Grazia Deledda – Mezza giornata di lavoro

Non sempre il povero batte invano alla porta del ricco. Con questa speranza il sor Checco si alzò alle sei del mattino, l’altro sabato, vigilia dell’antica Epifania.
Da cinque giorni egli non si nutriva che di erbe e di avanzi di pane dei suoi vicini di casa, più poveri di lui. Da cinque giorni pioveva a dirotto, e la Valle dell’Inferno giustificava il suo nome con la sinistra tristezza dei suoi rigagnoli fangosi e dei cespugli demoniaci impigliati fra le nuvole che gravavano sulle creste delle alture.
Non che al sor Checco importasse il paesaggio, il tempo, il colore del tempo: ma egli aveva freddo e fame nella sua capanna fatta di lastroni di latta, dove gli pareva di essere un’aringa dimenticata nel fondo limaccioso di una scatola; e aspettava che il tempo si placasse per andare in cerca di lavoro.
Lavorava a giornata negli orti e nei giardinetti dei quartieri nuovi, ai quattro punti cardinali della città: specialmente nei giardinetti i cui proprietari non si possono permettere il lusso di un giardiniere laureato.
Ed ecco, quella mattina, il sor Checco sente che è venuta la sua ora buona. Un silenzio cristallino, di fuori: una stella, la grande stella che ancora guida i Re Magi verso Betlemme, ingemma il cielo lagrimoso. L’uomo si alza, cinge il suo grembiale di lavoro e parte. Scende e risale la valle tutta umida e pelosa come una grande ascella della città che stende di qua, di là, le braccia delle sue nuove costruzioni; costeggia il corpo addormentato della metropoli, giù, giù, fin dove il colosso che cresce ogni giorno allunga le sue gambe interminabili.
Laggiù egli conosce un posto dove una volta ha trovato non solo lavoro ma anche bontà; e vi si dirige col cuore sicuro, scuotendosi di dosso il freddo e la fame come gli uccellini che si svegliano sui rami dei pinastri già lucidati dalla vernice del sole.

Questi pinastri, nel giardino davanti al quale egli si è fermato, gli procurano però una delusione. Sono già tutti aggiustati e tosati per bene, in modo che sembrano vasi di smalto verde-oro col coperchio a punta, mentre il cedro del Libano, in mezzo ad essi, ha la forma perfetta di una piramide.
E sotto questi giganti, i numerosi altri alberi, nudi di foglie, hanno l’aspetto di un popolo già ribelle e scapigliato che un dominatore ha messo a posto riducendolo in silenziosa servitù. Sono tutti scalvati, potati, e alcuni ridotti a semplice forma di croce.
Anche le aiuole, ripulite e pettinate, con intorno la loro verde barba di convallaria, dichiarano all’uomo che non hanno più bisogno di lui. Ed egli rabbrividisce e sbadiglia, ricordando di aver sentito dire che il proprietario del giardino ha avuto una grossa eredità.

Ma poi, anziché maledire la buona sorte del prossimo, si consolò, si fece coraggio, suonò al cancello.
Il padrone stesso, già mattiniero, venne ad aprire. Riconobbe l’uomo povero, i cui occhi azzurri si riempirono, solo per questo riconoscimento, di luce infinita, lo fece entrare, gli concesse lavoro. Era un lavoro aspro, che il giardiniere di stile non s’era degnato di compiere: un lavoro d’orto, in fondo al giardino, dove questo prendeva quasi un colore di campagna: vi crescevano altissime le canne imbrunite dal gelo, e i carciofi trasandati e inselvatichiti aprivano sulla terra le ali grigie delle loro grandi foglie.
L’uomo si sollevò sulla schiena e guardò in alto; si piegò e fissò l’erba ai suoi piedi. Pareva salutasse. Salutava infatti la sua giornata di lavoro.

