Grazia Deledda – Tesori nascosti

Avevano detto all’ingegnere Glaus che a mezza costa del Monte Largo c’era una cava di piombo argentifero, una specie di miniera, abbandonata appena al suo inizio per la morte del proprietario: la sua vedova e una sua giovane figlia, abitavano ancora lassù, nella casa che, solo per pochi mesi, ne aveva formato la Direzione; e aspettavano che qualcuno si presentasse a riprendere i lavori di scavo.
Ecco dunque il signor Glaus in viaggio, fermamente deciso a tentare un’ultima speculazione nella piccola isola che lo aveva attirato da lungi come una sirena, e come una sirena lo aveva costantemente ingannato: sebbene, a guardarlo, alto e ossuto come egli era, rosso di capelli e di carnagione, sembrasse uno di quegli uomini di conquista che non fallano mai. Gli occhi, però, per il loro limpido azzurro d’acqua marina, smorzavano d’impeto il suo colore sanguigno, e rivelavano la sua benevola indole.
Conosceva tutti i meandri dell’isola, per averci egli stesso costruito ponti, argini, proseguimenti di strade abbandonate per le difficoltà del luogo: quindi si diresse a cavallo, solo, senza chieder nulla a nessuno, scegliendo la strada che gli sembrava più breve, verso la casa della miniera abbandonata.
Era maggio; un maggio però malaticcio, freddo, più triste del nudo orgoglioso gennaio: caduti i fiori dagli alberi, questi si erano coperti come di un folto vello verde per ripararsi dagli scrosci intermittenti di pioggia e di grandine, e dal vento traditore.
Dopo le vigne e i poderi, verso la marina, la terra incolta, con le sue chine pietrose vigilate solo da grandi querce, pareva ribellarsi ai capricci della stagione: fra una roccia e l’altra le eriche ridevano al vento, e i primi fiori della ginestra si accendevano meglio ai suoi soffi. E adesso il respiro dello scirocco fresco, che saliva dal mare, dava anche al viaggiatore un senso di piacere. Nel sollevare gli occhi al cielo, per la prima volta dopo molto tempo, e nel vedere le nuvole farsi color carne, e sbranarsi diradandosi, egli pensò alla Strage degli Innocenti. Sì, adesso, ritrovava ancora qualche immagine bella in fondo alla sua fantasia, come qualche moneta dimenticata in un cassetto svaligiato dai ladri.
Più saliva e la montagna diventava brulla, più l’aria si affinava e il cielo e le lontananze si facevano trasparenti: e il mare, come in certi viaggi fatti in sogno, appariva or vicino ora lontano: a una svolta del sentiero il viaggiatore lo vide sotto di sé, ai piedi della roccia a picco, come dall’alto di un’immensa torre. Poi tutto fu pietra, pulita dalla recente pioggia: pietra schistosa, le cui mille e mille scintille fra il nero e l’argento attiravano come piccole pupille lo sguardo dell’ingegnere.
Adesso egli pensava con lucidità all’affare da concludersi, e si guardava attorno non più con sentimento, ma con calcolo. Sì, la qualità della pietra rivelava il minerale buono; l’argento era da per tutto, sebbene non ne trapelasse che un lontano, inafferrabile sfolgorìo. E forse la gente, lassù, nella miniera abbandonata, era ancora grezza, ancora da sfruttarsi con vantaggio: l’affare, dunque, si presentava bene.
Ma sollevando di nuovo gli occhi, per misurare il sentiero che gli rimaneva da fare, egli si sentì ancora attirato dall’incantesimo di quel cielo, adesso limpidissimo, quasi verde per il contrasto con le cime scure, acute, che parevano tagliate con la sciabola: fra un picco e l’altro gli sembrava di intravedere un lago, e di sentire anche un profumo di erbe aromatiche, sebbene ogni vegetazione fosse morta intorno. Anche del sentiero ormai non si vedeva più traccia: solo una scia di roccia senza sassi, sulla quale i ferri del cavallo, quando una sua zampa minacciava di scivolare, traevano scintille come dalla pietra focaia: e l’ombra stessa del cavallo, con quella del cavaliere, poiché il sole batteva loro alle spalle, pareva, procedendo su per la china, ingegnarsi a trovare la strada.
Ed ecco, d’improvviso, alla nuova svolta, apparve il luogo cercato. Una specie di piattaforma naturale si affacciava su una cascata di rocce che strapiombavano le une sulle altre fino al mare: e l’uomo, anzi, ebbe l’impressione che nel caos dei millennî, il mare arrivasse fin lassù, pietrificandosi poi per un misterioso fenomeno della natura. Le pietre, infatti, sembravano onde, con meandri rugosi e con un riflesso come d’acqua marina: a fissarle a lungo, illuminate dal sole del mezzogiorno, davano un senso ambiguo di vertigine. E così, fra cielo e abisso, sul dorso del monte apparvero le bocche degli scavi e la casa bianca che pareva un rifugio alpino: rifugio e chiesetta; poiché sull’alto della facciata, in cima al cappuccio scuro del tetto, una piccola croce apriva le sue braccia d’idolo senza testa. L’uomo però non si commosse: anzi il diavolo, così egli chiamava il senso di derisione e di malignità che spesso gli rivoltava i buoni sentimenti del cuore generoso, gli fece pensare che ben primitivo e superstizioso doveva essere stato il padrone della miniera, e che per questo, forse, non ne aveva saputo trarre fortuna.
Intanto si avanzava sullo spiazzo, invaso ancora da mucchi di scarico, con segni di passaggio umano: scatole di latta arrugginite, un manico di piccone, fogli di carta gialla unta: questi erano recenti, e si rotolavano al vento con impertinenza, come cose povere, ma vive, leggere di libertà. Allora l’ingegnere pensò alla vedova e alla figlia del proprietario morto, e fissando la porta della casa gli parve di vederle affacciarsi, nera e triste la prima, pallida di solitudine la fanciulla, con gli occhi scuri e luminosi come il colore del luogo.
