Grazia Deledda – Le colpe altrui

PARTE PRIMA.
I.
Para Zironi, l’ultimo fraticello rimasto fra le rovine del convento di Monte Nieddu, scendeva tranquillo il sentieruolo della foresta, andando a cercarsi da vivere poichè nessuno più pensava a portargliene lassù.
Tutti oramai credevano che gli avanzi del convento fossero stati già diroccati per ordine di uno speculatore che tagliava le foreste di Monte Nieddu: fino a qualche mese prima solo un pastore si ricordava di frate Gerolamo ancora vivo e svelto lassù come la lucertola fra le rovine, e ogni tanto andava ad assistergli la messa e gli recava in dono un vaso di latte cagliato o un pezzo di ricotta avvolto nell’asfodelo; ma negli ultimi tempi anche i pastori erano stati cacciati dalla foresta e la primavera piovosa e ventosa aveva portato la carestia nel convento.
Para Zironi coltivava nel suo orticello patate, cipolle ed altri ortaggi delicati che tremavano e si bucavano ad ogni soffio d’aria: ma l’olio e il pane? Anche San Francesco non aveva mai sdegnato l’olio e il pane.
Ed egli s’era messo in cammino con una fodera di tela per bisaccia, e i sandali rotti che sembravano di scorza d’elce diventati troppo larghi per i suoi piedi dimagriti, neri e nodosi come radici secche.
In breve la rugiada gli inumidì i piedi, i sandali e l’orlo sfrangiato della tonaca; l’aria del mattino gli rinfrescò il viso ossuto rugginoso, goccioline di vapore brillarono sulla barbetta cenerognola che pareva il musco sulla roccia: e gli occhietti verdi sotto le sopracciglia arruffate brillarono anch’essi simili a due lucciole sotto la siepe.
Questa freschezza e questa luce lo penetrarono tutto; si fermò su un ciglione, guardò in su, guardò in giù e approvò a voce alta:
– Bene! Bene!
Approvava l’opera del Signore, il bel mattino di primavera. Sopra le chiome verdi immobili dei grandi literni passavano nuvolette bianche e colore di rosa; qualcuna si attardava sulla cima scura di una roccia come un velo dimenticato; e in tutto il paesaggio verde e fresco senza fiori e sul cielo azzurro un poco velato si stendeva questo misterioso senso di abbandono e di oblìo. Nulla e nessuno aveva fretta lassù; anche il fischio dei merli e i richiami dei falchi erano lenti e tranquilli.
Sopratutto le lontananze destavano l’ammirazione del fraticello; la landa verde chiusa dal mare, disseminata di stazzi bianchi fra i lentischi, e al di là delle colline di roccia nerastra che sorgono come una linea di fantastiche fortificazioni fra il litorale e l’interno dell’isola, Monte Albo simile a una nave azzurra tra i vapori rosei dell’orizzonte: e a destra fra l’oro del mare la piramide violacea dell’isola di Tavolara.
Ma una figura umana interrompeva la solitudine ed egli si scosse dalla sua contemplazione. Era una donna anziana con una gonna nera sul capo, che raccoglieva erbe medicinali; ne aveva già oltre il grembiale colmo un mazzo in mano ancora umido di rugiada, e ogni volta che lo accresceva d’un ramoscello lo baciava religiosamente. Veduto il frate, gli si rizzò davanti meravigliata.
– Sì, son vivo! Come va, Andriana?
– Dicevano che ve n’eravate andato al convento di Fonni e più lontano ancora!
– Verrà anche quel giorno. E nel mondo, come si va?
– Come il piccolo Gesù Cristo comanda, frate Zironi mio!
– E vostra zia, la vecchia Sirena, vive ancora? E Bachisio Zanche, il suo padrone, come sta?
La donna accennò alle sue erbe.
– Sono per lui, queste. Ecco l’ispidda, la lua e la tiria: adesso vado in cerca dell’erba ‘e bentu1. Ha male ai reni, Bakis Zanche, e sta grave. Forse muore, solo e abbandonato come un vecchio mastino. Son già tre giorni che ha telegrafato a suo figlio Andrea, che si trova in Continente per il servizio militare, e ancora quello non si vede. Solo mia zia, povera vecchia serva, ha cura di Bakis Zanche.
– Povera vecchia Sirena! – disse il fraticello con un sorriso malizioso. – Adesso prenderà l’eredità, se egli muore! Da quanti anni lo serve?
– Da quaranta, credo, lodato sia Dio.
– Sempre sia lodato. E la moglie di Bakis, adesso? Sono sempre divisi?
Ma la donna strinse le labbra e con l’indice accennò di tacere. Essa non sapeva niente, essa non si immischiava nei fatti altrui. Tutt’al più commiserava il prossimo.
– Povero Bakis, povera famiglia: sia fatta la volontà di Dio. Egli dà i beni, Egli dà i mali: eppoi tutti siamo di passaggio come adesso su questo sentiero.
– È vero, femminuccia. Addio.
E senz’altro il frate, diventato pensieroso, proseguì la sua strada; ma arrivato quasi ai piedi del monte, sotto un macigno ove la leggenda fa sostare San Francesco durante una sua gita al convento di Monte Meddu, si fermò e trasse dalla manica la sua colazione: due patate cotte, grinzose e ancora coperte di cenere. E mentre le rosicchiava, piano, piano, coi denti di davanti poichè i molari non li aveva più, scuoteva la testa da un lato e pensava.
– Sì, è vero, siamo di passaggio. Ma per questo bisogna prendere tutto sul serio o bisogna sorridere di tutto? Quale è il bene e quale il male? – Da anni e anni, cioè da quando era stato a Cagliari studente di Rettorica, questi problemi gettavano ombre e luci sulla sua anima solitaria. Quanti libercoli aveva consultato per risolverli! E ancora ne consultava. Ecco infatti ne trasse due dalla manica, neri arrotolati come grossi sigari, odorosi d’aglio e di topo; svolse l’uno, svolse l’altro, li mise assieme e li arrotolò in senso inverso per farli stare spiegati; trasse dalla manica un astuccio d’osso con sopra inciso un muflone fra due felci, e dall’astuccio gli occhiali di cui un vetro era rotto.
I merli fischiavano sul lentischio sopra i macigni, ed egli piccolo e nero come una formica in quell’immensità di paesaggio leggeva il Passero solitario e leggeva i Fioretti di tanto in tanto battendo il dito sul libercolo e scuotendo la testa per approvare le cose che leggeva.
«Breve è il diletto del mondo, ma la pena che sèguita poi è perpetua; piccola è la pena di questa vita, ma la gloria dell’altra è infinita…»
«Imperò che è segno di grande amore quando il Signore punisce bene il servo suo di tutti i suoi difetti in questo mondo acciò che non sia punito nell’altro…»
Ma un grido nasale di cornacchia gli fece sollevare gli occhi al disopra degli occhiali che gli erano scivolati sul naso: pareva un grido umano beffardo eppure lamentoso, ed egli rispose a voce alta:
– Adesso! adesso!
Ricacciò tutto dentro la manica e riprese la strada. Continuò a incontrare gente, pastori che salivano a cavallo, operai che lavoravano al taglio della foresta, ragazzi che andavano a legnare, e tutti lo guardavano con curiosità e qualcuno lo salutava.
– Para Ziro, siete vivo?
– Para Ziro, vengo a tenervi la bisaccia?
I ragazzi si burlavano di lui da lontano, coi begli occhi neri scintillanti di malizia.
– Adesso andiamo su al convento e vi rubiamo le provviste!
Egli rispondeva a tutti con segni di benedizione un po’ scherzosi.
Più giù nello stradone del litorale una vecchietta che andava a lavare al torrente gli gettò una moneta entro la fodera.
– Dio vi paghi, donna.
La vecchia era sorda e credette ch’egli domandasse notizie di Bakis Zanche.
– Sì, dicono che muore: è grave.
Allora il frate invece di proseguire per il paesetto volse a nord, verso lo stazzo Zanche: ogni tanto sollevava la testa, sembrandogli di sentire ancora il grido della cornacchia, e accennava di sì, di sì. Sì, un’ombra attraversava la pace del bel mattino di maggio; sì, sì, la vecchia cornacchia, la morte, non rispetta neppure la primavera.
Ebbene, ha ragione la raccoglitrice d’erbe: Dio manda i beni e manda i mali; che ci si può fare se non rassegnarsi? Eppure egli continuava a palpare i suoi libercoli, entro le maniche, e ripeteva le cose dell’uno e ripeteva le cose dell’altro, mentre l’angolo della fodera con la moneta della vecchia gli batteva sul ginocchio. I suoi pensieri però non gli impedivano di guardarsi intorno e godere infantilmente delle cose come le vedesse la prima volta. Da una parte e dall’altra della strada gialla di polvere e di sole i lentischi ondulavano riflettendo l’azzurro e il bianco del cielo; di lontano arrivava un odore di fave fiorite e i mosconi e le api ronzavano intorno ai cespugli violetti del puleggio: un cane abbaiò sopra un’altura, un altro rispose dalla brughiera; un puledrino nero smise di poppare per sporgere la testa sottile fra le zampe della madre, e guardava pensoso con gli occhi lucidi che riflettevano il paesaggio. Come tutto questo era bello! Ed ecco sul colore scuro di una vigna quadrata il ricamo giallino dei primi germogli: il verde cupo della brughiera circonda la vigna, e in mezzo al verde le vacche rossastre scuotono lentamente la coda da un fianco all’altro come un ventaglio trasparente. Ma già appaiono i segni del passaggio dell’uomo: mucchi giallognoli di immondezza e un rivolo d’acqua sporca.
Il sentiero breve fra lo stradone e la vigna terminava davanti a un vecchio muro coperto di musco e d’erbe, così alto che al disopra si vedeva appena la linea rossa di un tetto in fondo al cortile. Appena il frate spinse il portone ed entrò nel vasto recinto roccioso circondato di tettoie sotto cui si aprivano le porticine e le finestruole di una casa bassa nerastra, il luogo si animò di stridi e d’urli; i galli dorati che piluccavano l’orzo fra un mucchio di aratri e di ruote smesse starnazzarono come uccelli selvatici; dalla legnaia volarono stridendo un falco con le ali mozze e due cornacchie addomesticate, e dalla tettoia in fondo un cane rosso e feroce come un leone si slanciò in avanti quanto glielo permetteva la sua catena rizzandosi sulle zampe posteriori.
– E che c’è? Siamo cristiani, – gli disse il frate con un cenno amichevole; ma gli urli del cane continuarono a riempire d’echi la solitudine intorno allo stazzo. Finalmente a un finestrino apparve un viso di donna mora, con le grosse labbra sporgenti e i grandi occhi dal bianco azzurrognolo; accennò al frate di aspettare e uscì fuori col grembiule colmo. Dopo che ella ebbe versato nella fodera le patate che avevano il germoglio, il vecchietto la guardò ammiccando:
– Sono venuto per vedere il tuo padrone.
– È inutile; non vuole vedere neanche i servi.
– Quelli fa bene, così vanno a lavorare. Va, prova a dirgli che c’è frate Girolamo di Monte Nieddu.
– È inutile; non ha voluto neppure il prete di San Teodoro.
– Prova, figlia! Se dice di no, dice di no.
La serva era di poche parole; tornò dentro col suo passo silenzioso e tardò a ricomparire.
– Adesso il padrone sta assopito; ma zia Sirena vi prega di entrare in cucina.
Il frate entrò, passando il più lontano possibile dal cane che s’era steso al sole coi fianchi ansanti e non abbaiava più ma spalancava gli occhi iniettati di sangue: sedette su una panca dalla spalliera alta, tra il focolare e la finestruola e si guardò attorno.
Tutto era quieto e ordinato nella cucina ampia scura col soffitto di canne sostenuto da tre archi in rozza muratura che le davano quasi un aspetto di chiesa: il forno carico di vasi di rame, di ampolle, di candelieri, rappresentava l’altare; la fiamma nel focolare formato da una lastra di granito conficcata nel centro del pavimento, pareva scaturisse dalla pietra stessa, e il fumo che usciva in colonna da un buco nel tetto odorava d’incenso: e sopra la panca stava ancora un Salterio rilegato in nero, gonfio d’immagini sacre, di cui Bakis Zanche si serviva ogni prima domenica del mese per cantare i salmi accompagnando la messa nella chiesa di San Pietro delle Immagini.
La serva mora scomparve di nuovo; ma dopo qualche momento ecco la vecchia Sirena in persona.
– Dio sia lodato.
Il frate si alzò, col libro in mano.
La vecchia sembrava una gigantessa. L’ombra del fazzoletto disegnava come una maschera sul suo viso quadrato duro e immobile; ma gli occhi turchini dalle grandi pupille nere brillavano in quell’ombra, pieni di vita, fieri e minacciosi.
– Sedetevi. Qual vento vi porta?
– Il vento di primavera, che porta appetito. Come va il malato?
La vecchia si curvò a rattizzare il fuoco con le mani ossute che tremavano lievemente; la sua gonna a righe rosse e bianche era così dura e larga che formava intorno a lei sul pavimento un mezzo pallone gonfio. Dopo un momento di silenzio rispose:
– Oggi sta meglio; è quasi guarito, a dispetto di chi gli vuol male. Se qualcuno vi domanda dite pure che per questa volta si metta il cuore in pace.
– Io non ho mai fatto l’ambasciatore, zia Sirè! Nè ambasciatore nè spia…
La donna stava per replicare quando il viso della serva giovane riapparve nel vano dell’uscio socchiuso.
– Zia Sirena, il padrone s’è svegliato e vuole il frate.
Allora la vecchia gli accennò di seguirla, e non parlò più, quasi gli ordini del padrone fossero sacri. Attraversarono un corridoio lungo e stretto sul quale si aprivano gli usci delle camere. In fondo, sotto un finestrino alto chiuso da una croce di ferro, entro una nicchia illuminata da una lampadina, un piccolo Sant’Isidoro nero, vestito di rosso come un contadino sardo, guidava, aiutato da un angioletto, due buoi incoronati di fiori e di frutta, e con una mano reggeva un mazzo di spighe.
Era l’idolo della famiglia Zanche; una panca antica addossata alla parete sotto la nicchia, lucida per il lungo uso, diceva come gli abitanti della casa sostavano a pregare davanti al simulacro: e la vecchia Sirena s’inchinò passando, prima di spingere l’uscio del padrone. Un odore di cera, di medicine e di frutta uscì dalla camera piena di immagini sacre, di lampadine accese, di armi e di sacchi colmi, illuminata da una finestra che dava dietro la casa, sulla brughiera; sul lettuccio di legno il malato tentava di alzarsi mettendo fuori della coperta le enormi gambe muscolose e pelose e puntando le mani scure sul lenzuolo di lino.
– Compare Zanche! – gridò il frate, mentre la serva correva a rimettere giù e ricoprire il padrone, il quale si dibatteva e gemeva, col collo grasso e il largo volto gonfi pavonazzi tra un arruffio di lunghi capelli argentei.
– Sto benone, – gridava, puntando i pugni sul petto della serva, e volgendo i vivi occhi neri al frate. – Non voglio scappare, no, ho corso abbastanza: ma ho caldo, malanno mortale; mi sembra d’essere alla mietitura.
Mise di nuovo fuori il piede gigantesco, ma il frate fu pronto a ricoprirglielo.
– Buono, buono, compare Bakis!
– E sedetevi, allora! Tanto non crescete più. Come vi siete invecchiato! Eh, passa, il tempo, e non si può legare come un puledro!
Il frate sedette e gli prese la mano.
– E che sentite adesso che la stringete così? È calda, sì: ma non sono stato sempre caldo bollente, io, che una palla trapassi il fegato a chi mi vuol male?
– Silenzio! Basta con le imprecazioni. Ma il malato si agitava sempre più.
– Perchè dovrei essere freddo, adesso? per un po’ di male ai reni? Ne abbiamo avuto, di mali, ai reni, ai fianchi, alla testa, e non siamo crepati. Ebbene, vecchiona, vattene, – urlò – va a filare in cucina e non lasciar entrare nessuno.
E siccome la vecchia gli rimboccava le coperte e gli tastava il polso entro il quale pareva scorresse davvero un ruscello bollente, egli sollevò le ginocchia e sul lettuccio si formò una piccola montagna.
– Da tre giorni così – sospirò la donna. – Eh, sì, vado, vado! Se morrete voi non morrò io.
– Alla forca! Tu non muori, no, sei a prova di fuoco, vecchia come una strada. Ebbene, – disse quando la serva se ne fu andata – avete il crocefisso, compare Zironi? Voglio confessarmi. Finalmente quella baldracca della morte è qui.
– Che modo di parlare è questo? Se continuate così non vi confesso, no – disse il frate traendo dalla manica un piccolo crocefisso di metallo.
Allora Bakis Zanche diventò pallido e cercò di chetarsi; ma in mezzo alla barba ricciuta le sue labbra livide tremavano e dal suo petto velloso e dalle braccia grosse come tronchi esalò più forte un odore di febbre, un calore che pareva si spandesse per tutta la camera.
Il frate appoggiò il gomito al letto, l’orecchio alla mano e cominciò a pronunciare le formule per la confessione: un moscone battè sui piccoli vetri polverosi e in lontananza vibrò un grido di cingallegra. Il mondo era lontano, lontano e bello sotto il cielo di primavera; e il vecchio proprietario, abbassate le palpebre violacee, ansava come un gigante vinto, rievocando il passato e umiliandosi solo davanti al fraticello che era l’intermediario fra lui e Dio.
– Ricordarmi i peccati principali, dite voi? E chi se li ricorda? Tutti, li ho commessi, grandi e piccoli; li sento qui, sulla testa, pesanti come pietre. Ma dell’esistenza di Dio non ho mai dubitato, che egli mi castighi se mentisco, che egli mi castighi nell’altra vita come mi ha castigato in questa…
Dopo che egli ebbe confessate tutte le mancanze contro i Comandamenti, il frate disse sottovoce:
– Adesso bisogna toccare un argomento per voi doloroso; ma è necessario. Voi avete un peccato grande… compare Bakis, voi sapete…
Bakis Zanche allora si scosse di nuovo, tutto, tentando di sollevarsi, e un’espressione di scherno feroce gli contrasse il viso.
– Ah, fraticello mio, di quello non mi pento! Se Dio vede ed è giusto non mi tirerà fuori questa storia, il giorno del Giudizio. Ebbene, malanno a tutti, lasciatemi parlare. Io avevo venticinque anni più della donna, è vero; ma non lo sapeva forse, quella pezzente? Del resto, ero forte, sembravo un gigante; qual era il cavallo indomito che io non montavo? può dirlo il fattore del mio predio di Santa Maria a Mare, lui che è mio fratello di latte; può dirlo Sirena, tutti possono dirlo: io sembravo un leone giovine e forte. E il toro, forse non lo prendevo per le corna? Eppoi la donna lo sapeva. Perchè sposarmi se non voleva restare una buona moglie? Ma ella era una pezzente, una che andava a raccogliere erbe ed a raccattare legna. Non aveva casa nè contrada; figlia di servi era, e serva doveva finire. Il mio torto è stato questo, compare frate, così il fulmine mi sfiori, questo il mio peccato mortale, di non aver sposato una donna della mia condizione. Ma io era un uomo di cuore. La mia prima moglie, Anna Rosa Manunta, quella, sì, era una vera donna, della mia condizione, pari a me: edificò la mia casa, ma ebbe un solo torto, non mi diede figliuoli. E quando ella morì io rimasi solo in questa grande casa ove una donna era necessaria come il guardiano alla vigna. Mi fossi contentato di Sirena, che era qui da tanti anni ed era stata come la mia prima moglie. Oh, mi fossi contentato di lei e l’avessi sposata, anche non amandola più, per scontare con lei il nostro peccato. Invece caddi come l’allodola nella pania e sposai una ragazza povera, una povera figlia di servi, e la sollevai fino a me. Era bella, ecco tutto: peccai ancora carnalmente, sposandola. Ma era anche taciturna e religiosa anche: questo m’illuse. Perciò più tardi io dissi a mio figlio Andrea: non fidarti delle donne che sembrano serie; son peggiori delle altre. Egli perciò scelse per fidanzata una ragazza di carattere allegro, spensierata e ridente, benedetti entrambi sieno; voi la conoscete, compare Zironi: è Vittoria Zara, figlia della mia parente Pietrina. Con Pietrina non siamo mai andati d’accordo, ma Vittoria è una buona bambina, allegra come l’allodola dei campi, siano benedetti entrambi, lei e Andrea mio. Ebbene, – proseguì, mentre il suo viso che nel parlare di Vittoria s’era illuminato di gioia si oscurava di nuovo al ricordo dell’altra – la donna, malanno la impicchi, stette buona e sottomessa due anni; era gentile e timida; obbediva anche a Sirena. Nacque mio figlio Andrea, e lo stazzo parve allora un luogo d’incanto: tutto andava bene, io non avevo nemici, non odiavo nessuno. Pareva che il diavolo si fosse dimenticato di noi. Ogni prima domenica del mese andavo a San Pietro delle Immagini a cantare i salmi e dicevo: sia lodato il Signore per le sue grazie ad un peccatore come me.
«Ed ecco il piccolo Andrea aveva due anni e già saltellava come un capretto e batteva le manine ogni volta che vedeva un cavallo e voleva montarci su, quando una mattina tornando da San Pietro incontrai un amico che mi disse:
« – Dà retta a me, Bachisio Zanche; caccia via dal tuo stazzo il più giovane dei tuoi servi; caccialo via come un cane rognoso e chiudi bene la siepe.
« – Perchè, è un ladro? – domandai. Ma l’amico non volle dirmi altro: e come una nuvola d’autunno si posò sul mio capo. Quanto tempo farneticai e spiai, ma sempre zitto come deve essere un uomo forte! Non scoprivo nulla; finchè un giorno Sirena mi disse che voleva andarsene, senza spiegarmi il perchè. Mia moglie era incinta, più taciturna e finta che mai. Ah, il diavolo s’era destato e ronzava attorno alla mia casa. Imposi a Sirena di restare, e non le chiesi altro. Ed ecco un giorno dissi che andavo a Terranova per comprare un cavallo e invece mi nascosi come un ladro dietro la mia casa e attesi. Tutti i peccati li scontai in quell’ora di ambascia! Raspavo la terra con le unghie come un cavallo e la bava mi colava dalla bocca: finalmente il Signore mandò sulla terra l’ombra della notte ed io penetrai nella mia casa come il ladro vile, curvo su me stesso, boia di me stesso. Mi arrampicai sul tetto, dalla parte dell’orto, e di lassù li vidi assieme, sì, padrona e servo. Ah, ch’io non ricordi quell’ora di morte! Erano nel cortile, maledette siano per sempre le loro viscere, sulla panchina accanto alla finestra. Io urlai e sparai, mirando l’uomo. Egli fuggì, come un cane che era. La donna taceva, anche in quell’ora: e tacque sempre, anche dopo, quando la cacciai via e le imposi di non far riconoscere per mio il figlio della sua colpa. Sì, la cacciai via, me la raschiai di dosso come si raschia la lebbra: che dovevo fare? L’uomo morì ed ella ritornò serva com’era nata; ed io vissi con mio figlio, gli feci da madre, gli insegnai a non calpestare nessuno ma anche a non lasciarsi calpestare. Mah!… – ansò portandosi un pugno alla bocca e facendo atto di morderlo. – Andrea crebbe più di sua madre che mio. Andava di nascosto da lei, amava il bastardo, e fin da ragazzino diceva a Sirena, poichè non poteva dirlo a me: mio padre dovrebbe riprenderli in casa e dimenticare. Io? Dimenticare? Perdonare, sì, dimenticare no: come posso dimenticare, se mi hanno divorato le viscere? Come, domando a voi, che siete pure uomo. Perchè io l’amavo, la donna: la portavo come una moneta sulla palma della mano. Se ella avesse tentato di uccidermi mi avrebbe offeso meno.
«Ma queste cose il ragazzo non poteva capirle, – proseguì, chiudendo gli occhi, stanco del lungo parlare – non che sia cattivo, Andrea, ma strano anche lui lo è. È venuto su come un orfano, perchè è la madre che getta il buon seme, e la madre era lontana. Da bambino era religioso, fin troppo: sembrava un agnellino; e veniva con me, in groppa al mio cavallo, a San Pietro delle Immagini, a cantare i salmi: tutti si volgevano a guardarlo. Ma poi mutò: mi scappava di casa per cercare sua madre e il fratello bastardo e allora i miei parenti e i miei cugini mi dissero: mandalo fuori, lontano, per togliergli queste idee di mente; fallo studiare, diventare prete, dottore, tu che hai mezzi. E lo mandai a Nuoro, lo mandai a Sassari. Feci bene? Feci male? Non lo so. So che egli ritornava ogni anno peggio di prima. Sempre a leggere, a farneticare sui libri, a dire cose stravaganti. L’autunno scorso dovette partire per il servizio militare, per il quale ebbe la proroga come l’hanno gli studenti: adesso ha ventisei anni, ma è ancora come un bambino; non capisce nè il bene nè il male, o peggio ancora, confonde l’uno con l’altro. E non crede più in Dio: questo è il malanno. Meno male che ha trovato Vittoria; essa è come una palma, agile e forte: lo guiderà e gli farà ombra…
– Tutto questo va bene – disse il frate immobile, triste. – Dio penserà ad Andrea: pensiamo a voi, adesso, compare Bakis; voi siete sulla strada verso il mondo della verità. Buttate via ogni fardello, alleggerite l’anima vostra… Vi siete abbastanza vendicato imponendo alla donna una vita di servitù e di vergogna, imponendole di far figurare anche davanti alla legge suo figlio come un bastardo…
Ma l’uomo spalancò gli occhi minacciosi.
– Frate Zironi, che volete da me? – disse sorpreso e indignato. – Non ho confessato tutto? Di che devo alleggerirmi ancora se non del peso della vita? Datemi l’assoluzione o andate a impiccarvi!
E di nuovo chiuse gli occhi, arrotando un poco i denti e stringendo fra le grosse dita il piccolo crocifisso quasi volesse schiacciarlo.
II.
A mezzogiorno Andrea non era ancora arrivato.
I servi mangiavano in cucina, chiacchierando sottovoce, e uno di essi, Pancraziu, anche lui scuro in viso come un arabo, si volgeva a Ignazia, la serva giovane, incitandola a scherzare.
– Sei triste e seria, sì, ma intanto vorrei sapere cos’hai fatto col frate stamattina dietro il portone quando lui se ne andava. Odori di topo come lui.
– Zitti – disse il servetto della fidanzata di Andrea che era venuto a prendere notizie. – Ecco il frate che ritorna: è stato al paese, perchè? Ha una cosa in mano sotto un fazzoletto bianco. Ah, frate Zironi, salute! Vi abbiamo veduto stamattina con una donna in riva al torrente. Ah, anche voi siete come i frati maligni dei tempi antichi…
Ignazia s’inginocchiò mormorando:
– Porta la comunione al padrone – e gli uomini si tolsero la berretta inginocchiandosi anch’essi; il servetto allora tremò tutto, col viso contro il muro, pensando che aveva scherzato mentre nella cucina passava il Corpo di Nostro Signore.
Si fece un gran silenzio in tutto lo stazzo; e un senso di attesa, calma e religiosa, una rassegnazione ai voleri di Dio parve quetare uomini e cose.
Qualche viandante si affacciava al portone per domandare notizie del malato.
– Sta meglio di voi e di me – rispondeva la vecchia Sirena.
– E Dio lo voglia!
Ed ecco Andriana, la donna delle erbe, con un piccolo boccale nero coperto con una foglia. Fu subito ammessa nella camera del malato, ma Ignazia, rimasta in cucina col frate, protestò.
– Io non glielo farei bere, il decotto delle erbe, no! Non si sa mai che erbe sono: può esservi in mezzo anche la sardonica. Ah, Signore, se arrivasse il padroncino. Il cane rosso abbaia: sentite!
Sospirò e si slanciò verso l’uscio come decisa a impedire qualche cosa; subito però tornò indietro rassegnata e silenziosa, avvicinandosi ogni tanto al portone per scrutare la lontananza.
I servi lavoravano nella vigna, e nel silenzio del chiaro pomeriggio, quando il cane taceva, s’udiva il tinnire della zappa contro le roccie e qualche grido lontano di uccello: il sole cadeva sopra la linea turchina dei monti e le ombre si allungavano sulla brughiera luminosa.
Andriana tornò in cucina e fissò negli occhi del frate i suoi occhi melanconici.
– Sia fatta la volontà del Signore, Bakis Zanche ha la febbre alta. Bisognerebbe avvisare Vittoria Zara.
Allora frate Zironi s’alzò e si avviò un’altra volta. Seguiva un sentiero fra le macchie, al di là del torrente che corre parallelo allo stradone; a poca distanza di uno stazzo bianco circondato di un recinto di siepi e di fichi d’India si fermò indeciso, ma subito scosse la testa e riprese a camminare verso il paesetto.
Ed ecco la casa di Vittoria Zara, stretta e nerastra come una piccola torre, in mezzo a un campo di fave illuminato dal tramonto. Un tronco irsuto di quercia coperto d’edera gettava la sua ombra sul piccolo spiazzo circondato di giaggioli dai grandi fiori di velluto violetto, e al di là la strada si slanciava fino al paese, bianca e dritta in modo che il campanile, in mezzo ad un gruppo nero di casupole, pareva lì vicino, col sole che tramontava sulla sua cima e la campana lucente come fosse d’oro, con la corda nera penzoloni.
Una ragazza alta dai lunghi occhi verdognoli un po’ obliqui e le larghe trecce nere lente sul collo olivastro, sbatteva una sottana davanti alla porta e cantava a mezza voce. Era così flessuosa che ad ogni movimento pareva si allungasse e si abbassasse, con qualche cosa di serpentino nella persona di cui il corsetto nero e la sottana pieghettata con un alto bordo violetto disegnavano le forme agili. I giaggioli intorno, il colore del suo nastro, il tronco lucente d’edera a fianco della casetta a torre, lo sfondo della brughiera e del paese sull’orizzonte d’oro, parevano creati apposta per dare maggiore risalto a questa figura di giovinezza e di gioia.
Frate Zironi s’avanzava guardandola come la mattina aveva guardato il panorama dalla montagna; e a sua volta ella gli sorrideva di lontano, con gli occhi voluttuosi, coi bei denti scintillanti nel viso scuro e fino, e sventolava la sottana per salutarlo.
Egli rispose al saluto con enfasi, sollevando le mani con le palme rivolte a lei:
– Dio è grande ed è padre amoroso dell’uomo se per sua delizia e per abbellire il mondo dà vita a creature come Vittoria Zara. Il sole? Le stelle? I fiori? Gli uccelli? Le fontane? Sì, sono cose belle, danno luce e profumo; sì, va bene, ma che cosa contano davanti a una creatura i cui occhi brillano come quelli di Vittoria Zara? Sia dunque lodato Dio.
– Sempre sia lodato! – disse Vittoria, mostrando con civetteria tutti i suoi denti di perla. – Frate Zironi, Frate Zironi! Finalmente vi si vede! portate il buon tempo come le rondini, cuor mio. Venite, venite; dove avete lasciato il cavallo? Venite, vi darò il caffè, vi darò tutto il cuore. Siete stato allo stazzo Zanche? Il nostro servetto, tornato poco fa, dice che zio Bakis è quasi guarito.
Egli ricordò che portava cattive notizie ed ebbe rimorso di offuscare la gioia di lei.
– Sì, pareva stesse bene, ma dopo mezzogiorno è tornata la febbre alta. Bisognerebbe che una di voi andasse là finchè non arriva Andrea, per non lasciar solo il malato così in mano alle serve.
Il viso di Vittoria si oscurò e la sua voce modulata si fece triste.
– Speravo non occorresse far tornare Andrea. Verrò io, adesso, appena mia zia Zizza torna dalla fonte. Venite, vi darò da bere.
La cucina era pulita e in ordine come una stanza da ricevere: una sacra immagine nera su fondo d’oro stava attaccata allo sportello dell’armadio; una pianticella di clematide si arrampicava all’inferriata della finestruola nel cui sfondo, fra l’ondulare argenteo del campo di fave, i fiori dei giaggioli brillavano come vasetti di cristallo viola.
E sul davanzale interno della finestra una fisarmonica rossa e verde coi tasti simili a bottoni d’argento ricordava al frate una sera di estate in cui aveva sentito Vittoria, seduta sul limitare della porta, suonare lo strumento facendolo vibrare come un’anima in passione. Fin dallo stazzo Zoncheddu là in fondo al sentiero i ragazzi erano corsi ad ascoltare; e gli uomini che tornavano dal lavoro e i pastori fra le greggie in riva al torrente, e persino i cespugli intorno parevano vinti dall’incantesimo che si spandeva con la melodia appassionata e nostalgica, così violenta di gridi, di lamenti, di gemiti, d’invocazioni e di pianto, ma il tutto come coperto da uno scroscio eguale sempre uguale d’acqua che smorzava ogni cosa.
E prese in mano lo strumento che gli sembrava una scatola magica sigillata d’argento, mentre Vittoria gli diceva dalla stanzetta attigua:
– Mia madre è sempre là, nel nostro orto dietro il paese: lo coltiva da sè, e torna a casa solo la sera. È una vera passione, la sua.
– Bene – disse il frate, rimettendo la fisarmonica sul davanzale. – A me il vento ha rovinato tutto. I piselli son fioriti ma piangono; e i cardi, poveretti loro, bruciati senza sole. Se tua madre mi regalasse un po’ di pianticelle di lattuga?
– Non ve lo garantisco, cuor mio! Ne è così gelosa! Vuol più bene al suo orto che a me. Bevete, para – ella disse tornando in cucina col vino. – Bevete, Dio vuole. Dio è buono, vero? Voi lo conoscete meglio di me. Dio perdona, quando non facciamo il male. Che ne dite?
E come egli la guardava fisso, ella ne sostenne lo sguardo con gli occhi spalancati, con le pupille che si dilatavano e si restringevano come per un senso di paura; pareva volesse dirgli: sì, discendete in fondo all’anima mia, – ma col terrore ch’egli lo facesse.
– È da tanto che non ci vediamo – riprese abbassando la voce. – L’estate scorsa venivate spesso, ricordo, stavate qualche sera con noi, lì al fresco, ed io suonavo. Bei tempi, para! Venivano le donne dal paese e anche dallo stazzo Zoncheddu; persino Mikali Zanche, veniva… Che allegria, allora! Mi pare siano trascorsi cento anni… Perchè mi guardate così, cuore mio? Che avete fatto voi tutto l’inverno, solo lassù? Anche a me piacerebbe vivere così in un convento, sola, e pregare, pregare, e patire, patire, patire, perchè i nostri peccati sono grandi, frate Zirò, e noi non abbiamo paura della morte, frate Zirò.
– Si direbbe che tu mi fai una predica! – egli disse, restituendole il bicchiere. Ed ella rise, grattandosi sulla testa una gonna a modo di scialle, e guardandosi nel vetro della sacra immagine.
Ombre e luci passavano sul suo bel viso di oliva; si volse e sorrise al frate come volesse tentarlo, poi uscì fuori e guardò di qua e di là, frugandosi in tasca e toccandovi dentro qualche cosa che doveva pungerla perchè una contrazione di dolore la costringeva a morsicarsi il labbro inferiore.
D’un tratto balzò dallo scalino della porta e volò incontro alla zia nana e gobba sotto la gonna nera buttata sul capo, che veniva su dal campo con un’anfora di acqua. Il frate s’alzò e le vide confabulare sottovoce: Vittoria, alta come la zia con l’anfora sul capo, le aveva afferrato le braccia e la teneva immobile; la gobbina accennava di no, di no, col visetto fino di cammeo ove brillavano due strani occhi rotondi, uno nero l’altro verde; finalmente parve convinta perchè si lasciò portare via l’anfora e tornò indietro: e Vittoria chiuse la porta, mise la chiave sotto una pietra e disse al frate:
– Andiamo. Zia Zizza va ad avvertire mia madre, poi ci raggiungerà. – E precedendolo cominciò a parlare, a parlare, come eccitata da un bisogno prepotente di confidarsi con qualcuno.
– Tutti dicono che io sposerò Andrea Zanche per la sua roba; ma non è vero, vi giuro in mia coscienza, frate Zirò, quando io l’ho accettato non pensavo alla sua roba. Egli non è bello; è basso di statura, ha gli occhiali, a volte, perchè soffre d’occhi, ma a me non importa, questo: quando l’ho accettato mi sembrava bello e alto come un pinacolo. E adesso? cosa si dice di me, para? Ditemelo. Potete parlare liberamente; io capisco tutto.
Si volse e lo fermò: tornarono a guardarsi, ma egli che indovinava già il mistero dell’anima di lei, disse piano:
– Io vengo dal Monte, Vittoria. Sei tu che devi dirmi le cose del mondo!
– Sentite. La gente dice che io sposo Andrea Zanche per i denari. Non è vero. Io sono allegra, spensierata, e so che i denari invece rendono la gente infelice. Vedete loro, i Zanche? La donna aveva sposato il vecchio per la sua roba e subito lo tradì e accadde la sciagura. Mio padre e mia madre, invece, erano poveri ma si amavano e furono felici, tanto che ancora oggi mia madre vive solo nel ricordo di mio padre: e così, sebbene ella sembri triste, è felice, perchè spera di ritrovare mio padre ad attenderla sulla porta dell’eternità! Io non sono una stupida, para. Ho studiato, potrei fare la maestra, ma d’altronde non occorre saper leggere e scrivere per capire le cose. Da bambina il fatto dei Zanche mi faceva tanto pensare; io andavo apposta nello stazzo Zoncheddu, lo vedete laggiù bianco come una casetta di neve? andavo apposta per vedere zia Marianna cacciata via di casa da suo marito e ridotta a fare la serva. Che impressione mi faceva quella donnina sciagurata! Sì, con lei, amica di mia madre ai suoi tempi, noi siamo state sempre in buona relazione, ed io giuocavo nello stazzo con Mikali, il bastardo, e con Maria Battista Zoncheddu, una ragazza che ha il padre condannato all’ergastolo ed è stata raccolta nello stazzo dai suoi parenti come un’orfana. Qualche volta veniva, di nascosto del padre, anche Andrea. Ebbene, egli mi faceva pietà più di quelli altri due: era più disgraziato, benchè avesse la roba. E così l’ho considerato sempre, disgraziato; sì, a voi lo posso dire: quando egli, ultimamente, veniva a casa nostra e stava lì ore e ore e non si decideva ad andarsene mi faceva pietà come un viandante che non ha casa e si riposa in qualche luogo ospitale. Così, para: voi, anche, capite tutto.
Con le mani entro le maniche egli camminava a testa bassa e accennava di sì, ma come rispondendo a qualche sua interna domanda.
– Così, para, vi dico. Con zio Bakis, sebbene parenti, non siamo andati mai d’accordo. Egli non ci perdonava la nostra amicizia per la moglie, e intentò persino una lite a mia madre, povera vedova, per la scusa dell’acqua che dal nostro orto deve scorrere in un suo terreno attiguo. Mia madre però, bisogna dirlo, è una donnina di pasta dolce ma dura: non si piega, non perdona. Noi non andavamo mai da zio Bakis, nè egli venne mai da noi; e Andrea con noi non parlava mai di lui. Anche mia madre è taciturna. Ma ecco, l’anno scorso, si andò alla festa di San Paolo a Monti, con le Zoncheddu, mia zia, Andrea. C’era anche Mikali, il bastardo, ma pareva lui il padrone della compagnia. Portava alle corse due puledri domati da lui, perchè fa anche il domatore, per divertirsi, e vinse i premi. Andrea era allegro, in nostra compagnia, e rideva con noi come un fanciullo. E al ritorno ci pregò di passare nel suo stazzo, io e mia madre, e Bakis Zanche ci accolse con festa. Un servo aveva la fisarmonica ed io suonai, nel cortile. Andrea mi sedeva accanto, mentre zio Bakis scherzando ballava con zia Zizza, lui come un gigante, lei come una nana. I servi ridevano: ma Andrea mi guardava, pallido, con gli occhi pieni di lagrime. Mi misi a piangere anch’io, mentre pure suonavo, e le lagrime mi cadevano sui tasti. Così egli poi, mi disse che mi amava, ed io promisi di sposarlo. Zio Bakis venne a fare la sua domanda prima che Andrea partisse per il servizio militare. Adesso la gente mormora; dicono che io sposerò Andrea per la sua roba… Ma io voglio rendergli la sua parola, perchè non so fìngere, perchè è vero che non lo amo… perchè se sono costretta a fingere mi sento soffocare come se un malfattore mi aggredisca mettendomi una maschera sul viso…
Il fraticello non pareva sorpreso: sollevò il viso, la guardò precederlo sempre rapida e lieve, guardò il cielo tutto d’oro sopra i monti violetti, riabbassò gli occhi chiudendoli come abbagliato dalla luce.
– Vittoria, figlia d’oro, – disse piano – sì, bisogna vivere senza maschera.
Ella si volse di botto, lo fissò ansando lievemente; parve volesse parlare ancora, ma d’improvviso si chiuse i lembi della gonna sul viso, come per nascondersi, per raccogliersi in sè, e riprese a camminare più in fretta.
La gobbina li raggiunse presso lo stazzo Zoncheddu.
– Ebbene, a momenti mia sorella Pietrina mi bastona, lei così tranquilla. Non voleva che Vittoria venisse allo stazzo. Dio sa perchè! Ma come corri. Vittoria, cuor mio! Sei come la fiamma; vai per la tua strada e non ti importa di nulla.
Vittoria infatti correva, precedendoli sempre; arrivata al piccolo cancello di rami che si apriva sul sentiero assiepato nello stazzo Zoncheddu, sventolò un fazzolettino rosso che poi arrotolò e consegnò ad un ragazzetto scalzo venutole giù incontro di corsa.
Da quel momento fu più tranquilla; camminò coi compagni e non parlò più. Arrivarono allo stazzo Zanche ch’era già notte: grandi stelle brillavano sul cielo violaceo e l’odore del cisto dava all’aria una dolcezza voluttuosa; tutto era silenzio intorno alla finestruola illuminata del malato, e i servi sedevano anch’essi insolitamente taciturni sotto la tettoia; d’un tratto però l’urlo rauco del cane rosso tornò a riempire d’echi la solitudine.
Invano Pancraziu gli diede un calcio: il cane si leccò la parte dolente ma non smise di abbaiare.
– Chi è? la Morte? – domandò il malato alla vecchia serva, sforzandosi ancora a parlare aspro, sebbene la baldanza solita lo avesse abbandonato e un ansito affannoso gli sollevasse il petto. La febbre cresceva: curva sul lettuccio in disordine zia Sirena sentiva un calore di forno esalare dalle membra di lui rudi ardenti come tronchi accatastati sul focolare.
Ma quando il fruscìo delle vesti di Vittoria attraversò come un soffio la camera e il viso di lei chiuso fra i lembi violetti della gonna si curvò sul letto, tutto intorno parve sollevarsi; la serva si scostò per lasciarle il posto e l’uomo le chiuse la mano nella sua e l’attirò a sè respirando forte come per imbeversi della freschezza di lei.
– Figlia! Figlia! Andrea non è venuto ancora, ma tu sì, ma tu sì! Tu, sì, vuoi bene a zio Bakis… tu, sì, notte di primavera!…
Vittoria si mordeva le labbra per non piangere.
– Zio Bakis mio! Vi credevo guarito, io, se no sarei venuta prima. Mia madre non voleva.
– Che fa quella faina? Siediti, Vittoria; non ti lascio più andare… Sì, adesso guarirò perchè tu sei venuta.
Ella sedette, senza poter liberare la sua dalla mano di lui.
Una gioia febbrile lo agitava: rise, col riso velato del delirio, e disse alla serva:
– Vedi, vecchiona? Ti sei fatta subito gelosa. Che occhi fa! Sì, questa è la piccola padrona e tu devi obbedire a lei e tacere. Adesso va: fa cuocere le uova con le salsiccie, per la nostra padrona. Aspetta; fa cuocere anche un agnello intero, da Pancraziu che lo sa bene: intero, hai capito?
– C’è anche frate Zironi, lo volete? – domandò Vittoria sottovoce.
– Che me ne faccio di frate Zironi, se ci sei tu? Va! – gridò alla serva irritandosi.
Rimasero soli; ma Vittoria aveva paura e il calore che la mano di lui le comunicava la faceva sudare.
– Andrea non arriva! Neppure la disciplina militare gl’insegna l’obbedienza. Ma tu lo sgriderai, tu che hai la testa ferma e il cuore profondo… Io farò il testamento e lascerò tutto a te… perchè tu sarai la padrona vera… la colonna della casa…
Vittoria chinò il viso sulla mano di lui e si mise a piangere; ma egli si sentì come rinfrescato da quelle lagrime che credeva di riconoscenza e d’amore, e balbettando si assopì.
Allora Vittoria piano piano, aiutandosi con l’altra mano, si liberò dalla stretta di lui e si alzò cauta; quando fu sull’uscio si volse per assicurarsi che egli dormiva e attraversò di corsa l’andito come fuggendo: ma rientrata nella cucina fu ripresa dal senso della realtà: no, di là non si poteva fuggire; i servi sedevano attorno al focolare e Pancraziu invece dell’agnello arrostiva allo spiedo un formaggello che si gonfiava e si screpolava come una grossa mela rossa; la gobbina scherzava con loro, mentre il frate stanco e mezzo addormentato pregava, coi piedi sulla cenere confusi con le radici di lentischio che alimentavano il fuoco. Il servo anziano diceva:
– Zitti, cristiani. Il cane insiste nell’abbaiare perchè il frate ha con sè l’olio santo per dare l’estrema unzione al malato se si aggrava… Zitti, zitti…
Ma Pancraziu volgeva in beffe anche le cose sante.
– Se egli si addormenta glielo rubo, l’olio santo: mi serve per fare le malìe.
La presenza di Vittoria li fece tacere; e di nuovo un senso di attesa li vinse. Aspettavano, non sapevano che l’arrivo d’Andrea, l’aggravarsi del malato, un grido, un segno che interrompesse il corso silenzioso del tempo nella solitudine.
*
Vittoria non poteva resistere a questa angoscia: sospirò forte, come desiderosa d’aria, si alzò e uscì nel cortile. La gobbina la seguì; il cane riprese a urlare.
– Andiamo fuori, zia. Mi pare che il cane gridi per noi o annunzi la morte di zio Bakis. Ed io non voglio che muoia adesso… no… no…
– Ebbene, comanda a Dio, tu, se sei brava! Ah, puoi comandare a tutti, ma a quello no.
– Tacete! Non è ora di dire stoltezze, questa – disse Vittoria tremando tutta: e la trasse giù per il sentiero fino allo stradone la cui linea correva chiara come un fiume silenzioso fra il nero delle macchie. La luna spuntava al confine della brughiera e pareva una fiamma nel mare; di contro i monti neri con le loro torri mozze, gli spalti, le muraglie diroccate apparivano ancora più fantastici in quel chiarore, forme di un mondo distrutto; e un senso di morte gravava su tutto il paesaggio: solo segno di vita. Vittoria che camminava agitata, ora curvandosi con disperazione sulla gobbina, ora sollevando il viso come per cercare la vastità del cielo.
– Zia, ho dato il fazzoletto a Mauru, perchè lo portasse a Mikali, per avvertirlo di non andare, stanotte: ma non mi fido. Mikali è pazzo come me e può venire qui, a cercarmi… Sono uscita per vedere… Voi non distinguete nulla? Quella forma nera, laggiù? Ah, se zia Sirena se ne accorge! Mi viene da ridere…
– Non ridere! Altro che ridere! – mormorò la gobbina, che si guardava attorno spaurita. – Ah, Vittoria! Vittoria!
– Ah, Vittoria! Vittoria! – ripetè la fanciulla a sè stessa. – Ah, no, non rido, zia, non rido…
Camminarono ancora, trepide, agitate quasi dallo stesso affanno. La gobbina seguiva Vittoria pronta a vigilarla e a sostenerla, ma sentiva di essere travolta e di non poter nulla contro il destino.
– No, no, zia, sono stanca! – disse Vittoria, sollevando il viso come per parlare alle stelle. – Perchè questo mistero? Io amo Mikali e voglio gridarlo a tutti. Male è fingere, è tradire, come faccio io adesso. Ma sono venuta qui apposta per finire l’inganno: volevo parlare con zio Bakis, stasera, ma egli sta male; ho avuto pietà. Ma tornerà Andrea e lo dirò a lui. Glielo dirò: sì: Andrea, io amo un altro, amo tuo fratello. Perdona, Andrea, ma intendi la verità.
– Taci! Ascolta!
Si fermarono: s’udiva un passo.
– È lui, zia! Io grido, io lo chiamo.
– Taci! E se non è lui?
– E se non è lui che importa? Grido lo stesso, zia. Ho tanta voglia di chiamarlo, anche se è lontano.
– Vittoria, anima mia!
– Sì, grido! Così tutti lo sanno, tutti capiscono che lo amo. Zia, grido…
Ma d’improvviso si piegò, come una foglia al vento, si buttò per terra, si aggrappò alle piccole gambe della donnina.
– Zia, zia, tenetemi: mettetemi la mano sulla bocca. No; zio Bakis può sentirmi, può avere tanto dolore. Non voglio fare del male…
Intanto l’ombra era passata, il rumore spento. La luna saliva tragica e beffarda davanti alle due donne e un fischio scendeva giù dallo stazzo come il sibilo di una freccia.
Vittoria s’alzò e tornarono lassù.
– Padroncina, – le disse Pancraziu, che fischiava davanti al portone – dammi il permesso di uscire: stanotte vado a vedere mia nonna malata.
– Domanderemo a zia Sirena, – rispose Vittoria; ma, sebbene lusingata, la vecchia serva negò il permesso.
– È notte di vigilare, stanotte, non di andare in giro.
I servi sedettero di nuovo davanti al fuoco e Vittoria li stette a guardare come non li conoscesse ancora. Erano tre: Pancraziu piccolo come un fanciullo, coi capelli scuri crespi, le labbra carnose nel viso scarno e maligno; gli altri due grandi e imponenti come apostoli. Uno aveva la barba rossa e gli occhi azzurri di San Matteo, l’altro era calvo con una ghirlandina di riccioli bianchi intorno alla nuca come San Pietro.
L’ora passava. Di là il malato s’era di nuovo assopito e Ignazia, accoccolata sul pavimento, vegliava. Zia Sirena tornò in cucina e disse:
– Preghiamo.
Sedette fra San Pietro e San Matteo e le righe della sua gonna rosseggiarono come striscie di sangue al chiarore del fuoco. Il frate dormiva: Pancraziu gli toccò il piede con la paletta e disse:
– Ohe, frate, preghiamo.
– Padre nostro che sei nei cieli, – cominciò allora la vecchia serva, curvandosi a guardare il fuoco – sia santificato il nome tuo, venga a noi il regno tuo, sia fatta la volontà tua come in cielo così in terra. Dà a noi oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori; non c’indurre in tentazione, ma liberaci dal male, così sia.
E d’un tratto si sollevò e guardò Vittoria. E finito il rosario, Vittoria uscì di nuovo nel cortile e sedette sulla panchina accanto alla finestra. La luna era già sopra il tetto, il portone chiuso; anche il cane taceva. Ella aspettava ancora, ma sentiva che non era l’attesa grande degli altri, la sua; gli altri, sebbene servi, erano più fedeli di lei in quella casa ove ella era già la padrona.
– Ecco, – pensava – qui, proprio qui stava Marianna Zanche con l’amante quando il marito li sorprese. Egli spiava di lassù, dove adesso spunta la luna. Dio, Signore, Signore grande! – Rivedeva la scena, sentiva l’urlo dell’uomo ferito.
– Con un servo si è messa! Con un servo, anima mia! Doveva essere ben disperata, doveva soffocare, qui, senza amore… Ah, meglio morire che vivere senza amore… meglio morire che fingere. Mikali, anima mia…
Con le mani strette intorno alle ginocchia, piegata dalla sua passione, si cullava un poco come fanno le donne nei loro canti funebri; e sentiva infatti come un grido di morte attraversare la notte soave, una voce che la richiamava dal suo sogno di sangue e di amore: ah, era il maledetto cane rosso che abbaiava contro di lei con gli occhi luccicanti nell’ombra.
III.
Andrea arrivò l’indomani, con la corriera delle undici.
Passato il paesetto, dove Pancraziu era andato ad incontrarlo a cavallo, davanti al cancello dell’orto di Vittoria vide il servetto che lo aspettava.
– Bene arrivato, signor Andrea. Suo padre sta meglio e la mia padroncina è là che aspetta Vossignoria. Tanti saluti dalla mia padrona grande.
– Va bene. Io vado dritto, allora.
E andò dritto, anche perchè con la sua futura suocera non riusciva a scambiare mai una frase intera: andò dritto, lasciandosi indietro le muriccie lungo il sentiero coperto di fiorellini gialli; e il suo viso scuro ossuto, ove il colore azzurrognolo degli occhiali da sole contrastava col rosso delle labbra sporgenti circondate di peluria nera, riprese la solita espressione di durezza.
Arrivato allo stazzo Zoncheddu, smontò e, dopo aver consegnato il cavallo al servo dicendogli di aspettarlo più avanti, s’inoltrò nel sentiero senza curarsi di guardare se qualcuno lo vedeva.
Non faceva più mistero delle sue relazioni con la madre e col fratello. Lontani i tempi in cui andava di nascosto fino alla siepe dello stazzo Zoncheddu e fischiava timidamente per chiamare Mikali e aveva con lui tra le macchie e dietro i ciglioni segreti convegni. Eppure… Eppure quel profumo di primavera che gli alitava intorno, quella pace velata del cielo di maggio, e il ronzìo delle api e l’ondulare delle erbe e i cespugli umidi di rugiada che parevano sollevarsi al sole dopo aver pianto nell’ombra, tutto gli dava un senso di nostalgia, il rimpianto del tempo passato. Com’era stato bello ed eroico il tempo passato! Come trepida di inquietudini pure e di dolore ingenuo la primavera della sua vita! Così, come la primavera della landa marina, con la poesia selvaggia delle terre solitarie, della natura vergine. Dolore, sì, ma anche speranza che il dolore porti alla gioia; inquietudine, sì, ma fatta di attesa e di amore.
Si fermò davanti ad una siepe morta sulla quale, dall’altra parte, una donna stendeva una fila di panni bianchi.
– Mamma! – chiamò a voce alta, e la piccola donna che stendeva i panni, togliendoli ad uno ad uno da un cestino e sbattendoli prima di gettarli sopra la siepe, trasalì e con la mano umida si fece il segno della croce. La sua testa delicata, dal piccolo viso grigio fra i capelli grigi, tremava sull’esile collo appassito.
Corse al di qua della siepe ed Andrea l’abbracciò senza baciarla. Com’era piccola e magra; più magra del solito! Non senza un senso di amarezza, egli che era piccolo e magro, accanto a lei si sentì quasi alto e potente come suo padre.
L’allontanò, tenendola per le braccia, la esaminò da capo a piedi, tenero e corrucciato.
– Ebbene, che mi dite? Perchè siete così?
– Come, così?
– Malandata in salute, mi sembra! Siete stata male? Che fate adesso? Li avete lavati voi, i panni? Non voglio, lo sapete. E Mikali, dov’è?
Ella si accomodava il fazzoletto intorno al viso con le mani tremanti e non riusciva a parlare.
– Mikali? È andato a domare un puledro… Tu stai bene, vero, cuore mio? La vita militare ti fa bene… Sei grasso…
– Ah, molto! – egli esclamò ridendo e palpandosi le braccia scarne: ed ella lo guardava triste, coi grandi occhi neri cerchiati da due anelli lividi.
– Ma, davvero, siete stata malata? Che c’è, ditemi? Ditemi, mamma…
– Lo sai: tuo padre sta male. Da ieri ti aspetta e non ha pace, così mi han detto. Va, figlio. Egli è solo.
– Ha voluto lui, viver solo! – disse Andrea rudemente, poi si frugò le tasche. – Ah, ecco, mamma! È benedetto dal Pontefice.
Trasse un piccolo rosario nero con la crocetta di metallo e glielo versò piano piano sulla mano come ad una bambina. Ella lo guardava felice, il piccolo rosario che aveva desiderato tanto; poi sollevò la testa e sorrise, ma con gli occhi pieni di lagrime.
– Sì, bisogna pregare.
– Mamma, – disse Andrea riafferrandola, mentr’ella si metteva il rosario sul seno già gonfio di altre reliquie – ditemi la verità. Che c’è? Mio padre è grave?
– Ieri dicevano di sì, ma oggi pare stia meglio. Il Signore lo conserverà… Andrea, cuore mio… perchè tu hai ancora bisogno di lui. Va, fiore: ecco Maria Luisa Zoncheddu, ecco i ragazzi che spiano e ci vedono. Va; corri.
Lo spingeva, ed egli tornava indietro, anche perchè voleva evitare Maria Luisa Zoncheddu e le sue domande curiose e maliziose; ma traeva con sè la madre, e quando furono nel sentiero verso lo stradone le disse con impeto veemente:
– Io andrò, adesso; ma poi verrete anche voi. È tempo di farla finita, con questo stato di cose. Sono tornato per questo, anche: e se è vero che lui sta meglio come voi dite, gliene parlerò subito. Sì, subito! Tenetevi pronta.
Ella pareva non capire.
– Sì, voglio che torniate a casa: voglio che sia finita una buona volta per sempre. Siete vecchia, siete malata, ed io non posso permettervi oltre di fare la serva. No, mamma, non mi guardate così; voi dovete aiutarmi, dar retta ai miei consigli. Tutto andrà bene, mamma, vedrete; prima che io e Vittoria ci sposiamo voi sarete a casa…
Ella lo fissava spaventata, con le mani giunte davanti al viso.
– Figlio benedetto dell’anima mia…
Ma Andrea non la lasciò proseguire.
– Niente! Voi state zitta!
– Mikali…
– Mikali non c’entra! – egli riprese con maggior impeto. – Egli lavora e basta a sè stesso: voi non dovete vivere alle sue spalle poichè ci son io…
– Mikali… – ella insistè ancora, ma Andrea, che la scuoteva sempre e pareva le parlasse più con odio che con amore, disse parole che ella sulle prime non capì bene.
– Prima di Mikali c’ero io! E vi ha avuto abbastanza, lui: adesso vi voglio io. E basta! Dite alle Zoncheddu che si cerchino un’altra serva.
– Andrea!… Andrea!…
Ma egli l’aveva respinta e andava rapido verso il servo. Ella lo vide balzare sulla muriccia, montare sul cavallo e allontanarsi dopo essersi guardato indietro con un viso pieno di tristezza; e rimase lì, spaurita, con le mani giunte accanto al viso, come implorando un aiuto dal suo stesso dolore.
E Andrea andava, seguito dal servo, chiuso di nuovo nel suo tormento e nella sua disciplina. Il viso gli si era ricomposto, duro, fermo. Gli pareva d’essere ancora in marcia, ai comandi di un superiore: andava, perchè bisognava andare, e non sapeva dove, ma sicuro di compiere il suo dovere.
Solo passando sotto la vigna domandò al servo se aveva veduto Mikali.
– L’ho veduto, sì, anche ieri. Domava un puledro nero furioso come un diavolo. Ma anche lui è svelto, Mikali; malanno, come è svelto! Diventa sempre più alto e bello: sembra una bandiera.
– Che mestiere! – disse Andrea con disprezzo. Ma Pancraziu aveva per Mikali una ammirazione feroce non libera d’invidia.
