Grazia Deledda – Voli

– Sogno, o son desto?
Cantato con voce baritonale, questo verso scoppiò ed echeggiò come un tuono, nel silenzio sonnolento della casa; tanto che Landa, la serva quindicenne, sepolta nella profondità bigia della piccola cucina, trasalì di paura: cosa che del resto le avveniva anche per un improvviso ronzìo di mosca. Ma subito pensò:
– È lui.
Sì, era lui, il signorino, che ritornava dall’aver accompagnato i cari genitori alla stazione: i genitori che si erano mossi per un pietoso viaggio verso il letto probabilmente di morte di un ricco zio scapolo. Era lui, lo spilungone, il grosso folletto, il genio, la gioia e la disperazione della mite famiglia paesana, trapiantatasi in città più per lui che per altro. E quando apparve sull’uscio di cucina, del quale raggiungeva quasi l’altezza, sebbene le sue gambe fossero ancora nude, brune e scabre come tronchi, sullo zoccolo delle corte calze a quadretti; e tutto mani, tutto piedi, tutto sopracciglia e occhi neri turbinosi, Landa trasalì di nuovo, poiché aveva un terrore panico di lui, come di un elemento pericoloso e incosciente che da un istante all’altro poteva travolgerla e annientarla. È vero ch’ella aveva paura di tanti altri elementi, dei tuoni, del terremoto, del padrone, quando, assenti gli altri, entrava piano piano in cucina, e, con la scusa di guardare quello che bolliva sui fornelli, si piegava a fiutare l’odore di giovinezza campestre e grassoccia della persona di lei; paura della padrona che quando tornava dalle visite invariabilmente la sgridava; e, poco fa, del silenzio stupito della casa, un mezzanino semibuio che dava su una strada sempre umida; e della responsabilità addossatale di vigilare contro i ladri, durante l’assenza dei padroni; e, infine, paura persino di sé stessa, o, meglio, di quello che poteva capitarle.

– Niente paura, – disse il signorino, che lo sapeva, – anzi allegria, e sopratutto coraggio. Fra otto giorni saremo forse milionarî. Aumento di stipendio a te; a me… te lo dirò poi. Intanto, senti, Landa…
Piano piano s’era avvicinato a lei, con la stessa mossa, le stesse spalle un po’ curve del padrone; e si piegò a guardare quello che lei cucinava. Ma se il padre aveva un doppio fiuto, lui ne aveva uno solo; e, ad onta dello sgomento trepido e caldo della ragazza, disse con voce melensa:
– Piccione arrosto? Buono, buono! Peccato che io oggi non possa mangiarne.
Si sollevò, lungo, freddo e duro come un palo di ferro: ben lontano dal pensare a quello che Landa temeva e sperava.
– Landa, anch’io devo partire: tornerò presto, però; domani mattina.
Allora ella si volse di scatto, come una marionetta, ricordando la promessa fatta alla padrona di vegliare la casa, e spaventata al pensiero di passare sola la notte.
– I suoi genitori lo sanno?
Ma egli aveva preso quell’aria trasognata che spesso contrastava con l’apparenza vibrante e squinternata di tutta la sua persona.
– Lo sappiano o no è lo stesso. Tanto, quando essi ritornano, io sono già qui. Vado a Genova: in due ore sono là.
Per quanto ignorante e fuori del mondo, ella sapeva che per andare a Genova occorreva quasi una giornata: e le sembrò che il signorino si burlasse di lei. Non era la prima volta, poiché egli, quando aveva bisogno di sfogarsi la fantasia, non potendo farlo coi genitori o con gli amici, le raccontava frottole di ogni genere.
– Non hai capito, stupida? – scattò però questa volta indignato. – Vado per la linea aerea. Arrivo a Genova alle cinque, riparto stasera in treno e domani mattina sono qui.
– Per l’anima mia!
Ella aveva spalancato la bocca, e non riusciva a richiuderla; mentre i suoi occhi, azzurri e dolci come quelli dell’angelo del mattino, si lustravano di orgoglio e di lagrime, quasi fosse lei a dover volare. Adesso capiva perché il signorino, rientrando nella casa dove per qualche giorno era assoluto padrone, cantava quel verso: e anche lei era incerta di trovarsi o davanti ai fornelli o nel lettuccio sgangherato del suo sgabuzzino.

