Grazia Deledda – La leggenda di aprile

Dei figli dell’Anno, Aprile era il più bello, alto, già, e nervosamente robusto, sebbene ancora in crescenza, come gli snelli abeti giovani delle radure del bosco. Bonaccione, anche, laborioso e innocente, coltivava, col padre, i campi e i frutteti tutti in fiore, e gli orti dove la tenera freschezza degli erbaggi era tale che neppure le farfalle, per non sciuparli, li sfioravano. La madre lo adorava: gli altri figli erano lontani e, aspettandone il ritorno, ella viveva solo della presenza di questo suo diletto fanciullo: tale, almeno, ella lo considerava ancora, sebbene Aprile la sopravanzasse di tutta la testa.
La loro casa era sul margine fra le terre coltivate e l’abetaia che s’inerpicava sui monti: casa comoda, sebbene contadinesca, dove tutti lavoravano e quindi nulla mancava.
Ma un giorno un velo d’ombra vi si diffuse. Aprile, dopo essere stato a messa nel villaggio, era tornato pallido e con le carni fredde come quando sta per venire la febbre: e alle premure della madre aveva, per la prima volta in vita sua, risposto sgarbatamente.
Ella fece subito, quasi con paura, il suo esame di coscienza: ma trovò che il suo maggior peccato verso il figliuolo era quello di volergli troppo bene. Eppure le pareva che il malessere di Aprile dipendesse da lei: e se lo sentiva con angoscia in tutta la persona.
A tavola, egli quasi non toccò cibo; e rispose risentito anche al padre che, al solito, scherzava e filosofava su tutte le cose.
– Sai cos’è il tuo male? Male di stagione: mal d’amore.
Aprile si alzò, respinse con un calcio la sedia e se ne andò senza più parlare. La madre parve svenire: il padre la rassicurò:
– Ma va là, sono i primi calori.

Infatti erano giornate di un caldo eccezionale. Nel pomeriggio soffiava già il vento estivo di ponente e il frutteto gettava via i suoi ultimi fiori, infastidito della loro poesia. Anche Aprile s’era tolto il suo vestito di lana e si aggirava qua e là, scarmigliato, imbronciato e inoperoso: oppure dormiva, e allo svegliarsi sbadigliava lungamente e si irritava per ogni piccola contrarietà. La madre era la sua vittima rassegnata e dolente.
Al padre dispiaceva sopratutto che Aprile disertasse il lavoro e che nell’orto, non più irrigato, gli erbaggi ingiallissero e si seccassero: però si spiegava l’umore del giovine e tentava di spiegarlo alla moglie.
– In questa stagione tutte le creature hanno bisogno d’amore. È tempo di cercare una sposa per il nostro Aprile.
Cercavano, enumerando ad una ad una tutte le fanciulle di loro conoscenza. Ma, secondo la madre, nessuna era adatta per il figliuolo: chi aveva un difetto, chi l’altro; chi era troppo povera e di cattivo lignaggio, chi troppo ricca o pericolosamente bella. Del resto, quando davanti al giovine bisbetico si parlava di queste presumibili spose, egli le scherniva, le disprezzava e le rifiutava tutte. Questo era un conforto strano per la madre; perché in fondo ella era gelosa della donna che gli avrebbe portato via il figlio.

Tuttavia Aprile era innamorato: crudamente, mortalmente innamorato. Di tutte e di nessuna.
Quella seconda domenica del mese che portava il suo nome, aveva veduto in chiesa, per la prima volta, le donne giovani del paese sgusciare dalle loro vesti scure, nonostante la presenza di Dio, come durante una di quelle antiche tregende, delle quali si sentiva vagamente raccontare. Il sangue gli urlava nelle vene, per il desiderio e l’orrore del peccato. All’uscita della messa si era fermato davanti alla porta della chiesa, guardando negli occhi, una per una, le giovani donne: qualcuna aveva risposto con lo sguardo: una specialmente, la più sfrontata e sensuale, la figlia del becchino, che aiutava il padre a seppellire i morti.
E negli occhi di lei, verdi e perlati, simili a quelli della civetta, egli aveva veduto tutto l’abisso dell’amore carnale.
Adesso questi occhi lo perseguitavano dovunque egli andava: e per dimenticarli e per ritrovarli, andava, andava, di qua, di là, al bosco, al fiume, ai prati più lontani dove il verde dell’erba pareva acqua stagnante. Ma non amava la donna: né lei, né altra. O meglio ne amava una che non esisteva, che era forse lassù nelle rovine del castello in cima al monte, ma che egli non avrebbe conosciuto mai.