– E che fare? pare nato per quello, come i giganti. L’altro giorno, alla festa di San Pietro, tutti correvano per veder lui, rosso, coi capelli come fiocchi di nastro, inchiodato al puledro che si rizzava in piedi come un cristiano. Sì, prese il premio, alle corse. E le ragazze lo guardavano incantate. Ma da qualche tempo egli sembra un altro, non va più tanto dalle donne; ha lasciato la nipote di Predu Pinna, che pure è ricca, e da quella donna… quella tale maritata… lei sa… non ci va più. Del resto ha seminato anche il grano e le fave – aggiunse dopo un breve silenzio, mentre Andrea precedeva di nuovo pensieroso. – Ma l’altro giorno mi disse che non vuole più curvare la schiena, e che si prenderà un servo. Ho riso tanto, malanno al diavolo! Un servo, lui! È curioso, Mikali: non si sa mai se scherzi o parli sul serio. Perchè no, gli dissi, anche sette, ne puoi prendere, di servi, se sposi una donna ricca. E perchè no? È bello, è forte: molte donne ricche se lo prenderebbero in grembo come un agnellino. Ma ecco la nostra gobbina che ci viene incontro. Uhì, zia Zizza, uhì!
Andrea guardava fisso verso lo stazzo, pensando a Vittoria. No, ella non gli veniva incontro; ma egli la vedeva ugualmente, alta, pieghevole, coi dolci occhi voluttuosi, e il ricordo e il desiderio di lei lo investirono ad un tratto come un vento impetuoso, facendolo arrossire e togliendogli ogni altro pensiero di mente.
Ed eccola, nella cornice del portone, luminosa tra le figure tetre delle serve e del frate. Il cane feroce gemeva di gioia agitando la coda rossa come una pannocchia di granturco; le cornacchie e il falco stridevano e il gallo cantava come all’alba. Tutto si animava per il ritorno del padrone; egli però vedeva solo il viso di Vittoria, gli occhi dolci che sfuggivano i suoi, e l’impeto della sua gioia cadeva come stroncato da una minaccia nuova.
– Ebbene? Ebbene? Il babbo?…
Le prese la mano, la trasse nella camera del malato; ma questo sorrideva silenzioso, aspettando, e parve quasi irridere l’inquietudine del figlio.
– Ebbene? babbo?
– È più il bene che il male. Eccola, chi mi ha guarito, eccolo qui il grappolo d’uva! Noi facevamo anche a meno di te.
Andrea sedette davanti al letto e cinse col braccio Vittoria; ma la sentiva sfuggirgli, e mise la mano di lei in quella di suo padre come se un istinto oscuro lo avvertisse che quello era il solo modo di trattenerla.
– Ma voi state bene, babbo! Come va? Come vi sentite adesso?
Bakis Zanche guardava Vittoria e ammiccava, come per dirle che non aveva bisogno dell’interessamento di Andrea.
– Malato, io? Io sto bene come uno sposo. C’è Zizza là dietro l’uscio che mi aspetta per ballare. Ebbene, vieni, e di’ a Pancraziu che vada alla mandria per scegliere l’agnello più grasso e arrostirlo. Vieni, ballerina!
La gobbina si avanzò guardando con inquietudine i fidanzati: Andrea sentì quello sguardo equivoco e d’un tratto abbandonò la mano che Vittoria tentava sempre di liberare dalla sua; poi ritirò anche il braccio ed ella si scostò, appoggiandosi ai dappiedi del lettuccio con la persona piegata da una grande stanchezza.
Il malato parlava di nuovo agitato; e voleva che l’indomani si tosassero le pecore e si facesse un banchetto per il fidanzamento dei due giovani; intanto guardava ora Andrea taciturno ora Vittoria triste e stanca e infine si sollevò, rosso, spinto da un improvviso furore:
– Ebbene, che avete tutti e due? Che c’è? Se pensate a me fate male, poichè io sto meglio di voi, e se pensate di guarirmi con la vostra musoneria fate peggio ancora perchè io non vi guarderò più in faccia…
– Calmatevi – disse Vittoria, aggiustandogli le coperte. – È che pensavo che bisogna andarmene. Mia madre è sola: voi state bene, adesso, e Andrea è arrivato…
– È giusto! Adesso che sono arrivato io, tu devi andartene! – esclamò Andrea con voce amara. E s’alzò, andò alla finestra, tornò verso di lei come volesse dirle qualche cosa, poi uscì senza parlare.
Cos’aveva Vittoria? Sembrava stesse a disagio, lì dentro, triste e offesa, più che dalla malattia del vecchio, dall’ombra della casa.
Egli la conosceva bene, la sua Vittoria, mistica e sensuale, misteriosa come tutte le donne: la conosceva, ma attraverso il corpo di lei che egli adorava, l’anima gli appariva a volte oscura come velatasi per sfuggirgli di nascosto senza osare di farlo perchè lui vigilava.
Ed egli vigilava e credeva di non illudersi. Guardandosi nel piccolo specchio incrinato, mentre si asciugava la testa e il collo, disse alla sua figura, schernendola un poco:
– Siamo brutti, Andrea Zanche!
No, non s’illudeva. Vittoria non lo amava, non lo conosceva; ma poteva amarlo, poteva conoscerlo; era intelligente, capiva la vita; bastava che egli la guidasse e guidando lei andasse anche lui per la via dritta, forte sotto il suo carico, obbediente agli ordini superiori.
La vita è una marcia fatale, una disciplina inesorabile: adesso lo capiva, come se quei sette mesi di servizio militare glielo avessero insegnato più che i lunghi anni di scuola e di esperienza propria: non si sa dove si va, ma si vede la strada dritta davanti a noi. Bisogna percorrerla da forti. Si arriva, si ottiene il premio, si ottiene il comando.
D’improvviso però, come vinto a un tratto dalla stanchezza del viaggio, si abbandonò sul davanzale della finestruola, guardando la panchina ove suo padre aveva sorpreso gli adulteri. Ricordi confusi gli passavano in mente, turbando i suoi propositi eroici. Si rivedeva accanto a suo padre quando per la prima volta, seduti su quella stessa panchina, aveva osato chiedergli di perdonare e di riprendere sua madre.
– Mai! Si può rimettere in casa, una serva ladra?
– Ella non è stata colpevole come voi credete.
– Come? Se li ho sorpresi io?
– Che importa? Ella amava.
Il padre lo aveva guardato con pietà, pur sollevando la mano per schiaffeggiarlo. E non aveva discusso.
Ma ecco Ignazia che esce nel cortile a stendere un panno e solleva gli occhi lenti pensosi. Andrea si ritirò perchè aveva paura della malignità dei servi, ma invece di tornare nella camera di suo padre uscì in cucina e trovato il fraticello che voleva andarsene, lo prese per le braccia e lo costrinse a sedersi di nuovo.
– Dove volete andare? A predicare? Fatelo qui, se volete: gli eretici e i miscredenti son qui!
– Per questi non si predica più, è inutile. Si predica per quelli che credono ancora.
– E ce ne sono? Voi credete ancora?
Zia Sirena curva sul focolare a cuocere un cataplasma di salsapariglia, lo fissò, con occhi severi, poi guardò il frate battendosi un dito sulla fronte: il frate però aveva soggezione di Andrea e gli rispondeva scherzando timidamente.
– Se non credessi, che starei a fare in questo mondo? Le tancas e i servi non mi tratterrebbero certo.
Andrea aveva preso in mano il Libro dei Salmi e guardava le immagini. Eccone una che gli ricorda tutto il suo passato; una Santa Agnese che rassomiglia a Vittoria, ma coi capelli d’oro svolazzanti fra le stelle su uno sfondo d’azzurro: la sua bocca è dolce eppure un poco crudele, i suoi occhi lunghi e socchiusi sono dolci eppure un poco crudeli, come velati da una morbosa voluttà di martirio. Si rivide nella chiesetta ragazzo a cantare i Salmi guardando l’Immagine e pensando già a Vittoria. Da tanto tempo la amava. Ed ella era lì, vicina, ed egli, come da ragazzo, si contentava di desiderarla attraverso una piccola Immagine. Arrossì, un rombo gli risuonò entro le orecchie come se il fiotto del desiderio lo sommergesse; e balzò per andare a cercarla.
Anche lei lo aspettava torcendosi l’anima, spiegandola, torcendola ancora come un panno che si lava ma non diventa pulito. Le pareva che avrebbe la forza di confessargli tutto, ma appena lo vide impallidì e lo guardò smarrita.
IV.
Andrea la prese per il braccio e la condusse nell’orto. Sedettero all’ombra di un susino fiorito, su un asse accanto ai vasi di sughero di un piccolo alveare: intorno a loro le farfalle e le api si incrociavano posandosi le une sui fiori dei piselli a cui rassomigliavano, le altre sui cespugli di melissa al di là del muricciuolo dell’orto, nella brughiera: e l’aria ferma piena di profumi aveva una dolcezza sonnolenta di oblio e di voluttà. Andrea cinse le spalle di Vittoria attirandola con violenza al suo petto, e sebbene la sentisse resistergli e sfuggirlo la baciò sulla bocca.
Ma gli occhi di lei si riempirono d’angoscia e le sue lagrime calde e amare bagnarono le labbra di Andrea.
– Ecco, ella pensava, adesso non posso più dirgli nulla.
– Perchè piangi? – egli chiese stravolto.
– Non lo so, Andrea! Perchè tuo padre è malato… e non dovremmo baciarci…
Egli parve convinto: le prese la mano e fissò senza vederlo un anellino d’argento ch’ella a sua volta guardava con inquietudine.
– Ascoltami, Vittoria. Ti ho fatto venire perchè voglio parlarti. Fin da ragazzetto il mio posto favorito era questo. Mi sdraiavo su quest’asse e rimanevo ore e ore e nessuno veniva a cercarmi. Chi doveva cercarmi? Sono vissuto solo. Sentivo il ronzìo delle api e mi sembrava che cantassero fra loro, in numerosa famiglia: guardavo i fiori del succiamele ove esse si posavano bevendo come da piccoli vasi fino a ubbriacarsi, e mi ricordo che una volta presi una fronda e cominciai a sbatterla pazzamente qua e là sui cespugli per cacciarle via. Mi facevano invidia, ecco! Tu capisci questo, Vittoria; tu lo capisci…
Vittoria non parlò. Il petto le si gonfiava per l’ansia e le sue lagrime cadevano sulla testa di Andrea che le si era curvato sul grembo e le baciava la mano quasi succhiandola come le api i fiori.
Come, come rivelargli il segreto?
– Ma fino da quel tempo ti volevo bene. Vittoria! Rammenti quando c’incontrammo nello stazzo Zoncheddu? Io ero malizioso fin da quel tempo, perchè mi lasciavano solo coi servi e da loro apprendevo tutto: e ti vedevo bella ed esile come un giglio e desideravo baciarti; ma avevo vergogna, sì, vergogna di te, vergogna di me che sapevo già tutte le cose che tu non sapevi. E pensavo sempre: quando Vittoria capirà tutta la sciagura della mia famiglia, e saprà che mio padre è un assassino e mia madre una donna colpevole, che dirà Vittoria? Questo pensavo. Tu le capisci queste cose. Vittoria, tu le capisci?
Sollevò gli occhi supplichevoli, ma li riabbassò tosto irritato, dandole un piccolo colpo sulle mani.
– Ma perchè piangi? Smettila. Tu hai pietà di me ed io non voglio. O il tuo amore o nulla.
Ella non rispose.
– Adesso io lo so, Vittoria, perchè sei triste. Tutto in questa casa ti parla di morte e di disordine. Tu sei tanto cristiana, in fondo: tua madre ti ha allevato nell’ordine e nell’amore delle leggi di Dio. Tua madre è stata virtuosa perchè è stata felice, e non mi ama perchè crede, e non ha torto, che io sia composto solo della carne e del sangue peccaminoso di mia madre. Io dico queste cose a te perchè le capisci, perchè sei intelligente; e te le dico perchè tu le capisca meglio ancora. Sì, io sono della carne e del sangue di mia madre: sono portato al disordine, all’eccesso: se non avessi trovato te mi sarei dato al giuoco, al vino, forse al delitto, come tanti altri. Ma tu sei stata la mia disciplina: io filo dritto per amore di te, per essere degno di te. E tu pure devi essere degna di me. Mi capisci. Vittoria? Ma perchè piangi? Basta!
Ella si asciugò gli occhi con la manica e scosse la testa per scacciarne i pensieri malvagi; sì, in quel momento Andrea le ridestava amore; amore fatto di pietà e di angoscia; e proponendosi ancora una volta di sacrificarsi per lui, di non tradirlo, di dividere con lui una vita di dolore, ne provava una gioia di martirio.
– E adesso devo dirti una cosa. Vittoria. La vita militare mi ha fatto bene, mi ha insegnato a obbedire alla legge che è superiore a noi; e così penso che dobbiamo obbedire a una legge ancora superiore, a costo di tutto, passando sopra tutto. Questa legge è il dovere. E il mio dovere, adesso, lo capisco bene: è quello di rimettere in ordine la mia vita e la mia famiglia. Così ci sposeremo, se tu vorrai, e vivremo qui, in pace, coi figli che avremo. Ma prima, devo far tornare a casa mia madre e obbligare mio padre a perdonarle. Tu, lo so, sei contenta di questo.
Contenta? Vittoria lo guardò così spaventata che egli si mise a ridere.
– Perchè mi guardi così? È la prima volta che lo dico? No, non è la prima nè la seconda volta – proseguì come rispondendo a sè stesso. – Ma è forse la prima volta che lo dico col fermo proponimento di eseguire la mia volontà. Mio padre si piegherà, vedrai, si piegherà – ripetè cogliendo un filo d’erba e spezzandolo con lieve moto di sdegno. – Lo farò piegare io. Dopo tutto cos’è lui? Un bambino gigantesco e crudele che ha fatto sempre il piacer suo. Bisogna che una volta obbedisca anche lui. Io non ripartirò, adesso, senza aver definita questa orribile cosa. Mia madre non deve più far la serva; basta, con la sua penitenza umiliante per tutti. A costo della mia vita stessa voglio ch’ella ritorni qui. Tu… non dirmi nulla…
Vittoria non pensava a discutere: le tremavano le gambe, aveva paura di svenire. Ma Andrea non badava al turbamento di lei, contento di farle conoscere che finalmente la sua forza di volontà s’era sviluppata, che tutto doveva piegarsi fra le sue mani come i fili d’erba che strappava di sotto all’asse spezzandoli e buttandoli via.
– Tu, adesso, te ne andrai, sì, non ti trattengo, per quanto lo desideri. La tua presenza mi eccita, e turba anche mio padre. Bisogna che egli si calmi e che sia calmo anch’io. Vedrai che si piegherà, vedrai.
– E zia Sirena? – domandò Vittoria sottovoce.
– Che c’entra zia Sirena? È una serva e deve tacere. La vera padrona, qui, sarai, sei già tu: questo anche lo capisci, vero? Anche mia madre ti obbedirà. «Sei il giglio della valle, e come il giglio s’innalza sulle siepi di spine così tu t’innalzi su tutte le donne, o mia diletta!» Ma perchè stai così? Adesso non ti bacio, vedi. Vedi come so vincermi? Sii forte anche tu, su! – disse gettandole un pugno d’erba sul collo come per scuoterla dallo stordimento in cui pareva immersa.
Ma ella aveva un’altra domanda da fargli. Nascose la mano per non vedere più l’anellino d’argento e domandò con un soffio:
– E Mikali?
– Mikali? Ah, lui certo non verrà qui! Questo non lo pretendo. Seguirà la sua via; adesso basta a sè stesso.
– Ma tua madre non vorrà separarsene.
– Mia madre mi obbedirà; non pensare a questo.
Ella si alzò ed Andrea la cinse di nuovo, guardandola di sotto in su con occhi supplichevoli. Tremava di desiderio e l’ombra fiorita del susino che li copriva, e l’aria a cui il profumo della melissa dava un sapore di miele, lo stordivano sino a fargli dimenticare di nuovo il suo tormento; ma Vittoria, senza sfuggirlo, lo guardava dall’alto vigile e severa.
– Lasciami, Andrea; non è ora di fare così. Vedi Ignazia che ci spia? Dirà che noi ci divertiamo mentre tuo padre sta male.
– Io non mi diverto, Vittoria. Vedi come soffro?
– Lasciami allora, Andrea. Ecco mia zia che viene da noi.
La gobbina infatti attraversava l’orto, e disse loro che il frate voleva salutarli prima di partire.
– Ed è ora di avviarci anche noi. Vittoria.
Andrea non si oppose e tutti assieme tornarono nella camera del malato, ove il fraticello tentava di scherzare congedandosi turbato.
– Ho nella sacca tutti i vostri peccati, compare Bakis. Erano quelli che vi davano peso, che vi davano la febbre; ora state più bene di me che devo portarmeli addosso.
Bakis Zanche guardava Vittoria e non badava ad altro: le prese le mani, l’attirò a sè come desideroso d’essere baciato da lei. Ed ella chinò il viso fino a sentire il calore umido del collo di lui, ma non potè baciarlo. Non poteva, non poteva. Il terreno le scottava sotto i piedi; sentiva di nuovo l’inutilità dei suoi propositi, e nell’andarsene si volse più volte e si guardò attorno pallida e turbata come uno che va via da un luogo amato con la certezza di non ritornarvi mai più.
Quando furono nello stradone, l’aria libera e l’orizzonte della brughiera la richiamarono completamente dal suo sogno di sacrificio; il folle desiderio di gettarsi sulla polvere in mezzo alla strada e confessare la sua colpa le piegò le ginocchia; ma Andrea l’accompagnava, sicuro di sè, sicuro di lei, e di nuovo ella sentiva un’insuperabile difficoltà a tagliare di netto la loro sorte.
Passata la vigna si salutarono, ed egli promise di andare in casa di lei la sera sul tardi; s’udiva ancora il cane abbaiare destando l’eco della brughiera e il frate e le donne si allontanarono accompagnati da quel grido di malaugurio. Ma già lungo il torrentello tutto era pace; il sole cadeva rosso sopra i monti violetti, le ombre oblique delle macchie solcavano la strada rosea di tramonto, il frate pregava, con la sacca piena infilata al braccio, le mani entro le maniche, pencolandosi un poco a destra come attirato dal peso della sua raccolta; e Vittoria rimasta indietro con la gobbina le disse sottovoce:
– Zia, voi fermatevi un poco a distanza: io raggiungo frate Zironi perchè devo confidargli una cosa.
Lo raggiunse infatti e gli domandò con voce che voleva essere lieta ed era triste:
– Ci si può confessare nella strada?
– Dio è dappertutto, figlia.
– Allora sentite – ella disse, attaccando un dito come un uncino all’orlo della sacca di lui: – un po’ vi ho raccontato ieri; adesso voglio dirvi tutta la verità. Io non voglio sposare Andrea. È impossibile. Volevo, ero decisa a dirglielo io stessa, oggi, ma è stato impossibile. Mi fa tanta pietà: quando mi parla mi pare che posso ancora volergli bene, che posso mantenere la promessa… Ma non è bene, questo, no, no. Io non voglio. Lui e zio Bakis mi fanno tanta pena: come respingerli quando si afferrano a me dicendomi: «Tu sei la padrona, qui, tu sei la nostra speranza»? Come, come respingerli? Mi si spezza il cuore, frate mio; ma io… voi capite ogni cosa, voi dovete aiutarmi. Voi mi farete questo piacere: direte ad Andrea che io voglio rompere la promessa di matrimonio.
Il fraticello si fermò a guardarla; poi riprese a camminare rapido.
– Bella roba! proprio io! Perchè?
– Così! M’è venuta quest’idea!
– Brutta idea, angiolo mio! Andrea non ha stima di me: non mi tratta male, ma… insomma, bella, qui ci vorrebbe un’altra persona.
– Chi? Indicatemela voi!
– Ma poi sarà un tuo capriccio! Che ti viene in mente? Avete litigato?
– No, no! È altra cosa!
Senza più fermarsi, benchè gli sembrasse di trascinare un grande peso, egli volse il viso e tornò a guardarla: vide la fronte di lei rossa come il cielo là in fondo ove tramontava il sole, gli occhi di lei pieni di lagrime, scintillanti come il mare laggiù, e intese.
– Chi è? – domandò. – È più bravo di Andrea? Tu sei giovane, sei allegra, Vittoria, ma sei anche savia: pensa bene…
– Appunto! Ho pensato e ripensato. Andrea è buono, sì, è ricco, sì; ma non importa. Io non posso amarlo per questo solo. Eppoi… è inutile – proseguì, animandosi, col viso arso dalla passione, – l’amore non si comanda. Io voglio sposare l’uomo che amo. Che altro abbiamo nel mondo, se non l’amore? Eppoi il peccato viene appunto quando si finge, quando si guarda alla roba e alla vanità e non al proprio cuore. Io non so fingere; io, muoio se fingo! Bisogna dunque finire presto questa commedia.
Il frate ascoltava, sempre più pencolandosi dalla parte della sacca colma: il suo viso si faceva triste.
– Perchè lo hai accettato se non lo amavi?
– Mi sembrava di amarlo! Non m’ero innamorata mai di nessuno, sebbene tanti passassero per me davanti a casa mia. Ma mi vedevano ridere e avevano soggezione di me. Di Andrea solo non potevo ridere, gli volevo bene, sì, anche perchè sapevo che era infelice. Ma poi! Frate Zironi, sappiamo noi come avvengono le cose della vita? Ecco l’altro mi si mise attorno… o meglio, no, neppure questo… No, così; ci siamo incontrati, ed ecco un giorno ci accorgemmo d’essere legati assieme come prigionieri alla stessa catena. E nessuno più, e nulla più ci potrà dividere…
– E va bene! – disse il frate, battendosi il mento sul petto: poi sollevò il viso, guardò il cielo e sorrise.
– Tua madre lo sa?
– Lo sa. Ma è una donna all’antica. Non vedeva di buon occhio neppure Andrea; tanto meno di questo è contenta…
– Perchè? non è bravo?
– Ah, per questo è bravo! – ella disse con voce soffocata. Ma il nome non potè pronunziarlo.
Intanto erano quasi arrivati allo stazzo Zoncheddu senza curarsi della gobbina che li seguiva a distanza, e senza porre mente a uno scalpitare di cavalli che, lontano e indistinto dapprima, diventava sempre più fragoroso e pareva un battere di mani gigantesche. Ma d’improvviso Vittoria impallidì come sentisse un rombo di uragano; e non si volse ma si ritirò sul margine della strada attirandovi il compagno.
Dapprima il frate vide una nuvola di polvere argentea ingombrare lo sfondo dello stradone, poi distinse quattro puledri bai dorati dal sole al tramonto. Tutti e quattro volgevano un poco la testa indietro sul collo fremente, quasi sdegnassero di guardare la strada che erano costretti a percorrere; uno nitriva, e sulla groppa palpitante, senza sella e senza freno stava il domatore, Mikali Zanche, alto ed agile, col largo petto sporgente e la vita lunga ben disegnata dal giubbone di velluto scuro.
Egli avanza, si distingue meglio: da una parte e dall’altra del suo viso quadrato di dominatore cadono come nastri i lunghi capelli neri; il mento e le labbra sporgenti, senza un pelo, esprimono una volontà selvaggia; la mano sinistra dal dorso lucido di bronzo regge le corde che legano i puledri al collo; la destra agita il nerbo nero e duro come una radice secca.
Appena vide Vittoria i suoi occhi neri brillarono di tenerezza, il sorriso gli scavò due fossette feminee agli angoli della bocca, e tutto il viso si fece dolce, infantile. La salutò due volte, piegandosi sul fianco e volgendosi prima di inoltrarsi nel sentiero verso lo stazzo, ma ella non rispose, seguendolo con gli occhi estatica finchè la polvere inargentata dal sole non si dileguò dietro di lui.
Ed ecco, egli è già lontano, alto sul gruppo dei puledri attraverso le cui zampe e le code agitate passano gli ultimi raggi del sole: le ombre descrivono un gioco fantastico sul verde delle macchie, e il frate ha un lieve capogiro. Ha capito il segreto di Vittoria e riprende a camminare come in sogno a fianco di lei con l’impressione che un turbine sia passato sopra di loro lasciandoli salvi ma sbalorditi.
Ella invece sospirò, sollevata da un peso.
– Sono contenta – mormorò a testa bassa, come parlando alla sacca a cui si aggrappava di nuovo. – Adesso sapete ogni cosa.
Ma egli non parlava più; giunti all’abbeveratoio si tirò in su la sacca sul braccio e si fermò guardando verso Monte Nieddu.
– Io qui vi lascio, donne mie.
– Para! – disse Vittoria con occhi supplichevoli.
– Non conosci proprio un’altra persona a cui rivolgerti?
– No, no. Voi! Voi! – ella supplicò afferrandogli le maniche. E anche la gobbina lo fissava coi suoi occhi strani, e pareva che con l’occhio nero implorasse e col verde sorridesse maligna.
– Ah, badate, donne! – egli cominciò, poi tacque respingendo Vittoria che gli stringeva i polsi con le sue mani calde.
Le parole del Profeta gli tornavano in mente: «di tre cose ha paura il mio cuore, ma la quarta fa impallidire il mio volto; la donna, dolore e affanno di cuore». Povero Andrea, poveri noi, due volte vittime, del serpente e della donna!
– Bene, ascoltami. Io devo tornare lassù. Tu mandami Andrea al più presto.
– Dio vi paghi – disse la gobbina, mentre Vittoria si cercava in tasca una moneta; egli però si allontanò rapido come fuggendo, sdegnoso dell’elemosina di lei, e ben presto fu lontano, piccolo come un uccello fra le roccie del sentiero.
– Come sono contenta, zia! – esclamò Vittoria, vinto il primo senso di umiliazione, prendendo la gobbina per il braccio e facendola correre con lei. – Mi pare di aver guadagnato dieci anni di vita. Tutto gli ho detto, e penserà lui a parlare con Andrea. Sono così contenta che appena arrivo mi metto a suonare.
– Egli intanto ha rifiutato la tua moneta! Ed hai inteso le sue parole? Donne, badate!
– Che importa?
– E adesso che dirà tua madre?
– Che importa, zia, che importa?
La madre non aprì neppure le labbra, al loro arrivo; piccola e curva, seduta sul limitare della porta, sgranava le fave raccolte nel suo diletto orticello, e solo quando la gobbina scosse la brocca e trovandola vuota se la mise sul capo per andare alla fontana, sollevò le palpebre grevi rossastre e guardò Vittoria.
Vittoria le si aggirava attorno, lieve, pieghevole, osservandola silenziosa: si tolse la gonna, la sbattè davanti alla porta, salì di corsa nella sua cameretta e si affacciò alla finestra. Di là si respirava, si era liberi, almeno! La brughiera si stendeva come un mare verde fino all’orizzonte, e lo stazzo Zoncheddu, bianco ma arrossato dal crepuscolo, pareva una barca ferma in mezzo alle onde. Nuvolette scure salivano dai monti come aquile e a Vittoria sembrava di poter anche lei spiccare il volo. Libera! Libera! Respirò forte e ritornò presso sua madre, curvandosi a prendere una fava dal grembo di lei.
– Mammaredda, piccola madre; sentite, siamo tornate col frate di Monte Nieddu e l’ho incaricato di dire ad Andrea che non lo voglio più.
La madre fissava le pallide fave che uscivano dalla buccia vellutata e scorrevano come perle verdoline fra le sue dita nere. Non sollevò il viso, e quando Vittoria le ebbe raccontato ogni cosa disse piano, con voce dolce e rauca:
– Vittoria, tuo padre beato diceva sempre che l’uomo non deve pretendere di guidare il suo simile. Tutti deboli siamo e soggetti all’errore. Ma egli mi diceva: quando nostra figlia sarà grande lascia che veda da sè il suo bene e il suo male. Così io ti ripeto: Vittoria bada a te!
– Sì, credo di fare bene. Io non posso legarmi ad Andrea perchè ne amo un altro. Ricordatevi ciò che è accaduto alla loro madre…
– E tu credi che sarai felice con l’altro? Pensaci bene, anima mia.
Vittoria alzò le spalle, ma subito l’espressione del suo viso si fece grave.
– Non è questo, madre! Non m’importa neppure della felicità!
E guardò a lungo fuori, verso lo sfondo della brughiera, corrugando le sopracciglia. Sentiva a un tratto un’angoscia misteriosa, come se la sera calasse anche dentro di lei; e il bisogno di fermare la luce sull’orizzonte, di riempire il mondo col grido della sua passione, la spinsero a cercare la fisarmonica ed a sedersi sullo scalino della porta.
Con lo strumento appoggiato al ginocchio, reclinò il capo a destra per ascoltare meglio le note, mentre le sue dita fini e brune correvano sui tasti, dapprima lievi come le penne di un’ala, poi tenaci come artigli. In breve tutta la brughiera fino all’orizzonte rosso parve animarsi e palpitare. Erano gridi di gioia, richiami d’amore, lamenti di desiderio che andavano di macchia in macchia, di cespuglio in cespuglio come cercando nelle ombre del crepuscolo un fantasma che rispondesse sullo stesso tono; e non trovandolo tornavano indietro, diventavano gemiti, singulti; voci che domandavano aiuto e poi si placavano e poi si mutavano in risate folli di scherno. Ma dalla profondità dello strumento saliva ininterrotto, come causato dall’ansito del petto di lei, un anelito dapprima lieve, poi rauco come il tremito della zampogna: e piano piano cresceva anch’esso, si faceva mormorio di vento, fragore di mare e di boschi lontani: sembrava la voce di tutta la brughiera intorno quando i venti di marzo la battono; volavano i fiori, gli uccelli passavano stridendo ebbri di turbine e di amore; la passione prorompeva furiosa; poi s’acquetava, tutto ritornava dolce e ardente, ma di un ardore desolato: ardore di giugno, ardore di donna che aspetta pure sapendo di aspettare invano, e si strugge della sua voluttà di morte.
«Meglio la disperazione e il turbine che il desiderio vano – gridava la nota acuta di Vittoria: e il grido moriva in un sospiro, mentre la nota bassa continuava la sua cantilena nostalgica. – Io non so dirti quello che soffro, ma ti parlerà per me la voce del vento, il gemito dell’usignolo nel bosco. Noi saremo lontani, eppure io sarò con te in cima alla montagna al sorgere del sole e tu sarai con me in riva al mare al cadere della luna. Allora i nostri occhi si diranno tutto, e la vita non avrà più misteri per noi. Allora sapremo che la nostra lontananza era un sogno e che abbiamo vissuto sempre assieme, da quando io fanciulla sognavo l’amore, da quando tu adolescente sognavi il piacere. Siamo vissuti assieme nella pena e nella gioia, lungo la strada ove abbiamo trascinato la nostra miseria quotidiana. Eccola, la lunga strada che tu conosci, che io conosco: da una parte le case miserabili degli uomini affaticati, dall’altra le macchie d’alloro e di lentischio, gli asfodeli e i boschi di quercia. Tu hai guardato attraverso la siepe pensando a me, io ho guardato attraverso la siepe pensando a te: e desideravamo di entrare e di andare laggiù per ritrovarci, mentre eravamo uniti e il tuo cuore e il mio fiorivano assieme come la rosa doppia sopra il muro del cancello…»
Ma la nota acuta insisteva «vieni, vieni!» e Vittoria vedeva avanzarsi il bel giovine amante e l’aspettava vibrando tutta, non sapeva di che, se di desiderio o di pena; e non sapeva ciò che voleva da lui, se il bacio, la voluttà o l’oblio: voleva qualche cosa che era al di là del bacio, della voluttà e dell’oblio. Che cosa, non sapeva; ma ne soffriva e ne gioiva, e la voce del piccolo strumento spandeva il suo grido nostalgico per tutte le terre intorno, per tutta l’isola, echeggiava nel cuore di tutte le donne sedute sul limitare delle loro porte, fondendosi col crepuscolo, inafferrabile e struggente come il crepuscolo stesso.
V.
Nello stazzo Zanche, come in tutte le case governate da serve, si viveva di pettegolezzi. I due servi anziani erano buoni e docili, vere bestie da lavoro rassegnate al loro destino, ma Pancraziu aveva sangue berbero nelle vene, diceva il padrone, ed era turbolento e maligno. Da qualche tempo, poi, perseguitava Ignazia con le sue proposte di amore, e le ripulse tacite ma valide di lei cominciavano ad esasperarlo.
Quando Andrea, dopo aver lasciato Vittoria e il frate, entrò nella vigna, il servo si sollevò appoggiandosi alla zappa, con una mano sulla schiena, e fece una smorfia di stanchezza; ma tosto vide Ignazia che dall’alto del viottolo pareva spiasse qualche cosa in lontananza e si mise a ridere. I suoi denti canini lucevano al tramonto.
– Padroncino Andrea, scommetto che a momenti passa Mikali! – Infatti ecco una nuvola di polvere nello stradone e in mezzo Mikali coi puledri dorati dal sole. Il servo guardava con gli occhi pieni di ammirazione e d’invidia, e anche l’altro uomo che lavorava nella vigna si sollevò curioso, mentre Andrea correva verso la muriccia per salutare il fratello.
– Oh Mikali, come va?
Mikali fermò a stento i puledri, o fìnse di fermarli a stento; evitando lo sguardo di Andrea.
– Sei arrivato? Io non sapevo che arrivavi adesso… Torno da Terranova dove sono stato a prendere queste bestie indemoniate… Appartengono ai fratelli Fera: non son ricchi, i fratelli Fera, ma si trattano bene; mangiano come scomunicati…
Divagava, Mikali, dandosi un gran da fare per tener fermi i puledri che si agitavano allungando la testa l’un verso l’altro come per comunicarsi un segreto tormentoso; ma Andrea lo guardava fisso, fermo dietro la muriccia.
– Ma non sapevi che nostro padre sta male?
– M’avevano detto ch’era quasi guarito. Sta peggio nostra madre; l’hai veduta?
– Sì. Come è magra! – disse Andrea con tristezza.
– Lavora troppo! E glielo dico, sai, Andrea. Le dico sempre: non vi alzate così presto. Ma credo che lei lavori anche alla notte. Ohe, fermi, diavoli, che la corda v’impicchi! Tirano: bisogna andare. Senti, Andrea, vieni verso lo stazzo Zoncheddu, più tardi. Devo parlarti…
– Anch’io devo parlarti, Mikali…
Mikali si lasciava portar via dai puledri, pure battendoli sulla testa col nerbo e urlando: – fermi, fermi, all’inferno, alla forca! – Al di qua della muriccia Andrea tentava di seguirlo, di fargli capire qualche cosa: ma Pancraziu s’era avvicinato e faceva dei cenni a Mikali, additandogli il punto ove poco prima stava Ignazia.
– Non l’hai consolata neppure con uno sguardo, carnefice!
– Prenditela pure, Pancrazio, se la vuoi. Siete neri entrambi come il tormento dell’inferno! – gridò Mikali, e rallentò la corda ai puledri che volarono via nitrendo. Andrea ebbe l’impressione che suo fratello lo sfuggisse: perchè? Porse per timore di un rimprovero a proposito di Ignazia. Cento volte gli aveva detto: «Mikali, non voglio che tu guardi le serve del mio stazzo». Mikali però non aveva scrupoli; fin dove potevano arrivare le sue braccia tutti i frutti intorno erano suoi.
Andrea rientrò pensieroso allo stazzo, in attesa del medico.
Il malato non aveva più febbre, ma col cadere della sera la sua agitazione nervosa aumentava; voleva alzarsi, metteva fuori le gambe, parlava sempre di Vittoria con lodi insensate, cosa che irritava zia Sirena, salvo il rispetto ai padroni.
– E va! Sembra ch’ella abbia posto una fattura sotto la porta per ammaliarli tutti e due – disse a Ignazia, in cucina. Ignazia però taceva, scura in viso come l’orbace delle ghette che cuciva pazientemente. – Eppure, m’ingannerò; ma Vittoria non vuol bene ad Andrea. M’ingannerò; il Signore lo voglia.
Prese un poco d’orzo in una mestola di legno e andò a spargerlo nel cortile; e fra lo schiamazzare dei volatili che le si gettavano attorno le parve di sentire in cucina un gemito selvaggio; ma rientrando vide Ignazia immobile curva sul suo lavoro.
– S’è lamentato?
– No, zia.
– Ho sentito gemere.
– Zia, – disse Ignazia dopo un momento, sollevando gli occhi foschi – avete veduto? È passato, poco fa… ed ha parlato col piccolo padrone…
– Ma chi?
– Il bastardo.
– Non è la prima volta che parlano assieme: lasciali, sono fratelli – disse la vecchia; ma anche i suoi occhi si fecero scuri.
Il medico tardava. Rientrarono i servi, e zio Bakis consigliava Andrea di andarsene da Vittoria.
– Tanto sto bene. Domani all’alba mi alzo e vado alla vigna. E se il dottore dice qualche cosa gli rompo la testa col bastone.
Andrea guardava attraverso i vetri sbadigliando, preso anche lui da un senso di malessere profondo: mentre la vecchia serva rinnovava il cataplasma di malva sul ventre del malato, andò nella sua camera e aprì la finestruola; la finestruola alta che sembrava più piccola in quell’ampio stanzone ove i mobili grandi e pesanti, armadi, cassapanche, scranne, che sembravano fatti per giganti, gli avevano sempre dato un’impressione grave, un senso di rispetto. Era la camera di sua madre e di suo padre sposi: là egli era nato, là sognava di dormire con Vittoria.
La luce del crepuscolo illuminava il soffitto; nel cortile era già ombra e le galline dormivano sui bastoni sotto la tettoia: anche il cane taceva e solo sullo sfondo giallo e azzurro del cielo sopra il muro di cinta passavano e ripassavan come rondini i pipistrelli neri. Un odore di erbe e di fiori di calendola profumava l’aria; egli pensò a Vittoria, fermo davanti al davanzale alto, pensò ai giaggioli dietro la muriccia ov’egli rattirava per baciarla di nascosto della madre; e non si inquietò nel sentire accanto alla porta di cucina la voce di Ignazia che respingeva il servo.
– Lasciami, volpe; le mani mozze! Chiamo zia Sirena.
– Ah, tu muori di crepacuore, figlia mia, e non ti lasci neppure consolare. L’hai atteso invano, oggi, il gigante. Non ti ha neppure salutato.
Allora Ignazia, che si difendeva con spintoni vigorosi, disse con voce cupa:
– Che t’importa, demonio? Lasciami o chiamo.
Ma Pancraziu era insistente e crudele, quella sera.
– Sai che cosa mi disse il tuo alto Mikali? Che sei troppo nera per lui…
– Certo, Vittoria è più bianca di me… Lasciami! Zia Sirena?
Il suo grido vibrò come uno sprazzo di luce sinistra illuminando l’anima d’Andrea. Fu come un fulmine. Egli si piegò; senza accorgersene sporse la mano fuori della finestra e quei due videro e tutto fu di nuovo silenzio. Pancraziu balzò indietro in cucina. Ignazia rimase gelida e immobile davanti alla porta. Ma d’un tratto cominciò a tremare, tanto che si appoggiò al muro. Tutto le roteava attorno e tutto era nero e tremulo come in fondo al mare. Solo dopo qualche momento, non vedendo comparire Andrea, si calmò. Vittorie ce ne erano molte, nei dintorni. E d’altronde, ebbene, e se egli ha capito? perchè non deve soffrire anche lui? Non deve soffrire perchè è ricco, perchè è padrone? Ah, Ignazia non trema più, a poco a poco anzi prova un senso di conforto crudele, poichè sente di non essere più sola a spasimare in quella casa ove l’aria stessa è carica di passione e di tradimento.
Andrea s’era piegato, còlto anche lui da un senso di vertigine, aggrappandosi all’inferriata del finestrino come per resistere al desiderio di gettarsi per terra, o di correre fuori e di prendere la serva per la gola.
E tutto anche intorno a lui roteava tremulo e nero come in fondo al mare; ma a poco a poco tutto tornò a fermarsi, a rischiararsi: Vittorie ce n’erano tante, nei dintorni; sì, ce n’erano tante, tutto tornò a rischiararsi, ma la certezza che la serva accennava a Vittoria, a lei sola, non lo abbandonò un attimo. Respirò forte, ma gli sembrò che qualche cosa si fosse rotta entro di lui.
Il rumore del carrettino del dottore su per il viottolo e poi nel cortile lo richiamò in sè: volle uscire, inciampò sulla soglia e balzò con le mani tese fino alla parete del corridoio. Là rimase ad aspettare.
Il dottore parve non badare a lui, tanto si dava un da fare frettoloso. Piccolo e sbarbato, sembrava un fanciullo, ma aveva gli occhi vecchi e la voce stanca.
– Ohè, zio Bakis, – disse curvo a palpare i fianchi nudi del malato, mentre Andrea guardava pallido e smarrito – avete ragione, che Dio m’assista! State meglio voi di Andrea. Perchè l’avete fatto venire?
– Scusi, – intervenne zia Sirena – avantieri la vossignoria diceva di farlo venire.
– Io? Può darsi.
Zio Bakis, nonostante i suoi feroci propositi, lo guardava ansioso, e infine gli chiese timidamente:
– Domani posso alzarmi?
– Domani no; posdomani.
Andrea accompagnò il dottore, poi si trovò con lui sul carrettino, trascinato di corsa dal cavallo frustato senza pietà. Andavano: non sapeva dove, non sapeva perchè; provava un malessere ardente, un dolore alla nuca, e tutte le viscere gli sobbalzavano dentro e gli pareva che la frusta colpisse anche lui.
Far presto bisogna, diceva una voce lontana; e il dottore gli raccontava la sua vita, i suoi propositi. Figlio d’un pastore, aveva studiato con rapidità consumando il piccolo patrimonio paterno, e adesso correva tutto il giorno per poter triplicare il piccolo patrimonio, e più che il pensiero dei malati lo incalzava l’ansia di far presto. Le distanze sono grandi, negli stazzi e nei paesetti perduti nella brughiera; bisogna far presto, arrivare a tempo.
E Andrea voleva far presto anche lui quella sera; perciò s’era fatto prendere sul carrettino; voleva anche lui correre, arrivare a salvare qualcuno, giungere in qualche posto ove assicurarsi che la notte non era eterna, che la luce non era per sempre spenta sulla faccia della terra.
Ecco infatti un lume lontano, in fondo al campo di fave, dietro la siepe dello stazzo Zoncheddu; e più sopra sul cielo verdognolo del crepuscolo la stella della sera come un faro sul mare. Era come un punto di approdo, oscillante eppure fermo nel vuoto: il faro che indicava il limite ove l’inganno del cammino mortale finisce.
– Io scendo qui, grazie – disse Andrea, fermando la mano del dottore.
Saltò a terra mentre il carrettino sobbalzava ancora; e rimase immobile sulla strada, fra la polvere e l’odore delle macchie; altre stelle apparivano qua e là come arrivassero di lontano e si fermassero sulle cime dei monti e sul confine della brughiera a guardare la terra oscura.
Dove andare, oltre? Anche lui, Andrea, arrivava di lontano e guardava verso un luogo oscuro.
Dopo qualche momento di incertezza, si avanzò verso il lume dello stazzo, fermandosi di nuovo accanto alla siepe del cortile. Si udiva il ruminare dei puledri di Mikali legati sotto la tettoia e il chiacchierio delle donne riunite nella cucina. Attraverso la porta illuminata si vedeva la fila dei ragazzetti che mangiavano avidamente attorno al tavolo nero, e Marianna Zanche e Maria Luisa Zoncheddu che misuravano una pezza di tela grigiastra, la prima reggendo con la punta della dita una canna segnata come un metro, l’altra svolgendo il tessuto. Una fanciulla pallida, sottile sottile, con un grande carico di capelli chiari, aiutava a svolgere la pezza e a ripiegarla dall’altra parte; ma i ragazzi la deridevano per la poca forza che dimostrava.
– Maria Battista, magrolina! Pesa più la tela che tutta te intera, cavalletta!
Andrea apparve sulla porta; tutti tacquero, la fanciulla trasalì, la madre lasciò cadere la canna. Solo la padrona, una donna alta e grassa, gli andò incontro tirandosi addietro la tela come una cometa.
– Vieni avanti, Andrea. Come stai? E tuo padre? E Vittoria? E zia Sirena? Quando riparti?
Egli fissava sua madre e non vedeva altro. Eccola lì; è pallida come morta: sa già perchè egli è venuto, bisogna affrettarsi, portarla via, interrogarla subito prima ch’ella prepari l’inganno. Ah, ella è abituata, a ingannare, a mentire: eccola lì, piccola e nera come un’ombra, come una tarantola; egli ha quasi paura di lei.
*
Ma come attirata dallo sguardo disperato di suo figlio, Marianna Zanche si avvicinava passo passo alla porta. Anche i ragazzi s’erano tutti precipitati curiosi attorno a Maria Luisa che, pure respingendoli perchè calpestavano la tela, continuava le sue domande curiose.
Finalmente madre e figlio si liberarono delle donne e dei fanciulli e andarono verso lo stradone. Egli camminava a testa bassa inciampando: gli sembrava di essere cieco; desiderava gridare e non poteva per paura delle donne che spiavano. Gli pareva di non aver casa, anche lui come sua madre, di essere come lei servo, in terreno altrui; entrambi potevano camminare finchè volevano, non avrebbero mai trovato un posto loro dove parlare liberamente, dove guardarsi in fondo agli occhi e intendersi. Arrivato allo stradone, si fermò aspettandola: ed ecco di nuovo le stelle ferme sul limitare del nulla; il rifugio sicuro era solo laggiù, lassù: perchè disperarsi quando resta un rifugio?
Allora afferrò la madre per le braccia, ma senza forza, quasi calmo. Le domandò a voce alta:
– Dunque è vero?
Senza rispondere ella giunse le mani tremule e lo guardò, nella notte, già preparata a tutto. Da lunghi anni era preparata a tutto. Aveva peccato, aveva accettato tutto in espiazione, eppure le pareva che il castigo non dovesse mai cessare. Lo aveva fatto pesare anche su Mikali, questo castigo, su Mikali innocente; ma non bastava ancora…
Vedendola immersa nei suoi pensieri, Andrea tornò ad irritarsi e la scosse tutta come un cencio, la respinse, parve buttarla lontano per liberarsene.
– Ma perchè, ma perchè? perchè ingannarmi? Voi?
– No, Andrea, non volevamo ingannarti. Aspettavamo, per dirti tutto.
– Oh, aspettavate? – egli disse come fra sè, nascondendo il viso fra le mani; poi si scosse ancora. – Aspettavate? Che cosa?
Neppure lei lo sapeva: e cominciò a tremare tutta.
– Ma perchè, mamma, ma perchè? Adesso capisco tutto. Ah, ecco perchè ella era così, oggi. Piangeva. Perchè piangeva? E lui? Ah, lui è bello… è una bella bestia… è il maschio! Ma voi… voi… perchè mi avete ingannato, voi? Non sono vostro figlio?
Ella taceva e tremava; che ne sapeva lei di tutti questi perchè?
– Ebbene, – egli riprese, stringendole di nuovo il braccio e trascinandola fino al paracarri su cui sedette sfinito – voi verrete con me, a casa mia, e starete con me e con mio padre, per tutta la vita. E non ci sarà altro, per voi, nel mondo. Ma questo ci sarà: che noi tre, almeno, non c’inganneremo più. Che loro due si uniscano, il maschio e la femmina, questo non importa: sono degni l’uno dell’altra. Io non la voglio più, lei; mi farebbe orrore. Ma voi dovete stare lontana da loro: voi starete con me. Questo almeno lo capite.
– Sì, sì, sì, càlmati, anima mia. Farò quello che vorrai, ma calmati. Non gridare così: ti sentono…
– Che importa? Non c’è più nessuno per me nel mondo.
E di nuovo infatti gli parve di trovarsi in una solitudine infinita. Perchè proseguire? La madre diceva «sì, sì, sì», senza capire nulla di lui; ed egli non sentiva nulla per lei. Meglio che appoggiarsi al seno di lei, meglio stendersi sulle pietre della strada, come uno stelo divelto. E si stese infatti sul paracarri e desiderò dormire. La donna gli parlava all’orecchio, a mani giunte, curva su lui.
– Perchè, tu domandi? È destino, è destino. È Dio che vuole così. Quando Mikali, disgraziato, mi disse: – madre. Vittoria Zara vuol lasciare Andrea perchè mi ama; – credi tu che io non abbia patito, Andrea? Quanto non ho fatto per distoglierlo? Tutto gli ho detto. E sai cosa risponde? «Madre, è destino». Come fare, allora? Allora, quando egli parla così, io sento le mie braccia staccarsi dagli omeri e cadere per terra. Che cosa fare, contro la sorte? Mikali non è cattivo, Mikali. È focoso, è leggero, ma non malvagio. Egli dice: «E non è peggio se Vittoria sposa Andrea e poi lo tradisce?» Andrea, anima mia, non fidarti, sai: loro due si sono incontrati perchè la sorte voleva così e tu non potrai separarli mai più. Non fidarti, Andrea: tu puoi correre da Vittoria, legarla a te, credere che ella ti ami. In fondo al cuore le resterà Mikali, come una pietra in fondo al pozzo; e il peso la tirerà giù sempre, sempre, e tirerà anche te se cercherai di trarla su… Andrea, tu sai ragionare! hai studiato, sai queste cose…
Sì, egli le sapeva; ma cercava di aggrapparsi ancora a qualche inganno, cercava di dare una tinta diversa dalla vera alla sua disperazione.
– È il tradimento, quello che mi dispiace, madre! Non dico per Vittoria: è donna e basta! Ma lui… Mikali, mio fratello! Proprio lui. Che gli ho fatto? Non gli ho voluto bene, io? Non l’ho cercato io, da bambino? Qui, su questo paracarri, venivamo di sera a sederci, a incontrarci di nascosto come figli di nemici.
Rammentate? Gli portavo sempre qualche cosa. Una sera passò lui… nostro padre, e noi ci buttammo qui dietro il muro, nascondendoci, ridendo e tremando di paura. E adesso? Egli è là, vero? Dite, è là?
Sollevò la testa stringendo i denti, poi appoggiò la fronte sulla pietra: eccoli, li vede: sono abbracciati, all’ombra della casetta, tra i fiori dei giaggioli; li vede: sono uniti, la bocca sulla bocca. Vittoria nell’incavo del corpo di Mikali come dentro una nicchia. Chi può separarli? Neppure l’urlo del suo dolore, neppure il coltello che uccide. Dio, Dio, pietà! Ma neppure Dio può separarli. E cominciò a piangere silenzioso sulla pietra, mentre la madre, meno pietosa della pietra, non sapeva come questa raccogliere le lagrime di lui e tacere.
– È là, sì. È sempre là, come attirato da una malìa. Dapprima andava da altre donne: ultimamente s’era fidanzato con Maria Battista la povera orfana, peggio che orfana, pari a lui. Ed io ero contenta. La sorte li aveva avvicinati. Anche lei. Battista, piange per colpe altrui, anche lei, come Mikali, ha tutto perduto: casa, famiglia, beni e fama, per colpa altrui! Ed ella si attaccava a me, fin da bambina, quando suo padre fu condannato e portato alla sua pena, ed ella, rimasta sola, fu accolta nello stazzo: si attaccava a me come il caprettino orfano alla pecora che può allattarlo: ma un giorno io e lei vedemmo Vittoria e Mikali abbracciati. Battista mi cadde sul grembo come morta. E Mikali dice: «Madre, che posso fare? posso domare i puledri, ma non il destino». E adesso, Andrea, taci, taci; che si può fare? Vedi che non sei solo a soffrire.
Egli si sollevò; pareva non avesse ascoltato una sola delle parole di lei: e stette immobile, lungo tempo, curvo sotto le stelle che salivano sul cielo, mentre quella della sera cadeva lentamente verso il confine della terra. Il lume dello stazzo si spense. La madre gli toccò il braccio.
– Sì, – egli disse scuotendosi – vado, vado. – E si alzò; ma ella lo tenne per la mano, col viso pallido sollevato nell’ombra.
– Andrea! dove vai?
– Vado a casa. Domani ci rivedremo, per non lasciarci più.
Fece alcuni passi barcollando, come ubbriaco, poi le tornò davanti.
– Venite con me, adesso. Quando sarete a casa tutto si aggiusterà – disse tendendole la mano: e tentò anche di trascinarla con sè; ma ella resisteva con una forza tenace superiore a quella di lui.
– Anima mia! Stanotte no, non posso. Devo tornare allo stazzo. Domani ci rivedremo: va, Dio ti benedica!… Andrea, – lo richiamò raggiungendolo – tu non farai male a tuo fratello?
– No, no! – egli disse subito, e andò avanti. Camminava nel vuoto, ma ancora gli sembrava di marciare dritto, sotto un ordine preciso. L’illusione di ricostrurre l’edificio rovinato della sua famiglia lo guidava nel buio come la parola misteriosa di quest’ordine; e il ricordo appunto della rovina famigliare gl’impediva di voltarsi indietro, di andare da Vittoria.
VI.
Giunto allo stazzo, attraversò il corridoio illuminato dalla lampadina di Sant’Isidoro e spiò dall’uscio in fondo, con la speranza di trovare suo padre sveglio e di potergli subito parlare del suo progetto; ma il malato dormiva ansando, con le gambe scoperte, agitato anche nel sonno; e per terra, stesa su un materasso, stava Ignazia vestita e calzata.
Allora si ritirò nella sua camera, si buttò di traverso sul gran letto, affondò il viso fra le coltri. Si sentiva stanco, con la schiena rotta, come dopo un lungo viaggio, eppure non poteva chiudere gli occhi. Ondate di dolore, di orgoglio offeso, di amore disperato, poi di calma forzata e nuovamente di angoscia più folle, di odio violento, di sangue e di morte lo travolgevano. A volte gli sembrava di soffocare: poi un gemito stridulo gli usciva dai denti stretti e tutto intorno di nuovo si placava in una pace torbida per ricominciare subito a rimbalzare in un ribollimento pazzo di tempesta.
– Andrò da Vittoria, – pensava mordendo le coltri – la riprenderò: è mia; la piglierò, la spezzerò; è uno stelo fragile; è una cosa mia; io sono forte, poichè ho l’intelligenza, ho la volontà; posso avere il dominio.
Ma subito questa sua forza lo spaventava. – E quando l’avrò avuta, e quando l’avrò inchiodata alla mia croce? – Ecco, su quello stesso letto giacevano suo padre e sua madre: e la donna piccola e silenziosa era scivolata giù, se n’era andata a spargere il veleno del male per tutta la casa, per tutte le terre intorno. Come ricominciare? Eppoi l’orgoglio lo irrigidiva; gli si conficcava dal calcagno alla nuca come una verga di ferro. Dritto, Andrea; l’amore dev’essere un dono spontaneo, non una elemosina nè una rapina; dritto, Andrea, non metterti al paro di Mikali, al paro di lei, creatura di debolezza e di perfidia. Solo, davanti a te stesso, Andrea: essi sono dei morti: tu solo esisti.
Ed ecco gli sembrava di marciare ancora, dritto sotto il suo carico, attraverso il deserto arido della vita; ma che sete, Dio mio, che fame, che stanchezza! Viene la vertigine, il corpo si piega, la verga si spezza: e Vittoria è lì, come la donna al pozzo, come la donna col pane col balsamo. Vittoria, dolcezza, amore, oblio, ecco il soldato steso ai tuoi piedi, tu puoi calpestarlo, basta che gli lasci lambire il tuo piede; e se gli prometti ancora una goccia d’acqua, un pezzo di pane, egli tradirà per te il suo destino, e suo padre e sua madre, e sè stesso.
– Domani mattina all’alba vado, m’inginocchio davanti a lei, non la lascio più, non la lascio più; m’avvinghio alle sue ginocchia; non la lascio più, non la lascio più.
Ma l’alba era lontana; e l’orgoglio piano piano tornava a sollevarsi, più feroce dopo la caduta, più forte, sempre più forte, più duro.
Ma anche l’altro, l’amore, lottava; aveva per sè tutte le astuzie, si copriva col velo nero del dovere: bisognava difendere Vittoria contro sè stessa, strapparla al suo destino. Non era la serva ottusa dello stazzo, lei; era soltanto cieca; bastava aprirle gli occhi, per salvarla. Ed ella lo avrebbe amato di più, per questo.
Ed ecco la luce lontana. Egli guardava stupito i vetri e gli sembrava che la luce non venisse dall’orizzonte, ma dalla profondità del cuor suo.
S’alzò, aprì la finestra. Bisognava andare, tornare indietro. Aveva sbagliato strada, la sera prima; tutti, anche i soldati più bravi possono sbagliarsi, al buio, nella nebbia; torna l’alba, però, e illumina le cose; la gente smarrita si orizzonta e ritrova la via giusta. Si pettinò; ma aveva l’impressione che la sua mano non fosse la sua. Tutto era spostato, tutto girava attorno. Le ginocchia gli si piegavano. Ed ecco a un tratto vide un rettangolo d’argento sui mattoni neri e s’accorse che era la luna, non l’alba, a illuminare la terra: luce di illusione. S’avvicinò alla finestra e la sua ombra piccola e deforme come quella di un gnomo gli ricordò Mikali a cavallo, sopra il gruppo dei puledri frementi, Mikali alto e bello, coi capelli al vento come Sansone, Mikali il maschio, il vero uomo, il vero forte. Ed egli, egli era l’ombra dello gnomo, l’illusione che va spinta dall’aria come la bolla di sapone, con tutti i colori dell’iride, con tutto il vuoto del nulla.
Tornò a buttarsi sul letto e di là vide la stella del mattino come aveva veduto la stella della sera, ferma sul limitare dell’infinito come il faro di un rifugio sicuro.
Morire! Nessuno lo amava ed egli non amava più nessuno. Tutti i fili si erano rotti intorno a lui, ed egli giaceva come la marionetta di cenci dopo la rappresentazione. Giaceva sul letto dal quale era scivolata sua madre per correre ai convegni col servo, e farneticava ancora di fare il paladino cristiano. Salvare Vittoria! Salvarla da che? Dall’amore? Se l’amore solo è salvezza? Se l’amore solo è vita? Se ella forse in quella lunga notte di dolcezza era fra le braccia di Mikali, una cosa sola con lui, congiunti per volontà stessa di Dio? Come combattere contro tale forza? E poi egli non la amava più, Vittoria, forse non l’aveva mai amata: la desiderava soltanto; ed era davvero come il soldato esausto e assetato che si getta dietro la siepe e si abbandona ai sogni del delirio. È un sogno di delirio anche l’illusione di ricomporre la famiglia; una illusione del suo orgoglio, o peggio ancora, una vendetta puerile contro Mikali. Come ricomporla senza amore? E gli riuscisse pure, ebbene? La famiglia ricomposta? Il vaso rotto riattaccato col mastice, incapace a contenere più il liquido; aria soltanto. Tutto è aria; tutto è vano, tutto è vuoto. Tutto è rotto: polvere di vetro che il vento disperde.
*
L’indomani Bakis Zanche nonostante il divieto del dottore si alzò. Dritto, imponente e gigantesco, dopo essersi vestito con una certa cura, stringendosi forte la cintura di cuoio sullo stomaco grasso, s’avanzò a spiare dall’uscio e sollevò con la punta del bastone alcuni libri che Andrea aveva deposto lì accanto sulla panca sotto la nicchia di Sant’Isidoro. Egli disprezzava i libri; e, salvo quello dei Salmi, gli veniva voglia di sputarci su.
