Grazia Deledda – L’arco della finestra

Notte buia, lamentosa, di vento. Notte favorevole ai ladri, poiché quelli che dormono, senza preoccupazioni per l’avvenire, nei loro letti tiepidi ben coperti, anche se sentono uno scricchiolìo nella loro camera e si svegliano paurosi, fingono di continuare a dormire, o riprendono a dormire davvero, pronti a sacrificare, per il sonno e per la vita, il loro tesoro.
Altre volte la zia Margotta faceva anche lei così: quando non aveva da sperare e da temere nulla dalla vita, si abbandonava al sonno come ad un amante dolce e fedele. Adesso le cose erano cambiate: in seguito a dissensi con la famiglia, e specialmente con la sorella ed i suoi numerosi figli discoli, la zia Margotta aveva venduto la sua vecchia casa, coi mobili e tutto, e se ne andava di nascosto, lontano, in un pittoresco monastero circondato da giardini di cedri e di alberi di rose, dove le suore accoglievano in pensione donne anziane.
Ecco finita d’imbottire la valigia, la vecchia valigia nera di famiglia, che da tanti anni giaceva come morta e mummificata in fondo a un cassone. Adesso la valigia, che è di cuoio morbidissimo, s’è gonfiata, quasi ingrassata, viva come ai bei tempi delle diligenze festose; e sta aperta sulla tavola dell’ingresso, davanti alla donna, che la guarda e pare studiarla come un libro: il libro del suo passato.
Il suo passato è tutto là dentro, nelle pagine candide della sua pudica biancheria di vecchia zitella, nelle pagine chiuse delle scatole con dentro ricordi misteriosi, nelle pagine stampate dei giornali che avvolgono la caffettiera e la tazza, dalle quali, pure abbandonate le persone più care, non ci si può staccare; e la spazzola d’argento che ha conosciuto i nostri capelli neri e le illusioni che, come banditi in una foresta, vi si nascondevano per ferirci a tradimento; e le pantofole di velluto rosso ricamate in oro, che portano sulle suole di feltro l’ultima polvere della casa perduta.

Un improvviso scroscio di pioggia che si sbatté con furore sulla casa deserta, le fece sollevare la testa.
– Così almeno cesserà il vento – ella disse a voce alta.
Perché, più che sotto la pioggia ed i lampi, aveva paura di percorrere, sola, spinta e respinta dal vento, il tratto di strada che dal paese andava alla stazione. E in quel momento le si schierarono davanti alla memoria i suoi cinque nipoti, tutti alti e vigorosi, come si offrissero ad accompagnarla e portar loro la valigia: il più insistente era Brunetto, il minore di tutti, quello che fino a pochi mesi prima era stato davvero il suo cavalier servente, in casa e fuori, devoto e affezionato, e poi, messo su dalla madre e dai fratelli, le si era rivoltato quasi con crudeltà.
– Via, via tutti – ella disse ancora ad alta voce, scacciando con la mano gli invisibili fantasmi.
Per sfuggire ai fantasmi vivi e morti del passato, ella aveva deciso di passare il resto della notte nell’anticamera che dava su una terrazza dalla quale si scendeva nel giardino: ed anche per la ragione meno sentimentale ch’ella aveva nascosto i danari ricavati quel giorno stesso dalla vendita della casa, in un luogo che i ladri non avrebbero mai potuto indovinare, ma sul quale ad ogni modo bisognava vigilare. Lo scroscio incessante della pioggia l’allarmava anche per questo: poiché gli ottanta biglietti da mille, arrotolati e cuciti dentro un pezzo di tela cerata, stavano riposti, fino al momento della partenza, sopra l’architrave esterno della porta-finestra che s’apriva sulla terrazza. Il luogo era riparato dalla loggia sovrastante, ed il ripostiglio tappato con mattoni; se però la pioggia continuava così, la sua umidità poteva arrivare al tesoro.
Per fortuna però il temporale veniva insolitamente dal nord, e flagellava quindi il lato opposto della casa: per rassicurarsi meglio ella aprì lo scurino della porta-finestra, ed attraverso le stecche asciutte della persiana vide come un confuso velo metallico ondeggiare di là dalla loggia. Ma un fragore scoppiettante ed un bagliore d’incendio la respinsero dal vetro tutta fredda di terrore. Ebbe l’impressione di aver veduto spalancarsi l’inferno.
Chiuse lo scurino e si fece il segno della croce: ma il tremito non le passò: e con lei, al continuare incessante dei tuoni e dei fulmini, tremava tutta la casa, tremava tutto il mondo.
Il più spaventevole era il boato del vento che superava anche il fragore delle saette: adesso penetrava da tutte le parti, e dava l’impressione di un’invasione d’acque, lenta ma inesorabile.
Per di più la luce elettrica, come per un ordine superiore, si spense. La donna ebbe paura, e per sfuggire a quella cecità disperata sfidò la terribile luce di fuori. Riaprì lo scurino e andò a sedersi sulla poltrona di cuoio dove già aveva progettato di passare la notte come su una barca che dal triste passato la trasportava ad un tranquillo avvenire.