Ma la porta era chiusa; chiuse le finestre del piano di sopra; aperte, ma arcigne di inferriate, quelle del piano terreno, attraverso le quali si vedevano due stanze grigie, con scrittoi e panche, simili a certi stambugi di uffici cittadini dove passa una folla di postulanti.
Anima viva non appariva; qualcuno però ci doveva essere, almeno un cane, poiché il suo abbaiare fosco rintronava intorno, e l’eco ne moltiplicava il rimbombo: ma pareva che quell’urlo uscisse dalle viscere del monte, da una di quelle bocche di scavo che si aprivano ad arco, basse e nere come ingressi di tombe antiche.
Il cane era là dentro, a custodia del tesoro nascosto; e il suo lamento minaccioso destava un senso vago di paura.
L’ingegnere non s’impressionava neppure di questo, ribellandosi a quell’insinuarsi di aria fiabesca che spirava nel luogo. Gli affari sono gli affari. Smontò dunque, non senza una prudente lentezza, legò il cavallo ad una delle inferriate, e si scosse tutto come per rimettere a posto le sue membra piegate dal lungo cavalcare.
Era quello che si dice “un bel pezzo d’uomo”, alto, col petto che pareva imbottito e le lunghe gambe dritte, fasciate come quelle dei cacciatori e dei guerrieri. Il suo primo pensiero fu per il cavallo: lo aveva fatto abbeverare prima di partire, e adesso gli legò al collo un sacchetto d’orzo: si assicurò che stava bene all’ombra, gli batté la mano sul fianco, poi, senza perderlo di vista, andò in cerca del cane, quasi certo che altri non ci fosse.
E appena fu dietro la casa, vide infatti legato davanti ad una saracinesca rossa che chiudeva una delle bocche di scavo, un grosso mastino, che al suo avvicinarsi si sollevò alto come un uomo, con gli occhi accesi di rabbia. Ma un vecchio uscì subito da una porticina della casa, e ai suoi cenni e alle sue carezze la bestia si placò. Scabra e selvaggia era d’altronde anche la sua figura, e sullo sfondo infuocato della saracinesca, egli e il cane formavano come un gruppo scolpito nella materia del minerale intorno: piccole macchie chiare solo il viso giallo dell’uomo e i denti del cane: e i loro occhi, rossastri e diffidenti, tuttavia illuminati per la presenza dello straniero che veniva a rompere la loro solitudine, si rassomigliavano come quelli di due consanguinei.
– Siete voi il guardiano? I padroni non sono qui? – domandò l’ingegnere con mansuetudine, avendo subito inteso con chi aveva da fare.
Cenno ambiguo di risposta, da parte del vecchio. Sì? No? Anche il cane scuoteva la coda, fissando in viso il forestiero del quale, evidentemente, capiva le parole.
– Non c’è altri che voi, qui?
Finalmente il guardiano disse:
– Bisogna andare al paese, qui dietro, e parlare con la vedova e la figlia del proprietario.
Allora parve inutile all’ingegnere ogni ulteriore discorso; ma vedendolo pronto a ripartire, fu il vecchio stesso che lo trattenne.
– Lei avrebbe intenzione di trattare per la miniera? Ma sa quanto i proprietarî ne pretendono?
– Questo, appunto, bisogna vedere; e poi altre cose.
– Quali?
– Anzitutto la qualità del minerale; gli scavi già fatti, i risultati avuti.
Il vecchio fece una smorfia, cattiva.
– I risultati? Tali furono che il proprietario si rovinò e morì di crepacuore.
L’ingegnere, che aveva raccolto un frammento di schisto e lo esaminava con distrazione, tornò a fissare gli occhi leali in quelli diffidenti del guardiano.
– Quando è stato?
– Sono già due anni.
– E nessuno, dopo, si è presentato per acquistare la miniera?
– Anzitutto non si sa ancora se si tratta di miniera, cioè fino a quale profondità arrivi lo strato del piombo argentifero.
– È curioso. Ma vedo che sono stati fatti molti scavi. E il proprietario…
Il vecchio, già pentito di aver parlato in quel modo, troncò bruscamente il discorso. Disse, allungando il braccio verso la svolta del sentiero:
– Il paese è qui vicino. Vada là ad informarsi. Domandi delle signore Gilsi.
L’altro tentò un’ultima domanda:
– Voi non siete del posto?
Il vecchio non risponde, anzi si allontana, scuotendo la testa: pare dica fra di sé: «È un bel tipo questo forestiero», mentre a sua volta il forestiero pensa: «Pare che qui l’amico sia interessato a non perdere il suo posto di guardiano».
Lasciò che il cavallo finisse di ruminare l’orzo, poi ripartì. Seguiva adesso la strada tagliata sulla roccia, fatta costruire dal proprietario per il passaggio dei carri, e che doveva essergli costata un occhio: e capiva il perché del fallimento della miniera, e le grandissime difficoltà di sfruttarla per mancanza di mezzi di trasporto. Tuttavia molto non c’era ancora da tentare; e maggiormente si confortò nel vedere che il villaggio era subito lì, alla svolta della strada, e che d’improvviso la natura del monte cambiava aspetto: il versante si allargava, con declivi terrosi coperti di verde, scendendo verso una valle in fondo alla quale un fiume correva dritto ed eguale come una strada lastricata d’argento.
Il paesetto, gli uomini antichi rifugiatisi lassù forse al tempo delle incursioni barbaresche, lo avevano costruito in una conca, al riparo dei venti: era tutto di casette basse, di pietra nera, addossate le une alle altre, con porticine e finestre simili a feritoie: pareva un paese in gestazione, ancora informe e aggomitolato nel grembo rude della montagna: la chiesetta, davanti, bianca, anzi imbiancata di fresco, col suo campanile magro ma ardito, tentava di nasconderlo, di difenderlo; e, a sua volta, per ammansare il viaggiatore arcigno che si azzardava ad arrivare lassù, lo accoglieva con un bel praticello di lupinella, steso come un tappeto sotto la scalinata della porta chiusa, e con la sorpresa di un grande albero di cui ogni foglia si cullava per conto suo fra la gioia del sole e dell’azzurro.