Andrea era assente; era uscito all’alba e tardava a rientrare; ma il padre faceva a meno di lui: ne aveva fatto sempre a meno. Pensava piuttosto a Vittoria e gli pareva di vederla aggirarsi nelle camere agile, bella, spandendo luce intorno per la casa triste e polverosa. Anche la gobbina non sarebbe stata male, al seguito di Vittoria, come una nana dietro la Regina. Era una figura divertente, zia Zizza, coi suoi occhi una di tigre, l’altro di cerva, col suo sorriso di jana2 maligna e generosa. Faceva ridere al solo guardarla, e Bakis Zanche aveva voglia di ridere; stanco di una vita di musonerie che gli rovinava il fegato, voleva almeno passare allegramente gli ultimi suoi anni. Ben venga anche la gobbetta, dunque, se vuol venire: Dio sa che chiasso e che pettegolezzi con tutte quelle donne in casa; ma egli vuole appunto così, movimento, rumore, chiacchiere; e se si azzuffano tanto meglio, egli si divertirà a separarle col bastone.
Chiamò Ignazia.
– Dove s’è ficcato il padroncino?
– Io non lo so.
– Tu non sai mai niente! Ti avverto che è tempo di smetterla con i musi lunghi. Divertimento voglio, qui, d’ora in avanti. Grazie a Dio, roba ce n’è. Gli affari vanno bene e la salute anche. Voglio che Vittoria porti qui la fisarmonica e tutto il giorno suoni, e voglio che tu canti la canzone (strinse i pugni e accennò a suonare lo strumento):
A ballare, a sartiare,
a finire sas iscarpas…3
Ignazia lo fissava con uno sguardo tragico; tanto che egli aprì l’armadio e le diede una manata di biscotti che zia Sirena teneva nascosti là dentro.
– Prendi; sei orfana, e se non ridi hai ragione. Ma verrà un giorno anche per te. Dimmi, ti piace Pancraziu? Non è cattivo, Pancraziu, solo ha la schiena dura. Va’, di’ alla vecchiona che mi porti qui il libro con le immagini.
Ignazia guardava i biscotti con gli occhi pieni di lacrime; andò e dopo averli fatti vedere a zia Sirena, affinchè questa non l’accusasse di averli rubati, li depose poi sulla panca sotto Sant’Isidoro. Era una specie di sacrificio che faceva, poichè era golosa e nella sua cassa non mancavano mai le arance e gli amaretti: ma in quei giorni neppure i datteri avrebbero raddolcito l’amaro che le riempiva la bocca e il cuore.
Quella mattina era inquieta anche per l’assenza di Andrea, e di minuto in minuto s’aspettava qualche cosa di triste. Infatti, mentre nella quiete del mattino velato da grandi nuvole bianche ferme sul cielo turchino come blocchi di neve, s’udiva la voce di zio Bakis che canticchiava i salmi, e tutto intorno era silenzio e dolcezza, ecco Andriana, la donna delle erbe, arrivare con aria di mistero.
– Come va che ieri sera Andrea non è andato da Vittoria? Che c’è?
– Nulla, anima mia; sarà andato oggi – disse zia Sirena.
– Oggi l’ho incontrato che saliva verso Monte Nieddu. Era pallido, non mi ha neppure salutato. Mah! È tutto quel che Dio vuole…
– E allora sai cosa devo dirti, nipote mia? Lascia fare a Dio e tu ficcati nei fatti tuoi…
Ignazia si domandava con terrore dove andava il padroncino pallido, come smarrito su pei dirupi. Ah, ella sapeva bene come si diventa folli dopo aver bevuto il veleno del tradimento. Dove andava il disgraziato padroncino?
Era quasi mezzogiorno quando egli rientrò: aveva le scarpe bianche di polvere, le vesti raggrinzite come si fosse coricato per terra, qualche filo d’erba fra i capelli.
Zio Bakis, che faceva colazione accanto alla finestra, lo vide attraversare il cortile con aria intontita, e dopo qualche momento entrare, accostarsi e affacciarsi al davanzale senza dar retta alle sue domande alquanto ironiche:
– Dove sei stato? A divertirti? Hai litigato con qualcuno? Che viso hai!
Solo dopo qualche tempo Andrea volse il viso, senza sollevarsi, e domandò:
– Come state?
– Ringraziamo il Signore che ti accorgi finalmente di me. Bene sto, io; molto meglio di te.
Allora Andrea parve uscire da un sogno; si alzò, con la schiena, contro il davanzale, e guardò fisso il canestrino col pane che il padre teneva sulle ginocchia.
– È tornato il medico?
– Alla forca! Che me ne faccio del medico?
– Egli non voleva che vi alzaste, oggi, padre. Tornate a letto.
Per dimostrargli che stava bene, il padre sorbì un uovo d’un fiato e dopo averne buttato il guscio dalla finestra destando un assordante starnazzare di volatili nel cortile, si alzò e battè forte il bastone per terra.
– Mi vedi? Non sembro uno sposo?
Andrea guardò e pensò a Mikali.
– Sì, – disse annaspando la parete con le mani convulse – voi state meglio di me… Io sto male, – aggiunse abbassando la voce – e voi lo vedete. Ma è tempo di finirla…
– Che hai? – disse il vecchio sorpreso; ma subito parve ricordarsi e sorrise come fra sè e tornò a sedersi. – Ah, ah! sempre la stessa storia.
– Padre!
– Mi stupiva, anzi, che tu non avessi ancora ricominciato.
– Padre! È l’ultima volta che ve ne parlo.
Ma il viso del padre s’era fatto duro e grigio come di granito.
– L’ultima volta? Meglio.
– Però ascoltami. Io non posso più vivere così. Non posso più vivere così. Ricordatevi queste mie parole.
Si guardarono. E Bakis Zanche vide che suo figlio s’era invecchiato, dal giorno prima, come dopo anni ed anni di angoscia: tuttavia rimase fermo, con le mani appoggiate una sull’altra al pomo del bastone, il viso duro inesorabile. Solo domandò con voce mutata, grave e calma:
– Che è accaduto di nuovo?
Andrea conosceva quel viso, conosceva quella voce; e non sperava nulla, ma gli pareva di essere sospeso sopra un abisso, aggrappato a una sporgenza di roccia: bisognava tentare di salvarsi, pure con la certezza spaventosa che ogni sforzo era vano.
– Nulla di nuovo è accaduto. Solo che la mia volontà si è maturata. Adesso vi prego ancora, padre; ma nella mia preghiera c’è anche la mia volontà. Vi prego, padre! Sapete quello che vi domando. Fatela ritornare qui. È tempo! Tutto è passato, ormai. Siamo in faccia alla morte.
– Siamo?
– Sì, siamo! Io e voi e lei. Sono malato più di voi; voi stesso l’avete detto.
– Curati!
– Padre, non scherzate.
– Non scherzo, Andrea. Tu, forse, scherzi?
– Ebbene.. Ebbene…
– Ebbene?
Andrea ansava, piegandosi su sè stesso, con le mani ferme al muro: tutte le viscere gli balzavano su, fino alla bocca, in uno spasimo d’angoscia.
– Ebbene… io non mi curerò, se voi non mi esaudite. Io morrò. Ebbene, sì; il figlio… suo figlio, resterà lontano, non rientrerà mai qui, certo, ed io lo rinnegherò. Ma lei, lei mia madre, lei deve ritornare qui, subito!
Il vecchio parve meditare, un momento. Abbassò gli occhi, tornò a sollevarli sfolgoranti d’odio.
– Andrea, è inutile. Tu lo sai.
E Andrea si protese verso di lui, intrecciando le mani supplichevoli e minacciose.
– Padre! È stato inutile fino a questo momento, lo so, lo so; ma ora non più. Ora voi direte sì. Voi mi contenterete. Voi siete mio padre, alla fine. Siete vecchio, siete davanti alla eternità. Vi siete abbastanza vendicato. Adesso basta. Basta! Basta! Che vi ho mai domandato, io? Ditelo, ditelo.
– Eh, niente, uccellino! Non mi hai domandato niente! Ma se ho sempre fatto quello che tu hai voluto! Così non l’avessi fatto! Saresti più contento tu, adesso, e più contento io. Ma non importa: se sei malato curati. Domandiamo la licenza, e te ne andrai al predio di Santa Maria ‘e Mare come quella volta quando eri convalescente del tifo. L’aria marina fa bene.
– Padre! – gridò Andrea irrigidendosi, coi pugni chiusi. E pareva si allungasse alzandosi sulla punta dei piedi. Anche i suoi occhi sfolgorarono d’odio e di disperazione; d’un tratto però tornò a piegarsi conficcandosi le unghie nelle palme delle mani.
Il padre continuava, implacabile:
– E verrà Vittoria, a curarti. E tu butta via i tuoi libri e le tue idee, come io ho gettato il guscio dell’uovo nel cortile. Sii uomo! Non andare più di qua e di là a farti riempire la testa d’aria. Lascia che il destino compia l’opera sua. Va da Vittoria e sta con lei: è quello il tuo posto. Va, va! Vedi che bella giornata? Il moscone ronza intorno al vetro e l’aria è morbida come il velluto. Va da Vittoria figlio mio: è il vostro tempo, questo.
– Ah, basta! – rantolò Andrea, curvando il viso sul petto. Ah, urlare, urlare il segreto che lo strangolava. Ma e poi? Sarebbe stata la fine, ed egli non voleva precipitarsi a capo fitto nell’abisso.
– Padre, non parlate così. Voi siete un uomo intelligente, e capite tutto, anche quando volete far credere il contrario. Dunque, ascoltatemi, parliamo per l’ultima volta di questa orribile cosa: o voi fate ritornare qui mia madre o io parto e non ritorno più. Pensateci. Tre giorni: vi bastano tre giorni?
Il vecchio sorrise. Apparvero i suoi denti gialli, il vuoto fra l’uno e l’altro; gli occhi brillarono selvaggi: sorriso più terribile d’ogni sogghigno.
E Andrea capì che quei tre giorni egli li concedeva a sè stesso: estrema tappa del condannato.
– Io sto male davvero, – riprese frugandosi in saccoccia e traendone un biglietto arrotolato come una sigaretta. – Mi pare di soffocare: ho male alla testa, ai nervi, e se sto qui faccio qualche sciocchezza. Ebbene, ascoltatemi; io andrò via, andrò su da frate Zironi; là aspetterò tre giorni. Là mi manderete la risposta.
– Tu puoi andare e venire a tuo comodo, come hai sempre fatto: io sarò sempre lo stesso.
– Pensateci bene, padre!
– Da venticinque anni non penso ad altro, – disse allora il vecchio, e battè il bastone per terra perchè cominciava a perdere la pazienza: – ora sono io che ti dico: basta! Se tu, – aggiunse, toccandosi col pomo del bastone la fronte e poscia il petto, – se tu il male ce l’hai qui, io ce l’ho qui. Il tuo può guarire, il mio no. Mille volte ti dissi: Andrea, io non disapprovo il tuo affetto per tua madre; ciò ti fa onore, anzi! Ma perchè per favorire lei tormenti me? Che cosa sono io per te? Un nemico? Ti ha allevato lei, forse? Sei vissuto con lei?
– Perchè voi lo avete impedito.
– Va bene; hai sempre ragione tu. E va bene! E se io sono il tuo nemico e lei invece è tutto, per te, chi ti proibisce di andartene con lei?… Va – riprese il padre, stendendo la mano verso la finestra. – Da vivere ve ne darò. E lasciatemi solo, però. Io posso fare a meno di tutto… ci sono abituato! Chi mi ha voluto bene? Il diavolo solo. Ebbene, va, va pure, Andrea!
S’alzò di nuovo appoggiandosi forte al bastone, ma il suo viso adesso pareva di cera; e Andrea lo vide con spavento attraversare la camera curvo sul fianco, premendosi il ventre con una mano e buttarsi sul letto gemendo.
– Padre, padre!… – gridò correndo a lui e chinandosi sul viso deformato dal male: e avrebbe voluto come da bambino coricarsi al suo fianco, appoggiare la debole testa accanto alla testa possente e addormentarsi all’ombra di quel dolore forte che s’era fino da quel tempo trasfuso in lui ed era divenuto il suo.
– Perchè, perchè vi siete alzato? Vedete… vedete… – balbettava; e vedendolo chiudere gli occhi infastidito e stringere i denti per non gemere oltre, corse impazzito a chiamare zia Sirena perchè lo aiutasse a sollevarlo e mandò Pancraziu a chiamare il dottore. Ma zio Bakis riaprì gli occhi minacciosi e respinse la donna.
– La pace, occorre! Non le medicine… Andate via tutti… tutti!
La serva guardò Andrea, stringendosi le labbra fra due dita e gli accennò di andarsene fuori dalla camera. Ed egli ubbidì: sedette sulla panca sotto la nicchia e spiegò il biglietto arrotolato che il ragazzo Zoncheddu gli aveva consegnato pochi momenti prima. Era un biglietto col quale Vittoria, impensierita e contenta di non averlo più veduto, lo pregava di andare su al convento perchè il frate doveva comunicargli cose gravi. Ma che poteva dirgli il frate che egli non sapesse già?
E le ore passarono. Egli stava seduto sotto la nicchia, con un libro sulle ginocchia, e sentiva suo padre chiacchierare con le donne, ma non osava più entrare nella sua camera.
Il dottore trovò il malato di nuovo così calmo che gli permise di alzarsi e di uscire anche in cucina.
– Occupatevi solo di questo, però! – gli disse, mettendogli in mano il libro dei salmi.
E andò via in fretta perchè giusto doveva passare in un terreno di sua proprietà confinante con lo stazzo Zanche e consegnare a Mikali un puledro da domare.
VII.
Sebbene fosse quasi notte, Vittoria si ostinava a cucire seduta sullo scalino della porta: ma ogni tanto si alzava guardando lontano, presa da una smania che nulla valeva a calmare. L’assenza e il silenzio di Andrea la turbavano più che s’egli si fosse presentato pieno di furore e di disperazione.
Ecco però la gobba tornare dal fiume con un cestino di panni sul capo.
– Ho veduto Mikali al di là del torrente – disse ancora tutta eccitata per l’incontro. – Era su un puledro nero come il demonio; sembrava San Giorgio sul dragone. Ebbene, – aggiunse a bassa voce, – mi pregò di farti sapere che Andrea è tranquillo: glielo disse il dottore.
– E lui com’era, Mikali? Era allegro?
– Era allegro, sì; se non lo è lui chi dovrebbe esserlo?
Vittoria non si calmava: immobile sulla porta, con gli occhi ardenti fissi in lontananza, sperava di veder giungere Andrea, sperava e temeva di veder giungere Mikali.
E le ore passarono silenziose; e calò il velo tiepido d’una notte annuvolata. Ella andò a sedersi sulla muriccia dietro i giaggioli, guardando verso il mare la striscia d’oro che annunziava il sorgere della luna: al di qua tutto era nero, tanto che il sovero accanto alla casa pieno di lucciole pareva scintillare di luce propria.
Un passo di cavallo risuonò nel silenzio. Era lui? No, quando veniva, i suoi passi non si sentivano; egli arrivava silenzioso, come tutte le cose grandi, come il sogno, come la luna. Ella non lo sentiva arrivare che col palpito del suo cuore. Non era lui: il cavallo passò. Si udì un altro passo grave e pesante come quello di un toro sfunato, ed ella ricordò che da bambina aveva paura dei rumori insoliti. Sì, a volte il diavolo prende l’aspetto di un animale e attraversa il mondo per fare razzìa d’anime. Ma quella notte ella non aveva paura che di una cosa sola: dell’arrivo di Andrea.
Quando la madre fu andata a letto e la zia gobbina si mise sulla porta, ella, come rassicurata dalla protezione di un genio notturno, balzò rapida attraverso il campo di fave fino all’angolo del sentiero protetto da un’alta siepe di rovi. Là attese, coi piedi fra l’erba, il viso tra le foglie di rovo umide di rugiada.
I fili luminosi delle lucciole le passavano davanti agli occhi ricamando la siepe nera al di là della quale brillava l’oro dell’orizzonte lunare. Ed egli arrivò di là, silenzioso, come tutte le cose grandi, come il sogno, come la luna. Ella lo sentì arrivare col palpito del suo cuore. E le batteva tanto forte, il cuore, che le sembrava di sentire un torrente rombarle entro il petto.
Eccoli finalmente assieme. Egli è alto e forte, coi piedi fermi al suolo, le braccia robuste come i rami della quercia; eppure si curva lieve su lei che gli si slancia sottile al collo e gli si abbandona sul petto, con gli occhi chiusi, sospesa fra cielo e terra, tremante su lui come il fiore sull’albero al vento di primavera.
La luna sorge e il suo chiarore attraverso la siepe stringe i due amanti in una rete d’oro.
*
Ma dopo il bacio Mikali disse:
– No, Andrea non è tranquillo come io credevo. Mia madre mi ha raccontato che ieri notte la chiamò e parlò di noi. Sapeva già tutto.
– Sapeva tutto? Ma da chi, Mikali?
Mikali chinò la testa, e parve appoggiarsi stanco a lei: e lei aveva ben posato i piedi per terra e s’era destata dal suo sogno.
– Io non lo so. Vittoria, da chi egli ha saputo. Ti giuro che non lo so. Ma ascoltami: oggi ho voluto saper bene le cose e, non sgridarmi, ho cercato Ignazia, la serva dello stazzo.
– Ah, Mikali! Tu avevi giurato che non la cercavi più. Ah, Mikali, tu mi uccidi!
– Ma che ti viene in mente, Vittoria? Io non parlo più con nessuna donna, te lo giuro sulla mia coscienza, te lo giuro su Gesù morto. Venisse la Regina di Spagna io non la guarderei in viso: come si fa, dopo aver baciato la tua bocca? E del resto, Vittoria, un uomo come me può forse guardare una serva nera e stupida? Era lei che mi aspettava dietro il ciglione, quando lavava al rio: lei vecchia come le pietre, io quasi bambino ancora. Ebbene, che hai, Vittoria? Ridi! Io non posso vederti così triste. Ah, perchè è tornato quel cristiano? Stavamo così bene…
– No, Mikali, – ella disse, nascondendo il viso sul petto di lui – stavamo male perchè lo ingannavamo. Adesso tutto è finito. Egli sa; possiamo morire; ma l’inganno non c’è più. Ma non esser tu, adesso, a ingannare la tua Vittoria…
– Oh Vittoria mia, agnello! – egli mormorò accarezzandola tutta e di nuovo sollevandola fra le sue braccia come un agnellino. E ancora fu silenzio; ma entrambi pensavano alla stessa cosa e l’ombra adesso li avvolgeva.
– Che farà Andrea?
– È questo, che penso anch’io. Ebbene, aspetteremo. La serva mi disse ch’egli è uscito due volte, oggi: la seconda volta non era tornato ancora allo stazzo.
– Gesù! Gesù! Che accadrà, Mikali?
– Ma perchè turbarti tanto. Vittoria? Egli dimenticherà presto, vedrai. Io lo conosco meglio di te. Vittoria! Andrea è uno che muta pensiero ogni giorno: adesso pensa così, domani pensa in altro modo. Fanno tutti così gli studenti! E del resto che t’importa? Che può farci, lui? Sa bene che è mio fratello e non mi ucciderà. Eppoi è tanto debole: non è buono a sollevare una piccola pietra dal muro, e un uomo come me, del resto, non ha paura di nulla.
Ma Vittoria aveva di nuovo appoggiato il viso sul cuore di lui, e soffriva perchè le sembrava di sentire qualche cosa di duro contro la sua fronte.
– Non è questo, Mikali, non è questo.
– E allora di che temi?
– Mikali! Andrea soffrirà.
– Ebbene, è necessario, anima mia!
– Ma perchè dev’essere così, nel mondo? Perchè soffrire per amare?
– Io non lo so. Vittoria. Ma perchè piangi, adesso? Che colpa ne abbiamo noi? No, su, sta su, anima mia: io non posso sentirti a piangere. Taci, taci. Di che temi?
E poichè ella non si calmava egli finse di arrabbiarsi.
– Senti, se tu non stai allegra io non torno più qui! No, no, vedi, te lo giuro sulla mia coscienza; me ne vado in America, e tu sposati con lui, che è ricco. Dopo tutto, che credi? anche a me dispiace; non sono poi un cane, io, che credi? perchè non piagnucolo? Un uomo come me ride di tutto: ne ho viste, io, ancora prima di nascere! Ebbene, il cuore forte ride di tutto. È colpa nostra se ci vogliamo bene e non possiamo vivere separati?
– È vero… – ella ammise, singhiozzando ancora, ma già confortata. – Del resto egli adesso sa tutto, e noi non lo inganniamo più, questo importa.
Sospirò, ma di sollievo, e tese le mani ardenti al viso di Mikali. Come era forte e fresco il viso del suo Mikali! Era vellutato ed aspro assieme, come il frutto del pesco, e i capelli di lui le ricordavano, a toccarli, il fieno, e le labbra di lui erano così molli che a baciarle le pareva di bere del latte appena munto: caldo e dolce. Lo amava per questo, perchè aveva fame di qualche cosa che solo il bacio di lui riusciva per un momento a saziare; lo amava come l’ombra dell’albero in estate e il sole d’inverno, e le sembrava che rinunziare a lui era rinunziare al pane, all’acqua, al sonno. Si può vivere senza questo? Come non bere quando si muore di sete?
Anche lui sentiva la stessa fame, la stessa sete.
– Chi mai ci potrà dividere? – le diceva respirando l’alito di lei. – Dio? Ma se è lui che ci unisce? Eppoi Andrea è buono e capisce la ragione. Non vuole forse bene a nostra madre, nonostante le accuse e l’odio di nostro padre? E con me non è stato sempre buono? Adesso capirà la ragione anche sul conto nostro e ci lascerà tranquilli. Non lo lascio tranquillo, io? Vedi, potrei far causa a nostro padre, per costringerlo a riconoscermi per suo figlio, e non lo faccio per riguardo ad Andrea, per non dargli noia… Vedi, sì, parliamo di questo… Lui, Bakis Zanche, quando io nacqui costrinse mia madre, sotto minaccia di morte, a presentarmi alla legge come figlio bastardo, come di «padre ignoto», sì, la costrinse a dichiarare che erano già separati quando io fui concepito. Invece io potrei provare che stavano ancora assieme, quando io fui concepito; e così lo costringerei a riconoscermi, a darmi la mia parte di beni. Non l’ho fatto e non lo faccio perchè Andrea mi ha sempre considerato lo stesso come fratello… Adesso rinunzio a tutto… perchè tanto a te non importa… vero? Io, sono io lo stesso! Ma Andrea, anche lui, non deve molestarmi… Capirà che solo un uomo come me può renderti felice, e finirà coll’esserne contento…
– Dio lo voglia, Mikali.
– Dio lo vuole, – egli ripetè gravemente; ma d’improvviso s’udì ancora al di là del campo un passo pesante come d’un bue con le pastoie, e Vittoria trasalì di paura. Immobili, con gli occhi fissi nella siepe, stettero silenziosi finchè il rumore misterioso non cessò.
– Che batticuore! – disse infine Vittoria; e pensava ad Andrea, ancora vinta dalla paura che egli li sorprendesse: perchè, sebbene egli ormai sapesse tutto, a lei pareva di ingannarlo ancora.
VIII.
Frate Zironi zappava nel suo piccolo orto. Una pioggia violenta aveva nella notte devastato ogni cosa; gli steli delle cipolline spezzati come aghi di vetro ficcavano le punte nella terra fangosa; le foglie colme di acqua delle lattughe divelte parevano barche naufragate; ma tutto scintillava ai raggi caldi del sole e giù nel bosco gli usignoli cantavano con gorgheggi così fluidi che al fraticello pareva bastasse varcare la muriccia per trovarsi in un giardino di rose e di ciliegi fioriti, con tante fontane in mezzo agli asfodeli.
Dio sia lodato, com’è bella la vita! Ma il ricordo della missione affidatagli da Vittoria di tanto in tanto lo pungeva più che le spine dei cardi; ed ecco, sollevando il viso per ascoltare meglio il canto dell’usignolo, vide tra il verde lontano la giacca turchina e la cravatta rossa di Andrea Zanche.
– Eccoci! – disse alla sua piccola zappa, ficcandola al suolo; e si sbattè la terra dalle mani.
– Come sta tuo padre? – domandò andandogli incontro.
– Meglio. S’è alzato. Quanti usignuoli! – disse Andrea sollevando la testa; ma subito la reclinò pallido e stanco, e andò dritto verso il convento. Di questo, che era stato un modesto edificio dell’epoca pisana, non rimaneva intatto che un angolo con tre finestre sopra il versante a picco della montagna: il resto era un cumulo di pietre e di legnami corrosi, ricoperto d’edera e di cespugli: i sassi e il fango messi su dagli uomini in quella solitudine erano tornati allo stato naturale, formando un rialzo ricoperto di vegetazione. Anche nel vasto cortile interno recinto da una muriccia a secco l’erba e i ranuncoli crescevano folti come in un prato, e solo qua e là gli avanzi dell’antico lastricato segnavano qualche isoletta grigia fra tutto quel verde.
Attraversato l’ingresso il cui tetto d’embrici era già sfondato, Andrea andò ad una delle tre finestruole del refettorio, ultimo rifugio del frate. Era una stanza lunga ed umida, col pavimento rotto, e due panche di qua e di là del vecchio tavolo; ma dalle finestre si godeva l’immensità del paesaggio, chiuso a sinistra dalle linee luminose del Gennargentu, e a destra da Monte Acuto e da Montalbo, simile questo ad una nave azzurra sull’orizzonte violaceo. Le vallate che scendono di lassù e risalgono fino ai monti di Nuoro e all’altipiano di Orune, danno a guardarle un senso dolce di vertigine come abissi coperti da un velo cerulo; qua e là il velo è macchiato dal nero dei boschi, dal grigio delle roccie, increspato dal filo argenteo dei ruscelli e delle strade provinciali, venato dalle muriccie di pietra che segnano i confini delle tancas; ma in lontananza si spiega libero e va a confondersi col cielo.
– Bello, vero? – disse timido il frate. – Adesso poi, quando l’erba s’indora e la luce diventa più calda, tutto è più bello. E di notte, con gli usignuoli e con Giove bellissimo lassù! Bello! Bello!
Andrea non parlava, aggrappato nervosamente alla fìnestruola: ma al frate pareva di vedere come in una boccia di cristallo quello che si agitava dentro quella testa cupa e ferma; e aveva paura a cominciare il discorso.
Parlare però bisognava: che dire, se non cose inutili?
– Sì, per molto tempo ho sperato e, perchè non dirlo? anche temuto che il Signore e San Francesco mi mandassero qualche compagno. Tre anni fa venne qui un bandito, e voleva farsi frate, ma aveva paura d’essere preso anche quassù, e dopo qualche giorno andò via. Anche Isidoro il servo del sindaco di Siniscola voleva farsi frate; ma smise l’idea perchè tutti ridevano di lui. Ma tutta questa gente è ignorante, non conosce la religione e solo ha paura dell’inferno. Qualcuno vuole entrare nell’Ordine come si entra in un ospedale, per curarsi; qualche altro con l’illusione di ingannare il Signore sul proprio conto, come che il Signore non veda l’anima nostra nuda anche sotto i panni dei ministri suoi. Il religioso, anima mia, deve essere un uomo intelligente che sa quello che si fa, uno insomma che va, sì, al servizio, ma sa che il servizio è duro e che deve obbedire a un padrone severo inesorabile.
– Ma e voi che fate quassù? Voi non fate niente, non obbedite a nessuno – disse Andrea senza voltarsi.
– Se tu sei venuto fin qui, forse è perchè posso anch’io fare qualche cosa – mormorò il frate; ma Andrea si volse con impeto, quasi minaccioso.
– Ebbene, io sono venuto per stare qui… Adesso per pochi giorni, poi per sempre. Ah, voi ridete. Sfido io se scappano, se li accogliete così!
Scherzava? Ma aveva gli occhi pieni di follìa. Il frate provò un senso di terrore: arrossì, poi rise, piano piano, con dolcezza, come cercando di ammansarlo senza fargli capire la sua paura.
– Rido perchè non passeranno due giorni che tu, anche, te ne andrai. Perchè vuoi venire quassù?
– Io non so dirvelo. Io non sono nè il bandito nè il servo e non credo in Dio. Io verrò a stare qui come in un altro posto qualunque pur di non essere oltre tradito, oltre annoiato dal prossimo.
– Sei troppo vicino a loro, qui, anima mia – disse il frate, aggrappandosi anche lui alla fìnestruola. – Il vento ti porterà le loro voci.
– Tanto meglio: mi parranno voci di morti.
Spinse con l’unghia una pietruzza che cadde nel vuoto; e sentì il suono falso delle sue parole, e sentì che il morto era lui, caduto nell’abisso come la pietruzza: anche la voce del frate, in quella solitudine ove egli era salito in un ultimo sforzo della sua volontà, gli dava una noia infinita. A che parlare? Tutto era inutile.
– Va benissimo – chiacchierava il frate, fingendo una triste letizia. – Tu però comprerai il convento e lo farai riattare. Io sarò il tuo servo e andrò giù nel mondo a cercare provviste. Per festeggiare la tua entrata nell’Ordine, intanto accenderò il fuoco… in segno di gioia… ma anche per cuocere qualche cosa…
Rimasto solo, Andrea fece il giro del refettorio fermandosi davanti a una nicchia entro la quale un piccolo San Francesco nero col viso giallo pareva si fosse distratto dalla preghiera per fissare lo sfondo azzurro della finestra di fronte. Alcuni libercoli attirarono la sua attenzione: erano vite di Santi, i Fioretti, le Poesie del Leopardi.
Prese in mano il libercolo giallognolo, rilesse alcuni versi del Sogno: poi lo ripose e s’appoggiò al muro come vinto da un malessere fisico. E scoppiò a piangere; ed erano gemiti striduli, e un singhiozzare femineo, un piovere di lagrime fino al pavimento.
Di là il frate accendeva il fuoco brontolando: mise il trepiede, in modo che la fiamma ne venisse bene attorniata e andò ad attingere l’acqua col secchio di legno largo e pesante come una tinozza. Andrea lo vide ritornare tutto curvo dal lato della secchia piena, con l’acqua che gli bagnava i sandali fangosi; e uscì nell’orto, per non essere sorpreso a piangere. Ma l’orto gli ricordava troppo l’angolo laggiù sotto il susino fiorito, la figura di Vittoria come gli era apparsa l’ultima volta sotto i veli dell’inganno; e fuggì nel bosco, fra le roccie che parevano cumuli di rovine. Fra i tronchi neri delle quercie ondulavano i profili azzurri dei monti lontani, nuvolette bianche si posavano come colombi sulle cime degli alberi; e dei colombi selvatici si udiva infatti il tubare.
Tutto il paesaggio era biblico e tragico assieme. Egli camminava come smarrito, credendo di sfuggire al suo dolore: ma questo gli stava dentro, sempre più fermo. Ed ecco da una radura l’orizzonte spalancarsi e dal mare argenteo sorgere la piramide rosea di Tavolara e più in là, ceruli come nuvole rasenti all’onda, Capo Ceraso e Capo Figari.
Egli ebbe terrore di questo spazio: si vide smarrito per le vie del mondo, a camminare e camminare cercando di calpestare, di macerare sotto i suoi piedi il suo dolore, mentre questo gli stava sempre più dentro e si nutriva di lui, insaziabile e schifoso come il verme solitario.
Riprese a camminare. Ed ecco da un promontorio apparire la maremma con le paludi scintillanti come frantumi di specchi; e gli stazzi biancheggiare tra il verde della brughiera. Di laggiù salivano le voci dei ricordi; ed egli sentì che queste voci appunto lo avevano attirato fino al promontorio e tornò indietro sui suoi passi, come ricercando la via perduta. Ma più camminava più si smarriva; rientrò nell’orticello, rientrò nel cortile, si buttò fra l’erba che cominciava a seccarsi all’ombra del muro rovinato. Il luogo era adatto per lui; rassomigliava alla sua anima. Tutt’intorno pareva regnasse una notte luminosa, tanto grande era il silenzio e grave il sonno delle cose. Immobile sotto il muro dal quale continuavano a cadere sassolini e polvere, egli guardava le nuvole dissolversi sull’azzurro del cielo. Tutto così era dissoluzione, entro e fuori di lui, in quel giorno che sembrava notte. E nulla, nè la pietra nè la nuvola, nè l’erba nè la polvere, nulla si lamentava. Allora anche lui decise di chiudersi nel silenzio come una cosa.
*
Frate Zironi intanto gramolava la pasta per i maccheroni, ed anche per una focaccia, se a Dio piaceva di far bastare la farina. Non s’illudeva, no, conosceva bene il cuore dell’uomo: Andrea non avrebbe resistito una sola notte alla solitudine; ma poichè era suo ospite bisognava trattarlo bene.
Ecco dunque un angolo del grande tavolo apparecchiato; il pasto era povero e il silenzio ostinato dell’ospite faceva credere ch’egli fosse già entrato nell’Ordine e assistesse al banchetto funebre del suo passato morto; ma, d’improvviso, come una nuvola penetrò dalle finestre e il silenzio di grotta del refettorio si riempì di gioia, di stridi, di palpiti, e uno sbattere rapido d’ali agitò l’aria come un soffio di brezza. Erano centinaia di passeri che s’incrociavano ed entravano ed uscivano dalla finestra; una fila se ne posò sull’orlo del tavolo, altri sul tavolo stesso beccando il legno in cerca di briciole, altri svolazzarono attorno al frate, tentando di fermarsi sulla sua testa, sulle sue braccia, richiamando la sua attenzione con piccoli stridi, paurosi e gelosi dell’estraneo: ed egli sorrideva a tutti, e accennava di tacere, di tacere, ma non si sapeva a chi, se a loro o all’ospite.
Il viso di Andrea s’era illuminato; tutti i ricordi della sua infanzia gli volteggiavano attorno coi piccoli uccelli dalle zampettine pulite, dagli occhi lucenti; e tese la mano, spinto dal desiderio di stringerne uno; ma al suo gesto tutti volarono via assieme lasciando l’aria palpitante dal loro spavento.
– Se tu fai così non tornano più. Io non ho mai tentato di prenderli; ecco perchè vengono! – gli disse il frate con impazienza.
Allora egli si alzò, col viso di nuovo oscuro, e tornò fuori sull’erba. Di là sentiva la zappa del frate battere nell’orto, e pensava ostinatamente al susino fiorito, a Vittoria che piangeva su lui le lagrime del tradimento. No, non è possibile che tutto sia finito. Ella è già tra i suoi fiori, all’ombra della casetta che ha nascosto la felicità casta e poi il dolore della madre: ella è buona, è pura; egli non ha che a ritornare a lei e chiuderla entro il suo cuore come l’uccellino nel pugno.
– Essi vengono perchè io non ho mai tentato di prenderli…
Sollevò gli occhi, sembrandogli che il frate lo spiasse al di là della muriccia; non vide nessuno e ripiombò nel suo sogno; ed ecco di nuovo Vittoria fra i giaggioli, all’ombra della casetta; ella però aveva mutato aspetto, aveva gli occhi pieni di attesa e di voluttà; occhi impuri, abissi di male. E si volse bocconi, gemendo, e morsicò l’erba e la pietra.
Al tramonto arrivò Pancraziu a cavallo con una bisaccia colma di provviste.
– Bene! Siamo come alla festa di Monte Gonare, – disse il frate, e il servo rispose pronto, strizzando l’occhio malizioso verso il padroncino:
– Quello là però non ha l’aria di divertirsi; forse perchè mancano le donne per ballare. Che male ha? – domandò poi sottovoce. – Dice che è venuto quassù per curarsi un poco, prima di ripartire.
– Il male dei ricchi quando tutto va loro bene; il male dei nervi. Ma passerà. Tu dirai a compare Bakis di stare tranquillo, che domani al più tardi Andrea sarà di nuovo a casa.
Andrea guardava il tramonto dalla muriccia del cortile.
Il sole rosso calava lento e grave sopra il Monte Gonare; e pareva soffermarsi fra due cime a guardare ancora un poco la terra tutta triste e dolce come l’amante che riceve l’addio dell’amato.
Anche Andrea pensava: addio, – e gli pareva di avere gli occhi velati di sangue, pur essi al tramonto.
Dal suo posto vide il frate impastare la focaccia, fare col dito scuro un buco nel mucchio della farina e dopo aver spezzato una contro l’altra due uova, versarne lentamente l’albume argenteo e poi il rosso d’oro, gramolando la pasta fino a ridurla a una specie di crema.
L’odore dell’olio fritto gli destò mille ricordi nostalgici; si rivide ragazzetto seduto sulla porta dello stazzo Zoncheddu, al cader della sera, aspettando come un piccolo mendicante un pezzo di pane da sua madre serva. Mikali rideva coi bambini dello stazzo, e lui, lui solo sembrava l’orfano, l’escluso. Anche adesso cadeva la sera: il convento prendeva l’aspetto di un castello in rovina, le pietre del cortile biancheggiavano come tombe fra l’erba, e sul cielo violetto le fronde estreme delle querele palpitavano di stelle come palpebre gravi di lagrime.
*
Tutto ancora ha forma nel crepuscolo, ma forma che non è più quella della realtà e non ancora quella del sogno; le roccie rischiarate come da luce propria hanno profili di giganti seduti sulle rovine di edifici fantastici, e sembrano esuli sperduti. Poi il bosco mormora e tutto lentamente si trasforma nel sogno della notte.
Mari di cenere si stendono all’orizzonte: ma ecco, di nuovo la stella della sera brilla come un faro.
Andrea trasalì. Sedette ancora al tavolo del frate, grigio in viso come si fosse tuffato in quel mare di cenere, e cominciò a sbadigliare nervosamente.
– Hai freddo? – domandò il frate. – Berremo per scaldarci il vino che ha portato Pancraziu. È della vostra vigna? E leggero e traditore come le donne. Tu non bevi? Sì, aspetta, ti racconterò un episodio dei Fioretti, d’un novizio il quale fu tentato di uscire dalla Regola.
Andrea lo fissava senza rispondere. Il frate formava un cerchietto di briciole sul tavolo, e curvandosi molto a guardarlo raccontava.
– Un giovine molto nobile e delicato venne all’Ordine di San Francesco, ma dopo alquanti giorni, per instigazione del demonio cominciò ad avere in tanta abominazione l’abito che portava che gli pareva portare un sacco vilissimo: aveva in orrore le maniche, odiava il cappuccio, eccetera.
Andrea pareva ascoltasse, ma sollevando d’un tratto il viso, il frate gli vide gli occhi così vitrei che si turbò.
Hai sonno? È presto ancora. Qui le notti sono lunghe. Tu sai quale è stata la visione che decise San Francesco a rinunziare al mondo? Gli pareva che dalla sua bocca uscisse una croce d’oro la cui sommità toccava il cielo e le braccia si distendevano dall’oriente insino all’occidente. Dopo questa visione egli diede tutto ai poveri e si fece frate minore e parlava con Dio come un amico con l’altro…
Andrea si alzò e cominciò a camminare su e giù per il refettorio mal rischiarato dal lumicino ad olio che spandeva sul tavolo e sul pavimento un grande cerchio di ombra. Per qualche tempo andò su e giù così, inciampando, intento alla sua ombra deforme che s’allungava e pareva giocasse sulle pareti e sul soffitto; d’un tratto però si fermò, fissando di nuovo il frate che beveva il vino rosso da una scodella gialla senz’ansa e parve volesse dire qualche cosa; poi riprese a camminare.
– Tu mi hai chiesto oggi che cosa mi ha fatto decidere a venire quassù. E chi se ne ricorda? – chiacchierava il frate. – Ogni giorno che passa, per me non esiste più: la notte lo cancella col suo pennello nero. E i giorni che devono venire sono per me come pagine chiuse. Del resto, perchè leggerle? Esse non ci diranno mai dove dobbiamo andare.
– È vero, – disse Andrea – dove andare?
E tosto si pentì di aver parlato e riprese a camminare su e giù a capo chino, con le mani incrociate sulla schiena.
*
Frate Zironi preparò i giacigli, mise il lumicino dentro la nicchia e andò a riempire la brocca d’acqua. La luna sopra il bosco circondava le roccie d’un’aureola d’argento; nel silenzio si sentiva fin nel cortile il passo di Andrea. Ah, il disgraziato turbava la pace pura della notte fragrante: era come il verme dentro la rosa di maggio.
Eppure bisognava impedirgli di andarsene; bisognava tenerselo lì a tutti i costi, come una croce. Rientrando, lo vide già sdraiato sul giaciglio, avvolto vestito nella coperta, con le ginocchia ripiegate e i piedi giunti.
– Va bene, va bene, adesso stiamo zitti – pensò camminando in punta di piedi. Ma non sapeva perchè, non si decideva a coricarsi. La focaccia gli dava sete, e la scodella era ancora piena di vino… Sollevò la brocca dell’acqua fino al viso, poi pian piano la rimise giù e guardò verso Andrea. Immobile, coi piedi giunti, Andrea sembrava già morto. Dio sia benedetto, che tristezza portava quel ragazzo lassù nella pace del luogo!
E come sentiva il bisogno di stordirsi, cominciò a bere il vino; metà bastava per togliere la sete, ma il resto, a lasciarlo, svaporava, e poi la scodella serviva per l’acqua. La vuotò dunque. Dio sia benedetto, le cose forse non andranno così male come sembra; Andrea ha giudizio; basta non contrariarlo; eccolo là immobile, coi piedi giunti, così quieto, così docile; dorme come un fanciullo, con l’alito lieve. Che tenerezza per lui!
– Andrea, anima mia, dormi? No? Mi sembrava. Sono già a letto anch’io. Sono stanco sebbene non abbia fatto niente. Il tuo letto è duro? Hai freddo? Andrea? Se non dormi ti conto una storia; ebbene, senti, quando ero ragazzo come te avevo anch’io un dispiacere. Affare di donne, malanno abbiano, avevano ragione i santi padri di chiamarle serpenti. Io dunque andavo da una donna e le facevo regali; sì, persino un anello con la corniola che era appartenuto a mia madre. Sì, Andrea, tu hai veduto che ho anche quel libro, io:
Nasce dall’uno il bene,
Nasce il piacer maggiore
Che per lo mar dell’essere si trova…
(mormorò i versi sottovoce, quasi pauroso di ricordarli) e non c’è al mondo uomo che non abbia una donna. Ma quella donna dove andavo io era gelosa, e tu sai la Sacra Scrittura: di tre cose ha paura il mio cuore, ma la quarta fa impallidire il mio volto; la persecuzione di una città, le radunate del popolo, e la calunnia falsa, tutte cose più dolorose della morte. Ma la donna gelosa è dolore e affanno di cuore. Allora… Dormi? Allora io le dissi: lasciamoci, Annicca; io mi farò frate è tu così starai tranquilla. Ella si aggrappava a me come un gatto arrabbiato, quando io parlavo così. Voleva sposarmi, venire a stare a casa mia con mia sorella e mio cognato. Ed era gelosa anche di mia sorella, questo è il curioso. Io non capivo questa pazzia: posso dirlo, adesso, ero innocente, allora, come uno di quegli uccellini che vengono qui a mezzogiorno. Ebbene, io stavo per cedere e sposarla quando un giorno la sorpresi… indovina con chi? (soffiò sul lumicino, lo spense e si mise a ridere) con mio cognato, il marito di mia sorella! E sono morto, per questo? Sto qui tranquillo e se adesso ricordo quella storia è per raccontarla a te. Che ne dici? Tu, adesso, Andrea, cuoricino mio, dà retta a me, sta qui e non pensare ad altro. Sarò il tuo servo. Faremo venire su un poco di calce e riatteremo la chiesa: io son buono, da muratore. Quando venni su la prima volta aiutai frate Antoni ad eseguire quelle decorazioni rosse intorno all’altare. Malanno, saranno circa quarant’anni, se non mi sbaglio. Frate Antoni fu l’ultimo a morire, qui, dopo frate Zuanchinu, l’anno della peste. Era un bravo pittore. Dormi? Dorme – aggiunse fra sè, e chiuse gli occhi.
Nel dormiveglia si rivedeva con una ciotola di tinta rossa sul capo. Frate Antoni grasso, ansante, arrampicato su una scaletta a piuoli, ogni tanto si curvava per intingere il suo grosso pennello nella ciotola; qualche goccia di tinta cadeva sul pavimento come sangue; un moscone ronzava nel silenzio della chiesetta.
Quelle goccie rosse! E il moscone ronzava più forte. Si svegliò ansando e al chiarore della luna vide Andrea che s’era alzato con la coperta sulle spalle.
– Andrea, che fai? Mi alzo?
– Vado a dormire nell’ingresso. Voi russate troppo. Non vi movete.
Ed egli non si mosse, ma non potè riaddormentarsi: aveva la bocca acida, il cuore gonfio; gli sembrò che Andrea se ne andasse a dormire nel bosco, fra l’erba umida di rugiada, e ne provò rimorso. Finalmente non potè resistere oltre all’inquietudine e si alzò, guardando furtivo: Andrea non c’era. Chiamarlo? poteva offendersi e fuggire. E non chiamò, ma attraversò l’orto, andò nel bosco, cominciò a cercarlo di qua e di là, nell’ombra, negli angoli bianchi di luna, nella radura grigia. Quanti Andrea gli sembrava di vedere, sotto ogni cespuglio, in ogni pietra! Tutti i disperati del mondo erano saliti lassù in cerca di pace, e giacevano vinti riempiendo di dolore la dolce notte della montagna. Ed egli girava, girava, come in un campo di morti dopo una battaglia, e mille ricordi salivano dalle ombre del bosco, dalla profondità del suo cuore. Il passato, la prima notte nel convento, il dolore ch’egli aveva ucciso nella solitudine, balzavano su e lo riafferravano alla gola.
– Andrea? Dove sei, Andrea?
Andrea non c’era. Se n’era andato portandosi via la pace del luogo.
IX.
Il giorno dopo verso il tramonto, Mikali, mentre attraversava a cavallo lo stradone, vide Andriana correre giù ansante dal viottolo degli stazzi e saltargli davanti come una pazza.
– Mikali, Mikali, disgraziato, non sai nulla?
Egli fermò a stento il cavallo che s’impennava.
– Mikali! Tuo fratello è morto!
– Mio fratello è morto?
Anche il cavallo si fermò sulle quattro zampe come sbalordito della notizia; e Mikali còlto da vertigine si piegò, pallido, con le gambe che gli tremavano. Nel turbine che gli girava attorno distingueva solo la donna che agitava il suo grembiale nero come una bandiera funebre. E il racconto di lei gli arrivava confuso.
– L’ha ucciso per disgrazia Bobore Puddu il cacciatore. Pare che stamattina all’alba Andrea sia andato a pregarlo di recarsi assieme a caccia. È chiusa, la caccia, ma Bobore Puddu ci va lo stesso, di frodo. E andarono, i male avventurati, andarono dietro Monte Nieddu, e si appostarono sopra le roccie di Jannaebentu. Pare che Bobore Puddu avesse bene indicato ad Andrea il punto dove un cinghiale passava tutti i giorni a mezzodì preciso per andare ad abbeverarsi. Bobore vede i cespugli agitarsi e mira… E colpisce Andrea, invece del cinghiale… Andrea che doveva aver capito male e s’era messo dove passava il cinghiale. Oh, Signore, Signore… è rimasto morto sul colpo, seduto com’era… Il cacciatore è scappato, ma ha mandato a dire della sciagura per un pastore… Io ero allo stazzo… Che orrore! Bakis Zanche diede un grido come fosse ferito lui… e Ignazia cadde a terra come morta… Son partiti, adesso, il vecchio e i servi e la giustizia. Io corro da Vittoria. E tu?… E tu?…
Mikali sporgeva il labbro convulso e balbettava.
– A che ora… è stato? A che… ora?…
Ma la donna correva già, col grembiale sventolante, messaggera di morte; ed egli si sollevò e spinse il cavallo prima in direzione del paese, poi verso gli ,stazzi, poi si fermò ancora. Dove andare? Da Vittoria, dalla madre, o da lui? Una fitta nebbia lo circondava; solo a tratti, come illuminato dal lampo della fucilata del cacciatore, Andrea gli appariva seduto immobile, morto dietro il cespuglio.
– L’ha voluto lui; e noi l’abbiamo spinto alla morte – pensava, e il grido della donna – e tu? e tu? – gli risuonava dentro le orecchie con lo scalpitare del cavallo impaziente.
Dove andare? Senza accorgersene si diresse allo stazzo Zoncheddu.
La madre sgranava le fave seduta sul limitare della porta di cucina; da tre giorni viveva in ansia, e ogni tanto andava dietro la siepe spiando se passava Andrea, e desiderava e aveva paura di vederlo. No, no, a nessun costo ella avrebbe abbandonato Mikali; a nessun costo voleva tornare in casa Zanche; sveniva di terrore pensando a suo marito e il ricordo di lui, a volte, si confondeva nella sua memoria come quello dell’Orco, dei Dragoni e degli altri esseri terribili dell’età infantile. Da anni ed anni non si azzardava a passare il confine dei campi Zoncheddu per timore d’incontrarlo: e anche di Andrea aveva adesso paura. Ma dopo quella notte egli non era più tornato, e Mikali da due giorni non parlava più di lui; quando tornava coi puledri non gridava più come prima per far scostare i ragazzi, più ragazzo di loro.
Ed ecco adesso che torna stravolto, come scampato da un pericolo di morte… Legò il cavallo, s’accostò, si curvò a prendere una fava dal grembo di lei, e tosto la lasciò cadere.
– Madre, non sapete niente?
Ella sollevò gli occhi già pieni di spavento.
– Non è passata di qui, zia Andriana? Veniva dallo stazzo… andava da Vittoria… andava per dirle che Andrea… è stato ferito…
La madre balzò, lasciandosi cadere sui piedi le fave: ma subito ricadde a sedere appoggiando forte le mani alla pietra del limitare perchè le sembrava di sprofondare.
– È morto? Mikali! L’hai ucciso tu?
Al suo grido le donne e i fanciulli dello stazzo corsero e le si aggrupparono attorno; un fugace rossore aveva schiarito il volto di Mikali.
– Madre, madre! – disse, appoggiandosi allo stipite sopra di lei. – Fate coraggio. Andrea è morto per disgrazia. Stamattina all’alba andò da Bobore Puddu il cacciatore e lo invitò a recarsi assieme a caccia…
Ripetè parola per parola il racconto della donna: parlava rapido come un attore che sa bene la sua parte, e gli sembrava di aver vinto il primo senso di stupore e di angoscia, e d’essere forte per confortare sua madre: ella però gridava tentando di battere la testa allo stipite, tenuta ferma da Maria Luisa Zoncheddu che le si era inginocchiata alle spalle e la teneva stretta al suo petto; e d’un tratto egli non seppe più cosa dire; provò un senso di angoscia insostenibile, appoggia il braccio al muro, il viso al braccio e scoppiò in singhiozzi.
Adesso erano le parole stolte della madre che risuonavano intorno.
– Tu l’hai ucciso! Tu l’hai ucciso!
E non riusciva ancora a spiegarsi bene perchè Andrea s’era fatto uccidere; però sentiva il desiderio di convincersi che l’infelice era davvero morto per disgrazia.
Il suo turbamento durò poco; egli credeva d’essere forte e s’era proposto d’imitare sempre colui che non voleva riconoscerlo per figlio: ricordò quindi le parole di zia Andriana: «il vecchio non ha pianto» e pensò che non doveva piangere neppure lui.
Che fare, però? La madre adesso sapeva, e le donne pietose intorno s’incaricavano di confortarla. Doveva adesso andare da Vittoria o da lui? Già il desiderio di vederlo un’ultima volta o almeno di conoscere il posto ov’era accaduta la disgrazia lo spingeva come un reo verso il luogo del delitto. E la madre pensava la stessa cosa; si divincolò dalla stretta delle donne e corse via verso il viottolo gittando lunghi urli striduli che riempivano di dolore la pace intorno: sembrava folle e quando egli la rincorse e la prese, gli si riversò indietro fra le braccia e gli morsicò le mani.
– Lasciami, tu! Voglio vederlo, voglio vederlo! Era mio figlio, era il mio sangue, ed è morto come ha vissuto… lontano da me che ero sua madre.
Per placarla Mikali le promise di andare prima lui ad informarsi dove era il luogo della disgrazia, poi di condurla seco.
– Madre, pazienza! Non sappiamo ancora nulla di preciso.
«Non sappiamo ancora nulla di preciso». Questo era il suo maggiore tormento. Consegnò la madre alle donne e andò dritto allo stazzo Zanche. Conosceva bene tutti i dintorni, la vigna, l’ovile, anche l’orto; aveva più di una volta sfiorato con la mano i muri della casa, ma non era mai penetrato là dentro; si guardò attorno nel cortile e gli parve che dall’alto della legnaia il falco immobile lo fissasse con malizia e a un tratto ammiccasse accennandogli qualche cosa. Sì, adesso, morto Andrea, e poichè nessuno metteva in dubbio che lui, Mikali, era figlio di Bakis Zanche (la sua statura bastava a dimostrarlo), tutto là intorno, secondo giustizia, doveva essere suo. Il padre, adesso, vinto dalla sventura, avrebbe finito col riconoscerlo, con l’accettarlo per figlio. Gettò quindi una fugace occhiata sotto le tettoie, pensando che c’era ben posto per legare i puledri; tosto però arrossì di questo pensiero e s’affacciò alla porta della cucina. S’udivano gemiti e parole sommesse; alcuni parenti erano corsi dagli stazzi lontani e circondavano la vecchia serva più curiosi che addolorati. Ignazia, gialla in viso come morta, piangeva appoggiata alla panca dalla quale era caduto il libro, aperto sul pavimento fra le immagini sparse: vedendo Mikali balzò spaurita e aprì la bocca senza poter parlare, mentre egli avanzando dignitoso verso zia Sirena domandava con voce grave:
– Com’è accaduta la disgrazia?
La vecchia lo guardò dapprima stupita, poi minacciosa, e non rispose; un parente anziano si alzò e cominciò a raccontare.
Mikali ascoltava, in piedi poichè nessuno lo invitava a sedere, accomodandosi ogni tanto la berretta; e volgeva il viso a destra verso Ignazia che singhiozzava raccogliendo le immagini e rimettendole dentro il libro, ma quel viso giallo con gli occhi che parevano due macchie livide gli destava spavento.
– A che ora è stato? – domandò a bassa voce, preso di nuovo da un turbamento profondo.
– Quando il pastore arrivò qui, saranno state le cinque, ma la disgrazia era accaduta stamattina.
Egli se ne andò; non aveva nulla da dire, e oramai sapeva dove andare. Da lui. Nello stradone incontrò il servetto di Vittoria e la gobbina che correvano a prendere notizie.
– Vittoria sembra pazza; se non muore è miracolo. Signore, Signore, che cosa è accaduto! Che danno, che danno! Corri a confortarla.
Grave e fermo come si conviene ad un uomo forte, egli rispose deviando il discorso:
– Ritorno dallo stazzo di mio padre. Il pastore ha portato la notizia alle cinque, ma la disgrazia è accaduta stamattina.
– Tu sei stato là? Ah, tu sei… tu sei stato là? – cominciò a gridare la donnina, ma il ragazzo la urtò.
– E se è stato? Non è casa sua?
Mikali lo guardò approvandolo, e proseguì la strada.
– Vittoria sembra folle – pensava; – adesso ne farà del piangere! Le donne, quando cominciano, con le lagrime, non la finiscono mai.
E camminava dritto, ma sentiva chiaro che se non andava da Vittoria era per un certo senso di terrore. Aveva paura delle lagrime di lei.
Ritornò da sua madre; là almeno sapeva cosa dire. Ella stava di nuovo seduta sul limitare della porta, coi gomiti sulle ginocchia e il viso sul dorso delle mani ripiegate, e si dondolava in avanti e indietro gemendo una nenia insensata.
– Andrea, piccolo Andrea, figlio mio, figlio mio, cosa ti hanno fatto? Ti hanno ucciso come un agnellino di tre giorni, figlio mio, figlio caro…
Invano Mikali tentò di richiamarla in sè; ella sollevò gli occhi con le pupille dilatate e parve non riconoscerlo, poi riprese la sua nenia funebre; ed egli si appoggiò al muro, con la testa bassa, calmo, sì, come si conviene a un uomo forte, ma pallidissimo in viso.
Le donne dello stazzo, pure badando che zia Marianna non si movesse, avevano ripreso le loro faccende: una spazzava le bucce delle fave davanti alla porta, e dalla cucina usciva l’odore delle vivande. Sopra la siepe, sul cielo rosso del tramonto le rondini passavano stridendo d’amore. Ah, come si sentiva che quei due, madre e figlio, erano stranieri in quella casa: la pace stessa del luogo e dell’ora contrastava col loro dolore.
Solamente l’orfana, Maria Battista, sporse il viso pallido da una finestruola e i suoi occhi mandarono su Mikali uno sguardo di amore e di pietà benigno come un raggio di luna: sembrava la figlia del Re prigioniera che gittava le lunghe trecce d’oro per far salire fino a lei il giovine amante; sì, così ella avrebbe voluto attirare su Mikali, con la scala luminosa del suo amore, e chiuderlo nella prigione del suo cuore: ma egli non la vedeva neppure.
La nenia della madre cominciò ad irritarlo; sporse in avanti i pugni come per rimuovere un ostacolo e ripetè a sè stesso che bisognava essere forte. E per essere forte fuggì via di nuovo.
Bisognava andare da lui. Ma prima si trovò davanti al campo di Vittoria; e anche là tutto era pace e sopra la linea nera del villaggio il cielo verde pareva il mare: la stella della sera brillava attraverso il finestrino della torre come attaccata alla fune della campana; tutto era silenzio nella casetta; no, Vittoria non piangeva, non gridava; era una donna forte, Vittoria; perchè non doveva essere un uomo forte anche lui? Entrò dunque, sedette nella piccola cucina deserta e cominciò a parlare a sè stesso.
– Pazienza, Mikali, questi brutti momenti passeranno. Sii prudente e paziente, Mikali; e ascolta adesso con calma le lamentele delle donne. Un uomo come te non deve avere mai paura, nè delle piccole nè delle grandi cose. E fa proposito di cambiare vita, d’ora in avanti; di restare eternamente fedele a Vittoria, di rispettare sua madre, e tuo padre e tua madre, e di fare del bene ai poveri.
Per cominciare a mantenere i suoi proponimenti, si alzò, all’apparire di zia Pietrina e si levò la berretta come quando incontrava il dottore; ella aveva gli occhi velati di lagrime e senza badare a quel segno di rispetto gli disse quasi rudemente:
– Vittoria sta male: ha avuto delle convulsioni e si torceva come una serpe. Adesso è chiusa nella sua camera, all’oscuro, e non vuol vedere nessuno. È meglio che tu, per oggi, non cerchi di vederla. Vattene.
Egli non insistè, ma non se ne andava. La donna sedette per terra, con le mani intorno alle ginocchia, e disse piangendo:
– Vedi Mikali? Aveva ragione mio marito, bonanima, di dire che il peccato mortale è una via storta che conduce al burrone. Andrea s’è fatto uccidere e la colpa è vostra.
Allora egli si rimise con un gesto energico la berretta sul capo e decise di andarsene.
– Quand’è così voi fate male a parlare ad alta voce. Tacete.
