Grazia Deledda – Natura in fiore

Tutti gli anni, per Pasqua, da tempi remotissimi, veniva giù a far colazione dai Bardi un frate cappuccino. Veniva giù, da dove? Pasqua non lo sapeva precisamente, da dove, ma s’immaginava un luogo bellissimo, poiché suo padre assicurava che frati e suore si scelgono apposta, per i loro monasteri, i punti più ameni del mondo: giù, dunque, dalla cima violetta di un monte, fasciato di boschi, solcato di rivoli sui margini dei quali crescono gli anemoni, e le ghiandaie scendono a bere ed a bagnarsi le ali celesti.
Il frate, invero, portava con sé un colore e un odore di terriccio di castagno, mentre le punte delle dita dei piedi, nudi entro i sandali di corteccia, ricordavano certi funghi carnosi: e, sebbene cambiasse quasi tutti gli anni, per la famiglia Bardi era sempre lo stesso, come ai tempi di San Francesco: il suo piatto, a tavola, anche, sempre lo stesso, e guai se fosse venuto a mancare, il giorno di Pasqua: poiché l’uno e l’altro significavano tante cose grandi: la religione degli avi, il ritorno della primavera, la benedizione di Dio, e sopratutto la tradizione.
Pasqua, però, fin da bambina aspettava il frate per la novità della cosa, e perché, per lui, quel giorno, si mangiavano cibi insoliti e prelibati; specialmente, poi, perché egli raccontava storie di santi, di diavoli, di antichi guerrieri e di martiri, che facevano a volte rabbrividire, a volte anche ridere.
Quell’anno la sua attesa era più viva che per il passato: quasi trepida, anzi inquieta. Verrà o non verrà, il frate? Perché qualche anno, sì, egli era mancato al banchetto. Verrà, dunque, o no? Se viene vuol dire che Pasqua troverà il fidanzato; se no resterà come le sue vecchie zie che si confortano, per mancanza di sposo, con l’andare tutti i giorni in chiesa e poi parlar male di tutto e di tutti.
Questo destino, a pensarci bene, Pasqua non lo temeva eccessivamente, per sé: c’era tempo, a disperarsi, anche se il frate quell’anno non arrivava: poiché giusto quel prossimo giorno di Pasqua ella compiva tredici anni.

Tuttavia ci fu un momento di panico quando, già apparecchiata la tavola, già, in cucina, pronti ad esser buttati nell’acqua in bollore i cappelletti che odoravano simili a giunchiglie senza stelo, mentre le campane risuonavano come cembali nella festa della bella giornata, il frate ancora non appariva. Tutti lo aspettavano con ardore nascosto; anche le vecchie zie, che rivedevano in lui gli antichi sogni, che, anzi, civettavano con lui: anche la nonna quasi centenaria, che ricordava annate di cattivo raccolto e di sventure domestiche, quando egli era mancato: e tutti, compreso il capo della famiglia, sebbene spregiudicato e niente religioso, si sollevarono dal loro smarrimento quando l’ospite sacro finalmente arrivò.
E tanto più si rallegrarono, riconoscendo in lui padre Flaminio, che era venuto tanti anni prima, da giovane, e adesso tornava in apparenza invecchiato, con la barba grigia come un’onda a sera, ma con gli occhi sempre da serafino: anche la bocca ridente era sempre quella, anzi più scintillante ancora, per i denti d’oro che l’adornavano.
Le vecchie zie gli si fecero intorno, arrossendo fanciullescamente; ed anche il capo della famiglia aprì le braccia possenti come per stritolarlo contro il suo petto da capitano di corazzieri: ma il frate, che in quanto a robustezza soda e agreste non la cedeva a nessuno, volse tutta la sua attenzione, quasi innamorata, alla nonna quieta, facendole segni di benedizione e di augurio: «Siamo ancora qui, nonna, qui, fra il chiarore del fuoco e quello delle rose di aprile, e ci resteremo ancora per lunghi anni, poiché il Signore si dimentica volentieri di chiamare a sé quelli che vivono senza peccato».
– E questa signorina, – domandò poi, volgendo il viso raggiante a Pasqua, – questa bella moretta, che mi par già di aver conosciuto in Arabia?
– È Pasqua, il nostro unico e tardivo rampollo – dice il genitore, dandole sulle spalle una manata, che, per quanto amorosa e orgogliosa, la fa trabalzare e ingrugnire, spingendola ad allontanarsi da lui per sfuggire ad ulteriori manifestazioni di affetto.
– A tavola, a tavola. E ci racconti dove è stato tutti questi anni, padre Flaminio.
Egli fece un cenno, per calmare la zia impetuosa che troppo voleva; ma per gentilezza, mentre ella gli colmava il piatto, disse, mandando in su le sue grandi maniche:
– Si figuri: ho fatto il giro del mondo.