– Bello – disse l’ingegnere a voce alta; e mentre il cavallo abbassava la testa con la voglia di dissetarsi a quell’erba più fresca dell’acqua, egli osservava che dalle ultime cime dell’albero pendevano numerosi orecchini di corallo: erano ciliegie.

Facile gli fu poi trovare la casa delle signore Gilsi: era proprio dietro la chiesa, separata dall’abside di questa solo da una stradetta lastricata che pareva un cortile. Bassa, nera, come tutte le altre, aveva tuttavia qualche cosa che dalle altre la distingueva: il portoncino a due battenti, con le borchie di ottone, le finestre nel cui vano tremolavano le tendine di mussolo ricamate a mano. In fondo, a destra, da una porticina aperta, usciva un caldo odore di pane al forno: e fu da questa porticina, che al picchiare del forestiero alla porta grande, sbucò una donna grassa, mora, con le mani bianche di farina.
– Abita qui la signora Gilsi?
– Sono io – ella rispose, abbassando la grossa testa avvolta in un fazzoletto nero: pareva si vergognasse di possedere quel nome gentile; ma subito capì lo scopo della visita dello straniero e i suoi occhi diffidenti si animarono.
– Si accomodi di là, – disse, indicando la porta con le borchie, – adesso vengo ad aprire.
Sparì nell’interno della casetta, riapparve subito dopo sul portoncino e fece entrare l’uomo in una specie di salotto sulla cui parete di fondo una grande aquila imbalsamata, severa e triste, dava l’idea di un eroe crocifisso. La signora Gilsi era di nuovo sparita: ma un momento dopo apparve una ragazza alta e forte, coi capelli scuri corti, e gli occhi così luminosi che da prima non se ne distingueva il colore: ed era anche elegante, col suo vestito nero che le sveltiva le forme piuttosto piene. La sua presenza riconfortò l’ingegnere. – Ecco con chi bisogna trattare – egli pensò, mentre la ragazza gli diceva con fredda cordialità:
– Si accomodi, io sono la signorina Gilsi.
Egli sedette sul vecchio sofà vigilato dall’aquila, e parlò subito dell’affare.
– Piacere. Lei, signorina, ha già indovinato lo scopo della mia visita. Si vorrebbe, io e qualche mio socio, acquistare le cave (apposta non disse la miniera) appartenute a suo padre. Sono qui per trattare.
Ella si era seduta, composta e quasi rigida, su una delle due scranne che fiancheggiavano il sofà: e fissava il viso dell’ingegnere, ma senza vederlo; ascoltando solo le parole di lui. Domandò, grave e attenta come un uomo:
– Lei conosce già la miniera?
– Sì, vengo appunto di là. Ma il guardiano non ha voluto darmi spiegazioni.
Allora ella, involontariamente, rise: tutti i suoi forti denti scintillarono, ma c’era una vibrazione di cattiveria in quella risata che sorprese l’ingegnere: la Gilsi stessa dovette capirlo, perché subito s’irrigidì, anzi si fece triste. Piegò la testa, parve ricordarsi di qualche cosa: e in quell’atteggiamento ebbe una strana rassomiglianza con l’aquila inchiodata alla parete.

Poi si scosse, e con la sua voce pacata, che pronunziava le parole quasi misurandole, disse:
– Adesso le dirò una cosa che la sorprenderà. Abbia pazienza, però, e non ci giudichi male. Io e la mia mamma siamo comproprietarie della miniera, e disposte a disfarcene, per un prezzo onesto, s’intende: ma nulla possiamo fare senza il consentimento del nonno paterno. Il primo e vero padrone è lui; e con lui bisogna trattare e cercare di convincerlo. Non è solo lei che tenta l’acquisto; abbiamo altre proposte, vantaggiose anche. Egli però è restio. Non perché voglia fare una speculazione, ma per ragioni che io non so riferirle, e che egli solo potrà spiegarle bene.
– E dove si può parlare con questo signore?
Come la madre nel sentirsi chiamare “signora Gilsi”, ella ebbe un’ombra di vergogna negli occhi, vinta però subito da una fierezza naturale che rasentava l’orgoglio.
– Ah – disse, sorridendo. – Lei dunque non ha capito che il mio nonno è il vecchio che fa da guardiano alla miniera?
– Mi sembrano tutti mezzo matti – pensò l’ingegnere, nonostante la preghiera di lei di non «giudicarli male». Eppure qualche cosa l’attraeva, in quella gente che trattava gli affari in quel modo, e che invece di sfruttare il proprio capitale e goderselo, faceva una vita stentata.
Stentata fino a un certo punto, perché la signorina Gilsi, dopo altri discorsi intorno alla miniera, ma che nulla concludevano, lo invitò amichevolmente a «prendere un boccone» da loro, e in pochi minuti gli preparò un ottimo pranzo.
Apparecchiata la tavola nella saletta, ella vi depose un vassoio con larghe fette di prosciutto, rosse come carne viva, e mezzo capretto arrosto che la madre aveva fatto cuocere al forno. Il pane fresco non mancava di certo, e neppure il formaggio e il vino.
– Il nostro vino non è buono – ella disse, cacciando con forza il cavatappi in una bottiglia polverosa. – È vecchio, sì: l’aveva fatto venir su il povero babbo: ma, come in tutte le altre cose, lo avevano imbrogliato, povero babbo.
– Anche lui – pensò l’ingegnere; e guardò meglio la ragazza.