E se ne andò con l’impressione di essere stato scacciato di là come era stato scacciato dalla casa di suo padre, come verrebbe scacciato da ogni luogo cristiano: come Caino. Ma si ribellava. Gli sembrava di odiare Vittoria. Ella lo scacciava, dopo che egli voleva tenersi forte per lei, e per non addolorarla soffocava il suo dolore di fratello. Andrea, fratello Andrea! Sentì il suo cuore gridare forte, cominciò a ricordare l’infanzia, l’affetto del fratellino, i giorni belli passati assieme, le promesse di Andrea di dargli la sua parte di beni: e tentò di maledire la donna che li aveva divisi, che li avea uccisi entrambi.
Ah, Vittoria non voleva vederlo? ed egli non tornerebbe più da lei, partirebbe, se ne andrebbe in America. Gli pareva d’essere già in viaggio; ma camminava senza trovare pace, spinto da un turbine interno che diventava sempre più violento. Sì, come Caino. Le parole della madre di Vittoria gli davano di tanto in tanto come dei colpi di sprone ai garetti.
– La colpa è vostra. La colpa è vostra.
Arrivò alle falde del Monte ch’era notte fatta: il cielo tremolava tutto di stelle come una immensa rete d’oro, e l’Orsa Maggiore bassa sull’orizzonte gli serviva di guida come un carro che lo precedesse per la china solitaria. Del resto egli conosceva bene quei luoghi, e ne ritrovava anche al buio i sentieri più nascosti. A lunghi passi costeggiò il fianco del monte, distinguendo al lume delle stelle i muri e le roccie, gli alberi e le macchie, e le distese d’erba d’un nero lievemente argenteo. In lontananza, nel vuoto vaporoso dello spazio i lumi degli stazzi parevano stelle rossastre ancora basse sull’orizzonte; e negli ovili qua e là qualche fuoco brillava illuminando con la sua macchia di chiarore un profilo di capanna o un albero in uno spiazzo erboso.
Egli andava, e solo il suo passo e il rotolare di qualche sassolino risuonavano nella solitudine. Ma ecco le roccie s’alzano a picco, pareti enormi nude e lisce in certi punti così levigate che riflettono il chiarore delle stelle e delle luci lontane; e teste scapigliate coi lunghi capelli spioventi s’affacciano in alto a spiare il passante. E una voce d’acqua mormora nella notte, così chiara e fresca che pare di vederne il nastro cristallino rimbalzare e infrangersi di roccia in roccia.
Nell’inoltrarsi per quella strada che solo i pastori e i cacciatori conoscevano, Mikali ascoltava la voce dell’acqua e aveva l’impressione che le pareti di roccia si restringessero sopra di lui, gli gravassero addosso: ne sentiva il freddo pesante sulle spalle, e ne sapeva il perchè. Andrea era passato di lì; suo padre era passato di lì; tutti e due con un grande peso sul cuore: ed egli diceva a sè stesso che, per quanto forte, non lo era al punto di non sentirsi avvolto dalla scia di affanno che questi due avevano lasciato lungo la via.
Ma più in là il rumore del torrente cessò, la montagna s’aprì verso il mare; il fresco, la rugiada, il silenzio, i lumi lontani, lo stesso senso di mistero che incombeva attorno gettarono come un velo sul suo dolore: e la sola preoccupazione di ritrovare il luogo della disgrazia e di avvicinarsi a suo padre senza destarne la collera, parve guidarlo.
Declivi molli d’erba scendevano adesso dal monte andando a perdersi nella landa confinante con la spiaggia; un crepuscolo argenteo sorgeva di laggiù dal mare; era l’alba della luna; e simile ad una enorme onda azzurrognola slanciatasi in alto e rimasta là pietrificata apparve a un tratto all’orizzonte l’isola di Tavolara.
Egli cominciò a ridiscendere; passando davanti a un ovile domandò notizie; e il pastore, lo stesso che il cacciatore aveva mandato nello stazzo Zanche con la funebre ambasciata, s’affacciò ancora stravolto all’apertura della capanna.
– Dire che li ho veduti passare stamattina uno dietro l’altro, col cane, e lui, Andrea Zanche, infelice, mi ha salutato! Verso le due, mentre conducevo le pecore al rio, rividi il cacciatore che correva come un bandito: vedendomi si fermò e mi pregò di andare allo stazzo Zanche con la notizia che Andrea era morto. M’ha giurato sul capo di sua madre che Andrea l’ha fatto apposta, che ha voluto morire lui. Piangeva come un bambino, il cacciatore, raccontandomi che Andrea aveva un viso strano ed era pallido e sapeva benissimo che quello era il posto ove passava il cinghiale. Gli avevo assegnato un altro posto, raccontava il cacciatore, ma dopo che anch’io ebbi preso il mio, egli si mosse: deve aver strisciato pancia a terra, se no l’avrei veduto cambiare il posto. Il cane era inquieto e mi girava attorno come una mosca; si accorgeva di tutto, la bestia, ed io cristiano misero, no! Ma Andrea è lui che ha voluto morire.
– Ebbene, – disse gravemente Mikali, – non bisogna dir questo per non aumentare il dolore del disgraziato nostro padre.
Più in là verso la china vide due fiamme, una alla sua destra, l’altra a sinistra; la luna che sorgeva dal mare e un fuoco fra i cespugli. Si diresse quassù. Il silenzio era così intenso che si sentiva da lontano il crepitare della fiamma alimentata da fronde di lentischio. A misura che saliva, egli distingueva figure d’uomini ferme nel chiarore rossastro; una, grande immobile come scolpita nella roccia, doveva essere quella di suo padre.
Cominciò a vedere tutto rosso. Ah, il sangue di suo fratello! E in ogni roccia, in ogni cespuglio, .scorgeva il cadavere coperto da un panno nero. Gli si piegavano le ginocchia, e aveva paura che il padre, nel vederlo, balzasse urlando. Ah, mai avrebbe creduto di essere così debole! Eppure andava su, spinto da una forza interiore; a tutti i costi, anche se Bakis Zanche l’avesse scacciato a colpi di pietra, doveva avvicinarsi al morto e vederlo e stare un’ultima volta con lui appiattati dietro il cespuglio come da ragazzetti quando Andrea andava a cercarlo di nascosto sfidando l’ira del padre.
Era un debito che, almeno una volta tanto, doveva restituirgli. Ma arrivato a pochi metri di distanza vide l’ombra gigantesca muoversi, e l’istinto della paura fu più forte di ogni altro: si piegò e stette immobile quasi inginocchiato, tenendosi ferma con la mano la berretta che gli scivolava dal capo.
Il cuore gli batteva forte: alle sue spalle saliva la luna e la valle fino al mare si riempiva di un chiarore azzurro; tutto fu di nuovo pace. Cessato il primo impeto di paura, egli provò gusto alla sua avventura: gli era sempre piaciuto sfidare i pericoli. Ricordò le parole del cacciatore al pastore: «Andrea deve aver strisciato a pancia a terra per cambiar posto», e cominciò anche lui a trascinarsi sulle ginocchia, fermandosi ogni tanto per guardarsi bene attorno; così fece quasi tutto il giro del cerchio di chiarore progettato dal fuoco, e finalmente all’ombra di un lentischio vide due uomini accovacciati accanto ad una forma nera.
Ecco, egli era là.
Allora si lasciò cadere disteso col petto a terra e il viso sollevato sui pugni. La terra sentiva i palpiti del suo cuore, ed erano finalmente palpiti di dolore sconsolato e di pietà senza fine. Il cuore selvaggio e senza freno parlava alla terra, e la terra riferiva il messaggio a quell’altro cuore spezzato che riposava finalmente sul suo grembo materno.
– Fratellino mio, perchè hai fatto questo? Ma è vero che lo hai fatto? Potevi dirmelo, Andrea, malaugurato! Se tu mi dicevi: «la donna la voglio io», sì, te la cedevo, me ne andavo lontano. Non volevo andare io a fare il soldato, in cambio tuo? Tu non hai voluto: dicevi che la legge non lo permetteva. Oh, fossi andato io, in cambio tuo! Tu sposavi la tua Vittoria e tutto andava bene. Tante altre donne, c’erano, per me! Ma è vero che hai fatto questo? Io non ci posso credere, fratello mio; è impossibile! Non pensavi a nostra madre, disgraziata? E anche a lui, al cinghiale superbo, non pensavi? Egli ci ha fatto tanto male, con la sua superbia; ma è vecchio, adesso, è malato: non ci pensavi? Tu sei stato sempre così; non pensavi mai a niente, benchè tu avessi studiato: mai a niente! Quando sei venuto la prima volta, lo ricordo come fosse oggi, io stavo all’ombra della tamerice, seduto per terra, e limavo un chiodo di canna per il mio carretto di ferula. Tu gridasti, di dietro il tronco del sovero: ohiò – ed io mi spaventai. Credevo che tu volessi farmi paura; invece tu ti avanzavi piano piano, a viso chino, come cercando qualche cosa per terra, e sedesti accanto a me, silenzioso, guardando quello che facevo. Anche adesso stai silenzioso, all’ombra del lentischio, ed io son qui… io son qui… son qui, sì… ohiò!…
Gli veniva voglia di gridare: gli sembrava di sentire ancora la voce del suo fratellino dietro il sovero… Ricordava che Andrea, allora, era ben vestito, di panno, con le scarpe alte a ganci dorati. Come aveva invidiato quelle scarpe! A pensarci bene, egli l’aveva sempre un poco invidiato, suo fratello, che aveva avuto la fortuna di nascere primo… e in fondo, bene in fondo all’anima, aveva desiderato spesso di togliergli qualche cosa. Una volta s’erano scalzati per entrare nell’acqua del torrente, e avevano lasciato le scarpe fra i giunchi: egli aveva desiderato, sì, di nascondere le scarpe di Andrea, ma in modo astuto, in modo da non essere scoperto. Gli avrebbe poi magari offerto le sue, per tornare a casa… E così gli aveva rubato la donna e adesso piangeva su lui!
Ma a poco a poco, vedendo che lassù le ombre restavano immobili, come se tutti dormissero, si calmò di nuovo. Era stanco. Piegò le braccia, vi abbandonò sopra la testa e si addormentò. Sogni confusi agitarono il suo sonno; gli sembrava di essere dietro la siepe, con Vittoria, e un rumore strano di buoi che correvano ansando risuonava dietro il campo: Vittoria aveva paura e mormorava:
– È l’anima di Andrea…
Ed egli rideva, ma aveva paura anche lui.
Il rumore misterioso mutò, divenne un trottar di cavalli su per un sentiero pietroso.
– È il cavallo verde… È Lusbè il demonio, che corre dietro l’anima di Andrea – diceva Vittoria: ed egli l’afferrò per le braccia e la scosse per farla tacere.
In fondo però, anche nel sogno provava un altro sentimento; gli sembrava che facendo morire Andrea in così malo modo Dio castigasse Bakis Zanche dell’ingiustizia usata all’altro figlio, a lui Mikali, col ripudiarlo e farlo vivere come un bastardo.
Si svegliò e sussultò, sulla nuda terra. Si udiva davvero, nel silenzio profondo dell’alba, un trotto di cavalli; la luce inargentava le pietre e la luna pallida calava tra le macchie come una grande medaglia di madreperla.
La gente lassù si agitava; i due carabinieri che vegliavano la salma di Andrea si misero sull’attenti e una voce disse:
– È il Pretore.
Egli ebbe vergogna di avere avuto paura in sogno. Non cercò più di nascondersi, ma stette seduto su una pietra, curvo con le mani penzoloni fra le ginocchia aperte, sollevando di tanto in tanto gli occhi per guardare lassù. Ecco il Pretore e i suoi accoliti smontano e si accostano silenziosi al cadavere: uno dei carabinieri solleva il panno nero, l’altro si china e parla a bassa voce mentre il cancelliere si guarda attorno e scrive, scrive sopra una carta, appoggiato alla roccia. Il padre e gli altri uomini s’erano messi in fila silenziosi, e Pancraziu guardava il padrone come un cane fedele spiandoci sul viso i segni di dolore. Mikali balzò in piedi punto dalla gelosia per il servo e andò a unirsi alla fila. Con meraviglia vide che il padre neppure si accorgeva di lui, fermo, rigido come una statua di pietra la cui testa sopravanzava quella degli altri. I suoi occhi non si distoglievano un attimo dal viso bianco del morto. Anche quel viso era calmo, pietrificato: la bocca chiusa, gli occhi chiusi: ma la posizione del corpo dava l’idea che Andrea stando a sedere sulla pietra accanto fosse a un tratto caduto a terra col fucile sotto, le ginocchia piegate, le mani contratte come avesse cercato di aggrapparsi a qualche cosa, pure stringendo le labbra per non gridare il suo spasimo mortale.
Il sangue coagulato segnava una grande macchia violacea intorno al cadavere e scendeva per un tratto come un rigagnolo.
Finite le constatazioni, il morto fu sollevato e deposto sopra un carro: il padre gli aggiustò i piedi mettendoli assieme, gli incrociò le mani sul petto, distese bene il drappo che lo copriva, fermandolo da una parte e dall’altra con rami di lentischio. Infine si guardò le dita macchiate di sangue e diede un ansito feroce come quello di un leone ferito. E Mikali ebbe di nuovo paura come nel sogno: subito però vide il vecchio ricomporsi, montare sul cavallo presentato da Pancraziu e muoversi col corteo che seguiva lentamente il carro funebre. Alquanto umiliato per l’indifferenza del padre, sebbene in fondo contento di sè per la sua prova di bravura, pensò che adesso bisognava sorvegliare la madre: prese quindi una scorciatoia, volgendosi dal basso a guardare un’ultima volta il corteo.
Il sole sorgeva dal mare e copriva col suo velo d’oro la montagna; e nell’immensità deserta, sotto le pareti di roccia, fra le distese di ginestra fiorita che a tratti abbagliavano come brughiere in fiamma, il carro col morto, i cavalli, i cavalieri, i pedoni, i cani, apparivano piccoli e neri come insetti. Tutti tacevano, e il dolore degli uomini pareva sperdersi nella calma solenne delle cose.
*
Mikali trovò la madre seduta sull’orlo della strada con in mano il rosario, ricordo del povero Andrea.
– Andiamo, non è qui il vostro posto, – le disse; ma ella sollevò appena gli occhi pieni di un dolore senza fine, ed egli non potè smuoverla: pareva di bronzo.
Dov’era il suo posto se non sull’orlo della strada?
Le donne dello stazzo, aspettando che il carro col cadavere passasse di lì, guardavano curiose dal campo, con la mano sugli occhi contro il sole; qualcuna corse a domandare notizie a Mikali, mentre egli badava a scuotere impaziente sua madre.
– Andiamo, su! Non mi fate arrabbiare.
Un ragazzo ch’era corso in fondo alla brughiera per spiare l’arrivo del carro, ritornò rapido ansante come un cane.
– Viene, viene, eccolo! – gridò con gioia.
Allora la madre rimise i gomiti sulle ginocchia e il viso fra le mani e ricominciò a dondolarsi e a gemere.
– Figliolino mio… figliolino mio bello…
E mentr’ella bagnava con le sue lagrime il rosario e credeva di vedere ancora Andrea piccolo come quando era stata scacciata dalla sua casa e per mesi e mesi aveva pensato a lui con ansia, con fame, con sete di baciarlo, Mikali si drizzò, impotente a toglierla di lì, e rivolse la sua collera contro il ragazzo.
– E che, passano i cavalli di ritorno dalla festa che ridi così? Al diavolo che ti regge sulla terra, piccola immondezza che altro non sei…
– Zio Mikà, non l’avete con me…
– Ah, non l’ho con te? Aspetta, marrano…
Lo rincorse ma non lo raggiunse, e si fermò poichè vedeva una macchia nera avanzarsi nel sole dello stradale. Eccolo, veniva! E il gemito della madre risuonava fra il canto degli uccelli e il fruscio dei cespugli scossi dal vento leggero.
Mikali aveva vergogna che la gente la vedesse ferma lì come una mendicante, ma aveva pietà del dolore di lei e d’altronde era certo che Bakis Zanche non avrebbe badato alla disgraziata, come non aveva badato a lui. Eccolo, dietro il carro che avanzava lento, seguito dagli uomini col cappuccio calato sulla fronte; sembrava, in mezzo ai due carabinieri, un prigioniero, legato dal suo dolore, insensibile al resto.
D’un balzo però la madre si staccò dal gruppo di persone fermo sull’orlo della strada, e come di volo fu sopra il carro, vi si distese, scoprì il cadavere e lo baciò.
L’atto fu così rapido che Bakis Zanche, il cui cavallo s’era fermato col muso rasente al carro, non riconobbe subito sua moglie; ma quando vide la testa di lei sopra la testa del morto, il suo viso si deformò, gonfio e violetto d’ira; e di nuovo un ansito terribile gli sollevò il petto.
– Va! – gridò, mentre l’uomo che guidava il carro tirava giù la donna ed ella cadeva svenuta sulla polvere.
E quelli che guardavano ebbero l’impressione che il vecchio volesse passare sul corpo di lei; ma l’uomo del carro fu pronto a sollevarla rimettendola tosto tra le braccia di Mikali ch’era giunto di corsa.
– Ancora lì, sei, bastardo maledetto? – gridò Bakis Zanche dall’alto. – Tutti e due siete lì, adesso, i corvi neri, contenti che lo avete ucciso!
Mikali, pur tenendo con un braccio sua madre, sollevò il pugno minaccioso: afferrò il cavallo per la criniera scuotendogli la testa, e parve volesse buttare giù il padre, – giù nella polvere com’era caduta la madre; ma gli uomini lo tirarono in là, ed egli indietreggiò a forza tenendosi stretta al petto la donna penzolante come uno straccio. Allora il carro riprese il suo viaggio lento nel sole tra il verde sereno.
X.
Due giorni dopo, il sabato, Pancraziu salì al convento per dire a frate Zironi che Bakis Zanche, riassalito da violenti coliche epatiche, stava molto male e desiderava di nuovo confessarsi.
Ma anche il frate aveva una brutta ciera. Sapeva della morte di Andrea e una pena forte lo tormentava. Seguì silenzioso il servo e silenzioso ascoltò il racconto degli avvenimenti di quei due giorni di dolore.
– Dapprima il vecchio pareva tranquillo. Tornò a casa, dopo aver accompagnato il morto al camposanto, e sedette sulla panca di cucina in mezzo ai parenti che erano accorsi tutti come mosche al miele. Le donne, si sa, cantavano le nenie funebri: c’erano tutte, persino zia Pietrina. Vittoria no, la misera, perchè stava male, aveva le convulsioni. Zio Bakis, tranquillo, non rispondeva alle parole di conforto dei parenti e dei conoscenti; pareva forte come Sansone; ma verso l’alba, ieri mattina, cominciò a urlare: tutti accorremmo, col pelo irto così, tanto i suoi urli erano terribili; però io non credo fosse tutto il male del ventre, a farlo gridare; era il dolore che si sfogava. Mi ammazzino, io non ho mai veduto un uomo così tormentato; e non voleva nessuno, e per mandarci via agitava le mani, come ali di aquila ferita; poi si calmò e mi chiamò. «Va e di’ a Vittoria che la voglio vedere prima di morire». E anche quella non voleva vedere nessuno! Come fare? Ero disperato, in fede di cristiano! Ma zia Pietrina tornò a casa sua e mi fece parlare dalla fessura dell’uscio di sua figlia, e Vittoria a un tratto si alzò, si mise la gonna sulla testa e andammo nello stazzo. Adesso Vittoria è là e il vecchio non grida più, ma sta male. Il medico dice che morrà, e che ci vorrebbe l’operazione; il malato però non vuole sentirne a parlare. Anche lui vuol morire.
Il frate sollevò il viso, poi subito lo reclinò: no, non gli conveniva parlare, sebbene forse il servo ne sapesse più di lui.
Passando davanti al macigno ove l’altro giorno aveva sostato, credette di sentire ancora il grido della cornacchia, e gli parve che un ago gli pungesse il cuore: oh, a che gli serviva la sua vita di penitenza, e la sua dottrina e la sua filosofia a che gli servivano, se non era stato buono neppure a impedire la morte di un cristiano?
Così, invece di conforto portava nella casa del dolore la sua pena fatta di rimorso e di umiliazione; gli pareva di andare verso il pozzo ma con la secchia piena: invece di attingere andava a versare.
Ed ecco di nuovo le vacche al pascolo, la vigna nana, le galline che raspano all’ombra del muro grigio scintillante di pezzetti di vetro.
Dal portone aperto si vedevano le porticine sul cortile e tutte le finestre chiuse: pareva che gli abitanti fossero partiti; e le cornacchie e il falco sulla legnaja guardavano spauriti, quasi consapevoli anch’essi della sventura.
Frate Zironi sedette silenzioso accanto al lettuccio, al cui dappiedi stava appoggiata Vittoria. Il malato non parlava; pareva avesse avuto il colera, tanto s’era vuotato, con la pelle grinzosa violacea aderente alle ossa e le vene verdognole grosse qua e là come nodi: anche Vittoria era pallida, con gli occhi cerchiati e la bocca contratta dal dolore; eppure egli la guardava disperato, come l’immagine stessa della vita che gli sfuggiva, e quando ella accennò ad uscire per lasciarlo solo col frate, la richiamò con un gesto convulso, quasi avesse paura che andata via lei entrasse la morte. Poi si calmò; le permise di andarsene e disse sottovoce:
– Tre giorni m’aveva chiesto, e non venne a prendere la risposta, tanto sapeva che era una e immutabile. Così egli se ne andò, e adesso vado io; ma se ci ritroveremo ci spiegheremo alla presenza di Dio: ed Egli soltanto, l’Altissimo, dirà chi di noi aveva ragione. Va, va in buon’ora, va!
Con la mano accennava il buon viaggio a qualcuno: a chi? ad Andrea o a sè medesimo? E non ascoltava il sermone del frate, sulla caducità delle cose umane; con gli occhi vitrei fissi in un punto lontano invisibile ad altri, di tanto in tanto gemeva: d’improvviso però si scosse, passandosi più volte una mano davanti al viso come per scacciarne delle mosche.
– Vi ho chiamato per domandarvi un favore – disse. – Voi andrete subito dal notaio Porru e lo farete venire qui. Testimoni voi e Pancraziu. Andate. L’ora passa.
*
Ripartito il frate, Vittoria rientrò e tornò ad appoggiarsi ai dappiedi del letto, istupidita, con la mente piena di pensieri confusi. Ma fra tanta caligine una cosa le appariva chiara come un raggio che la guidasse: non rivedere mai più Mikali.
Nel pomeriggio, arrivato il notaio, il malato la pregò di mettersi nel corridoio mentr’egli dettava il testamento, affinchè le altre donne non origliassero: l’uscio fu chiuso ed ella sedette sulla panca sotto la nicchia di Sant’Isidoro, senza porre mente a quello che avveniva nella camera di Bakis Zanche. Nulla più del mondo le importava; sedeva con la testa appoggiata alla parete, con attitudine stanca, come chi ha fatto un lungo cammino e pensava al modo di non rivedere mai più nella vita Mikali.
Il primo ad uscire dalla camera fu Pancraziu; le fece un cenno con la testa, ammiccando come per significarle che tutto era andato secondo i desiderii di lei, e passò oltre in punta di piedi; uscì poi il notaio, ed ella si mosse per accompagnarlo fino al cortile.
Il frate rimase col malato per prepararlo all’estrema unzione.
*
In quel momento infatti nello stradone passava il prete sotto un ombrello di broccato con la frangia d’oro tenuto da un piccolo sacrista vestito di rosso: allo squillo del campanello che annunziava il passaggio del Signore, qualche testa si affacciava dietro le muriccie e i pochi viandanti s’inginocchiavano sulla polvere; e quando i fanciulli dello stazzo Zoncheddu corsero a dare la notizia a zia Marianna, anche lei, seduta sullo scalino della porta, smise di sgranare le fave che teneva in grembo, e si fece il segno della croce con la punta verdognola delle dita.
Grosse lagrime le calarono sulle guancie, fino al petto, fino al grembo, e i fanciulli profittando del turbamento di lei le rubarono i grani delle fave e li morsicarono togliendo un pezzetto da una parte un pezzetto dall’altra per fare con le bucce degli anelli che si infilarono alle ditine sporche. Così corsero di nuovo nello stradone in attesa che ripassasse il prete sotto l’ombrello di broccato e col Signore entro una scatola d’oro in mano; ma prima videro la gobbina che in quei giorni andava e veniva dal paese allo stazzo Zanche come una messaggera di cattiva fortuna.
– Dov’è Mikali? – ella domandò ai ragazzi, fermandosi con l’ombra dietro, lunga come quella d’una persona alta.
– È alla tanca a domare il puledro del dottore.
– Senti, Tomas, – disse, portandosi un poco avanti il ragazzo al quale un giorno Vittoria aveva consegnato il fazzoletto. – Appena ritorna gli dici che venga senza fallo stasera a casa nostra: ho urgente bisogno di parlargli.
Ma ecco ripassare il prete nero nella strada dorata dal tramonto, con la scatola scintillante in mano e a fianco il sacrista rosso come una fiamma. I ragazzi si inginocchiarono in fila facendosi il segno della croce con le dita coperte di anelli di fave; poi seguirono tutti il Santo Sacramento inginocchiandosi ogni volta che si incontrava qualcuno e anche questi s’inginocchiava. Quando tornarono indietro era già sera; lunghe collane di stelle tremolavano sopra i neri profili della brughiera, e dalla cucina dello stazzo usciva l’odore delle fave cotte: stanchi ma felici sedettero di qua e di là sulla stuoja, sulla pietra del focolare, sullo scalino della porta, ascoltando le donne che chiacchieravano.
Chiacchieravano, anch’esse felici che avvenimenti straordinari come quelli di quei giorni rompessero la monotonia della vita degli stazzi. Solo zia Marianna taceva: sentiva però le sue idee chiare e vivide e tante e tante come le lucciole nella siepe lì davanti a lei. Che suo marito morisse non la addolorava molto; era meglio così, che egli finisse di soffrire; ma aspettava sempre che egli mandasse a chiamarla per concederle finalmente l’elemosina del suo perdono: dopo poteva morire tranquilla anche lei e ritrovarsi con lui e con Andrea nel mondo della verità dove tutto è chiaro e le anime non si ingannano più fra loro.
Di Mikali non si preoccupava; era forte, Mikali, era fortunato; anche se non sposava Vittoria, una donna degna di lui non gli sarebbe mancata. La sera prima ella lo aveva sentito confidare ingenuamente a Maria Battista che Vittoria non voleva più saperne di lui, e Battista sospirava forte, e a sua volta era corsa a raccontare tutto alle zie. Ecco anche perchè le donne quella sera non nascondevano un certo senso di letizia nella speranza che Mikali raccogliesse l’eredità del padre e finisse con lo sposare Battista.
E in mezzo al suo affanno la madre si confortava, sperando che Mikali diventasse padrone ove era stato servo: intanto aspettava la chiamata di suo marito, e sentiva la chiamata di Andrea, e le sembrava di essere come uno che deve partire e non può perchè ancora non ha pronto il fardello.
*
Quando il passo dei puledri risuonò lontano, Tomas corse nel sentiero per fare l’ambasciata della gobbina.
– Andrò se mi pare! – disse Mikali sdegnoso; ma quando smontò aveva anche lui in viso i segni della speranza.
– Mikà, tuo padre muore, – disse la madre, e non aprì più bocca.
– Tuo padre muore; sì, gli hanno portato l’estrema unzione: tu dovresti andare là, gioiello mio – aggiunse Maria Luisa con voce dolce. Mikali si levò gli speroni; poi gridò sollevandosi fieramente:
– Egli ci ha respinto: ha buttato mia madre per terra. Adesso basta.
– Davanti alla morte tutto si dimentica, Mikà, gioiello mio. Va! Va! Va! – Egli sedette su uno sgabello, mise i gomiti sulle ginocchia e si strinse la testa fra le mani.
– Nessuno ha sofferto per la morte del padre come soffro io, – disse con enfasi e assieme con commozione vera. – Dio ci prova bene, in questi giorni; pare si sia dimenticato di tutta l’altra gente per colpire noi soli! Ma io sono un uomo, non una donnuccia; e se non mi chiamano non muovo più un passo.
La madre sospirò. Battista prese un piatto di creta, lo riempì di fave col latte, vi mise il cucchiaio e lo portò a Mikali, porgendoglielo umilmente con tutte e due le mani.
– Mangia, – gli disse, ad occhi bassi, con la voce tremula come gli dicesse «t’amo».
Egli sollevò gli occhi, la guardò ma non prese il piatto. Intervennero le altre donne e lo pregarono come un bambino. «Mangia, Mikali, mangia, gioiello d’oro!» Il fatto ch’egli non volesse mangiare le fave col latte le addolorava più che l’agonia di Bakis Zanche.
– Non ne voglio, femmine sante, avete inteso o no?…
Si alzò impaziente ed uscì; e le donne si consolarono pensando ch’egli andava da suo padre; ma Battista, corsa a spiare nel campo, lo vide dirigersi verso il paese e capì che le sue speranze erano vane.
*
La gobbina aspettava nello spiazzo, in mezzo ai giaggioli ed ai gigli che raccoglievano la rugiada: aspettava al posto di Vittoria, e nel sentire i passi di Mikali palpitò come se egli una volta tanto venisse per lei.
La casetta era deserta, poichè tutti, compreso il piccolo servo, si trovavano allo stazzo Zanche; tuttavia ella volle il colloquio segreto come quelli di lui con Vittoria, nell’angolo dietro la siepe. Come le batteva il cuore! Le pareva di essere finalmente anche lei una donna e di avere l’amante! E che amante! S’egli si fosse appena chinato per sfiorarla con una carezza, sarebbe caduta stroncata dalla gioia.
Egli invece parlava dispettoso.
– Ebbene, che c’è? Parlate, che ho fretta.
– Ascolta, Mikali. Lo sai che tuo padre muore? Dio lo riceva con misericordia. Sai che ha fatto il testamento?
Mikali trasalì, ma si contenne: era convinto, come tutti del resto, che suo padre in punto di morte, poichè era un uomo di coscienza, avrebbe lasciato almeno la metà dei suoi beni a lui: del resto era sempre a tempo a muovere causa agli eredi, facendosi riconoscere per figlio di Bakis Zanche.
– I testimoni erano il frate e Pancraziu; questo ha già chiacchierato. Ebbene, senti, Mikaleddu mio, ti ho chiamato e ti avverto perchè ti voglio bene e credo che, in mezzo al dolore, questa notizia possa farti piacere. Mikaleddu mio, ebbene… pare che il vecchio lasci tutta la sua roba a Vittoria…
Mikali s’aspettava ben altro; e la collera che l’erede non fosse lui gli fece perdere la calma: gravò le mani sugli omeri della donna quasi volesse schiacciarla e soltanto le parole dolci di lei lo richiamarono alla speranza.
– Ebbene, che c’è? Tuo o suo è lo stesso. Non siete la stessa cosa? Non darti pensiero se oggi ella non ti vuol vedere: domani ti vorrà più bene e ti correrà appresso. Come non correre appresso a un giovane come te, che ha tutte le qualità? Se tu domani non guardassi più Vittoria, ebbene, sai cosa ti dico? ella ne morrebbe. Ma tu non guarderai altra donna, tu, vero, Mikà? Per l’anima mia, tu sei di Vittoria, mettilo bene in mente, Mikà, sei suo!
E gli afferrava le falde del cappotto quasi per convincersi di avere anche lei parte nel possesso.
– Hai inteso, Mikà? Sei suo.
– So il mio dovere! – disse egli allora con enfasi. – Se Vittoria persiste nella sua idea stolta di non vedermi, ebbene, me ne andrò lontano, nelle altre parti del mondo. Sì, così Dio mi assista, e non sentirete più mentovarmi.
– Non parlare così, da uomo senza senno. Tu resterai e tutto andrà bene. Adesso Vittoria avrà anche bisogno di un uomo come te, per guardare la sua roba. Tutto dimenticheremo, di questi brutti giorni, e pensando ai morti diremo: sia fatta la volontà di Dio.
Pensarono entrambi ad Andrea, e la donnina si asciugò gli occhi: ma sia fatta davvero la volontà di Dio, e cerchiamo di aiutare i vivi.
– Se tu vedessi com’è ridotta Vittoria, anima mia! Sembra una morente anche lei e non capisce più nulla. Tu per adesso la lascerai in pace, dunque; sii prudente, Mikali, e non riferire a nessuno quanto poco fa ti dissi. Nello stazzo tutti vogliono bene a Vittoria, persino zia Sirena; i servi la guardano come una santa. Solo Ignazia, mala fata la incanti, ha un muso che non mi piace. Ma è una serva che, morto il vecchio, si potrà licenziare. Basta che tu sii saggio, Mikali!
Mikali, col mento sulla mano, pensava.
– Ma voi credete che mio padre stia male davvero?
– Se sta per morire, meschino te!
– È un uomo forte; supererà la malattia.
– Meschino te, non conosce più!
– Allora bisogna ch’io vada a domandare notizie. Sì, meschino me! Prima il fratello, – e come ti ho perduto, fratello mio! – adesso il padre, – e neppure l’ho conosciuto bene. Ieri egli passava coi suoi cavalli sopra il corpo di mia madre… ma si vede che aveva già la febbre e il delirio… Era la furia della morte che lo spingeva. Ah, povero vecchio, padre, padre mio!
– Povero Mikaleddu, ah, misero, coraggio! – singhiozzava la gobbina, tenendolo sempre per le falde del cappotto. E avrebbe voluto spingerlo ad andare subito da Vittoria, e avrebbe voluto tenerselo lì tutta la notte, tutta la vita, lui così alto e pieno di affanno, lei così piccola e piena di pietà…
Dovettero avviarsi; ma allo svolto della siepe ecco di nuovo quel rumore strano di passi pesanti. Vittoria ne parlava sempre e anche la gobbina aveva paura.
– Mikali! Mikaleddu mio… senti?…
Gli si aggrappò nuovamente alle vesti col desiderio di arrampicarsi su lui come il grillo sull’asfodelo; egli si liberò dolcemente e se ne andò: ed ella lo vide dileguarsi nella notte come una stella filante al cui sprazzo di luce segue una oscurità più fitta di prima.
XI.
Bakis Zanche visse ancora sette giorni. Le forze del suo corpo gigantesco lottavano per trattenere l’anima che gli si sbatteva dentro come un uccello ansioso di volarsene via. Nelle soste del male voleva sempre Vittoria accanto al suo letto e chiamava i servi e dava loro ordini per insegnarle come si faceva a comandarli.
Un giorno le parlò a lungo del predio di Santa Maria verso il mare, raccomandandole il vecchio fattore.
– Non cacciarlo via: anzi manda qualche volta un servo ad aiutarlo. Il luogo è bello, fertile: va a visitarlo, quando c’è la festa della chiesetta lì accanto, in primavera. Vedrai: in maggio ci sono già le susine mature.
Ella ascoltava e taceva, sempre più magra, con gli occhi infossati e come coperti da una nuvola: il suo affanno maggiore era quando il vecchio, ripreso dal delirio, parlava con Andrea come fosse vivo e questionassero ancora. Egli non si illudeva, no; sapeva che la morte di Andrea era stata volontaria, ma l’attribuiva solo ai loro dissensi di famiglia.
Il rimorso rodeva Vittoria: quando egli le stringeva la mano, era tentata a inginocchiarsi e gridare la sua colpa; si vinceva per non farlo morire disperato, e di null’altro le importava: il suo spirito vagava lontano dalla terra come una piuma sospinta in alto fra le nuvole dal vento burrascoso, ed evitava anche il frate, il quale d’altronde non le rivolgeva mai la parola. Che dovevano dirsi?
Una sera Pancraziu s’affacciò silenzioso all’uscio chiamandola con un cenno del dito.
– Mikali è giù al portone e vuole sapere come sta suo padre – le disse sottovoce.
– Come Dio vuole – ella rispose a voce alta. – Digli che vada via e non torni più.
Pancraziu era troppo prudente per riferire tutte le parole di una donna; e Mikali continuò ad aggirarsi attorno allo stazzo dando anche qualche occhiata da padrone alla vigna e all’ovile abbandonati in mano dei servi.
Il martedì nel pomeriggio il dottore fece chiamare Vittoria in cucina; contro il solito non dimostrava fretta, anzi, seduto sulla panca al posto di zio Bakis, si puliva le unghie con un coltellino di tartaruga.
– Ebbene, che cosa pensiamo?
– Che cosa? – domandò Vittoria con la sua aria sbalordita.
– Bisognerebbe operare il malato: estrargli i calcoli dal fegato.
– E così guarisce?
– Subito, brava! Senza l’operazione muore di certo fra poche ore: operandolo ci sono novantanove probabilità che muoia lo stesso e una che si salvi. Perchè non tentare?
Vittoria chiamò zia Sirena.
– Che ne dite voi?
La vecchia le fu grata dell’attenzione; ma corrugò la fronte guardando minacciosa il dottore.
– E alla sua età vuole squartarlo come un agnello? Maledetto il demonio, no, no, Vittoria non permetterà tanto scempio…
– Sante donne, c’è una probabilità che si salvi…
Vittoria si torceva le mani.
– E quando s’è salvato? Che sarà la sua vita? Dopo la disgrazia… che sarà?… Lo sento io, quando parla in delirio: il suo male è nel cuore… Beato lui che se ne va!
Il dottore la guardava, col coltellino di tartaruga in mano.
– Brava! Così parli? Bada che si tratta di un caso di coscienza.
– E perchè domanda a me allora? Si rivolga ai parenti…
– Egli non ha parenti – disse la vecchia fieramente. – Tu sei tutto, adesso, per lui: tu devi decidere, e tu non devi lasciarlo squartare.
Il dottore le diede uno spintone.
– Andate, vecchia testarda, non dite sciocchezze.
Poi attirò Vittoria accanto a lui sulla panca, le prese una mano e mentre cercava di convincerla a fare operare il malato l’attirava a sè guardandola con occhi carezzevoli.
– Te lo dico per il tuo bene. Vittoria, perchè non vorrei che i parenti ti rinfacciassero poi di non aver tentato di salvarlo. Lo sai che ti ho voluto sempre bene.
Quando glielo aveva detto? Pure turbata, ella capì ch’egli le faceva la corte per l’eredità e si scostò diffidente.
– Ebbene, – disse – domandiamolo a lui: se egli desidera l’operazione, io non mi oppongo.
Rientrò e riprese il suo posto presso il malato che smaniava vaneggiando.
– Tre giorni, Andrea? Ebbene, siano tre; ma lasciami pensare. Ho le idee che mi scappano via come uccellini… Tu intanto va da Vittoria; va: farai bene ad andare da lei…
Ella aspettava un momento di lucidità per chiedergli se voleva l’operazione; con la fronte sulla mano, gli occhi pieni di lagrime, le pareva di vederlo già steso su una tavola, col ventre squarciato e il sangue che colava giù come dalle viscere di un bove ucciso. Come, come domandargli l’orribile consentimento? Ella non osava; ella tremava di spasimo, e desiderava piuttosto che egli morisse.
Verso sera la febbre diminuì; pallido, col petto umido di sudore, le mani tremanti abbandonate sulla coltre, egli pareva tornasse da un mondo spaventoso e si riposasse ancora atterrito; Vittoria allora reclinò il viso sul viso di lui, aprì le labbra ma non potè proferire l’orribile domanda. Egli la guardò. Quegli occhi! Ella non li dimenticò più: erano ridiventati infantili, tristi e stanchi, e imploravano soccorso pur disperando di ottenerlo.
Ella si alzò, andò nella camera ch’era stata di Andrea e si buttò per terra piangendo e mordendo il limitare dell’uscio; e questa crisi le fece bene; la mente le si schiarì, come il cielo dopo l’uragano; la volontà le tornò, tutto si fece limpido intorno a lei.
Disse al dottore che intendeva lasciar morire in pace il vecchio e tornata presso di lui gli prese la mano fra le sue, aspettando…
Le ore e i giorni passarono. La gente entrava in punta di piedi nella camera del moribondo, e quelli che uscivano dallo stazzo vedevano Mikali aggirarsi continuamente là attorno come un cane scacciato.
Vittoria, con la mano del malato nella sua, aspettava. Aspettava, ma nello stesso tempo le sembrava di camminare con lui verso un luogo di oblio, guidata da lui come una bambina; e andavano, andavano, e Andrea li aveva preceduti per preparare ogni cosa per il loro arrivo nella nuova dimora. Ma il sabato verso un’ora Bakis Zanche ritirò a un tratto la sua mano e sbadigliò piano piano come un poco annoiato di tutto e di tutti. Ella si volse a guardarlo e diede un grido: egli aveva abbassato a metà le palpebre e sulla sua bocca rimaneva un’espressione di disgusto: ah, se n’era andato, lasciandola sola sull’orlo della via.
*
Fino alla strada Mikali sentì l’urlo delle donne e i canti e le nenie funebri delle prefiche riunite nella cucina dello stazzo: non osò entrare e per scusarsi di fronte a sè stesso della sua debolezza corse via e andò ad avvertire la madre.
Vittoria e zia Sirena intanto lavavano e vestivano il cadavere, parlando fra loro a bassa voce come per non svegliarlo.
– Questa mano! – disse Vittoria, lavando dito per dito con uno straccio insaponato la mano ancora molle ma vuota del morto. – Quanto l’ho tenuta, in questi giorni! Mi parrà sempre di stringerla, povera mano.
Parlava calma, un poco stanca però e come assonnata.
– Ha finito di soffrire: così finiremo anche noi, vero, zia Sirena? L’importante è di seguire la via dritta davanti a noi, come egli l’ha seguìta, a costo di morirne. È vero, zia Sirena?
La vecchia piangeva silenziosa sconsolata, ma le parole di Vittoria le sembravano più che saggie, e tutta la sua ammirazione e la sua devozione da oltre mezzo secolo nutrite per Bakis Zanche già si riversavano sulla nuova giovane padrona.
– E adesso saranno assieme, col figlio – riprese Vittoria mettendo le mani del morto una sull’altra sul petto che non ansimava più. – Anche Andrea non sapeva mentire. Così, povere mani, state così, in pace. Più il freno, più il bastone, più il bicchiere, più il libro… nulla più toccherete… E anche le nostre mani un giorno non toccheranno più nulla…
D’improvviso un’onda di sangue le affluì alla testa; sentì un capogiro, non parlò più: la visione di Mikali sul puledro indomito, con la corda stretta dalle dita vigorose, le era passata davanti radiosa e terribile sullo sfondo di quel luogo di morte come una saetta in una notte tenebrosa.
– No, no, – pensava curva a lavare i piedi del morto neri e callosi come radici di lentischio – io non voglio più vederlo. Tornerò ad alta notte a casa mia, per non incontrarlo, e mi chiuderò dentro come in un monastero.
La visione però la perseguitava; ed ella fu tentata di sciogliersi i capelli per asciugare i piedi del morto e farsi perdonare.
E se era vero che egli le aveva lasciato il suo patrimonio, con l’obbligo di abitare lo stazzo?
– No, no, padre – gli disse, chiudendogli ancora le palpebre che si ostinavano a riaprirsi. – Voi non avete fatto questo! Voi volevate bene alla vostra piccola Vittoria, alla vostra tortora… no, no… Che peso terribile sarebbe… E pianse, finalmente; e le sue lagrime caddero sulle palpebre del vecchio e parve ch’egli piangesse dopo morto.
*
I parenti erano già tutti radunati per la lettura del testamento, in una grande stanza terrena che serviva per pulire il frumento dopo la raccolta o per banchetti in caso di feste straordinarie. Vittoria entrò, sedette in un angolo e guardò spaurita il notaio che coi gomiti sul tavolo, il capo chino, si batteva la punta delle dita sul cranio calvo.
– Aprite un poco la finestra, – egli disse sollevando gli occhi. – Si può cominciare.
Allora zio Bakis Pinna, cugino del morto, si alzò pesante e selvaggio e d’un colpo spalancò la finestruola; la luce viva verdognola dell’orto illuminò la stanza e Vittoria s’accorse che gli occhi di tutti i convenuti la fissavano acutamente. Ah, se quegli occhi fossero state palle, ella sarebbe caduta crivellata di ferite.
Tutti i parenti erano là, ricchi e poveri, uomini e donne; tutti, da zio Bakis Pinna, ricco proprietario di bestiame, a Prededdu Zanche, nipote del morto, che sebbene latitante, accusato di omicidio e di rapina, era venuto al convegno e guardava Vittoria con curiosità e malizia, ma benevolmente, facendole dei segni con la testa e con la mano; segni a cui ella rispondeva con un lieve sorriso degli occhi, alquanto turbata per la grande rassomiglianza del giovine bandito con Mikali.
Le donne, chiuse nelle loro sottane scure buttate sul capo, sedevano in fila per terra, e aspettavano pazienti sebbene non sperassero nulla.
Il notaio continuava a battersi le dita sul cranio: chi aspettava? forse i, servi: questi infatti giunsero, e Pancraziu gli si avvicinò e gli disse qualche cosa sotto voce. Allora egli parlò, senza guardare nessuno:
– Avevo fatto avvisare la vedova Zanche e suo figlio Mikali; ma essi rinunziano ad assistere all’apertura del testamento e quindi possiamo cominciare. Prima però devo avvertirvi di una cosa. Voi tutti sapete che Bakis Zanche e sua moglie Marianna erano separati legalmente, per consenso di entrambi. Il figlio Mikali nacque dopo che la donna fu cacciata via dal marito, nè questi volle mai riconoscerlo. Mikali fu inscritto sui registri dello Stato Civile come figlio di padre incerto ed egli nè altri mai si curarono di regolare in altro modo il suo stato di nascita.
Nessuno parlò. Allora il notaio tossì, alzò la voce:
«In nome di Sua Maestà il Re…».
Prededdu Zanche fissava Vittoria ammiccando; ma Vittoria vedeva Ignazia la serva guardare il giovane e poi lei e poi di nuovo il giovane, e chinò la testa e non sollevò più gli occhi.
A misura che il notaio leggeva, tutta l’attenzione di lei era attratta dalle parole del testamento: le pareva che lo stesso spirito di Bakis Zanche parlasse attraverso il foglio scritto, e una pena, un terrore, un senso di peso grave la piegavano.
Sì, le voci che correvano nello stazzo erano vere: Bakis Zanche la nominava sua erede. Le imponeva di tenere la serva Sirena per tutta la vita nello stazzo, continuando a compensarle il suo servizio in ragione di lire sette al mese, di regalarle due agnelli a Pasqua e due porcellini a Natale; di tenere i servi attuali finchè servivano fedelmente; di ammazzare una giovenca e distribuirne la carne ai poveri; di far celebrare tutti gli anni la festa di Sant’Isidoro, il dieci maggio, con messa cantata, processione, corse di cavalli e puledri; di pagare i canoni e i legati gravanti sulle sue terre; di collocare due lapidi, una per lui una per Andrea, nel camposanto del paese.
Alla moglie, da cui era, come aveva avvertito il notaio, separato legalmente, lasciava tuttavia l’usufrutto d’un terreno attiguo allo stazzo Zoncheddu.
Di Mikali non faceva parola.
Quando il notaio ebbe finito, Vittoria sollevò gli occhi grandi spauriti, li volse intorno, li riabbassò e balzò in piedi tremante.
– Vorrei dire una parola…
Nessuno rispose; allora ella disse:
– Mikali Zanche ha diritto più di me…
– No, – replicò freddo il notaio – egli non ha diritto. Non si è curato mai di richiedere la paternità di Bakis Zanche, nè da questi è stato mai riconosciuto. La madre lo ha fatto presentare allo Stato Civile come figlio di padre incerto, dichiarando che al tempo del concepimento era già separata dal marito. Per impugnare il testamento, Mikali dovrebbe far causa, dimostrando la paternità di Bakis Zanche.
Vittoria si torse le mani disperata. Due donne sedute accanto a lei s’alzarono per sorreggerla.
– Io vorrei… vorrei… – ella aggiunse, ma la madre le fu davanti, zia Zizza di dietro, spaventate.
– E lasciatemi parlare!…
– E chi ti tura la bocca? – gridò zio Bakis Pinna rozzamente. – Parla!
– Vorrei rinunziare.
Un mugolìo risuonò intorno; Prededdu Zanche soltanto rise, un riso squillante, poi balzò accanto a Vittoria scostando le donne, le strinse il braccio, le pose il viso sotto il viso per guardarla meglio.
– Cugina mia! Guardami!
Ella scuoteva la testa, stordita.
– Guardami, cugina mia! Dicono che sei una ragazza savia. E allora, senti, non attaccare fuoco alla stoppia, rinunciando. Lascia le cose come sono; se no la parentela farà andare in tasca ad avvocati e a giudici tutti i beni di Bakis Zanche.
– Uh, Predu Zanche, la giustizia ti fugga! – gridò un parente, facendo le fiche; mentre una donna anziana, proprietaria di terre, si alzava stringendosi sul viso i lembi della gonna, e diceva con solennità:
– Vittoria Zara, non credere che siamo venuti qui come i corvi: siamo venuti qui perchè ci ha chiamato la legge; e un boccone di più, un boccone di meno fa lo stesso, per noi. Ma è bene che il patrimonio di Bakis Zanche non vada diviso come una focaccia. Alla tua buona coscienza fare il resto.
Anche il notaio s’alzò e disse:
– Vittoria Zara, non è meglio che tu obbedisca ai voleri del defunto?
Allora ella tornò a sedersi, col viso reclinato sul petto, in mezzo alle donne che si chinavano su lei e alcune piangevano per convincerla meglio. E Prededdu Zanche, fermo dietro la sedia, le palpava le spalle, tanto ch’ella fece un movimento brusco per respingerlo.
– Ebbene, sia! – mormorò come fra sè: e diede un grande sospiro.
*
Ad uno ad uno i parenti se ne andarono; in ultimo anche la madre si congedò come un’estranea, ricordando a Vittoria alcune massime del padre morto.
– Egli diceva: la ricchezza è una penitenza. Ma diceva anche, ricòrdatelo. Vittoria; diceva: sa domo ‘e su Re sa misura la rè4.
Ignazia, che durante quel tempo non aveva mai aperto bocca, passiva e paziente come una schiava, rimise a posto le panche e le sedie, chiuse le finestre, e infine disse a zia Sirena:
– Io mi cercherò un nuovo padrone: non offendetevi.
Ma la vecchia serva pensava a consolare Vittoria che diceva piangendo come una bambina abbandonata:
– Perchè ha fatto questo? Perchè ha fatto questo? Che peso mi ha lasciato!
– E i buoni cristiani a che servono se non per aiutarti? – disse il servo che somigliava a San Matteo, mentre Pancraziu scherzava chinandosi davanti alla nuova padrona con una bisaccia in mano.
– Su, versa qui dentro il carico, se ti pesa troppo. Me lo porto io.
– Che peso, che peso! – ella ripeteva, curvando le spalle, oppressa; e tutti intorno, sebbene cercassero di distrarla, sentivano una impressione di vuoto, un senso di imbarazzo, come se i padroni invece che morti se ne fossero andati dopo una questione fra loro ed errassero lontani pel mondo.
Prima di andare a coricarsi, Vittoria uscì nel cortile, sedette sulla panchina del tradimento e si mise a pregare; e tosto si accorse che Ignazia spiava da una finestruola. Perchè? La spiegazione gliela diede la gobbina, rimasta nello stazzo a farle compagnia.
– Mikali gira sempre qui intorno come un’anima in pena – le disse all’orecchio, sedendosi accanto a lei.
Ella però la spinse col gomito, costringendola ad alzarsi e a ritirarsi.
– Andate via, o vado via io.
Rimasta sola, immobile, al posto ove Marianna Zanche aveva tradito il marito, appoggiò le spalle al muro e continuò a pregare, ma le pareva che tutta la casa le premesse sulle spalle e la mano vuota e umida di Bakis Zanche fosse ancora fra le sue e la tirasse giù; giù, sotterra.
PARTE SECONDA.
I
Nei primi tempi Mikali, eccitato dalla rabbia e dal dolore, pensava di emigrare in America. Gli avevano raccontato che là si stendono grandi pianure coperte di erbe alte come alberi e piene di cavalli allo stato selvatico; ed alla notte sognava di trovarsi laggiù e di prendere col suo laccio quanti puledri voleva e domarli e venderli ai grandi signori di America. Quello era un luogo adatto per un uomo come lui! Del suo piccolo paese ove tutto gli si volgeva contro era stanco; idee malvage lo travolgevano, compromettendo la sua calma d’uomo forte, facendogli rimpiangere i tempi, non lontani del resto, in cui la Sardegna era libera terra di banditi, di uomini che si procuravano giustizia da sè; allora uno poteva almeno dare sfogo alla propria rabbia, al proprio dolore, e crearsi dei veri nemici contro cui combattere da vero uomo, mentre adesso non rimane che rassegnarsi come donnicciuole ad essere calpestati da tutti, o emigrare assieme coi manovali in cerca di fortuna…
Era stato anche a consultare un avvocato, se si poteva intentare lite a Vittoria, per l’eredità. Si poteva intentare, sì, perchè se Bakis Zanche non lo aveva riconosciuto per figlio non lo aveva neppure misconosciuto legalmente; ma era una cosa complicata, che sarebbe andata per le lunghe, e occorrevano molti denari che l’avvocato richiedeva anticipati. Con quei denari Mikali preferiva andarsene in America e guadagnarne altri: al ritorno era sempre a tempo d’intentare la lite. La verità poi era che, in fondo, egli non voleva disgustare Vittoria finchè non avesse perduto ogni speranza nell’amore di lei…
In fondo egli si conosceva bene, sapeva che non era un violento, ma un povero orfano allevato da una madre serva timorosa di Dio e degli uomini; il sangue della razza gli ribolliva però nelle vene, e a volte gli sembrava di essere ancora ragazzetto, quando stanco delle preghiere che sua madre gli faceva recitare, fuggiva nella brughiera e per fare qualche cosa andava a buttare giù le pietre dei paracarri o si batteva la testa contro i tronchi degli alberi e poi rideva per il dolore.
Eppure, mentre egli stesso si piegava e si umiliava, il dolore rassegnato della madre, che dopo i primi giorni dalla morte di Andrea non s’era più cambiata la camicia nè lavato il viso in segno di lutto, lo irritava fino allo spasimo. Egli non poteva più perdonarle questa rassegnazione.
La notte di San Giovanni, mentre tutte le donne dello stazzo erano nella brughiera a bagnarsi i piedi alla sorgente, e i fanciulli seduti in fila sul ponte aspettavano silenziosi che a mezzanotte si spalancasse il cielo e apparisse la Corte celeste, egli rientrò e si buttò sbuffando sul carro davanti alla porta. Sullo scalino sedeva sua madre, avvolta dalla triplice ombra del suo dolore, della sua gonna nera e della notte.
Per un pezzo non parlarono; ella finiva di recitare le sue preghiere, e finalmente disse piano:
– Mikali, che hai? Non mangi?
Egli sbuffò più forte.
– Mikali!
– Vorrei mangiarmi il cuore, madre! E l’ho grosso, m’uccidano! Grosso come un macigno. Ebbene, sapete la nuova? Dicono che quella donna sposa il dottore. Ma io… ma io… io non sono Andrea! Io non voglio morire, no; ne farò morire io, arrabbiati come cani, vedrete…
– Mikali, abbassa la voce e non bestemmiare in questa santa notte.
– Che bestemmie ho detto?
– Ogni parola che pronunci è una bestemmia: non nominare il piccolo infelice, lascialo nella sua pace. E tu, senti, pensa ai casi tuoi, Mikà, figlio d’oro.
– Ci penso, sì, ma troppo tardi, madre! Dovevate pensarci anche voi, ai casi miei, appena son nato. Invece mi avete fatto scontare la vostra colpa, mi avete fatto crescere senza padre, senza nome: madre, madre, perchè, almeno, non avete avuto la forza di farmi riconoscere dal mio vero padre? Da Bakis Zanche? – aggiunse tosto, poichè non ammetteva di essere figlio dell’altro.
Ella taceva. Anche lei era convinta ch’egli era figlio di Bakis, ma non lo aveva fatto riconoscere per paura, per rimorso, come del resto Mikali stesso, più tardi, sebbene consigliato da qualcuno, aveva lasciato le cose com’erano per non irritare inutilmente il vecchio e nella speranza di dividere l’eredità con Andrea, e in ultimo per la certezza che Vittoria lo sposasse.
Dopo un lungo silenzio la madre disse timidamente:
– Mikali, del resto adesso da vivere ne abbiamo! Viviamo in pace, anima mia. Dimentica quella donna e guardati intorno.
Mikali si sollevò a metà sul carro e sputò al di là della siepe.
– So cosa volete dire, madre! Ma io donne non ne guardo più, neanche se hanno la lebbra in viso e il mio sguardo dovesse guarirle. Io me ne andrò servo, volete sentirla , me ne andrò lontano e tutto sarà finito. Però prima…
– Pensa a te, Mikali, non sei più un bambino e la sventura ti ha segnato come il fuoco. Battista è una buona ragazza, ed ha qualche cosa; è una donna, Battista, non è il serpente di Eva, come quelle che tu conosci. Vivrete in pace secondo il volere di Dio, e tu lavorerai, seminerai, avrai il tuo bestiame, la tua terra, il tuo focolare. Potrai dire: qui mi corico e mi addormento come un bambino innocente nella culla, e Dio veglierà su di me. Così, Mikali, potrai dire, se smetti di vivere in peccato mortale, così…
Ma egli s’era gettato supino sul carro e sbuffava di nuovo tirandosi i capelli con rabbia.
– Madre, è inutile gettare le parole al vento. Io Battista non la voglio; non voglio nessuna donna del mondo. Non mi pungete il cuore.
La madre allora sospirò e tacque; ed egli incrociò le mani sotto il capo e i ricordi lo coprirono fitti, vivi come le stelle che gli pareva gli sfiorassero il viso.
Possibile che tutto fosse finito? Ah, no; a costo di dar fuoco allo stazzo di Vittoria e di passare attraverso le fiamme, egli voleva arrivare fino a lei.
– Sapete cosa vi dico, madre? – riprese dopo un momento. – Che finora sono stato come un agnello; ma adesso voglio cambiarmi in leone; voglio farmi rispettare, voglio lasciare l’impronta dove passo. Comincerò col dottore; voglio domarlo come gli ho domato il puledro; e se egli non lo capisce con la prima avvertenza, con la seconda gli farò schizzare le viscere dal cranio.
– Mikà! Misera me! – gemette la madre. – Tu perdi la ragione. È meglio, sì, che tu te ne vada nelle altre parti del mondo e ti salvi l’anima.
– No, perdio, non voglio più partire. Perchè devo partire? Sono un disperato, io? Voglio restare e calcherò bene i piedi dove passo.
– Non alzare la voce, almeno!
– No, perdio! Voglio anzi gridare; guai, guai se le cose non vanno come desidero io, secondo giustizia! Farò come il vento, che spazza tutto.
Per non irritarlo oltre, la madre strinse il rosario nel piccolo pugno tremante e salì nella sua cameretta; ma invece di coricarsi s’inginocchiò davanti alla finestruola aperta e offrì al Signore la sua pena per la collera, la passione, i feroci propositi di Mikali. Ella accettava tutto; era il suo giusto castigo che continuava; e del resto, guardando le stelle coi poveri occhi malati dal lungo piangere, le pareva di vedere tutto l’universo scintillante di lagrime. Siamo nati per soffrire e piangere; che cercare oltre? Anche Mikali, col tempo avrebbe capito questa verità e si sarebbe rassegnato.
