Grazia Deledda – La vigna sul mare

Appena arrivata, la donna, che, non più giovanissima, rivedeva dopo molti anni il suo paese d’origine, si affacciò alla loggia sul mare; ma invece di ricordare in quell’istante il suo passato di fanciulla, ripensò al periodo di vita trascorso dal momento in cui si era affacciata a quella stessa loggia per dare il saluto di addio al paesaggio della sua giovinezza.
E sembrandole che quel periodo grigio ed arido di vita si staccasse da lei, si tolse anche, istintivamente, per un impulso quasi fisico, l’anello matrimoniale, facendolo girare intorno al dito e nascondendolo poi nel pugno. Poiché il cerchio del mare e della pianura sabbiosa le ricordava l’anello favoloso che da bambina credeva si trovasse dove comincia e dove finisce l’arcobaleno, quando si riflette e s’incurva sul mare: l’anello che una volta trovato dà la felicità. Ed ella credeva di averlo trovato, di poterlo sostituire, dentro il suo pugno, a quello della sua triste esistenza di moglie sterile.

Poi rilesse la lettera dell’uomo che da quella notte doveva essere il suo amante.
Era una specie di inno nuziale, che egli le inviava; eppure quella lettura la richiamò alla realtà nuda della vita palpabile: pensò al marito, che non l’amava, ch’ella non amava, ma pensò a lui con un semplice istinto di umanità. Completamente ignaro del tradimento di lei, egli era rimasto nel roveto ardente della città, a lavorare per tutti e due: forse anche lui, in quei giorni di libertà, si divertiva a modo suo: ma era sempre l’uomo ingannato e derubato del suo, l’uomo che la sorte deride facendogli ignorare anche il suo dolore.

Un ragazzo passò in bicicletta sotto la loggia, sulla strada di sabbia spruzzata d’erba, dove i giovani pioppi col tronco ancora fasciato di siepe, danzavano al vento lieve accompagnandosi col suono di nacchere delle loro foglie. Nell’accorgersi della signora che lo fissava, la salutò: poi sparve, rapido e dorato come un cervo, coi capelli che si scioglievano nell’azzurro un po’ fosco del mare.
Anche lei credette di riconoscerlo: ma fu un istinto. Era lei stessa che si rivedeva, adolescente, mentre trasvolava in bicicletta la riva, radendo l’acqua come un gabbiano. Un senso di gioia la travolse: le sembrò di rinascere, di essere ancora innocente, con l’anima senza carne e senza peccato: il suo amore le apparve di nuovo il primo e l’ultimo, quello voluto da Dio; e la speranza che appunto per miracolo di quest’amore ella poteva finalmente diventare madre e rivedersi davvero, un giorno, in un fanciullo come quello che l’aveva salutata, la sollevò fino al sole.
E nell’impeto di questa esaltazione quasi religiosa, per purificarsi meglio decise di scrivere al marito e rivelargli la verità.

Scrisse e andò subito alla posta per raccomandare la lettera. Alla posta, c’erano forse anche lettere dell’altro che le dovevano confermare l’arrivo di lui per la sera. Per evitare qualche antica conoscenza, ella passò nella strada campestre dove si affacciavano solo le aie ed i cortili dei contadini. Si sentiva l’odore di fumo delle loro case, il muggito dei bovi, il pianto dei bambini di pochi mesi che rassomigliava al beato grugnire dei maialini. Sui prati ai margini della strada, quadrati di frumento appena sgranato, ancora umido di linfa, stavano ad essiccare al sole. Le massaie non avevano esitato a stendere sotto il grano fresco le loro lenzuola nuove, come sotto la puerpera col suo neonato al fianco.
Qui, la donna riviveva davvero la sua mite fanciullezza. Ancora un po’ stanca del viaggio, la pesantezza della testa le dava l’impressione che i capelli le fossero ricresciuti, come li aveva allora quando percorreva quella stessa strada pallida e molle di erba secca, solcata in mezzo come un dorso d’uomo: le siepi brune e smerlate che parevano muri vecchi, i pioppi smilzi e selvaggi, i comignoli delle case campestri, conservavano, coi brandelli delle nuvole di topazio, i ricordi del suo passato; e l’aria aveva l’odore del suo alito di vergine.
Quindi arrivò un po’ trasognata al buco polveroso dove nella cornice dello sportello scuro, due occhi olivastri di vecchia ragazza la guardavano dal vuoto di un’anima povera e maligna: e prima di consegnare la lettera domandò se c’erano ferme in posta per lei.
La ragazza guardò: si rivolse, soddisfatta sotto la sua aria di noia.
– Nulla.
Allora, non un’ombra, ma il fantasma di un’ombra, simile a quelli delle nuvole dentro l’acqua, impedì alla donna di impostare la sua lettera.