Non era veramente bella, bruna di pelle e col naso camuso, naso di razza, come quello del nonno e della madre; ma aveva una forza e una robusta agilità di amazzone. Ella sentì lo sguardo di lui, che si era d’un tratto acceso e la penetrava tutta; e per una rispondenza fisica, domandò con voce mutata:
– Lei è da molto tempo nell’isola?
Ed ecco che un’improvvisa intimità, sebbene reciprocamente nascosta, si stabilì fra loro.
– Da due anni – egli rispose; ma non disse altro di sé, ed anche lei parve subito pensare ad altro.
– Presto, presto! Scappa! Oh, che bella sorpresa – gridò, sinceramente allegra, piegando la bottiglia sul bicchiere di lui.
La schiuma rosea veniva fuori stridendo, e tutta la tavola pareva colta da un brivido di gioia.
– Presto, un altro bicchiere; beva, beva – ella diceva, riempiendo anche il bicchiere per l’acqua. – Com’è?
– Eccellente! E lei diceva che non era buono.
– Ah, io non so: non l’ho mai assaggiato. Lo diceva il povero babbo. Beva.
Egli beveva. E d’un tratto, come se una luce nuova illuminasse le cose, tutto intorno gli apparve bello. In realtà, forse, lo era: secondo lo si giudicava. La semplicità, anzi la povertà del luogo, aveva un senso di purezza, di lontananza dalla vita comune degli uomini: attraverso le tendine trasparenti si vedevano i muri della chiesa, e pareva di essere nella piccola foresteria di un convento, ospitati gratuitamente per l’amore e la gioia di Dio. Egli disse:
– Come fa, signorina, a vivere tutto l’anno in questo luogo?
Ella, che si era rimessa a sedere (la madre stava sempre di là, occupata con le sue pagnotte), istintivamente si aggiustò i capelli e il bavero bianco del vestito: poi riprese a parlare calma e giudiziosa:
– Anzitutto non si sta qui tutto l’anno. D’estate e buona parte dell’autunno andiamo alla miniera: c’è più fresco ed è tanto bello. Qualcuno viene a trovarci. Si suona la fisarmonica e il mandolino: si balla, anche. Le notti di luna sono meravigliose: tutta la montagna sembra d’argento. Il nonno brontola; poi, un bel momento, sparisce, col suo cane. Dove vadano non si sa, perché qui in paese non tornano. Qualcuno dice che si nascondono nella miniera; e non si rivedono se non quando noi si sta per andar via.
Al ricordo del vecchio stravagante, ancora una volta l’ingegnere pensò che forse era meglio troncare l’affare: anzi gli parve una cattiva azione il trattenersi alla tavola delle Gilsi: eppure qualche cosa lo seduceva, lo incantava, forse per effetto del vino, del riposo dopo il viaggio, dell’impreveduta ospitalità offertagli; e sentiva che si sarebbe volentieri fermato lassù, almeno per una breve sosta, almeno per sentir chiacchierare la signorina Gilsi. Ella proseguì:
– D’inverno, certo, la vita quassù non è piacevole. Freddo molto non fa, ma siamo spesso bloccati dalla neve, e a mala pena arriva la posta, che del resto consiste in qualche giornale per il parroco, il dottore e il podestà. Il dottore ha quasi cento anni, e i malati devono andare in casa sua per farsi curare. Fortunatamente, di malati non c’è che qualche bambino con l’indigestione, e in tutti i casi il dottore ordina acqua fresca a volontà. Il parroco invece è giovanissimo, pieno di vita e di iniziative: iniziative che cadono a vuoto, perché qui c’è poco da fare. Gli abitanti sono superstiziosi, più che religiosi, e ricorrono piuttosto alla fattucchiera che al prete. Oh, se le dovessi raccontare certe storie! Anche il mio nonno e la mia mamma sono superstiziosissimi. La mamma, per esempio, crede che il giovedì porti fortuna, e quindi si è molto rallegrata nel veder arrivare oggi il signor ingegnere.
– Meno male. E lei?
– Anche per me il giovedì è una bella giornata: perché io, Lei deve sapere, sono la maestra del paese. È vero che mi tocca lavorare lo stesso: si fa il pane, io e la mamma.
– Allora mi dispiace di averla disturbata.
– Oh, niente! Anzi le chiedo scusa della povera ospitalità offerta. Beva un altro bicchiere di vino.
Egli non intendeva bere oltre; e desiderava alzarsi e ripartire. Dovette però accettare il caffè che la vedova Gilsi portò bruscamente in tavola, ritirandosi subito dopo senza pronunziare parola. Anche il caffè era ottimo e finì col dare un lieve senso di ebbrezza all’ingegnere.
La ragazza continuava a parlare: cose semplici, ella diceva, raccontando la vita povera del paesetto, la vita sua più povera ancora: solo si animava riaccennando alla casa della miniera.
– Sarà perché ci abbiamo passato giorni felici, pieni di grandi illusioni, quando era vivo il babbo. Si stava tutti là, assieme, uniti in uno stesso sogno: io e la mamma si lavorava, come adesso, come sempre, ma con altra fede, con altra forza. Volevamo che il babbo riuscisse nel suo intento, e lo circondavamo di ogni cura, di tutto il nostro affetto. Ed egli tentava ogni sforzo per noi, per me specialmente. Mi diceva: «Sarai ricca». A me, questo non importava; anzi, l’idea di cambiar vita, di lasciare la casa e la miniera, mi dispiaceva. La felicità era quella, di sperare, di lavorare gli uni per gli altri, di volersi bene, lontani dal mondo, intorno al nostro tesoro nascosto: poi tutto cambiò.
Ed ecco che anche lei aveva cambiato viso: un solco di dolore le scavava gli angoli della bocca, e la voce si assottigliava in un tremolìo di pianto. L’uomo pensava: – Ma perché le racconta a me, queste cose? Vuole forse intenerirmi?