– Ho fatto anche la guerra, – osservò, come fra sé, quando si accorse che era il momento di compensare gli ospiti della loro generosità, con qualche cosa che li saziasse e li esaltasse come il loro cibo e il loro vino, – ma non voglio raccontarvene che il lato bello. Disgraziatamente fui anch’io fatto prigioniero, e portato in un campo di concentrazione al nord dell’Austria: un luogo tutto pietre, arido, caldissimo d’estate e siberiano d’inverno. Eravamo in molti, ammassati come belve in un recinto di rocce: fame, sete, tristezza, insetti così grossi che si doveva schiacciarli coi sassi. Io tuttavia conservavo la mia serenità, direi anzi la mia allegria, e cercavo di infonderla agli altri. In uno solo non ci riuscivo: un giovane tenente di fanteria, sempre cupo e avvilito, che non parlava mai, che tentava costantemente d’isolarsi, e verso sera si arrampicava su una roccia, a fissare l’orizzonte, quasi aspettasse un segno del cielo che illuminasse la sua disperazione. Ed ecco, una volta, io mi avvicino a lui, piano piano, e gli dico sottovoce:
– Fratello, forse io posso fare qualche cosa per voi. A giorni, con l’aiuto di Dio, io sarò, per l’indulgenza concessa ai cappellani di guerra, portato di qui in un convento, dal quale, sebbene all’estero, potrò forse comunicare con la patria nostra diletta. Se voi avete fiducia in me…
Egli non mi lasciò proseguire; e mai dimenticherò il suo sguardo di riconoscenza. Disse:
– Sì, al mondo io non ho che una sola persona cara: la mia piccola fidanzata, che da lungo tempo nulla sa di me, e forse mi crede morto. Ebbene, fate in modo ch’ella sappia che io sono vivo; e sopratutto che l’essere prigioniero non è segno, in me, di viltà.
E mi diede l’indirizzo di lei. Che volete? Sono cose che nel mondo succedono. Io conoscevo questa ragazza; non solo, ma ero stato il suo confessore! Grande fu dunque, quasi per un miracolo, la gioia del prigioniero. E più grande fu la mia, quando due anni dopo, finita la guerra, chi unì in matrimonio i due giovani fui proprio io.

Pasqua mangiava con buon appetito, ed anzi profittava della reverente attenzione che gli altri prestavano al frate, per servirsi meglio: tuttavia provava un turbamento pensoso, più che per i racconti ascoltati, per quello che le sembrava significassero.
Sì, non solo il frate era venuto, dalla lontananza dei tempi, e ancor più lungi della cima dei monti: era venuto dai campi di guerra, dai deserti, dai paesi dei pagani; da luoghi, insomma, donde è quasi miracoloso tornare: e raccontava, lui votato a Dio, storie di amore, di amanti che si ricongiungono, di matrimoni straordinarî. E tutto questo per lei, per significarle che Dio, dunque, le avrebbe permesso di trovare marito.
Semplici cose della vita, affermava padre Flaminio, raccontando altre avventure che sembravano inverosimili, ma alle quali la sua voce timbrata dava un accompagnamento di recitativo musicale: sì, semplici, per lui, forse anche per gli altri, non per lei, che ne sentiva tutto l’intricato, indissolvibile mistero: tanto che, mentre egli riproduceva, con voce tenorile, la melodia di un nostalgico canto dialettale, per mezzo del quale, in alto oceano, in un grande transatlantico, si era riconosciuto con un suo amico d’infanzia, ella scappò via da tavola e corse alla loggia.
E le parve di essere abbacinata, come quando la neve copriva il frutteto sotto la sua casa, e il sole l’arricchiva di prismi iridati: era la cascata dei fiori dei peschi, dei susini, dei peri e dei cotogni: anche i meli fiorivano già, con perle rosa dentro i loro bocci, com’ella sentiva fiorire il suo cuore e il suo seno. Ed anche queste erano tutte cose semplici, per gli altri; per lei, invece, tanto nuove e quasi paurose che ella si sporse sulla loggia e le sue lagrime caddero sugli alberi in fiore.
GIOCHI

