Grazia Deledda – Romanzo minimo

Su, in alto, sullo sfondo azzurrino delle montagne calcaree, sotto il cielo fresco di una dolcezza profonda da cielo di paesaggio fiammingo che mi ricorda i quadri più noti di Van-Haanen, la nostra casa verde dominava il villaggio: col suo tetto aguzzo su l’elegante cornicione bianco, le finestre gotiche al secondo piano e il verone che la circondava tutta al primo, esile, alta, la tinta verde smaltata dal sole, pareva una casetta cinese di porcellana, così fresca e allegra che ancora, nonostante il triste caso che vi racconterò e che mi costrinse ad allontanarmene per sempre, il suo ricordo mette una nota gaia nelle memorie della mia fanciullezza.

Son passati vent’anni. Allora tutta la nostra famiglia, la nobile famiglia dei Maxu, la più ricca del villaggio, era composta da me, elegante studente di giurisprudenza, da mio padre più elegante ancora di me benché contasse quarant’anni suonati, aristocratico cavaliere di montagna che viveva cacciando aquile e cinghiali nei nostri immensi boschi d’elci e di roveri, e da una cugina orfana di cui egli era tutore, ed io naturalmente innamorato.

Però non l’avevo sempre amata: mi ricordo anzi che fin da bambino provavo una sorda antipatia per essa, forse perché ogni volta che venivamo a lite, lei grande e forte – eravamo quasi della stessa età – mi picchiava cordialmente come l’ultima delle monelle, minacciandomi sempre di vendicarsi meglio fra qualche anno.

Venuta poi in casa nostra, dopo morta sua madre, io avevo trascorso persino notti insonni roso dal crepacuore di vedermi sempre accanto quella piccola furia così viziata e maleducata: di vederla signora e padrona della mia casa, accarezzata da mio padre di cui io, io solo, dovevo esser l’idolo… Dal canto suo poi Gabriella o Gella, come la chiamavano, mi professava pochissimo amore. Accortasi però della mia cattiva accoglienza cambiò completamente di carattere e, cessato il suo dolore per la madre, non riprese la vita antica, ma si chiuse a mio riguardo, in una fredda riservatezza che finì col farmela addirittura odiare. Non mi parlava quasi mai; mi passava davanti senza guardarmi, e andando su e giù per la casa, imponendosi su tutto e su tutti con una dolcezza silenziosa e nuovissima in lei, pareva non accorgersi neppure di me. Fremevo di rabbia: avrei dato dieci anni di vita perché Gella mi avesse procurato il menomo motivo di accusarla a mio padre, e cercavo tutti i mezzi per accendere almeno una delle nostre antiche liti, ma sempre invano. Lei non badava a me, e tutt’al più rispondeva con un sorriso di disprezzo alle mie insolenti provocazioni, alle mie acri allusioni sulla sua condizione d’intrusa nella mia casa… Si è che io ero ancora un bimbo coi miei sedici anni e lei una fanciulla precoce che forse sognava già Dio sa che cosa coi suoi quattordici. L’avremmo forse finita male, se, sopravvenuto il novembre, io non fossi partito per i miei studi.

Nove mesi di lontananza temprarono la mia antipatia, tantoché ritornai con tutte le possibili buone intenzioni di pacificazione; ma Gella non aveva punto cambiato di opinione, e, non solo mi accolse freddamente, ma abituata col tempo alla nuova casa, mi sembrò mi considerasse come ospite più che padrone!… E così uno, due, molti anni. Stancatomi di accarezzarla, e di perseguitarla finii anch’io con l’imitarla. Nessuna confidenza, nessun affetto, nessuna di quelle fini attenzioni o di quei dispetti effimeri abituali in persone che vivono sotto lo stesso tetto correvano fra me e Gella; e mentre nel villaggio si diceva che appena laureato avrei sposato mia cugina, neppure un barlume vago d’amore, neppure il minimo pensiero ci univa, noi che ci vedevamo ogni secondo, noi ch’eravamo diventati due bellissimi giovani; io bruno, elegante, rumoroso così che al mio arrivo mettevo tutto il villaggio in fermento; lei sottile, eterea, bionda, con gli occhi impenetrabili, dell’azzurro pallido ma ardente delle montagne calcaree che dominavano la nostra casa, la carnagione rossa vellutata, sulle guancie formanti due affascinanti fossette ogni volta che lei si degnava sorridere, sul collo, sulle orecchie piccine piccine e persino sulle mani. Vestiva sempre di bianco, in casa e per fuori: non un nastro, un gioiello, un solo filo di colore, mai e poi mai. Ed io, che odiavo il bianco, la chiamavo ironicamente Cassandra Fedele, ma lei, al solito, non badava punto ai miei scherzi.

