Grazia Deledda – La promessa

Coperti di stracci, abbrustoliti dal freddo, con certi scarponi che affondavano nelle pozzanghere come draghe nel porto, tuttavia sani, allegri e sudicioni a più non posso, i bambini della lavandaia se ne stavano quasi tutto il giorno davanti alla finestra bassa della cantina, dove la madre, vera figura da “novecento”, tutta ossa e ventre, con la grande faccia ovale e nivea dentro una cuffia di capelli neri ridotti a stoffa, lavava e sbatteva i panni con un fracasso da terremoto.
Ogni tanto uno dei bambini si attaccava all’inferriata della finestra e si sporgeva su quella bolgia livida di fontana in tempesta, di panni sporchi, di lenzuola attortigliate come serpenti grigiastri.
– O ma’, ho fame.
– Ecco, tesoro.
La madre si allungava e gli porgeva un pezzo di pane umido, che il bambino succhiava come un frutto. Su e giù, nelle due strade larghe, alle quali la via privata, in pieno possesso dei figli della lavandaia, faceva da ponte, passavano ragazzini impellicciati, coi guanti di lana, i berrettini rossi che ricordavano l’estate coi suoi papaveri; passavano le balie vestite di azzurro, spingendo le carrozzelle con dentro gl’infanti caldi sotto le loro coperte di felpa; e il sole, che non si degnava di penetrare nella via privata, li accompagnava benevolo; ma i nostri bambini non si curavano di loro, non li invidiavano, non li conoscevano. Avevano caldo, anche se erano intirizziti; e per esaltarli bastava un ciottolo che si sbattevano l’un contro l’altro senza misericordia; e quel pezzo di pane, e quello sguardo nero e dorato della madre, che veniva su dalla fontana come il raggio della stella nel pozzo.

E poi c’era la distrazione delle commissioni.
– Pippo, va dal fornaio e ti fai dare un pezzo di sapone: pagherò poi io.
Pippo è appena tornato di scuola, ma non intende di fare il compito. Corre più volentieri dal fornaio: i fratelli lo seguono; uno inciampa, gli altri ridono; Pippo salta la catena che sbarra l’ingresso della via privata; impone alla fratellanza di non seguirlo oltre, scompare. Minuti di trepida attesa. Tornerà Pippo? O se lo porta via quel signore grigio terribile che ruba i bambini e li sgozza in un prato? Momenti di sollievo e di pazza allegria. Pippo torna col sapone avvolto in un foglio di carta turchina. Dato il sapone alla madre, questo foglio, che ha il colore del cielo invernale, rimane di sua proprietà: ma egli deve difenderlo contro la bramosia dei fratelli, e corre su e giù agitandolo come una bandiera trionfale. Grida, risate, male parole: la felicità dei poveri è fatta di questo.

Non sempre le commissioni erano allegre.
– Pippo, va dalla signora Carlotta, e le dici così: la mamma prega di scusarla se ancora non le ha portato la biancheria, perché ha il piccolo Lello malato con la febbre alta.
Pippo andò, ma questa volta solo. I fratelli rimasero aggruppati, un po’ intontiti e freddolosi, davanti alla finestra della camera attigua a quella della fontana, dove il piccolo Lello giaceva nel grande letto comune: e contro i vetri chiusi schiacciavano il naso rosso moccioso, come fiutando l’odore di morte che saliva dalla tetra dimora.
Ma il ritorno di Pippo, il solo che, del resto, non aveva mai perduto la sua prepotente gioia di vivere, li riaccese come freddi candelini spenti. Egli agitava le mani con le dita aperte, chiudeva gli occhi per frenarne il fulgore, stringeva le labbra e scuoteva la testa con una meraviglia che rasentava lo spavento.
– Che cosa ho visto io! Che cosa ho visto io!
Ma non voleva, non riusciva a dirlo.
– Oh, abbasso le mani! Se continuate a pizzicarmi così, non ve lo dico davvero.
Gli altri insistono con violenza.
– Ho veduto un uccello che parla, ecco!
Sorpresa di tutti. Domande sopra domande. È un pappagallo? Un corvo? Una gazza? Niente, niente. È un uccello che ha gli occhi celesti, le ali celesti, la punta del becco celeste. Sta sulle scale della vecchia e stramba signora Carlotta, e saluta chi entra.
– Ma va, sarà un uccello meccanico.
– Proprio! Va a toccarlo e senti che beccate. Mi ha detto: buon giorno; poi ha chiamato il cane e lo ha deriso: gli ha detto: Lino, somaro! Lino accorre sempre che si sente chiamare dall’uccello, perché sa che allora c’è gente. Com’è la sua voce? Come quella di nostro cugino Romoletto.
Romoletto era un sordomuto, educato da certi preti.
I bambini si misero ad imitarne poco cristianamente la voce inumana, correndo fino alla porta chiusa della signora Carlotta, davanti alla quale si fermarono come prima intorno alla loro finestra. Ma ben altro il mistero che scendeva dalle scale della vecchia straniera: mistero di favola, di cose belle sovrannaturali.
Suonarono il campanello: poi scapparono, mentre una parrucca bionda appariva come una scopa alla finestra.
– Cattifi pampini, cattifi pampini!

