Grazia Deledda – La casa del rinoceronte

Si affacciava sopra un turbolento gomito del fiume Senio, la casa del Rinoceronte.
Il luogo era degno di lui: orrido o bellissimo secondo la stagione e l’ora: una rupe enorme, rivestita di musco verde e nero, tutta buche e scavi, asilo di rettili e di uccelli, affrontava, di là del Senio, la casaccia che, a sua volta, in fatto di prepotente antichità, e nello stesso tempo tenera, sotto e sopra i muri e gli embrici, di nidi, di parietarie, di rampicanti e persino di capperi e di vischio, pareva oramai far parte delle cose naturali che la circondavano.
Le rondini, specialmente, che forse da secoli ne avevano formato il loro luogo di villeggiatura, entravano e uscivano dalle finestrelle senza persiane, e alcune anche senza vetri; e tessevano l’incessante trama dei loro amori sopra l’orto verdiccio e lucido, che stava alla casa come lo strascico di damasco stracciato di una vecchia dama povera: ai loro stridi molli rispondevano quelli duri delle ghiandaie dalle cime della rupe, se la voce del fiume lo permetteva: poiché, a giorni, dopo solo qualche ora di pioggia, il fiume si gonfiava infuriato, mugolando come un demonio: allora ogni altro rumore taceva, e il Rinoceronte si affacciava sull’altana di legno sopra la porta della sua casa.

S’affacciava all’altana nei giorni brutti, quando cioè era sicuro che gente non vi passasse sotto. Sapeva che tutti, anche i grotteschi carbonai che scendevano dai monti, e le umili lavandaie, e sopratutto gli sbilenchi monelli che sguazzavano di qua e di là del fiume, facendo concorrenza alle trote e alle cornacchie, lo chiamavano con quel nome, senza saperne bene il significato, per la sua persona tozza, per i grandi piedi gonfi della podagra, per la sua vista corta, e infine per la sua selvatica insensibilità ai rapporti col prossimo: o forse anche per invidia della sua orgogliosa solitudine, non turbata neppure dal battagliero contatto con la parentela.
Si affacciò dunque anche quel giorno, quando, dopo ore ed ore di pioggia diluviale, sentì l’urlo amico del fiume chiamarlo. Ed era tempo che l’acqua facesse sentire la sua voce lampeggiante. Erano mesi che non pioveva: anche le bestie cominciavano a soffrire la sete, e le foglie degli alberi cadevano come in un autunno inoltrato. Ma, sull’altana scricchiolante, l’uomo non sentì il refrigerio solito dopo un temporale. Il fiume, sì, era alto, sulle sponde rocciose, e ribolliva con un colore di lava, come se davvero i vulcani spenti dei monti si fossero avvivati e vomitassero quel torrente bluastro bavoso di rabbia.
Anche il cielo, pur cessata la pioggia, conservava un colore cupo, verdastro, quasi minerale. Il vento spirava dal nord, a tratti: spingeva in là, come pecore, le onde del fiume, che non gli si opponevano: poi, quasi sdegnato per questa loro remissione, si fermava, per tornare dopo un intervallo durante il quale tutta la vallata pareva intontita per il rombo delle acque.
Anche gli uccelli si erano nascosti: solo un rondinotto volteggiava solitario e basso sull’orto mortificato dalla pioggia, e pareva cercasse qualche cosa smarrita; ma al soffiare brigantesco del vento spariva anch’esso, per riapparire nell’improvvisa inquietante sosta che seguiva.
L’uomo conosceva bene il rondinotto, perché spesso entrava nelle stanze della casa, vi faceva un rapido giro d’ispezione, gli sfiorava la testa, e se non gliela piluccava, come egli aveva letto che certi uccellini fanno col rinoceronte vero, era perché la sua insensibilità non arrivava a permettere tanto. Quel giorno il rondinotto non entrava in casa: tutt’al più si spingeva fino alla soglia della cucina, e subito fuggiva via quasi spaventato.
L’uomo, come tutti i solitari, era un grande osservatore: sentiva, anche se gli sfuggivano allo sguardo miope, le minime sfumature dei più piccoli avvenimenti, le più nascoste incrinature delle cose. In quell’andirivieni insolito e smarrito dell’uccellino leggeva come una misteriosa avvertenza: forse era morto il suo unico fratello, da lungo tempo malato di cancro, e il suo spirito, alleggerito dalla divina bontà della morte, gli passava accanto: ritornato bambino giocava nell’orto, tentava di rivedere la casa, di rientrare nel cuore del fratello. Gli occhi di questo si lucidarono di lagrime: le sue braccia si aprirono sul legno dell’altana, con un desiderio di abbraccio; e non si accorgeva ch’era lui, a ritornare fanciullo, solo perché pensava che forse il fratello aveva finalmente cessato di soffrire.