Cominciò col segare le canne, poiché l’erba non bisogna molestarla finché dura la brina, come non bisogna svegliare il bambino che dorme. Le canne cadevano, una dopo l’altra, salutando a loro volta i raggi del sole, coi quali avevano tanto scherzato; ma i raggi le seguivano fin dove esse giacevano lunghe stecchite con le chiome ancora vibranti di vita, e pietosamente le riscaldavano.
Anche l’uomo si riscaldava. Non sentiva più la fame, perché il sole e il lavoro nutriscono come il pane; e i suoi pensieri erano tutta una cosa con le cose che egli toccava.
Solo quando si trattò di mutare lavoro, parve ricordarsi di qualche altra cosa: di un vuoto interiore che bisognava colmare. Ma in tasca non aveva un centesimo, e si vergognò di domandare un acconto al padrone del giardino.
Il padrone però, che lo sorvegliava, poiché aveva già veduto la fame negli occhi del povero, tornò in giardino e si mise a interrogarlo.
– Come vi chiamate?
L’uomo, già chino sulla terra a scavare l’erba, sollevò con diffidenza gli occhi, come se la voce del ricco gli arrivasse di lontano, subdola e fraudolenta. E non smise di lavorare, non per timore, ma per abitudine. Non gli importava nulla del padrone: in quel momento, l’erba che egli strappava fino dalle più profonde radici era l’unica cosa che contava per lui. Ma rispondere bisognava:
– Il mio nome è Francesco Costante Vannutelli.
– Sembra il nome di un cardinale! Avete moglie? Figli?
– Li ho avuti. Lei morta, i figli andati per la loro strada.
– E voi dove vivete?
– Io? In una di quelle capanne fatte di lastre di latta, laggiù, dopo Valle dell’Inferno.
– Avete qualche bestia?
L’uomo tornò a sollevare gli occhi: come diversi! Sorridenti, ironici e teneri nello stesso tempo, pareva si beffassero del padrone e della sua santa ingenuità.
– Bestie? Magari.
Riprese a lavorare. E il padrone intese. Magari, possedere un ciuco, un cane amico, o una pecora al cui fiato scaldarsi, o un piccolo gatto traditore. Ma non fece commenti: solo disse:
– Va bene, va bene. Lavoratemi bene i carciofi e a mezzogiorno vi manderò una buona minestra.

D’impegno l’uomo si mise a lavorare intorno ai carciofi. Li sollevò a uno a uno, legandoli a cespo; zappò e rincalzò loro intorno la terra; li slegò; e, sui loro monticelli bruni e freschi, adesso le foglie tutte dritte verso il cielo tentarono di gareggiare con quelle delle palme.
Finita l’opera, il sor Checco stette a contemplarsela con gioia evidente: gli pareva di aver salvato dei naufraghi o, meglio, di aver convertito una torma di infedeli: poiché anche la sua mente lavorava a modo suo, e le parole del padrone «il vostro nome sembra quello di un cardinale» gli ricordavano una storiella sentita raccontare da un vecchio cocchiere dei tempi pontificî.
«C’era dunque un cardinale, ma “di quelli buoni”, ch’era stato anche nei paesi dei selvaggi, ed era un golosone e un mangione di prima forza. Una volta usciva dal Vaticano, dopo un pranzo, ma di quelli buoni. Ecco che incontra un poveraccio. – Eminenza, faccia la carità a questo poveretto che ha fame -. Ma Sua Eminenza tira dritto, rosso e sbuffante. Dice: – Beato te; io crepo -».

Di parere diverso fu il proprietario del giardino, che si concesse anche lui la gioia di mandare quasi metà del suo pasto al lavoratore povero, e anche un bicchiere di “quello buono”. Poi scese ancora una volta la scaletta che dalla sala da pranzo conduceva in giardino. Il sor Checco si era adagiato appunto nel sottoscala, con la testa all’ombra
e i piedi al sole. La beatitudine più schietta gli rischiarava il viso, il piccolo viso di creta levigato e solcato dal sudore di tanti e tanti anni di fatica.
Domanda il padrone:
– Quanti anni avete?
Adesso gli occhi del povero vanno dritti verso quelli del ricco, sorridenti e fiduciosi: da pari a pari.
– Settanta.
– Settanta? E ancora abbiamo tanta forza e volontà di lavorare?
– Il poveretto, il vero poveretto, lavora fino al suo ultimo giorno.
E finalmente il sor Checco ride, contento della sua saggezza, ma sopra tutto della sua forza e della sua volontà degnamente riconosciute.
L’uomo ricco lo guarda con invidia, ma anche con una certa soddisfazione: poiché in fondo sente che la felicità del povero, quel giorno, l’ha creata lui, e che sta in suo potere, più che in quello divino, crearla ancora; e che questa, infine, è la sua vera ricchezza.