E pensava anche al regalo che poteva farle, per l’ospitalità ricevuta; ma lì per lì non sapeva e non poteva: le avrebbe mandato un pacco di dolci. Poi trasse la scatola delle sigarette e disse:
– Tutto cambia, nella vita, da un anno all’altro, da un giorno all’altro. Bisogna farsi una ragione, e pensare che è una legge inesorabile per tutti. Finché poi, come in lei, che è giovane e sana, tutto può mutare in meglio. Mi permette di offrirle una sigaretta?
– Grazie, no; la mamma non vuole. Ma lei fumi pure.
Gli avvicinò, sulla tavola, un piattino per la cenere, e tornò a guardarlo dritto in viso, con occhi quasi severi: pareva indovinasse i pensieri di lui, per istinto, come il nonno, come il cane. Disse:
– Non importa. Certo, volendo, potrei cambiare vita. Dopo la morte del nonno la miniera sarà esclusivamente mia, e ne farò quello che mi piacerà. Ma io non desidero la morte di lui: tutt’altro! Anzi il nonno mi sembra davvero il guardiano di un tesoro, del quale egli solo conosce il valore. E non se lo lascerà prendere se non per quello che vale. Se lei sapesse come tutti, cominciando dai parenti, cercano di imbrogliarci! Poiché siamo donne sole, difese da un vecchio che sembra, ma non è un idiota.
Queste parole ridestarono i progetti dell’ingegnere. Adesso egli cominciava a capire il mistero dell’affare: era questione di diffidenza e di calcolo, da parte dei Gilsi: null’altro. Ed ebbe voglia di imitare la risata strana, fra la beffa e la cattiveria, che di tanto in tanto fioriva le chiacchiere della ragazza, quando ella disse:
– Il mio nonno però ha una sua idea curiosa. Egli vorrebbe cedere la miniera solo ad un uomo che mi sposasse. Così, egli afferma, non ci si intrigherebbe. Io invece…
Egli scosse la cenere dalla sigaretta, e cercò, pacatamente, coi suoi chiari occhi umani gli occhi di lei. Fu un attimo. Ella ebbe quasi paura di quanto aveva detto, e tentò di rimediarvi subito.
– Io invece penso il contrario.

Ma sentì che un seme, forse un cattivo seme, era stato gettato: poiché adesso gli occhi dell’uomo la esaminavano meglio, da capo a piedi, con uno sguardo, diremo così, anatomico, come per accertarsi che oltre all’essere bello, il corpo di lei era sano e perfetto. E fu per dirgli:
– Lei crederà che ho parlato così con uno scopo. Si sbaglia, però.
E non lo fissò più in viso: anzi si alzò, e si diede da fare, con la fronte corrugata, rimettendo alcuni oggetti nella credenza e cominciando a sparecchiare. Egli capì ch’era tempo di andarsene; quindi a sua volta si alzò e si scosse tutto, come fosse pieno di briciole. Ma questo era un suo gesto abituale, ch’egli subito cercò di correggere per riguardo all’ospite. Disse, con accento lievemente commosso:
– Lei non mi manda via, signorina! È troppo buona ed io non so come ringraziarla: il tempo provvederà.
E d’un tratto, mentre stava ancora davanti alla credenza, ella se lo sentì alle spalle, con tutto il calore, la carne, l’odore dell’uomo forte e sensuale; ed ebbe terrore che la stringesse a sé introducendole le braccia sotto le ascelle.
Terrore, o desiderio? Ma non ne fu nulla, e quando ella si volse, egli si era già scostato di un passo, dicendo amichevolmente:
– Sa che cosa faccio, adesso, signorina? Torno alla miniera e parlo con suo nonno. Ed anche col cane, se occorre. Tentare non nuoce.
Ancora una volta ella lo fissò, cercando d’imitare lo sguardo scrutatore di lui. Gli vide i denti un po’ irregolari, ma sani e acuminati, di uomo che molto ha mangiato e molto ha bisogno di mangiare ancora: gli vide la nuca rasa, prepotente, che pareva scolpita nel granito rosso; e infine le mani grandi, gonfie di vene che davano l’idea di serpentelli nascosti sotto la pelle: e di tutto provò un senso di fascino e nello stesso tempo di disgusto.
– Senta, – disse, riprendendo la sua voce maschia, – non riferisca al nonno le mie chiacchiere. Gli dica, solo, che io e la mamma, per conto nostro, siamo disposte a vendere. E cerchi pure di convincerlo: gli dica che della miniera si farà la perizia da gente pratica…
Egli la interruppe, quasi ruvido:
– Questo si farà a suo tempo: è questione di fiducia e di coscienza da entrambe le parti.
Poi ripartì, senza neppure ricordarsi di salutare la madre della ragazza, sempre intenta al suo pane.

Ripassando davanti al praticello della chiesa, gli venne l’idea di cercare del parroco per domandargli informazioni dei Gilsi. Ma che informazioni poteva avere, che egli già non avesse? La signorina Gilsi, sebbene egli ne ignorasse anche il nome, gli sembrava di averla sempre conosciuta: era una gran brava ragazza, sana, gagliarda di corpo e d’anima. E le parole di lei lo seguivano, lo avvolgevano, anzi, come un velo iridescente ch’ella gli avesse gettato sul viso per costringerlo a veder la realtà più bella di quanto lo fosse. Per suggestione di queste parole, la miniera, adesso, gli appariva simile a un rifugio di pace; fonte di ricchezza, di amore e di gioia. «Sarà perché lì abbiamo passato giorni felici, pieni di grandi illusioni, quando era vivo il babbo. Si stava tutti assieme, uniti in uno stesso sogno: io e la mamma si lavorava con una grande forza in cuore. Volevamo che il babbo riuscisse nel suo intento, e lo circondavamo di ogni cura, di ogni affetto. Ed egli tentava ogni sforzo per noi, per me specialmente. La felicità era quella, di sperare, di lavorare gli uni per gli altri, di volersi bene».
– La felicità era quella…
E perché questo sogno non poteva rinnovarsi?