Egli intanto non si rassegnava; lunghi sospiri gli gonfiavano il petto, come fosse legato sul carro e da un momento all’altro si dovesse su questo trasportarlo a un luogo di condanna; solo quando sentì le donne rientrare balzò infastidito e se ne andò a vagare nella notte. La notte era bella; la luna al suo ultimo quarto posava sul confine della brughiera come una coppa d’oro colma di fiori di stelle; e un trillo di chitarra, dietro lo stazzo Zanche, faceva tacere i grilli e persino l’usignolo.
Egli sentiva nelle vene qualcosa simile a quel trillo: un’aspra vibrazione di desiderio, di pianto, di amore e d’odio.
Si diresse laggiù, ma a misura ch’egli lo cercava, il suono s’allontanava, come il grido del cuculo; e così, saltando le muriccie di confine fra un terreno e l’altro, si trovò nella tanca del dottore e vide una forma nera immobile sull’erba come una roccia.
– Santu Juanne meu, mi mandate incontro il demonio!
Ristette, coi pugni sulla fronte che gli batteva da spezzarsi; la forma nera si scosse, si sollevò, come tirando su dalla terra due manciate di fieno. Era il puledro del dottore.
Mikali vedeva tutto confuso, e il formicolìo nelle vene cresceva aspro, diventava tortura: aveva voglia di gridare, ripetendo a tutti le parole che neppure sua madre voleva sentire: aveva bisogno di urlare, nella notte dolce, di intorbidare la quiete del mondo con l’ansito della sua passione; in modo che Vittoria lo sentisse, nella sua casa addormentata, nel suo cuore chiuso, e balzasse piena di terrore e di rimorso; e con lei tutti lo sentissero, da vicino e da lontano, e avessero paura di lui come del leone scappato al laccio. Intanto traeva e apriva il suo coltello, tastandone la lama col pollice. Quella era la sua chitarra: adesso avrebbe vibrato la nota dell’odio.
E si curvò sul puledro, che nel dormiveglia lo riconobbe e stette docile; e lo palpò cercando il punto fragile dell’occipite, carezzandolo e parlandogli sottovoce per vibrare meglio il colpo mortale.
– Mi dispiace a morte, perchè ti ho voluto bene come ad un cristiano; ma è necessario dare un’avvertenza al tuo padrone. Il tuo sangue gli dirà che deve stare attento a che non scorra anche il suo…
Il coltello luccicò alla luna, s’abbassò, sparve come una stilla d’acqua fra la criniera del puledro. L’animale sussultò tutto, con un grande ansito che gli gonfiò la pancia e gli sollevò la coda; e si alzò pesantemente sulle ginocchia, ma come abbattuto dall’urto della mano di Mikali cadde sull’erba con la testa piegata sul collo e le vertebre agitate da un tremito.
A poco a poco il tremito cessò, come un lento ondulare d’acqua; l’occhio spaurito rifletteva la luna e Mikali stava curvo a guardarlo come sull’orlo di uno stagno di morte.
Quando la forma nera tornò immobile fra l’erba che odorava inumidita dal sangue, egli pulì il coltello con una foglia e se ne andò. Sentiva un po’ di sollievo; ma non era contento. E come il suono della chitarra arrivava adesso dalla parte dell’orto di Vittoria, si diresse laggiù, e raggiunse il suonatore, un ragazzo gallurese figlio del cantoniere.
– Adesso ti farò cantare, – gli disse conducendolo sotto il muro dell’orto: – andiamo più in là, sotto la finestra di Ignazia.
Sull’orto nero e giallo d’ombra e di luna vagava l’odore delle mele di San Giovanni; il vetro verdognolo della finestruola di Ignazia brillava triste come l’occhio del puledro morto.
Mikali fissava la grande casa silenziosa che chiudeva Vittoria come una tomba e le dava la dura freddezza di un cadavere; e sentiva una smania violenta di arrampicarsi con le unghie sui muri, di penetrare per le fessure e devastare tutto là dentro e portarsi via come un tesoro rubato la donna che non voleva essere sua.
Ma la voce del ragazzo s’alzò nel silenzio fresca, liquida come uno stelo d’acqua cristallina, e il gemito della chitarra l’accompagnò col suo lamento sommesso:
Bedda, palchì tanti peni
Senza mutìu mi dai?
Sarà folsi palchì mi hai
Sicuri in li to cateni.
Bedda, palchi tanti peni?…5
– Adesso apre la finestra… adesso scende… Eccola, è lì… apre… – gemeva e fremeva Mikali, sporgendosi sul muricciuolo, col cuore sulla pietra e il pugno sulle labbra. E guardava, con gli occhi scintillanti nell’ombra. Ecco ella veniva, come nel campo vigilato dalla gobbina; si fermava sotto il melo carico di frutti e faceva un cenno che era come un laccio, sì, come il laccio che egli gittava ai puledri in corsa. Ed egli, preso, attirato, saltava il muro, andava a lei, le cadeva ai piedi spasimando.
– Vittoria! Vittoria… anima mia, era tempo… Eccomi, Vittoria; non ne potevo più… Sei tornata… Sei tornata…
La voce chiara del ragazzo gorgheggiava come un canto d’usignolo, con tutti i richiami, i gridi, il ridere d’amore; e le note della chitarra tremolavano intorno come i raggi d’oro della luna sotto il melo; ma la casa rimaneva silenziosa e chiusa e la donna non veniva.
Mikali cominciò a morsicarsi il pugno; tuttavia si ostinava ad aspettare, finchè il suono e la voce tacquero e il ragazzo lo tirò per la falda del cappotto.
– Ti sei addormentato, Mikà? Io ho finito; dammi qualche cosa, adesso.
Mikali balzò e gli diede uno schiaffo. La chitarra battè sul petto del ragazzo e le corde gemettero per lui.
II.
Solo al tempo della raccolta frate Zironi si fece rivedere allo stazzo. Tutto il campo era giallo, intorno alle macchie verdi, sotto il cielo d’un azzurro cinereo ove stagnavano le nuvole d’estate gravi come roccie di granito; l’orzo era già mietuto, ma nelle distese di frumento i mietitori lavoravano ancora, curvi, con la corta giacca di cuoio che li faceva rassomigliare a bestie sbandate intente a brucare le spighe.
Nel cortile dello stazzo, Pancraziu faceva calare cautamente dai sacchi sul carro a una misura di ferro deposta per terra un rivoletto d’orzo; e mentre zia Sirena aiutava Ignazia a caricarsi sul capo i cestini colmi, egli al solito scherzava.
Anche le donne non erano tristi. Il tempo appiana le cose come la vecchia serva appianava l’orzo sulla misura passandovi sopra un matterello; eppoi quando si ha da fare e si deve raccogliere la roba che il Signore manda, le idee tristi svaniscono.
Il frate quindi fu accolto con esclamazioni di gioia; e Pancraziu disse:
– Giunto a tempo, così Dio mi assista! Mi leggerete il Vangelo per farmi passare l’impressione di un sogno…
– Che hai sognato, figlio?
– Ho sognato che ero nell’aja e vedevo pieno un sacco ch’io avevo già vuotato. Ecco. Era Ignazia, questa qui, che vi si era cacciata dentro appunto per farsi palpare da me…
La serva gli diede un colpo di matterello.
– Va alla beatissima forca!
E anche zia Sirena lo sgridò, mentre riempiva la sacca del frate.
– Che nuove nel mondo?
– Sapete chi ho veduto? Bobore Puddu il cacciatore, ch’era stato messo dentro per la morte del povero Andrea; l’hanno rilasciato libero per inesistenza di reato.
Le donne però sapevano già la notizia, e non la commentarono anche perchè Vittoria, sentita la voce del frate, usciva nel cortile.
Ella non dimenticava, no. Cosa erano quaranta giorni? Quaranta goccie d’acqua, sul fuoco di rimorso e di passione che la bruciava.
– Bene arrivato; benediteci, – disse al frate, conducendolo nella grande stanza terrena dove vuotavano l’orzo. Ce n’erano dei grandi mucchi simili a piccole montagne d’oro, e le panche e le tavole erano ingombre di cestini colmi di fave, di ceci, di fagiuoli rosei e bianchi come perle; dalla finestruola aperta si vedeva, attraverso una nuvola dorata di api, il susino carico di frutti violetti.
– Dio benedica tanta abbondanza, – mormorò il frate; ma Vittoria era pallida e magra come una mendicante, e gli disse a testa bassa:
– Oggi uscirò per la prima volta, dopo i primi quaranta giorni di lutto. Se voi andate al paese cammineremo assieme. Andrò da mia madre…
– Sei stata sempre sana, in questo tempo? – egli domandò timido.
– Sana di corpo sì, para; ma l’anima è malata.
– Bisogna guarirla, allora…
– Proveremo.
Infatti appena furono nello stradone ella sollevò il viso circondato dalla gonna nera e respirò con gioia l’aria calda, la polvere, l’odore delle stoppie: le sembrava d’essere uscita di prigione come il cacciatore arrestato innocente, e si sentiva lieta di camminare, di andare a casa sua, di rivivere nel passato.
– Ricordate, para, l’ultima volta, ricordate? E le cose che vi dissi, allora? Chi poteva pensare? Ma perchè il Signore permette queste cose?
– Lasciamo in pace il Signore. Il più delle volte lui non ci ha che vedere nei fatti nostri. Dimmi piuttosto che intenzioni hai per l’avvenire.
– Io? Io penso giorno e notte che la roba di Bakis Zanche mi pesa come rubata. Alla notte mi sveglio e non posso più addormentarmi.
– Hai più riveduto Mikali?
– Io no, para! So che gira intorno allo stazzo, e fa stravizi e pazzie (non lo incontreremo, spero, no, Dio mi salvi). Mi ha mandato un’ambasciata minacciosa anche, pel cugino Prededdu il bandito; ma io non ho paura di nessuno, io, solo del Signore.
– Del Signore e della mia coscienza – riprese dopo un momento di silenzio. – E lui, invece, Mikali… disgraziato… lui non pensa a questo. Lui non ha rimorsi: lui non pensa che l’altro è morto per colpa nostra: para, perchè gli uomini son così? Senza timor di Dio? Solo il timore di Dio può guarirci…
– Non è la prima volta che tu mi fai una predica! Bene, figlia d’oro: tu ragioni come un prete sul pulpito. Ma una cosa, dimmi, l’hai tu pensata? Che cioè la roba che hai tu dovrebbe essere di Marianna Zanche e di Mikali?
– Io non so di chi è, para! Io penso solo che Bakis Zanche è morto ignorando tutto. Questo è il mio tormento. Se egli avesse almeno saputo, mi avrebbe cacciata via ed io sarei adesso più contenta.
– Vittoria, – disse il frate, fermandosi. – Vittoria, tu dovresti mettere una pietra sul passato e sposare Mikali.
– Para!
Si volse a lui spaurita; ma il suo grido era simile a quello dell’allodola che sfugge atterrita e salva al colpo del cacciatore.
– Vittoria, ascoltami. Ho pensato a te, nella solitudine. Ho pensato: Vittoria Zara non può vivere sola, tanto più che i mosconi le ronzano attorno. Bisogna che si mariti.
– Io non voglio maritarmi, para!
– Perchè pensi sempre a Mikali! E se tu ne sposi un altro ricomincerà la storia di Marianna Zanche. Ricordati le parole che tu stessa mi hai detto un giorno qui, quando passò Mikali coi puledri.
Ella si nascose il viso fra le mani agitate da un tremito; rivedeva la dolce e terribile visione, e gridi di gioia e di angoscia le gonfiavano il petto, poichè lo stesso frate le pareva inviato dal demonio per accrescere le sue tentazioni.
– In verità, – disse, mentre grosse lagrime le scorrevano fra le dita, – mi pare di sognare. Voi parlate così, voi?… Ma… ma…
– Ci sono mille e mille ma, ai quali non sappiamo dar seguito, figlia d’oro. Ebbene, io ti dico: sposa Mikali e riprendi in casa tua Marianna Zanche. Così il filo rotto si riallaccerà e tutto andrà bene. Se no Mikali si perde, bada. Il puledro del dottore lo ha ammazzato lui. So le cose del mondo anche nella solitudine. Vittoria; tieni Mikali nella retta via…
Avevano ripreso a camminare ed ella procedeva a capo chino, con gli occhi fissi a terra, come cercando qualche cosa che aveva perduto e non ritrovava più; solo allo svolto dello stradone sollevò il viso e scorgendo la sua casetta, il tronco irsuto ricoperto d’edera, il campanile con le corde disegnate sullo sfondo infocato del cielo, riprese a piangere e a ridere come una bambina.
– Mi pare di mancare da trent’anni e di tornare a casa mia dopo una lunga condanna e un lungo esilio…
– Sì, – confessò poi – non lo nego, amo ancora Mikali, ma non come prima. Mi pare che anche se lo sposassi non sarei contenta. Ma ecco la mia zia; non ditele nulla, vi prego; lasciate ch’io sola decida della mia sorte.
La gobbina si avanzava scuotendo i lembi della gonna come ali nere; sembrava un grosso pipistrello e il suo occhio azzurro brillava di gioia e quello verde di malizia.
Mentre il frate sedeva nella piccola cucina, in attesa che zia Pietrina tornasse dall’orto, Vittoria salì nelle stanze del piano superiore e frugò in ogni angolo quasi cercasse il suo passato, la sua gioia, perduta, triste e felice assieme, con l’orizzonte di nuovo aperto davanti, ma turbata davvero, nella sua letizia, dalla melanconia dell’esule che ritorna. Nulla è mutato intorno; ma è mutato lui.
Trovò finalmente la fisarmonica, che la madre aveva nascosto dentro la cassa, e sedette guardandola sul davanzale della finestra; eccola ancora, gialla, verde e violetta, coi tasti lucenti come bottoni che solo a premerli spalancano le porte d’una casa incantata; ed ella li preme, e un soffio, un lamento, un grido di uccello ferito nel nido attraversano lo spazio.
– Vittoria, nipote mia, Dio ti aiuti, – gridò di giù la gobbina, – che fai? Non ricordi che sei in lutto stretto?
Ella rimise lo strumento, scese giù e sedette accanto al frate.
– Zia, zia, non avete nulla per le visite? L’arca di Pietrina Zara non è certo l’arca di Vittoria Zara, ma qualche cosa pure ci sarà!
E senza aspettare che la gobbina servisse qualche cosa, tornò ad alzarsi e corse fuori chinandosi a toccare i cespugli e i giaggioli e i gigli i cui fiori pendevano già secchi sullo stelo.
– Così son io, ohiò! – gridò con allegria tragica, e corse via per il campo fino alla siepe là dove le pareva che il terreno conservasse ancora le impronte dei piedi di Mikali. E là si fermò, assalita da un tremito che parve comunicarsi alle cose intorno, alla siepe e alle stoppie, alle macchie battute dal venticello della sera, alle rondini che si ritiravano nei loro nidi sotto la casa, alle campane che suonavano l’avemaria…
*
Anche Mikali aveva finito la sua raccolta, abbondante, sì, ma non tale da soddisfarlo. Non era uomo da aspettare il vento nell’aja, Mikali, e da contentarsi poi se, sollevata la pula, il mucchio del frumento gli prometteva almeno un inverno senza fame.
I suoi occhi ardevano come il cielo in quei lunghi crepuscoli in fondo alla brughiera, il verde della speranza spento dal rosso della passione; e sentiva il sangue battergli alla testa come una volta aveva veduto il mare in burrasca battere agli scogli di Capo Ceraso là dietro i promontori dell’orizzonte.
Portato a casa il frumento, disse a sua madre:
– Lo vendiamo perchè voglio andare in America.
E poichè ella gemeva, l’afferrò per le braccia e la scosse come un sacco da cui si deve far cadere qualche rimasuglio.
– Non capite? Per voi, santa femmina! Avete inteso? Vado via per voi, per non farvi piangere oltre. Se rimango qui mi perdo, perchè un uomo come me non può rassegnarsi alle ingiustizie. Mi hanno rovinato, mi hanno tolto il sangue dalle vene, e pretendono che io me ne stia come un asino col moggio sul capo? No, santa femmina; me ne vado; meglio nelle altre parti del mondo che nell’inferno. Al ritorno poi aggiusterò io i conti con tutti…
In fondo, la madre lo approvava. Domandò a Maria Luisa Zoncheddu se voleva comprare il frumento, e alle domande curiose della donna finì col rivelare i progetti di Mikali.
– Partire vuole, andare in America e lavorare. E lavorerà, sì, perchè egli ha le forze di un gigante; e tornerà con la bisaccia piena, come si conviene a lui.
In altri tempi Maria Luisa avrebbe urlato per la meraviglia. Un uomo giovane come Mikali, di buona famiglia, di buona razza, partire così come un giramondo! Ma i tempi erano mutati. La speranza dell’eredità sfumata, nello stazzo non si vedeva più di buon occhio l’inclinazione di Battista per il figlio della serva, sebbene questa adesso, godendo il piccolo usufrutto del terreno lasciatole dal marito, fosse considerata come ospite e amica.
– Fa bene a partire, – disse Maria Luisa, misurando il frumento. – Così darà uno schiaffo a chi lo disprezza. E quando va?
– Adesso, al più presto, appena finisce di domare due puledri di Zuannandria Majore.
Presi i denari, Marianna Zanche mandò Battista a comprare quattro metri di frustagno per fare una veste a Mikali, poichè partendo egli doveva abbandonare il costume.
La ragazza andò fino al villaggio; era triste come la notte, e tirò, tirò il prezzo, tragica come se si trattasse di risparmiare un po’ del sangue del suo cuore. Tornata a casa, sedette in un angolo della cucina con l’involto in grembo e cominciò a piangervi sopra e a mormorare una nenia funebre: pareva avesse in grembo un bambino morto.
Mikali partiva, il gigante, la bandiera alta e sontuosa! Partiva e lasciava il suo costume, come un morto lascia le vesti terrene, e indossava il frustagno, la pelle degli uomini deboli buoni a nulla! Partiva, come parte la foglia dall’albero, sospinta dal vento d’autunno, come la piuma che si stacca dall’aquila che invecchia! Che tristezza, che crepuscolo! La fanciulla piangeva, e sembrava, in quell’angolo di cucina nero come una grotta di Monte Petrosu, la patria stessa che gemeva la sua nenia di addio ai suoi figli degeneri, da eroi vestiti di scarlatto divenuti emigranti coperti di stracci.
Ma zia Marianna scese con le forbici in mano, prese l’involto e spiegò il frustagno sulla bassa tavola da fare il pane.
– Vestito di scarlatto o di pelle di diavolo, Mikali è sempre Mikali, – disse a Battista per confortarla; – purchè sia salva la sua libertà e l’anima sua. Non piangere, figlia mia. In America forse egli sarà più vicino a te che non lo è qui. Dammi il refe, anima mia.
Allora le due donne cominciarono a cucire, e Battista si pungeva il dito perchè qualche goccia del suo sangue rimanesse coi punti dentro la stoffa e parlasse a lui quando fosse lontano nel mondo ignoto, dicendogli tutto l’affanno e il desiderio del cuore dond’era sgorgato.
Mikali intanto, fra le stoppie del campo mietuto e nei sentieri intorno, finiva di domare i puledri di Zuannandria Majore, sfogando su di essi la sua rabbia e il suo dolore: erano due bestie indiavolate, le peggiori che egli avesse avuto, e si rizzavano come giganti mostruosi riempiendo la brughiera di nitriti che sembravano urli umani.
– Siete indomiti come la mia sorte; ma vi domerò io, vi domerò!
Come essi lo trascinavano verso il torrente, ecco la gobbina sollevarsi fra le pietre a fior d’acqua sbattendo i panni lavati.
– Lo sapete che me ne vado? – gridò Mikali da lontano. – Forse non tornerò più, o se tornerò sarà… Ebbene, sì, diteglielo pure a vostra nipote, poichè bisogna parlarle per ambasciata, diteglielo dunque che tornerò per le sue nozze. Bisogna pure che le faccia un regalo, quel giorno… una collana di corallo… così San Michele mi assista! Avete inteso?
La donnina proruppe in un grido lungo e tremulo che fece nitrire i puledri.
– Ohi, ohi, Mikà, ho inteso! Collana di goccie di sangue, tu vuoi dire! Ma quel giorno non arriverà mai perchè Vittoria non si sposerà mai.
– Meglio, allora! Che vada a farsi monaca; che vada a stare col frate fra le rovine di Monte Meddu; che vada al diavolo donde è venuta, – egli disse, smontando sulla riva del torrente; ed ella balzò come una palla e lo afferrò per le falde del cappotto, fissandolo negli occhi coi suoi occhi strani, come il gatto selvatico quando affascina l’allodola.
– Mikali, ascoltami; tu sei nato ieri e non capisci nulla. Mia nipote non pensa che a te e non sposerà che te. Perchè vuoi partire?
– Parto perchè così mi pare! non perchè sia disperato, no, femminuccia! Un uomo come me trova donne e denari in ogni angolo della terra e non permette che si rida di lui. Questo solo voglio far capire a vostra nipote: che ella mi ami o no, non m’importa, ma voglio che ella mi rispetti. Troppo si è burlata di me! Io parto, sì, ma che ella non guardi altro uomo, perchè se no… io tornerò prima del tempo…
– Sentimi, Mikali: io non posso ripetere queste cose a Vittoria; perchè non gliele dici tu, prima di partire?
– E dove gliele dico? In casa del boja? Ella si è messa a correre, l’altro giorno, perchè mi ha visto da lontano. Se credeva che io corressi dietro a lei si sbagliava! Io non corro, no; io sto fermo.
– Va bene, senti: combiniamo di parlarvi. Io le dirò: Mikali parte e non tornerà più, ma prima desidera vederti per l’ultima volta. Ella verrà; giurami però che non le farai del male.
– Io sono un cristiano; io non ho mai fatto male a nessuno! – egli gridò offeso.
– E il puledro del dottore, Mikà, chi lo ha punto? Del resto tu hai ragione; sei un uomo, tu, non un fantoccio di sughero.
Mikali sorrise lusingato, e accondiscese alla proposta di lei di rivedere Vittoria con la scusa di dirle addio; poi saltò d’un balzo sulla groppa di uno dei puledri, tirandosi addietro l’altro, e scosse il nerbo in aria urlando di gioia.
– Ohiò!… Utalabìh!
Il suo grido si incrociava con la piccola voce della gobbina che cantava felice battendo i panni sulla pietra.
Una columba in su nìu
Hana lattadu dormende…6
E tutto il paesaggio primitivo, dai monti rocciosi dell’ovest all’isola di Tavolara venata di azzurro e di rosa come un fiore enorme, parve animato di centauri e di gnomi,
*
Seduta un po’ stanca sulla panchina del cortile, Vittoria parlava con la vecchia serva preoccupata perchè dai mucchi del frumento giù nella stanza terrena uscivano file di moscherini che coprivano le pareti come un velo sempre più fitto.
Bisognava farli sparire, altrimenti avrebbero guastato il grano come il tarlo guasta il legno.
– Manderemo a chiamare Nicola Farre per gli scongiuri. La luna è fuori; il tempo è quindi adatto.
E guardò la luna nuova sopra il muro del cortile, pensando che anche lei aveva dentro l’anima un verme roditore contro cui non valeva scongiuro di sorta. Ma la figurina misteriosa della zia, col cestino sul capo, apparve nel vano glauco del portone, e tosto, nell’occhio verdastro che la fissava, ella vide un raggio dolce come quello della luna nuova.
Quando c’era molto da fare, la gobbina passava le giornate nello stazzo, aiutando le donne che parlavano continuamente del padrone morto come se egli fosse ancora lì seduto sulla panca col suo libro e le sue immagini in mano. Anche Pancraziu, quella sera, stava con loro nel cortile; e si discuteva se gli scongiuri di Nicola Farre erano più validi di quelli fatti col Libro dei Vangeli.
– Il padrone, beato sia, diceva che i Vangeli sono più validi. Una volta, così Dio mi assista, ho veduto una volpe cadere morta stecchita appena il prete lesse il Libro dietro il cespuglio dove essa aveva il covo… Sì, domandate a frate Zironi, se non credete a me.
Vittoria taceva e pensava a frate Zironi. Venisse! Le parlasse ancora una volta come le aveva parlato quel giorno nello stradone! Ella aveva risposto no, quel giorno, ma a misura che il tempo passava qualche cosa cadeva dal suo cuore come le pietre dal muro, lasciando un varco.
Mentre i servi discutevano s’alzò e uscì nell’orto, fino al muro su cui s’era aggrappato Mikali la notte di San Giovanni. Un peso la soffocava; volse il viso alle stelle, ansando lievemente, quasi volesse dissetare la sua angoscia d’amore bevendo l’infinito; e cominciò a piangere, ad occhi chiusi, mordendosi le labbra, e trasaliva nel sentire le sue lagrime scivolare lungo le guancie, lungo il collo e caderle nel seno quasi dure come perle. Che catena era quella! La legava al passato, la chiudeva in un cerchio di morte. E aveva paura di volgersi perchè i fantasmi erano dietro di lei; e le pareva di odiarli, pure piangendo di rimorso, quei due morti che la tenevano chiusa nella loro casa come per farle provare un poco della loro sepoltura: li odiava, pure piangendo per loro.
Si aggirò per l’orto, quasi cercando un buco ove fuggire; ritornò verso il muro e s’acquetò, stanca, come l’uccellino che ha invano sferzato le ali contro la gabbia. Tutto era finito: a che ribellarsi? Eppure… Un solo fruscio la fa di nuovo sobbalzare. Chi è? Il morto? Il vivo? Entrambi la fanno egualmente palpitare.
– Ah, zia, siete voi? Che c’è?
– Senti, ho da parlarti.
La gobbina le si attaccò addosso come un’ombra; e fu un lungo discutere, un sommesso ma vivo protestare da parte di Vittoria, poi lunghi sospiri, un gemito di rassegnazione seguito da un momento di silenzio, e infine una risatina soffocata, il gorgheggio dell’uccellino che riprendeva a svolazzare nella sua gabbia.
III.
L’indomani Vittoria annunziò alle serve che al calare del sole sarebbe andata da sua madre.
– Sola? – domandò Ignazia sospettosa.
– Perchè, ci sono forse le volpi? – ella ribattè ironica.
Durante il pomeriggio stette nella sua camera a cucire seduta davanti alla finestra: vedeva la brughiera gialla e verde e in lontananza i monti velati dall’ombra di una nuvola immobile; e sentiva una grave oppressione e insieme una gioia ardente come si preparasse ad un’azione eroica. Verso il tramonto si vestì, calzò le scarpe alte, preparò la sottana nera da buttarsi sul capo: mentre però stava per uscire incontrò Nicola Farre lo scongiuratore e dovette accompagnarlo nella stanza terrena.
L’uomo, alto, vestito di pelle, si fermò in mezzo alla stanza: con le punte della lunga barba entro i pugni, stette a guardare gl’insetti che salivano incessantemente dai mucchi del grano, sbucavano da ogni chicco, s’attaccavano al muro gli uni sugli altri piccoli e giallognoli come la crusca; poi s’accostò per osservarli meglio, prese sul palmo della mano un poco di frumento e disse rigettandolo sul mucchio:
– Portami un pajolino di rame pieno d’acqua di fonte.
Vittoria portò un pajolino che pareva d’oro, ed egli, dopo aversi tolto la berretta e lasciato cadere gli scarponi pesanti come intagliati in due ceppi di quercia, immerse i piedi neri nell’acqua brillante e si fece il segno della croce; ma prima di cominciare lo scongiuro domandò se nello stazzo c’erano donne o bestie gravide.
– Allontanale, se ci sono, – disse gravemente, – perchè la forza delle mie «parole» potrebbe farle abortire.
Rassicurato da Vittoria, trasse il suo coltello a serramanico e ne fece scattare la lama; e tenendo la punta fra il pollice e l’indice della mano sinistra si fermò il pomo del manico sul petto, mentre continuava a farsi dei segni di croce con l’acqua del pajolino, volgendo il viso di Mosè alla finestruola, verso la luna nuova che cadeva sul cielo come un anello d’argento.
– Tu credi? – domandò a Vittoria. – Se non credi è meglio che ti allontani.
Ella credeva, ma non ciecamente; eppoi con quell’ansia in cuore non era degna di assistere allo scongiuro: uscì quindi e domandò a zia Sirena, seduta a filare nel cortile, se sapeva le «parole» arcane la forza delle quali doveva liberare il frumento dagli insetti.
– Io non le so; e anche le sapessi non le direi. Sono cose che si tramandano di padre in figlio, da scongiuratore vecchio a scongiuratore giovane, come tesori preziosi.
Nella foga del parlare il fuso le cadde per terra, e poichè Vittoria lo raccolse e glielo restituì premurosa, i suoi occhi di solito minacciosi s’intenerirono.
– Dio ti assista, figlia d’oro; che ogni tuo passo ti porti verso il bene.
– Se sapesse dove vado! – disse Vittoria fra sè; e curvò la testa pensierosa. – Perchè andare lontano, per incontrarsi con Mikali? si domandava. Non potevano ritrovarsi da sua madre, o nello stazzo dove lei era la padrona? Ma una sete di emozioni la spingeva, dopo tanto tempo di monotona clausura; fosse pure un pericolo, era sempre meglio che quel continuo incubo di morte. Sì, bisognava andare da Mikali per dirgli addio e assicurarlo che ella non avrebbe più pensato ad altro uomo della terra. Uniti fra loro non potevano vivere, ma uniti ad altri neppure. Addio dunque, Mikali, addio, giovinezza, addio, fiore di passione: parti tranquillo e non tornare mai più; la felicità non è di questo mondo e neppure le parole magiche dello scongiuratore possono far cadere i bachi che rodono il cuore umano: addio.
Eppure non si sentiva triste come avrebbe dovuto essere in un momento di addio, e guardava il sole e le sembrava che il sole quel giorno cadesse solo per indicare a lei l’ora precisa del convegno.
– Quando il sole è tramontato… – aveva detto la gobbina.
Intanto l’uomo finiva gli scongiuri, traendo uno dopo l’altro i piedi dall’acqua diventata torbida: ella rientrò e vide che gli insetti già salivano più rapidi sul muro, ritirandosi tutti verso il tetto: l’uomo non sembrava nè sorpreso nè soddisfatto del miracolo; rimise le scarpe e la berretta, sedette rigido davanti a un canestro colmo di pane duro e di formaggio che la serva aveva apparecchiato, e si fece il segno della croce come prima di cominciare gli scongiuri.
– Eppoi dategli quello che avete pattuito; cosa? una misura di frumento e una libbra di lardo? Io vado perchè è tardi, – disse Vittoria; ma prima andò nella sua camera e si guardò nello specchio. Sorrideva alla sua immagine, perchè le pareva di vedersi da lontano, di rivedere la Vittoria che correva dietro la siepe del suo campo, al convegno d’amore. Come era bella la vita! Muoversi, palpitare, correre incontro al pericolo e incontro alla gioia!
Tornò per salutare l’uomo; l’uomo mangiava masticando forte e chiacchierando con le serve.
– Così vi assicuro, donne; Mikali va in America per guadagnarsi duecento scudi e poi intentare lite a te, Vittoria, e infine sposarsi con la nipote di Maria Luisa Zoncheddu…
Vittoria sentì un tremito assalirla dai piedi alla nuca: afferrò lo stipite dell’uscio e strinse i denti, ma non si fermò che per un attimo.
– Addio, zio Nicola; e grazie. Speriamo vada bene.
– È sempre andata bene! – egli affermò gravemente.
Ella uscì e camminò agile ma non rapida fino allo svolto della vigna: lassù volse intorno gli occhi sospettosa; e d’improvviso una espressione dura le irrigidì il viso e i suoi occhi brillarono metallici.
– Non sono la padrona io? – disse a voce alta. E si mise a correre attraverso il sentiero dietro la vigna, su su, fino alla tanca del dottore, fino alla brughiera: le pareva che una mano la spingesse facendola correre dietro la sua ombra che le insegnava la strada.
Il sole cadeva alle sue spalle e sul cielo schiarito le nuvole si muovevano, tutte d’oro e di frantumi di perle come grandi gioielli schiacciati. Fra le stoppie rosee i cavalli pascolavano coi fianchi lucenti al tramonto, e da ponente arrivava un alito di frescura che animava tutto il paesaggio. Ella continuava a correre lungo il sentiero come inseguita; infatti si sentì fermare, tirare indietro, e ancora una volta si ricordò di Andrea. Si volse e vide la sua sottana impigliata in un rovo… Piano piano la districò e le parve che le more, tra il fogliame smaltato del rovo, avessero entro ogni granellino un occhio che si rideva di lei.
Tutto intorno scintillava: ma ella non aveva mai veduto nè il cielo, nè le stelle, nè il mare lontano brillare come le pozze d’acqua del torrente al confine della tanca del dottore. Macchie di oleandri ancora fioriti e striscie di fieno stellino segnavano il corso dell’acqua; ella andava, andava, e se avesse risalito il corso misterioso di un grande fiume ignoto, fra boschi vergini, non si sarebbe turbata più di così. D’un tratto le parve che un velo cadesse attorno a lei; un silenzio notturno la circondò e gli oleandri odoravano forte, come vasi di profumo improvvisamente sturati. Il sole era tramontato.
– Mi sono smarrita? – si domandò; ma un rumore secco di legno battuto sulla pietra risuonò là dietro una roccia che pareva una testa enorme coperta da una capigliatura di rovi; e una voce di ninfa cantò:
Una culumba in su niu
Hana lattadu dormende…
– Zia, zia!
La gobbina lavava ancora, curva a scuotere un panno rosso entro l’acqua che ribolliva come sangue.
– Ho finito – disse torcendo il panno sulla pietra. – Egli non s’è visto ancora.
– Che m’importa, zia? Sono venuta per camminare, non per lui! Egli deve sposare quel viso di lievito di Battista Zoncheddu…
– Conti da focolare! – disse la gobbina alzandosi e scuotendosi le sottane bagnate. – Adesso vado a raccogliere i panni; tu stai qui.
I panni erano stesi sui rovi dietro la roccia. Vittoria sedette sul margine del torrente e si raccolse i lembi della gonna sul viso: dal suo posto vedeva, al di là della striscia d’acqua verdeggiante sul letto giallognolo del torrente, un prato coperto di stoppie, di giunchi, di piccoli cespugli verdi; e tutto il paesaggio, alla luce dell’orizzonte infocato, aveva ancora un riflesso d’oro come al tramonto.
I puledri di Mikali, con le gambe legate, pascolavano in fondo al prato, uno rosso, uno bianco, l’altro di un nero verdognolo come il cavallo di Lusbè; e ogni tanto nitrivano e si rincorrevano pesantemente, a salti, a sbalzi, sbattendosi forte la coda sui fianchi, e pareva si frustassero, castigandosi da sè stessi per la loro impotenza a rompere le pastoie.
E Vittoria pensava: «così sono io» e si rodeva per essere arrivata la prima al convegno, e avrebbe voluto andarsene, ma intanto aspettava, piegata dallo spasimo della gelosia e dal terrore che egli non venisse. Quando lo vide apparire in fondo al prato, come arrivasse di lontano dall’orizzonte luminoso, alto e nero con la corda attorno al braccio, si nascose meglio entro il suo manto nero; e le parve di avere il viso così terribile d’ira e di dolore che egli nel guardarla fuggirebbe per lo spavento ed il rimorso.
Mikali non si avvicinava e neppure la guardava di lontano, intento solo ai puledri; ella però sentiva per istinto che egli si moveva così, con grazia selvaggia, forte ed agile come un giovine gigante, solo per farsi vedere da lei e per piacerle. Egli infatti si divertiva a correre intorno al prato, gettando il laccio con destrezza; lo lanciò a distanza sul puledro nero, e il nodo scorsoio andò a infilare come un anello la testa dell’animale; e questo si sollevò sulle zampe posteriori agitando indietro la criniera fine e lucente come una capigliatura di donna. Mikali gli si accostò riattorcendo la corda al braccio e quando si curvò per slacciargli le pastoie scosse anche lui i capelli all’indietro quasi per imitarlo; poi con agilità da cavallerizzo da circo gli balzò sulla groppa nuda, e dove fermò le gambe, sui fianchi frementi della bestia, parvero formarsi due solchi. E furono come un corpo solo, un centauro che nel silenzio caldo del paesaggio gittava un grido per eccitarsi alla corsa.
– Alò! Alò!
Vittoria guardava con odio e con ammirazione: aveva paura ma anche desiderio che Mikali spronasse il puledro e se ne tornasse laggiù lontano dond’era venuto, lasciandole in cuore una umiliazione sanguinosa come una ferita.
– Va in buon’ora, va: è meglio, sì, che tu non ti avvicini, va, va; così imparo a non umiliarmi più; così tutto è finito, – gemeva fra sè; ma quando lo vide spingere il puledro verso il torrente una gioia folle la riprese.
Mikali si avvicinava attraverso la ghiaia e l’acqua bassa del guado; per un attimo scomparve entro una macchia d’oleandro come il sole in mezzo a una nuvola; riapparve e l’orizzonte sfolgorò di nuovo, di nuovo il grido «alò! alò!» che accompagnava il nitrito del puledro fece vibrare tutto il paesaggio.
Ma come non vedesse Vittoria, egli tirò dritto verso il campo all’altra sponda; ed ella sentì alle sue spalle lo scricchiolìo delle stoppie calpestate dal puledro e le parve che anche il suo cuore si stritolasse così.
La gobbina vigilava, però, dietro la roccia, raccogliendo e piegando i panni con cura: si drizzò davanti a Mikali e gli accennò Vittoria.
– Ti aspetta da tanto.
– E che m’importa? Aspetti pure, sette domeniche e sette giorni, come ho aspettato io…
Intanto balzava a terra e dopo aver legato il puledro a un ginepro lasciandogli la corda lunga perchè potesse pascolare, si avvicinò a Vittoria.
– E che fai, da queste parti?
Ella non rispose, immobile, con gli occhi fissi lontano.
– Dormi? Non rispondi al saluto? Eppure tua zia dice che hai da parlarmi.
Allora gli occhi di lei brillarono come l’acqua del torrente, di lagrime d’odio e di passione; d’un gesto buttò via la gonna dal capo e tese il braccio con l’indice minaccioso.
– Io? Parlarti? Quella ruffiana ha detto questo? Io a te, io?
– Abbassa la voce, Vittoria! E forse la prima volta che ci parliamo?
– Non è la prima, ma è certamente l’ultima, Mikali Zanche! Io però non ti ho chiamato, nè ho da dirti nulla.
Mikali la guardava dall’alto, pensando che solo nelle grandi occasioni si rivela l’uomo forte e prudente: sedette quindi accanto a lei, deciso a compatirne il furore e l’angoscia.
– Vittoria, ascoltami. Non occorre che tu ti agiti. Perchè? Desidero solo sapere una cosa: perchè ti sei offesa? Che hai contro di me? Che ti ho fatto?
– A me? Nulla.
– Lo vedi? Nulla. È questo che mi dava da pensare, in questi ultimi tempi. Nulla, dicevo a me stesso, non le ho fatto nulla! Che tu mi abbandonassi non m’importava; le donne siete tutte uguali. Ma mi domandavo: che cosa le ho fatto? E adesso tu stessa lo confermi: nulla. Ma un uomo come me…
– Io mi rido degli uomini come te! Tu credi di essere un uomo forte e saggio e sei più debole e sciocco di una donnicciuola. A me tu non hai fatto nulla, nè io ho fatto nulla a te; eppure, Mikali Zanche… tu ed io… non possiamo vivere in pace…
– Perchè?
– Il perchè tu lo sai.
Egli le buttò in grembo un filo d’erba.
– Perchè tu sei ricca ed io sono povero.
Vittoria spezzò il filo d’erba e cercò con gli occhi gli occhi di lui; e si guardarono come due che vogliono ferirsi a morte.
– Mikali! Hai perduto la ragione?
– Se l’ho perduta colpa tua! Peggio per te!
– Ah, questo è vero: peggio per me! Tutto il male è venuto per me, sì! Mai ti avessi incontrato, mai avessi dato retta alle tue parole! Egli non sarebbe morto.
– E tu l’avresti sposato senza volergli bene. E poi…
Ella non rispose, ma ricordò la panchina del cortile ove si sedeva per pregare, e intorno alla quale i fantasmi degli adulteri la vigilavano di continuo…
Tacquero; e pareva non avessero più nulla a dirsi. L’ombra del passato cadeva su loro grave come la roccia che li nascondeva.
– Basta! – disse alfine Mikali, sospirando e battendo una mano per terra. – Non credere che io abbia un cuore di cane. Vittoria! Ho pianto anch’io, ma nulla ho da rimproverarmi. Ti ho fatto del male, io? Un altro, al mio posto, a quest’ora ti avrebbe intentato lite e portato via l’eredità; e se la giustizia non avesse provveduto… basta, non voglio neppure pensarci… a quello che poteva accadere… s’io fossi stato un altro! Ma io… (si sollevò fiero) io sono un uomo che non bada a simili miserie! Se Dio vorrà, diventerò ricco anch’io, col mio lavoro; e mia madre non farà più la serva.
– Mikali, – disse Vittoria, ricordando le parole del frate, – tu hai ragione; la roba che ho io è vostra. Riprendetevela. Io non la voglio. Io vorrei solo la pace; ma la pace non tornerà mai più dentro di me.
– Per me non c’è stata mai; pace. Ancora prima di nascere ero già in combattimento con la mala sorte. Ah, anche mio padre è stato per me un nemico.
– Lascia stare i morti, Mikali.
– E chi li cerca? Sei tu che li tiri fuori dalla loro pace, Vittoria! Basta, – egli ripetè, sollevando le mani e lasciandole ricadere sulle ginocchia, – non siamo qui per questo. Ti ho chiesto che cosa ti ho fatto. Nulla, hai risposto. E va bene; nulla. Allora potevi dirmi prima d’oggi: Mikali, non pensare più a me. Ed io me ne andavo via subito lontano, perchè questa non è più terra per me.
– Ah, tu vai via per questo? per questo solo? A me dissero che c’è un’altra ragione.
– E quale sarebbe, malanno?
Ella lo guardò di sbieco, maliziosa e selvaggia.
– Senti, Mikali! Zia Zizza mi disse che minacciavi ferro e fuoco e che volevi parlarmi per questo. Non credere ch’io sia venuta per paura, dunque; io mi rido delle tue minacce. Ti conosco, fiorellino! Ma son venuta per dirti che non devi riderti di me! Io vivrò come la monaca nella sua cella, e la mia vita passerà così, scura come una nuvola; ma non per le tue minacce, Mikali Zanche! Vivrò così perchè me lo impone la mia coscienza; ma tu… tu pure, vedi… anche se ritornerai con un sacco d’oro… tu Battista Zoncheddu non la sposerai. Hai inteso?
Ella era gelosa, dunque? Com’era tragico e bello il suo viso! Mikali la guardava corrucciato e felice; e infine impallidì, come se qualcuno gli avesse dato un forte colpo alla schiena.
– Battista Zoncheddu? Lasciala stare! Quella almeno è una donna che sa voler bene. Ella, sì, piange la mia partenza…
– Ella non ti guarderà più in faccia quando io le avrò detto chi sei tu.
– E chi sono io? Che hai da dire a me? – egli gridò offeso.
– Tu… sei… tu ed io, assieme, sì, abbiamo fatto morire un uomo… un fratello! Siamo due assassini.
Mikali si strappò di capo la berretta e la buttò lontano con rabbia.
– Ma va, va, va! Tu sei pazza e vuoi far diventare pazzo anche me! Io però non andrò dal dottore per dirgli che ti conosco bene.
– Al dottore tu l’avvertenza gliel’hai data già col sangue del suo puledro: non parlare del dottore!
– E tu non parlare di Battista Zoncheddu! Io non penso a lei, ma quando volessi pensarci non saresti certo tu a potermelo proibire! Con qual diritto?
– E tu con quale diritto… allora?…
Entrambi alzavano la voce, guardandosi minacciosi. Mikali andò a riprendere la berretta e tornò a rimettersi nella posizione di prima, torvo, fremente.
– Io ti proibisco, sì, di pensare ad un altro uomo, perchè sei stata tu a lasciarmi senza ragione alcuna; così si abbandona un vecchio cane che non serve più a nulla, non un uomo come me! Ma neanche il cane si abbandona; lo si uccide. E tu… invece, perdio, tu fai peggio che uccidermi, Vittoria Zara! Tu mi costringi a emigrare come un pezzente, ad andarmene lontano come un esiliato… tu mi costringi a essere un uomo meschino, un miserabile!… Ma ringrazia il cielo che sia ancor viva mia madre! Appunto per lei vado via, per non perdermi, per non darle quest’ultimo dolore… Tu dici che ho fatto morire mio fratello… ma adesso basta; mia madre non la voglio far morire, no… E lei me lo diceva, povera lei; me lo diceva, sì: «non andare da Vittoria, figlio mio, è come se vai incontro alla morte!» Eppure, Vittoria, ti voleva bene anche lei, e piangeva per noi, e ancora piange e ancora dovrà piangere…
Vittoria taceva; un tremito l’agitava tutta, e aveva l’impressione che Mikali parlasse finalmente da uomo che conosce la sventura, come a un tratto divenuto vecchio, e che anche lei fosse vecchia e pentita degli errori di gioventù.
– Io venivo lo stesso, da te, – continuò Mikali, nascondendosi il viso fra le mani – e mai fossi venuto! Perchè ci siamo conosciuti? Io sono stato allevato orfano e peggio che orfano, senza nome; ma mia madre mi ha insegnato ad essere onesto; le avessi dato ascolto in tutto! Ma venivo da te come gli ubbriaconi vanno alla bettola; non potevo stare, mi pareva di avere sete e fame e di essere scomunicato se non venivo da te. Perchè non mi hai mandato via allora… subito? Tu che adesso sei così saggia perchè non lo sei stata allora? Parla, parla, sei muta? Vedi, non sai cosa dire, quando si tratta di ragionare: eppoi dici che lo sciocco sono io!
– Quante volte non ti dissi che facevamo male? Ricordati: fin dalla prima volta che ci siamo veduti…
– Sì! Che un fulmine mi annienti! Adesso parli così! Allora, sì, mi dicevi: ahi, ahi, facciamo male! – ma intanto mi attiravi, e mi mandavi il fazzoletto per darmi il convegno. Come non venire, se ero ammaliato? Tu, tu mi avevi ammaliato; tu, tu mi avevi dato da bere qualche cosa! Forse non mi abbracciavi? Forse non mi baciavi? Ci stringevamo come sposi, ed io me ne andavo e mi pareva di aver sempre la febbre… E adesso parli così? Ah, no… malanno, ah, no, Vittoria Zara! a un uomo come me non si fa così…
Eccitato dai ricordi si torceva di collera e di desiderio: per lui non esistevano i fantasmi che incatenavano Vittoria; e l’ora, il silenzio, la figura di lei che pareva lo sfidasse, aumentavano la sua passione.
– E adesso mi tiri fuori Battista Zoncheddu! Non sai cos’altro dire, dunque? Ma io non la voglio, Battista Zoncheddu, nè lei nè altre donne! Io voglio te sola, hai capito? Te sola… e ti avrò! Sì, sono stato sciocco; sciocco e stupido, hai ragione di dirlo, ma adesso non lo sono più.
D’un balzo, come un leopardo, le fu sopra, l’avvinse, la baciò con furore selvaggio; ma sentì le labbra di lei tremare senza sfuggire alle sue, e le lagrime di lei bagnargli il volto e mescolarsi al loro bacio. Si staccò e disse con voce turbata:
– E perchè piangi adesso?
Vittoria si asciugava il viso con la manica della camicia, e tendeva l’altra mano tremante come per allontanarlo da sè ma dolcemente.
– Mikali, lasciami… non farmi del male… Mikali, ci sposeremo…
Egli le prese la mano e se la portò agli occhi: piangeva anche lui, ma riprese a baciarla, e sul loro bacio le loro lagrime erano come il sale sulla vivanda…
IV.
Marianna Zanche, tutta imbacuccata di nero, andava verso il paesetto. Da quanti anni non aveva lasciato lo stazzo nè varcato la linea dello stradone che per lei segnava come il confine fra il suo mondo di penitenza e il mondo vero pieno di peccato! Si fermò un momento prima di arrivare al ponte; ecco, lì fra la polvere bianca come cenere ella ha atteso un’ultima volta Andrea: lì il carro si è fermato al suo grido di dolore ed ella ha baciato il cadavere; lì è piombata al suolo strappata al suo figliuolo morto com’era stata strappata da lui vivo; e Bakis Zanche l’ha di nuovo calpestata. Adesso anche lui giace sotto terra, polvere per tutta l’eternità. Tutto finisce, e Dio solo misericordioso è eterno, col suo paradiso e il suo inferno. Perchè combattere contro la nostra sorte terrena? Accettiamola come penitenza, in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e così sia.
Ella dunque andava, pensando così, andava rassegnata, ma in fondo più triste che lieta, a domandare la mano di Vittoria Zara per suo figlio Mikali.
Non indossava le ricche vesti e non aveva i gioielli delle paraninfe, e in dote a suo figlio le pareva di recare tutto il peso del suo antico peccato e della sua lunga penitenza; ma non ostante il suo senso di rinunzia alla vita, il cuore le si svegliava dentro a misura che gli occhi rivedevano le cose del passato. Ecco il profilo di qualche stazzo sullo sfondo d’oro del tramonto, ecco l’abbeveratoio con l’acqua verdastra che riflette il ciglione coperto di rovi polverosi; ecco le macchie di lentischio e le muriccie erbose tali e quali erano tanti anni prima, nel tempo in cui il mondo le pareva innocente perchè innocente era lei; ecco il campo di Pietrina Zara, la casetta, la quercia, il campanile in fondo…
Pietrina Zara l’aspettava vestita di gala, seduta composta filando accanto alla finestruola sul cui davanzale odorava il basilico; ma quando la vide finse sorpresa e la salutò con un calore inusitato in lei, alzandosi a metà per avvicinare al suo un altro sgabello.
– Siedi, siedi, Marianna Zanche! E come sei uscita?
L’altra sedette, rigida, jeratica.
– Sola sei, Pietrina Zara?
– Sola sono, coi miei pensieri! Ma quando questi sono buoni, diceva mio marito, beato, sono la migliore compagnia.
– Tu parli con bocca d’oro; ma ciò non mi sorprende, Pietrina Zara! Rammenti, eri savia fin da bambina. Eravamo compagne, rammenti?
Andavamo assieme a cogliere le bacche del mirto e del lentischio. Rammenti, Pietrina, eravamo compagne, ma un bel momento ci siamo trovate come in un crocevia; tu andasti a destra, io a sinistra… Sì, a sinistra… verso un burrone profondo… dove sono precipitata come una cieca… – E ansava, frenando a stento il pianto, e curvava il viso guardando il pavimento come vedesse davanti a sè l’abisso di cui parlava. – Sì, e tu, Pietrina, andavi a destra verso il prato fiorito.
– Marianna! Non parlare così, maledetto sia il Giudeo! Che forse sono stata fortunata, io? Forse il vento non mi ha falciato i fiori prima che io li cogliessi? Mio marito è morto ch’io avevo ventitrè anni, ed io lo amavo come il primo giorno; e ancora lo amo così, Marianna mia, e mi sembra sempre di aspettarlo… ma egli non viene… egli non verrà più… Ed era giovane ed era buono… Marianna mia; ma la sua gioventù, la sua bellezza, la sua abilità non gli sono servite… per poter ritornare…
Parlava tranquilla, la vedova, senza smettere di filare; eppure Marianna Zanche scoppiò in pianto dirotto: quando si fu calmata riprese:
– Tu ne piangi uno, Pietrina Zara; mentre io ne piango tanti. Ma non sono venuta per fare il mortorio, oggi; parliamo dei nostri ragazzi…
– Ho sentito che il tuo voleva andare in America.
– Voleva; ma non va più. Qualche cosa lo trattiene qui…
– Che cosa lo trattiene?
– Vuole ammogliarsi, Pietrina mia. È molto giovane, ma serio; conosce già la sventura e vuole lavorare e sarà un buon capo di famiglia. Ricco di beni di fortuna non è, ma non ha vizi ed è buono di cuore.
– Non basta questo per prender moglie – sentenziò la vedova, e Marianna Zanche s’irrigidì, paurosa di un rifiuto, ma ribattè pronta:
– Mikali ama la donna che vuole sposare, e questo supplisce al resto. Quando due sposi si amano sono ricchi come i re. Tu stessa, Pietrina mia, lo puoi testimoniare.
– È vero, Marianna mia, ma l’amor mio e del mio sposo era limpido come il cristallo; mentre in tante altre coppie è torbido, l’amore, è macchiato come un panno sporco…
Marianna Zanche trasalì e parve restringersi sotto la sua gonna come il riccio nel suo guscio.
– Perchè m’hanno fatto venire? – pensò. – Anche questa umiliazione ci voleva…
Ma giacchè c’era tentò di combattere: si trattava di suo figlio, non di lei.
– Mikali mio figlio può aver commesso qualche leggerezza, ma è uomo ed è giovane, e non sarebbe tale se non avesse tentato di conoscere il mondo. Ma ha veduto cosa c’è, nel mondo, ed è tornato indietro, e sarà uomo, adesso, non più ragazzo. La donna, poi, è quanto di più saggio si può desiderare: è figlia di buona madre, è tua figlia, Pietrina mia!
Allora la vedova, per significare che il colloquio diventava grave, fermò il filo al gancio del fuso e unito questo alla conocchia li depose tutti e due sulla sporgenza della finestra.
– Tu parli di mia figlia, di Vittoria?
– Sì, mio figlio Mikali mi manda per domandarti Vittoria in moglie.
La vedova taceva. Allora zia Marianna si fece coraggio e riprese:
– Te lo confesso, Pietrina mia, io stimo mio figlio e lodandolo sono sincera; ma non credere ch’io sia venuta qui a cuor leggero. So quello che vale tua figlia: tant’oro! Senza contare che è ricca. Dio benedica la sua roba. Il cuore mi trema, vedi: da tanti anni io non venivo in paese, come una condannata, e solo l’amore per mio figlio mi ha mosso. Ma se tu non sei contenta, dillo pure subito; non prendere tempo e non farmi rifare questo calvario: siamo state compagne e possiamo parlare col cuore in mano.
Pietrina Zara sapeva bene che in queste circostanze non si può dire la verità intera neppure al proprio fratello: seguì dunque l’etichetta.
– Che vuoi ch’io ti dica? Come posso risponderti sì o no se non c’è mia figlia? Bisogna interrogare lei: è lei che si sposa, è lei che deve essere contenta.
– Essa è contenta – si azzardò a dire la madre di Mikali, ma subito si pentì perchè Pietrina la fissava e le chiedeva freddamente:
– Ha parlato con te?
– Ah, no, anima mia! Dal tempo dei tempi io non la vedo.
– E allora non credere che a lei, quando essa sarà qui in tua presenza e parlerà a te.
Marianna Zanche sospirò; bisognava proprio rassegnarsi all’etichetta e aspettare otto giorni e rifare il viaggio doloroso e gaudioso.
– Quando posso tornare?
– Fra otto giorni senza fallo avrai la risposta.
– Va bene: allora vado, perchè è tardi ed io non sono più abituata a camminare nel crepuscolo. Ci vedo poco, Pietrina mia.
– Tu non te ne andrai prima d’aver preso qualche cosa. Ma ti pare, Marianna mia? Eravamo compagne e, dopo che non venivi in casa mia da vent’anni, vuoi andartene senza aver preso una bibita? Ti farò poi accompagnare dal servetto che adesso rientra dall’orto.
– Che cos’avete di buono nell’orto? – domandò Marianna Zanche rassegnandosi anche ad aspettare che la sua antica compagna andasse di sopra e tornasse con un vassoio di dolci in una mano e un vassoio con una bottiglia di liquore nell’altra.
Bisognava esaurire tutte le norme dell’etichetta.
– Nell’orto? Cosa abbiamo? Ah, Marianna mia, quest’anno è un disastro: manca l’acqua e i bruchi rosicchiano ogni cosa…
E di Vittoria e di Mikali non si parlò più, fino all’ultimo momento, quando già si sentiva il canto del servetto che tornava dall’orto.
– Allora fra otto giorni, Pietrina mia! Ma interroga sopra tutto il tuo cuore – disse Marianna Zanche afferrando con le mani calde febbrili le mani della vedova. – Se tu non sarai contenta… ebbene… no, anch’io non sarò contenta…
Si fissarono, nella penombra, e Pietrina fu per prorompere e dire tutto il suo pensiero, tutti i suoi presentimenti e come vedeva di malocchio quel matrimonio; ma a che prò? Vittoria voleva Mikali ed era inutile sfogarsi, fosse pure con la sua antica compagna.
D’altronde il servetto era già davanti alla porta e con la sua canzonetta insolente diceva di aver capito lo scopo della visita di zia Marianna.
Cajuare ti cheres, conchi maccu,
Su narrer meu non ti diat pena;
Si nde bestis su pede in sa cadena
Asa a ischire ite b’at intr’e su saccu…
Cajuare ti cheres, conchi maccu.7
Durante quegli otto giorni le donne dello stazzo Zoncheddu e dello stazzo Zanche e di tutti gli stazzi attorno non fecero che parlare dell’avvenimento. Solo zia Pietrina taceva e non rispondeva neppure alle chiacchiere della gobbina che per la felicità sembrava ridiventata una ragazzetta.
Anche Vittoria non si sentiva contenta: cuciva, davanti alla fìnestruola sul cui sfondo si disegnavano le pesanti nuvolette d’agosto, e ogni tanto si volgeva sospettosa, sembrandole di vedere entrare zia Sirena con le chiavi in mano pronta a consegnargliele ed a partire dallo stazzo.
Un dopo pranzo, mentre in cucina le donne pulivano l’orzo per il pane, sentì un passo pesante nel corridoio; ma invece della vecchia vide affacciarsi all’uscio il servo Pancraziu.
– Che vuoi? – gli chiese alzandosi con la tela in mano, un po’ sorpresa per la libertà che egli si prendeva.
– Scusami, senti: vorrei dirti due parole, senza che le donne se ne accorgano. Lo permetti?
Ella non lo lasciò entrare nella sua camera; uscì e sedette sulla panca davanti alla nicchia di Sant’Isidoro, mentre egli in piedi sotto la luce del finestruolo che gli inargentava i capelli polverosi le diceva sottovoce, gravemente:
– Vittoria, ti prego di dirmi la verità, come io la dirò a te. È vero che sposi Mikali? Dirai: che importa al mio servo di ciò che faccio io? Ed io ti risponderò: prima che servi e padroni, siamo tutti cristiani figli di Dio e possiamo scherzare nell’ora dell’allegria e parlare bene e parlare male, ma all’occorrenza ajutarci gli uni con gli altri.
– Va bene, sembri frate Zironi. Dimmi però di che si tratta. Sì, io sposerò Mikali Zanche.
– Fai bene; è un bravo giovine. Ed io vorrei sposare Ignazia e portarla via di qui.
– E chi te lo impedisce? – domandò Vittoria sorpresa.
– Nessuno. Solo vorrei che tu ci dessi egualmente da lavorare. Io posso stare qui al tuo servizio, se tu conservi la tua buona grazia, ma la donna no: tu sai perchè.
– No, ti assicuro, non so il perchè.
– Ebbene, perchè Ignazia e Mikali hanno avuto relazione amorosa.
– Egli non la guarderà più, di certo – disse Vittoria con disprezzo; ma Pancraziu sorrideva maligno.