Il passaggio però minacciava di essere, più che burrascoso, mortale.
La violenza di quel temporale, che durava già da qualche ora, la zia Margotta non ricordava di averla mai altre volte sentita. E sinistro, oltre allo stridore della pioggia e delle saette che pareva quello del mondo lacerato come una tela inutile, era quel boato misterioso portato dal vento, dapprima lontano, poi sempre più vicino. Ella lo ascoltava con un terrore fisico crescente: le sembrava che il mare, non lontano molto dal paese, si gonfiasse e invadesse la terra.
Chiuse gli occhi e vi mise su, forte, la mano fredda di sudore. Ma fu peggio: perché rivide nitide e ingrandite fino alla realtà certe fotografie di giornali illustrati che riproducevano le rovine di paesi lontani massacrati dai cicloni e dai maremoti di quella stagione infernale. Tutto il mondo era staffilato, più o meno, dall’ira di un Dio impazzito, o forse giustamente sdegnato. Adesso arrivava laggiù, anche nel paese in apparenza mansueto e sonnolento di virtù, ma dove pur gli uomini si abbandonavano alle passioni ed alle vigliaccherie peggiori.
D’un tratto il vento rombò anche da levante: si sentì come l’urto di lotta fra i due giganti dell’aria; era un muro che crollava. Gridi di gente che chiamavano soccorso attraversarono come uccelli spauriti il caos della bufera.
– Questa notte si muore – disse lei a sé stessa: e andò ancora accanto ai vetri, quasi volesse uscire e portare aiuto; ma adesso la pioggia batteva anche alla porta-finestra, filtrava attraverso la persiana, e al fuoco dei lampi pareva sangue: di là si vedeva un prato luccicare d’acque, come se il mare fosse davvero arrivato fino al giardino.
– Dio, aiutaci, Dio, perdona…
Non aveva più la forza neppure di muoversi: ricordava di aver sentito dire che durante i terremoti, per salvarsi bisogna mettersi sotto l’arco della finestra; un vago istinto la fermava quindi in quel cantuccio. Ad ogni modo faceva il suo esame di coscienza, e molte cose dapprima oscure le apparivano sotto una luce violenta, come scoperte d’un tratto dal chiarore quasi divino dei fulmini incessanti.
Aveva peccato anche lei. Era stata sempre egoista: aveva amato gli altri solo quando il suo amore le faceva comodo e piacere. E aveva creduto di poter pagare con danaro l’amore che gli altri le offrivano. Scoperto il gioco, amici e parenti avevano tentato di profittarne. E la cosa le era parsa mostruosa mentre era naturale.
– Ma tu, Brunetto, tu no… tu no…
Appoggiò la fronte ai vetri e rivide il suo Brunetto che frugava negli angoli del giardino per trovare qualche violetta e portargliela come il primo saluto della buona stagione. Brunetto ella lo aveva amato davvero, per lui stesso, perché era bello e buono; ed egli le si era rivoltato quasi per vendicare gli altri.

Adesso i gridi di soccorso si moltiplicavano, s’incrociavano in aria, vicini, incrinando sinistramente lo sfondo cupo della bufera. Un altro crollo: dal tetto della casa volavano gli embrici: cadevano frammenti del cornicione, porte e finestre cigolavano come spiriti incatenati.
– Bisogna morire – ella disse, sollevando la fronte, quasi rassegnata. Ma subito indietreggiò barcollando; un uomo era nella terrazza e tentava di aprire la persiana introducendo un uncino fra le stecche. Ella ripensò al danaro nascosto là sopra, e si accorse di averlo completamente dimenticato; non solo, ma di non curarsene più, come di tutte le cose terrene quando si sta per morire.
Eppure il terrore umano vinceva quello del sovrannaturale. La paura che il ladro riuscisse a penetrare in casa e la strangolasse, la faceva scivolare lungo la parete, silenziosa, come se egli, fra tutto quel fragore, potesse sentirla.
Anche lui però, d’un tratto, ritirò l’uncino e parve indeciso a proseguire nell’opera. Una saetta formidabile, simile allo scoppio d’una cannonata, faceva tremare la casa dalle fondamenta: e il fulmine doveva essere caduto sui ferri della loggia perché questa scricchiolava.
Vinta dall’istinto della curiosità e dal desiderio che il ladro fosse stato colpito, la donna si riaccostò alla porta-finestra, anche per richiudere gli scurini onde opporre una maggiore resistenza nel caso che il malandrino riprendesse la sua opera.
Il malandrino era ancora lì, flagellato dalla pioggia che dopo lo scoppio della saetta veniva giù a cascate; il vento gli aveva portato via il cappello, ed al chiarore di un nuovo lampo ella riconobbe la figura alta e già robusta di Brunetto.
L’anima le si capovolse; pensò che tutto era un incubo e cercò di svegliarsi, di opporre al sogno spaventevole la realtà serena. Ricordò che quando voleva, con un supremo atto della coscienza soffocata, svegliarsi davvero da qualche sogno angoscioso, cercava di parlare. Il suono della sua voce riusciva a destarla.
– Brunetto, Brunetto – gridò.
– Zia, zia! Oh, finalmente! Apri; la casa crolla.
Ella aprì i vetri, si sentì presa e travolta nella bufera, assieme con lui che la trascinava fuori, giù nel giardino simile ad uno stagno.
– Ho suonato tanto alla porta, per avvertirti, – egli diceva ansando, – non rispondevi; allora ho tentato di aprire lì. La casa è minacciata. Vedi!
La loggia, infatti, crollò: si sfece in un mucchio di rottami davanti alla porta-finestra rimasta aperta intatta sotto il suo arco: i denari furono sepolti.
La zia Margotta si stringeva al nipote; ne sentiva il calore umido, il fiato ansante; ne sentiva le mani che cercavano ripararle la testa; e le pareva di sentirne anche il cuore che batteva come quello di un uccello ferito che però è riuscito a salvarsi.
Ma un senso di confusione le rimaneva nell’anima. Quale era il sogno? Quale la realtà?
Se Brunetto avesse davvero picchiato alla porta di strada ella avrebbe sentito. No, anche lui forse era stato colto da un incubo; aveva creduto ch’ella dormisse e tenesse i denari dov’egli sapeva ch’ella li riponeva…
La voce di lei lo aveva svegliato. Ad ogni modo ella pensava che l’arco della finestra li aveva salvati tutti e due da un disastro irreparabile.