Anche il cronista del giornale cittadino si credette in dovere di recarsi ad intervistare il signor Fausto, l’uomo che aveva fatto la straordinaria vincita al lotto.
– Ebbene, mi racconti com’è andata. E, anzitutto, rallegramenti sinceri e sinceri augurî.
Ma, per quanto sinceri, il signor Fausto non pareva disposto a ricevere rallegramenti, e tanto meno augurî. Piccolino, tutto aguzzo, dai piedi ai gomiti, dal mento al naso, con una sciarpa grigia al collo, fissava il visitatore con due grandi occhi azzurri, melanconici e nello stesso tempo freddi ed egoisti. Non lo invitò neppure a sedersi; ma, senza tanti complimenti, l’altro si abbandonò proprio in mezzo al piccolo sofà rosso, scostandone i cuscinetti rotondi che parevano gatti addormentati, deciso a far parlare l’intervistato.
– Dunque, mi dica… Ma pare che lei non sia contento.
– Oh, per questo, capirà…
Si capiva benissimo che duecentocinquantamila lire, piovute in quella casa, rappresentavano una caduta di stelle: bastava guardare il lume a petrolio, adagiato, sul tappetino di lana a frange, e, sulla mensola, sotto lo specchio appannato, un piatto di marmo che offriva una gelida natura morta, pur essa di marmo: due fette di prosciutto, due fichi spaccati, un panino fresco.
– Com’è andata? – rispose infine, più che altro per levarsi la seccatura, il poco amabile signor Fausto. – Così! Ho sognato i numeri, adesso non ricordo più come, li ho giocati, ho vinto.
– Ma lei, dicono, usava giocare tutte le settimane, e in più di una ruota.
Vedendosi scoperto, l’altro s’inalberò, ma lievemente, e subito si ricompose.
– Ne dicono tante! Però, sì, qualche volta ho giocato, anzi, parecchi anni fa mi è capitata una cosa curiosa.
– Racconti, racconti!
– Ero giovane ancora, e andavo volentieri a spasso con una signorina. Era tutta svenevole, tutta romantica, – egli aggiunse, animandosi al ricordo e imitando grottescamente la voce, i gesti, gli sguardi languidi della fanciulla, – così, così. Bene, un giorno si arriva davanti al botteghino del lotto, ed io la invito ad entrare, per comprare un biglietto, con il quale avevo una magnifica quaterna. Che è, che non è, la ragazza si fa livida in viso, mi volge le spalle e se ne va. Dopo, non mi ha guardato più in viso, come fossi stato un ladro còlto in flagrante.
– Dopo, non ha più giocato?
– Dopo, le condizioni mie modestissime migliorarono. Morì il marito di una mia sorella, lasciandole qualche cosa, ed ella mi pregò di vivere insieme per farci compagnia: anche io avevo ed ho lavoro. Così si sta con noi, in questa casa che è di nostra proprietà, e non abbiamo proprio bisogno di nulla.
Pareva volesse scusarsi, adesso, o scolparsi, il signor Fausto; ma il cronista non era soddisfatto, e insisteva con le sue domande:
– Che farà, adesso? Come investirà il suo capitale? Andrà in campagna? Prenderà moglie? Farà qualche oblazione? Ha ricevuto molte lettere?
– Guardi, guardi! Una disperazione – dice, veramente desolato, il vincitore, sollevando e poi lasciando ricadere le lettere ancora in parte chiuse che ingombravano la tavola. – Anche telegrammi, anche libri con dediche. Tutti sono diventati miei parenti, miei amici, miei compagni d’infanzia. E tutti vogliono aiuto, oblazioni, prestiti, come se io avessi aperto una banca. Però il mondo lo conosco…
– Annamaria – s’interruppe, correndo all’uscio e chiamando esasperato la sorella. – Suona… no. Sapristi! Non far entrare più nessuno; non voglio veder più nessuno.
Ma la signora Annamaria aveva già aperto, anzi aveva dovuto spalancare la porta, per ricevere un grande cestino di fiori: bei garofani rossi che dall’arco del manico infiocchettato salutavano con grazioso ardore la pallida e spaurita vedova e la triste casa dove entravano. Il ragazzo che li portava se ne andò senza aspettare la mancia; ma il signor Fausto trovò subito un biglietto di visita nascosto tra i fiori, e quando ne lesse il nome scritto a mano, scoppiò a ridere, fra l’indignato e il contento. Non rivelò tuttavia quel nome, al cronista curioso, e neppure alla sorella trepida: anche per paura di non essere creduto o di apparire ridicolo, poiché era il nome della signorina, adesso vecchia zitella, che lo aveva piantato ignominiosamente davanti alla porta del botteghino del lotto.