Ma a misura che costeggiava la schiena del monte, e si riavvicinava alla miniera, le cose prendevano di nuovo un aspetto diverso. Il sole cadeva sopra le cime, e le ombre di queste si allungavano metalliche e tristi: parevano nuvole pietrificate. La melanconia delle interminabili giornate di primavera sembrava ancor più densa lassù: la casa, le cave, i mucchi di scarico, apparivano con tutta la loro desolazione di abbandono e di rovina: e gli urli del cane, ripercossi di pietra in pietra come da una torma di lupi incatenati, diedero un colore nemico alle impressioni dell’ingegnere. Più che mai l’impresa gli parve difficilissima: o, peggio, egli sentì una improvvisa impotenza davanti al rischio e alle fatiche da superare: occorrevano molti capitali, che egli non aveva, o qualche socio più forte di lui.
– Ma sposando la signorina Gilsi, il miglior socio sarebbe lei.
Nel formulare con precisione d’uomo d’affari il pensiero che lo aveva quasi istintivamente ricondotto alla miniera, egli si sentì ancora pieno di energia e di volontà: e forse fu tale coscienza della sua forza che lo fece arrossire.
Questa volta il vecchio gli venne incontro, meno ostile, tuttavia sostenuto e guardingo: il cane, invece, per quanti cenni il padrone gli facesse, non smetteva di ringhiare.
– Eccoci di nuovo qui – disse l’ingegnere, legando il cavallo all’inferriata della finestra. – Sono stato a casa vostra: ho conosciuto la vostra brava nipote.
L’altro ascoltava, fermo, chiuso.
– Vostra nipote sarebbe disposta, anche per conto della mamma, a trattare per la vendita della miniera; adesso ci vorrebbe il vostro consenso.
– Venga – disse il vecchio, avvicinandosi alla porta della casa; e fece entrare l’ingegnere in quella specie di studio che si intravedeva dalla finestra del pian terreno.
Tutto vi era coperto di una polvere scura che pareva sabbia, ma tutto anche illuminato da una viva luce azzurra: ed essendosi finalmente il cane placato, l’ingegnere sentì un velo di silenzio avvolgerlo. Come si sarebbe potuto lavorare bene lì dentro, con lucidità di mente e calma di cuore! Un raggio di sogno tornò a rischiarargli il pensiero, mentre sedeva davanti allo scrittoio, al posto del proprietario morto: vide una carta asciugante, seminata di parole e di cifre alla rovescia, ed ebbe l’impressione che quei geroglifici significassero qualche cosa che lo riguardava, ma che non riusciva a decifrare.
Anche negli occhi del vecchio, a momenti buoni a momenti torbidi, scorgeva un non so che di strano, come se il Gilsi avesse una gran voglia di parlare, di spiegare tante cose, e non ci riuscisse. Bisognava aiutarlo, destare la sua confidenza con la confidenza.
– Senta, – disse, dandogli per la prima volta del lei, con rispetto sincero, – io ritengo che ci si possa intendere facilmente. Anzitutto si farà una perizia: lei non ha nessuno a cui possa affidarsi? Riguardo a me, troverò un uomo onesto.
Il vecchio, in piedi a fianco dello scrittoio, piegò la testa, parve pensare, disse:
– Devo prima raccontarle una cosa. La miniera, prima che mio figlio cominciasse a scavare, apparteneva a me esclusivamente. Già da tempi lontani era proprietà della mia famiglia; mio nonno fece, per primo, un assaggio: scavò da sé una buca e trovò subito il minerale; ma disse che ne era venuta fuori una colonna di fumo, e una voce gli aveva gridato: «Vattene, se vuoi evitare sfortuna; continua a fare il pastore, che sarà molto meglio per te». Ed egli, che era superstizioso, chiuse la buca. Anche mio padre aveva paura, – proseguì il vecchio, sospirando, non si sa se per compassione dei maggiori, o di sé stesso che rimaneva aggiogato alla loro tradizione, – paura che gli scavi gli portassero disgrazia. Diceva: «Sì, finché si può vivere senza chiedere l’elemosina, finché si può lavorare, è meglio non cercare la ricchezza. È la ricchezza che porta sventura». Che vuole, signor ingegnere? Saranno idee antiche, ma noi le abbiamo. La gente può ridersene, ma a noi non importa nulla della gente: ci importa di vivere tranquilli. Mio figlio, però, non la pensava così. Mio figlio aveva studiato: era maestro di scuola: non gli bastava quel posto, e volle tentare la sorte. Ma appena iniziò l’opera, un male triste lo colse, lo fece morire, giovine ancora, nel pieno delle sue forze. Questa è storia vera.
– Ebbene, e non è una ragione di più per disfarvi della miniera?
– Ed io lo farei, sì, ma, vede, ho paura. E con me le donne, sebbene non lo dimostrino. È una cosa più forte di noi. Abbiamo paura che il denaro ci porti sfortuna. Mia nipote avrà fatto la brava, con lei, ma, creda a me, ha più paura di tutti. Queste cose le dico a lei, perché mi sembra un galantuomo: magari riderà anche lei; ma questa è la storia.
L’ingegnere non rideva, no: col viso piegato sulla carta asciugante, pareva intento davvero a decifrarla. No, non era un mistero, quello che il vecchio gli raccontava: egli conosceva gente civilissima più superstiziosa di questa razza di pastori; tutto stava a trovare il modo di sciogliere praticamente l’incantesimo.
Le parole della signorina Gilsi gli tornarono in mente: anzi gli sembrò di vederle riprodotte dai geroglifici che gli stavano sotto gli occhi: dette cioè in un modo, per significarne un altro.
«Il mio nonno s’è fissato in mente l’idea di darmi la miniera per dote».
– Così, – pensò l’ingegnere, – se sventura ha da succedere, succede al signor futuro sposo: salute al resto.
Sollevò d’un tratto la testa, guardò il Gilsi con gli occhi azzurri pieni di luce.