Al ritorno, alla svolta fra la strada dei contadini e quella dell’arenile, ella sedette sulla proda alta al limite di un prato, per riposarsi. Dava quasi le spalle al mare, ma ne sentiva il rumore, e le sembrava che questo diventasse sempre più forte, insistente e vicino, per farsi notare da lei.
– Il mare è mosso. Strano, con quest’aria ferma e il cielo sereno – ella pensò, volgendosi.
La brezza infatti era cessata, e le nuvole scomparse: ma nell’aria grave, nel silenzio e nell’immobilità improvvisa delle cose, si sentiva alcunché di angoscioso: e il rombo del mare diveniva sempre più minaccioso come quello di un fiume in piena.
Anche la donna fu presa da un senso di angoscia: le sembrò che due mani le afferrassero le spalle, annunziandole un pericolo misterioso.
Arriverà l’uomo?
Forse egli vuol farle una sorpresa, tenerla così, attanagliata e ansiosa per qualche ora, e trarla poi meglio con sé nel vortice divino che li attende.
Verrà: egli verrà certamente. Solo la morte, egli ha scritto, può impedirgli di arrivare.
La morte.
La donna balza su, ferita da una voce che vince il fragore delle onde: una vecchia contadina nera, con un rastrello nelle mani di osso, si stacca dal turchino sinistro del mare e sale l’arenile gridando:
– Un bambino si annega.

Di qua, di là, come le mantidi dal fieno, balzarono uomini e ragazzi, tutti diretti di corsa alla riva.
Anche la donna ci andò. I tacchi alti delle sue scarpette si ficcavano come chiodi nella rena, quasi per impedirle di continuare: arrivò quindi che già una siepe umana dai colori dell’iride s’era stesa per un lungo tratto della riva.
Tutti, con la mano sugli occhi, guardavano verso un punto lontano, dove non si vedeva che il ribollimento verde e lilla delle onde: e queste, basse, cattive, arrivate alla sponda mordevano coi loro denti di schiuma i piedi nudi della folla carnevalesca e tragica; poi tornavano indietro di furia e nello scontrarsi con quelle che arrivavano pareva si comunicassero a vicenda un segreto pauroso.
Gli uomini si erano già tutti buttati in mare, fino alla zona ove questo appariva turchino: alcune donne piangevano, pur coi loro bambini stretti forte per la mano. Gridi e domande s’incrociavano per l’aria.
– Ma chi è? Ma dov’è? Ma come è stato?
Nessuno sapeva il nome dell’infelice: eppure la donna si sentiva anche lei mordere il cuore dalla voce tetra delle onde che le diceva:
– Il ragazzo è quello che ti ha salutato.