Ma un primo risveglio la scosse subito, perché il signorino diceva:
– Quello che mi dispiace è che bisogna partire quasi digiuni, per evitare il mal di mare.
E di nuovo piegatosi sulla teglia dell’arrosto ne aspirò l’odore del simbolico alloro che insaporiva il piccione.
Il secondo risveglio fu ben più modesto, anzi del tutto spaventoso: e fu quando ella si accorse che il signorino le aveva portato via, coi denari che la signora le aveva consegnato per le spese di quei giorni, i risparmi suoi sacrosanti. Avevano anch’essi preso il volo, i suoi ben guadagnati quattrini: in cambio, al loro segreto posto, c’era un biglietto così concepito:
«Dichiaro di aver preso in prestito, da Orlanda Guerrini, la somma di lire cinquecento, che restituirò fra due settimane. In caso di disgrazia, la detta somma verrà restituita dalla mia famiglia».
E sotto, la firma ostrogota del signorino.
Nonostante questa garanzia, Landa fu per gridare, ed anche per gettarsi dalla finestra: non lo fece per paura del portiere; e si buttò invece sul lettuccio, piangendo tutte le sue lagrime. E non sapeva perché piangeva; se per i quattrini, o per paura che il signorino cadesse in mare, o che i padroni, al loro ritorno, la cacciassero via. Era facile anche questo. Ma poi si rianimò: un barlume di coscienza ce l’aveva anche lei, e le rischiarava la mente col pensiero di non aver mancato al proprio dovere. E quando si ha questo conforto, e una lunga vita di lavoro davanti a sé, la speranza ritorna presto.

Nel pomeriggio vennero a cercare il signorino i soliti amici: egli aveva dato loro appuntamento apposta perché la serva rispondesse che era partito per Genova in idrovolante, e godersi da lontano le loro facce: ma Landa si guardò bene dal soddisfarlo. Decise anzi di non aprire più la porta a nessuno, fermandola col paletto. Adesso la paura dei ladri era la più forte di tutte: grande fu quindi ancora una volta il suo terrore quando verso sera sentì qualcuno che, di fuori, dopo aver introdotto la chiave nella serratura, tentava di forzare la porta. Il suo brivido però si confuse e dileguò col suono del campanello. Se si suonava, non erano ladri; forse, anzi, un telegramma del signorino. E la voce di lui la rallegrò tutta.
– Apri, cretina, sono io.

– Come ha fatto, così presto, signorino?
Gli occhi di lei, pieni di gioia e di perdono, sebbene stanchi e pesti, parevano adesso quelli dell’angelo della sera: egli tuttavia sentì un timbro di sarcasmo nella domanda precipitosa; e non volle perdere tempo per risollevare il suo prestigio. Ancora fermo nell’ingresso, illuminato appena da una lampadina fissa sulla vôlta, mentre si toglieva il berretto e il soprabito, egli raccontò:
– Eh, c’è stato un incidente che poteva essere grave. Già, io sono arrivato appena in tempo a prendere il biglietto e ficcarmi nell’idrovolante. Ficcarsi, proprio, perché si scende per una specie di botola, e bisogna allungarsi come un baco da seta. Tu non ci entreresti di certo, con le tue gambe di orcio. Ma una volta là dentro, cara te! Una volta dentro, sei in un altro emisfero. Già ti sembra di scendere a picco in fondo al mare, vederne tutti i mostri e le sue meraviglie, e poi risalire d’un botto in alto cielo: la terra allora è sotto di te, come il tappeto turco del salotto, che ti è caduto l’altro giorno dalla loggia. Ma siamo stati disgraziati: è avvenuto un guasto al motore, e siamo dovuti tornare indietro e ridiscendere nell’idroscalo. Pazienza: per questa volta Dio non ha voluto.

La sua voce era un po’ rauca e assonnata, come di uno che ha preso molta aria o si sveglia da un bel sogno: e bello appariva lui alla serva, alto e striato di ombre che, per l’effetto della luce piovente dall’alto, lo rivestivano di mistero. Le sembrava, insomma, un eroe. Ripeté sottovoce:
– Dio non ha voluto.
E non sapeva se ringraziare o no questo Dio degli aeroplani.
Eppure non era vero niente: era la Compagnia di navigazione aerea che aveva negato il biglietto al signorino, privo di carta d’identità e di altre garanzie.
– Questo è il denaro – egli disse, consegnandole intatta la somma. – Restituiscimi la dichiarazione e prepara da mangiare.
Poi, a misura che lei friggeva le patate, egli ne rubava dalla padella le più rosse e, soffiandoci su, riprendeva a raccontare, pienamente convinto di quello che diceva.