– No, – disse, – non rido: capisco benissimo le loro idee; e in qualche modo le condivido. Avere il minimo per vivere, prodotto dal proprio lavoro, e potersi con questo creare una famiglia, volersi bene, aiutarsi a vicenda, questa è la vera felicità. E il mio scopo è questo, – aggiunse, arrossendo di nuovo, – e per questo sono arrivato fin quassù, più che in cerca di fortuna, in cerca di lavoro. Sono ingegnere; ho studiato chimica; conosco l’industria mineraria: qui ci sono difficoltà enormi da superare, ma appunto per questo l’impresa mi tenta: qui posso trascorrere una vita attiva, piena, tenace; posso proseguire, con miglior successo, l’opera del suo figliuolo; dare lavoro e benessere alla popolazione, forse all’intera regione. Non si vive solo per noi, nella vita; bisogna guardare più in là. Noi possiamo intenderci, signor Gilsi, perché anche lei è un galantuomo. Riguardo al resto, niente paura. Io non sono superstizioso. Non sono giovanissimo, – proseguì, sempre volgendo e rivolgendo la carta misteriosa, che adesso gli sembrava un’antica pergamena, – ma sono ancora forte, sano, pieno di volontà. Vivrò qui, se lei mi aiuta, in lotta con la materia, con la morte stessa, se occorre: ma vincerò io. E sopratutto si metta in mente, signor Gilsi, che io non voglio ingannarla: lei non sarà defraudato di un centesimo.
– Non è questo, non è questo – insisteva il vecchio, scuotendo lentamente la testa: ma aveva anche lui sollevato il viso cereo, e come dal fondo di una caverna gli occhi andavano, quasi chiedendo soccorso, verso quelli del forestiero: poiché anche lui vedeva il problema risolto; la responsabilità addossata ad un altro, l’incantesimo rotto.
L’ingegnere capiva: fu per dire:
– Sposerò sua nipote.
Ma ebbe paura: di che, precisamente non sapeva, per il momento; paura che il vecchio intese, poiché era il suo stesso male, e che tentò, a sua volta, di dissipare.
– Sì, lei può fare molto, qui – disse.
Poi, già legato all’altro dal filo dello stesso pensiero, domandò:
– Lei ha famiglia?
– No – rispose bruscamente l’ingegnere; e d’improvviso sfuggendo alla strana intimità usata nel trattare un affare simile a quello, aggiunse: – Non è detto, del resto, che ci si debba intendere immediatamente. Basta che lei e la sua famiglia promettano di non aprire trattative con altri. Io ritornerò qui; ritornerò da sua nipote, fra qualche giorno. Intanto loro hanno tempo di consultarsi e decidersi. Il mio indirizzo è questo: se vogliono, possono chiedere anche informazioni sul conto mio.
Lentamente, come cercandolo fra le molte carte che gonfiavano il suo portafogli, trasse un biglietto di visita. Il vecchio lo prese con una certa timidezza: lo fissò, da una parte e dall’altra, lo mise sullo scrittoio: poi disse:
– Io non so leggere.

Ma egli si sentiva già, di fronte allo straniero, un altro uomo. Senza impegnarsi, senza nulla promettere, senza fare ulteriori confidenze, condusse quello che tuttavia considerava suo ospite, a visitare la piccola galleria chiusa dalla saracinesca: questa salì su con uno stridore di rabbia, e il cane ricominciò ad abbaiare. E parve che la voce misteriosa udita dal nonno del nonno, salisse ancora dalla profondità del monte violato. Il silenzio, intorno, si empì di gemiti: un odore di catacomba uscì dalla bocca nera della galleria: e per la seconda volta l’ingegnere ebbe un vago senso di paura. Il male dei Gilsi, quella credulità in una fatalità sotterranea, gli scorreva già nel sangue come un contagio: ma subito egli cercò di guarirne; si guardò attorno, andò oltre, tastò le pareti, misurò, calcolò tutto, fin dove arrivava la luce; quella luce del cielo alto, perlato, con strie d’oro e di rame, che pareva a sua volta, sullo sfondo dell’apertura, una miniera favolosa. Il vecchio era rimasto fuori, lontano, estraneo all’affare: ma un pensiero nuovo, anzi una preoccupazione profonda, gli fermava gli occhi, sotto le sopracciglia aggrottate: poiché aveva capito benissimo le allusioni dell’ingegnere, al quale doveva essere piaciuta molto la signorina Gilsi, e quando parlava di crearsi una famiglia, accennava certamente a lei. E anche lui, il vecchio solitario, vedeva la famiglia ricomposta, la casa della miniera di nuovo animata, forse rallegrata da gridi di bimbi.
Lampi. La diffidenza lo riavvolse col suo velo scuro quando l’ingegnere tornò fuori sorridente e soddisfatto, ma invece di esprimere la sua contentezza, domandò se c’era modo di passare la notte lassù.
– Si fa tardi, e il cavallo è stanco.
– Se lei si contenta di pane e cacio.
– Oh, per questo non importa: sua nipote mi ha fatto mangiare come un lupo.
Così egli rimase. Suo scopo era di stringere amicizia col vecchio, di farlo parlare, di condurlo ai suoi intenti: il Gilsi lo capiva, e, sebbene ancora incerto se fidarsi o no, tentò di assecondarlo. Rimasero a lungo seduti su una panchina davanti alla casa, mentre il cavallo ruminava la sua seconda porzione d’orzo, e il cane ogni tanto ringhiava, ma piuttosto benevolo, come volesse solo richiamare l’attenzione del vecchio.