«E adesso che farai, caro Fausto? Come investirai il tuo capitale? Andrai in campagna? Prenderai moglie? Farai qualche oblazione? Arriveranno ancora molte lettere?».
Rimasto finalmente solo, così il signor Fausto continuava a intervistare sé stesso, piegato sulla tavola, fra le due trincee di lettere ancor più alte e rafforzate. Aveva l’impressione che a poco a poco, nei giorni seguenti, e poi durante il resto della vita, la maledetta pioggia epistolare avrebbe continuato, fino a riempire la casa, fino a soffocarlo: non questo, però, in fondo, era il suo incubo.
L’incubo vero glielo destava quella terribile intervista con sé stesso: e le innocenti domande del cronista si trasformavano in richiami urgenti e disperati della sua anima. Specialmente alla prima di esse non trovava risposta.
«E adesso che cosa farai?».
Non gli passava neppure per la mente l’idea di continuare a leggere qualcuna di quelle lettere, che in qualche modo gli tenevano compagnia nella notte solitaria; di trovare, fra tante buste ancora chiuse, il segreto di un dolore vero, di una miseria sciagurata: e di sollevarsi sollevando un suo simile. Nulla. Nel suo cuore non c’era posto per nessuno; neppure per la speranza di un po’ di gioia materiale.
«Non bevo, non fumo, non mi piacciono le donne: odio la campagna e il mare – così rispondeva a sé stesso. – Che posso farmene, di questi denari? Li metterò alla Banca; sia pure il cinque per cento, ne ho sempre di troppo. Del resto si stava bene anche prima. Solo che…».
Si sollevò, si guardò attorno, si vide nello specchio appannato, lontano, come nella penombra di un bosco, dove si era smarrito e non ritroverebbe più la via per tornare indietro. Eppure era lì, in casa sua, nella saletta che da anni ed anni, nelle sere belle e nelle sere brutte, ospitava la sua volontà, anzi la sua gioia di vivere, di sognare, di vincere la fortuna. Tranne quelle maledette lettere, poiché il cestino dei fiori languiva nell’esilio del corridoio, tutto là dentro era immutato, e immutato, per fermo proposito di lui e anche della sorella, sarebbe rimasto per sempre. Quella melanconia, quel freddo, quell’odore di antico, erano la solita atmosfera, uscendo dalla quale egli sentiva che sarebbe morto come un pesce fuori dell’acqua. Solo che…

Solo che, adesso, l’ambiente s’era vuotato, il sogno più non esisteva: poiché quelle miserabili migliaia di lire non contavano che zero nella vita del signor Fausto. Quello che contava, – e per questo egli si era ben guardato dal confessarlo al cronista, – più che il sogno di vincere, era l’abitudine del gioco, il calcolo, il combattimento, la compagnia assidua, le combinazioni, il pensiero, infine la vita comune coi numeri.
Adesso era finita: ed egli si sentiva come un generale messo a riposo; o meglio si rivedeva ancora davanti al botteghino del lotto, abbandonato dalla fidanzata. Ma il ricordo di questa umiliazione lo scosse fino al cuore. Aprì l’uscio del corridoio, e fece ai garofani sepolti nella penombra un comico segno di addio: poi prese tutte le lettere e le gettò nel sacco della Sacra Famiglia. Così gli parve di aver cancellato quel giorno di tristezza e di vuoto. E, per ricominciare a vivere, sedette di nuovo davanti alla tavola, trasse dal cassetto un libro misterioso, tutto cabale e segni, una carta con un esercito di numeri; e riprese la guerra con questi, cercando di accalappiare quelli che il prossimo venerdì sarebbe andato a giocare.