– Tu sei buona. Vittoria, sei troppo buona, sei innocente come il pulcino dentro il guscio. Non conosci gli uomini, tu! Basta, ecco cosa volevo dirti. Il tuo predio di Santa Maria a Mare è in mani di gente che non lo coltiva più. Tu potresti darmelo a mezzadria e Ignazia potrebbe venire laggiù con me.
– Lasciami pensare, ti saprò dare una risposta – disse Vittoria, e ritornata nella sua camera cominciò a turbarsi per il sorriso e le parole di lui.
«Tu sei buona. Vittoria, sei troppo buona, e non conosci gli uomini, tu!» Che voleva dire? Ah, ogni piccola cosa adesso la turbava e l’anima sua era come quel grande cielo d’agosto, ardente e profondo, ma sul quale ogni tenue vapore si ferma e diventa nuvola.
Più tardi entrò in cucina e sentì che le serve parlavano sottovoce, curve sul canestro dell’orzo; senza dubbio commentavano ancora lo straordinario avvenimento, ma quando videro lei cambiarono discorso mettendosi a discutere sulla potenza dei verbos di Nicola Farre.
Gl’insetti erano tutti scomparsi dal frumento, dopo lo scongiuro; e zia Sirena non se ne sorprendeva, anzi consigliava Ignazia a non parlarne troppo per evitare che un’altra volta le parole riuscissero meno efficaci.
– Quando si ha fede in una cosa non ci si pensa su tanto. Se tu ci pensi molto vuol dire che non hai fede.
– È vero, – disse Vittoria, e mentre si recava al paese per esser presente alla visita definitiva della madre di Mikali ripeteva fra se: – è vero, è vero!
Un tempo infatti ella aveva avuto tanta fede nel suo amore che s’era abbandonata fra le braccia di Mikali senza pensare ad altro che ad amare: adesso combatteva contro mille fantasmi, e tutto le dava sospetto e turbamento. Arrivò a casa sua che ancora non era decisa a dire definitivamente sì.
Ma la gobbina vigilava; le bastò uno sguardo per accorgersi che Vittoria non era sicura di sè; la vide sedersi, con le mani abbandonate sui fianchi come affranta dalla stanchezza, accanto alla madre che filava composta, aspettando l’arrivo di Marianna Zanche, e pensò: qui bisogna muoversi. Corse quindi nello stradone e spiò ansiosa.
Ecco finalmente Marianna Zanche avanzarsi anch’essa stanca e melanconica; contro le consuetudini suo figlio l’accompagna, camminandole a fianco e curvandosi di tanto in tanto a guardarla come per infonderle forza e coraggio.
L’incontro della gobba parve però contrariarlo e per scusarsi disse:
– Mia madre si sentiva poco bene, ma bisognava pure che venisse, oggi! Allora ho pensato di accompagnarla, tanto più che devo andare al paese. Ripasserò più tardi e vi aspetterò qui, madre.
Andò oltre, ma intanto che Marianna Zanche s’avanzava verso la casetta, la gobbina lo rincorse nello stradone.
– Dà retta a me, Mikali; aspetta tua madre senza andare in paese. Mettiti là dietro la siepe. È per il tuo bene!
Egli l’ascoltava con aria sdegnosa; proseguì la strada, poi a un tratto si fermò pensieroso, tornò indietro e si mise accanto alla siepe al posto dei convegni con Vittoria.
E Vittoria nell’udire i passi di Marianna Zanche era balzata nascondendosi nella sua cameretta; subito dopo la gobbina andò a chiamarla senza sorprendersi dei gesti di angoscioso diniego con cui lei, appoggiata al muro e con una mano sugli occhi, l’accoglieva.
– Vittoria! La risposta la devi dare tu: andiamo. Che figura è questa? – La prese per mano, ma Vittoria la respinse con violenza e tornò ad appoggiarsi al muro: e pareva che, invertite le parti, fossero adesso i parenti a costringerla a un matrimonio contro sua volontà.
– No, no! Io non voglio scendere: io non posso sposare Mikali.
La gobbina la guardava dal basso, battendosi un dito sulla fronte.
– Ecco, che cosa ti manca! Il cervello. Come puoi dire di no adesso, proprio adesso? Gridaglielo, allora, a Mikali: eccolo là che aspetta la risposta. Eccolo, tanto è ansioso. Quale altro uomo avrebbe fatto questo?
Vittoria corse alla finestra: la cosa inaudita era vera, Mikali stava là, al posto dei loro convegni; stava ad aspettare la risposta di lei come un mendicante aspetta l’elemosina.
Allora scese, palpitante d’amore, dimentica dei suoi rimorsi e delle sue gelosie: e la gobbina la seguiva sorridendo ai suoi occhi di gatto riflessi dal vassoio di metallo ove portava le tazze per servire il caffè a Marianna Zanche.
*
Il tempo delle nozze non venne fissato. Troppo recente era il lutto di Vittoria, e già col fidanzarsi a Mikali, anche per la gente che non conosceva il loro passato, ella dimostrava di non rispettare la memoria dei morti; ma fino dai primi giorni Mikali cominciò a visitare l’ovile, la vigna e tutti i possedimenti Zanche come un vero padrone, dando ordini, facendo osservazioni, vantandosi di rimettere a posto le cose che minacciavano di andar male.
Un giorno Vittoria gli parlò del desiderio di Pancraziu di ottenere la mezzadria del predio di Santa Maria a Mare.
– Vuole sposare Ignazia e la condurrebbe a vivere laggiù.
– Fa bene! I tesori si nascondono! – egli disse beffandosi del servo geloso; ma andò subito a visitare il predio, per il quale Bakis Zanche aveva spesi mucchi di denari dissodando la brughiera e formando di quell’angolo selvatico un vero giardino: vi crescevano persino gli aranci, e tutti quelli che in primavera andavano alla festa laggiù, nella chiesetta nera come uno scoglio sulla linea verde del mare, si fermavano a guardare con invidia al disopra della muriccia assiepata.
Da tre anni Mikali non passava laggiù, dopo una volta che giusto era stato alla festa di Santa Maria e, guardando i peri e i susini carichi di frutti duri pesanti come di marmo verde, aveva pensato che, secondo giustizia, se Bakis Zanche rinsaviva e lo riconosceva per suo figlio, metà del predio era suo.
Ed ecco che tutto era suo, adesso.
Fermato il cavallo dietro la siepe, i suoi occhi però si offuscarono: sì, bastava uno sguardo per accorgersi che il podere andava in malora; la muriccia di cinta era tutta una rovina, le piante intristivano, la vigna distrutta dava l’idea della testa pelata d’un vecchio.
– Qui bisogna adoprare subito lingua e mani; se no sei un uomo rovinato, Mikà! – disse a sè stesso spronando il cavallo per andare in cerca del fattore.
Il fattore, la cui figurina un po’ curva ricordava quella di frate Zironi, coglieva con una canna le prime susine gialle mature. Sebbene sapesse Mikali già suo padrone, lo salutò appena come un estraneo di passaggio nel podere, continuando a guardare in su tra il fogliame lucido scosso dal vento marino e abbassando ogni tanto la canna per trarne dalla cima spaccata la susina color carne ricoperta come da un velo d’argento.
Dal canto suo il nuovo padrone guardava qua e là sdegnoso, dall’alto del cavallo, corrugando le sopracciglia; ma l’indifferenza del vecchietto gli dava quasi soggezione.
– Zio Baì, – disse frenando il cavallo che allungava la testa verso le fronde del susino, – mi pare che invecchiamo!
– Se siamo stati giovani è giusto che diventiamo vecchi, Mikalè! – disse il fattore, buttando lontano una susina guasta.
E le foglie si sbattevano rapide le une contro le altre, come piccole mani che applaudissero.
– I cristiani, va bene, – ribattè Mikali, – ma le piante e i muri se son tenuti bene non invecchiano.
– Le piante, tu dici? Le piante più dei cristiani. Questo susino, lo vedi? Due anni fa era giovane, adesso è già vecchio; curalo finchè vuoi, invecchierà e si seccherà lo stesso.
– Lo dite voi!
– Lo dico io, sì! Ne ho viste piante e uomini a invecchiare e a seccarsi! Sono qui fattore da quando Bakis Zanche ha piantato il predio. – Intanto continuava la sua faccenda; e la sua voce diventata aspra irritò il nuovo padrone.
– Mi pare, quindi, che bisognerebbe piantarne sempre di nuove, zio Bai; e qui invece son tutte vecchie: si vede che il padrone non ci passa.
– Passerà la sua anima! – disse allora il vecchietto, con ironia. – Questa vede meglio che il corpo.
Non seppe perchè, Mikali rise.
– Lo caccio via, – pensò: e questa decisione gli ridonò la sua calma di uomo forte, dell’uomo cioè che fa i suoi affari con prudenza e con fermezza, senza irritarsi inutilmente coi deboli. Per questo si guardò bene dal lasciar capire al vecchietto la sua condanna; anzi si mostrò affabile e accondiscese all’invito di smontare.
– Mikalè, ti darò da bere, poichè non ne hai portato tu. Andiamo su alla casupola.
Anche la casupola, sull’alto del frutteto, cadeva in rovina; ma sul davanti sorgeva ancora, solido, sorretto da due colonne di pietra, una specie di piccolo portico dal quale si vedeva tutta la brughiera fino al mare, chiuso dalla massa rosea-cerula dell’isola di Tavolara.
– Se il luogo è così non è colpa mia, – disse il vecchio fattore, portando da bere a Mikali. – È da molto che è così trascurato, ed io faccio quel che posso, ma sono uno e sono vecchio. Dapprima Bakis Zanche non pensava che a fare di questo luogo un paradiso: fece dipingere persino la casa, come una chiesa; e veniva e si sdrajava qui sulla stuoia, in faccia al mare, e mi diceva: Baì, cantiamo. Poi non tornò più: si dimenticò del predio come di un oggetto smarrito. Se tu adesso, poichè mi dicono che sposerai Vittoria, penserai a ripiantare la vigna farai bene. La vigna sola è degna di essere coltivata da uomini; le susine e le pere, a che ti servono? Buone per donne. O che ti vuoi metter a vendere due frutta come i Milesi alla fiera?
– Un uomo come me non ha bisogno di vendere frutta nè vino. Del resto, io non sono il padrone, per adesso, e mi occupo solo dei fatti miei!
– Bevi, allora! Che guardi laggiù?
Mikali vedeva sulla linea solitaria del mare, giù verso Tavolara, una paranza con una vela sbattuta dal vento e l’altra giù come un’ala ferita, e pensava con rancore al viaggio che avrebbe dovuto renderlo ricco di ricchezze sue. Spesso gli sembrava che la gente gli rinfacciasse di sposare Vittoria per diventare ricco senza fatica; e questa spina lo feriva nella sua vanità di uomo forte e avvelenava la sua felicità.
– Sì, – proseguì il vecchio fattore, ricordando con tenerezza il padrone morto, – io lo conoscevo come conosco la mia mano. Era un uomo, quello! Ma il dolore a volte lo rodeva suo malgrado, come il vento marino rode anche la quercia. Ha denti acuti, il dolore, e rode silenzioso come il sorcio. Quando veniva qui cantava, Bakis Zanche, poi mi diceva: voglio portare qui una donna per divagarmi quando vengo. Invece non si lasciò più vedere. Ebbene, Mikali, vieni su qui con Vittoria, appena vi sposate. Il vento marino fa bene agli sposi.
E Mikali beveva e pensando a Vittoria, alle loro nozze, al tempo felice che li attendeva, dimenticava le pene del suo orgoglio ferito.
*
Durante l’autunno tornò spesso al podere, per prendere le frutta che piacevano molto alle donne dello stazzo. Qualche volta passava la notte lassù, e le storielle semplici e tragiche e i racconti di gioventù che il fattore, come tutti i vecchi sardi, amava ricordare, lo esaltavano e lo facevano sognare.
– Una volta un nemico mi ha offeso: l’ho ucciso e sono stato in carcere; va bene, sono stato in carcere, ma quello non mi ha più offeso, non solo, ma anche gli altri hanno imparato a rispettarmi. Mi dispiace solo di aver mandato un’anima al diavolo, ma del resto non mi pento.
Mikali, pure sospettando in questa storiella una vanteria innocente, pensava ai rimorsi e alla pena che talvolta gli dava l’uccisione del puledro del dottore, e avea soggezione del vecchio.
– Mikalè, piccolezze però non ne ho commesso mai, te lo giuro, malanno mi colga se mentisco. Una volta sono stato fattore d’un predio di Giuanne Predu Murtas. Egli mi mandò via senza ragione: io una notte passai nel predio con un’ accetta in mano, deciso a stroncargli tutte le piante. Ma queste avevano i fiori e pensai: verranno le frutta e passerà di qui qualche poveretto e qualche anima errante e potranno saziarsi. Va, lasciamo in pace queste piante innocenti… No, io di simili piccole vendette non ne feci mai: io, quando ho avuto un rancore, lo gridai sempre a voce alta.
Allora Mikali, preso da un impeto di lealtà, gli confessò che pensava di cambiare presto fattore, perchè lui, ziu Bainzu, era troppo vecchio e il predio aveva bisogno di essere coltivato da braccia robuste.
– Il vostro lavoro vi sarà compensato.
Il vecchietto spalancò gli occhi.
– Tu vuoi cacciarmi, così, come un uccellino? Tu vuoi pagarmi anche? Hai moneta bastante?
E cominciò a tremare convulso, cosa che impressionò Mikali abituato a vederlo di solito calmo e fermo.
– Be’ state tranquillo, parlerete con Vittoria.
Il vecchio non parlò più, ma se ne andò in giro cupo guardando e toccando le piante che conosceva ad una ad una ed alle quali aveva dato nome e cognome. E parlando con esse come con persone vive, cominciò ad esporre le sue ragioni al vecchio pero innestato da lui tanti anni prima alla presenza di Bakis Zanche.
– Hai sentito, Predu Pira? Il bastardo vuol cacciarmi via! Ricordi la promessa del vecchio padrone? Egli, Bakis Zanche, diceva: tu morrai qui, Bainzu Mastinu: e adesso quei due, dopo aver fatto crepare i veri padroni, vogliono assassinare anche me. Dopo che vi ho inaffiato col mio sangue, piante mie belle; Maria Franzisca, tu lo puoi dire (scuoteva il ciliegio le cui foglie già dorate cadevano sfiorandogli il viso come per carezzarlo). Ma mi vendicherò, e vi farò vendetta, piante mie: vedrete!
E faceva cenni di promessa ai mandorli ed ai susini, e tutte le piante intorno pareva gli rispondessero col fremito delle loro foglie scosse dal vento.
Più tardi s’incamminò verso lo stazzo Zanche, senza tralasciare di cogliere per Vittoria un cestino di uva ancora un poco acerba; andava curvo, sotto il peso dell’ingiustizia, e incontrato per caso lungo la strada frate Zironi gli raccontò il suo guaio.
– Se mi cacciano, dove vado? Mi volete lassù nel convento?
– Vittoria non vi farà questo torto; adesso vi accompagnerò io da lei. Del resto Dio provvederà, egli che pensava anche ad Elia nel deserto.
– Quello del corvo? Sì, a me i corvi rubano l’uva, non portano il pane; e quando non troveranno altro, intorno a me, mi piluccheranno gli occhi.
– Zitto, zitto! Dio si offende, non dei nostri peccati, ma della poca fiducia che abbiamo in lui.
Arrivando allo stazzo videro Mikali seduto nel cortile, annojato, curvo su sè stesso, con le mani dondolanti in mezzo alle ginocchia aperte.
In cucina le serve scardassavano un mucchio di lana nera e c’era anche zia Pietrina vestita di gala.
– Oh, oh, – disse Mikali sollevando il viso verso il fattore, – così Dio mi assista, mi sembrava giusto di sentire i vostri passi.
Vittoria sollevò le foglie di vite dal cestino che il vecchio aveva deposto davanti a lei, trasse l’uva verde e pesante, ne mangiò alcuni acini, poi ne offerse a tutti, e tutti l’accettarono: solo Ignazia prese il suo grappolo senza sollevare gli occhi e lo ripose nel suo grembiale.
– Quando ero ragazza io, – disse zia Sirena, – si diceva che mangiando la prima uva se si formulava un desiderio questo si avverava.
– Erano i tempi di Mosè, quando gli uomini non avevano malizia.
– Malanno, quanto invece tu sei malizioso, Mikali! – gridò il fattore. – Ed io invece dico subito a voce alta il mio desiderio: che Vittoria Zara conservi sempre la sua buona coscienza.
– Perchè parlate così? – ella domandò asciugandosi la bocca col grembiule.
– Tu lo sai, Vittoria. Perchè vuoi cacciarmi via? Sai tu in che stato era il podere un anno fa, cinque, dieci anni fa? Così, così è adesso. È stato così sempre, dopo che Bakis Zanche mi ha lasciato solo a coltivarlo. Egli mi disse: fa quello che puoi e prenditi metà del frutto. Ed io lavoro tutto l’anno; ma posso mettere le braccia contro il vento del mare? Posso lavorare per venti uomini? Se volete dei miglioramenti, ebbene, ragazzi miei belli, mandate i vostri servi ad ajutarmi; ma non cacciatemi via così come una volpe o un nibbio. Ho ragione, frate?
– Pienamente ragione.
– Che ne sapete voi? – disse allora Mikali sdegnandosi. – O uno è buono a lavorare o non è buono; se non è buono vada a coricarsi.
Vittoria ascoltava pensierosa, e dopo un lungo dibattito fra gli uomini disse:
– Se zio Bakis aveva promesso di non mandare via il fattore, perchè offendere il volere di un morto?
Mikali la guardò con disprezzo.
– Così fai tu i tuoi interessi? Ma le donne li fate tutte così, a modo vostro: e per ciò i vostri interessi vanno sempre male.
– E lasciali andare male, purchè non sia commessa iniquità.
Mikali replicò beffardo, e questa fu la loro prima questione. Invano il frate trasse le mani dalle maniche come un predicatore prima del sermone e propose di aggiustare le cose in questo modo: si facesse un nuovo contratto; il fattore si obbligasse a tali e tali cose e se dopo un anno non manteneva i patti venisse congedato.
Mikali guardava lontano e rideva con amarezza: anche i frati, adesso, s’immischiavano negli interessi di Vittoria Zara. Donne e frati, quando mai si è sentito che ragionassero bene? Ma a lui dopo tutto che importava? Egli non aveva bisogno di nulla; era un uomo che poteva ridersi di tutto e di tutti. E d’improvviso, mentre Vittoria impallidiva e gli altri tutti tacevano prudentemente, si alzò, respinse con impeto lo sgabello e disse che se ne andava: rimase però un momento appoggiato allo stipite della porta in attesa di una parola di Vittoria: tardando questa parola a venire, egli si accomodò con rabbia la berretta tirandosela bene sulla fronte e se ne andò senza voltarsi, gridando:
– Addio, statevi in pace.
E per quanto il frate gli corresse dietro dicendogli che aveva da comunicargli qualche cosa d’importante, non si fermò. Allora, mentre Vittoria si morsicava le labbra per non piangere, Ignazia, senza smettere di scardassare la lana nera ed aspra come i suoi capelli, inghiottì qualche acino dell’uva che nascondeva nel grembiale.
– Così… che essi vivano sempre in discordia… così… – augurava fra sè.
V.
Ma presto i fidanzati fecero pace; e ogni tanto Mikali portava a Vittoria regali di valore.
Di nozze non si parlava ancora a causa del lutto, cosa che faceva sogghignare Ignazia; una sera in autunno ella vide la giovine padrona uscire di nascosto nell’orto e sentì qualcuno saltare il muro; ecco, erano là, non più sorvegliati dalla madre prudente, come durante le visite ufficiali di Mikali; erano là assieme come amanti segreti. E dire che la giovine saggia padrona aveva mandato il servo Pancraziu a seminare il frumento in un terreno lontano per evitare che lui ed Ignazia, fidanzati anch’essi, si vedessero soli di notte. E a lei, alla saggia padrona, chi faceva la guardia, di notte? La piccola gobba ruffiana? Ah, un rancore senza nome attossicava il sangue della serva; e il suo odio andava sopratutto a Mikali, a lui che penetrava come un amante audace nello stazzo a godersi l’amore di Vittoria proprio davanti a lei, tradita e sbeffeggiata, come s’ella fosse una pietra insensibile, uno straccio che si butta via col piede.
Il desiderio di gridare dalla sua finestruola: – padrona, anch’io sono stata lì con Mikali, anche per me egli ha saltato il muro, – le gonfiava la gola; ma l’angoscia le toglieva anche la forza dell’odio; si buttò sul lettuccio mordendo il guanciale come avrebbe voluto mordere il cuore dell’infedele, e tutto il lettuccio tremava come preso dallo spasimo di lei.
Le sembrava di vederli, uniti, egli curvo, coi lunghi capelli che ricadevano sulle treccie di Vittoria, e il viso di lei proteso abbandonato sotto il viso di lui, uniti come la terra e il cielo in quella dolce notte d’autunno: e fremiti di maledizione la scuotevano tutta.
– Io li ucciderò… io farò una malìa che marcirà le loro bocche in modo che non possano mai più baciarsi…
L’indomani all’alba andò al torrente per lavare i panni. Col suo affanno che le pesava come il cestino sul capo, passò dove sperava di incontrare Mikali. Egli però non era più mattiniero, poteva fare il signore, adesso, e aveva rinunziato anche al suo mestiere di domatore: solo perchè non gli dicessero ch’era un fannullone, seminava frumento e fave senza preoccuparsi troppo del raccolto.
Il terreno che coltivava era lo stesso dove un giorno Vittoria l’aveva veduto domare come per gioco i puledri; e dalla riva del torrente anche Ignazia lo vide quella mattina avanzarsi fra i solchi neri dorati dal sole, alto sull’orizzonte, con una piccola bisaccia sulla spalla. Ogni tanto si fermava, con una mano apriva la bisaccia e con l’altra traeva il frumento e lo spandeva attorno come per gioco. Tutto era gioco, per lui. La semente gli volava attorno simile a un nugolo d’insetti argentei, si posava sulla terra, ed egli s’avanzava indifferente, calpestando quello che egli stesso seminava.
La serva balzò, con le gonne bagnate, le braccia nude lucide come di bronzo, passò il guado e attese ferma sull’altra riva; egli la vide da lontano ma non si spaventò.
– Prudenza, Mikali, – disse a sè stesso. – Non perdere la tua calma.
– Che fai lì, giudea?
– Ti aspetto, non vedi?
– Parla.
– Mikali, – ella disse guardandolo con gli occhi terribili di amore e di odio, – io non voglio più stare in quella casa. Tu hai promesso a Pancraziu di dargli a mezzadria il podere di Santa Maria a Mare perchè potessimo sposarci presto e andarcene. Ma tu non puoi tenere la parola perchè non sei tu il padrone. Pensa dunque ad un altro mezzo, perchè io non voglio più stare in quella casa. Hai inteso?
– Oh, oh, come parli! Che ti devo, io?
– Nulla, mi devi! La vita, mi devi, cuore di tigre! Sono forse più viva, io? Sono una morta che cammina ancora. Tu mi hai succhiato il sangue: tu saltavi il muro, per venirmi a cercare, e dopo mi hai lasciato così, come un oggetto rotto. Va’, che gli uomini siete tutti feroci, più vili del cane, più vili della bestia più vile. Razza di Caino, ammazzate tutti il fratello vostro per andargli avanti…
– Ah, demonia, ti affogo, – gridò Mikali buttandole sulla testa la bisaccia sotto cui ella cominciò a dibattersi e a singhiozzare.
– Affogami pure… Uccidimi… Sei abituato al male; hai ucciso uomini e bestie, uccideresti tua madre per bere il suo sangue se hai sete. Ma non sono io sola a conoscere il male che hai fatto… E non tutti puoi affogare…
– Santa pazienza, – disse allora Mikali, ritirando la bisaccia e ritrovando la sua calma, – sta zitta, Ignazia, è meglio per te.
– Ebbene, mandaci via, Mikali! – ella supplicò, guardandolo coi suoi grandi occhi ove restava solo il dolore. – Ieri notte vi ho visti, là, dove venivo io… Mandaci via; se no, non rispondo di me!
Era bella, d’una bellezza barbara e appassionata; e mentre minacciava si offriva, e le sue labbra che pronunziavano parole d’odio tremavano di desiderio, e le sue mani si aggrappavano alle vesti di Mikali come le zampe dell’uccello alle fronde della quercia. Egli si sentì investire dalla passione di lei come da una vampata: cercò di respingerla ma trovò le braccia nude e calde di lei.
– Sono un uomo di cuore… lo sai, – cominciò a mormorare, volgendo il viso dall’altra parte per sfuggire gli occhi della donna. – Terrò la promessa… Il padrone sono io… Ma non fare scandali…
– Non farò nulla, Mikali… Quando ho mai fatto nulla contro di te? Sono venuta perchè volevo vederti… Non voglio nulla, Mikali… ho parlato per rabbia… Ieri notte… mentre eravate assieme… io morivo… Guardami almeno, Mikali… l’hai detto, sei un uomo di cuore…
Egli rise goffamente, turbato.
– Va! non ti basta Pancraziu?
– Malanno lo colga! Io non lo voglio. Sei tu che voglio, Mikali, anima mia… Ti domando di sposarmi, forse? Ti domando l’elemosina come una povera affamata…
Egli si credeva un uomo di cuore, un gigante generoso; si volse e le grosse labbra rossastre della serva attirarono le sue come l’orlo d’un vaso colmo di vino.
*
In seguito Ignazia diventò più buona; più infelice, ma più buona; e quando, avvicinandosi il tempo delle nozze, le proposero di andare a servire nello stazzo Zoncheddu in cambio della madre di Mikali, accettò senz’altro. Andò dunque per il contratto, e non rispose alle mille domande curiose della nuova padrona, ma quando Battista, pallida e turbata, le fece vedere le camere dello stazzo e come per caso aprì una cassa e le disse sottovoce: – È il vestito che doveva mettere Mikali per partire… – entrambe, la giovane orfana e la serva, si chinarono sulla cassa come per guardare nella profondità del loro passato l’immagine di Mikali quale era appartenuto a loro, povero e lavoratore.
Mentre Ignazia se ne andava, Marianna Zanche giù nella corte smise un momento di arrotolare i panni che erano serviti ad avvolgere il pane in fermento e domandò se tutto era concluso.
– Tutto, zia Marianna! Fra poco ritornerete a casa vostra…
– Sia fatta la volontà di Dio, – ella mormorò con rassegnazione; e riprese ad arrotolare i panni, grigi ed aspri com’era stata la sua vita, pensando a tutte le cose che lasciava con dolore sebbene non sue. Estranea qua, estranea là, si sentiva più che mai di passaggio in questa vita, ma era rassegnata a tutto. Sia fatta la volontà di Dio.
*
Eppure la sera in cui Vittoria e Pietrina Zara andarono a prenderla per accompagnarla allo stazzo – tre giorni avanti le nozze – cominciò a tremare come una foglia; le gambe le si piegavano, e sarebbe caduta se le donne non l’avessero sorretta. Le pareva che laggiù nella sua casa nulla fosse mutato. Bakis, grande e terribile, sedeva accanto al focolare con la fronte cupa come un orizzonte annuvolato, e in contrasto Andrea piccolo e bruno saltellava come un uccellino per la casa desolata. I servi tacevano e nel cortile la panchina del peccato mortale illuminata dalla luna sembrava una pietra di sepolcro.
Le donne Zoncheddu accompagnarono fino allo stradone l’infelice che era stata loro ospite e loro serva, e prima di separarsi Battista l’abbracciò stretta domandandole perdono se qualche volta le aveva mancato di rispetto; pareva lei la serva, e seguiva con uno sguardo disperato la madre di Mikali, sembrandole che oramai si rompesse l’ultimo filo che la legava al suo diletto.
Le donne Zanche partirono. Era una sera di febbraio limpida e fredda; sull’orizzonte glauco apparivano le cime del Limbara coperte di neve, mentre più in qua Monte Nieddu, scuro sotto la luna sorgente, gettava ancora la sua ombra sulla brughiera.
Le voci delle donne e più in là i latrati dei cani e il suono dei campanacci degli armenti echeggiavano argentini come ripercossi dal cristallo del cielo.
Vittoria si sentiva felice; le pareva di ricondurre allo stazzo, con la madre di Mikali, ciò che mancava alla sua vita: la pace della coscienza.
Marianna Zanche, al contrario, procedeva barcollando e ogni tanto diceva fermandosi inquieta:
– Mi pare di aver dimenticato qualche cosa. Per distrarla. Pietrina Zara le ricordava cose della loro lontana fanciullezza.
– Rammenti, una volta siamo venute fin quassù al torrente per cogliere more. Ci attardammo; era quasi sera e un fruscio misterioso si levò dalle macchie. Tu dicesti: forse è un’anima errante. E allora noi a correre, a correre, inseguite da qualche cosa di spaventevole. D’improvviso tu cominciasti a urlare, trattenuta come da una mano con cento unghie; ma io ebbi il coraggio di voltarmi e vidi che era un rovo, e là dietro noi saltellava un capretto smarrito.
Ma i ricordi del tempo felice non potevano che rendere più triste la donna che tornava; e più ella avanzava più i fantasmi la circondavano. Ecco la muriccia della vigna, ecco i pascoli con le mandrie e la capanna del pastore in fondo; la luna gettava su tutte le cose il suo velo azzurro, ma le ombre erano più grandi e misteriose in quel chiarore fantastico; ecco un cavallo nero immobile lassù, con la criniera irta scintillante di stelle; ecco un gigante seduto sopra una pietra, sull’orlo della strada; è lui? è la sua anima ancora in agguato al confine delle sue terre, pronta a gettarsi sulla colpevole che torna nonostante il suo divieto?
E nella distesa azzurrognola dei pascoli stanno immobili strane bestie nere, accovacciate su le loro stesse ombre, con velli irti, con lunghe code, con corna ramose di cervi… e Marianna Zanche guarda a destra, guarda a sinistra, ed ha paura che a un tratto il vento si sollevi e desti quel mondo misterioso, e tutti i fantasmi corrano contro di lei e la costringano a tornare indietro.
Un lume apparve in fondo alla linea bianca dello stradale e un cerchio di luce dorata si sparse come una grande aureola attorno a una figura viva e vera, più terribile, per la donna che tornava, di tutte le forme intravedute con la fantasia.
– Zia Sirena! Che dirà? Che dirà? – mormorò zia Marianna attaccandosi al braccio di Vittoria e cercando di nascondersi alle sue spalle. – Ella sa… che il morto non voleva ch’io tornassi… Che dirà?
– Che volete che dica? Siete voi la padrona.
– No, no, Vittoria, non parlare così, cuore mio, mi fai male…
– Sta zitta, – consigliò zia Pietrina. – Non ti conviene parlare così! Mio marito, beato, diceva che l’unica cosa quando siamo turbati è di tacere.
E la donna che tornava seguì il consiglio della vedova fedele; tacque, ma tremava tutta, e Vittoria a quell’angoscia che le si comunicava come una febbre contagiosa, si rattristò di nuovo anche lei; anche a lei un fantasma sbattè le ali sul capo come un uccello notturno, e per la prima volta ella si domandò se non offendeva maggiormente l’ombra di Bakis Zanche riconducendo nella sua casa la donna infedele.
*
Zia Sirena, col lume in mano, aspettava davanti allo stazzo; la sua gonna sembrava rigata di sangue, e il suo viso era più che mai minaccioso, ma a misura che il gruppo delle donne avanzava e la sua antica padrona le appariva quale era, un avanzo di naufragio respinto dall’onda della vita al punto dove l’onda stessa l’aveva travolto, un solco di pietà si scavava attorno alla sua bocca sdegnosa.
– Buona notte, Marianna; ebbene? – salutò movendo un passo incontro alla donna; e sollevò il lume come per rischiararle meglio intorno il luogo dove tornava.
E Marianna Zanche ripassò piangendo il limitare del portone: rivide il cortile, la casa, la panchina del peccato; e il profilo della tettoia dalla quale la fucilata di suo marito era scoppiata come un fulmine di Dio, le sembrò una montagna nera sotto la luna. Tutto come in quella notte di sogno e di orrore. La cucina era la stessa, con la panca, il parapetto, le stuoie, le casseruole rosse alle pareti; il gatto saltò dal forno ai piedi di Vittoria; il cane abbaiava nel cortile; Ignazia friggeva le larghe fette di lardo che s’arricciavano entro la padella stagnata, le larghe fette di lardo che piacevano tanto a Bakis Zanche. Tutto come allora.
E guidata come una cieca dalla antica compagna di fanciullezza, ella sedette accanto al focolare guardando se dall’andito veniva suo marito, grasso, bonario, così alto che per parlare con lei piccolina doveva curvarsi in modo che una piega si formava fra la sua cintura e lo stomaco.
Ed ecco le sembra di non aver più paura: se egli le ha permesso di rientrare a casa sua e sedersi accanto al focolare, deve essere bensì placato. Ma come è vuota, la casa, nonostante la presenza di tutte quelle donne! nessuno si avanza dall’andito, nessuno giunge di fuori. Ella vorrebbe domandare notizia dei servi, tanto per dire qualche cosa, ma si vergogna; suo malgrado, sebbene la respinga con terrore, la figura dell’altro sorge dietro quella di Bakis Zanche, dietro quella di Andrea, in uno sfondo di passione e di morte.
– Allegra, zia Marianna! – disse Vittoria battendole una mano sulla spalla. – Adesso zia Sirena vi fa uno scherzo. La vecchia infatti si frugava in tasca.
– Non è uno scherzo, Vittoria. Sei tu che scherzi sempre, ed hai ragione perchè sei contenta. Ecco, Marianna Zanche, prendi.
Le offriva le chiavi.
La donna sollevò dapprima i grandi occhi spaventati, e l’impressione che la vecchia serva le facesse davvero uno scherzo terribile, glieli riempì di cocenti lagrime d’umiliazione: zia Sirena però, con le chiavi in mano, le vecchie chiavi tanto usate che luccicavano al fuoco come fossero d’argento, guardava con rimprovero Vittoria, e poichè Marianna Zanche non accettava le chiavi le porse a lei.
Vittoria le prese e si accovacciò presso la donna.
– Zia Marianna! Prendete le chiavi! Eccole, ve le offro come un fiore. Prendetele! Siete voi la padrona. Non piangete, non piangete più.
E come la donna, con una mano sugli occhi, con l’altra la respingeva dolcemente, ella le mise la faccia sul grembo e pianse assieme con lei.
Poi si alzò e volle restituire le chiavi a zia Sirena. Respinta di nuovo, rimase un momento incerta guardando con una smorfia infantile le chiavi; infine se le mise in tasca gridando come una bimba:
– Meglio! Meglio!
Così rimasero a lei.
*
La cena era pronta. Tornò Pancraziu e le sue chiacchiere dissiparono un poco la mestizia delle donne: parlava dei giojelli che Mikali era andato a comprare in città, e scherzava paragonandoli a quelli destinati a Ignazia.
– Una collana di bacche di sovero e anelli di giunco quanti ne vuoi, focaccia mia nera; così Dio mi assista, anche la pietra gialla contro il malocchio, fatta con un grano di gomma di pino, ti donerò. Ma se Vittoria mi presta venti scudi ti comprerò davvero i bottoni d’oro.
Marianna Zanche pensava però ai cento scudi che Mikali s’era fatto prestare dai Zoncheddu per comprare i doni alla sposa, e sospirava.
Dopo la cena, la madre di Vittoria s’alzò per andarsene, accompagnata dal servo: salutando la sua antica compagna le disse sottovoce:
– Marianna mia, qui c’è poca religione. Tu dovresti ogni sera riunire le donne attorno a te per recitare assieme il rosario. Mio marito bonanima diceva che alla sera il rosario riunisce le anime anche se di giorno sono state divise dal demonio.
Allora Marianna propose timidamente la preghiera in comune, e le donne acconsentirono: ella intonava, e la sua voce fioca e lontana pareva uscisse di sotterra mentre quella di zia Sirena vibrava ancora squillante e in quella velata della serva giovane risuonava una nota cupa e triste piena di passione repressa. Sovrastava a tutte la voce di Vittoria, sonora e argentina; d’improvviso però uno sbadiglio la stroncò, ed ella si mise a ridere.
– Ricordavo la storia del rovo!
Marianna Zanche continuò la preghiera come non avesse inteso, e le parole del «Padre nostro» si confusero col rumore delle stoviglie lavate da Ignazia e col cigolìo della fiamma alta sul focolare. E intorno sulle pareti scure arrossate dal chiarore del fuoco le ombre deformi gigantesche sembravano i fantasmi placati dei morti che partecipassero alla preghiera di pace e di perdono.
VI.
Giorni sereni e lieti cominciarono allora per la casa Zanche.
La domenica ultima di carnevale alcune fanciulle degli stazzi vicini stabilirono di recarsi mascherate a fare gli augurii a Vittoria ed a Mikali, le cui nozze erano state celebrate senza inviti e all’alba come sponsali di vedovi.
A misura che le allegre mascherine attraversavano i campi solcati di rigagnoli e già verdi d’erba nuova tremula al vento, il loro numero cresceva: dagli stazzi ove si ballava e si cantava allegramente, uscivano giovanotti camuffati con scialli neri, pelli e sonagli, e le seguivano urlando come fauni.
Uno della mascherata suonava la fisarmonica e un’onda di melodia nostalgica passava sulla brughiera, accompagnata dal soffio del vento. Su in alto il cielo era fitto di piccole nubi bianche e nere che correvano sullo sfondo turchino come onde agitate; e le roccie di Monte Nieddu ne trattenevano alcune di passaggio e se ne incappucciavano per mascherarsi anch’esse.
Dallo stazzo Zoncheddu uscirono le donne: Ignazia, che aveva voluto prendere servizio quella mattina stessa, scura in viso e con gli occhi pieni d’angoscia, Battista pallida di tristezza rassegnata: fischi, gridi, parole scherzose volarono allora come un getto di freccie, dallo stradone al campo; le Zoncheddu invitarono le maschere ad entrare, queste promisero di farlo al ritorno.
– Preparate i vassoi!
– Per ricevere quello che porterete!
– Anche per ciò!
– Se vi lasceranno entrare!
– Se non ci lasciano buttiamo le porte.
– Attenti a non disturbare gli sposi!
– Mikali vi spara!
– Oggi non ne ha la forza!
– Uh!… Anima mia!… Fulmine!…
Grida e suoni si confusero in lontananza, mentre Ignazia e Battista seguivano il gruppo delle maschere con occhi di invidia e di nostalgia, come l’esule segue il passaggio degli uccelli che migrano verso la patria perduta.
Le maschere si fermarono davanti allo stazzo Zanche, e sebbene il portone fosse aperto, e tutto nell’interno tacesse come nei giorni ordinari, non osarono entrare senza essere invitate; ma la fisarmonica accennò il motivo del ballo sardo e tosto si formò il circolo e cominciò la danza; e quando Mikali, vestito a festa, sbarbato, coi capelli lisci, bello come un astro appena spuntato, apparve sulla porta della cucina, un urlo di gioia lo accolse.
Il viso turbato di Vittoria, i begli occhi che ricordavano il mare lontano, brillarono un attimo e si nascosero alle spalle di lui. Altre grida di gioia salirono dal circolo colorato che saltava dietro il portone; i sonagli delle maschere accompagnavano la musica infantile, e i gioielli delle donne, il rosso e il verde dei loro broccati, i loro galloni d’oro scintillarono a un improvvido raggio di sole apparso fra le nuvole.
Mikali uscì sullo spiazzo.
– Non entrate? – disse con calma.
– Se ci dai qualche cosa, sì!
– Entrate e qualche cosa ci sarà!
Allora entrarono; dapprima le mascherine che circondarono Vittoria, l’assalirono, l’assordarono di grida; poi i mascheroni, in gruppo, spingendosi e belando come un gregge; ma zia Sirena e zia Marianna e alcuni vecchi parenti che sedevano attorno al focolare non videro di buon occhio quell’invasione rumorosa.
– Ai miei tempi – disse con sussiego il grosso zio Bakis – se andavamo così in qualche casa, prima di entrare ci toglievamo la maschera…
E Pancraziu ribattè subito, maligno:
– Se non la mettevate, la maschera, per andare appunto ad assalire la casa del vostro nemico!
– Io non sono mai stato un grassatore, hai inteso, lingua d’inferno? – gridò zio Bakis, e afferrò per la sottana una mascherina cercando di palparle le gambe.
– Sei giovane; hai le ginocchia ancora piccole e tenere – disse, suscitando le proteste della mascherina e le risate delle compagne.
– La vostra testa è dura, invece, ziu Bà! Ma non tanto che io non prenda il vostro bastone e ve la rompa!
– Bene! Questo vino? Questi biscotti?
Le mascherine esaminavano i gioielli di Vittoria; ella riconosceva gli occhi delle sue antiche amiche, e sorrideva loro con le labbra rosse dei baci di Mikali. Ma una le disse all’orecchio:
– Sei più contenta tu, di Battista Zoncheddu! – e tosto un’ombra lieve passò sul cielo ardente della sua felicità.
Si scostò, come paurosa di sentire altre parole segrete, e disse a Mikali, guardandolo con amore:
– Mikali, che fai? Fa versare, dunque!
– Niente, se non si fanno conoscere: che modo è questo? – gridò zio Bakis. – Giù la maschera…
Le donne però, piuttosto che lasciarsi riconoscere dagli uomini, preferivano non bere nè mangiare.
– Figlia mia, conducile nella tua camera, – propose zia Marianna, e così fu fatto.
Mangiato e bevuto che ebbero, ritornarono in cucina ridendo e riallacciandosi la maschera sul viso e sui folti capelli in disordine: il vino e i liquori eccitavano gli uomini, e poichè la fisarmonica accennava ancora il motivo del ballo, essi afferrarono le donne e le trascinarono fuori formando nuovamente il circolo.
Il cortile solitario fu tosto animato dalla ghirlanda luminosa; le galline svolazzarono spaventate e il falco e le cornacchie starnazzarono sopra i mucchi della legna, come partecipando alla gioia folle delle maschere.
Vittoria guardava, appoggiata al braccio del suo Mikali. Ecco che la gioia e la vita erano finalmente rientrate in casa sua; e la desolazione intorno si rallegrava come le rive inaridite di un torrente disseccato all’improvviso ritorno delle acque. E il suono della fisarmonica vibrante nell’aria del freddo tramonto le ricordava tante cose dolci lontane; se chiudeva gli occhi le pareva d’essere ancora seduta sulla porta della sua casetta paterna e di suonare accompagnando con le note del piccolo strumento tutti i suoi desiderii e i suoi sogni. Ed ecco che tutto era diventato realtà; ella sentiva la mano di Mikali stringere la sua e comunicarle l’ardore e l’angoscia della voluttà; e davanti ai suoi occhi danzavano le immagini rosse e scintillanti del piacere e della gioia. Era ricca, era amata, era circondata dalla corte dei parenti, aveva cancellato la macchia di disonore che gravava come una nuvola sopra la casa Zanche. Che le mancava? Avrebbe voluto gridare di gioia come le maschere folli che passavano davanti a lei gettandole parole di augurio e allusioni maliziose; era felice come sotto l’incanto di un sogno.
Mikali, mentre non cessava di guardare la scena con occhi lucenti di un piacere infantile, si chinò come per dirle esitando un segreto.
– Vittoria… balliamo anche noi?
– Ma ti pare, Mikali? – ella rispose con dolce rimprovero, oscurandosi in viso. – Mikali, siamo in lutto!
Mikali non insistè: lo sapeva, sì, che benchè sposi non dovevano ballare, per il lutto: e i fantasmi risorsero, nel breve spazio fra la porta e il circolo della danza.
Intanto sopraggiunsero altre due maschere; una vestita da donna, con grossi piedi e scarponi e ghette che tradivano il maschio; l’altra piccolina, infagottata da contadino zoppo e gobbo che fingeva d’essere il marito della prima.
– È Zizza che s’è sposata anche lei.
Mikali aggrottò le sopracciglia poichè lo scherzo non gli piacque; tosto però nel mascherotto che buttava in aria il gabbano e si toglieva una chitarra dalle spalle riconobbe il figlio del cantoniere gallurese, lo stesso che una sera egli aveva costretto a suonare e cantare sotto le finestre dello stazzo, e intenerito strinse la mano di Vittoria.
– Senti la chitarra! Rammenti quella sera? Mi pareva d’essere morto, morto io e morta te, e per la disperazione mordevo le pietre.
Vittoria sollevò verso gli occhi di lui gli occhi gravi di voluttà, e tutto intorno a loro, il ballo nel cortile, la cucina con le figure dei vecchi e delle vedove, tutto svanì; essi soli esistevano, col loro amore, cullati da grida e da suoni di festa.
Ma la maschera vestita da donna passò davanti a loro ballando e gridò quasi brutalmente:
– Vi guarderete più tardi. Da bere, adesso, oh!
– Mi sembra di riconoscere questa voce – disse Vittoria pensierosa.
Dove l’aveva sentita? In un luogo triste, forse, perchè di nuovo un’ombra oscurò la sua ebbrezza.
Anche Mikali aggrottò di nuovo le sopracciglia; entrando però nella stanza terrena per versare il vino nei boccali si rasserenò; intorno si ammucchiava il frumento mandato in dono agli sposi, e sulla tavola gli agnelli neri morti posavano la testina insanguinata sui mazzi di alloro, come dormissero ancora nella brughiera; l’odore del vino si mischiava all’aroma del miele cotto, e tutto era festa nella casa.
Egli ricordava sempre la notte di odio e di dolore quando aveva fatto cantare il ragazzo sotto le finestre di Vittoria; e adesso era lui il padrone, era dentro la casa che gli era parsa una fortezza inespugnabile; e il poter far mostra della sua fortuna ai parenti e ai vicini colmava la sua gioia.
Ecco però Vittoria avanzarsi col suo passo elastico, lieve e dolce come la felicità stessa.
– Non può stare un momento senza di me – pensa Mikali, deponendo il boccale per abbracciarla.
– Mikali! – ella dice con voce grave e triste. – Sai chi è la maschera? È il cacciatore. Che coraggio ha avuto!
– Ebbene? Tutto oramai è passato. Che vuoi fare? Uno scandalo? Spaventare la nostre madri… oggi che siamo contenti?
– Mikali…
– Zitta! – egli dice; e le chiude la bocca col sigillo ardente della sua per impedirle di pronunziare altre parole inutili. Il passato è passato; e i canti, i suoni, i gridi di gioia accompagnano il bacio dell’oblio.
*
In giugno andarono al podere di Santa Maria.
Mikali aveva preso la direzione degli affari e dava prova d’essere un buon proprietario. Molte cose erano arruffate, ed egli le districava con calma e prudenza, dicendo che il patrimonio lasciato da Bakis Zanche era come un cavallo zoppo imbizzarrito; ma lui, abituato a domare puledri, l’avrebbe rimesso a posto.
– Vedrai com’è il prediu, Vittoria mia, vedrai; una foresta. Ha non voglio parlare finchè non arriviamo.
Cavalcavano all’uso sardo, sullo stesso cavallo, attraversando la costa della montagna verso il mare, lungo il sentiero che egli aveva percorso nella notte fatale.
Le ginestre fiorite, così gialle che abbagliavano a guardarle, coprivano le chine, e là dietro, la cima di Tavolara sembrava di perla. Faceva già caldo ma il vento marino di tanto in tanto rinfrescava l’aria col suo alito profumato.
Vittoria non sapeva che era quello il sentiero ove Andrea aveva trascinato la sua angoscia mortale, e Mikali si guardava bene dal dirglielo; ed entrambi, egli, se non completamente dimentico, abituato al ricordo, ella, ignara, si sentivano felici. Felici di essere assieme, di essere soli, di sapersi uniti come un corpo solo per la vita e per la morte: erano nati per questo, pensava Vittoria, e se sì erano uniti attraverso tanti ostacoli. Dio aveva voluto così. Sia lodato Dio, dunque: bastava vivere senza offenderlo oltre, lontani dal peccato mortale.
– Che fai? Preghi? – domandò Mikali. – Va, mia madre ti ha ben messo in mano il rosario! Adesso tu e lei fate il pajo.
– Pregavo anche prima, mi pare!
– Non tanto! Almeno certe sere no…
– Quali sere, di grazia?
– Quando venivo io, per esempio!
– Pregavo anche allora, che ti pare? – ella disse con civetteria. – Sono stata sempre una buona cristiana. E tu non lo sei?
– Lo sono, ma l’umido della chiesa mi fa male. Sono i malfattori che pregano come donnicciuole… E anche le donne pregano molto quando sono vecchie o quando hanno qualche malanno. Tu non ne hai, mi pare…
– Che ti viene in mente? – ella disse arrossendo. – Figurati ch’io lo faccia per piacere a tua madre…
– Lascia correre! A dar retta a mia madre nessuno al mondo dovrebbe divertirsi.
D’un tratto aggrottò le sopracciglia.
– Anche Battista Zoncheddu diceva che pregava notte e giorno, per far piacere a mia madre. E adesso a forza di digiunare mi han detto che sta diventando tisica. Quest’inverno si alzava prima dell’alba per andare a messa, e prendi freddo oggi, e prendi freddo domani, ha cominciato a tossire…
– Sì, l’ho veduta; sembra un’ombra, Mikà! L’ho veduta! E come mi ha guardato! Ma io non tossirò, Mikà, anima mia; tu sei mio!
Gli strinse la vita col braccio, come per affermare il suo possesso; ed egli, che aveva capito bene le allusioni di lei, un po’ lusingato nella sua vanità d’uomo, un po’ dolente per la malattia di Battista, le diede un lieve colpo sulla mano inanellata.
– Cosa dici. Vittoria! Storie antiche… Storie da ragazzi…
Ma Vittoria era gelosa e soffriva al solo ricordo del passato.
– Va là, eri una buona spiga, tu, con le donne! E brave loro che ti correvano appresso come ammaliate. Che avevi tu, dopo tutto? Eri un ragazzo; e non sei poi così bello da incantare!
– Ah, sì! E tu, allora?
– Ma io non ti sono venuta appresso, per l’anima mia! Eri tu che venivi. Negalo, se l’osi! Ma voi tutti, uomini, genia perfida, dite che siamo noi donne a cercarvi, e mentite sempre anche sapendo di mentire. Nega anche questo, se l’osi!
Egli non osava; sorrise però, guardando lontano. Non era la prima volta che parlavano di queste cose, e Vittoria si confortava pensando che oramai Mikali era un buon marito, un buon capo di famiglia; aveva anche lui fatto la sua giovinezza com’è bene che tutti gli uomini la facciano, come il servizio militare; ma appunto come i reduci dal servizio militare egli si compiaceva a volte a raccontare le vicende di quel periodo avventuroso, esagerandole alquanto, ed ella sentiva per istinto ch’egli rimpiangeva senza volerlo, forse senza saperlo ancora, il suo passato libero e selvaggio. Sì, egli aveva domato la fortuna come un puledro, e adesso la cavalcava comodamente come cavalcava il cavallo di Bakis Zanche; ma spesso guardava davanti a sè lontano e un vago rimpianto gettava un velo fra lui e il passato, rendendo questo bello e fantastico come i vapori di quel pomeriggio di giugno rendevano belle le lontananze.
– Non lo nego; sono io che ti sono corso addietro, Vittoria! Come non farlo? Se tu avessi continuato a dire di no, non so cosa sarebbe accaduto di me. Ma se partivo, così Dio mi assista, diventavo un altro Mikali; chi sa cosa diventavo!
– Altri ne son partiti e son tornati peggio di prima.
– Ma io sono diverso da loro! Non sono un manovale nè un mandriano, io! Un uomo come me trova fortuna da per tutto: non sono stato forse fortunato anche senza partire? – concluse per adularla: e poichè lei rideva, un po’ con insolenza, un po’ con tenerezza, riprese a vantarsi.
– E cosa credi tu, Vittoria? Se io avessi studiato, sarei diventato qualche cosa. Ma chi badava a me? Mia madre mi mandava a scuola ed io ci andavo volontieri: ho fatto la quarta, e dopo mia madre diceva: lo manderò al ginnasio o in seminario, ed io lavorerò anche alla notte per mantenerlo. – Ma io ero intelligente e capivo. Vuoi che lasciassi mia madre a compiere delle pazzie? E poi le donne, là allo stazzo, ridevano di lei, ed io le sentivo a dire: Marianna vuol farlo studiare perchè Andrea studia; vuol gareggiare con Bakis Zanche, la meschina! Così non andai oltre a scuola. Del resto…
Voleva ricordare che anche il povero Andrea non aveva concluso nulla; ma come al solito quando cominciavano a parlare del morto, un senso di gelo li colse e impedì loro di proseguire il discorso. Meglio parlare del prediu di Santa Maria.
– Vedrai com’è ridotto! Del resto, il vecchio poteva fare a meno di andare a smuovere le pietre laggiù! Ne aveva del terreno da coltivare, se voleva, attorno allo stazzo!
– Sì, però aveva bisogno di sfogo, – disse Vittoria pensierosa: – ha dissodato e fatto il predio in faccia al mare l’anno stesso che ha cacciato tua madre fuori di casa. Forse la rabbia lo spingeva a cercare aria come uno che soffoca. Il vecchio fattore racconta che zio Bakis andava là e si sdraiava e cantava da solo. Poi voleva condurre là una donna… ma non lo fece mai.
– Alla forca il vecchio fattore! Lo caccerò via…
– Mikà! Egli racconta che zio Bakis gli diceva: tu mi hai aiutato a piantare il predio; tu morrai qui…
Arrivati al podere, Mikali le fece osservare la muriccia rovinata che permetteva l’adito a tutti, cristiani e bestie, che passassero di là; gli alberi non potati che inselvatichivano, le macchie e i rovi lasciati crescere liberamente nel frutteto: e invero pareva che la brughiera selvaggia assediasse e invadesse di nuovo la terra che le era stata tolta dagli uomini, e i cespugli e i pruni, come mani maligne, cercassero di soffocare, stringendoli ai tronchi, gli alberi giganteschi.
Il fattore non c’era. Nella solitudine del luogo Vittoria aveva l’impressione di attraversare un podere da lunghi anni abbandonato dal padrone; al passare del cavallo le susine mature cadevano come grosse perle gialle disfacendosi per terra; i grappoli delle mele di San Giovanni, coperti di lanugine, s’inaridivano tra il fogliame fitto, e sulle piante alte molti rami secchi arrugginiti rosseggiavano al tramonto.
Mikali sorrideva beffardo; passando però nella vigna che la peronospora copriva di lebbra, fece le fiche e s’agitò con tale violenza che Vittoria dovette dargli ragione per calmarlo.
Dopo che smontarono davanti alla casetta, mentre Mikali conduceva più in là il cavallo al pascolo, ed ella, seduta sulla muriccia del portico, vide ai suoi piedi tutto il podere, verde fra il giallo della brughiera fiorita di ginestre e il mare laggiù sotto il cielo colore di rosa, il mare dorato e falcato come la luna nuova, e la chiesetta di Santa Maria, rossa al tramonto e come sorgente dalle onde, la pace, la luce e il silenzio del luogo la immersero in una specie di incantesimo; le parve a un tratto come se il corpo le si disfacesse e lo spirito fosse nel mondo di là, dove vanno i giusti.
Il mare! Lo aveva tante volte sognato; lo aveva anche veduto, di lontano, ma non così come adesso, fermo e infinito. E non sapeva perchè pensava a Dio. Come poteva prendere parte all’ira di Mikali contro il vecchio fattore? Ella sapeva bene, in fondo alla sua coscienza, che nè il predio nè la casa nè le tancas e i seminati di Bakis Zanche appartenevano a lei od a Mikali. Erano roba d’altri e ad altri dovevano tornare. Perchè preoccuparsene dunque?
Ma fu un momento di allucinazione; Mikali tornò e con lui il senso della realtà.
– Sarà caduto morto in qualche burrone e le volpi gli rosicchieranno i polpacci. Magari non tornasse più: magari avesse preso la via del fumo! Dove hai messo la bisaccia, Vittoria?
– Eccola, Mikali. Ma non arrabbiarti così; lascia andare!
Egli in fondo era contento per l’assenza del fattore: ecco un’altra scusa per mandarlo via.
Rifecero il giro del frutteto; il sole tramontava rosso sopra la vigna e fra gli alberi si vedeva ancora la linea del mare. Mikali scosse il susino e Vittoria raccolse nel grembiale i frutti dorati, mordendone qualcuno, porgendone qualche altro a lui; e nel fitto dei grandi alberi sembrava Eva nell’atto di tentare Adamo.
Poi risalirono ed ella riprese posto sulla muriccia, davanti al mare che adesso si confondeva col cielo in una nebbia colore di rosa. Si sentiva contenta; guardava le sue dita brune coperte di grossi anelli con ametiste e gemme contro il malocchio, e avrebbe voluto suonare la sua fisarmonica mentre Mikali accendeva il fuoco e arrostiva allo spiedo un agnello che avevano portato con loro. Cotto a perfezione l’agnello, anche lui sedette sulla muriccia e mangiarono, un po’ scherzando, un po’ litigando, avvolti dal velo d’oro del crepuscolo e della luce del fuoco; ed egli beveva dalla sua zucca incisa e diventava allegro; dopo tutto non aveva alcuna ragione per non esserlo.
– Va, mi sembra d’essere alla festa: solo che c’è poca gente! A che pensi. Vittoria? Sta allegra. Come chiameremo il nostro primo figlio?
– Mikà, – ella disse con voce vaga, senza rispondere alla domanda, – guarda laggiù nel mare; pare ci sia della cenere da cui spunta un fuoco rosso.
– È la luna, non vedi?
– Io qui davvero avrei paura a star sola. Non passa anima viva. E quella cosa nera che si muove laggiù, che è?
– È il cavallo, donnina! Adesso vado a rimettergli le pastoje.
– Tu non ti muoverai di qui! – ella gridò stringendogli la mano. – Ti pare? Io sola non rimango…
E lo teneva così stretto che le pietre dei suoi anelli gli pungevano la mano: egli ricominciò a ridere.
– E lui voleva portarsi qui una donna: quella, sì, ci stava volentieri, così Dio mi assista!
– Che idea! – ammise anche Vittoria. Allora, come suggestionati dal luogo e dall’ora, cominciarono a parlare di lui, e Mikali ripetè le storie sentite raccontare dal fattore.
– Dopo tutto mio padre era un uomo che si prendeva tutti i gusti. Eh, lo poteva; era forte, non aveva pregiudizi; e la vita se l’è goduta, lui, mentre ha fatto ben soffrire gli altri…
– Lasciamo in pace i morti, Mikà.
– Del resto, in coscienza mia, a divertirsi ha fatto bene! Oh per questo io l’approvo: tu ti sei messa in mente che io non gli volessi bene; ma t’inganni. Ricordo, una volta, io stavo nascosto dietro un muro (non disse che con lui era Andrea) quando egli passò, a cavallo, così alto e così bello che ancora mi pare di vederlo: sembrava un gigante, ed io gli volevo bene per questo…
– Era buono, quanto bello, – disse Vittoria sottovoce, guardando i suoi anelli.
– Bene, allora nostro figlio lo chiameremo Bakis…
Ella non rispose di sì, ma neppure osò esprimere il suo desiderio di chiamare Andrea il loro primo figliuolo.