– È geloso, – questi spiegò, – lei non può figurarsi quanto. Questa scorsa estate, quando vennero qui mia nipote e la madre, perché io stessi attento a lui si fingeva malato. E poi capisce tutto. È una bestia che, se agli altri può sembrare indiavolata, per me è come un parente. Ma che dico parente? È un angelo custode: l’ho da sette anni, e mai una volta che non mi abbia avvertito di un pericolo, di qualche cosa sbagliata che io stessi per fare. Una volta…
E qui un lungo rosario di esempi, uno più straordinario dell’altro. L’ingegnere lo ascoltava benigno, senza interessarsi gran che dei miracoli del cane: certo, però, pensava che la bestia, dopo che egli entro di sé stabiliva disegni di amicizia, e, lo si dica pure, di parentela coi Gilsi, dimostrava di partecipare alla buona intesa.
Anche il vecchio, in fondo, era meno scontento del solito; poiché vedeva finalmente una soluzione al problema della miniera, e l’ingegnere gli appariva come un inviato da Dio.
– Io non credo molto in Dio, – diceva, seguendo la scia del suo pensiero, – ma pure qualche cosa grande ci dev’essere, se c’è il sole, il mare, il firmamento. E poi certe cose, nella vita: certe cose che, a raccontarle, sembrano inventate. Una volta…
E qui un altro rosario di avvenimenti inverosimili, che avrebbe fatto rabbrividire uomini meno solidi dell’ingegnere.
Intanto il sole era tramontato dietro il monte, e dalle lande argentee del mare saliva la luna: l’aria, sebbene il vento fosse completamente cessato, si faceva fredda, densa, come si congelasse repentinamente. E tutte le cose, a misura che s’alzava la luna e il suo chiarore si fondeva con quello del crepuscolo, avevano di nuovo uno scintillìo minerale, ma gelido, triste, inumano.
L’ingegnere lo sentì fino al cuore: si alzò, ebbe voglia di stirarsi, come una bestia dopo che è stata a lungo nel covaccio; sbadigliò, anche, e disse che bisognava mettere al riparo il cavallo. A questo ci pensò il vecchio, conducendo la bestia sotto una tettoia a fianco della casa; e scrollò con disprezzo la testa quando l’ospite domandò:
– C’è pericolo che me lo portino via?
– Con quell’anima in vigilia che è il mio cane? Non rotola una pietruzza che esso non se ne accorga.
Poi anche lui offrì da mangiare. Egli di solito passava la notte nella cucina della casa, la cui porta guardava sullo spiazzo davanti alla saracinesca: dormiva vestito, su una vecchia ottomana coperta di una coltre scura; ma la cucina era grande, col camino e una lunga tavola che pareva quella di un’osteria.
E al pane scuro casalingo, ed al formaggio pecorino che odorava di erbe aromatiche, egli unì una scatola di sardine che, a parte la testa mancante, sembravano appena pescate: tanto che l’ospite fece di nuovo onore all’invito.
Mancava il vino, essendo il vecchio Gilsi astemio; per compenso c’era il caffè, al quale l’ingegnere mescolò alcune gocce del rum che teneva nel fiaschetto della sua bisaccia: e le sigarette che egli fumò dopo, lo rimisero nello stato di grazia dell’uomo che vede tutto chiaro e buono nell’avvenire.
Adesso era lui che aveva voglia di chiacchierare: cominciata però a raccontare una sua avventura di caccia, vide il vecchio, che s’era messo anche lui a fumare la pipa, alzarsi di scatto e tendersi in ascolto. Si sentiva un fischio lontano, che si avvicinò, guizzò, si spense, rapido come una stella filante.
– Che cos’è? – domandò l’ingegnere. – Un animale?
Il vecchio andò a vuotare la pipa sull’orlo del camino, poi si rimise a sedere, tranquillo. Disse:
– Chi lo sa? Spesso si sentono voci curiose. La mia nuora diceva che erano fantasmi: io, naturalmente, non ci credo: però in questo mondo non si sa mai niente. Del resto, poi, basta avere la coscienza tranquilla.

Insomma, era un luogo strano, quello. La solitudine completa, l’abbandono, la stessa mancanza di vegetazione, di uccelli, di bestie sia pure selvatiche, lo rendevano più desolato e inquietante. Quel fischio medesimo, che per fortuna non si ripeteva, era forse il lamento di un masso che si sgretolava, o davvero di qualche fantasma che attraversava a volo la notte della montagna.
E d’un tratto, mentre stava per coricarsi, anche lui vestito, sul lettuccio di una delle camere del piano superiore, – forse la camera della signorina Gilsi, – l’ingegnere ebbe per la terza volta un senso di paura, quasi di soffocamento.
A dire il vero la cameretta era triste, polverosa, con un odore di chiuso e di naftalina che destava voglia di starnutare: egli quindi aprì la finestra, e vi rimase davanti, con un grande sfolgorìo di argento e di zaffiro negli occhi. E non per romanticheria, ma per una forza interiore che d’improvviso lo sopraffaceva come un avversario abbattuto che d’un tratto si solleva e si getta inesorabile sul vincitore, pensò alla sua fidanzata. Era un vecchio amore, che molte vicende, – la guerra, la povertà della donna, la poca fortuna di lui in tutte le sue imprese, – avevano annacquato, sbiadito, ma non spento.
Ella aspettava: egli voleva mantenere la sua promessa. Quando aveva parlato al vecchio Gilsi di una famiglia da crearsi, per la quale vivere e lavorare, non intendeva di mentire. Solo c’era stato, da parte di entrambi, scambio interessato di persona.
Ma adesso, tutte le cose strane che affioravano come segni fatali sul ricordo di quella giornata, in apparenza limpida e di buon augurio; e quel fischio, e i fantasmi che in verità si annidavano all’ombra di ogni sasso, in quel mondo pietrificato e morto come quello della luna, ov’egli si trovava quasi senza volerlo, tutto infine gli ridestava la coscienza del proprio dovere.
Andò a letto con la finestra socchiusa (anche lui non aveva nulla da temere), deciso di ripartire all’alba, di mandare un bel regalo alla signorina Gilsi e scriverle che non aveva la possibilità di acquistare la miniera.