che dei bei guadagni gliene ho fatti fare anch’io. Inoltre, io le voglio bene, e lei me ne deve volere ancora. Dunque, io porto la stoffa, tutto quello che occorre, e lei mi taglia il vestito: si lavora assieme, in segreto. Nessuno ha da sapere che il cavalier Brischi è stato il più grande, il più delizioso sarto per signore: il nostro caro signor Manuel, infine. Sì, sì, mi dica subito di sì!
Parlando si era di nuovo avvicinata a lui, e gli tendeva le belle braccia, nude entro il grande calice delle maniche di seta arancione; e lasciava che le falde della veste si aprissero sulle gambe anch’esse nude. Il profumo di giovinezza e di essenza di rosa che emanava da lei come da un fiore vivo investì l’uomo, ridestandogli nei sensi il ricordo di tutto il suo passato bello e tormentoso. Gli sembrò di palpare ancora, con le dita che sembravano polipi, le sete, i velluti, le pellicce e i veli, caldi del fremito delle donne che, più o meno, oltre quella della moda, nutrivano una passione spesso colpevole: passione che gli si attaccava contagiosamente per i loro corpi e le loro vesti.
E fu sul punto di dire di sì; ma il segno beffardo e quasi misterioso della vecchia serva gli tornò in mente: e lo ripeté, identico, in faccia alla leggiadra tentatrice:
– Senta; si rimetta a sedere, ché adesso voglio parlare io. Per conto mio l’aiuterei subito, con entusiasmo. Anzi mi pare già di vederla, nella sala dello stabilimento, sfolgorare, bella fra le belle. Un vestito, ci vorrebbe, per lei, di seta cangiante: color fuochi di bengala, lo chiamavo io ai miei tempi, tra il verde, il viola, l’oro e l’argento. Adesso non so com’è la moda, ma stia sicura che il vestito fatto dal signor Manuel sarebbe il più originale, il più chic di tutti: indosso a lei, s’intende. Ed io, magari, incantato della mia creazione, ed anche di lei, – perché farebbero tutta una cosa, – verrei a vederla, come l’artista va all’esposizione per rimirare l’opera sua; e lei eviterebbe di guardarmi, non solo, ma, arrabbiata contro di me, si volgerebbe dall’altra parte: perché il suo vestito viene da Parigi, e la mia disgraziata presenza le toglie questa illusione, anzi la mette nel pericolo che qualche sua amica si degni di riconoscermi e sveli il segreto. Ed io ne soffrirei, e la mattina dopo, Dio ci scampi e liberi, tornerei alla casa di salute dove sono stato in cura due anni a causa del nervoso che i capricci, le esigenze, le pretese, le diavolerie di loro signore e signorine mi hanno procurato.