Una notte, assai tardi, nel chiudere la finestra della mia camera, vidi Gella nel verone del primo piano. Ritta, immobile, con le mani intrecciate sulla balaustrata, vestiva, come sempre di bianco, un abito lungo, morbido, che la rendeva più alta e sottile: le maniche, larghissime dal gomito in giù, le cadevano all’ebrea lungo i fianchi eleganti, lasciando nuda parte delle sue braccia esili, ma ben fatte, e i capelli crespi, indomabili, le scendevano sulle spalle, metà a treccia ed il resto disciolti.

Il raggio della luna al declino, battendole sul viso, la rendeva così bianca, diafana e fantastica che io, benché tanto mal disposto verso di lei, non potei non solo far a meno di confessarmi ch’era bella, ma rimasi estatico sul davanzale a contemplarla, come un’apparizione sovrannaturale… Ma che faceva lì a quell’ora? Non mi ricordavo d’averla veduta mai così tardi al verone, e sapendola pochissimo entusiasta per gli incanti della notte, pensai che aspettasse qualcuno, rammentandomi repente che Gella era in un’età in cui una fanciulla bella è impossibile non abbia un innamorato.

Sì! Gella aspettava! Istintivamente sentii rinascere entro di me tutti i vecchi rancori contro mia cugina, o almeno qualcosa che qualificai per ciò. Ero poco profondo psicologo per accorgermi che invece ero geloso, forse anche prima di essere innamorato, e senza ben percepire la causa della mia subitanea indignazione, sembrandomi che Gella disonorasse la nostra casa con la sua leggerezza di ragazza che parla di notte con un uomo, sentii il cervello offuscarmisi dolorosamente, mentre, nello stesso tempo, provavo una strana gioia pensando che potevo finalmente umiliarla. Umiliarla, oh, umiliarla!… Vedere finalmente chinare quegli occhi alteri e misteriosi, quella fronte fredda e ironica innanzi a me! Che vittoria!… E ritornato bambino senza per nulla ponderare la mia azione odiosa e leggera, lasciai la finestra, scesi e comparvi vicino a Gella, con la cera di un marito che coglie la moglie in flagrante, dicendole a voce bassissima, ma imperiosa: – Che fai lì a quest’ora?…

Strappata bruscamente alle sue profonde fantasticherie, vidi Gella impallidire orribilmente e guardarmi spaventata, tremando da capo a piedi: tutte dimostrazioni aggravanti che accrebbero i miei sospetti. Ma in un lampo si rimise, ritornò rossa ed i suoi occhi scintillarono cupamente.

– Ciò che mi pare e piace! – rispose con voce aspra, dandomi le spalle e appoggiandosi alla balaustrata. Era la prima volta che, dopo che era in casa nostra, la vedevo commuoversi in tal guisa. Per un effetto misterioso, la sua voce mi fece ritornare in me e arrossire della mia poca galanteria. Ma troppo altero per chiederle scusa, – ricordandomi intensamente il suo bizzarro procedere verso di me, – mi accontentai di mentire vilmente, come una donnicciuola, per giustificarmi:

– Bada, Gella, m’hanno detto, che amoreggi con Anni, il medico condotto, e che vi parlate ogni notte… Se avesse buone intenzioni ti avrebbe già domandata a papà, e invece… Gella, non offenderti, te lo dico per il tuo bene… Vedendoti così tardi al verone ho pensato che lo aspettassi e son sceso… Ma credo che ciò sia bugia… Gella… io non ci credo… ma se fosse…

Non potei proseguire: quella bugia, quell’infame bugia, mi serrava la gola, m’inaridiva le labbra. Gella rimase immobile e non rispose.

Volevo continuare la mia poco lodevole commedia; volevo chiederle perdono e non potevo nulla: alla fine me ne andai senza quasi avvedermene, e ritornai alla mia finestra chiedendomi se non sognavo.

Vidi Gella sempre là, china sul parapetto, col volto fra le mani…

Piangeva! Un pianto silenzioso e disperato interrotto di tratto in tratto da singulti spasmodici che mi agitavano la persona come scosse elettriche… Non saprei mai descrivere ciò che provavo nel veder Gella piangere per mia colpa: maledicevo il mio sospetto, e morsicandomi le labbra a sangue restavo là, inchiodato su davanzale, col cuore che mi scoppiava in seno.