I nuotatori cercarono a lungo, invano scavando le acque implacabili. Anche le imbarcazioni erano tutte in mare.
E fu una danza macabra, coi mosconi bianchi e rossi che si sollevavano e si piegavano aprendo le braccia scintillanti dei remi, le onde che li scavalcavano con l’agilità di tigri ammaestrate, i nuotatori intorno come fantasmi liquidi.
La musica del mare continuava impassibile. Che ne sapeva, il mare, del ragazzo scomparso? Non era il mostro intraveduto dalla folla, il demone che divora gli uomini per la sola fame del loro dolore; era pur esso, il mare, un essere stravolto da una forza superiore, e che a sua volta travolgeva senza saperlo.
Ma gli occhi della folla lo guardavano egualmente con un terrore che vinceva lo stesso terrore della morte: e le donne piangevano anche per il pericolo che correvano i nuotatori.
Uno dopo l’altro essi tornarono, come tinti dal colore livido delle onde: rimasero le imbarcazioni, e furono gettate le reti delle sciabiche.
Tre volte le reti furono tirate, e i pescatori non vi colsero i pesci: solo, fra i granchi che si contraevano come piccole mani mozze ancora vivaci, fu preso un berrettino bianco che pareva piangesse.

Allora la donna sentì una misteriosa potenza di dolore, simile a quella che sollevava il mare, riempirle e trasformarle l’anima.
Le sembrò di essere lei la madre del fanciullo divorato dalle onde, ma tutto che di lei era stato fino a quel momento tenebre e morte, fosse in pari tempo scomparso con lui, succhiato a sua volta dall’angoscia sovrumana degli ultimi aneliti dell’innocente.
E si mise a piangere, come una povera cosa spremuta, come le reti della sciabica, come quel berrettino bianco che i granchi avevano afferrato per salvarsi nel loro annegamento sulla terra.
Tutto era dolore, sulla terra, nel mare, nell’aria: eppure, perché, in fondo al cuore di lei qualche cosa di salvo esultava, come un accordo timido e involontario come quello di un’arpa attraversata dal vento?
La spiegazione gliela diede la stessa vecchia nera che era stata la prima ad accorgersi dell’annegamento del ragazzo. Lei sola non piangeva: anzi disse con sollievo:
– A quest’ora è bell’e che morto. Dio l’ha con sé.
Questo era il mistero. E anche la donna, dopo il suo lungo errare, si sentiva riaccolta sotto le ali di Dio: esse le sfolgoravano attorno coi raggi del sole rifratti dalle sue lagrime.
Alla villa trovò un telegramma dell’uomo che annunziava il suo arrivo per la mattina dopo.
Ella lo bruciò, con le lettere di lui e quella da lei scritta al marito: poi si riaffacciò alla loggia.
Le ricerche in mare continuarono tutta la giornata: si perlustrò invano anche il litorale, nella speranza di ritrovare il cadavere.
Sul tardi ella seppe che il ragazzo era proprio quello da lei veduto passare sotto la loggia: non aveva madre, e il padre si era quel giorno assentato dalla pensione che li alloggiava.
Tutta la notte durò la strana burrasca, col cielo limpido, la luna e le stelle basse, con l’Orsa che pareva un carro deragliato all’orizzonte. Anche il mare era bello, verde, coi riflessi del cielo: attraverso le colonne della loggia appariva come una vigna carica di grappoli d’oro. E il fanciullo vi giocava dentro, con le ombrine e i piccoli pesci che gli si attortigliavano come anelli alle dita: giocava fra i cespugli di corallo e le siepi di alghe, avanzandosi fino alle zone di ombra violetta dove i cefali di zaffiro rosicchiavano i grappoli neri dell’uva marina: poi risaliva in alto, coi capelli scintillanti di conchiglie, gli occhi pieni di azzurro, agile e largo come l’angelo delle illusioni.
La donna, sulla loggia, era più pallida di lui, con gli occhi che le si erano aperti come le viole sotto le siepi dove cade la brina. Seguiva il gioco del fanciullo, e le pareva anzi di prendervi parte, rifatta anche lei di acqua e di luce; e quando all’alba seppe che il corpo di lui era stato ritrovato, ripartì tranquilla e ritornò alla casa del marito.