Mikali bevette ancora e nel silenzio s’udì il gorgoglio del vino che calava dalla zucca come da una sorgente. Vittoria guardava lontano; si vedeva la luna rosea descrivere già sul mare una strada fantastica che pareva unisse la terra al cielo, dalla costa all’orizzonte; e le sembrava che tutta la brughiera odorasse come un solo fiore. E non sapeva perchè aveva voglia di piangere.
– Restiamo qui fino al giorno della festa. Vittoria! – disse Mikali, accostandosi e cingendole la vita. – Come il mondo è lontano!
– No, Mikà: se vuoi, passeremo domani, nell’andarcene, nella chiesetta di Santa Maria, eccola lì, bella alla luna come una tortora, ma alla festa ci andremo all’anno venturo, passato il lutto… Bene, smetti di bere, adesso: bevi troppo.
– Lascia fare, bella! Sono così contento, stasera: chi lo sa perchè! Mi sembra come la prima volta che sono venuto da te… Sì, è un luogo che rende allegri, questo. Egli, veniva, si metteva qui in faccia al mare e cantava… Ah, e voleva portarci una donna… Vittoria, senti, bella…
Con le labbra ancora umide di vino cercò le labbra di lei, ed ella tremò lievemente, come tremavano le foglie alle carezze dell’aria e il mare al raggio della luna.
VII.
Tornando allo stazzo, l’indomani mattina, incontrarono il vecchio fattore che raccontò di essere stato al paese per testimoniare in difesa di un povero mandriano al quale ignoti malfattori avevano rubato il gregge e adesso veniva accusato di favoreggiamento.
– L’ho veduto io, a raggiungere qualche pecora sbandata qui sotto. Non potevo negargli la mia testimonianza. È un povero – disse rivolgendosi a Vittoria.
Mikali però sogghignava: si curvò sulla sella e urlò:
– Va bene; andatevene pure in giro, andate pure alla forca! Ma non rimettete piede nel predio.
– Oh, oh, giovane! Sei feroce come Nerone. Che ne dice la padrona?
– Il padrone sono io e ve lo farò toccare con le mani.
E spronò il cavallo, mentre Vittoria e il vecchio si scambiavano uno sguardo desolato. Che poteva ella fare? Il cuore le consigliava la pietà; d’altronde riconosceva che Mikali aveva ragione e anche Dio comanda che si custodisca la propria roba.
Al prediu fu dunque mandato Pancraziu, che da lungo tempo aspirava con tutta l’anima ad averne la mezzadria per potersi sposare con Ignazia, e quindi si mostrò prudente e paziente contro tutte le provocazioni del vecchio fattore. Questi però non si decideva ad andarsene: sdraiato davanti alla capanna guardava con disperazione selvaggia la terra che lo aveva veduto invecchiare, e ogni volta che il servo gli passava accanto lo fermava coi suoi lamenti.
– Ascoltami, servo. Il bastardo mi costringerà ad andarmene, lui che s’è installato nella casa dove non doveva mai mettere piede: ma io non sono un’anima del purgatorio, come Bakis Zanche; io ho ancora la pelle attaccata alle ossa; e vedrai cosa farò, che i corvi mi divorino la lingua, se mentisco!
– Cosa farete voi! State quieto: vi daranno molti scudi sonanti e potrete anche prendere moglie.
– Vedrai, vedrai, mala pelle!
– Pazienza, – diceva Pancraziu, mentre grosse goccie di sudore gli cadevano dal viso fino a terra. – Malanno ai poveri! E che vi eravate immaginato di essere l’erede, voi? Noi siamo i servi, di passaggio nel mondo come in questo predio…
In fondo non gli dispiaceva di sentire il vecchio a gridare vituperi contro Mikali: chi poteva non nutrire rancore contro l’uomo fortunato?
E in settembre il vecchio andò via. Mikali e Vittoria questionavano spesso per questa che a lei sembrava una iniquità: ogni notte sognava Bakis Zanche che le raccomandava giustizia, e aveva paura anche perchè l’ex-fattore la minacciava di una lite o di incendiare il prediu.
Quando frate Zironi cercò nuovamente di interporsi, Mikali lo cacciò via con male parole.
– Che ne sapete voi d’affari? Voi avete le vostre terre nella bisaccia e il naso per aratro. Andate alla forca.
Era nervoso, Mikali, in quei mesi d’estate. L’eccesso di felicità gli causava una specie di pletora; mangiava bene e beveva meglio, aveva una moglie innamorata, vedeva sua madre, nel suo cantuccio, silenziosa e aggomitolata come un riccio ma anche rispettata da tutti e lasciata al suo posto come un oggetto prezioso per quanto inutile; tutte le cose andavano bene, insomma, ed egli, costretto ad una vita inattiva e beata, sentiva il sangue traboccargli dalle vene.
Lo stesso girovagare a cavallo di qua e di là per i possedimenti della moglie gli dava un’eccitazione nervosa; in certe mattine azzurre e calde della brughiera sentiva con impeto irrefrenabile la sua antica passione di domatore di puledri; ma doveva contentarsi di spronare a sangue il suo cavallo domato per farlo correre attraverso la tanca deserta: poi cadeva in lunghi sopori come un adolescente; si draiava all’ombra d’una muriccia o di una macchia e pensava con rancore al suo mancato viaggio, ai denari che avrebbe guadagnato laggiù, alla roba sua propria che avrebbe posseduto al ritorno. Così si stava bene, sì, ma come il cavallo favorito al quale si dà da mangiare e si tratta con cura, per poterlo all’occasione meglio spronare e far trottare: era ricco, sì, ma di roba che chiunque poteva rinfacciargli come non sua: era sempre un rinnegato, uno senza padre, senza nome: e vedeva negli occhi di tutti uno sguardo d’invidia ma anche di derisione. Un sordo rancore contro sua madre cominciava a pungerlo.
Nei lunghi pomeriggi sedeva a gambe aperte nella cucina ove le donne lavoravano, e sputava e sbadigliava o trovava da ridire su tante piccole cose. Altre volte tornava tardi, la notte, dopo aver giocato e bevuto alla bettola del paese; altre volte si divertiva con le cornacchie come un bambino, punzecchiandole e ridendo; e dopo aver questionato con Vittoria, – poichè la madre non rispondeva mai alle sue provocazioni, – andava a sedersi in fondo all’orto e rimaneva ore e ore immobile, cupo, triste, finchè lei non si avvicinava a placarlo.
Un giorno, in luglio, ella gli disse che era gravida. Per un poco la notizia lo rallegrò; già gli sembrava che la gente cominciasse a ridersi di lui che non era buono neanche a fare un figlio: si raddrizzò sulla schiena, sporse il petto, gonfiò le belle guancie rase che ingrassavano di giorno in giorno.
– Un uomo come me non poteva farne a meno! Maschio, ah, Vittoria, se no mi arrabbio! Lo chiameremo Bakis.
Ella, dolce e pensierosa, col viso bruno un po’ invecchiato chino sul petto, contava sulle dita brune coperte di anelli: d’un tratto trasalì e, senza alzare il viso, sollevò gli occhi che avevano il colore del mare, come si vedeva dal prediu: verdi e dorati.
– Sai, Mikà, è stato proprio quella notte… San Costantino mio, come sarà bello! Io vorrei…
– Cosa?
Ma non osò dire che avrebbe voluto chiamarlo Andrea.
*
Mikali, da quella notte in poi, andò a dormire in un’altra camera, poichè per il sardo la donna gravida è sacra: così alla notte poteva tornare all’ora che voleva, e nella bettola si vantava di aver generato un figlio come se avesse creato il mondo.
– Del resto non è il primo, Mikà!
– Io non so nulla degli altri, così Dio mi assista; che ne so io? Questo solo è mio perchè è di Vittoria mia moglie.
Diceva «Vittoria mia moglie» come un re dice «sua maestà la Regina». E in vero nel chiaroscuro della bettola, tra i volti arsi dei lavoratori e i visi scarni degli altri piccoli proprietari sfaccendati, il suo viso raso e pieno, dal profilo possente, spiccava come quello di un imperatore annojato sceso a divertirsi nella taverna. Le sue mani erano bianche, il suo collo grasso si ripiegava un po’ sul colletto ricamato e allacciato con bottoni d’oro.
La piccola ostessa magra non cessava di fissarlo coi grandi occhi neri nel viso verdastro, sorridendogli e mostrandogli i denti bianchi fra le lunghe labbra rosse: e una notte lo pregò di leggerle una lettera che il marito, emigrato, le scriveva dall’America, e di farle la risposta. Così a poco a poco gli avventori se ne andarono ed ella chiuse la porta e rimase sola con lui.
Un’altra sera, mentre egli passava nello stradone. Maria Luisa Zoncheddu lo chiamò per chiedergli con curiosità notizie di Vittoria.
– Sta bene come un pesce. Vittoria mia moglie; solo è un poco giallognola e rigetta quello che mangia; ma è cosa del suo stato. Se va d’accordo con mia madre? Tutto bene, tutti in pace e d’accordo come in un piccolo convento. E voi come state?
– Così, così! C’è Battista che soffre, con questi calori, e non vuol mangiare. Senti come tossisce. Non entri?
Egli entrò, salutando le donne e i bambini che stavano al fresco, nel cortile; al posto di sua madre sullo scalino della porta vide Ignazia, e di Battista, sdraiata sopra il carro, lo colpì la tosse ostinata.
Ella non s’era mossa nel sentire la voce di lui; non sollevò neppure gli occhi; tanto era buio e non lo avrebbe veduto; e ci fosse stato il sole l’oscurità per lei non cessava: ma la sua tosse diventò più forte, così forte che a Mikali parve un lamento, una protesta tormentosa che non aveva nulla di umano e pure esprimeva tutta la miseria e tutto il dolore del mondo.
– Siedi, Mikà. O vuoi crescere ancora come il gigante Golia?
I ragazzi risero, ma egli rifiutò la sedia che la donna gli porgeva e sedette sull’estremità inferiore del carro, ai piedi di Battista.
– Leva quella sedia – disse con voce allegra; – e che sono diventato un signorotto di pasta frolla, da non potermi sedere dove capita?
Battista non si mosse, solo si morsicò la mano nel tossire lasciandovi impresso un fiore di sangue.
– Se non lo sei tu, un signore, e chi lo è? Pancraziu dice che hai preso mille scudi dal solo sughero, – disse Maria Luisa.
– Pancraziu è un burlone; adesso poi che deve sposarsi è più burlone ancora. Come va che tu, invece, non hai cambiato umore, Ignazia?
– Io non ti somiglio per cambiare umore col cambiare di fortuna. Bevi.
Egli prese il bicchiere che la serva gli porgeva, ma prima di bere esitò; non osava dire «salute» ai piedi di Battista buttata lì come su un carro funebre; infine trangugiò in silenzio il vino e ne versò il fondo per terra: e cominciò a scherzare con le donne, mentre dentro soffriva, e avrebbe voluto andarsene e non ripassare mai più davanti allo stazzo Zoncheddu. Eppure nelle sere seguenti tornò, indugiandosi sempre più a lungo; e Battista era là, distesa silenziosa, con la sua tosse che pareva la voce del suo petto spezzato; nelle notti di luna il viso di lei appariva di scorcio, più bianco della luna stessa, ed egli spesso s’irritava per quella tosse ostinata che lo perseguitava, che gli risuonava dentro come un’eco, anche dopo che se ne andava, anche quando stava con Vittoria o vagava per le sue terre. A volte però lo assaliva il desiderio di prendere i piccoli piedi di Battista e baciarli domandandole perdono. Poi fuggiva, giurava di non tornare più, e l’indomani era di nuovo lì, attirato da un fascino irresistibile di giorno in giorno più angoscioso.
Una notte, mentre le donne chiacchieravano fra loro, s’accostò all’estremità del carro sulla cui asse Battista posava il braccio e la testa, e tentò di scherzare con lei.
– Battista! Ma hai perduto proprio la lingua?
Ella sollevò gli occhi senza rispondere. Quegli occhi! Grandi, luminosi alla luna, avevano le pupille come naufragate nelle lagrime; e si dilatavano e si restringevano, le pupille perdute, come tentando di nuotare, di salvarsi, e ricadendo sempre più giù nell’abisso della morte. Mikali si sbiancò; non seppe perchè gli parve d’essere ancora lassù buttato accanto alla macchia ove Andrea dormiva in mezzo al suo sangue.
– Battista, – mormorò chinandosi, – Battista, parla, dimmi qualche cosa…
Ella rispose con voce afona:
– A che serve parlare?
E chinò le palpebre livide, non lo guardò più, non parlò più. Ed egli sentiva già esalare dai capelli di lei; dalla bocca di lei, l’odore del sepolcro. Tornò a sedersi in fondo al carro e non scherzò più.
*
Così le sere passavano, cariche di stelle e di dolore umano.
Era agli ultimi di agosto e l’aria un poco umida odorava già di stoppie, le stelle filanti rigavano come lagrime il cielo: Battista a volte sollevava ancora gli occhi per guardare l’Orsa e indovinare l’ora e la stagione; e sentiva la voce di Mikali anche se egli taceva; era lì ai suoi piedi, Mikali, ed era tanto lontano; ed ella pensava a Vittoria che doveva aspettarlo, sola nella sua casa, ma nè l’uno nè l’altra le destavano più passione. Solo una tristezza infinita, come non l’aveva conosciuta neppure al tempo delle nozze di quei due, le dava un ardore al petto, una sete inestinguibile. E sentiva il cavo delle sue mani umido e le pareva fosse pieno d’acqua; ma non poteva, non poteva bere. Erano le sue lagrime e il suo sangue.
*
La gobbina non tardò a sapere che Mikali passava le sere nello stazzo Zoncheddu, e andò a riferirlo a Vittoria: ma di chi poteva essere gelosa Vittoria? Non di Ignazia, fidanzata, e tanto meno di Battista che era come una foglia destinata a cadere in autunno. Eppure una pena sottile la pungeva, in quelle notti d’agosto piangenti di stelle: non poteva dormire, si alzava, apriva la finestra e guardava l’Orsa per indovinare l’ora, aspettando invano il ritorno di suo marito.
– Sono troppo buona, – pensava, – gli lascio fare tutto quello che vuole e lui ne abusa. Dov’è, adesso? Non viene più nel mio letto quasi io sia un’appestata, e va da quella tisica… a respirare l’aria cattiva… Prenderà il male anche lui. Sì… è pallido, è turbato, sembra malato anche lui…
E sentiva una tristezza infinita; e qualche cosa le mancava, qualche cosa la riempiva, più grave e misteriosa della creatura che portava in seno: provava anche lei un ardore al petto, una sete inestinguibile; e le pareva di trovarsi davanti a una fontana e di prendere l’acqua nel cavo delle sue mani; ma l’acqua le sfuggiva fra le dita, ed ella non poteva, non poteva bere.
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Così le sere passavano. In settembre il vecchio fattore di Santa Maria dovette andarsene, rifiutando sdegnosamente la proposta di rimanere come servo nello stazzo.
Non era mai stato servo, lui, ed era al suo predio che teneva, non al magro profitto che ne ricavava.
Coi cinquanta scudi d’indennità che gli diede Mikali comprò una catapecchia nel villaggio e una certa quantità di calce viva per pescare le trote nel rio Tancadu verso il mare, e con la scusa di andare a pescare le trote passava lungo la muriccia di cinta del predio e guardava là dentro come Adamo doveva guardare il paradiso terrestre dopo esserne stato scacciato.
A dire il vero, il luogo non aveva più quell’aria di abbandono che invitava i passanti ad entrare ed a cogliere i frutti come in una terra senza guardiano; era ringiovanito, il prediu, come i nuovi padroni, con la muriccia riattata e assiepata, gli alberi pettinati lucenti: i latrati feroci del cane rosso echeggiavano nella solitudine. Il vecchio recitava i berbos, parole magiche per far tacere il cane, e pareva un mago, fermo sul suo alto bastone, con la sacca, la lunga barba, le reliquie sul petto; ma la bestia continuava a urlare e Pancraziu appariva qua e là tra il verde, nero e beffardo come un piccolo diavolo.
– Non entrate? Venite, venite avanti, zio Baì
All’invito, il vecchio rispondeva facendo le fiche.
– Il fuoco entri e distrugga te e la roba del tuo padrone.
E s’allontanava, curvo sotto il peso del suo dolore geloso. Gli sembrava che il suo predio, come l’amante che lascia l’amico vecchio per darsi a uno giovane, si abbellisse e ringiovanisse dimenticando il passato; e un giorno, in ottobre, Antonio Ruju, il melograno, gli sbattè addosso, dall’alto del rialzo sopra la muriccia, una folata di foglioline gialle fitte come le goccie d’una nuvola che passa, quasi per irriderlo e farlo fuggire.
Allora cominciò a odiare anche i suoi alberi come parenti e amici che lo tradissero. Propositi di vendetta gli avvelenarono l’anima come egli avvelenava l’acqua del fiumicello con la calce viva per stordire le trote. Dapprima pensò di uccidere il cane i cui urli lo accompagnavano fino al rio ed echeggiavano lungo la spiaggia come i boati di un mostro marino. Ma la cosa era difficile: ecco, curvo sull’acqua stagnante sul greto bianco, mentre le trote salgono su lente circondate dalla loro ombra guizzante, egli prepara il giunco per infilarle e pensa al modo di uccidere il cane. Avvelenarlo? Ma per avvelenarlo bisogna eludere l’attenzione del servo. All’inferno il cane e il servo! E l’immagine dell’inferno gli desta l’idea d’un incendio nel prediu; è facile incendiare il predio; ma il fuoco salta, va dove gli pare e piace, anche dove c’è gente che non ha fatto nulla di male al prossimo. Egli soffre per un atto di ingiustizia: come può essere ingiusto con gli altri?
Allora decise di tagliare gli alberi e affilò l’accetta con una selce.
Ed ecco una sera, tornando col cestino colmo di trote infilzate ancora vive nel giunco, fu sorpreso del silenzio che regnava nel predio. Il cane era morto? Sì, a volte l’effetto delle parole magiche è tale che fa morire le bestie: il Signore, quando vuole, può tutto. E cominciò a fare il giro intorno alla muriccia del podere, tastando le pietre, fermandosi ogni tanto ad ascoltare. Silenzio, silenzio. La luna d’ottobre chiara come una grande moneta d’oro illuminava la brughiera e il mare laggiù; gli alberi, neri da una parte, argentei dall’altra, si raccoglievano intorno alla muriccia con le cime unite e i tronchi e i rami simili a gambe e braccia; e parevano pronti a cominciare una danza notturna. Ma ancora tutto taceva e il motivo del ballo si faceva aspettare. Il vecchio fattore credeva di essere ubriaco e di vaneggiare; tornò verso il cancello, lo spinse, lo trovò aperto. Qualcuno certo, più potente di lui, più ben visto dal Signore, aveva addormentato il cane e il servo con le parole magiche: sì, era così; ma a quale scopo? La vigna era vendemmiata, frutta non ce n’erano più, le olive erano ancora dure come ghiande.
S’inoltrò sotto gli alberi, dai quali cadevano silenziose foglie gialle che parevano piovere dalla luna; qua e là nell’ombra si ergevano forme misteriose: bisce dritte con la coda d’argento, tartarughe enormi, gatti addormentati. Il luogo sembrava tutto incantato ed egli si turbava sempre più appunto per effetto dell’incantesimo. Ecco, era l’anima di Bakis Zanche, che dal mondo della giustizia compiva l’opera misteriosa: il cane e il servo erano spariti e lui, il fattore, riprendeva possesso del suo predio. E su e su arrivò fino alla capanna; la porta era aperta, il giaciglio di erba secca lo aspettava; ed egli non aveva che ad accendere il fuoco e arrostire le trote per festeggiare la sua ripresa di possesso e ricominciare l’antica vita.
Sedette sul muricciolo, trasse dalla bisaccia l’accetta e cominciò a palparla; alla luna chiara la lama mandava scintille come un grande acciarino.
Ma d’improvviso, senza che il vento sorgesse, un gran fremito passò nella notte e gli alberi cominciarono la loro danza; la loro voce nota parlava al cuore del vecchio e le foglie che adesso cadevano fitte gli sembravano lagrime. Sì, ballavano e cantavano piangendo, i vecchi alberi giganteschi, ed egli ricordava Bakis Zanche, il padrone morto, che si metteva là sotto la tettoia in faccia al mare, e cantava, pure avendo un grande affanno nel cuore. E adesso la sua anima era là, di ritorno, e si aggirava nel luogo e scuoteva gli alberi e gemeva nella notte.
Il vecchio fattore non aveva paura; a un tratto però balzò ascoltando, rimise l’accetta e se ne andò piano piano, fedele ancora al suo antico padrone; e badava a non calpestare neppure le foglie secche per non offenderne l’anima di ritorno.
*
Per via ecco Pancraziu: il cane che egli si tirava addietro legato a una grossa fune cominciò ad abbaiare furiosamente appena vide il vecchio; ma il servo disse col suo fare ironico:
– Non fatene caso, che abbaja anche contro i suoi padroni. Io ero tornato in paese per fare le pubblicazioni di matrimonio con Ignazia la mia fidanzata, ed il cane mi è scappato dal podere e mi ha raggiunto. E così, vecchio, perchè stanotte che potevate farlo non avete dato fuoco al predio?
– Alla forca, tu, il cane e il tuo padrone, – disse il vecchio, e tirò dritto, lontano dal cane.
IX.
Negli ultimi mesi di gravidanza Vittoria si sentì bene. Solo, qualche volta, aveva paura; le sembrava che al misterioso avvento della nascita del figlio dovesse seguire la sua morte; poi, rassicurata dalle donne e da zia Andriana, la quale funzionava anche da levatrice, si rallegrava tutta, e la sua pesantezza, le sue inquietudini, la sua stessa paura le riuscivano grate.
Era come la terra in quel tempo quando sta per scoppiare la primavera; ancora il vento gelato di Monte Nieddu devastava i campi umidi e fangosi; ma d’improvviso il sole caldo rompeva le nuvole e l’erba brillava dorata sui poggi e colore di smeraldo lungo il torrente.
Un giorno, mentre Marianna Zanche tagliuzzava le bucce di arancio per preparare i dolci per il battesimo, arrivò Pancraziu vestito a festa, allegro come un passero. Aveva sposato Ignazia fin dall’autunno passato, e aspettando che Mikali tenesse la promessa di concedergli a mezzadria il predio, dormiva con lei in una stanzetta presa in affitto da zia Andriana, nella casa attigua alla bettola e alla stamberga dell’ex-fattore.
– E dov’è zia Sirena? E la padrona giovane? Sono andate in maschera? È carnevale.
– Non ci manca altro! Sirena è a letto con la febbre di raffreddore. A dire il vero l’ho costretta io, a coricarsi, perchè lei è come il pestello che non si stanca mai di pestare. E Vittoria è in camera sua.

– Quando nascerà dunque, questo valentuomo?
– A giorni, Dio volendo.
– E allora datemi da bere per augurare che sia un maschio. Poi vi racconterò tante cose. Il vostro vino è buono, zia Maria, buono, quasi come quello di Ciara la mia vicina bettoliera…
La donna non capì subito l’allusione maliziosa, tanto che domandò notizie del marito di Ciara.
– Quello sta bene in America; là, dicono, ci sono bei pascoli per i cervi.
– Mala lingua, va in ora buona, sei sempre tu!
– Perchè dovrei cambiare? Non cambia il mondo, non cambio io. Dunque, vi racconterò. Venendo qui sono entrato dai Zoncheddu. Battista muore. Vuole confessarsi col frate e hanno mandato a chiamarlo, su, nella sua tana fresca… Una volta ci sono stato anch’io.
Un’ombra sorse in mezzo a loro: e la donna impallidì, pensando che anche Battista moriva come il povero Andrea, d’amore e di dolore.
– Sia fatta la volontà di Dio, – mormorò. – Morire è finire di soffrire.
– Mala fata! Io preferisco vivere: soffrire, combattere anche coi diavoli, ma vivere. Vi dirò, dunque, che ho veduto il padrone poco fa, là da Ciara. Sta bene, Mikali; è grasso e forte come un lupo: non gli manca niente, sfido! «Dunque, gli dissi, quando si accomoda questa casa nel predio, che ci conduco la mia Ignazia?» Egli rise. Disse: «La vuoi dunque nascondere la tua capra nera? Bene, perdio, ti contenterò; appena le giornate si allungano mando il muratore, malanno lo colga, che si vuol pagato come un prete, adesso che l’America ha stregato tutti». Come rideva guardando Ciara! Ma ridevo anch’io, m’ammazzino col bastone; sono allegro, adesso, per le parole di Mikali, allegro come un folletto.
– Che faceva Mikali? – domandò la donna, pensierosa.
– Beveva, perdio! Che volete che facesse? È l’ultimo giorno di carnevale.
Ella guardò verso l’uscio e riprese sottovoce:
– Dimmi la verità; che c’è fra lui e quella malandata?
– Io non so nulla, m’uccidano! Io sto sempre fuori, nel predio; lavoro come un lupo. Adesso, ricostruisco i muraglioni della vigna e combatto con le pietre come un leone. Oh, e la padrona, dunque, si può salutare?
Marianna Zanche chiamò Vittoria e questa entrò lentamente. Aveva i piedi gonfi, la pelle del viso macchiata; i suoi occhi però rifulgevano d’una luce intensa, più chiari del solito, languidi e come liquidi.
– Come va, padroncina? Come una lupa, vero?
Ella sorrise; ma quando sentì che Battista doveva confessarsi diventò triste.
– Senti, Pancraziu; se vedi il frate nella strada digli che venga pure qui, dopo.
E quando Pancraziu ripetè di aver veduto Mikali nella bettola, ella si guardò le mani coperte di anelli mormorando come fra sè:
– È sempre là, sempre! Beve troppo, e gli farà male.
– Far male a lui? A un gigante? Egli può bere una botte senza risentirsene.
– Sì, è forte; rassomiglia a suo padre – disse Vittoria, che amava si lodasse il suo Mikali; e sollevò il viso sorridendo a zia Andriana che arrivava con qualche cosa sotto il grembiale.
– Ho veduto il frate entrare nello stazzo Zoncheddu. Ho paura che da un momento all’altro si debba attaccare la giovenca8 sotto la finestra di Battista – disse la donna; – il vento di marzo spazza le foglie marcie.
Pancraziu, che non amava le idee melanconiche, s’alzò dicendo che andava incontro al frate per spogliarlo e con la tonaca mascherarsi e condurre sua moglie al ballo.
– Farai meglio a tornare a casa, – disse Andriana. – C’era Mikali che ti cercava.
Allora Vittoria corrugò le sopracciglia e i suoi occhi luminosi parvero spegnersi. Se Mikali aveva veduto pochi momenti prima il servo nella bettola perchè andava a cercarlo sapendolo assente?
Ma non parlò, sebbene la donna le offrisse dei dolci e le dicesse come per confortarla:
– Sta allegra, che tutto passa come il vento di marzo.
*
Poi la donna andò da zia Sirena nella cameretta che guardava ad oriente sull’orto verdolino e sui poggi lontani che il tramonto arrossava, ed era piena di oggetti casalinghi, di proprietà della vecchia serva, tutti disposti in fila, puliti, lucenti. Una pace profonda era là dentro; pareva che i dolori e le passioni che da anni e anni travolgevano gli abitanti dello stazzo non conoscessero quel ripostiglio ove oramai la serva fedele giaceva, inutile come le sue casse, come il suo arcolaio che non girava più.
– Così sola vi lasciano, zia mia? – disse Andriana, curvandosi sul lettuccio.
La vecchia aveva il viso rosso e ansava; ritrasse di sotto il guanciale il rosario e il libro con le immagini ch’erano appartenute a Bakis Zanche, e cominciò a dire cose strane.
– Ecco la mia compagnia. Sto bene, così, e ogni giorno che passa è come per la fidanzata che deve sposarsi. Sognavo che il padrone comprava un cavallo… Cavallo… partenza. Andremo alla festa. Verrà anche Maria Battista Zoncheddu… e laggiù v’è il piccolo Andrea… Meno male, le chiavi le ho già consegnate. Mah!…
Delirava? Dicendo «mah!» corrugò anche lei le sopracciglia minacciose e Andriana pensò a Mikali e ad Ignazia soli laggiù nella sua casupola e rivide il viso di Vittoria coperto da una maschera d’ombra. E ricordò che il frate usava dire: «Dio paga ad usura».
Tornò in cucina e preparò un po’ d’acqua di tiglio per la vecchia, versandola in un boccale di creta, mentre dall’altro lato del focolare Marianna Zanche continuava ad occuparsi delle sue bucce d’arancio galleggianti come piccole barche d’oro sull’acqua di una concula verde. Il tramonto di marzo dorava col suo chiarore melanconico la cucina nerastra; e le due donne, che chiacchieravano sottovoce e si facevano di tanto in tanto il segno della croce, parevano intente a preparare essenze magiche: una per la morte, l’altra per la vita.
Vittoria intanto era andata dalla vecchia, che al vederla nascose il libro sotto il guanciale e le accennò di non avanzare.
– Lasciate che vi faccia un po’ di compagnia, zia Sirena.
– No, no, figliuolina mia; la compagnia ce l’hai. Una donna nel tuo stato non deve stare coi malati. E così pure ricordati di non dare in mano a tuo figlio un fiore prima che non abbia compiuto l’anno, perchè è malaugurio.
– Zia Sirena, ci baderete voi, al mio bambino. Ve lo consegnerò appena nato e non lo prenderò se non per dargli il latte. Sarò gelosa di voi, tanto egli vi vorrà bene.
– Non importa, fìgliolina mia: importa che egli voglia bene alla madre, non alla serva. Va, va.
Ma Vittoria s’era seduta accanto al letto, con le mani coperte d’anelli posate sul ventre maestoso.
– Vattene – ripeteva la vecchia. – Tu non credi al malaugurio, ma fai male. Anche loro non credevano, nè il vecchio nè il ragazzo, e la sorte ha dimostrato che bisogna credere. Al vecchio, la sera prima di ammalarsi, caddero tutte le sacre Immagini dal libro; e svolazzavano come anime erranti. E il ragazzo andò su dal frate, al convento, il giorno prima di morire. Ma io, povera me, faccio male a parlarti di queste cose. Abbi pazienza, palma; l’albero è attaccato alle radici…
– No, – mormorò Vittoria, china la testa, come parlando ai suoi anelli, – ho piacere a sentire parlare di loro.
– Lo so che non sei un’ingrata… Tu sei buona, Vittoria; tu meritavi tutto, più di quello che hai…
– Io ho tutto, zia Sire: cosa mi manca?
– Tuo marito è troppo giovane, Vittoria; lascialo invecchiare prima di rinfacciargli la sua condotta.
– Che cosa fa, zia Sire? – ella disse con fierezza. – Nulla di male.
– Tu sei buona. Vittoria, palma mia: tu parli come una santa. Lascialo invecchiare. Non essere come Bakis Zanche. A te lo posso dire, palma mia; egli urlava di giorno e alla notte piangeva come un bambino malato…
– Che dite voi, zia Sire; se Bakis Zanche campava, avrebbe richiamato la moglie?…
– Questo no… Egli… – cominciò la vecchia, stupita per la domanda di Vittoria; ma non proseguì perchè la gobbina s’era affacciata all’uscio col piccolo viso stravolto e gli occhi lucenti di rabbia. Vittoria la guardò e impallidì.
– È accaduta qualche cosa a Mikali?
– No, anima mia, cosa può succedergli? A un uomo come lui nessuno può far niente… Però vieni, ti prego, ho da dirti qualche cosa.
La sua voce ironica rassicurò Vittoria; ma mentre ella usciva entrò zia Andriana col boccale fumante in mano e disse:
– Mala fata ti guidi. Zizza Paddeu; hai una faccia di malaugurio. Cosa sei venuta a fare?
– Quello che mi pare! E tu in casa tua cosa fai? – rispose la gobbina con voce provocante, volgendosi come in atto di graffiarla: e Andriana giudicò prudente tirare innanzi senz’altro.
Vittoria entrò nella camera della suocera e s’avvicinò alla finestra: il sole era tramontato lasciando sopra il muro del cortile una striscia di cielo verde dorata come acqua; le cornacchie e il falco sonnecchiavano già aggrappati ai rami della legnaia: e a lei parve di sentire, nel gran silenzio che precedeva il crepuscolo, voci e grida lontane; laggiù, nel mondo, la gente si divertiva, anche i più miseri gridavano di gioia; lei sola, in quell’esilio, viveva tra immagini di morte, abbandonata come una colpevole.
– Che c’è di nuovo? – domandò senza voltarsi. – Non venite a contarmi pettegolezzi, adesso!
– Pettegolezzi fossero, – disse la gobbina, abbandonandosi stanca e ansante sulla cassa accanto alla finestra, – ma se vuoi non ti dico nulla, no, tanto tu ami di essere cieca…
Tacque e Vittoria cominciò a tremare; avrebbe voluto non sentire nulla, mandare via l’uccello di malaugurio; ma come la gobba continuava a tacere ella proruppe con dolore:
– Parlate una buona volta! Sì, non m’importa più di nulla, ma parlate!
– Vittoria, senti: perchè non fai nulla per tenere tuo marito a casa? Pare che lo abbiano incantato, e tu non sei buona a sciogliere la malìa. Fagli dunque dire gli Evangeli e gli scongiuri, se non sei buona tu…
– Che ha fatto Mikali? Deve stare sempre fra la cenere del focolare come il gatto?
– Ah, così parli? Ebbene, senti, nipote mia, Mikali oggi è ubbriaco. Cosa nuova, dirai tu! Sì, egli si ubbriaca come un pezzente: perchè fa questo, Vittoria, dimmelo tu, nipote mia? Io non arrivo a capirlo.
E poichè ella, curva su sè stessa, aggomitolata, si batteva la fronte con le dita riunite, Vittoria andò a sedersele accanto e sorrise, tanto quel dispiacere le sembrava esagerato.
– Ma che cosa vi piglia, zia? Volete cambiare il mondo? Mikali è uomo come tutti gli altri.
– Quando era povero non si ubbriacava, non aveva vizi; era buono come l’oro. Perchè adesso che è l’uomo più fortunato degli stazzi è diventato così?
– Perchè non lo domandate a lui?
– Poterlo, nipote mia! Ma egli non si lascia avvicinare e con me è diventato più superbo di un vescovo. Passa davanti a casa nostra e non entra, e se qualche volta viene ed io tento di dirgli due parole egli si alza di scatto e se ne va. Anche tua madre, anima mia, tua madre che non butta le parole al vento, oggi quando il vecchio fattore venne a dirmi, beffandosene: Zizza Paddeu, va e dividi le due femmine che litigano per Mikali bello: ebbene, tua madre osservò: Vittoria ha peccati da piangere, con quello lì…
Vittoria si volse e con la mano diventata dura come un artiglio si aggrappò all’omero della zia:
– Zia, maledetto il peccato mortale, che dite?
I suoi occhi spalancati brillarono feroci, verdognoli, come quelli d’una tigre.
– La verità, nipote mia.
– Contatemi tutto… E non dite una parola falsa, in nome di Dio: a una donna nel mio stato non si deve mentire.
– Sentimi, Vittoria, ti dirò tutto; non credere che lo faccia per gelosia o per malanimo. Sono io che ti ho messo in braccio a Mikali, e senza di me non vi sareste più veduti. Io voglio che egli torni a te; ti dico tutto per scuoterti, anima mia: tu sola puoi fargli sentire la ragione, tu che lo hai raccolto come un mendicante. Egli va da Ciara, la rana dipinta, e questo lo sapevi e lo sopportavi… Ma quello che non sopporterai è che egli va anche da Ignazia, la tentazione nera. Taci, anima mia, non strillare… le grida non fanno nulla…
Vittoria, col viso sulla spalla della donnina, dava dei gridi rauchi, torcendosi come stesse per partorire.
– Oggi poco fa, egli uscì da casa di Ciara e andò da Ignazia; e questo accade spesso. Ebbene, oggi è avvenuto uno scandalo. Ciara, appena Mikali fu da Ignazia, lo rincorse e le due rivali litigarono per lui, in sua presenza, disputandoselo come un pezzo di pane… Il vecchio fattore ha sentito tutto, ed è venuto da noi a sbeffeggiare. Adesso tu, anima mia, non fare scandalo, taci e quando Mikali ritorna parlagli come una donna pari tua deve parlargli. Egli non è idiota; egli ti darà retta, Vittoria, nipote mia.
Vittoria, sempre abbandonata sulla spalla di lei, pareva si convincesse e si calmasse; e rimaneva immobile e taceva.
– Vittoria, anima mia…
La donnina la scosse e nonostante le sue raccomandazioni di prudenza si mise a sua volta a gridare: Vittoria era svenuta e scivolava pesantemente dalla cassa, cadendo al suolo come morta.
*
Accorsero le donne e la misero sul letto; ma nonostante i suffumigi e i massaggi ella non rinveniva.
– Che le ha raccontato quella disgraziata storta? – si domandava Andriana, cercando con gli occhi la gobbina; ma la gobbina, spinta dalla paura di aver ucciso Vittoria e dall’odio contro Mikali, correva in cerca di lui.
– Vedi cosa hai fatto di noi? Libertino, mantenuto, vedi dove ci conduci con le tue male azioni? – diceva a voce alta, correndo come un folletto nel crepuscolo. Davanti allo stazzo Zoncheddu si fermò di botto. Vedeva frate Zironi, sceso dal monte per andare a confessare Battista, avanzarsi zoppicando, appoggiandosi al bastone: scarno, col viso scavato coperto di peli, aveva però gli occhi brillanti come le prime stelle di quella sera limpida e fredda.
– Corri come un gomitolo, figlia: dove vai? – domandò senza fermarsi.
– Il Signore vi manda incontro, frate mio! Correte allo stazzo; Vittoria sta male. È caduta ed è svenuta. Io corro in cerca di quella croce di Mikali… quel libertino… che non ha cura di sua moglie.
– È caduta? S’è fatta male?
– Pare di no, ma non rinviene.
– Niente, niente, – egli disse con calma. – E addosso a me non è caduto un pezzo della vôlta del refettorio? Sono morto? No. Un po’ di zoppicamento, ma adesso col bel tempo passerà. Va con Dio; appena avrò finito da Battista andrò da Vittoria.
Ella riprese la corsa, ansando, come inseguita; sentiva i suoi palpiti, nel silenzio del crepuscolo, e aveva caldo come sotto il sole d’estate. Lo troverebbe? Dove? Da Ciara o da Ignazia? Era decisa a precipitarsi nelle case delle due miserabili donne come la fiamma di un fulmine, distruggendo ogni cosa. Avrebbe urlato, se trovava là dentro Mikali; avrebbe svergognato l’ostessa davanti a tutti i suoi avventori, avrebbe costretto quel burlone turpe di Pancraziu a frustare sua moglie.
Si fermò a riprendere fiato davanti al paesetto. Tutto intorno il cielo brillava come un cristallo dietro cui si spegnesse un incendio; la luna sorgeva fra due poggi neri, in uno spazio verde come un lago, e le casette sotto il campanile, laggiù in fondo alla strada, parevano sospese nel vuoto; e a lei sembrava di fare un brutto sogno; tutto il mondo era bello, ma un mostro, Mikali, vi gettava sopra la sua ombra. Quando fu nella piazzetta della bettola udì gli uomini là dentro giocare alla morra: in lontananza una fisarmonica riempiva la sera coi suoi gemiti disperati e l’urlo di una maschera ubbriaca accompagnava ad intervalli quel lamento che non cessava mai; ed ella ebbe l’impressione che laggiù, dietro il paesetto, qualcuno morisse.
La tristezza e la paura vinsero la sua rabbia; nella cornice della porta della bettola vedeva come in un quadro fumoso i visi degli ubbriachi, rossi e neri sullo sfondo delle ombre che danzavano sulle pareti; le mani dei giocatori di morra si agitavano scure nel chiarore giallognolo come foglie alla luna, e alcune maschere camuffate con pelli lanose, con musi di animali, davano al luogo un aspetto di caverna.
Sotto la lampada, Ciara s’appoggiava al banco fra i bicchieri scintillanti, con la guancia sul pugno, gli occhi bassi, come addormentata; quando vide la donnina sulla porta trasalì e le corse incontro.
– Mikali non c’è?
– Non è qui, gioiello mio. Perchè lo cerchi? Vittoria…
– Non nominarla, chè bestemmi, femmina mala! – disse la gobbina, guardandola coi suoi occhi che pungevano come spine. – Andrò a cercare Mikali da Ignazia.
E via come il folletto svoltò, fu davanti alla casupola illuminata da un triangolo di luce lunare; anche là si sentiva quel lamento lontano, quell’urlo di agonia, e a lei parve che in quel momento Vittoria morisse. Un passo pesante e incerto risuonò alle sue spalle e Pancraziu, che tornava a casa ubbriaco, la prese per di dietro sotto le ascelle, la sollevò e la fece volteggiare in aria.
– Che cerchi, qui? Andiamo al ballo, tu ed io, poichè mia moglie non vuol venire. Ah, tu credi ch’io sia ubbriaco? Traballava più di me il mio padrone, così Dio mi assista, poco fa, mentre andava allo stazzo Zoncheddu.
Ella si svincolò e corse di nuovo nello stradone. Ma di nuovo arrivata al punto ove una notte Andrea s’era fermato guardando la stella della sera, rallentò il passo per riprendere respiro. Nello stazzo brillava un lume, forse alla finestra di Battista moribonda; un lume rossastro che attirava lo sguardo come un occhio vigile nella notte. Un uomo sdraiato sul paracarri dello stradone, col gomito sulla pietra e la testa sulla mano, fissava gli occhi alla finestra, e non si mosse finchè la gobbina avvicinandosi non gli soffiò sul viso il suo alito ansante.
– Mikali!
Egli balzò a sedere, s’accomodò la berretta che gli cadeva dal capo e guardò la donna senza parlare, vinto a poco a poco da un furore ardente. Lo spiavano dunque? Gli mettevano alle calcagne quel cagnolino ringhioso per sorvegliarlo e tormentarlo anche fuori di casa?
– Mikali, che fai qui?
– Quello che mi pare e piace…
– Mikali, è un’ora che corro affannata per cercarti… Vittoria sta male… Corri, va, testa matta…
Di tutti gli insulti che aveva preparato, non seppe dirgliene altro; ma bastò perchè egli prorompesse: si gettò su lei, la prese per gli omeri e la scosse, cercando di buttarla a terra.
– Pipistrello nero, ti schiaccio! Neanche nella strada mi lasciate in pace? Vittoria sta male? Va e chiama il dottore allora, non chiamare me! Va, mi avete messo sotto i piedi come uno straccio, e adesso mi spiate, gli avoltoi ti ronzino intorno, storta! Va…
– Sei pazzo, Mikà, sei pazzo furioso; sei ubbriaco fracido, non ti vergogni? Buttami pure per terra, ma va da tua moglie… Essa muore per colpa tua… come quella lì davanti! Non ti bastava una… no… due ne volevi far morire…
Mikali sentì come una puntura alle viscere; lasciò la donnina, che gli si risollevò davanti deforme e inesorabile come il rimorso, e s’avviò allo stazzo di sua moglie. Cercava di camminare dritto e rapido, ma ogni tanto barcollava: s’accorgeva di essere ubbriaco e non voleva parerlo; e la gobbina lo seguiva, paurosa ch’egli si pentisse e tornasse indietro, ma pronta a tutto per ricondurlo a casa.
Quando arrivarono, lo stazzo era tranquillo; Vittoria sedeva accanto al fuoco con le mani sul grembo; zia Marianna preparava la cena, il servo dava il grasso a una soga. Mikali sedette davanti a sua moglie esclamando:
– Dicono che ti sentivi male! – e pure rischiarandosi in viso nel vederla tranquilla, sentì il suo rancore aumentare.
Ella evitava di guardarlo; si rivolse però alla gobbina e le rimproverò d’essere andata a cercarlo per una cosa da niente.
– Chi va male è Sirena; bisognerebbe chiamare il dottore. Ha la febbre alta – disse Marianna Zanche, per sviare il discorso.
– E voi la lasciate sola?
– È rimasta Andriana per darle attenzione.
– E in casa mia occorre che vengano gli estranei, per badare alla mia serva? – gridò Mikali inviperito, ma subito provò una strana impressione; gli parve di essere lui l’estraneo, in quella casa che del resto non apparteneva a nessuno dei presenti; e si pentì d’aver detto «la mia» casa, «la mia» serva.
Gli parve che il servo sollevasse gli occhi dalla sua faccenda e lo guardasse con beffa; e la sua irrequietudine crebbe. Se la prese con l’uomo.
– Che fai là a ungere, stupido? Vattene fuori, vattene a ballare. E che, perchè una vecchia di cento anni muore dobbiamo farci frati?
– Ebbene, – disse l’altro bonariamente, – datemi prima da mangiare e poi vado al divertimento…
– Zia Sirena non muore: se fosse grave, Mikali non manderebbe certo i servi al ballo – osservò Marianna Zanche rivolgendosi a Vittoria come per scusare suo figlio.
– Se Dio vuole, e ci fosse qui il fuoco e noi tutte in mezzo, andrebbe lui al ballo – disse Vittoria, senza guardarlo.
Egli arrossì: s’accomodò la berretta, si guardò intorno come cercando con chi sfogare la sua collera; vide la gobbina che rientrava dopo essere stata dalla vecchia malata, e puntò il dito verso di lei, ridendo goffamente.
– La senti tua nipote che parla come te? Ti ha succhiato il veleno dalla gobba, oggi, ultimo giorno di carnevale…
– Io l’ho nella gobba e tu l’hai nella lingua, il veleno… – ella cominciò con gli occhi lucenti nella penombra; ma non proseguì perchè Mikali aveva preso il ferro da soffiare sul fuoco e minacciava di romperle la testa. La madre però lo teneva fermo: egli urlò:
– Vattene, gobba, malanno a te e a tutta la tua stirpe; non mettere più piede in casa mia…
Allora Vittoria si alzò, tremando, e s’afferrò alla spalliera della seggiola; le labbra diventate azzurrognole non riuscivano a pronunziare bene le parole.
– Tu caccerai via la gente dalla tua casa, Mikali! Questa non è casa tua…
– E neppure tua!…
Egli lasciò cadere rumorosamente il ferro sulla pietra del focolare che ne tremò tutta: si liberò dalla stretta della madre e si avviò verso la porta; le gambe gli si piegavano, gli sembrava che qualcuno lo frustasse a sangue fino a farlo cadere, e un rombo gli riempiva le orecchie. Mai in vita sua, neppure quando sua madre era caduta sulla polvere della strada davanti al cavallo di suo padre, aveva provato una simile umiliazione. Bisognava andarsene. Da quel momento non ebbe altra idea.
La madre però lo seguiva; gli si aggrappò al fianco, lo fermò nel cortile, gli parlò sottovoce, supplicando; egli non sentiva le parole di lei, non capiva che una cosa sola; che doveva andarsene.
Anche il servo uscì colla soga in mano e si mise a scherzare.
– Se non ti fermi ti lego con questa, Mikà! Dove vai; al ballo? Non vedi che tentenni?
Così, un po’ scherzando, un po’ supplicando, riuscirono a calmarlo, ed egli rientrò e cenarono come se niente fosse: solo dopo che Vittoria pallida e calma diede alcuni ordini al servo per l’indomani e andò a coricarsi e l’uomo fu uscito, Marianna Zanche sollevò il viso ansioso.
– Ascolta, Mikali; io ti devo dire una cosa. Hai coscienza, Mikali? Se hai coscienza non trattare così tua moglie.
– Siete voi donne che mi tormentate! Perchè la gobba mi segue e mi spia? Sono un uomo da essere spiato, io? Sono stanco e voglio andarmene.
– Bada, Mikali! Tu non ami tua moglie.
– Nessun uomo al mondo ama e rispetta sua moglie come io Vittoria. Ma io voglio andarmene da questa casa perchè voglio essere anche io rispettato. Madre, questa casa non è nostra.
– Nulla c’è di nostro, nel mondo, Mikali! Siamo estranei dovunque, siamo di passaggio, e dovremo andarcene. Vedi Sirena? Vedi Battista Zoncheddu? Esse se ne vanno senza far rumore nè scandalo. Arriverà anche il nostro turno: ma che almeno il carico da portare via non sia troppo grave.
Egli non rispose. Curvo davanti al fuoco, gli sembrava di avere già sopra le spalle il carico di cui parlava sua madre; e mentre ella continuava il suo sermone, egli senza più darle retta pensava ai casi suoi; o per dire il vero cercava di concentrarsi, di richiamare alla memoria una cosa dimenticata; impressione che da qualche tempo lo opprimeva spesso, anche nei momenti di ebbrezza e di piacere. Ma non gli riusciva di ricordarsi, e aveva sempre l’idea di dover fare qualche faccenda urgente indispensabile per il buon esito dei suoi affari e di lasciarsi sfuggire inutilmente il tempo.
Nulla, nè il vino, nè le donne, nè il pensiero che a giorni sarebbe stato padre, gli rendevano l’antica spensieratezza; e gli pareva d’invecchiare, e passava le giornate in ozio trascurando gli affari di sua moglie; a volte si preoccupava per lo stato di lei, e diceva a sè stesso che, nato il figlio, tutto avrebbe ripreso l’andazzo di prima; ma alla notte tardava a rientrare e s’aggirava ubbriaco intorno allo stazzo Zoncheddu, guardando la finestra illuminata di Battista senza osare di chiedere notizie.
Non poteva avanzare dalla siepe, come se un fosso d’acqua morta senza ponte circondasse la casa. L’agonia lenta della fanciulla lo impressionava più che la morte violenta di Andrea. Gli pareva che egli fosse destinato a cagionare solo del male: tutti quelli che s’incontravano con lui dovevano perire: anche Vittoria fra poco morrebbe; anche lui doveva fra poco morire… Seduto sul paracarri dello stradone, intenerito dal vino, piangeva come un bimbo abbandonato pensando che tutto passa, tutto è inganno, tutto è inutile. Perchè dunque essere così attaccati alle cose del mondo? Poi d’improvviso si scuoteva, ricordando con sdegno i torti che credeva di subire da sua moglie, e l’idea di andarsene in America lo confortava: allora si alzava avvicinandosi di nuovo verso lo stazzo Zoncheddu, pensando di pregare Battista a volergli restituire il vestito di frustagno che ella conservava nella sua casa come la spoglia di un morto. Ma oltre la siepe non osava avanzare.
X
Quella notte però ne sentì finalmente il coraggio: si avanzò rapido, a testa bassa, come volesse sfondare l’ostacolo che gl’impediva il passaggio, e quando fu nel recinto respirò con sollievo.
La luce della finestra della malata illuminava la siepe; attraverso la porta si vedevano i ragazzini raccolti attorno al focolare acceso, insolitamente silenziosi, storditi dall’avvenimento misterioso che si svolgeva nella loro casa.
Mikali sedette come un tempo in mezzo a loro e domandò sottovoce:
– Ebbene?
– Zia Battista muore; sta zitto! – rispose il più grandetto, quello che un tempo gli portava i messaggi di Vittoria; e il più piccolo, con gli occhi rotondi verdognoli spalancati nel viso nero pieno di un terrore arcano, gli si aggrappò alle ginocchia e si rizzò mormorandogli all’orecchio:
– C’è il frate!
Un bisbiglio sorse dal circolo dei bambini taciturni, tosto represso dal comando energico del grandetto:
– Zitti! V’ho detto zitti!
Mikali rimase in mezzo a loro, gigantesco sullo sfondo della sua ombra che oscurava tutta una parete; e non desiderava di rivedere Battista, ma pensava al tempo lontano in cui sedevano assieme anche essi bambini sulla pietra di quel focolare. I ragazzini che gli stavano adesso intorno erano venuti tutti dopo; egli ricordava di averli veduti uno dopo l’altro nel canestro ove li deponevano appena nati, e come lui e Battista ogni volta si rallegravano per l’arrivo di «un bambino nuovo» che portava un po’ di biscotti e di bevande dolci nello stazzo solitario.
La sua fantasia lavorava; visioni incerte apparivano e sparivano come le ombre sulle pareti: ecco un letto di legno con le coltri disfatte, e sopra, una donna che soffre: è Battista, è Vittoria, è zia Sirena?… Nel canestro sopra la cassa, fra pannolini caldi e bianchi come piume di colombo, si agita un neonato tutto rosso, ancora insanguinato, con la testa grossa coperta di lanugine scura e gli occhi gonfi, ancora chiusi e già piangenti… Sì, solo il pianto può aprirgli le palpebre: per questo pare provi gusto a piangere… È uno dei bimbi dello stazzo? È suo figlio? Egli non sa bene ma si turba pensando come si nasce, come si muore, fra il sangue e le lagrime; e si sente sempre più commosso dai ricordi, dalle speranze, dai bisbigli dei ragazzini spauriti, dall’idea che il frate sta lassù nella cameretta della povera Battista per raccoglierne l’anima pura, come la «maestra di parto» raccoglierà nella camera di Vittoria il bambino appena nato.
– È meglio che Battista muoia – pensa, chinando il viso sulle mani, mentre i ragazzini lo fissano e come vinti dal suo esempio tacciono curvando uno sulle spalle dell’altro le testine melanconiche. – Se stava sana ci vedevamo ancora e ci amavamo ancora e cadevamo in peccato mortale. Le donne son tutte donne… io le conosco… sono deboli, sono nate per peccare… povere loro! Ma Battista no… lei no… non era nata per essere come le altre. Il Signore se la riprende per questo… Ella, no, non sapeva neppure baciare… come le altre… era senza malizia… Il maligno ero io… perchè l’uomo nasce con la malizia… Io che ho l’anima nera come il carbone, io che sono pieno di vizi e di peccati e faccio diventare nero e terribile come la polvere da sparo tutto quello che tocco…
Un sospiro profondo gli gonfiò il petto; i suoi pensieri, come nubi correnti, mutarono colore.
– E tutti moriamo, sì, ha ragione mia madre… Ma io voglio partire prima; s’accenda il mondo, ma voglio partire e guadagnarmi un patrimonio. Allora, quando lavorerò sul mio, la malìa che pare mi opprima si scioglierà; dirò a Vittoria: «moglie mia, col patrimonio rubato facciamo celebrare tante messe per le anime loro: col mio possiamo vivere bene e in pace». Allora tutto cambierà, io non andrò più alla bettola e le carte mi sembreranno ciò che sono, le mani del demonio, e gli occhi delle donne non mi affascineranno più… Vittoria, moglie mia, un uomo come me non deve vivere sulla roba usurpata… Vittoria mia. Vittoria mia…
Il pensiero di lei lo riempiva di tenerezza angosciosa; il ricordo delle parole sanguinanti di lei non lo abbandonava, no, ed egli anzi ne serbava un’umiliazione ardente; ma era l’umiliazione, era l’affanno nostalgico del bambino percosso e scacciato dalla madre e che ha bisogno di ritornare a lei per consolarsi.
A poco a poco i bambini raccolti intorno videro una cosa straordinaria: dalle dita di lui cadevano sul focolare grosse goccie che al riflesso del fuoco parevano di sangue; e il petto possente di lui stretto dal velluto turchino del giubbone si sollevava e si abbassava come un’onda.
– Zio Mikà, zio Mikà! Perchè piangete? È morta zia? – domandò il maggiore dei fratellini.
E il dolore di lui, invece di imporsi ai bambini, parve scuoterli dal loro stupore: due si guardarono e scoppiarono a ridere; gli altri tentarono di imitarli. Frate Zironi apparve sull’uscio, seguito da Maria Luisa Zoncheddu che gli teneva alto un lume sul capo; e vedendo l’uomo forte che piangeva in mezzo ai bimbi ridenti credette, poichè l’avevano già avvertito di recarsi subito allo stazzo Zanche, che Vittoria anche lei stesse per morire.
– Mikali, – disse curvandosi su lui, – coraggio; sarà niente, andiamo!
Zia Maria Luisa, nonostante l’angoscia che la premeva, s’informò dello stato di Vittoria e se c’era pericolo e se avevano chiamato il dottore. Allora Mikali parve svegliarsi dal suo incubo; ebbe vergogna delle sue lagrime e mentì.
– Sì, Vittoria sta male. Andiamo.
Quando fu nel cortile e rivide la finestra illuminata della morente si accorse di non aver neppure domandato notizie di lei.
– Come sta? – chiese al frate che gli camminava dietro zoppicando e guardando per terra.
– Non passa la notte. Ma è tranquilla; è là nel suo lettuccio come un uccellino malato nel nido. È diventata piccola piccola; non ha più viso, più corpo; non ha che gli occhi ove l’anima s’è raccolta come l’allodola sulla cima azzurra della rupe per spiccare il volo… Sia lodato Dio…
La sua voce, per quanto lieve, risuonava nel silenzio notturno della brughiera; egli camminava guardando il buio, ma la visione della cameretta dove si volgeva il grande mistero, la cameretta bianca e nuda arrossata appena dal chiarore della lampada come dalla luce del tramonto, gli stava sempre davanti.
Continuò sottovoce:
– È là, bianca come la luna che sta per tramontare; ma capisce perfettamente il suo stato ed è contenta; non ho mai veduto una creatura più contenta; è come la serva che torna a casa sua col peculio che le permetterà di vivere libera; è come l’emigrante che torna col sacco pieno d’oro guadagnato onestamente.
A queste parole Mikali trasalì e si fermò: erano arrivati allo stradone e s’era già pentito di aver condotto via il frate mentre Battista poteva morire da un momento all’altro, ma si vergognava di confessare la sua debolezza.
Una volta tanto, però, sentiva il bisogno di dire a qualcuno la sua pena. A chi meglio di frate Zironi?
Frate Zironi per lui non era un uomo; era qualcosa di più e di meno; il cespuglio a cui ci si aggrappa scivolando giù lungo la china; il bastone raccattato per strada, la pietra ove ci si siede stanchi, il lume lontano nella notte; era il confessore di cui, passata l’ora dell’abbandono, ci si può anche burlare.
– Frate Zirò, – disse attirandolo accanto al paracarri, – vi ho fatto venir qui perchè devo dirvi una cosa; ma poi tornate subito là dalla meschina che può aver bisogno dell’opera vostra. Mia moglie non sta male e può aspettarvi. Io dunque devo dirvi… devo domandarvi un consiglio… Io voglio partire; voglio andare in America!
Il frate sollevò il viso e vide gli occhi di Mikali luccicare nell’ombra: lo credette ubbriaco.
– E ti pare adesso l’ora di parlare di queste cose?
– Mi pare, sì! Io voglio partire appena mia moglie sta bene. E voi appunto dovete parlarne a Vittoria. Essa si confesserà con voi: voi le dovete dire: «Vittoria, tu e Mikali vivete nell’errore, con la roba usurpata, e state in discordia perchè, certo, Bakis Zanche nel mondo di là si arrovella sapendo che lo avete ingannato». Egli non avrebbe lasciato la sua roba a Vittoria se avesse conosciuto la verità, come non l’ha lasciata a me perchè scontassi il peccato di mia madre. Dopo tutto era roba sua, non nostra, e lui era il solo padrone. E noi, frate Zirò, io e mia moglie, sentiamo come un peso; la pietra del peccato ci divide. Per questo io voglio andare in cerca di un po’ di fortuna.
Il frate sedette sul paracarri, pensieroso. Che fare? Ricordava che ogni volta che s’era intromesso negli affari dei Zanche, aveva sbagliato: sbagliato nel respingere Andrea dal convento, sbagliato nel consigliare il matrimonio di quei due. Tuttavia, un po’ per amor proprio, un po’ per timore di dare nuovamente un consiglio errato, tentò di convincere Mikali a togliersi di testa la sua idea.