Diventarono davvero cattivi, o almeno più irrequieti del solito. Volevano a tutti i costi vedere e sentire l’uccello, e la vecchia signora, chiusa nella sua fortezza, rappresentava per loro la strega che nasconde il tesoro. Quindi, in permanenza, davanti alla sua porta, montavano uno sulle spalle dell’altro per guardare nel buco della serratura, suonavano il campanello, lanciavano sassolini alle finestre. Finché la signora Carlotta non minacciò di buttar loro addosso una catinella d’acqua bollente. Fosse stata fredda, l’avrebbero magari accettata; ma l’acqua bollente scotta, e può far morire.
Questo lo affermò la madre, quando glielo vennero a raccontare. C’era anche il padre, anche lui piccolo e rosso come un ragazzino, col vestito chiazzato di calce e in testa il berretto di carta dei muratori. Stanco e affamato, mentre la moglie preparava la zuppa di fagioli, si aggirava intorno al letto dove il bambino malato apriva e chiudeva ogni tanto gli occhi di sorcio, e pensava che avrebbe dato volentieri metà del suo sangue per far guarire subito il suo piccolo Lello.
Ma Lello forse non era tanto malato come i genitori credevano, perché tendeva le orecchie al chiacchierìo dei fratelli raccolti intorno al fornello a carbone sul quale bolliva la pentola dei fagioli.
Si parlava dell’uccello. Di che si doveva parlare, al mondo, se non dell’uccello celeste? Anche la madre, sebbene preoccupata per il bambino, prendeva parte alla conversazione: e Pippo, invece di fare il compito di scuola, raccontava per la centesima volta la sua avventura.
– Mi ha detto: buon giorno: poi ha detto: Lino, somaro; poi ha detto…
– Ma se io, tante volte che sono andata dalla signora Carlotta, non l’ho mai veduto? – insiste la madre, anche per mettere in calma i bambini.
– Eh, si vede che lo ha da pochi giorni.
– L’uccello…
È il piccolo malato che interviene. Nel sentirne la voce appannata, la madre trasalisce come se invece del figlio fosse davvero un uccellino a parlare.
– Lello, tesoro, amore.
È sopra il bambino, ne respira il fiato ardente, ne beve le parole.
– Mamma, portami l’uccello.
Ella guarda verso la finestra. È ancora giorno, il crudo eppure roseolilla giorno di febbraio, che vuol morire e non muore, che è triste eppure ha una promessa di gioia.
– Sì, cocco mio bello, domani ti porterò l’uccello.
I bambini tacciono, quasi spaventati da questa promessa meravigliosa più di quella del crepuscolo di febbraio. Ma Lello si lamenta, anzi piange; e quel pianto senza forza, quasi senza voce, sgretola il cuore del padre.
– Maria, prova ad andare dalla signora Carlotta. Se no ci vado io e le fracasso i vetri delle finestre.
La sua voce è digrignante: par di sentire i vetri rompersi. Che soddisfazione per i bambini; che gioia di vendetta; e che speranza di vedere finalmente l’uccello!
La madre si mise le scarpette belle, quelle che aveva da quando ancora andava a ballare; si avvolse la testa nella sciarpa azzurra e uscì. Sapeva che il suo viaggio era perfettamente inutile; che la signora Carlotta non le avrebbe aperto, anche perché a quell’ora l’uccello doveva dormire: eppure arrivò fino alla porta della vecchia, e più in là ancora, fino all’angolo della strada grande, dove quell’usuraia della sora Gilda, l’abbacchiara, vendeva, nel suo buco puzzolente come un pollaio, galline e cacciagione.
E fu per chiederle uno di quei melanconici tordi morti sdraiati sul banco con le ali ancora dorate dal riflesso della loro vita felice, per portarlo al bambino e dargli ad intendere che era l’uccello addormentato. Poi tornò indietro, scuotendo la testa dentro la sciarpa. No, non è più tempo d’illusioni: neppure i bambini poveri ci credono più.
Ma la sua promessa fu tanto dolce, tanto convinta, quando sfiorò con un battito d’ali azzurre il viso del bambino: – Lellino, cocco, l’uccello dorme, poverino, non bisogna svegliarlo; ma domani te lo porterò, vedrai, parola di mamma te lo porterò… – che persino il marito, il selvaggio manovale che dall’alto dei tetti in costruzione lanciava bestemmie e parole di fango al cielo e alla terra, ci credette e se ne rallegrò.

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