– Turbolenze della sua età – diceva il padre, puntandosi l’indice sulla fronte. – Mi viene un’idea, moglie mia. Facciamo venire in casa, come servente, qualche bella ragazzina: quando se la troverà accanto vedrai che si placherà: e se qualche conseguenza ne avviene, il rimedio si troverà.
La moglie non approvava: in fondo al cuore ella preferiva Aprile irrequieto ma suo, piuttosto che sedotto da una servente qualunque. Ma poiché il marito le assicurava che avrebbe portato in casa una fanciulla di buona razza, accondiscese.
Venne la sedicenne Guendalina del boscaiuolo, che odorava di funghi, alta anche lei, con due lunghe trecce nere che, quando ella si piegava sui fornelli, ci andavano dentro e prendevano fuoco. Era ancora stordita e un po’ stecchita, è vero, con gli occhi azzurri vuoti; ma appunto per la sua innocenza piacque alla madre di Aprile. Accadde però come quando si era tentato di dare una compagna al corvo addomesticato che tenevano in casa: invece di accogliere con amore la femmina, l’uccellaccio l’aveva uccisa a beccate.
Aprile, rientrato dalle sue scorribande, guardò la fanciulla come una nemica mortale: non poteva ucciderla, anche perché la madre vigilava, ma andò fuori di nuovo, tutto in tumulto. Capiva il tranello, sentiva l’affetto che Guendalina destava nella madre, e a sua volta gli pareva di essere derubato di qualche cosa e scacciato via da un luogo che era stato sempre esclusivamente suo.

Camminò a lungo, fino alla cima del monte. Tra le rovine del castello le cornacchie si abbandonavano a un’orgia primaverile: sbucavano da ogni angolo, si facevano dispetti, si rincorrevano nell’azzurro del cielo con giovani stridi d’amore. Indispettito, il giovine si arrampicò sulle rovine, tirando sassi dentro i nascondigli, dai quali gli uccelli fuggivano spaventati.
Giunto sull’avanzo di uno spalto, sedette sull’erba che vi cresceva e guardò ai suoi piedi le chine coperte di felci, il bosco, la valle fiorita. Il mondo sembrava un giardino, ma egli vi si sentiva escluso come Adamo dal paradiso terrestre. Un dolore infinito lo avvolse: il dolore della sua impotenza ad amare, mentre l’amore rideva e vibrava anche in cima alle foglie secche delle felci vecchie. E desiderò profondamente la morte.
– Ma che anche gli altri soffrano con me: sopratutto mia madre.

Si stese sull’orlo dello spalto, supino, e chiuse gli occhi. Ed anche l’infinito occhio azzurro del cielo parve chiudersi con desiderio di morte. Le nuvole lo coprirono: dai nascondigli delle rovine sbucarono i venti, spazzando via le cornacchie come foglie nere. Il freddo incrinò l’incanto della primavera: e il lamento delle cose, giù dall’acqua del fiume fino ai cespugli che coronavano le rovine, parve il pianto per la morte di Aprile.
La madre, non vedendolo tornare a casa, andò a cercarlo. L’istinto la guidava; sentiva come la traccia dell’odore di lui lungo i sentieri del bosco e tra le felci vecchie e nuove calpestate dal suo passaggio. Il vento la respingeva, la gelava tutta; ma il suo dolore e il suo rimorso erano più forti della bufera; e vinsero le pietre delle rovine, e il terrore delle tenebre che le trasformavano in mostri. Finché giunse allo spalto dove Aprile, già freddo, bianco e duro come una statua, agonizzava. La madre si strappò le vesti per coprirlo, tentò di scaldarlo col suo alito, se lo mise in grembo come il Cristo deposto: e non piangeva, non parlava. I venti urlavano per lei, e all’alba, quando tutto si placò, le cornacchie curiose, dall’orlo delle buche, allungarono il collo per guardare il gruppo della madre e del figlio morti assieme.

Per questo la leggenda popolare dice che Aprile fece morire la madre a furia di freddo.
A consolare il padre arrivò quella mattina stessa il figlio Maggio, quello che non aveva scrupoli, che era l’amante anche della Luna, e a ogni donna che incontrava, fosse pure una vecchia bacucca, regalava un bacio e una rosa.

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