– Ma se son io, Mikali, che per primo ho incoraggiato Vittoria a seguire la sua inclinazione? Era un atto di giustizia che ella doveva compiere; tu piuttosto cerca di evitare i veri peccati; lascia il vino e le donne; lavora qui, che se vuoi hai ben più da lavorare che in America.
– Non posso! Esco di casa al mattino con l’intenzione di accudire ai fatti nostri e come una mano mi spinge altrove… Vado alla bettola perchè non so dove andare… Quando entro in casa o attraverso la vigna o la tanca sento sempre quella mano… Vi dico, è lui è lui che mi scaccia. Mi hanno fatto qualche malìa e quando sono con mia moglie non posso dirle parole buone, e ci guardiamo come nemici, mentre sappiamo di volerci bene… Io devo andare: anche stasera abbiamo litigato e lei mi ha cacciato di casa: certo anche lei è sobillata dallo spirito di lui che non può vederci in pace… Sono disperato, frate Zirò! Se uomo disperato c’è, quello sono io! Ecco che anche questa (accennò alla finestra illuminata della morente) se ne va, e dicono per colpa mia: ed io non le volevo male; io darei dieci anni di vita, così Dio mi assista, perchè viva… Ma sono ammaliato e tutto quello che tocco è maledetto. Tante volte mi è venuta in mente l’idea di venire da voi e farmi leggere l’Evangelo per scongiurare la maledizione che mi perseguita. Voi me la farete questa carità, prima ch’io parta, altrimenti affondo col bastimento e tutto…
– Mikali, io non so cosa dirti. Abbi pazienza; aspetta che sia nato tuo figlio e poi ne riparleremo.
– Ah, no, frate Zironi, è inutile; io partirò: altrimenti non rispondo di me… E voi dovete convincere mia moglie…
La sua voce diventava minacciosa; il fraticello, a testa china, si palpava le braccia scarne con le mani dentro le maniche, e pensava di nuovo alla grandiosa visione della morte. Che miseria la vita con le sue passioni! È il giorno con le sue luci crude e i suoi rumori e il vano agitarsi degli uomini; solo nel silenzio e nell’ombra è la verità – pensava – e sentiva a un tratto una grave stanchezza e il desiderio di chiudere gli occhi e addormentarsi.
– Quello che posso prometterti, – disse dopo un momento di silenzio, – è di cercare di por fine al malinteso fra voi due: lasciala sgravare intanto, e non tormentarla.
– Questo sì, l’ho giurato anche a mia madre; non turberò più Vittoria; ma partirò, con l’aiuto di Dio. Voglio rinsavire.
– Bel modo di rinsavire, il tuo! Andrai laggiù e continuerai la stessa vita; e per di più lascerai qui tua moglie in inquietudine.
– La stessa vita! – disse Mikali curvandosi sul frate. – Ah, siete istruito, frate Ziro, ma siete anche stupido! Io andrò via appunto perchè sono stanco di questa vita di qui… Tutto mi dà fastidio, uomini e donne: queste più di tutto… Oggi due di esse hanno litigato per me… Che vergogna! E un’altra mi si aggrappava alle gambe come un ragno… Che schifo, così Dio mi assista! Mi sembrano bisce… Io sono nauseato di loro. Andrò in un posto che so io, in America: ho letto una lettera di un mio amico, partito l’anno scorso, e che vive in un posto solitario ove non passano che treni e treni e treni, e tutt’intorno a perdita d’occhio è nero, come qui nelle notti d’inverno. Passano i treni e solo il loro lume rischiara ogni tanto come un lampo il luogo deserto. Il mio amico dorme di giorno e veglia alla notte; dirige per un grande tratto della linea i guardiani dei mucchi del ferro che deve esser caricato sui treni; prende settanta scudi al mese e ne spende neppure un terzo… Io andrò là, egli mi ha scritto che se io posso impiantare laggiù una rivendita di vino e di pane, in poco tempo divento ricco. Ecco la lettera, è qui, in fondo alla mia berretta… Voi credevate ch’io parlassi così, senza fondamento? E i denari, direte voi? Io non domanderò un centesimo a mia moglie; m’uccidano, se mentisco: so io a chi rivolgermi… sì. E così vi dico; laggiù io non vedrò che la gente che passa sui treni, e intorno sarà solitudine come al vostro convento.
Il frate sospirò due volte; ricordava il povero Andrea in cerca di solitudine. Si alzò e sospirò ancora, a testa bassa, a occhi chiusi: e pure continuando ad ascoltare i discorsi strani di Mikali sollevò il viso, vide di nuovo il chiarore della finestra di Battista e un sorriso gli illuminò gli occhi: eccolo, il faro; lassù era la pace, la barca pronta per il grande tragitto; tutto il resto, non era che il moto vano delle onde.
– Allora io ritorno da Battista; ci rivedremo poi, – disse avviandosi.
Mikali lo riaccompagnò; e poichè Maria Luisa Zoncheddu, intenta a ficcare un cero in un candelabro nero, si volse curiosa interrogandolo con gli occhi, le disse sottovoce:
– Il mio servo ci è venuto incontro per dirci che Vittoria sta bene. Allora siamo tornati indietro perchè è meglio che frate Zironi stia qui.
– E dopo un momento di esitazione aggiunse: – come va?…
– Muore.
– Si può vedere?
La donna, col candelabro in mano, lo guardò ed egli diventò pallido.
– Zia Maria Luisa!… – disse con una voce chiara ch’ella non gli aveva mai sentito. – Siamo nati per errare…
– Vieni, figlio mio. Ma non farti vedere perchè essa ha la coscienza lucida e capisce tutto.
Salirono la scaletta e la donna depose il candelabro sul pianerottolo, accanto ad altri che ne aveva già preparato: nella stanza che precedeva quella di Battista alcune donne sedevano, al buio, in attesa; l’uscio era socchiuso e una striscia di luce rossa attraversava l’angolo oscuro del pavimento.
Mikali s’appoggiò alla parete, e quel buio, quel raggio di chiarore, la voce sommessa del frate che dentro la camera della morente mormorava una preghiera in latino, l’odore triste che gravava intorno come un peso, – odore di morte, – tutto gli faceva pensare al luogo lontano oscuro desolato e ignoto ov’egli voleva andare. Notti e notti sarebbero passate così, in quella tristezza, in quell’attesa; eppure in fondo al cuore ne sentì un sollievo, un piacere crudele: e per la prima volta in vita sua conobbe la voluttà del dolore.
*
Allora volle vedere la morente e sottovoce pregò Maria Luisa di aprire l’uscio. E l’uscio fu aperto e tosto richiuso; ed egli vide e non dimenticò più. Come in un quadro illuminato da un lampo gli era apparsa la cameretta rossastra; e sul lettuccio bianco oscurato dall’ombra del frate, il fantasma della fanciulla seduta appoggiata ai cuscini, così ferma e diafana che pareva davvero dipinta, coi capelli dorati divisi in due treccie piatte intorno al viso azzurrognolo, gli occhi chiusi, il naso, la bocca, le mani già fatte di ombra.
Solo allora egli intese cos’è la morte.
Neppure davanti al cadavere di Andrea aveva provato tanto sgomento; e dimenticò tutto, la moglie, il figlio, i beni terreni; e quando alla voce monotona del frate si unì il rantolo della morente, si lasciò cadere in ginocchio, freddo di terrore.
Ma il rantolo si raddolcì, parve il mormorio del bimbo che si addormenta e accompagna dal regno dei sogni il canto della nutrice: allora al terrore e al dolore egli sentì seguire un vivo sentimento di pietà e il desiderio che tutto finisse presto.
E ben presto Battista entrò nell’estrema agonia; le donne portarono silenziose i candelabri intorno al lettuccio e uno dopo l’altro li accesero. Scorgendo Mikali immobile nel suo angolo, inginocchiato, coi gomiti su una sedia e la testa fra le mani. Maria Luisa andò e lo toccò alla spalla. Egli si alzò, si mise a sedere affranto: vide i ceri accorciarsi, e ad ogni movimento delle persone raccolte nella stanza gli pareva che le fiammelle si scuotessero, come timide e meravigliate, mentre il frate non cessava di pregare, nero fra i candelabri come una nuvola fra le stelle, e il fantasma della fanciulla piano piano taceva e si dileguava.
*
Quando sentì il rantolo smorzarsi e cessare come un suono lontano, e udì il grido delle donne che annunziava l’arrivo della morte, entrò furtivo nella cameretta, appoggiandosi al dappiedi del lettuccio; e come aveva fatto con suo fratello, disse cose puerili alla fanciulla morta, ricordando tutte le promesse che le aveva fatto e non aveva mantenuto.
Ma ella aveva socchiuso gli occhi glauchi e lo guardava di là, di lontano; e gli sorrideva; finchè le donne le abbassarono le palpebre e con un cero spento le segnarono una croce sul viso. Poi qualcuno lo spinse fuori; ed egli se ne andò, inciampando come fosse ancora ubbriaco.
Anche nel suo stazzo c’era luce; la madre preparava il caffè, e sulla spalliera d’una sedia, davanti al fuoco, biancheggiava come una bandiera di pace un pannolino di neonato.
– Mikali, Mikali! Che cosa fai? – disse Marianna Zanche, sollevando gli occhi pieni di gioia e di rimprovero.
– Che c’è?
– Ebbene, hai un figlio… è nato poco fa, sarà mezz’ora…
XI.
La prima volta che Vittoria uscì di casa, dopo il parto, fu per recarsi in chiesa col «bambino nuovo».
Il tempo favoriva la passeggiata; era un pomeriggio tiepido; dalle finestre aperte entrava l’odore della brughiera e in lontananza, tra il verde argenteo dei pascoli, le macchie scure della filirèa pareva galleggiassero nell’acqua.
Tuttavia Marianna Zanche aveva paura che il bambino e Vittoria prendessero freddo.
– È già tardi, – disse guardando l’ombra della casa, – e presto comincia l’umido; sbrigati, palma; ecco qui il pannolino caldo.
Vittoria s’indugiava a far bello il bambino; gli tirò un po’ con un dito di sotto alla cuffia rossa frangiata un ciuffettino di capelli biancastri, gli legò sotto il mento grassoccio i nastri di seta; e come egli ruminava e faceva smorfie di disgusto, e spalancando ogni tanto gli occhi rotondi d’un verde dorato guardava attentamente il soffitto, ella lo baciò, e diede in gridi di ammirazione.
– Il gattino bianco, la mela d’oro! Apre gli occhi, lui, il bello grande, il dominio senza confini! Gesù, Gesù, come è bello!
Lo sollevò, se lo strinse al seno, fece una giravolta, accennò a lanciarlo lontano. Sembrava tornata fanciulla, quando sbatteva la gonna davanti alla sua porta, e i suoi occhi brillavano come l’erba al mattino quando è coperta di rugiada.
– Sbrìgati, palma vera; prenderete freddo. La suocera spiegava la mantiglia di scarlatto segnata con una croce di nastro azzurro; e mentre la stendeva sull’omero e sul petto di Vittoria, si chinò sul bambino e dopo averlo baciato gli fece sul visetto il segno della croce.
– Piccola rondine mia, piccola rondine addormentata…
Una vaga inquietudine, insolita in lei, le velava il viso appassito.
– Chi sa che incontriate Mikali di ritorno. A quest’ora dovrebbe essere arrivato al paese.
Vittoria non rispose. Oramai era abituata alle assenze brevi e lunghe di Mikali, come a un dolore cronico che si fa più o meno acuto secondo le giornate, ma che si sa inevitabile. Ch’egli andasse o venisse, ella era decisa a sopportare tutto: non aveva sopportato l’assenza di lui durante la notte dolorosa del parto? Un uomo che commetteva una simile viltà era capace di tutto. Ed ella era convinta che Mikali si assentava per essere più libero nella sua perdizione: le avevano detto che bazzicava persino dalle fattucchiere, in villaggi lontani: lo avevano veduto su alle rovine del convento, lo avevano veduto con suo cugino Predu il bandito. Due giorni prima s’era assentato dicendo appunto che andava ad accompagnare Predu che s’imbarcava per l’America con passaporto falso.
Quando la mantiglia fu bene distesa; ella vi mise una mano sopra; con l’altra prese un cero e s’avviò, ma passando dinanzi a zia Sirena seduta accanto al fuoco si chinò alquanto e le fece vedere il bambino.
La vecchia non s’era rimessa del suo catarro; verso il tramonto le padrone la costringevano ad andare a letto; ella però si alzava all’alba e faticava tutto il giorno cercando di frenare la tosse che le ronzava e la pungeva in gola come uno sciame d’api; e il suo viso pallido cascante pareva quello di un cadavere che conservasse ancora un’espressione di rimprovero e di minaccia contro i suoi nemici. A volte persino Mikali aveva soggezione a guardarla.
Davanti a Vittoria e al bambino, quel viso morto parve per un momento riflettere il colore della mantiglia e un barlume di gioia rifulse negli occhi spenti.
– Va a San Pietro delle Immagini, – mormorò, senza baciare il bambino.
E come spinta da un comando, Vittoria andò a San Pietro delle Immagini, la chiesetta che era al di là del paese, fra macchie e roccie.
Nella spianata alcune ragazze la raggiunsero, e poichè la fama della bellezza del bambino s’era sparsa nei dintorni, lo vollero vedere, dando in esclamazioni di gioia, chiamandolo il bello grande, la bandiera di seta, il gigante, Bakisio Zanche futuro papa in Roma.
Anche una ragazzetta con un ciclamino in bocca corse giù dalle roccie per vederlo, ma Vittoria lo ricoprì tosto per paura che il fiore gli cadesse in mano, cosa fatale se avviene prima che il bambino abbia compiuto l’anno.
Una vecchia che scendeva i gradini della chiesetta le domandò:
– E come lo chiamate? Andrìa?
– No, Bakis, come il nonno, – disse Vittoria, e si rattristò.
Entrata nella chiesetta, depose il cero sull’altare tra i vasetti di legno dorato e i fiori polverosi irti come cardi secchi, poi s’inginocchiò sul pavimento. Rimase sola; il tramonto dorava l’antico candeliere di legno fasciato di ragnatele che pendeva dal centro della navata; qualche lucertolina attraversava le pareti andando ad abbeverarsi alla pila dell’acqua santa.
Nella nicchia polverosa un piccolo e tozzo San Pietro in legno, con le chiavi nel pugno, la barba nera coperta di ragnatele, sedeva sopra una roccia come un mandriano taciturno; e intorno a lui, su un avanzo di affresco della parete, viluppi di braccia e di gambe, qualche piede, qualche omero, qualche ginocchio, emergevano dallo sfondo verdastro e scrostato come membra di annegati da uno strato di acqua limacciosa.
Vittoria fissava queste Immagini misteriose e più che al Santo domandava a loro, come a potenze ambigue capaci di bene e di male, la protezione del suo bambino. Sapeva bene perchè la vecchia serva l’aveva mandata là.
– Va a San Pietro delle Immagini…
Bakis Zanche andava laggiù a cantare i Salmi, ogni prima domenica del mese: la sua figura gigantesca è ancora lì, bianca e nera davanti alle Sacre Immagini, davanti al piccolo Santo che pare gli offra le chiavi affascinato dalla voce potente, dallo sguardo dominatore di lui.
– Santu Paulu, Santu Matteu, Santu Juanne, – ella pregava cullando un poco il bambino che si lamentava sotto la mantiglia come un uccellino nel nido, – ecco ve lo offro, il mio agnellino appena nato, il grappolo d’uva ancora acerba; proteggetelo, ajutatelo, accompagnatelo, che egli diventi forte come Sansone e savio come l’Imperatore Costantino. Eccolo qui, come il dolce sul vassoio, come il fiore nel cespuglio: prendetelo, presentatelo a Dio: che egli diventi felice come il cervo che corre sui monti, bello come la luna che spunta; Santu Jacu, Santu Andrìa…
A questo nome lagrime di tenerezza e di rimorso le velarono gli occhi; le pareva di svenire; sedette per terra e diede il seno al bimbo, e come il bimbo che si abbandonava a una dolce sonnolenza pure continuando a succhiare, ella si abbandonò al suo dolore pure continuando a pregare. In fondo provava una voluttà triste a nutrirsi di quello che le sembrava il castigo di Dio per la sua colpa d’inganno e di tradimento: l’inganno e il tradimento di Mikali.
– Tutto ho provato, – diceva, continuando la sua offerta, – ma tutto vi offro, Signore mio, Santi miei. Neppure quello che le altre madri domandano posso domandare: che mio figlio rassomigli a suo padre. No, no, vi domando che non gli rassomigli. Mikali mi ha tradita con le serve e con le ostesse, e mi ha abbandonato anche nel parto. Ma sia fatta la vostra volontà, o Signore. Castigatemi pure, castigate me e il mio compagno di colpa, ma che la nostra colpa non ricada su mio figlio come le colpe altrui sono ricadute su noi. Signore, Signore, prendetevi tutta la mia vita, sfogliatela giorno per giorno come un fiore, pestatela come sale nel mortaio, ma che mio figlio sia felice. Amen.
S’alzò confortata e riprese la via. Il sole tramontava e la metà del suo disco fermo sopra la linea del monte le parve un arco aperto su un mondo luminoso, mentre le ombre verdognole della sera coprivano d’umido e di tristezza la terra. Per via la raggiunse la gobbina.
– Ah, da tua madre non sei venuta, ma con le donne ti sei fermata a chiacchierare! E il bambino lo hanno accarezzato, ma la lingua poi l’hanno adoperata, come il coltello sul pane. E dicevano che sei felice, adesso, che non ti manca nulla, dopo che hai corso la cavallina con questo e con quello e hai fatto morire un uomo… E dicevano che adesso Marianna Zanche è contenta, nella casa dond’era stata cacciata; contenta come la volpe che si annida nella tana della lepre dopo che se l’è mangiata viva. Sì, tutte felici, siete, e il prossimo per questo vi odia. Anche Mikali è fortunato; sì, dove trovava una moglie più compiacente di te? Taci?… che pensi? Ecco, questo mi fa rabbia, in verità mia: taci come un santo di legno. Altre volte non eri così…
Vittoria taceva e affrettava il passo; e le pareva di essere leggera come una piuma e che le parole della donnina si sperdessero in aria col sussurro del vento.
*
Rientrando, trovò frate Zironi seduto sulla panca di cucina, pallido, raggrinzito tutto come una foglia secca, con gli occhi dolci infossati.
– Ebbene, che nuove, para?
– Nuove vecchie: è caduto il tetto del refettorio, e lo speculatore ha ordinato il taglio del bosco; ma di lassù non mi snidano, ti dico; finchè rimarrà una grotta, frate Zironi resterà lassù.
– Ma perchè non vi ritirate in qualche altro convento? Dio è lo stesso in ogni luogo.
– Dio sì, ma noi no!
Ella andò a cambiarsi il vestito e sentì zia Sirena che la chiamava dalla sua camera.
– Prima di andartene a letto vieni, che voglio dirti una cosa, palma d’oro, poi reciteremo tutte assieme il rosario.
– Mikali è uscito?
– Non l’ho veduto neppure! È rientrato? Che c’è di nuovo?
La vecchia non volle dirle altro, ma la spiegazione gliela diede frate Zironi appena ella rientrò in cucina.
– Siedi lì, Vittoria, ho da dirti una cosa.
– Anche voi? – ella disse inquieta. – Che c’è dunque stasera?
– Vittoria, – egli cominciò, immobile sulla panca, con le mani entro le maniche e il viso chino illuminato dal chiarore della fiamma, – ciò che devo dirti è grave, e Marianna Zanche può ascoltare poichè ella è in mezzo a voi come il nocciolo dentro il frutto. Sedete lì anche voi, zia Maria, e ascoltate.
La donna sedette per terra, col gomito su una mano e il viso sull’altra; il suo viso pareva di cera, ma gli occhi avevano come un bagliore lontano, che colpì Vittoria.
– È inutile ricordare il passato, – riprese il fraticello. – Esso vive in voi, ed anzi quello che sto per dirvi è l’epilogo di tutto questo passato di errori, dei quali forse ho colpa anch’io… Sì, donne mie: e solo per questo mi sono preso l’incarico di parlare con voi stasera: Mikali mi ha detto che vuol partire per l’America…
– Per l’America? Perchè? – disse Vittoria senza troppa meraviglia. Ma ciò che la sorprendeva era il contegno della suocera. – Voi sapete qualche cosa, madre?
Marianna Zanche le accennò di dar retta al frate.
– Perchè? Per lavorare e guadagnare, dice lui; per far penitenza, dico io. Il Signore lo inspira. Mikali capisce che stando qui, la sua vita sarà sempre oziosa, che i vizi continueranno a incatenarlo come un prigioniero; e vuole andare. Lasciatelo. Uno, due, cinque anni. Lasciatelo. Imparerà a lavorare, conoscerà la vita dura, si abituerà a tutto: tornerà qui che sarà un altro; porterà l’abitudine di lavorare…
– Ma scusate se vi interrompo, frate Zirò, – disse Vittoria un poco ironica, – è diventato matto, mio marito? Gli è venuto un verme alla testa? Se vuol lavorare non può farlo qui? Prenda la zappa e vada al predio.
– Egli non vuol lavorare in terreno non suo.
– Non suo? E di chi è allora? Non mio certamente. Ma mettiamo pure che non sia nè mio nè suo: non è di nostro figlio?
Marianna Zanche, col viso fra le mani, scuoteva lievemente la testa con rimprovero.
– Mio marito dica piuttosto che vuole andarsene perchè è stanco di me, della famiglia. Vuole fuggire il vizio? Ah, mi fa ridere, del riso sardonico, però. Egli vorrà andarsene per essere più libero…
– Vittoria! Non parlare da donna senza senno, – disse allora la madre, sollevando gli occhi infiammati. E Vittoria la guardò con gelosia.
– Ah, egli s’è confidato con voi? Non occorreva dunque che mandasse il frate con l’ambasciata.
– Vittoria, nelle ore di dolore la madre è prima della moglie.
– Dolore, lui? Lui non conosce che lo spasso e il divertimento; per lui non esiste nè la madre nè la moglie e neppure il figlio. Era forse qui quando è nato? No, egli non può dire di aver veduto nascere suo figlio. Egli assisteva altra donna, non sua moglie…
– Adesso hai torto, Vittoria. Tu parli senza sapere, – disse il frate. – Egli era là, sì, mentre la donna moriva: egli assisteva vinto dal terrore non dall’amore; ed è stato forse lo spettacolo della morte ad incoraggiarlo nei suoi propositi di penitenza. Sì, – proseguì curvandosi e come parlando sottovoce alla fiamma che sorgeva in mezzo a loro, – tu non hai dunque capito, Vittoria? Egli si pente della morte del fratello, si pente delle sue colpe, ha rimorso di vivere qui, donde era stato scacciato, e vuol farsi una piccola fortuna per non usufruire del patrimonio di Bakis Zanche. Tu capisci, Vittoria; è inutile che io continui…
– Io credo alle vostre parole, ma non credo alle sue: egli vi ha ingannato, come ha ingannato me, sempre….
– Vittoria, figlia mia, basta! Se tu parli così vuol dire che non conosci mio figlio! Egli vuol partire per penitenza e tu, se non vuoi dannarti l’anima, devi lasciarlo partire.
Era la madre che parlava: s’era drizzata sulla schiena e tendeva verso il fuoco le mani che tremavano come insanguinate.
Vittoria si sbiancò in viso e gli occhi le si riempirono di lagrime.
– Credo anche a voi, madre, – disse dopo un momento di silenzio; – ebbene, che egli vada. Ma non basta questo. Ho anch’io un peso sul cuore e voglio liberarmene. Voglio dare via tutto, voglio anch’io spogliarmi di questa camicia di fuoco. Lo so, lo so; non parlate più, voi due: vi capisco dagli occhi, come voi capite me. Noi viviamo con la roba usurpata, e l’anima di Bakis Zanche ci perseguita col suo odio. Per questo viviamo in discordia. Ma oggi stesso, oggi al tramonto, io lo dissi bene alle Immagini di San Pietro… dissi… prendetevi tutto, ma ridonatemi la pace e salvate mio figlio dall’errore. Dov’è Mikali? – proseguì sempre più eccitata. – Fatelo venire qui; parliamo tutti assieme, combiniamo. Ha paura di parlare con me, mio marito? Chiamatelo: da questo momento io sono disposta ad andare via di qui dove ogni pietra mi brucia i piedi come ferro arroventato. Chiamatelo.
Marianna Zanche si alzò; nulla di meglio anche lei chiedeva: andarsene, ritornare a fare la serva, ma che i suoi figliuoli vivessero in pace.
– Calmatevi, donne, – disse il frate sollevando le mani. – Non sono cose da decidersi così in un momento. Per adesso si tratta solo di lasciare o no partire Mikali. Per partire egli ha bisogno del consentimento della moglie senza il quale non gli concedono il passaporto. Dammi una risposta, Vittoria: Mikali mi attende nello stradone, e così quando egli rientrerà vi intenderete meglio.
– Ma se diamo via tutto, egli non avrà più bisogno di partire. Lavorerà qui.
– Qui non c’è lavoro adatto per lui. Laggiù invece avrà un guadagno sicuro e quando tornerà potrà decorosamente provvedere ai bisogni della famiglia. Dimmi dunque che cosa devo rispondergli.
– Sì, – disse la madre tornando a sedersi rassegnata davanti al fuoco. – Tutto è pronto: egli ha le lettere che gli assicurano il lavoro, e c’è pure, dice lui, chi gli dà i denari per il viaggio.
– E con me taceva! – mormorò Vittoria, nascondendo il viso fra le mani; ma subito tornò a sollevarsi; – ebbene, che egli venga a parlare con me. Dio ci illuminerà.
Mentre Marianna Zanche dava da cenare al frate, ella andò di là nella sua camera per vedere il bambino e raccogliere le sue idee prima di parlare con Mikali: e sentiva una grave tristezza, ma in fondo al cuore anche un senso di gioia; le sembrava che veramente Dio l’avrebbe illuminata e aiutata, e che già doveva rallegrarsi per il ravvedimento di Mikali.
Ma nel corridoio si fermò turbata; vedeva una forma nera accovacciata sul pavimento, nel chiarore della lampadina di Sant’Isidoro.
– Zia Sirena! Che fate qui? Perchè vi siete alzata?
La vecchia si alzò pesantemente appoggiandosi alla panca su cui sedette; tremava tutta e dalla gola le usciva un ronzio che a tratti diventava un sibilo.
– Sono venuta per domandare consiglio al nostro piccolo Santo. Eccolo lì che fa maturare il grano col solo guardarlo. È lì da anni. Vittoria, è lì da prima che nascesse tua madre, colomba mia. L’ho conosciuto lì da quando ero bambina e venivo a chiedere un poco di lievito a Chiara Zanche, la madre del padrone morto: un giorno piangevo perchè ero venuta per domandare un cero per mio padre moribondo, e Chiara Zanche mi prese per mano, mi fece inginocchiare qui; io guardai il santo con questi occhi che allora erano perle e mi parve di vederlo sorridere. Tornai a casa; mio padre campò altri ventanni. E Bakis Zanche urlava quando, più tardi, entrata io qui al suo servizio, lasciavo mancare l’olio alla lampada; e diceva: così verrà meno il tuo senno. La sera della disgrazia lo vidi inginocchiato qui a piangere come un bambino. A te, sì, colomba mia, lo posso dire: una volta sola egli si lamentò con me, quando tornò dall’accompagnare Andrea al camposanto: aveva già la morte negli occhi e mi disse: Sirena, l’uomo forte non deve mai piegare nè a dritta nè a manca, ma forse avrei fatto bene per mio figlio Andrea a dare ascolto al nostro piccolo Santo, quella sera; sì, il nostro piccolo Santo mi consigliava di perdonare. – Hai inteso, Vittoria? Non lasciare andare tuo marito Mikali in America.
Vittoria trasalì e le afferrò il braccio volgendosi a lei tutta ansante.
– Voi pure sapete?
– Io pure so! Mikali è venuto poco fa da me, prima che tu rientrassi, per domandarmi in prestito i denari del viaggio. Gli dissi di sì, ma non glieli darò perchè tu non lo lascerai partire.
– Anche a voi s’è rivolto! A tutti si è rivolto fuori che a me. Io non conto più nulla per lui! Voi sola mi rimanete. E meglio che mi vediate morire – singhiozzò Vittoria, appoggiandole la testa sull’omero. – È il castigo… è il castigo…
La vecchia la lasciò piangere, ma il suo tremito diventava più forte e gli occhi minacciosi rivolti al Santo si velarono di lagrime.
– Non lasciarlo partire. Vittoria! Egli tornerà a te perchè il marito non può vivere senza la moglie.
– Egli vuole andare per penitenza.
– La vostra penitenza è qui. Che egli lavori qui, se vuole! Tu, Vittoria, non rinunziare alla roba dì Bakis Zanche. Tu cammina dritta per la tua via senza volgere nè a destra nè a manca. Essi, di là, saranno contenti.
Il pianto di Vittoria diventò un mugolio disperato: allora la vecchia disse due volte «senti… senti…» senza poter proseguire e ansò, stringendole la mano con la sua mano scarna e forte come un artiglio; poi trasse di sotto al grembiale il libro di Bakis Zanche e cercò una paginetta ch’ella conosceva senza saperla leggere.
– Tutti siamo colpevoli. Leggi qui sul suo libro.
Vittoria si asciugò gli occhi e lesse il versetto che l’unghia nera della vecchia le segnava.
«E Gesù disse: chi è senza peccato scagli la prima pietra…»
La vecchia guardava anche lei la pagina quasi vi sapesse leggere, e ripetè sottovoce:
– Tutti siamo colpevoli. Io, tu, Mikali, sua madre, i morti…
– Andrea no… povera anima!
– Lui più di tutti. Ha offeso il Signore rifiutando la vita come uno che rifiuta un dono perchè non gli sembra abbastanza prezioso. E Bakis Zanche era un peccatore anche lui. E peccavamo insieme, quando sua moglie era qui… appena sposa. Perchè dunque gettare la pietra? Sai cosa ti dico, Vittoria? Siamo noi che cerchiamo di caricare le colpe nostre sugli altri. Senti, non lasciar partire Mikali.
Entrambe sollevarono il viso: nel cerchio di luce proiettata dalla lampadina, il piccolo santo vestito di rosso usciva dall’ombra della nicchia come da una grotta, guidando i buoi neri sulle cui corna spuntavano i frutti delle quattro stagioni, – l’oliva, la ghianda, l’arancia, l’uva: le spighe si maturavano nella sua mano come nella terra di luglio ed egli spingeva il carro verso i campi ove fa sempre sereno.
*
Come un peso cadde dal cuore di Vittoria; la mente le si snebbiò e vide chiaro ciò che doveva fare.
Ajutò zia Sirena a mettersi a letto, ripose il libro sotto il guanciale e promise di ritornare dopo il colloquio con Mikali.
E attese nella sua camera: tutto là dentro era in ordine, e sotto il basso soffitto di legno i vecchi mobili dormivano circondati dalla loro ombra, e il letto era bianco come la sera delle nozze. Come era possibile lasciare partire Mikali da quella casa ove egli, nei primi tempi dopo il matrimonio, l’aveva amata fino a farle dimenticare i fantasmi che la circondavano? Adesso toccava a lei; ma il cuore le batteva, come quel giorno in riva al torrente, quando avevano rifatto la pace. Si sentiva debole, davanti a lui, e prevedeva che egli, appunto come in quel giorno, le avrebbe rinfacciato di essere stata lei a creare la loro sorte. E in ultimo se ne andrebbe lo stesso, senza il consenso di lei, lasciando la casa vuota e buia, e lei sola in mezzo alle tenebre ed ai fantasmi.
Mise il bimbo nella piccola culla e per addormentarlo si inginocchiò e cominciò a battergli lievemente una mano sulle braccine fasciate, improvvisando una ninna-nanna:
Mai mi benzas mancu,
Su puzone biancu,
Dormi e ista chin Deu
Prend’ e consolu meu…9
Cantava, ma il suo pensiero andava, nelle tenebre dell’avvenire, triste e smarrito; anche quando il bambino chiuse gli occhi ella continuò la ninna-nanna; e la sua voce tremava e le sue lagrime cadevano dentro la culla come dentro una tomba.
XII.
Mikali aspettava il frate, seduto sul paracarri dello stradone. La sera cadeva tiepida e calma come un crepuscolo d’estate; la luna nuova tramontava verdognola sull’orizzonte chiaro, e da un punto lontano arrivava un suono di fisarmonica come nelle sere di festa.
Egli batteva il tacco delle sue scarpe sulla pietra del paracarri e pensava alla notte in cui aveva costretto il ragazzo zoppo a suonare e cantare sotto la finestra di Vittoria. Ma i ricordi non lo intenerivano più; lo irritavano piuttosto, di una lieve irritazione che svaniva presto per dar luogo a un senso di vuoto e di stanchezza. Come il frate tardava ed egli era stanco, si buttò lungo disteso sul paracarri col braccio sotto la testa, un piede sull’altro; la luna gli batteva sul viso; ed era invecchiato, quel viso, dimagrito, con le guancie coperte dall’ombra della barba non rasa da più giorni: senza i capelli lunghi e trascurati che gli spiovevano di qua e di là delle tempie, avrebbe ricordato quello di Andrea nei suoi ultimi giorni. Perchè egli non curava più in sua persona: come poteva farlo, con quella smania di errare, di qua e di là, dall’ovile al predio, da Monte Nieddu al mare, appunto come perseguitato dall’ombra del fratello?
La stanchezza gli chiuse gli occhi; e nel dormi veglia gli sembrava d’essere ancora in viaggio con suo cugino Predu che se ne andava in America munito di passaporto falso. Egli lo accompagnava fino a Golfo Aranci. Viaggiavano a piedi.
Una prima tappa la fecero dopo gli stazzi di San Teodoro: accesero il fuoco con l’acciarino e Predu trasse dalla bisaccia un agnello già cotto e una zucca di vino.
E cominciarono a scherzare: erano giovani e pieni di vita entrambi, e la loro vita era così, come il paesaggio intorno, con sfondi oscuri, con chiarori di fuoco e di stelle, e un po’ di azzurro in fondo.
Scherzavano a proposito del vestito di frustagno indossato da Predu.
– Cosa mi sembri, cugino mio! Così Dio mi assista, un mendicante mi sembri. Hai fatto anche il viso del forestiere bonaccione.
– Pensare che lo indosserai anche tu, Mikali, bello grande! Sembrerai un carbonaio.
– Ah, io no; andrò vestito così.
– Per farti correre addietro gli americani? Del resto anche De Rosas era vestito così, e qui, nell’interno della giacca, aveva questo… Così poteva con facilità trarre l’arma per difendersi – disse Predu rivoltando la falda della giacca: e Mikali vide una specie di stretta saccoccia ove era infilato un pugnale.
– A cosa ti servirà? – domandò con pietà sprezzante. – A tagliare il pane nero degli emigranti…
– Meglio pane nero in libertà che pane bianco in cella. Che faccio io qui solo come una fiera?
Allora tutti e due cominciarono a rievocare i bei tempi passati; e sullo sfondo della collina rocciosa, al di là del chiarore del fuoco, credevano di veder passare le grandi ombre dei banditi famosi, con un rumore di cavalli al galoppo ed echi di urla ferine e di rombi di fucilate. De Rosas aveva un convegno notturno con la sua madre adorata; e la vecchia dolente gli domandava una grazia ed egli prometteva e giurava sulle reliquie che teneva sul seno che avrebbe tenuto la promessa.
– Figlio delle mie viscere, tu non farai male a nessuno degli abitanti di Cossoìne…
Un grido cupo come un tuono attraversò la notte. A Cossoìne vivevano i più feroci nemici di De Rosas e col giuramento fatto alla sua madre amata egli rinunziava al proposito di sterminarli. E per tutta la notte si aggirò nella foresta, colpendo i tronchi delle querce col suo pugnale, finchè, sfogato il suo dolore, cadde al suolo come morto.
E dopo De Rosas sorgeva il bandito Corbeddu, vestito di rosso e con la barba bianca. Ferito, col giubbone lacero i cui lembi si confondevano con le strisce di sangue che colavano dal suo petto rotto, cercava ancora di difendersi, dietro una roccia, come gli antichi padri fra i macigni dei nuraghes; e un fanciullo, poichè figure infantili sono sempre apparse nei quadri foschi di queste epoche barbare, gridava come la voce stessa delia terra selvaggia: «Coraggio, zio Corbeddu, coraggio!»
Poi seguivano i banditi di Gallura, e gli ultimi del Nuorese, raccolti come un branco di cinghiali nelle foreste di Orgosolo, assediati da un vero esercito deciso a disperderli.
Tutto adesso era finito, e dal fosco passato già sorgeva la leggenda come il miraggio di nuvole che in quella dolce sera scendeva sull’orizzonte dalla collina alla spiaggia, e pareva una fila di cavalli bianchi con eroi fantastici in sella, armati d’argento, con stendardi azzurri e bisacce d’oro, diretti al mare ove li attendeva il Re di Tavolara.
Anche Predu se n’andava, ma non con loro. La terra lontana che attirava i piccoli uccelli migratori richiamava anche gli avoltoj, ed essi abbandonavano le roccie sparse di avanzi di rapine, per volare laggiù, come verso una pianura ove la preda era facile e abbondante.
– Almeno laggiù mangerò tutti i giorni e del mio – egli disse, quando si rimisero in viaggio. – Non ho da mettere da parte per ritornare; mi sparino, voglio ingrassare come un signore. Quando uno è grasso è anche insensibile.
– Io invece ritornerò – disse Mikali, con voce già nostalgica. – Se vado è per ritornare.
L’alba copriva di un velo azzurro le roccie che si spingevano come scogli fino al mare, e in alto i due uomini videro come una piccola barca nera a due vele, navigante nell’azzurro, e così Predu potè salutare l’ultima aquila della sua terra. Lo scheletro d’un cavallo attraversava il sentiero, e all’osso d’una zampa stava ancora attaccato un ferro arrugginito.
– Lo hanno spolpato le aquile – egli disse. – Si rassomiglia a me!
– Tu non hai più neanche un ferro, Predu Zanche! Persino quelli hai perduto!
– Non importa. C’è il bastimento che trotta per me!
E continuarono. Mikali derideva il cugino, ma pensava sempre al giorno in cui sarebbe andato a raggiungerlo, e raccontava storie di santi e dell’imperatore Costantino come i mendicanti seduti all’ombra delle chiese campestri. Così arrivarono al porto. Gli emigranti aspettavano l’ora della partenza, coi sacchi, i bastoni, gli involti, come pellegrini vestiti di frustagno ma col viso ancora segnato da linee di fierezza, a momenti oscuro di diffidenza, a momenti illuminato di speranza. Alcuni però, già stati in America, vi ritornavano; e il loro viso era coperto di una maschera ambigua, gli occhi sapevano; i vestiti di velluto verde a righe ricordavano le praterie di laggiù, le foreste senza poesia, ove l’uomo primitivo cessa di esser tale per diventare il barbaro moderno.
Predu fu l’ultimo a salire sul piroscafo. Mandò un grido per salutare Mikali, e Mikali rispose con un grido: poi vide la figura del cugino confondersi con la massa terrea degli altri emigranti, e il piroscafo sparire come sommerso dal mare.
Era la vecchia Sardegna che se ne andava.
XIII.
Il passo del frate lo svegliò: rabbrividì; gli pareva ancora di sognare, con quella figura nera davanti, illuminata dalla luna al tramonto.
– Mikali, va. Tua moglie ti aspetta.
– Che vi disse?
– Che non c’era bisogno di ambasciatore. Non te lo avevo detto anch’io? Un marito e una moglie si devono intendere fra loro; e se non s’intendono nessuno li può mettere d’accordo.
Mikali sbadigliò. Le sentenze del frate lo avevano sempre annojato.
– Ditemi che cosa ha deciso Vittoria: questo solo voglio sapere.
– Nulla, ha deciso. Come poteva farlo così in un momento?
– Io lo sapevo che non concludevate nulla, frate Zirò. Non siete buono a niente, così Dio mi salvi.
Il fraticello sospirò, con la testa curva da un lato fissando le sue maniche che parevano vuote. Lo sapeva, sì, che non era buono a niente; ma perchè confessarlo?
– Voi andrete ancora, frate Zirò; voglio una risposta definitiva. Sono in fondo al burrone e voglio uscirne. Voi credete che parto per divertimento? Ah, io ho paura del mare, e ogni notte sogno d’imbarcarmi e di naufragare in vista della terra natia. Io voglio partire presto per togliermi da questo male: spero di tornare presto e ho fatto voto di riedificare a mie spese la chiesetta del vostro monte, se scampo dai pericoli e torno sano e salvo. Dunque, andate da Vittoria per farvi dare il consentimento.
– Ah, no, figlio caro, ti sbagli. Adesso basta, io non metterò più piede in casa tua; non scenderò più giù dal monte. Sono stanco, zoppico, voglio morire in pace. Sì, la morte si ricorderà di me, verrà a me come il corvo ad Elia.
– Frate Zirò, vi bastono, – disse Mikali fra la minaccia e lo scherzo: ma il frate raccolse un fuscellino e glielo porse:
– Ecco il randello; questo basta per atterrarmi.
– Ditemi almeno cosa pensa mia moglie.
– Essa è disposta ad intendersi con te. Va dunque, io non so predicare, anzi corro sempre il rischio di far fare alla gente il contrario di quello che dico. Adesso, per esempio, fra te e tua moglie non so giudicare chi ha ragione. Dov’è la verità, Mikali Zanche? Qual’è la mano buona? La destra che fa il bene ed il male, la sinistra che si rifiuta all’uno e all’altro? Quali colpe scontiamo? Le nostre o quelle altrui? E quali sono le nostre e quelle altrui? È tutta una catena, Mikali Zanche, e dobbiamo tirarla tutti insieme, ecco cosa ti dico! Io vivevo tranquillo come la lucertola, fra le mie pietre, ed ecco che un giorno ho sentito come un grido, sono sceso credendo di aiutare e invece ho spinto chi cadeva e sono caduto anch’io… Mikali Zanche, sai una cosa? Io non sono più tranquillo per colpa vostra: la mia anima adesso zoppica come il mio piede: nè tu, nè tua moglie, nè tua madre soffrirete mai come soffro io per i fatti vostri. Ma adesso lasciami andare. Vedi; che tu parta o rimanga è lo stesso. Penitenza l’una, penitenza l’altra, se tu non ti metti in mente di seguire i precetti di Cristo: amatevi gli uni con gli altri. Io ho cercato di convincere tua moglie, per contentarti, e cerco di convincere te per contentare lei. Ma siete entrambi in errore. Volete tirare la catena dal vostro lato, e più la tirate e più vi fate male. Addio.
Mikali l’afferrò per le spalle e lo fermò.
– Aspettate! Ditemi almeno cosa devo fare! Che cosa vi costa dirmi almeno questo?
Il fraticello taceva e pareva disposto a non pronunziare più parola. Mikali si fece supplichevole.
– Non ve ne andate così, frate Zironi mio! Non son cattivo, io: se qualche volta minaccio è per abitudine. Se andrò e tornerò salvo vi accomoderò la chiesa del convento e faremo la festa… e se non andrò, e voi non vorrete più scendere… sarò io il corvo che vi porterà il pane… Frate Zirò, non lasciatemi così. Ve lo dico sulla mia coscienza; io adesso ho paura di presentarmi a mia moglie…
Il frate rimaneva fermo; muto; come la preda sotto la zampa dell’avoltojo: la luna bassa sull’orizzonte gli circondava di un’aureola d’oro la testa grigia. Mikali gli appoggiava le mani sugli omeri e sentiva un folle desiderio di premerlo, atterrarlo, e nello stesso tempo di abbandonarsi su lui e gemere di gioia e di dolore.
Gioia per la speranza di non partire più, dolore per l’umiliazione di rimanere.
– Un uomo come me ubbidire a una donna!… Frate Zironi, fratello mio, padre mio, consigliatemi…
Ma il frate pareva diventato di legno, con l’aureola intorno al capo come i santi sull’altare: e così sparve, quando l’uomo lo lasciò libero, e nessuno lo vide più.
*
Quando Mikali rientrò. Vittoria stava ancora accovacciata presso la culla, nella camera silenziosa.
– Dorme? – egli domandò sottovoce guardando dall’alto il bambino. – Alzati, Vittoria, dobbiamo parlare.
Anche lei rimaneva immobile come il frate, con un braccio sopra la culla e l’altro abbandonato sul fianco fino al pavimento ove la mano giaceva inerte.
– Frate Zironi… – disse Mikali, afferrandosi nervosamente al pomo del letto. – Frate Zironi…
Voleva mentire, dire che il frate gli aveva comunicato l’adesione di lei; ma non potè. Ella sollevò il viso, con quei suoi grandi occhi liquidi e profondi che lì in basso nella penombra brillavano come laghi lontani.
– Ebbene? Frate Zironi?
– Ti avrà detto…
– Mi ha detto, sì. Io non acconsento.
Attese palpitante una scena di furore. Mikali però aveva abbassato la testa e fissava nella sua mano il pomo del letto; e più egli taceva più ella aspettava con ansia, e una grande meraviglia la colse quando egli disse distratto:
– Tu non acconsenti? E perchè?
– Perchè no, Mikali. La tua è una pazzia ed io non devo permetterla. Tu sei capo di famiglia, oramai. Sarebbe tempo che tu lo capissi.
Egli non rispose e Vittoria cominciò a irritarsi per la calma di lui.
– Non occorreva mandarmi un messo, per dirmi questa sciocchezza. Tutti lo sapevano fuori che io. Non ti sono più nulla, io?
– Avevo paura di farti male: eri, sei debole ancora.
– Ah, ecco perchè non grida e non s’impone… – ella pensò con amarezza. – Ah, disse riabbassando la voce. – Per questo? E quando sarò rimessa in forze? Ah, Mikali, debole o forte io non acconsentirò mai…
– Potrei andarmene anche senza il tuo consentimento.
– E allora perchè non lo fai?
– Sì, lo potrei – egli ripetè animandosi ma non molto. – Predu Zanche è partito col passaporto falso!
– E fallo tu pure, se credi! Ma bada a quanto ti dico stanotte, Mikali: se tu vai via di qui non ci rimetterai più piede in tutta la tua vita.
Allora egli diede un pugno al pomo del letto e si chinò su lei stringendo i denti.
– È questo appunto che voglio!
Ma ella sorrise, un sorriso ambiguo, triste e crudele, ed egli gridò:
– È questo! E anche tu uscirai di qui e non ci rimetterai più piede.
– Io starò qui, Mikali! Nessuno può costringermi ad uscirne.
– Nessuno? Io, ti costringerò…
– Tu? – ella disse con disprezzo. – E come?
E il suo braccio inerte si sollevò minaccioso, si piegò con la mano fissa sul fianco in atto di sfida.
– Come, Mikali? Dillo, come?
Mikali si passò una mano sugli occhi; vedeva rosso, come la notte della serenata; desiderò uccidere la donna, e un sudore di morte lo gelò tutto.
– Tu vuoi ridere, Vittoria… come facevi un tempo… ma non ti riesce… – disse tremando. – Io andrò a San Pietro delle Immagini, quando c’è messa… e m’inginocchierò in mezzo alla chiesa, e griderò… mentre il prete legge il vangelo… griderò: Sentitemi, cristiani, io e Vittoria mia moglie abbiamo usurpato i beni di Bakis Zanche… lo giuro qui, qui, dove Bakis Zanche veniva a leggere il libro davanti alle Sante Immagini. Dirò: cristiani, sappiatelo, io non avevo coscienza. Dio mi ha aperto gli occhi, ed io voglio restituire il mal tolto, io voglio andare a lavorare onestamente, e mia moglie non vuole. Un uomo come me non deve vivere con la coscienza così come un cane che lo morde ai calcagni: non deve vivere con la roba usurpata, non deve vivere come Caino! Questo dirò e non altro. Ah, taci adesso?
Vittoria s’alzò, smarrita.
– Mikali, tu sei pazzo!
– Colpa tua! Perchè hai accettato la roba? Lo sapevi che non era tua. Se egli la lasciava a me, io… no, perdio, non l’accettavo!
Vittoria lo guardava dal basso in alto e dall’alto in basso con terrore e con disprezzo.
– Tu? Tu parli così adesso perchè ti vuoi liberare di me. Perchè non parlavi così, quando volevi rompere i muri per entrare qua dentro? Avevi fame di me, dicevi, e adesso che ti sei saziato, tiri fuori la coscienza. Cosa è la tua coscienza? Mikali, tutti i banditi, tutti gli assassini e i malfattori tirano fuori la loro coscienza per scusare i loro delitti e dicono: «ho fatto questo, ho fatto quest’altro perchè la coscienza me lo imponeva!» Sì, tirano fuori la coscienza come la loro borsa, per pagare i loro debiti. L’uomo onesto non parla mai della sua coscienza! – disse come in delirio, come se qualcuno le suggerisse le parole: e sentiva anche lei le spalle bagnate di sudore.
– Anche tu, – proseguì, mentre Mikali la fissava minaccioso e spaurito – anche tu avresti accettato l’eredità, allora, perchè la passione ti portava via. Confessa che sei stanco di me, adesso, della catena che ti sei messo al piede, e ti crederò. Ma non tirarmi fuori la tua coscienza, il tuo dovere. Il tuo dovere è di stare qui, con me, legati alla stessa catena; hai inteso, Mikali? Tu puoi andare in capo al mondo e gridare a tutti, come fai spesso: «un uomo come me fa questo, un uomo come me fa quest’altro!» possono crederci, perchè la gente crede a chi più grida; e tutti diranno: Mikali è un uomo giusto, Mikali è un uomo coscienzioso; ma sarò io, Mikali, sarò io che ti giudicherò. Sono io la tua coscienza, Mikali, – gridò battendosi le mani sul petto che le doleva. – Io, io! Tu non potrai più fare un passo, lontano da me, senza che io non dica: quel passo è falso. Tu non potrai pronunziare una parola senza che io non pensi: Mikali mentisce! Ma non vedi, Mikali, che tu stesso non pensi di partire? Se ascolti bene la coscienza vera, non ti muoverai più dal mio fianco. Non è la roba che ci tiene in discordia, Mikali, – continuò abbassando la voce che si faceva sempre più accorata e supplichevole – anche poveri, anche lontani di qui, lo saremmo lo stesso. È il peccato che ci tormenta, è il tradimento che abbiamo fatto. Invece di correre per il mondo, cerca di emendarti dei tuoi vizi, tu, adesso, come io cercherò di essere una buona madre e mi seppellirò viva in questo luogo di penitenza. Vedrai che tutto andrà bene, Mikali; viviamo in santa pace, per il buon esempio della nostra creatura… Non stiamo più attaccati alle cose del mondo.
Egli ascoltava e andava calmandosi: ogni tanto alzava le spalle, e un’espressione d’ironia tosto seguita da un’aria d’indifferenza gli distendeva i lineamenti del viso stravolto.
Toccò a Vittoria passarsi una mano sugli occhi: s’avvicinò e lo guardò bene, come si guarda un muro liscio insormontabile che si vuole oltrepassare. Non c’era via d’uscita. Ella capì che ogni parola oramai era inutile: che partisse o no, egli avrebbe continuato la stessa via. E un terrore ben diverso da quello provato poco prima le piegò le ginocchia; vide chiaro davanti a tutta la sua vita, e desiderò che Mikali partisse. Ma fu un attimo; le parve di rialzarsi dopo una breve caduta, di avere le forze raddoppiate, e afferrò le braccia dell’uomo, lo scosse tutto come per richiamarlo dal sonno in cui egli cadeva.
– Mikali! Che pensi?
– Non so… – egli rispose come assonnato. – Ho la mente confusa…
– Anch’io ero così, un’ora fa: mi pareva d’essere in mezzo alla nebbia. Ma qualcuno mi ha poi consigliato… Anche tu dà retta al mio consiglio; Mikali, dimmi che mi darai retta…
– Tu sei la padrona; io non sono niente qui, – egli disse infine, rianimandosi un poco; e mentre nei suoi occhi brillava l’antico orgoglio, il viso riprendeva l’antica bellezza. – Io sono stato scacciato di qui prima di nascere e non dovevo rimetterci piede. Ora peggio per me, peggio per l’anima mia! Ma io, per quanto tu dica, sono attaccato a te come la scorza all’albero, e tu a me come l’albero alla scorza. Non possiamo, no, staccarci, hai ragione tu, così Dio mi assista; ma sei stata tu a mettermi queste idee in testa, e adesso quasi me le rinfacci! Fin dai primi giorni che ci siamo sposati tu guardavi intorno spaurita… e me lo dicevi, anche, che avevi paura di vedere qualche cosa… Ma che dico? Lo facevi anche prima, da quando era vivo lui… E senti un giorno, senti un altro, ho finito anch’io coll’essere pauroso come te… Che cosa credi? che io andassi via davvero per il guadagno? che io andassi via allegro, adesso? Allegro lo ero, un tempo; quando ero poveretto e disprezzato da tutti: adesso no, in coscienza mia, non lo sono più! Andavo via col cuore sanguinante; da quaranta e più notti sogno sempre il luogo brutto dove volevo andare. Un luogo oscuro, dove passano solo treni, alla notte… Un luogo come un camposanto: ma pensavo: chissà che Vittoria non voglia venire anche lei? Si andrebbe via contenti, allora. Ma poi pensavo: questa non è penitenza, allora, no, bisogna che vada via solo, ma che lei lo voglia. E tu adesso non vuoi: e tu dici davvero, sei come la mia coscienza; fa tu; tu qui sei la padrona.
– No, lo vedi chi è il padrone? – ella disse, chinandosi per toccare la culla. Ma il bambino dormiva ed era come non ci fosse; e Mikali non pensava affatto a lui.
– Sei tu la padrona – ripetè, senza saper bene quello che voleva dire; e sporse in avanti la testa e allargò le braccia come rimettendosi alla volontà di lei.
Vittoria provò di nuovo un oscuro senso di incertezza. Dov’era la salvezza? E se Mikali aveva ragione? Se era là nel mondo tenebroso dov’egli voleva andare, meglio che qui nello stazzo fra le ombre del passato? L’idea di seguirlo le attraversò per un attimo la mente come il bagliore dei treni notturni illuminava laggiù la solitudine nera descritta da lui. Un attimo solo, poi non ci pensò più: e le parole di Mikali «tu sei la padrona» parvero darle un senso di forza, di responsabilità. Lo prese per mano come un bambino e lo condusse nel corridoio.
Sedettero sulla panca davanti alla nicchia di Sant’Isidoro ed egli si tolse la berretta e se la mise sul ginocchio. Altre volte aveva deriso il feticismo delle donne dello stazzo per il piccolo santo e non aveva mai esitato a baciare Vittoria sotto gli occhi lucenti della statuetta. Adesso non poteva più: si sentiva paralizzato; la sua mano stretta da quella di sua moglie rimaneva inerte come quella di un vecchio.
– Mikali, – ella gli mormorava sul collo, appassionata e materna, – ecco chi mi ha aperto il cuore; il nostro piccolo santo… È lui che non vuole che tu vada via; lui che ha veduto tuo padre soffrire invano per la sua superbia… Mikali… tu hai ragione; sono io la padrona, tu sei mio, tutto mio, e ti tengo e non ti lascio andare. Passerà il tempo; dimenticheremo questi brutti giorni… Mikali… anima mia…
Gli posò il viso sulla spalla e attese. Ma egli lisciava e fissava la sua berretta, a capo chino: a che pensava? Vittoria lo sentiva lontano, più lontano che s’egli fosse stato laggiù nei luoghi oscuri, e avrebbe dato il resto della sua vita per poterlo rivedere come un tempo, ardente di violenza, fosse anche violenza d’odio.
Si sollevò, si riprese, disperata e orgogliosa; agitò le loro mani unite.
– A che pensi, Mikali? Ti sei pentito d’avermi dato ascolto? Non ricomincerai domani la solita vita?
Egli tentò di scuotersi.
– Tu sei la padrona…
Allora ella volle fare dei disegni nell’avvenire.
– Faremo questo, faremo quest’altro; faremo elemosine, faremo riedificare una parte del convento per frate Zironi. Rimetteremo il vecchio fattore nel predio, e tu lo ajuterai, poichè vuoi lavorare. La casa è riattata… (ella arrossì ricordando che Mikali l’aveva fatta riattare per Ignazia) e qualche volta ci verrò anch’io, nel bel tempo, quando c’è la festa a Santa Maria del Mare… e porteremo il piccolo Bakis… e anche tua madre se ci vorrà venire. Rammenti quella volta… quella notte… anima mia? Che bella notte! Non la dimenticherò mai! Mikali!
Un tremito la scuoteva tutta; ma sebbene gli stringesse la mano con esasperazione, sentiva Mikali sempre più freddo, inerte, lontano. Il cuore le si gonfiò; le parve di sentirselo dentro come una cosa dura che le schiacciava le viscere; desiderò morire. Ma tosto ricordò che tutto era per suo castigo, e anche lei abbassò la testa e piano piano lasciò libera la mano di suo marito.
– Mikali, adesso io vado. Vado da zia Sirena che ci aspetta per dire il rosario. Tu parla con tua madre, un momento, per dirle che hai smesso l’idea di partire.
– Va bene.
Mikali si alzò, ella lo seguì con gli occhi tristi. Ecco la figura di lui alta nera preceduta dalla sua ombra si allontanava, si dileguava anch’essa come un’ombra. Volle fermarla.
– Mikali! Dove vai… dopo?
– In paese.
– Non andrai alla bettola, Mikali…
Egli non rispose, non si volse e la sua figura parve sprofondarsi giù negli scalini della porta come in un pozzo. Vittoria sentì che egli era perduto per lei; che sarebbe tornato al vino, al gioco, alle donne; eppure non si lamentò: accettava tutto come castigo, e appunto perchè lo accettava, questo castigo le dava un senso che pareva di umiltà ed era di orgoglio.
Rimase a lungo immobile, in ascolto. Sentì Mikali parlare con la madre, uscire, andarsene nella notte, nel mondo, come se partisse per il luogo oscuro al di là del mare. E questo mare lo sentiva rombare in tempesta entro di lei: era il suo dolore.
Poi, a poco a poco si calmò: andò a vedere il bambino che dormiva, rientrò nella camera di zia Sirena e ravvivò il lumino deposto per terra che rischiarava a metà le pareti ricoperte fino al soffitto dalle ombre dei vagli, dei canestri, dei mobili che la vecchia aveva accumulato attorno a sè come in un furgone pronto al trasloco.
– Rimane – disse appoggiando la mano al guanciale caldo della serva; e sotto sentì qualche cosa di duro; il libro con le immagini di Bakis Zanche. – Adesso diremo il rosario per ringraziare il Signore.
Anche Marianna Zanche entrò, scalza, silenziosa e rassegnata; e allo sguardo di Vittoria rispose con un segno di assentimento. Sì, anche fra lei e Mikali tutto era andato bene; egli aveva promesso di non partire. Tutto riprendeva l’aspetto di prima, tutto era tranquillo e bisognava ringraziare il Signore.
Marianna Zanche trasse il piccolo rosario portato da Andrea, e Vittoria intonò la preghiera.
– Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il nome tuo, venga a noi il regno tuo, sia fatta la volontà tua come in cielo così in terra: dà a noi oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori: non ci indurre in tentazione, liberaci dal male, e così sia.
FINE.

da: http://www.liberliber.it

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