E non si stupì nel vedere che un uomo, con una cappa nera svolazzante al vento, saliva la strada rocciosa che dal paese conduce alla sua bicocca. Era l’uomo che – portalettere, usciere, messo – portava sulle carte scritte le notizie buone e cattive del mondo; pareva un grande corvo, con le lunghe gambe irrigidite da vecchi stivaloni; e, come l’uccellaccio, saltellava sui sassi della strada. Arrivato alla porta del Rinoceronte, si fermò; mandò indietro sulle spalle le ali della sua cappa e da una borsa trasse una carta dura, scritta fitta fitta.
L’uomo, sull’altana, capì d’istinto che si trattava d’una cattiva notizia, ed ebbe voglia di sputare sul messo malefico e sulle sue ambasciate.
– È una carta bollata, maledetta sia ogni sua parola scritta – pensò, scendendo ad aprire.
Nel vederselo davanti all’improvviso, il corvo trasalì: poi, nel porgergli il foglio, tentò di spiegargli amichevolmente di che si trattava: e pareva volesse scagionarsi del malanno che, come un appestato, involontariamente portava.
– È la sua signora cognata, che lo cita, per aver la parte della casa: l’ala destra, solo l’ala destra: gliene rimane, del posto, a lei, che è solo.
E guardava la casa, a destra, a sinistra, misurandola con gli occhi miti, con la buona intenzione, in fondo, di confortare il Rinoceronte: il quale, però, non aveva bisogno di conforti. Gridò infuriato:
– La casa è tutta mia, e quella vecchia bastarda non ha aspettato neppure che il cadavere del mio povero fratello si raffreddasse, per gettarsi su di me. E va bene. Ala destra o ala sinistra è lo stesso: posso cederla anche tutta, pur di non avere certi contatti. C’è di là la rupe, con le sue grotte: me ne vado là con piacere – aggiunse, con accento sincero e quasi nostalgico, mentre fissava la roccia con gli occhi rossi di collera.
– Sì, – disse infine, scuotendo il foglio come un ventaglio, per scacciare d’intorno tante brutte cose, – solo questo ci mancava, di togliermi anche la mia tana. Tutto il resto me lo avete già tolto, cari concittadini e parenti; tutto, persino il nome: ma un amico ce l’ho ancora; oh, se ce l’ho; e salterà fuori al momento buono.
Non disse chi era, né il messo glielo domandò. Dopo tutto egli faceva il proprio dovere: amici o non amici non gl’importava di nessuno; e ridiscese la strada saltellando sui sassi umidi.

Il vecchio, allora, fermo sulla soglia della sua casa, lesse sghignazzando l’atto di citazione. Era una cosa iniqua, perché il fratello aveva già avuto la sua parte di beni; ma la sola idea di andar a cercare un carnefice di avvocato gli dava un dolore mortale.
– Pigliatevi tutto – gridò, buttando la carta all’aria; e il vento, arrivato di nascosto dall’angolo dell’orto, se la portò via con impeto, la fece volare a lungo, la sbatté infine sul gonfiore del fiume: e l’acqua la ingoiò, la vomitò, più in là se la riprese come coi denti divertendosi a tormentarla. Allora il Rinoceronte vide una cosa strana: il rondinotto volò sul fiume, sfiorò le onde, quasi volesse ripescare la carta, si sollevò impotente, tornò verso la casa; infine, col guizzo di una freccia, fuggì verso la rupe.
– Signore, – gemette l’uomo, – mi pare di sognare -. E si picchiò un dito sulla testa, per svegliarsi, ricordandosi di aver letto che gli uccellini che beccano, per nutrirsi, sulla groppa fangosa del rinoceronte, fuggono davanti a lui e così lo avvertono se un pericolo lo minaccia. Ecco perché il rondinotto fuggiva: ma il pericolo egli lo conosceva già: era lì, in quella carta che ancora naufragava nel fiume; e di che altro egli poteva temere? Eppure un senso indefinibile di angoscia lo teneva fermo sulla soglia corrosa, della quale conosceva ogni ruga e che amava come una cosa viva. Sentiva che sarebbe morto, quando gli estranei, i nemici, gli usurpatori, gli avrebbero conteso quella pietra, cacciandolo via davvero dalla sua casa come una bestia dalla tana. Lentamente, appoggiandosi al muro, scese lo scalino, attraversò la stradaccia, fino al parapetto del fiume. Là si volse, e guardò la sua casa. Ala destra, ala sinistra: in mezzo la vecchia porta ad arco, con pretese gentilizie: sopra, l’altana di legno, corrucciata e ancora piangente lagrime d’umido.
E cominciò a farle dei segni, col testone grigio, con la faccia di maschera pietrosa; segni di sdegno, di minaccia, di beffa e di sfida, rimproverandole di volerlo anche lei tradire come tutti lo avevano tradito.
Ed ecco che la casa risponde: l’altana trema, trema il frontone della porta, trema la terra, sotto, con un brivido che arriva fino a lui e gli si comunica a tutte le vene.
Gli parve di sentire i lupi urlare: era il vento: la casa si mosse, dondolandosi come una ballerina prima di cominciare la danza; pareva dicesse: sì, sì. Uomo, c’è qui il tuo terribile amico, la giustizia di Dio. E l’ala destra della casa crollò, lasciando intatta la porta. Era il terremoto.