La luna cadeva sempre, nell’estremo orizzonte aperto, tinto di un lieve splendore roseo, sfumante su, su, in toni di un viola azzurrastro, argenteo, cinereo, e spirava la brezza dell’alta notte che portava fino a me il profumo dei mirti delle agavi biancheggianti nella pianura immensa che si stendeva sotto il villaggio silenzioso, e i profumi acri delle montagne di calce irrorate dall’umidità della notte autunnale. Un usignuolo cantava fra i roseti gialli del nostro giardino: la sua musica fine e triste destava in me, magnetizzato dall’aspetto pallido del paesaggio, inebbriato dagli umidi profumi del vento, e i nervi posti in sussulto dal pianto di Gella, la sensazione mista d’angoscia e voluttà provata una volta, nella città dove studiavo, nel sentire una suonata pensosa e melanconica di Mozart, eseguita al piano da una signorina tisica e moribonda…

Rimasi così a lungo: e dopo molto tempo mi ritrovai vicino a mia cugina, con le mani contratte sul ferro gelido del parapetto…

La luna tramontata, sul paesaggio regnava ora un vago barlume bianco, sidereo, e il vento soffiava così freddo che mi costringeva a battere i denti. Gella non piangeva più e non tremava punto come me. Non ostante l’oscurità la vedevo sempre, bianca in tutta la persona, persino nei capelli biondi e negli occhi pallidi, fuorché sul viso e sulle mani rosee, e pensavo che quel volto, quelle labbra di corallo e quelle mani dovevano scottare…

– Gella, – cominciai, – non posso andar a dormire senza averti chiesto perdono… -. E lei, rizzatasi, restò muta. – Gella, – proseguii, – perdonami se ho osato dubitare così di te. Oh, le cattive lingue, i vili!… Ma tu sei così buona che mi perdonerai non è vero? Rispondi… Gella… su, Gella… rispondi!…

– Domani vado via da questa casa! – rispose essa alla fine con la voce ancora piangente. Ho compiuto il ventun anno!…

– Che cosa hai tu detto, Gella? Ma sei pazza?… – diss’io spaventato, e siccome lei non proseguiva, me le avvicinai per guardarla bene in volto. Essa non si mosse, ed io sentii il profumo delle sue vesti salirmi al cervello. Smarrivo le idee. In un’ora m’ero tanto innamorato di mia cugina da perderne la ragione: parrà impossibile, eppure è così. L’ambiente, l’ora, il pentimento d’averla offesa e calunniata, il suo pianto, persino il canto magico dell’usignuolo, la veste fantastica e bianca da dama del Cinquecento che mi ricordava vagamente Gabriella d’Estrèes, la famosa amica di Enrico IV, i capelli semi-sciolti, i profumi che ne circondavano, tutto contribuiva a infiammarmi il sangue, costringendomi a operare e parlare quasi che nelle mie vene corresse un filtro d’amore, potente, repentino e indomabile. E dissi subito tutto questo a Gella, con frasi di fuoco, rotte, balzanti, ardite, che ora non ricordo più, che vorrebbero dieci pagine per essere trascritte.

Quando tacqui, stanco e ansioso, Gella mi confessò che anch’essa mi amava!… Allora, entusiasmato, pazzo, fuori di me, la strinsi quasi brutalmente fra le mie braccia e, lei riluttante, la baciai sulla bella bocca di corallo, che trovai fredda come la neve, che restò fredda non ostante i miei lunghi baci di fuoco!…

Quel mese di ottobre fu il mese più strano della mia vita. Di giorno io e Gella proseguivamo le parti antiche, freddi e indifferenti, ma di notte i convegni più ardenti e romanzeschi ci riunivano o nel verone o nel roseto del giardino, nell’oscurità azzurrognola delle notti interlunari o fra i silenzi gemmei dei magnifici pleniluni. Solo nelle notti piovose ci riunivamo nel piccolo salotto nero, caldo, a cui la luce tenue della lampada dava un vago ambiente di santuario. Nel divano antico di lampasso a fiorami lividi, Gella col suo costume bianco pareva una santa medioevale, una madonna latina dal volto a riflessi d’oro, ed io, spesso prostrato sul tappeto, adorandola, rappresentavo benissimo la parte di devoto. Diventavo sempre più innamorato: di giorno in giorno il mio amore prendeva proporzioni immense: un amore che mi avrebbe ucciso se non corrisposto. Di giorno spasimavo perché costretto a nasconderlo. Gella mi aveva detto: – Non voglio che nessuno, neppure tuo padre, sappia che ci amiamo, finché tu non sia in grado di sposarmi, cioè laureato. Se tu dici una sola parola, se dai un solo sospetto, tutto è finito fra me e te! Di notte soffrivo: pur stringendomela al seno, pur baciandola e sentendomi dire da lei: – Sarò tua, tua per sempre, e amerò sempre te, te solamente! – soffrivo qualcosa d’immane; un’angoscia incomprensibile che confusa alla intensa voluttà di trovarmi con Gella e di sentirmi amato da lei, produceva una specie di pazzia nel mio cervello sconvolto. Tutto mi turbinava attorno e confondevo il passato col presente, i sogni con la realtà.

Se in quel tempo avessi scritto il mio giornale, avrei formato il più interessante dei romanzi psicologici, perché son convinto che nessun uomo sia stato più stranamente e completamente innamorato di me.

Quando giunse il novembre e mi decisi a partire mi sembrò che mi destassi da un lungo sogno: l’ultima notte che passai con Gella sulle mie ginocchia, ricordo d’aver pianto come un bambino, e non scorderò mai il brivido provato nel sentirmi dire da lei: – E se al ritorno mi troverai… morta?…

Mi guardò tremare con un freddo sguardo e la sentii mormorare cupamente: – Altre volte non ti dividevi così da me! -. Ma non posi mente al suo sguardo e alle sue parole: vi ripensai solo più tardi.

… Partii. Nei primi mesi parevo inebetito: non studiavo, non mangiavo né dormivo, e scrivevo a Gella lunghe lettere che… non le mandavo perché così voleva lei, per non dare dei sospetti: ma a poco a poco mi abituai alla lontananza e col tempo il mio amore entrò in un’altra fase: amavo sempre, più che mai, ma non soffrivo più: speravo. Mi diedi a studiare con ardore e passai splendidamente gli esami.

Un anno ancora e Gella sarebbe mia! Che sogni, che progetti, che ardenti speranze, che gioia al pensiero del ritorno! L’ultima lettera del babbo mi mise però di cattivo umore e rattristò orribilmente il mio viaggio: mi pregava di affrettare il ritorno e mi prometteva la più viva delle sorprese al mio arrivo…

I più brutti presentimenti mi si affacciarono al pensiero, tutti concludenti che Gella si fosse fidanzata ad altri… forse anche sposata, circondandosi di mistero per atterrarmi più sicuramente! Provavo le vertigini a quell’idea, e meditavo persino la vendetta da eseguire se Gella mi avesse davvero così tradito… Ma con chi e per chi?… Nessuno dei pochi signori del villaggio era giovine, ricco, bello e aristocratico come me, nessuno poteva amarla come l’amavo io, nessuno poteva offrirle uno stato da signora come quello che godeva in casa mia! Perché dunque tradirmi, dopo tanti giuramenti e lagrime, dopo i nostri baci e le nostre promesse? Ma invano cercavo rassicurarmi. Mentre la vettura mi trasportava al villaggio, attraverso le campagne deserte, per le chine coperte di robinie lussureggianti e di timavi che impregnavano l’aria fresca dell’alba con olezzi d’incenso, sotto i boschi di roveri intricati ad eriche selvaggie, mi tornava acuta al pensiero la memoria della lunga antipatia corsa fra me e Gella, i dispetti che le avevo continuamente fatto, le sue minaccie di bambina cattiva di vendicarsi più tardi, il suo disprezzo, la sua gelida inimicizia. Mi risovvenivano le sue labbra fredde sotto i miei baci di fuoco, i suoi occhi impenetrabili sotto il mio sguardo delirante… e quel patto orribile di tacere il nostro amore… Ero perduto, perduto, perduto! Gella non mi aveva amato un solo istante, ma finto di amarmi per rendermi pazzo, per vendicarsi col tradirmi ad un dato momento! Sicuro di ciò mi torcevo le mani e smaniavo come un ossesso, ma quando potei scorgere, dietro le alture brune dell’orizzonte, il profilo dei miei monti, tutti color di rosa alle prime carezze del sole e sul fondo d’oro del cielo, risi delle mie paure, mi chiamai pazzo e proseguii il viaggio sorridendo, tutto inebbriato dagli splendori della magnifica mattina, certissimo che Gella mi aspettava ansiosamente, senza più pensare alla sorpresa promessa.

… Trovai mio padre e Gella che mi aspettavano al pian terreno, nella stanza da pranzo, e fui subito colpito da tre cose: l’arredamento vecchio della stanza era scomparso e sostituito da un nuovo, ricco e splendido: papà pareva ringiovanito, elegante, vestito di nero, gli occhi scintillanti di gioia: (la barba bionda, corta, divisa sul mento gli dava un’aria bellissima che lo trasformava tutto); Gella vestiva di colore!…

Se ne stava in fondo alla stanza, le spalle appoggiate alla finestra chiusa, e benché il suo viso restasse oscuro sul fondo luminoso dei vetri la cui luce le circondava i capelli con una sfolgorante aureola, mi parve pallida, ma gli occhi scintillanti di un sorriso misterioso. Tutte queste osservazioni le feci in un lampo e solo dopo le potei ben delineare. In quel momento ero così esaltato che corsi prima a Gella che a mio padre, in atto di abbracciarla. Ma lei mi stese freddamente la mano. Mio padre intanto, contento senza dubbio del mio insolito slancio d’affetto per Gella, si arricciava i baffetti biondi, e mi diceva con un sorriso:

– Abbracciala pure. È mia moglie!…

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